Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Preti pedofili, le associazioni delle vittime contro Papa Francesco

    Preti pedofili, le associazioni delle vittime contro Papa Francesco

    L’accusa di alcune associazioni: “Contro gli abusi da Papa Francesco solo belle parole”

    Gli occhi del mondo sono puntati sulla città leonina. Domani mattina la salma di Papa Francesco verrà traslata a San Pietro, dove i fedeli potranno renderle omaggio fino a venerdì. Sabato, invece, il funerale del pontefice argentino. Numerosi leader mondiali hanno già annunciato la propria presenza e non si contano gli attestati di affetto. Intanto fremono in curia i preparativi per il conclave che designerà il nuovo successore di Pietro.

    C’è però chi di Papa Francesco tratteggia un ritratto meno lusinghiero. È il caso di alcune associazioni che rappresentano le vittime dei preti pedofili. A cominciare dalla Rete L’abuso – Sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, che ha pubblicato ieri un comunicato redatto da Cristina Balestrini.

    “Oggi alle 7.35 è morto Papa Francesco – si legge nella nota – Un Papa che ha parlato tantissimo di pedofilia, forse il pontefice che ne ha parlato di più, che ha scritto di più su questo tema. Ha fatto anche un Motu Proprio per ‘gestire’ gli insabbiatori, ovvero i Vescovi che hanno protetto i sacerdoti accusati di pedofilia. Grandi complimenti da tutto il mondo, sempre e comunque. Ma l’onestà intellettuale di approfondire queste infinite ‘parole o scritti’ non è stata colta da nessuno. Le voci ‘fuori dal coro’ sono scomode, non sono politicamente corrette. Nessuno ha osato dire che erano solo BELLE PAROLE”.

    “Chiesa allo sbando attende un pastore che sappia davvero purificarla”

    Dopo quest’attacco, sono seguiti i “ringraziamenti”, ovviamente caustici.

    “GRAZIE per aver parlato tanto di pedofilia – dicono gli estensori – senza aver fatto nulla di concreto per contrastarla. GRAZIE per aver lasciato credere di essere vicino alle vittime dei preti pedofili, ma di non aver mai incontrato quelle ‘scomode’ che le avrebbero ricordato il fallimento del suo pontificato in questo ambito. GRAZIE per aver lasciato che le Diocesi si attrezzassero sul tema della pedofilia clericale, ovviamente in difesa dei preti pedofili e non delle vittime. GRAZIE per aver raccontato al mondo una bella favola su quello che la Chiesa starebbe facendo contro la pedofilia, illudendo i fedeli. GRAZIE per aver affrontato il tema dei Vescovi insabbiatori, senza aver preso alcun provvedimento concreto nemmeno davanti a prove inconfutabili”.

    “GRAZIE – prosegue la denuncia dell’associazione – per aver tollerato che ogni Diocesi scrivesse di essere vicina ‘alla vittima e ai suoi familiari’ nel momento in cui un ‘caso’ usciva sui giornali, senza aver approfondito l’inutilità di tale frase perché totalmente scollata dalla realtà. GRAZIE per aver contribuito alla perdita della Fede di ogni vittima di prete pedofilo (e di questo ne risponderà davanti a Dio: la chiesa stessa – volutamente scritto minuscolo – che allontana i fedeli da Dio ha una responsabilità enorme!). GRAZIE per aver tollerato che nelle Parrocchie si diffondesse un clima di ostilità nei confronti delle vittime che avevano osato denunciare, prendendo sempre e comunque la difesa del prete o lasciando che si insinuassero dubbi sulla credibilità del denunciante”.

    “GRAZIE per non avere avuto la minima idea della ferita profonda che ogni sua parola su questo tema ha provocato in ogni vittima – conclude il comunicato – GRAZIE per la sua totale sottovalutazione su questo tema, e per aver permesso che questa piaga si diffondesse sempre di più. GRAZIE per aver permesso il reintegro dei sacerdoti (i pochi che hanno scontato la pena) senza rendersi conto che ‘un pedofilo non guarisce’. Ci fermiamo qui. Preghiamo per Lei, Santo Padre, semplicemente perché ne ha un gran bisogno. E preghiamo Dio che conceda a questa Chiesa allo sbando un Pastore che sappia davvero purificarla”.

    Dalla Nuova Zelanda: “Papato di Francesco è stato una tragedia”

    Gli attacchi a Papa Francesco, ovviamente, non provengono solo dalla penisola. Particolarmente attiva in tal senso è la neozelandese Rete dei sopravvissuti agli abusi dei preti (Survivors Network of those Abused by Priests – SNAP).

    In un articolo dall’eloquente sottotitolo, I sopravvissuti piangono la tragedia del papato di Francesco, SNAP punta i riflettori sia sull’imminente conclave che sul passato di Papa Francesco.

    “Il prossimo papa – si legge – deve istituire una legge di tolleranza zero per gli abusi sessuali che escluda immediatamente dal ministero il clero e i leader che hanno occultato gli abusi e imponga una supervisione indipendente sui vescovi. Deve usare la sua autorità per attuare cambiamenti istituzionali fondamentali che pongano fine alla pratica sistematica degli abusi sessuali e al loro occultamento”.

    Secondo SNAP, è fondamentale che il prossimo pontefice non abbia “precedenti di insabbiamento di abusi sessuali”. Per l’associazione neozelandese Papa Francesco non era esente da tale colpa. “A causa della sua storia di occultamento di abusi in Argentina, Francesco non ha mai avuto la credibilità necessaria per rivedere la gestione dei casi di abusi sessuali da parte del Vaticano”.

    Una pratica, quella di occultare e insabbiare i casi di abusi, che Bergoglio avrebbe continuato, sempre secondo SNAP, nel corso del suo pontificato. L’elenco di episodi denunciati è in effetti inquietante, seppur limitato a quelli più eclatanti.

    Nel mirino, oltre ai singoli casi, anche la strategia adottata complessivamente. Nonostante i proclami e le promesse di una svolta, spiega l’associazione neozelandese, “Nessuna delle riforme o iniziative di Francesco ha prodotto una vera e propria ‘tolleranza zero” verso gli abusi, né ha posto fine alla cultura di estrema segretezza e controllo che li rende possibili’.

    https://www.italiareportusa.com/ultimissime/preti-pedofili-le-associazioni-delle-vittime-contro-papa-francesco/

  • Preghiamo per il Papa… ma non lo santifichiamo! – Comunicato congiunto Rete L’ABUSO Coordinamento Famiglie

    Preghiamo per il Papa… ma non lo santifichiamo! – Comunicato congiunto Rete L’ABUSO Coordinamento Famiglie

    Oggi alle 7.35 è morto Papa Francesco.

    Un Papa che ha parlato tantissimo di pedofilia, forse il pontefice che ne ha parlato di più, che ha scritto di più su questo tema. Ha fatto anche un Motu Proprio per “gestire” gli insabbiatori, ovvero i Vescovi che hanno protetto i sacerdoti accusati di pedofilia. Grandi complimenti da tutto il mondo, sempre e comunque.

    Ma l’onestà intellettuale di approfondire queste infinite “parole o scritti” non è stata colta da nessuno. Le voci “fuori dal coro” sono scomode, non sono politicamente corrette. Nessuno ha osato dire che erano solo BELLE PAROLE.

    Noi familiari delle vittime dei preti pedofili vogliamo esprimere il nostro ringraziamento a Papa Francesco:

    • GRAZIE per aver parlato tanto di pedofilia, senza aver fatto nulla di concreto per contrastarla
    • GRAZIE per aver lasciato credere di essere vicino alle vittime dei preti pedofili, ma di non aver mai incontrato quelle “scomode” che le avrebbero ricordato il fallimento del suo pontificato in questo ambito
    • GRAZIE per aver lasciato che le Diocesi si attrezzassero sul tema della pedofilia clericale, ovviamente in difesa dei preti pedofili e non delle vittime
    • GRAZIE per aver raccontato al mondo una bella favola su quello che la Chiesa starebbe facendo contro la pedofilia, illudendo i fedeli
    • GRAZIE per aver affrontato il tema dei Vescovi insabbiatori, senza aver preso alcun provvedimento concreto nemmeno davanti a prove inconfutabili
    • GRAZIE per aver tollerato che ogni Diocesi scrivesse di essere vicina “alla vittima e ai suoi familiari” nel momento in cui un “caso” usciva sui giornali, senza aver approfondito l’inutilità di tale frase perché totalmente scollata dalla realtà
    • GRAZIE per aver contribuito alla perdita della Fede di ogni vittima di prete pedofilo (e di questo ne risponderà davanti a Dio: la chiesa stessa – volutamente scritto minuscolo – che allontana i fedeli da Dio ha una responsabilità enorme!)
    • GRAZIE per aver tollerato che nelle Parrocchie si diffondesse un clima di ostilità nei confronti delle vittime che avevano osato denunciare, prendendo sempre e comunque la difesa del prete o lasciando che si insinuassero dubbi sulla credibilità del denunciante
    • GRAZIE per non avere avuto la minima idea della ferita profonda che ogni sua parola su questo tema ha provocato in ogni vittima
    • GRAZIE per la sua totale sottovalutazione su questo tema, e per aver permesso che questa piaga si diffondesse sempre di più
    • GRAZIE per aver permesso il reintegro dei sacerdoti (i pochi che hanno scontato la pena) senza rendersi conto che “un pedofilo non guarisce”.

    Ci fermiamo qui. Preghiamo per Lei, Santo Padre, semplicemente perché ne ha un gran bisogno.

    E preghiamo Dio che conceda a questa Chiesa allo sbando un Pastore che sappia davvero purificarla.

    Cristina Balestrini (a nome del Coordinamento dei Familiari delle Vittime)

  • Il Papa adesso dovrebbe fare le scuse ad ANTONIO MESSINA, le ALTRE VITTIME di Enna e procedere nei confronti del vescovo Gisana

    Il Papa adesso dovrebbe fare le scuse ad ANTONIO MESSINA, le ALTRE VITTIME di Enna e procedere nei confronti del vescovo Gisana

    “Saluto il Vescovo di Piazza Armerina, Monsignor Rosario Gisana: bravo, questo Vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo Vescovo.”

    Che sia stata un’incredibile gaffe come accadde in Cile non vi è dubbio, ma come in Cile e ancor di più adesso, in virtù del motu proprio che lo stesso Papa Francesco ha voluto, questa volta le scuse andrebbero doverosamente fatte ai sopravvissuti di Enna, che ancora attendono risposta alle loro lettere.

    Ma non basta!

    Se si vuole essere credibili si deve applicare il Motu proprio vos estis lux mundi voluto dal Papa in nome della tolleranza zero, sopratutto nella parte in cui parla dei vescovi insabbiatori, procedendo nei confronti del Vescovo Rosario Gisana che come emerge anche nel podcast “La confessione”, intercettato dagli inquirenti è lui stesso ad ammettere non solo di avere insabbiato il caso di don Giuseppe Rugolo, ma a suo dire l’esistenza di altri casi ben peggiori, di cui si meraviglia non siano ancora esplosi pubblicamente.

    Anche le motivazioni della sentenza di condanna di don Rugolo evidenziano senza dubbi una poco lodevole gestione del caso da parte del vescovo Gisana.

    Come la reazione degli stessi ennesi che abbandonando la messa manifestano “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.

    Un segnale forte sopratutto per l’Italia, non abituata a queste azioni.

    Un atto dovuto. Il minimo per dimostrare un po’ di credibilità alle dichiarazioni o, almeno l’intenzione di voler provare a sanare il problema della pedofilia nella chiesa.

    Intenzione fino a oggi dichiarata a gran voce in articoli di giornale, ma mai applicata nella sua concretezza.

  • Come e chi alimenta la pedofilia in Italia?

    Come e chi alimenta la pedofilia in Italia?

    Premetto che questa analisi su, ciò che ritengo in una società civile una imbarazzante miseria di valori, è frutto di quasi venti anni di esperienza nella specifica materia, prima come vittima inconsapevole, poi come osservatore e poi ancora come fondatore di una Rete di sopravvissuti che, da oramai 15 anni, assiste in particolare le vittime abusate sessualmente dal clero. Una categoria particolarmente discriminata in Italia in quanto gli stessi abusanti hanno un ruolo ancora oggi di fiducia e di potere che spesso, come vedremo, non è di poca influenza. Come potrete rendervi conto nell’articolo, la categoria del clero pedofilo in Italia è così privilegiata da discriminare paradossalmente i pedofili laici, i quali non godono di una organizzazione e di una società timorata che li tutela.

    Una leva tale da mettere spesso in difficoltà persino gli inquirenti che raramente sollevano questioni verso le gerarchie che favoreggiano. Raro quanto accaduto nel caso di Tivoli, dove la Procura ha avuto il doveroso coraggio di indagare a 360° riscontrando e annotando che “il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso”.

    Il solo fatto che in Italia, a differenza degli altri paesi, esista da decenni una sola associazione che si occupa di vittime del clero dovrebbe far riflettere di suo.

    Diciamo tranquillamente che mentre negli altri paesi si ha coscienza che lo stupro di un minore o di una persona vulnerabile è il problema sociale, in Italia il problema sociale si sposta sulla società stessa che, malgrado oggi sia consapevole del problema, continua a snobbarlo quasi si sentisse “immune”. Questo fa comprendere quanto il problema in Italia sia radicato e parta davvero dal basso.

    Una riflessione maturata in occasione dell’iniziativa di sensibilizzazione sociale lanciata dalla Rete L’ABUSO, la PANCHINA tematica VIOLA contro l’abuso di minori e persone vulnerabili…

    Un’iniziativa allargata come deve essere alla pedofilia in generale alla quale volevamo aggregarci dando per scontato esistesse già, accorgendoci però che in Italia non vi era un’iniziativa in questo senso. Trovammo panchine tematiche per tutto, persino per gli abbracci.

    Nessuna per questo genere di crimini.

    Cerchiamo di capire il perché di questa “anomalia” tutta italiana: non si può dire che il paese non sia sensibile ai problemi dei minori, se pur va anche qui notato che preferiamo sostenerli a distanza e, non che sia male, ma come vedremo più avanti, quasi a negare a noi stessi uno stato sociale. Di fronte agli abusi c’è spesso solo una indignazione, che lascia il tempo che trova.  Manca “l’amor proprio” e una coscienza civile e collettiva responsabile, quella che porta a una reazione, al contrasto, alla tutela e alla prevenzione.

    Esaminando i pochi dati statistici disponibili in Italia sul fenomeno, in particolare su minori, notiamo un’altra anomalia, ovvero si contano ogni anno statisticamente le vittime, ma anche in questo caso non c’è nessuna campagna di sensibilizzazione sociale, né azioni concrete di contrasto al fenomeno. Il primo e unico SPOT di sensibilizzazione che ricordo è quello della Polizia Postale, circoscritto alla pedofilia online. Risale però a 15 anni fa. (Giancarlo Giannini presenta il Centro Nazionale per il Contrasto alla pedo pornografia in Rete)

    Da quanto si rileva in Italia dalle scarne e spesso incomplete statistiche, le effettive denunce all’autorità giudiziaria sono nettamente inferiori confronto ai paesi dell’area UE, circa il 12 – 15 %. Anche qui emerge un altro dato interessante, provengono per la maggioranza dalla società civile e riguardano quasi unicamente contesti familiari.

    Particolarmente significative anche le cifre sulla pedopornografia online, dove però anche qui non si riscontrano indagini o arresti nei confronti dei pedofili, se non qualche sporadico blitz spesso nel contesto internazionale.

    Chiarito l’ambiente generale proviamo ora a spostarci in un contesto di aggregazione come potrebbe essere per esempio un piccolo “circolo sportivo”.

    Ebbene, da qui in avanti il dato praticamente svanisce.

    Non troviamo infatti nulla. Il numero di denunce cala tanto drasticamente da fare pensare che questi ambienti siano “immuni” al problema. Ma non è affatto così e c’è una spiegazione sia sociale che legislativa.

    Quella sociale è evidente e si aggiunge, come abbiamo detto prima, alla repellenza da parte della società civile ad affrontare per “amor proprio” concretamente il problema.

    Repellenza che, per fare un esempio, porta “nel buon nome” del piccolo circolo sportivo, ad evitare che la cosa diventi pubblica, cercando di risolvere internamente senza denunciare l’accaduto alle autorità. Il timore è il pericolo che i genitori non mandino più i figli. Notiamo quanto cambi già in questo caso la “priorità” che non è più tutelare il minore, ma l’ambiente in cui accade e coloro che lo frequentano.

    Sia dalla parte del circolo che da quella dei genitori, la reazione se ci pensate è totalmente illogica in quanto il genitore, contrariamente, dovrebbe sentirsi rassicurato se il circolo denuncia un eventuale caso di pedofilia. Per il circolo stesso dovrebbe essere un pregio di affidabilità. In Italia invece se non se ne parla, paradossalmente ci sentiamo più sicuri, malgrado la consapevolezza che i predatori siano ovunque.

    Ad aggravare ulteriormente il problema vi è la mancanza di educazione per minori e adolescenti su temi come pedofilia o sessualità. Per una strana morale sono addirittura gli stessi genitori a trovare scandaloso l’argomento, negando strumenti come la consapevolezza, che può concretamente far sì che il minore si renda conto dell’eventuale pericolo e possa riferirlo, tutelando l’intera comunità.

    L’ambiente descritto sopra ci aiuta a capire, oltre al problema, il cambiamento in negativo che avviene quando da un contesto familiare si passa a uno aggregativo. Va doverosamente sottolineato che nel contesto familiare il meccanismo è identico, difficilmente è un membro all’interno della famiglia a denunciare, ma chi è al di fuori, perché in questo caso non ne è coinvolto.

    Capirete quindi che dire che gli abusi avvengono in particolare nelle famiglie o online, è estremamente incorretto. Sono in realtà le denunce che venendo omesse, non risultano. Cosa parecchio differente direi!

    ENNA, il Papa, la CEI, il Vescovo e il prete

    Se pur sia un prodotto giornalistico e non affronti la pesante problematica legislativa del paese, il Podcast “La confessione” prodotto da Stefano Feltri, Giorgio Meletti e Federica Tourn è un ottimo documento che per la prima volta descrive quello che in Italia abitualmente avviene non solo a Enna, ma ovunque ci sia un caso di pedofilia nel clero.

    Grazie agli audio originali delle intercettazioni prodotte dagli inquirenti durante l’indagine sul caso di don Giuseppe Rugolo, riesce a trasmettere allo spettatore direttamente dalla voce dei protagonisti, una incontestabile e grave situazione italiana. Un luogo comune noto praticamente dal 2010, che grazie alle affermazioni audio, toglie nell’ascoltatore qualunque possibile dubbio di errata o personale interpretazione da parte del narratore.

    Difficile comprende perché in Italia la soluzione al problema ruoti da sempre, a dir poco “ingenuamente”, sulla fiducia verso il Papa e le gerarchie vaticane, quasi fossero loro a fare leggi nel paese, senza rendersi invece conto che sono coloro verso i quali si dovrebbe intervenire. Direi un lapsus culturale di massa favorito dalla totale assenza delle istituzioni. Quasi una mania che non rinsavisce neppure a fronte di tante promesse puntualmente mancate e a quanto emerso negli altri paesi, dove i governi con commissioni di inchiesta hanno svelato gli insabbiamenti della chiesa e le cifre astronomiche delle vittime, rendendo giustizia e indennizzi ai sopravvissuti, creando sicurezza per i cittadini più piccoli.

    In Italia invece succede persino che il Papa intervenga inopportunamente sul caso di Enna, alla vigilia della requisitoria ed in favore del vescovo, a suo dire perseguitato. Non è chiaro da chi e quale sia la persecuzione.

    L’Italia è un po’ l’isola felice per il clero pedofilo straniero, in quanto i vuoti legislativi, le ingerenze e la totale assenza dello stato, che di fatto dal 2010 non proferisce parola in materia malgrado quanto sia accaduto nel resto d’Europa, fa sì che sia un luogo sicuro per chi “perseguitato” dalle leggi all’estero, possa trovare qui sia impunità che prede facili.

    Tuttavia non è la prima volta che Bergoglio interviene su un caso o lo favorisca, ricordiamo quello di Josep Wesolowski, accusato dello stupro di decine di minori dalle autorità della Repubblica Domenicana, dalla quale, con la scusa di processarlo in Vaticano (dove nessuno lo accusava), lo sottrasse agli inquirenti. 48 ore dopo Wesolowski girava libero per Roma in attesa di giudizio. Morirà all’improvviso.

    Stessa sorte per Carlo Capella, sottratto alle autorità statunitensi che lo accusavano di pedopornografia e portato in Vaticano, anche lui con la scusa di un processo che ci fu, con una condanna penale a cinque anni mai scontata. Viene infatti “pizzicato” dal Washington Post niente popò di meno che alla penitenzieria del Papa, dove vendeva indulgenze.

    I casi sono anche qui a decine e gli interventi del Papa evidenziano la doppia faccia della medaglia di una chiesa che da un lato grida tolleranza zero, dall’altro tollera al 100% i comportamenti maldestri di preti e vescovi. Una chiesa che ha creato sul solo territorio italiano ben 22 centri per assistere i preti pedofili. Nessuno per dare assistenza alle vittime, che oramai solo in Italia non ricevono neppure un indennizzo, tranne quando imposto dai tribunali italiani.

    Il podcast ci svela complessivamente quello che è il sottobosco nelle retrovie del clero, certo poco coerente con il Motu proprio. Quanto la “via italiana” vantata dal presidente della Conferenza Episcopale Matteo Zuppi, di fatto rimasta anch’essa immobile di fronte a quanto emerge pubblicamente nel podcast, nel quale è lo stesso vescovo Rosario Gisana d ammettere: di aver insabbiato il caso, che ci siano altri casi mai denunciati nella sua diocesi – a suo dire molto più gravi che quello di don Rugolo –,  del tentativo di comprare (con 25.000€ della Caritas e un accordo con il vincolo della riservatezza) il silenzio della vittima.

    Ma perché di fronte alle evidenze di Enna la chiesa italiana e lo stesso Papa non intervengono applicando il Motu proprio? Una norma tanto efficace a detta del Vaticano, che avrebbe dovuto scardinare la pedofilia nel clero, punire i pedofili e i vescovi insabbiatori. Invece una bolla di sapone, che devo dire ha raggiunto l’obbiettivo illudendo con false rassicurazioni i cattolici, in fondo gli unici interessati alla tutela dei figli, in quanto gli aderenti ad altre confessioni religiose o gli atei, non corrono questo rischio.

    E anche qui l’intera comunità cattolica tace genuflessa e fiduciosa, forse colta improvvisamente da un attacco di follia collettiva.

    A tutto ciò si aggiunge l’omertà della stessa comunità cattolica, gli attacchi verso chi ha denunciato, che anziché essere supportato e ringraziato dalla comunità per aver impedito che possano accadere altri abusi magari ai propri figli, si ritrova invece messo letteralmente alla gogna per aver “infangato” il buon nome di quella comunità, puntualmente ricca di una miseria morale e cristiana da far impallidire.

    Certo par brutto fare di tutta l’erba un fascio, ma purtroppo nel fascio, in questi casi i fili d’erba che restano fuori da questo meccanismo omertoso e autolesionista sono davvero pochi.

    È sufficiente fare una piccola ricerca su internet per scoprire che a fronte dei tanti proclami, di fatto in Italia non esiste negli anni un solo caso in cui le gerarchie, un vescovo, un sacerdote o un fedele abbiano mai denunciato.

    A farlo sono solo le vittime, tutte ovviamente cattoliche e anche qui sono pochissime, in quanto spesso intimidite. Vediamo nei fatti una comunità cattolica più simile ad una setta, sempre pronta a protestare e scendere in piazza per motivi ideologici, restia invece se si tratta di motivi come la salute psicofisica dei propri figli.

    Questo accade perché manca quell’amor proprio di cui parlavo prima, anche verso il Dio in cui credono. I cattolici italiani in realtà non credono in Dio, ma nello Stato Pontificio e accettano tutto, anche se contrario al loro stesso credo o per loro lesivo.

    Va detto che certamente la pedofilia è ovunque e i vuoti legislativi non favoriscono solo la chiesa ma la pedofilia in generale. La chiesa come abbiamo visto è un maggior problema perché non solo è frequentata quotidianamente da migliaia di minori, regalando molte più possibilità per un predatore di adescare, ma anche per il fatto che sistematicamente non denuncia. Questa per il predatore anche laico è una enorme sicurezza in quanto nella peggiore delle ipotesi verrà solo allontanato, non denunciato, ma mandato a stuprare bambini altrove.

    Il detto “dove c’è un pedofilo c’è una comunità che lo protegge” non è così sbagliato. Spetta a noi tutti rompere questo meccanismo, tenuto in vita unicamente dall’indifferenza e dall’omertà.

  • LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    LETTERA APERTA / COMUNICATO STAMPA – Noi siamo Chiesa

    A Sua Eminenza Cardinale

    Matteo Maria Zuppi

    Presidente della Conferenza Episcopale Italiana

    Ai Rev.mi membri tutti della C.E.I.

    Affrontare il tema degli abusi sui minori e le persone vulnerabili è dirimente per poter parlare degnamente di sinodalità e riforma della Chiesa.

    Prima di “PROTEGGERE, PREVENIRE, FORMARE” è necessario ricercare VERITA’, FARE GIUSTIZIA, ASSICURARE RISARCIMENTI MORALI ED ECONOMICI alle vittime/sopravvissuti.

    Chiediamo di passare dalle parole ai fatti

    I dati rassegnati con la Vostra “ SECONDA RILEVAZIONE” ci appaiono contrastanti e insufficienti per approccio, consistenza ed effettivi contenuti, peraltro privi di riscontri esterni alla realtà ecclesiale.

    Cosa significa “ …chiunque denuncia anche a distanza di anni viene ascoltato, e comunque noi facciamo un procedimento interno. E’ difficile che oggi un vescovo insabbi. Semmai il rischio è quasi il contrario: che per prudenza si avviino procedimenti giuridici anche soltanto per verificare i fatti.”

    Il sistema giudiziario del nostro Paese non è degno di fare verità e rendere giustizia alle numerosissime vittime nascoste e sofferenti ?

    In merito ai vescovi insabbiatori, abbiamo dettagliata conoscenza di casi esistenti che contraddicono tale affermazione.

    Ancora una volta, come parte del Coordinamento ITALYCHURCHTOO contro gli abusi nella Chiesa Cattolica,

    CHIEDIAMO

    LA COSTITUZIONE DI UNA COMMISSIONE INDIPENDENTE ED ESTERNA

    TOTALE MESSA A DISPOSIZIONE DEGLI ARCHIVI DIOCESANI E DI OGNI ISTITUZIONE DELLA CHIESA E DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI

     INDIVIDUAZIONE ED ALLONTANMENTO IMMEDIATO DI CHI HA OMESSO E COPERTO

    DENUNCIA ALL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA DEI PRESUNTI COLPEVOLI

    Ci pare evidente che nel modo in cui si sta procedendo non si va da alcuna parte.

    Improponibile fare prevenzione senza prima fare verità e giustizia.

    Quale credibilità potrà avere la Chiesa italiana se non pone in essere misure coraggiose al pari di quanto già deciso e posto in essere da altre conferenze episcopali in Europa (tra queste in Germania, Francia, Spagna,Portogallo, Svizzera, Irlanda)

    L’ ASSEMBLEA NAZIONALE DI “NOI SIAMO CHIESA”

    Sezione italiana del movimento internazionale We are Church per la riforma della Chiesa Cattolica.

    Milano, 2 dicembre 2023 Lettera aperta Comunicato Stampa

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 14 del 9 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 14 del 9 dicembre

    Federica Tourn – Gli 80 anni dei Focolari, tra luci e molte ombre

    Margaret Karram e Jesús Morán, presidente e copresidente dei Focolari, sono stati ricevuti in udienza dal papa il 7 dicembre, giorno in cui ricorrono gli ottanta anni dalla fondazione del movimento da parte di Chiara Lubich. Nel pomeriggio, il cardinale Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, ha presieduto una messa di ringraziamento nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, insieme ad altri cardinali e vescovi. Una celebrazione in pompa magna per un movimento che ha dovuto ammettere di avere al suo interno diversi casi di pedofilia (66 i casi individuati dal 1969 al 2012, secondo i dati raccolti dalla Commissione interna dei Focolari): il più eclatante è senz’altro quello di Jean-Michel Merlin, un focolarino francese che ha violentato almeno 37 bambini e che è stato definito un «abusatore seriale di minori».

    Meno di due settimane fa, il 25 novembre, lo stesso papa ha però nominato Margaret Karram membro del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita: una decisione che ha destato stupore e scandalo fra le vittime e i fuorisciti dal movimento. L’Oref, organizzazione ex focolari, ha scritto una lettera aperta al cardinale Farrell in cui sottolinea la grave incompatibilità della nomina della presidente dei Focolari con la funzione di tutela che il Dicastero riveste in caso di denunce di abuso all’interno dei movimenti. «Questa nomina – si legge nella lettera di Oref – si configura come un grave conflitto di interessi: per noi e per le vittime di abusi, quel Dicastero era l’ultima istanza cui rivolgersi nella speranza di ottenere ascolto, comprensione e giustizia. E ora?».

    Ora, chi controlla adesso il controllore? La contraddizione appare evidente, soprattutto se si pensa alla “tolleranza zero” sugli abusi proclamata più volte da Bergoglio. «Margaret Karram dovrebbe contemporaneamente operare per risolvere il problema degli abusi all’interno del Movimento dei Focolari ed esprimersi poi sulle accuse di questi ultimi in seno al suo Dicastero», spiegano gli ex focolarini.

    Approvato dalle gerarchie ecclesiastiche nel 1962 (quasi vent’anni dopo la sua fondazione) con il nome di Opera di Maria, il movimento dei Focolari ha la sede centrale a Rocca di Papa ed è oggi diffuso in 182 paesi.

    Fonte: Domani


    Ludovica Eugenio

    E’ dedicato interamente al tema degli abusi nella Chiesa l’ultimo numero, il quarto de  2023, della rivista internazionale di teologia Concilium. Un tema già affrontato nel 2004, in un numero intitolato “il tradimento strutturale della fiducia”, che oggi viene ripreso e attualizzato. Cosa si intende per abuso? Lo spiega l’editoriale: “abuso – si legge – è un termine problematico perché potrebbe suggerire che vi possa essere un uso “corretto” di una persona, in contrasto con il suo ab-uso.

    Ciò non è possibile: non esiste un “uso” giusto o sbagliato di una persona, giacché una persona non dovrebbe mai essere usata. Eppure questa terminologia fa emergere esattamente il nocciolo della questione: nei casi di abuso sessuale gli individui non sono percepiti e rispettati come soggetti e persone. Sono usati, oggettivati, strumentalizzati. L’abuso è quindi sempre un abuso di potere e un abuso di fiducia, soprattutto nei rapporti di dipendenza. In particolare, nei rapporti di direzione spirituale o di cura pastorale. Proprio questo è il fulcro di questo fascicolo.

    Concilium tratta il tema da diverse prospettive e su un piano internazionale, registrando la difficoltà di contesti molto diversi tra loro in alcuni dei quali è ancora difficile mettere a tema l’abuso clericale. Vi sono dunque contrubuti molto diversi, ma tutti accomunati dal fatto che il contesto istituzionale in gioco è sempre la chiesa. Viene dunque messo in discussione il ruolo e la responsabilità istituzionale e teologica della chiesa cattolica, sia nel consentire relazioni di abuso sia coprendo e insabbiando.

    Undici i contributi presenti nel numero, tra i quali quelli della teologa tedesca Ute Leimgruber sulla rilevanza teologica della narrazione delle vittime, quello della teologa francese  Marie-Jo Thiel sul Rapporto Sauvé nella Chiesa francese, della ex religiosa, vittima di abusi Doris Reisinger sull’abuso spirituale e di p. Hans Zollner, preside dell’Istituto di antropologia della università Gregoriana sul significato della rielaborazione.


    Alessio Di Florio – L’ascolto che non ascolta del Vaticano

    Ascolto. Tante volte papa Francesco, Zuppi o altri della CEI hanno usato questa parola. Ascolto delle vittime, ascolto delle donne, ascolto di tante e tanti. A parole, la verità come spesso accade dietro le mura vaticane è un’altra come sottolinea questa dichiarazione di “Donne per la Chiesa”.

    Leggiamo la notizia che uno dei temi che verrà trattato da Papa Francesco, riunito con il gruppo dei 9 cardinali in questi giorni, sarà “la dimensione femminile nella Chiesa”. Da una parte ci incuriosisce cosa potrà emergere; dall’altra ci delude che, di nuovo e nonostante le tante istanze della nostra associazione, come di altre, le donne siano assenti al tavolo dove si parla del loro ruolo.

    Parlano di noi e su di noi ma non con noi.

    Auspichiamo invece e continuiamo a sollecitare un dialogo più autentico e sinodale, dove le donne siano soggetti del proprio processo di partecipazione nella comunità ecclesiale e dove si possa parlare di ministerialità così come di altre riforme necessarie.

    Alcune di noi insieme a tante teologhe e teologi contemporanei si domandano se non sia tempo per un superamento del principio petrino e mariano. Aggiungiamo che questa modalità binaria di definire la realtà presuppone separazione e impone paletti che ingabbiano invece di liberare i carismi di ciascuna e ciascuno.

    Abbiamo la sensazione che questo arroccarsi su alcune specifiche posizioni o teorie teologiche, di nuovo, nasconda un timore per una partecipazione sempre più ampia delle donne nella Chiesa.


    Francesco Zanardi – Ci siamo fatti in TRE. Nasce Rete L’ABUSO WEB PORTAL con tre siti tematici dedicati
    Un’esigenza per continuare a mantenere un servizio informativo di eccellenza, soprattutto in Italia dove l’informazione è estremamente carente, tanto da venire troppo spesso meno a quella che dovrebbe essere la sua funzione sociale.

    Una scelta radicale che valorizza con i suoi contenuti la stessa storia del paese e le inascoltate proteste dei sopravvissuti, documentata con migliaia di contenuti di cui molti non più reperibili sul web, ma presenti nel nostro archivio.

    Il nuovo PORTALE trova oggi all’indirizzo solito test.retelabuso.org/ tre distinte strutture:
    Il PORTALE – ASSOCIAZIONE SOPRAVVISSUTI che conterrà i soli contenuti relativi all’Associazione, l’operato negli anni, i consigli e i servizi MEDICI e LEGALI regionali, per le vittime.

    Il PORTALE – TG NEWS – NOTIZIE REGIONALI contenente non solo tutte le edizioni del TG NEWS ma la selezione di tutte le notizie di archivio storico, suddivise per Regione e categoria.

    Il PORTALE – OSSERVATORIO PERMANENTE contenente gli unici dati statistici italiani.
    I database sui sacerdoti accusati; quelli condannati; le strutture della chiesa per curare i preti pedofili (nessuna per le vittime); i vescovi insabbiatori tuttavia rimasti al loro posto in Itali, malgrado il Motu proprio; le statistiche sulla base europea; i riscontri sull’entità del fenomeno in Italia.

    Dati unici in quanto a differenza degli altri paesi, l’Italia non ha mai prodotto.
    Come è visibile a colpo d’occhio da ogni portale di accesso tematico, emerge uno storico molto chiaro, malgrado i contenuti siano gli stessi di prima.

    La struttura in realtà, malgrado i tre PORTALI tematici permette tramite la ricerca interna al PORTALE – indipendentemente dal portale utilizzato – la scansione dell’intero ARCHIVIO STORICO, con contenuti documentali che partono dal 1870 con sentenze di condanna (all’epoca MORALE) del RE d’Italia Umberto 1° e continuano con la storia “censurata” dalla memoria del paese, come lo “scandalo” di Varazze, luglio 1907, dietro ai preti pedofili, la guerra civile che in due giorni da Savona, travolse tutta Italia.
    I tre PORTALI sono già attivi e consultabili a pieno regime nella maggior parte dei servizi, alcuni ancora in fase di riallestimento.


    Pierelisa Rizzo

    La chiameremo Sheila ed è l’assistente sociale che ha testimoniato in tribunale ed ha contribuito a mettere in prigione uomini che hanno abusato di bambini e adolescenti ospiti degli orfanatrofi cattolici Madonna Manor e Hope Haven, a diverse miglia da New Orleans. “Ho provato. Ho fatto tutto quello che potevo per far arrestare quell’uomo”, ha detto, riferendosi a Harold Ehlinger, che viveva in un dormitorio quando il suo lavoro quotidiano fare l’assistente sociale ai ragazzi del Madonna Manor, ora chiuso.

    Questi due edifici, che ospitavano gli orfanatrofi belli allora e ben curati,  sono stati il rifugio di sadici e violentatori per decenni, beni immobili importanti  nella protezione dalla bancarotta che l’arcidiocesi ha voluto nel 2020, affrontando cause legali per le vittime di abusi. Il caso della Chiesa ora supera le 500 denunce di abuso grazie anche ad una legge della Louisiana , a rischio di sopravvivenza, che ha eliminato i termini di presentazione delle domande per le vittime.

    Man manco che si va avanti sta emergendo i contorni di una cultura religiosa criminale sotterranea con circa 100 denunce di abusi incentrate sui due orfanotrofi.

    Lo chiameremo Leon. Nato nel 1971, fu mandato a Madonna Manor da una famiglia che si era separata, alla fine del 1982 o 1983. “Invece di subire abusi, scappavo – troppe volte per poterle contare.  Era praticamente una prigione”. Era l’autunno del 1980, quando Sheila andò a lavorare al Madonna Manor. Nella consulenza e nella terapia di gruppo trovò ragazzi arrabbiati, cinici e che agivano per gli abusi sessuali subiti

    Sheila,  se n’era già andata quando arrivò Leon. Le autorità della Chiesa avevano permesso al fratello Harold Ehlinger di risiedere in un cottage vicino a Hope Haven.

    “Il fratello Harold era come il capo- dice Leon –   A volte indossavano maschere per nascondere la loro identità così non sapevi chi ti avesse violentato”.

    Ehlinger era uno del gruppo di presunti pedofili presenti a Hope Haven e Madonna Manor, secondo varie cause pendenti, deposizioni e documenti che forniscono nuovi, agghiaccianti particolari su due delle istituzioni più famigerate legate alla crisi degli abusi del clero cattolico, ma i cui dettagli sono stati in gran parte sepolti nel passato. La storia di Leon è solo una delle decine di testimonianze drammatiche . C’è Joe, violentato da Martin Marie, un membro delle Suore Scolastiche di Notre Dame e che, secondo Joe, non è stata l’unica suora complice delle percosse e degli abusi sessuali che ha subito sull’orlo della pubertà. C’è Rene Perez,  investito mentre a bordo della sua bicicletta era fuggito dall’orfanatrofio.

    Non è chiaro quando esattamente le due istituzioni la Hope Haven che aprì negli anni 20 e la Madonna Manor, aperta pochi anni dopo,  siano diventate una calamita per i pedofili e le persone inclini a comportamenti sadici. Ma 17 cause legali avviate nel 2005 contenevano accuse risalenti agli anni ’50 che descrivevano abusi orribili.

    Una figura importante nel contenzioso del 2005, è un prete di nome Ray Hebert, direttore delle due strutture dal 1966 al 1971.

    Hebert,  che era un monsignore  aveva la responsabilità degli orfanotrofi ed era a conoscenza delle dinamiche interne alle due strutture. Era lui che dopo avere accettato l’incarico, negli anni ’90 come vicario del clero presso l’arcidiocesi di New Orleans, avrebbe dovuto indagare sui preti accusati di abusi sessuali su minori.

    Hebert avrebbe stilato un rapporto al suo capo di allora l’arcivescovo Philip Hannan su una conversazione che aveva avuto con padre Lawrence Hecker accusato varie volte di abusi e ora in carcere in attesa di processo . Rapporto poi distrutto.

    Alla fine, dopo che l’arcidiocesi ha risolto la controversia Hope Haven-Madonna Manor per 5 milioni di dollari, le vittime che hanno nominato Hebert  hanno ritirato le accuse contro di lui.

    Tra il 2010 e il 2020, l’arcidiocesi ha risolto più di 130 denunce di abusi sessuali, per un totale di 11,7 milioni di dollari, in molti casi richiedendo alle vittime di firmare accordi di riservatezza

    L’arcidiocesi non avrebbe mai pagato un tale risarcimento se non considerasse credibili le vittime .

    Pierelisa Rizzo

    Fonte The Guardian.

  • Nasce Rete L’ABUSO WEB PORTAL con tre siti tematici dedicati

    Nasce Rete L’ABUSO WEB PORTAL con tre siti tematici dedicati

    Un’esigenza per continuare a mantenere un servizio informativo di eccellenza, soprattutto in Italia dove l’informazione è estremamente carente, tanto da venire troppo spesso meno a quella che dovrebbe essere la sua funzione sociale.

    Una scelta radicale che valorizza con i suoi contenuti la stessa storia del paese e le inascoltate proteste dei sopravvissuti, documentata con migliaia di contenuti di cui molti non più reperibili sul web, ma presenti nel nostro archivio.

    Il nuovo PORTALE trova oggi all’indirizzo solito test.retelabuso.org/ tre distinte strutture:

    – Il PORTALE  che conterrà i soli contenuti relativi all’Associazione, l’operato negli anni, i consigli e i servizi MEDICI e LEGALI regionali, per le vittime.

    – Il  PORTALE –  contenente non solo tutte le edizioni del TG NEWS ma la selezione di tutte le notizie di archivio storico, suddivise per Regione e categoria.

    – Il PORTALE – contenente gli unici dati statistici italiani.

    I database sui sacerdoti accusati; quelli condannati; le strutture della chiesa per curare i preti pedofili (nessuna per le vittime); i vescovi insabbiatori tuttavia rimasti al loro posto in Itali, malgrado il Motu proprio; le statistiche sulla base europea; i riscontri sull’entità del fenomeno in Italia.

    Dati unici in quanto a differenza degli altri paesi, l’Italia non ha mai prodotto.

    Come è visibile a colpo d’occhio da ogni portale di accesso tematico, emerge uno storico molto chiaro, malgrado i contenuti siano gli stessi di prima.

    La struttura in realtà, malgrado i tre PORTALI tematici permette tramite la ricerca interna al PORTALE  – indipendentemente dal portale utilizzato – la scansione dell’intero ARCHIVIO STORICO, con contenuti documentali che partono dal 1870 con sentenze di condanna (all’epoca MORALE) del RE d’Italia Umberto 1° e continuano con la storia “censurata” dalla memoria del paese, come lo “scandalo” di Varazze, luglio 1907, dietro ai preti pedofili, la guerra civile che in due giorni da Savona, travolse tutta Italia.

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    Ci scusiamo per i disservizi.

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  • Svizzera, minacce di morte al prete che denunciò omissioni e abusi sessuali facendo partire maxi inchiesta, nei guai 4 vescovi

    Svizzera, minacce di morte al prete che denunciò omissioni e abusi sessuali facendo partire maxi inchiesta, nei guai 4 vescovi

    A settembre l’università di Zurigo ha pubblicato una prima analisi sugli archivi (finora segreti) delle diocesi in Svizzera. Negli ultimi 70 anni ci sono stati ben 1002 i casi di abusi accertati da parte di preti, vescovi o religiosi. I vertici dell’episcopato elvetico, d’accordo con il Vaticano, hanno promosso una ulteriore ricerca e rafforzato il team inquirente per valutare il comportamento omissivo di quattro vescovi (tre dei quali ancora in carica), chiedendo aiuto a un magistrato cantonale e a una professoressa di diritto penale. Sotto la lente di ingrandimento tutto il loro operato. Spetterà successivamente al Vaticano decidere se imporre misure disciplinari ai vescovi insabbiatori, oppure se aprire un procedimento penale ecclesiastico nei loro confronti. L’apertura del Vaso di Pandora degli abusi in Svizzera ha naturalente scatenato mille polemiche dentro e fuori la Chiesa e messo in seri guai un parroco che con coraggio, tempo addietro, aveva fatto partire le inchieste mediante accuse pubbliche e documentate.

    Ora Nicolas Betticher, parroco a Berna, non si sente sicuro dopo avere ricevuto minacce di morte.

    Davanti a casa sua ha trovato una bara di cartone con sopra stampate delle croci, sulla sua porta sono stati disegnati simboli satanici, senza contare gli improperi e le offese arrivategli per posta. Al quotidiano Le Matin Dimanche ha confidato: «Ho ricevuto minacce di morte e lettere anonime in cui mi maledicevano». Per l’ex vicario generale della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo non sono tempi facili.

    Tutto è iniziato quando una sua denuncia inviata al nunzio apostolico è stata pubblicata da un giornale. Da quella missiva è partita l’indagine a tappeto su tutto il territorio nazionale. In passato aveva tentato di parlare di un caso ma all’epoca le autorità non lo ascoltarono. «Stavolta ho deciso di esprimermi ora perché sono stato interrogato dall’Università di Zurigo e perché in virtù del diritto canonico dovevo anche trasmettere le mie dichiarazioni alla Santa Sede».

    Ho detto tutto quel che sapevo e tutto quel che ho vissuto in oltre trent’anni di vita ecclesiastica (anche perché la circostanza esulava dal segreto professionale). Secondo «il diritto canonico quando si viene a conoscenza di aspetti critici riguardanti i vescovi, si è tenuti a informare la Santa sede. Ed è quel che ho fatto».

    https://www.corriereadriatico.it/attualita/abusi_sessuali_minori_inchiesta_prete_minacciato_di_morte_denuncia_svizzera_vescovi_vaticano_pedofilia_chiesa_ultime_notizie-7753213.html

  • Abusi: la tolleranza zero parte dal diritto canonico. Proposte al Sinodo

    Abusi: la tolleranza zero parte dal diritto canonico. Proposte al Sinodo

    41604 ROMA-ADISTA. Una settimana intensa, quella tra il fine agosto e inizio settembre, per le organizzazioni di sopravvissuti agli abusi del clero. L’incipiente Sinodo sulla sinodalità, in corso a Roma dal 4 al 29 ottobre, ha rappresentato infatti l’occasione per tentare un’interlocuzione con il Vaticano sul tema della tolleranza zero nella gestione degli abusi e per presentare alcune iniziative di rilievo. In prima fila, Ending Clergy Abuse (ECA), organizzazione mondiale di attivisti per i diritti umani con un focus sui diritti dei bambini e sulle vittime di abusi sessuali sui minori perpetrati dal clero), con Survivors Network of those Abused by Priests (SNAP, fondata nel 1989, organismo ombrello di 501 organizzazioni senza scopo di lucro di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e dei loro sostenitori negli Stati Uniti) e Rete L’Abuso.

    “Cosa vogliamo?” “Tolleranza zero!”

    ECA è arrivata a Roma il 27 settembre, con una croce di legno alta 2 metri con la scritta “Zero tolerance” portata a spalle da un gruppo di 10 sopravvissuti in un pellegrinaggio di 130 km lungo la via Francigena (v. Adista Notizie n. 33/23). Ma erano più di un centinaio le persone, tra sopravvissuti agli abusi sessuali del clero e attivisti provenienti da 24 Paesi e 5 continenti, che hanno dato vita alla manifestazione del 30 settembre, nei giardini di Castel Sant’Angelo, per chiedere tolleranza zero a papa Francesco, tramite una legge universale della Chiesa cattolica, come richiesto dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, e per condividere tra i partecipanti le esperienze vissute. Tutto questo mentre a poche centinaia di metri, in piazza san Pietro – dove le forze dell’ordine non hanno consentito a ECA di arrivare – aveva luogo la veglia ecumenica di preghiera per il Sinodo.

    Tolleranza zero verso gli abusatori

    Concretamente, Eca, in consultazione con i canonisti, chiede una revisione dell’articolo 1395 del Diritto canonico; in particolare, in primo luogo ampliando il paragrafo 2, con la richiesta della dimissione dallo stato clericale e dell’allontanamento da qualsiasi attività nella Chiesa di chiunque – vescovo, prete, diacono, religioso/a, laico, volontario – commetta un abuso sessuale (compresa produzione o possesso di materiale pornografico) verso un minore o un adulto vulnerabile (laddove con “vulnerabile” non si intende solo chi abbia un uso deficitario della ragione, come espresso nell’uso restrittivo del documento pontificio Vos estis Lux Mundi, ma in generale qualunque persona adulta che al momento del reato sessuale non sia nelle condizioni di operare una decisione libera e con la quale una persona in posizione di potere «per età, status, forza fisica, mentale o emotiva» – che sia vescovo, prete, diacono, laico – intraprenda un’attività sessuale).

    La proposta di revisione del paragrafo 2 del canone 1395, però, va oltre, e comprende 1) l’imprescrittibilità dei suddetti reati; 2) l’obbligo di denuncia per vescovi, preti, religiosi, laici o volontari, pena la rimozione dal ministero o dall’attività nella Chiesa; 3) il dovere di informare delle procedure e dei processi la vittima e chi denuncia; 4) la rimozione della persona accusata da ogni incarico ecclesiale durante l’investigazione previa; 5) il dovere di informare la vittima o la famiglia o il denunciante dell’esito delle procedure; 6) in caso di ammessa o provata colpevolezza, all’imputato deve essere vietato qualsiasi ministero o attività nella Chiesa, oltre alla dimissione dallo stato clericale se è ordinato, e questa decisione va resa pubblica e diffusa sui media.

    Tolleranza zero verso gli insabbiatori, trasparenza e risarcimenti

    Eca propone poi l’inserimento di due nuovi paragrafi: il n. 3 intende colpire la copertura e l’insabbiamento di chi sappia o sospetti un caso di abuso e ometta di denunciare, punendo il soggetto con la stessa pena inferta al colpevole dell’abuso; anche in questo caso, senza termini di prescrizione, ribadendo l’obbligo di denuncia e di trasparenza nei confronti delle vittime o dei denuncianti, sospendendo dall’incarico l’accusato. Il paragrafo 4 sancisce il diritto per le vittime di ricevere tutta la documentazione relativa ai responsabili dell’abuso e ai loro supervisori. In caso di violazione di questo diritto, le persone che rifiutino la trasmissione del dossier subiranno le stesse pene di cui sopra, con obbligo di diffusione pubblica dei nomi sui media. Quanto al paragrafo 5, esso sancisce per le vittime – o per le famiglie, in caso di decesso della persona colpita – il diritto a ricevere dalla Chiesa un risarcimento per il danno subìto, monetario e non.

    Le forze dell’ordine hanno “pedinato” l’iniziativa di ECA per tutto il weekend, tanto da bloccare davanti al Colosseo una macchina della polizia che ha piantonato, presso l’hotel che ospitava i membri di Eca, un furgone arrivato dalla Germania che trainava un carro “goliardico” con la scultura in cartapesta di un vescovo dormiente e la scritta “L’instancabile investigazione sugli abusi del clero”.

    Il 2 ottobre ECA ha tenuto una conferenza stampa presso la Sala Stampa Estera, con sopravvissuti e attivisti. Hanno evidenziato la portata mondiale degli abusi, il rifiuto del papa di rendere la tolleranza zero una legge universale della Chiesa e l’incapacità di includere la questione degli abusi del clero nel Sinodo. Tra di essi, era presente anche l’argentino Diego Pérez, vittima di abusi all’età di 16 anni del prete Eduardo Lorenzo, “protetto” dall’allora arcivescovo di La Plata mons. Víctor “Tucho” Fernández, oggi prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (del quale ECA chiede con forza la rimozione, v. Adista online del 29/9/23). Era accompagnato dall’avvocato Sergio Salinas di ECA, già ricorrente per le vittime dell’Istituto Próvolo.

    Durante la conferenza stampa, due membri di ECA hanno dato conto di un incontro imprevisto e “provvidenziale”, avvenuto il 27 settembre per le strade di Roma, con il card. Jean-Claude Hollerich del Lussemburgo, relatore generale del Sinodo. Il cardinale si era precedentemente impegnato con ECA a consegnare la bozza di revisione del can. 1395 del diritto canonico sulla tolleranza zero al papa, in occasione del suo incontro con quest’ultimo il 18 settembre, ma Hollerich ammette di averne dimenticato la copia in Lussemburgo. Il 29 settembre, un’altra copia del documento gli è stata consegnata a Roma, insieme a una richiesta di chiarimenti e all’invito a partecipare alla conferenza stampa del 2 ottobre. Ovviamente non si è presentato.

    Il controreport della Rete L’Abuso

    Nel corso della conferenza stampa, Francesco Zanardi, fondatore e anima della Rete L’Abuso, ha presentato un “controreport” – rispetto a quello della Cei – sullo stato dei casi di abuso su minori nella Chiesa italiana: 332 i casi documentati dalla Rete in 13 anni di attività, nessuno dei quali denunciato all’autorità civile dall’autorità ecclesiastica. «Il cardinale Matteo Zuppi non ha mai voluto acquisire i nostri dati», ha detto Zanardi, che ha anche definito «deludenti» gli incontri, promessi e effettivamente avvenuti, con il presidente della CEI, che continua a rifiutare la strada della commissione indipendente d’inchiesta sul modello di tanti altri Paesi, e a confermare che «non ci sarà da parte della Chiesa italiana alcun indennizzo ai sopravvissuti che, a detta del cardinale, indurrebbe soltanto le vittime a denunciare». «Disattesa – prosegue Zanardi – anche l’acquisizione di tutti i casi denunciati alla Rete L’ABUSO, malgrado la volontà da parte dell’Associazione di accettare la richiesta avanzata in conferenza dallo stesso Presidente della Cei, in virtù della disponibilità offerta e delle stesse parole di Zuppi; l’aspetto morale non si prescrive». Insomma: «Nessuno da parte della Chiesa ha più voluto quei nomi». Nemmeno quando, nell’estate 2023 – a seguito di alcune segnalazioni pervenute dal territorio della diocesi di Sanremo dopo che la curia diocesana, informata dei fatti, nulla avrebbe fatto –, la Rete ha scritto in via ufficiale al vescovo Antonio Suetta: non ha ricevuto la richiesta dei nominativi coinvolti, ma «una minaccia di querela all’Associazione». «Il Motu proprio prevede almeno sulla carta rigide sanzioni per i vescovi che insabbiano o non affrontano adeguatamente i casi, ma chi controlla e le applica?», chiede Zanardi. Che sintetizza in modo plastico i dati in suo possesso, più avanti esaminati nel dettaglio: «Nel 100% dei casi è stata omessa la comunicazione da parte dell’autorità ecclesiastica alla Giustizia italiana; nel 100% dei casi la Chiesa non ha reso giustizia alla vittima neppure sotto l’aspetto morale; nel 100% dei casi i sopravvissuti non hanno ricevuto soccorso medico adeguato, in praticamente tutti i casi nessuno ha ricevuto sostegno tranne incontri di natura “spirituale”, non classificabili tuttavia come soccorso o assistenza di carattere medico psicologica; nel 100% dei casi non è stato dato nessun indennizzo da parte della Chiesa, tranne in quei casi (circa l’8-9%) dove c’è stato l’interesse della Chiesa a un accordo tra le parti con il vincolo della riservatezza. Casi che non possono essere accolti come indennizzi, non solo per la cifra indecorosa rispetto al danno (in genere 25.000€), ma per la finalità stessa per la quale quella cifra viene elargita, ovvero vincolare la vittima al silenzio lasciando il sacerdote “anonimo” e libero di poter reiterare; nel 100% dei casi in cui c’è stata una condanna da parte della giustizia italiana o ecclesiastica (esclusi i sacerdoti deceduti o suicidi, quelli che hanno lasciato il sacerdozio o i pochi ridotti allo stato laicale dalla stessa Chiesa) i sacerdoti sono sempre stati reintegrati in parrocchie dove è difficile non essere a contatto con minori anche quando c’è un decreto o una raccomandazione del vescovo».

    Zanardi ha consegnato il suo controreport alle Nazioni Unite a Ginevra sotto forma di denuncia, dopo la precedente, che riguardava le omissioni del Governo italiano e quelle della Procura Generale della Repubblica italiana. Presente insieme a lui presso l’Onu (Comitato per i diritti dell’infanzia) anche l’avvocato Mario Caligiuri.

    Da Roma a Ginevra

    I rappresentanti di ECA sono infatti volati il 3 ottobre a Ginevra, per chiedere a diversi organismi delle Nazioni Unite di costringere il Vaticano – che nel suo status è praticamente intoccabile – ad assolvere i suoi obblighi internazionali, denunciando, a proposito dell’abuso clericale, «crimini contro l’umanità», come quelli perpetrati da rappresentanti della Chiesa in Colombia, e «genocidio», come in Canada, dove due anni fa sono state scoperte fosse comuni con centinaia di bambini indigeni, sottratti con la forza alle famiglie e educati nelle scuole della Chiesa cattolica fino alla fine degli anni ’60, poi gestite dal governo negli anni ’70 fino alla chiusura, una trentina di anni fa. «Questa è una pandemia e deve finire», ha detto in conferenza stampa Adalberto Mendez, tra i fondatori di ECA. «È un problema enorme, un problema di diritti umani, non solo in Europa, ma in tutto il mondo». L’incontro è avvenuto a margine del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, al fine di un primo confronto con i rappresentanti degli Stati sullo status giuridico del Vaticano, responsabile delle violazioni dei suoi obblighi internazionali.

    ECA proseguirà il suo impegno all’Aia e chiederà alla Corte internazionale di giustizia (CIG) un’analisi internazionale dello status giuridico della Santa Sede in termini di diritto internazionale e alla Corte penale internazionale (CPI) di occuparsi di alcuni casi.

    https://www.adista.it/articolo/70714

  • L’8 per mille finanzia i preti pedofili

    L’8 per mille finanzia i preti pedofili

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la Chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso, durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

    È una giornataccia, il 10 ottobre, per monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina. Al tribunale di Enna si sta svolgendo un’udienza fiume del processo a don Giuseppe Rugolo, sacerdote della diocesi accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, interrogato come testimone dal procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla pm Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta: pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con l’indagine ecclesiastica e il conseguente trasferimento del sacerdote a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli, e invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, come abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022, e ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti.

    L’imputato del processo che si è aperto a Enna il 7 ottobre 2021, sia chiaro, è soltanto don Rugolo,  che dovrà rispondere di violenza sessuale su minori, secondo gli articoli 81 e 609 bis del codice penale. Dalle intercettazioni e dagli atti del processo, oltre che dal dibattimento che si svolge a porte chiuse, emerge però un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare in ogni modo il proprio buon nome, anche a costo di sacrificare la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché c’è un sistema, la chiesa, che li copre e li protegge mantenendo il silenzio sulle loro azioni anche di fronte alle denunce delle vittime.

    Lo sa bene il vescovo Gisana quando, durante una telefonata con lo stesso Rugolo, intercettata dagli inquirenti, ammette apertamente di aver coperto il fatto: «il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021, però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi, casi problematici di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario, don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti. «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma Antonio Messina – Sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a “promuovere” con incarichi in diocesi». In un’intercettazione letta in aula e riportata da Messina, si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non abbia mai denunciato don Mario, perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – precisa Messina – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di Messina Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio.

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si era già “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’e quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, all’epoca settantottenne, già rinviato a giudizio per violenza sessuale su una ragazzina nel 2019, secondo gli articoli 609 e 61 del codice penale. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, il prete, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente a venire da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Iannì nel 2018 era stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – aggiunge Antonio Messina – io avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». Sempre a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio dal Gup a febbraio 2022 per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai ritenere necessario informare le autorità civili. All’Ansa, quando era scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla domanda di spiegazioni su questo sacerdote accusato di avere abusato di un minore ad Enna negli anni tra il 2008 e il 2013, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento della confessione è infatti una vera e propria arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata sui fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era venuto da lui a denunciare di aver subito molestie proprio da Rugolo. Dalle intercettazioni agli atti emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da congetturare con il fido Rivoli su come riparlarne in un secondo tempo: «e quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere istruzioni su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo  rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi ad Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge all’episcopio, di sera e perdipiù in borghese. Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) n un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di un romanzo di Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse davvero uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo. Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso una periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità morale di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, addirittura lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    Monsignor Gisana, con il suo colpevole prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suo preti come un padre fa con i figli. Un padre premuroso che, come si apprende in udienza ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo con i soldi dell’otto per mille nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2020 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta.

    Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’otto per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina e abbiamo già scritto su Domani, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Il vicario generale, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti. Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo.

    Quanto ad Antonio Messina, la teoria che monsignor Gisana spaccia a un altro prete, tale don Angelo, è che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta Antonio Messina – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi, che vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie interne. Eppure monsignor Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo gay vittima di abusi.

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco nella politica di tolleranza zero sugli abusi contro i minori, con conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi?

    Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.