Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: insabbiatori

  • Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    di Giorgio Gandola – Colpa del superlavoro, del navigatore rotto e del River Plate. Sono i tre motivi che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha elencato davanti al collega Oscar Cantoni per motivare la nomina di quest’ultimo a cardinale e l’ennesima beffa subita.

    Una scena spiacevole avvenuta nel duomo di Como davanti a 500 fedeli in raccoglimento per la cerimonia più solenne: la concessione ufficiale della porpora all’amato vescovo della città. Molti hanno commentato il discorso delpiniano come una “scherzosa protesta”, una “divagazione ricamata sul filo dell’ironia”; in realtà si è trattato di uno sberleffo pubblico che in 400 anni mai era risuonato nella cattedrale intitolata a Santa Maria Assunta.

    Un accadimento che a Como nessuno dimenticherà, un affronto soprattutto a Papa Francesco che ha nominato Cantoni e non Delpini, perché “nemmeno la Trinità conosce cosa pensi un gesuita”. Il giorno dopo il siluro coram populo è permeato  di un silenzio assordante: il neocardinale è molto amareggiato ma, come si rileva nel vescovado lariano, “non ha nessuna intenzione di scendere in polemica e rovinare un momento così speciale per l’intera comunità comasca e valtellinese”. In Vaticano, dove tutti hanno visto il video e letto i report, lo scandalo dell’augurio al confratello trasformato in stand up comica è soffocato in nome della fratellanza della tonaca. Ma nelle sacre stanze c’è chi se l’è legata al dito. Una scena con accenti da Maurizio Crozza, i vescovi che gli facevano ala si sono esibiti in risate di approvazione che hanno aggiunto imbarazzo a imbarazzo. Il solo cardinal Francesco Coccopalmerio è rimasto pietrificato da ciò che stava ascoltando.

    Le tre ragioni elencate dall’arcivescovo di Milano per giustificare la scelta e legittimare il sorpasso sarebbero state: “Il Papa pensa che l’arcivescovo di Milano sia troppo occupato e ha voluto dare un po’ di lavoro anche al vescovo di Como”, “Il Papa pensa che il metropolita bauscia di Milano non sappia nemmeno dove sia Roma e sarebbe meglio non coinvolgerlo nel governo della Chiesa universale”, “Il Papa è tifoso del River Plate (in realtà del San Lorenzo de Almagro, tessera numero 88.235, ndr) che è una squadra che non vince e per affinità ha scelto Como, una città che non ha una squadra di calcio vincente perché lo scudetto è a Milano”. Tutto questo a un metro dal raggelato neocardinale Cantoni. Come ridurre tutto a una macchietta. Chissà perché torna alla mente la frase di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”.

    Delpini ha deciso di accendere la miccia, nascondendo la frustrazione dietro il sarcasmo, con una domanda retorica: “Quali sono i motivi che hanno spinto il Papa a imporre la berretta a un vescovo lombardo e non al suo rispettivo metropolita?”. Si è risposto da solo: superlavoro, navigatore rotto e football. Ma questo è folclore, ovviamente.

    Fra le cause del declassamento ce n’è una inconfessabile, che il nostro giornale ha raccontato dall’inizio alla fine: le responsabilità oggettive dell’Arcidiocesi nella gestione del caso di pedofilia sacerdotale che ha visto protagonista don Mauro Galli, condannato in secondo grado a cinque anni e sei mesi per abusi sessuali su un adolescente a Rozzano. La Cassazione ha rimandato il processo in Appello per un vizio di forma e c’è il rischio concreto che la sentenza venga congelata dalla prescrizione.

    Al tempo dei fatti (dicembre 2011) Delpini era vicario episcopale e invece di proporre l’apertura dell’ “indagine previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico per accertare i fatti) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con potenziali giovani vittime. Un atteggiamento che il Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e agli altri prelati, cosiddetti omertosi o insabbiatori. Lo stesso Francesco aveva nominato Delpini arcivescovo nel 2017, quando il caso non era ancora arrivato in tribunale a Milano. E quando i pochi giornali che ne parlavano (noi in prima fila) venivamo additati dalle alte sfere della comunicazione ecclesiastica come dei “divulgatori di fake news”.

    Ecco perché la vicenda comasca non è fine a se stessa ma ci riporta nella terra di mezzo di peccati e peccatori. È difficile che le scelte del Papa non tengano conto del pregresso. L’arcivescovo metropolita lo sa e forse si sente al capolinea. Ma stando a Milano può sempre rivincere lo scudetto.

    (trascrizione da La Verità del giorno 3 settembre 2022)

  • Spagna, 39 vescovi accusati di aver celato abusi sessuali: l’inchiesta de El Pais

    Spagna, 39 vescovi accusati di aver celato abusi sessuali: l’inchiesta de El Pais

    Almeno 39 vescovi spagnoli hanno ricevuto accuse secondo sentenze o inchieste civili o canoniche, documenti e denunce di aver celato casi di abusi sessuali commessi all’interno delle loro diocesi: è quanto svela il quotidiano El Pais, da tempo impegnato in un’inchiesta giornalistica su questo argomento.

    La testata spagnola ha raccolto diverse testimonianze che raccontano di casi in cui, di fronte a denunce da parte di presunte vittime di abusi, i vescovi responsabili delle diocesi in cui sarebbero stati commessi hanno evitato di indagare o celato tali accuse senza agire né adottare provvedimenti. Alcuni vescovi indicati da El Pais sono ancora in attività o hanno ricoperto alte cariche all’Interno della Conferenza Episcopale Spagnola (Cee). Attualmente, aggiunge il quotidiano, sia il Vaticano sia la stessa Cee sono al corrente di tali accuse. In Spagna sono in corso sulla questione degli abusi nella chiesa un’inchiesta incaricata dallo Stato e una, parallela, incaricata dalla stessa Cee.

    Spagna, 39 vescovi accusati di aver celato abusi sessuali: l’inchiesta de El Pais

    Qui quelli censiti in ITALIA

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpgli-insabbiatori/

  • Report su abusi della Chiesa. “Ma senza magistratura rischia di essere un bluff: 161 le nuove denunce”

    Report su abusi della Chiesa. “Ma senza magistratura rischia di essere un bluff: 161 le nuove denunce”

    “Più che un’apertura lo definirei un bluff”. Non usa giri di parole, Francesco Zanardi, 51 anni, presidente della Rete L’Abuso, vittima di un sacerdote quando aveva dieci-undici anni nella parrocchia dove abitava a Spotorno, per commentare le parole del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Matteo Zuppi, circa l’annunciato report della Chiesa del nostro Paese sui casi di abusi sessuali commessi da preti su minori dal 2000 al 2021.

    Zanardi, perché parla di bluff?
    “Il rapporto tratterà soltanto gli abusi relativi agli ultimi venti anni. Mi domando? E chi come me è stato abusato prima, nei decenni tragici in questo senso della Chiesa non solo italiana? Tutto ciò mi sembra davvero discriminatorio per le migliaia di vittime italiane che rimarranno fuori da questa indagine. Non mi sembra civile e nemmeno sensibile. Io fui abusato negli anni Ottanta. Se le cose stanno davvero così questo report è irricevibile, non solo da me ma anche dalle tantissime vittime che si rivolgono alla mia rete L’Abuso per chidere aiuto e insieme conforto”.

    Insomma, per voi si tratta di un passo indietro della Chiesa quanto annunciato?
    “Assolutamente sì, lo devo dire, anche perché mentre tutte le conferenze episcopali nel mondo – l’ultima quella francese ma prima anche diverse altre – fanno inchieste guidate da commissioni esterne, e cioè con persone che studiano dall’esterno i vari casi, la Cei no. La “strada italiana”, come l’ha chiamata Zuppi, è una macroscopica anomalia, questa è la verità. Mi spiace, ma in questo modo le vittime non si sentono nemmeno trattate come tali, non si sentono tutelate, né comprese nonostante a parole siano nel cuore della Chiesa”.

    Negli ultimi anni le denunce si sono ridotte rispetto al passato?
    “Sì, ma il motivo è principalmente uno: ci sono studi scientifici che dicono che vi è una maturazione del trauma che dura dai 30 ai 35 anni. Significa che negli ultimi vent’anni ben poche vittime hanno denunciato sia alla Chiesa sia alla magistratura italiana perché ancora non hanno trovato la forza o la piena consapevolezza per farlo. Per questo motivo è evidente che la Chiesa del nostro Paese uscirà con un rapporto ben poco verosimile”.

    Secondo lei occorrerebbe un coinvolgimento della magistratura?
    “Non ci può essere un report serio senza magistratura. Molte vittime non denunciano alla Chiesa, ma soltanto alla magistratura. Sicché un report senza di essa non ha senso”.

    Perché non denunciano anche alla Chiesa?
    “Non vanno in Chiesa, cioè proprio il luogo dove sono state abusate e maltrattate a denunciare, innanzitutto perché temono di non essere credute”.

    Prima del Duemila i vescovi coprivano sistematicamente?
    “Sì perché se non lo facevano violavano delle precise indicazioni del Vaticano. È questa una verità che prima o poi andrebbe raccontata e ammessa”.

    Non ha intravisto nessun passo in avanti nelle parole di ieri di Zuppi?
    “Solo la volontà di incontrarci. Mi farò vivo, speriamo sia di parola”.

    Ma sull’Italia voi che dati avete?
    “In Italia ci sono 164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno. A questi numeri si deve aggiungere il dato più importante e cioè i 471 casi impuniti, quelli per i quali il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano per ovvii motivi”.

    Perché in Italia si fa più fatica a scegliere la trasparenza?
    “Ci sono molti nodi a livello di legislazione nazionale cui fa scudo il Concordato, come il fatto che non esiste l’obbligo di denuncia. A mio avviso si tratta di una certa omertà che lo stesso Stato italiano concede alla Chiesa”.

    https://www.repubblica.it/cronaca/2022/05/28/news/report_su_abusi_della_chiesa_ma_senza_magistratura_rischia_di_essere_un_bluff_161_le_nuove_denunce-351491883/

  • “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    “Dati sugli abusi allarmano, 161 nuove segnalazioni”

    ROMA. – In Italia, ci sono “164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno”. Sono gli ultimi dati raccolti dalla Rete L’Abuso, ad oggi uno dei punti di riferimento più forti per i “sopravvissuti” di predatori pedofili. A questi numeri si deve aggiungere quello che secondo Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso e membro del Coordinamento di Italy Church Too, è “il dato più importante” e cioè i “471 casi impuniti”, quelli per i quali il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime “non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano per ovvi motivi”.

    Secondo alcuni calcoli di proiezione elaborati in base al caso irlandese, ha fatto anche sapere Zanardi, “in Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d’inchiesta francese ha messo in luce 216 mila vittime e si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano – ha aggiunto – ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile”.

    La proposta della nuova Cei targata Zuppi di affrontare il nodo pedofilia e coperture con una “commissione interna che parta dal 2000 e faccia leva sui centri di ascolto diocesani senza aprire gli archivi”, per Zanardi è irricevibile. Il Coordinamento di Italy Church Too è un’associazione di vittime costituitasi negli ultimi mesi dal basso con il dichiarato intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sugli abusi sessuali commessi dal clero nel nostro Paese su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

    Per Zanardi restano infatti da sciogliere molti nodi a livello di legislazione nazionale cui fa scudo il concordato, come il fatto che non esista l’obbligo di denuncia e punta il dito, oltre che sugli insabbiamenti dei vertici ecclesiastici, anche, dice, “su una certa omertà che lo stesso stato italiano concede alla Chiesa”.

    Sul nuovo presidente della Cei il Coordinamento Italy Church too, per quanto abbia sottolineato con forza di non aver avuto alcuna risposta formale né dai vertici Cei né dai dicasteri vaticani a cui ha fatto pervenire, anche per via Pec, la propria lettera di richieste, vuole comunque concedere una linea di credito: “La valutazione è sospesa” dice Michelangelo Ventura, uno dei portavoce, ma solo perché si auspica che quanto prima dal cardinale Zuppi arrivino “segnali concreti e puntuali” nel senso di una indagine che “garantisca la terzietà”.

    “Voi capite bene – ha osservato Zanardi – che le vittime non vanno in chiesa cioè proprio il luogo dove sono state abusate e maltrattate a denunciare, innanzitutto perchè temono di non essere credute”. Secondo Zanardi inoltre, non voler indagare prima del 2000 è sbagliato “perchè una vittima di abuso sessuale, è ormai riconosciuto, impiega 30 o 40 anni a fare outing e a prendere coscienza della violenza subita. Si rischia di lasciare fuori centinaia di vittime”.

    (di Nina Fabrizio/ANSA)

  • Abusi. Per Zanardi (Rete L’Abuso) conteggiare i casi dal 2000 in poi è discriminatorio

    Abusi. Per Zanardi (Rete L’Abuso) conteggiare i casi dal 2000 in poi è discriminatorio

    E’ “irricevibile” la proposta di contrasto agli abusi, emersa in questi giorni da ambienti Cei, ha dichiarato Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso, durante la conferenza stampa del Coordinamento Italy Church Too. “Si parla di una commissione interna, e quindi non indipendente, che parta dal 2000 e si basi sui centri di ascolto diocesani”, ha spiegato Zanardi che ha fornito gli ultimi dati riguardo agli abusi da parte del clero in Italia. Nel nostro Paese si stima che la portata degli abusi ha il potenziale per essere il dato più grande di qualsiasi paese. “Si stima che i bambini vittime di abusi negli ultimi anni, siano un milione”, ha sottolineato Zanardi. “Pensate che in Francia il rapporto Sauve’ ha messo in luce 216 mila vittime”. Dai casi monitorati dall’osservatorio permanente della Rete L’Abuso risultano 164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni. E poi 417 casi impuniti “dato a mio avviso più importante”, ha sottolineato Zanardi.

    “Qui stiamo parlando di trattare gli abusi avvenuti solo negli ultimi venti anni e questo è discriminatorio per le migliaia di vittime italiane che rimarranno fuori da questa indagine. Non mi sembra civile e sensibile. Io, per esempio, sono stato abusato negli anni ’80”. Inoltre, ha sottolineato Zanardi, “gli studi scientifici dicono che vi e’ una maturazione del trauma che dura dai 3 ai 35 anni. Vuol dire che negli ultimi vent’anni ben poche vittime hanno denunciato sia alla Chiesa che alla magistratura. La Chiesa italiana quindi uscirà con un dato ben poco verosimile”. Zanardi ha precisato anche di avere i nomi di “tre ex magistrati disposti ad avviare un’inchiesta indpendente. Si sono sempre attivati nel settore, quindi direi super partes e adeguati a fare un’analisi del genere”.

    Abusi. Per Zanardi (Rete L’Abuso) conteggiare i casi dal 2000 in poi è discriminatorio

  • Pederastia nella Chiesa cattolica | La Spagna compie passi senza precedenti per indagare sugli abusi

    Pederastia nella Chiesa cattolica | La Spagna compie passi senza precedenti per indagare sugli abusi

    La Spagna ha compiuto un passo senza precedenti nell’indagine sulla pederastia all’interno della Chiesa cattolica e lo ha fatto da due diverse prospettive, politica e giudiziaria.

    Da un lato, il Congresso dei Deputati ha aperto le porte a una possibile indagine parlamentare sugli abusi. La Procura dello Stato, invece, ha deciso di centralizzare tutte le cause aperte.

    Miguel Hurtado, vittima di abusi infantili, spera che vengano compiuti progressi, anche se si rammarica che sia così tardi.

    “Il problema principale è che il 99,9% dei casi è prescritto. Poi la Procura scoprirà la massa media “, dice Hurtado. ” Si potrebbe produrre un rapporto che quantifica l’entità dell’iceberg della pederastia nella Chiesa spagnola . : quanti preti pedofili, quanti vescovi insabbiatori, quanti bambini violentati, in quante istituzioni ci sono stati abusi».

    Ogni passo per riparare il dolore che provano le vittime mi sembra fantastico

    Ester Pujol
    Vittima di abusi nella Chiesa cattolica spagnola

    Esther Pujol, un’altra vittima di abusi nella Chiesa, festeggia che le loro voci siano finalmente ascoltate. “Mi sembra fantastico perché ogni passo in quella direzione, per riparare il dolore che provano le vittime di abusi, è accolto molto bene da parte nostra, è la nostra battaglia”, dice.

    Il Congresso apre le porte alla creazione di una commissione per indagare sui casi

    Quello che il Congresso dei Deputati, la Camera bassa del Parlamento, ha approvato è l’ammissione al trattamento di una richiesta per creare una commissione parlamentare per indagare su questi abusi.

    L’iniziativa, promossa, tra gli altri, da United We Can, uno dei partner della coalizione di governo, rischia di andare avanti, nonostante il rifiuto del Partito popolare conservatore, principale formazione di opposizione, nonché dell’estrema destra Vox, terza parte, forza parlamentare.

    https://es.euronews.com/2022/02/01/pederastia-en-la-iglesia-catolica-espana-da-un-paso-sin-precedentes-para-investigar-los-ab

  • Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    Abusi, in Sicilia la guerra delle petizioni a difesa del vescovo che ha trasferito a Ferrara prete pedofilo

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Contrariamente al trend della Germania o della Francia dove i fedeli si mobilitano indignati per chiedere al Vaticano la rimozione di quei vescovi che hanno trasferito preti pedofili in altre diocesi per proteggerli, in Italia le cose sembrano andare alla rovescia. Lo dimostra il caso clamoroso di Enna. In questi giorni sta facendo scandalo l’incredibile ‘guerra’ delle petizioni scoppiata nella diocesi siciliana dove è appena stato arrestato dalle forze dell’ordine un giovane prete. L’accusa è pesante, avrebbe abusato di un minore che gli era stato affidato «per ragioni di istruzione e di educazione alla religione cattolica», come si legge in un comunicato della Questura di Enna.

    La storia – A seguito di questo arresto la Procura siciliana ha pure lanciato un appello per incoraggiare altre vittime a non avere timore e a denunciare. Ai tempi delle violenze il ragazzino abusato aveva appena 16 anni. L’incubo era iniziato nel 2009 e sarebbe andato avanti fino al 2013. Dall’ordinanza di applicazione della misura cautelare al prete si legge chiaramente che di queste violenze ne era a conoscenza il vescovo Rosario Gisana il quale, in barba alla tutela del minore, verso la fine del 2019, avrebbe spedito in una altra diocesi – Ferrara – il presunto pedofilo, il quale non solo ha continuato a rimanere a contatto con altri ragazzi ma in seguito è stato pure ordinato sacerdote dalla Chiesa di Enna.

    L’indagine – Nell’ordinanza si legge: «Il sospetto di una devianza sessuale sembra condiviso dallo stesso vescovo Gisana che a seguito della notizia dei fatti denunciati dalla vittima ha disposto il trasferimento dell’indagato a Ferrara anche al fine di avviarlo ad un percorso psico terapeutico. D’altronde l’indagine ha ampiamente dimostrato come le abitudini sessuali dell’indagato siano state e siano tuttora caratterizzate da note di perversione. Dall’analisi del contenuto del computer del religioso è emerso, infatti, che lo stesso è solito navigare in maniera sistematica e maniacale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mediamente 60 volte al giorno negli ultimi dieci mesi, in innumerevoli siti pornografici, rintracciabili con la parola chiave ‘teen’ e che più di recente ha avuto rapporti omosessuali con due giovani appena 19enni».

    Le petizioni – Dopo l’arresto del prete nella diocesi di Enna sono partite due petizioni antitetiche sul web che rimbalzano da un sito all’altro a caccia di iscrizioni. La prima è di solidarietà al vescovo Gisana per difenderlo dall’accusa di avere insabbiato e trasferito il prete abusatore.

    Sotto una foto in cui si vede Gisana che abbraccia Papa Francesco, si legge che di fronte agli attacchi «strumentali da parte di blogger, tendenti a denigrare e screditare l’operato del vescovo nella vicenda del sacerdote Giuseppe Rugolo la diocesi di Enna-Piazza Armerina vuole stringersi attorno al suo pastore per manifestargli vicinanza e solidarietà».

    La seconda petizione, invece, sempre fatta circolare sui canali web, di segno opposto, invita Papa Francesco ad aprire gli occhi e prendere provvedimenti verso questo vescovo che pur avendo saputo da una delle vittime – nel 2014 – che c’erano violenze di mezzo ha ugualmente trasferito il sacerdote al Nord con la motivazione di sottoporsi a cure. “Il Vaticano sia coerente con il volere di Papa Francesco e rimuova monsignor Gisana” si legge nella petizione.

    La prima denuncia arrivata alla diocesi di Enna diede effettivamente seguito ad una indagine previa da parte degli organi ecclesiastici e fu affidata a due preti del tribunale di Palermo, anche se non produsse alcun esito e finì nel nulla per difetto di competenza. Il prete in questione all’epoca era ancora seminarista.

    Tuttavia nel gennaio di quest’anno alla presunta vittima è stato offerta da parte della diocesi di Enna diretta dal vescovo Gisana, tramite la Caritas, 25 mila euro come possibile risarcimento.

    Papa Francesco – Proprio oggi, a proposito di vescovi insabbiatori, è arrivata la notizia che Papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Porto-Santa Rufina di monsignor Gino Reali. Il vescovo – che ha 73 anni, due anni in meno rispetto all’età canonica di pensionamento – in una lettera ai fedeli della sua diocesi parla di “condizioni di salute” che non permettono di continuare, “il servizio attivo”. Tuttavia va ricordato che la diocesi da lui guidata fu coinvolta in un noto caso di pedofilia, quello di don Ruggero Conti, e monsignor Reali fu accusato dalle vittime proprio di favoreggiamento. Rete L’ABUSO

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vescovi_insabbiatori_pedofilia_abusi_enna_vittima_papa_francesco_cei_germania_enna_gisana_cosa_e_successo_5_maggio_2021-5941008.html

  • La strenua lotta delle vittime di padre Maciel, il pedofilo che getta ombre su Wojtyla e sul Vaticano

    La strenua lotta delle vittime di padre Maciel, il pedofilo che getta ombre su Wojtyla e sul Vaticano

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il cerchio si sta stringendo in Messico sugli insabbiatori del caso più sconvolgente della Chiesa degli ultimi secoli, quello relativo ai crimini commessi da padre Maciel Marcial Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, ritenuto responsabile di decine di abusi, di una vita doppia, di corruzione, di riduzione in schiavitù di tanti suoi membri. Un uomo che ha potuto agire indisturbato per anni perchè amico di Papa Wojtyla e di molti cardinali e, anche per questo, ritenuto al di sopra di ogni sospetto.

    Fu punito da Papa Ratzinger solo nel 2006, quando Maciel era ormai ottuagenario e malato di cancro, ma non fu mai sottoposto ad un processo, nè è stato mai ridotto allo stato laicale. Un caso tabù che il Vaticano ha sempre cercato di minimizzare e mettere in un angolo se non fosse per la battaglia strenua e coraggiosa di tante vittime che nel mondo chiedono giustizia e una commissione di inchiesta indipendente, un po’ come è stato fatto per il caso McCarrick (anche se il rapporto sull’ex cardinale pedofilo non è stata elaborata da una commissione indipendente.

    Mercoledì la Corte suprema del Messico ha concesso un’ingiunzione all’ex sacerdote Alberto Athié, una delle prime vittime di Maciel. Inizialmente gli era stato negato l’accesso agli atti relativi alle indagini sulla sua denuncia del 2017 contro il cardinale Norberto Rivera – ex arcivescovo di Città del Messico e amico di Maciel – per aver presumibilmente coperto 15 sacerdoti pedofili.

    Athié ha riferito all’Associated Press che l’Alta Corte ora dovrà decidere se l’indagine contro il cardinale è legata a gravi violazioni dei diritti umani o a possibili crimini contro l’umanità, che sono crimini non soggetti a prescrizione.

    L’abuso sessuale ripetuto di bambini è considerato un reato grave, ma Athié spera che la Corte possa pronunciarsi tenendo conto di una questione così delicata come l’insabbiamento dei pedofili da parte delle più alte cariche della Chiesa cattolica.

    Nel dicembre 2016, il cardinale Rivera, ora in pensione, ha dichiarato pubblicamente di essere a conoscenza di 15 casi di sacerdoti pedofili. Secondo le indagini di Athié, di tutti quei casi, solo uno aveva un’indagine aperta, così l’ex religioso si è mosso per denunciare Rivera.

    All’inizio di quest’anno, il Vaticano aveva deciso di inviare due investigatori anziani in Messico per raccogliere dati e testimonianze sulla pedofilia nel secondo Paese cattolico più popoloso del mondo, che da anni accumula accuse di abusi e insabbiamenti da parte dei sacerdoti. Tuttavia, la missione è stata annullata a causa dell’emergenza causata dalla pandemia. Non è stato reso ancora pubblico quando potrebbe essere ripresa l’indagine.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/wojtyla_abusi_pedofilia_maciel_legionari_cristo_cardinale_rivera_papa_francesco_polonia_messico-5611399.html

  • Lettera aperta di Alessandro Battaglia a  Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

    Lettera aperta di Alessandro Battaglia a Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

    Lettera aperta a

    Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

    e  p.c. a Papa Francesco

    È sconcertante apprendere dalla stampa e dall’Associazione Rete L’ABUSO le notizie che mi riguardano, o meglio che riguardano un processo canonico in cui è implicato un sacerdote, don Mauro Galli della Diocesi di Milano, di cui io sono la vittima.

    La causa in questione è la CDF 279.2015

    Italian Alessandro Battaglia wears a T-shirt reading “Abused when I was 15 by Father Mauro Galli” as he demonstrates near St. Peter’s Basilica in Rome. (CNS photo/Tony Gentile, Reuters) See SYNOD-CAGGIANO Oct. 5, 2018.

    La mia famiglia ha chiesto più volte di essere messa al corrente in merito agli atti del processo canonico. Qualche mese fa, in seguito alla notizia che Papa Francesco avrebbe abolito il segreto pontificio nei casi di pedofilia, ho richiesto personalmente tramite il mio avvocato, di avere informazioni e la documentazione relativa al processo.

    Non ho, ad oggi, ricevuto alcuna risposta.

    Finora, per quanto mi riguarda, la “trasparenza” della Chiesa è solo millantata.

    In sede penale Don Mauro Galli è stato condannato a 6 anni e 4 mesi, siamo in attesa dell’appello. Risulterebbe invece una assoluzione in prima istanza da parte dell’autorità ecclesiastica.

    Chiedo cortesemente di ricevere la documentazione relativa al processo canonico, come indicato da Papa Francesco.

    Cordiali saluti

    Alessandro Battaglia 

    Ci associamo e condividiamo lo scritto di Alessandro.

    Mai avremmo immaginato di apprendere dalla stampa, attraverso indiscrezioni del TERL, le notizie in merito ad un processo canonico, quel processo canonico per il quale abbiamo reso testimonianza nel 2015 durante l’Indagine Previa, e poi nel 2016 nel processo vero e proprio.

    Lei, Monsignore, sa bene a quale processo ci riferiamo. Ci siamo incontrati ben prima del processo, anni prima. L’Indagine Previa, tuttavia, è stata istruita solo in seguito all’avvio del processo in sede civile presso il Tribunale di Milano. E poi il processo. Abbiamo scritto più volte alla CdF chiedendo notizie, abbiamo scritto al Papa, ma forse le carte non erano ancora arrivate a Roma? Era ancora tutto in Diocesi o presso il TERL?

    Ora, diversi mesi fa, Papa Francesco dice di aver abolito il segreto pontificio per quanto riguarda le cause di pedofilia. Sarà un proclama (ennesimo) per ribadire a parole la “tolleranza zero”, oppure un passo concreto?

    Sarà come il Motu proprio “Vos estis lux mundi” che, nel nostro caso e in quello di tante altre vittime che abbiamo conosciuto in questi anni, è rimasto lettera morta? O come l’annunciato tribunale per i vescovi insabbiatori, smentito come “era solo un’idea”?

    Sarà come l’indicazione che aveva dato il Papa, ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, di incontrare le vittime della pedofilia prima del summit sulla pedofilia del febbraio 2019? Incontro richiesto al card. Bassetti, per tempo, da noi e da altre vittime e per il quale siamo ancora in attesa di una risposta?

    Sarà come l’Angelus al termine del summit sulla pedofilia del febbraio 2019, dove Papa Francesco ha salutato e ricordato ogni parrocchia presente in piazza San Pietro e non una parola alle decine di vittime, provenienti ida tutto il mondo, presenti con striscioni e con tutte le telecamere delle televisioni estere e italiane a riprenderci? Nemmeno una parola di vicinanza da parte del Papa: curioso! Proprio a conclusione di un summit che ci riguardava! E nemmeno un sacerdote che ha partecipato alla “March to Zero” a fianco delle vittime. Nessuno.

    Così sarà il proclama sulla trasparenza, che prevede l’abolizione del segreto pontificio nei casi di pedofilia? Una risposta concreta per noi sarà rappresentata dal fatto che Alessandro riceva i documenti relativi al processo canonico e alla sentenza in prima istanza.

    Come cattolici siamo davvero delusi, addolorati e profondamente feriti. Non c’è stato un solo momento, in questi lunghi anni, dal dicembre 2011, in cui abbiamo sentito l’accoglienza della Chiesa, un solo momento in cui, a supporto delle numerose lettere ricevute dal Card. Scola in cui esprimeva la vicinanza della Diocesi, abbiamo realmente sentito questa cosiddetta vicinanza. Non un solo momento.

    Oggi a Messa siamo stati invitati a riflettere sulle origini della nostra fede, focalizzando il pensiero sulla testimonianza di chi abbiamo incontrato nella nostra vita.

    Ecco, negli ultimi anni, la testimonianza che abbiamo ricevuto da parte dei vertici della chiesa, è proprio quella che ha contribuito ad allontanare da Gesù Cristo e dalla Chiesa tante e tante persone che ci sono vicine. Il pulpito non basta più. Con le vittime è necessaria la testimonianza concreta, è necessario essere accanto concretamente, con la propria vita: non schierarsi con il prete pedofilo! Il resto sono solo – e restano – belle parole vuote.

    Guardare il dolore negli occhi di una vittima è qualcosa che non si dimentica. Parlare con una, due, dieci, venti e più vittime, conoscere le loro vicende, sapere che ciascuno è stato concretamente allontanato dalla Chiesa, è qualcosa che fa male, ferisce in un modo che non si può spiegare se non si è provato. Sentirsi parte di una famiglia (la Chiesa), amare la propria famiglia (la Chiesa), ed essere violentati, non creduti, allontanati, e combattuti nei tribunali. E tutto per difendere l’istituzione? Perché è davvero difficile comprendere perché la Chiesa scelga di difendere i preti pedofili e non le vittime, i minori.

    Che senso ha parlare di abolizione del segreto pontificio e poi apprendere dalla stampa che il prete sarebbe stato assolto dal tribunale ecclesiastico?

    Ci associamo alla richiesta di Alessandro affinché riceva la documentazione relativa alla causa CDF 279.2015.

    Cordiali saluti

    Cristina Balestrini, Giovanni Balestrini, Ettore Battaglia

    Milano, 29 novembre 2020

  • Pedofilia: si aggrava la posizione del card. Dziwisz. La Chiesa polacca auspica un’indagine vaticana

    Pedofilia: si aggrava la posizione del card. Dziwisz. La Chiesa polacca auspica un’indagine vaticana

    40453 CRACOVIA-ADISTA. Che il card. Stanislaw Dziwisz, già segretario particolare per 27 anni di papa Wojtyla – ruolo che ricopriva di fatto già dal 1966, quando Wojtyla era arcivescovo di Cracovia – e in seguito egli stesso arcivescovo di Cracovia dal 2005 al 2016, fosse pesantemente coinvolto in casi di copertura di abusi sessuali perpetrati dal clero era già venuto alla luce (v. Adista Notizie n. 37/20); ora sul cardinale 81enne emergono accuse raccapriccianti, come quella secondo cui avrebbe accordato il proprio silenzio in cambio di denaro. È quanto emerge, in concomitanza con la pubblicazione del rapporto McCarrick (v. qui), in un documentario trasmesso dalla televisione polacca TVN24 (“Don Stanislaw, l’altra faccia del cardinale Dziwisz”), che mette in luce come, durante il pontificato di Wojtyla, abbia occultato, oltre a casi nazionali di pedofilia, anche informazioni relative a casi di portata internazionale, come quello dello stesso McCarrick e quello di un altro grande amico di Wojtyla, il fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel Degollado, e spesso in cambio di grandi somme di denaro. A fronte di queste accuse, il presidente della Conferenza episcopale polacca mons. Stanislaw Gadecki ha auspicato la creazione di una commissione d’inchiesta da parte della Santa Sede, che chiarisca i«dubbi» intorno alla figura del cardinale. Qualcosa di molto più decisivo e grave rispetto a quanto proposto dallo stesso Dziwisz il quale, sempre dichiaratosi innocente, dopo la trasmissione del documentario aveva rilevato la necessità di istituire una commissione indipendente sul comportamento della Chiesa riguardo alle questioni affrontate: «Non lo faccio per nascondere la verità, ma per sviscerare scrupolosamente i fatti», ha detto. «I bambini e i giovani non devono mai più subire le ingiustizie avvenute nel passato».

    Se da un lato le responsabilità di Dziwisz potrebbero essere davvero pesantissime, dall’altro bisogna però mettere nel conto il fatto che, addossando tutte le colpe dell’insabbiamento di casi di pedofilia al segretario – quando probabilmente c’era anche un “entourage polacco” a mantenere il silenzio – si sta cercando, da parte della Chiesa, di salvare la figura di san Karol Wojtyla, che ha difeso, frequentato, apprezzato e promosso figure poi totalmente screditate come, appunto, quella del cardinale McCarrick e quella di Maciel, sulle accuse nei confronti dei quali era peraltro ampiamente informato e che ha ignorato, considerandole mere dicerie. Sul caso di Maciel, ad esempio, occorre ricordare che le prime indagini approfondite e fondate, che ricostruivano diversi decenni di accuse, erano emerse grazie ai giornalisti statunitensi Jason Berry e Gerald Renner già nel 1997, e che il fondatore dei Legionari non fu punito che nel 2006, quando Benedetto XVI gli impose una vita nel silenzio e nel pentimento. Senza parlare, poi, del caso del card. Hans Hermann Groër, arcivescovo di Vienna dal 1986 al 1995, responsabile di abusi su minori, anche lui promosso cardinale da Wojtyla nel 1988.

    «Non era affar mio»

    Secondo quanto riporta il sito della Rete l’Abuso di Francesco Zanardi, da sempre impegnato nella lotta alla pedofilia nella Chiesa, nel documentario polacco alcuni testimoni, intervistati, hanno confermato che Dziwisz aveva legami con i Legionari di Cristo e con McCarrick. Tra di essi, Janusz Szymik, vittima di abusi per molti anni del prete pedofilo Jan Wodniak, che rivela di essersi più volte rivolto al cardinale nel 2012, quando era arcivescovo di Cracovia, per denunciare le violenze che aveva subito per cinque anni, tra il 1984 e il 1989, senza tuttavia averne mai una risposta. Secondo quanto riporta il National Catholic Reporter (Ncr) (3/11), anche Fr. Tadeusz Isakowicz-Zaleski, prete di Cracovia e fondatore di una conosciutissima fondazione per disabili psichici e fisici, dichiara di aver consegnato una lettera al cardinale in merito a quello stesso sacerdote pedofilo, ma questi, nell’intervista che TVN24 gli ha fatto il 20 ottobre scorso, afferma di «non ricordare conversazioni in merito» e che la questione non era di sua competenza, in quanto il prete accusato non apparteneva alla diocesi di Cracovia ma a quella di Bielsko-Zywiec; «Non posso avere sulla coscienza – ha detto Dziwisz – di non avere aiutato quando qualcuno ha chiesto il mio sostegno, è impossibile. Se avessi avuto tutti i dettagli avrei reagito, anche se non ne avevo il diritto visto che si trattava di un’altra diocesi». Ma Isakowicz-Zaleski, sentito dal Ncr, lo ha smentito, asserendo che invece Dziwicz era responsabile del caso della vittima Szymik, in quanto vescovo metropolitano della regione che includeva la diocesi dove effettivamente era avvenuto l’abuso: «Ovviamente il cardinale avrebbe potuto e dovuto reagire, era lui il vescovo metropolitano; non capisce che il silenzio e l’insabbiamento che erano possibili 30 anni fa oggi non funzionano più». In Polonia il fenomeno della pedofilia perpetrata dal clero si è rivelato di portata enorme, tanto che, informa la Rete L’Abuso, Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, ha fatto appello alla Santa Sede per l’avvio di procedure contro i vescovi insabbiatori. Lo scorso anno la Chiesa polacca aveva dichiarato che negli ultimi 30 anni quasi 400 erano i membri del clero responsabili di abusi sessuali nei confronti di minori. Secondo quanto riporta l’autore del documentario, il giornalista polacco Marcin Gutowski, Dziwisz si è sempre negato e non ha mai voluto rispondere alle domande, ma è più che evidente che il rapporto McCarrick offre informazioni preziose rispetto al ruolo svolto da Dziwisz nella gestione del caso del cardinale americano, che ha potuto cavalcare trionfalmente attraverso più pontificati anche grazie alla “complicità” del segretario di Wojtyla. Nell’intervista del 20 ottobre alla tv polacca, riporta il Ncr, Dziwisz ha negato che Giovanni Paolo II avesse alcuna conoscenza dei crimini commessi da Maciel, e anzi, «quando le cose hanno cominciato a emergere – ha detto – ho chiesto a uno degli associati di Maciel se ne sapeva qualcosa; mi rispose che nessuno tra i Legionari ne aveva mai sentito parlare».

    Nel frattempo, il Vaticano ha annunciato sanzioni contro un altro cardinale polacco, il 97enne Henryk Gulbinowicz, arcivescovo di Wroclaw dal 1976 al 2004, elevato alla porpora cardinalizia da Wojtyla nel 1985, il quale fu un informatore segreto della polizia e del quale sono emerse gravi responsabilità in merito ad abusi sessuali, tanto che gli è stato vietato di esercitare il ministero e di usare i simboli episcopali.

    https://www.adista.it/articolo/64481