Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Gli abusi (nascosti) ai chierichetti del Papa in Vaticano

    Gli abusi (nascosti) ai chierichetti del Papa in Vaticano

    Le anticipazioni in esclusiva per Panorama dell’inchiesta sugli abusi subiti da alcuni giovani che servivano Messa in Vaticano

    Gianluigi Nuzzi – 

    Dopo sei mesi d’indagini riservatissime si sta per chiudere in Vaticano l’inchiesta sugli abusi sessuali che avrebbero subito alcuni chierichetti del Papa, alunni del pre-seminario san Pio X all’interno del piccolo Stato. L’istituto, voluto da Pio XII dal 1956, ospita gli studenti delle scuole medie inviati dalle diocesi di tutto il mondo per il cosiddetto «discernimento vocazionale», ovvero capire se esprimono una predisposizione al sacerdozio. A questi giovani, tra l’altro, è affidato un compito davvero privilegiato, ovvero quello del servizio liturgico nella basilica di san Pietro. Da qui l’appellativo di «chierichetti del papa», visto che spesso come piccoli ministranti servono le messe officiate dal pontefice in persona.

    I fatti risalgono al periodo tra 2010 e 2011. Di giorno gli alunni frequentavano la scuola privata parificata Sant’Apollinare nella Capitale, per poi ritirarsi nelle camerate del pre-seminario, ospitato nel corpo interno di palazzo san Carlo. Qui si sarebbero consumate le violenze ai danni di alcuni seminaristi minorenni. Uno scandalo emerso nel novembre del 2017, quando nel saggio Peccato Originaleveniva raccontata la storia di un ex alunno, il polacco Kamil Jarzembowski, entrato in collegio nel settembre del 2009 e che dall’estate del 2014 aveva denunciato alle autorità ecclesiastiche gli abusi dei quali sarebbe stato testimone oculare, compiuti ai danni di un suo compagno di stanza, un ragazzino che chiameremo Paolo. La vicenda si amplificò: altre vittime – tutte frequentanti l’ex seminario – si fecero avanti. In diverse interviste in tv vennero indicati almeno due «carnefici»: uno studente già grande, alloggiato anche lui nella struttura e che frequentava l’università, e un monsignore assai noto in curia e messo in disparte da Francesco poche settimane dopo la sua elezione a pontefice. Tutte accuse smentite da chi gestiva e gestisce il pre-seminario, ovvero l’opera don Folci di Como, e anche dalla diocesi di Como che aveva ricordato come le accuse nei confronti del seminarista presunto molestatore, ora sacerdote, fossero «già state oggetto di accertamento da parte delle competenti sedi ecclesiastiche» ed evidentemente ritenute infondate.

    la decisione di bergoglio

    Invece, negli ultimi mesi, la nuova indagine ha preso consistenza, grazie anche alla denuncia penale presentata a marzo scorso proprio da Paolo. Il promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, con l’aggiunto Roberto Zanotti, entrambi docenti universitari in atenei italiani, hanno sentito decine e decine di testimoni (in tutto circa 30) tra presunte vittime e potenziali carnefici, chierichetti testimoni, sacerdoti confessori e monsignori. Nel fascicolo sono finite anche numerose lettere di denuncia scritte da Jarzembowski a cardinali e alti prelati (da Angelo Comastri a Giovanni Angelo Becciu), dvd di puntate di programmi televisivi che seguirono la storia (da Quartogrado alle Iene) e persino alcune registrazioni con testimonianze e accuse. Il procedimento si è così sviluppato ipotizzando diversi reati (dagli abusi sessuali all’omissione di atti d’ufficio al favoreggiamento) a carico di più persone. Sui nomi degli indagati c’è ancora il massimo riserbo, anche se è destinato a durare poco. Appena conclusa l’indagine, questione ormai di giorni se non di ore, il promotore di Giustizia chiederà o l’archiviazione o il processo. Sarà poi il tribunale vaticano a decidere anche se in curia è chiaro che l’ultima parola sullo sviluppo processuale di questa storia imbarazzante sarà quella pronunciata da Bergoglio. Essendo il Papa monarca assoluto nel piccolo Stato, a lui spetta la decisione finale. 

    vittime e carnefici 

    Di certo l’indagine conquista alcuni rilevanti primati. Innanzitutto è la prima che viene condotta su diversi episodi che si sarebbero tutti consumati non in qualche polveroso sottoscala di oratori di provincia, ma addirittura all’interno delle mura leonine, negli inviolati sacri palazzi, cuore pulsante della curia romana. L’altro primato riguarda certamente la profondità degli accertamenti svolti. Francesco ha chiesto che venisse portato avanti un accertamento non di facciata ma approfondito, senza sconti e indulgenze.

    Si è quindi partiti proprio dalla lunga testimonianza di Kamil, sentito più volte come testimone in Vaticano: «A settembre 2011, cioè al mio rientro in Vaticano dopo le vacanze estive, il rettore mi assegnò una stanza-dormitorio da dividere con Paolo, anch’egli alunno del pre-seminario. Nel corso dell’anno scolastico 2011/2012 e, più precisamente, dalla fine del mese di settembre 2011 fino all’inizio del mese di giugno 2012, sono stato testimone di atti sessuali che Antonio (nome di fantasia, ndr) esigeva da Paolo, atti sessuali che si compivano nonostante la mia presenza. Gli atti venivano svolti sempre di sera, intorno alle ore 23. Antonio, dopo che tutti gli altri alunni si erano già coricati, accedeva nella stanza-dormitorio condivisa da me e Paolo. Qui avvenivano rapporti di sesso orale, mentre, alcune volte, i due si recavano insieme nella stanza di Antonio per proseguire il rapporto».

    Altri episodi si sarebbero consumati ai danni di un altro ragazzo, vittima di abusi a casa di un potente monsignore che, pur non essendo nell’organico del Pio X, aveva modo di frequentare gli allievi dell’istituto e di adescarli. Questo stando almeno alla presunta vittima che ha raccontato in tv delle vessazioni subite e di come pur essendo trascorsi diversi anni dai fatti, ancora oggi si fa numerose docce al giorno, come per «pulire» quel senso profondo di vergogna. Quest’ultima vittima ha tra l’altro anche tentato più volte il suicidio, mentre il presunto carnefice ancora oggi è monsignore e frequenta liberamente i sacri palazzi.

    Servirà L’incontro al vertice di febbraio?

    La decisione sul futuro di questa inchiesta cade in un momento assai particolare, essendo in Vaticano il tema della pedofilia sempre più di attualità, dopo gli esposti su presunte coperture presentate da monsignor Carlo Maria Viganò la scorsa estate. In più sono ormai in corso i preparativi per gli incontri che si terranno a Roma dal 21 al 24 febbraio 2019, quando Francesco incontrerà i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo per discutere proprio della questione della pedofilia e della protezione dei minori. Un appuntamento senza precedenti, visto che gli alti prelati saranno chiamati proprio a studiare misure efficaci ad arginare il fenomeno della pedofilia nella Chiesa.

    Misure non solo sociali, di diritto canonico ma anche penali. C’è poi da colpire quella rete di protezioni, insabbiamenti che hanno spesso garantito l’impunità ai molestatori e ai violentatori. Un sistema «Spotlight», dal nome del recente film e ben raccontato di recente proprio su Panorama da Antonio Rossitto. Del resto solo qualche settimana fa è stato Georg Ganswein, storico collaboratore di Benedetto XVI, a paragonare per gravità questa piaga all’11 settembre quando Al Qaida attaccò le Torri gemelle a New York: «La Chiesa» ha spiegato «guarda con sconcerto al proprio “11 settembre”, anche se questa catastrofe purtroppo non è avvenuta in una sola data, ma in tanti giorni, mesi, anni, che hanno creato innumerevoli vittime. Non fraintendetemi: non confronto né le vittime né gli abusi con le 2.996 persone che persero la vita in quegli attentati. Nessuno sinora ha attaccato la Chiesa cattolica con aerei passeggeri, la basilica di San Pietro è ancora in piedi, e tuttavia tutte queste anime ferite mortalmente, per noi sacerdoti è un messaggio più terribile della notizia che fossero crollate tutte le chiese della Pennsylvania e la Basilica del santuario nazionale dell’Immacolata concezione di Washington».

    È anche vero che la celebrazione di un simile processo non ha precedenti nella storia d’Oltretevere, a eccezione di quando nel settembre del 2014 venne arrestato e processato l’ex nunzio Jozef Wesolowski, sotto inchiesta per pedofilia. In verità, quella storia si concluse ancor prima di iniziare. Infatti, rinviato a giudizio il 15 febbraio del 2015, Wesolowski ebbe un malore tanto da rinviare la prima udienza, che si sarebbe dovuta celebrare nel luglio successivo. Ma il processo non ebbe mai luogo perché il nunzio morì nella sua stanza del collegio dei penitenzieri nella sera del 27 agosto 2016 per un problema di cuore. Dovesse essere celebrato un processo sarebbe quindi, di fatto, la prima volta. 

    https://www.panorama.it/news/cronaca/gli-abusi-nascosti-ai-chierichetti-del-papa-vaticano/

  • LA TERRIBILE STORIA DELLE CASE MAGDALENE

    LA TERRIBILE STORIA DELLE CASE MAGDALENE

    Fabio Casalini – Le Case Magdalene erano istituti femminili che avevano il compito di accogliere ragazze orfane oppure donne la cui condotta era considerata peccaminosa ed in contrasto con i pregiudizi di una società benpensante. In questi istituti, però, le ragazze erano trattate come schiave. Queste le loro storie.

    La maggior parte di questi istituti era gestita da suore, appartenenti a vari ordini religiosi, per conto della Chiesa cattolica.
    Ricostruiamo la storia di questi istituti.
    Le Case Magdalene sorsero in Inghilterra ed in Irlanda nel corso del XIX secolo, avendo come scopo la riabilitazione di donne che avevano lavorato come prostitute. In Irlanda le Case prendevano il nome da Santa Maria Maddalena.

    In breve tempo l’amministrazione delle Case Magdalene passò sotto il controllo della Chiesa cattolica, che ne favorì la diffusione. Le Case, inizialmente concepite come ricoveri di breve termine, si trasformarono in luoghi di rifugio di lungo periodo. Con il trascorrere del tempo, la ragione d’essere di questi istituti si allontanò sempre più dall’intento iniziale, in altre parole togliere dalla strada le prostitute nel tentativo di riabilitarle alla società, aiutandole a trovare un impiego fisso. Alle donne ospitate in questi istituti era richiesto di lavorare, spesso come lavandaie, anche contro la loro volontà.

    BNPS.co.uk (01202) 558833Picture: Peter WillowsSt Mary’s Training School, Dublin, 1935-1938, where Kathleen worked (pic supplied by Pat Cotton 01142372710)Kathleen Legge (77), who was forced to work at the Magdalene Laundry in Dublin, pictured at her house in Bournemouth, Dorset.

    Le suore, che curavano la gestione degli istituti, spesso attuavano regole severe e provvedimenti decisi contro le ragazze che non svolgevano diligentemente i compiti loro assegnati. Nell’accettazione delle pazienti non vi era alcuna discriminazione religiosa o razziale. Dopo il ricovero, le donne erano chiamate le sorelle di Santa Margherita, ma non pronunciavano alcun voto religioso. Un fattore importante da tenere in considerazione nell’analisi di questi istituti attiene al fatto che, nella maggior parte dei casi, le donne erano trattenute contro la loro volontà. Questa “segregazione” avveniva grazie alla complicità dei familiari delle ragazze, preoccupati, nella maggior parte dei casi, di mantenere “integro” l’onore e la reputazione della famiglia. La prostituzione non era l’unica causa d’inserimento in uno di questi istituti. Tra gli altri motivi ritenuti validi per il viaggio in una Casa Magdalene vi era il fatto d’essere una madre nubile, essere considerata troppo brutta oppure l’essere stata vittima di uno stupro. Come abbiamo visto in precedenza, la maggior parte delle donne rinchiuse in questi istituti svolgeva delle mansioni quotidiane, spesso attinenti al lavoro della lavandaia. Le dure condizioni lavorative, e le rigide regole imposte dalle suore, furono i motivi che portarono alla nascita di feroci critiche alle Case Magdalene. Inoltre, fattore da non dimenticare, le ragazze prestavano manodopera non retribuita, motivo che permetteva proficui guadagni agli istituti (in Irlanda questi istituti erano conosciuti come Magdalene Laundries – Lavanderie Magdalene).

    L’esistenza delle Case Magdalene non fu tenuta in gran considerazione sino al 1993, quando un ordine di suore a Dublino, quelle di Nostra Signora della Carità, vendette una parte dell’istituto ad un imprenditore immobiliare, poiché avevano perso denaro con la compravendita di azioni in Borsa. Le operazioni d’ampliamento volute dall’imprenditore consentirono la scoperta di una fossa comune contenente 133 cadaveri. Le suore fecero in modo che i resti fossero cremati e seppelliti presso il cimitero di Glasnevin, dividendo il costo della sepoltura con l’imprenditore immobiliare. Più tardi emerse che vi erano altri 22 cadaveri che le sorelle chiesero di riesumare. In tutto furono riesumati e cremati 155 cadaveri. Con il tempo questa situazione generò uno scandalo pubblico.
    Nel 1998 all’interno del documentario Sex in a cold climate furono intervistate ex detenute delle Case Magdalene, che riferirono di aver subito abusi sessuali, fisici e psicologici da parte di suore e preti. Ammisero altresì d’essere state completamente isolate dal mondo esterno durante il periodo di ricovero presso le strutture.

    Nel 1999 due ragazze internate presso l’istituto Mary Norris, Josephine McCarthy e Mary-Jo McDonagh, fornirono resoconti sui maltrattamenti subiti dai collaboratori della struttura.
    Le accuse sulle condizioni nei conventi e sul trattamento dei detenuti furono trasformate in un film nel 2002, The Magdalene sisters, scritto e diretto da Peter Mullan.
    Nel giugno del 2011, Mary Rafferty scrisse sul giornale The Irish Time che all’inizio degli anni quaranta del secolo scorso alcune istituzioni statali irlandesi, tra cui l’esercito, passarono dall’utilizzo di lavanderie commerciali alle Magdalene laundries. La risposta fu abbastanza sconcertante poiché riferiva che i contratti contenevano un’equa clausola salariale, sebbene le ragazze delle Case Magdalene non percepissero compensi.
    Ricordando la forte connotazione cattolica dell’Irlanda, come si comportò il governo?
    Dal 2001 il governo irlandese riconobbe che le donne ospitate nelle Case Magdalene erano vittime d’abusi. Pur tuttavia resistette alle richieste d’indagini ed alle proposte di risarcimento poiché, secondo il governo irlandese, le lavanderie erano gestite privatamente e gli abusi avvenuti al loro interno non erano di competenza governativa. Nel frattempo era nata un’associazione a difesa delle ragazze che avevano vissuto all’interno delle istituzioni cattoliche, Justice for Magdalenes. L’associazione sosteneva che le condizioni all’interno delle lavanderie e lo sfruttamento delle lavoratrici erano palesi violazioni dei diritti umani. Non ottenendo risposta dal governo irlandese, Justice for Magdalenes presentò il caso al Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura che, il 6 giugno del 2011, invitò il governo irlandese ad indagare sulle accuse di tortura all’interno delle Case Magdalene. Il governo fu obbligato ad istituire una commissione d’inchiesta. Il 5 febbraio del 2013 il comitato pubblicò i risultati delle indagini: furono trovate prove di una rilevante collusione tra stato ed istituti cattolici.
    La commissione d’inchiesta rilevò significativi abusi verbali nei confronti delle donne-lavoratrici, ma non vi erano evidenze d’abusi fisici o sessuali regolari. Il 19 febbraio dello stesso anno, il primo ministro Enda Kenny rilasciò formali scuse di stato definendo le lavanderie come la vergogna della nazione: “Io come primo ministro, a nome dello Stato, dichiaro che il governo si pente profondamente e si scusa incondizionatamente con tutte quelle donne per il danno che è stato fatto loro e per ogni dolore che hanno sofferto come conseguenza del tempo che hanno trascorso all’interno di una lavanderia Magdalene”. Il primo ministro dichiarò altresì che lo stato aveva in previsione il risarcimento da offrire alle vittime delle lavanderie cattoliche. Le reazioni del mondo cattolico non si fecero attendere. Sorvolando sulle interviste rilasciate, in forma anonima, da diverse suore – che manifestavano disappunto per l’inchiesta poiché convinte di aver servito il paese – e da alcune associazioni sorte a difesa delle Case Magdalene, importante fu la presa di posizione che giunse dagli Stati Uniti dove era sorta un’associazione a tutela delle suore e degli istituti cattolici. Il presidente di tale istituzione cattolica dichiarò “che nessuna donna era stata imprigionata, ne costretta contro la propria volontà a rimanere”. Altresì affermò che “si tratta di una bugia” e che le donne alloggiate, presso tali istituzioni, “erano prostitute o candidate a per la professione più antica del mondo”.
    Le istituzioni religiose che si occupavano delle Case Magdalene si rifiutarono categoricamente di partecipare alla creazione del fondo per il risarcimento delle vittime della loro opera caritatevole.
    L’ultima Casa Magdalene è stata chiusa il 25 settembre del 1996.
    A tutt’oggi non esiste una statistica esatta di quante donne siano state ospitate all’interno delle istituzioni cattoliche divenute lavanderie nel corso del tempo.
    https://www.viaggiatoriignoranti.it/2018/11/la-terribile-storia-delle-case-magdalene.html
  • La vittima di abusi di McCarrick diventa pubblica, dice ai vescovi americani che è tempo di “azioni”

    La vittima di abusi di McCarrick diventa pubblica, dice ai vescovi americani che è tempo di “azioni”

    BALTIMORE, Maryland, 13 novembre 2018 ( LifeSiteNews ) – “La legge di Gesù è molto più alta dei segreti pontifici … non è la Chiesa di Francesco, è la Chiesa di Gesù Cristo”, ha detto James Grein, l’uomo che è stato abusato dall’ex-cardinale Theodore McCarrick per 18 anni, al raduno “Silence Stops Now” oggi.

    Identificandosi pubblicamente per la prima volta, James disse al pubblico: “Devo ammettere che in questo momento tutto il mio corpo sta tremando, quindi per favore abbiate pazienza con me”. In precedenza si era identificato solo con il suo nome nelle interviste ai media.

    “Questo articolo del [ New York Times ] non sarebbe mai stato scritto se non fosse stato per un chierichetto di 16 anni” che accusò McCarrick di aver abusato di lui, secondo James. Ha incoraggiato tutti a leggere quell’articolo, dove per primo ha condiviso la storia degli abusi sessuali su di lui da parte di McCarrick, iniziata all’età di 11 anni.

    “Il fantasma di McCarrick per sempre perseguiterà la Chiesa di Gesù”, ha detto.

    James ha rivelato che il riconoscimento da parte della Chiesa dell’accusa credibile contro McCarrick e la successiva condanna del prelato a una vita di “preghiera e penitenza” – ora svolta in Kansas vicino a una scuola elementare – lo hanno spinto a farsi avanti.

    “Il mio tempo è arrivato”, disse James. “C’è voluto troppo tempo perché le vittime si facessero avanti”.

    “Abbiamo bisogno di azioni che garantiscano che questo problema venga affrontato e affrontato onestamente”, ha chiesto. “È tempo che la Chiesa parli. C’è troppo silenzio. Ma il silenzio non ci ingannerà più per dimenticare o ignorare lo scandalo “.

    “I nostri vescovi devono sapere che il gioco è finito.”

    “Sono qui oggi per la grazia di Dio”, concluse James. Ha detto che continuerà a esporre il male nella Chiesa “per il resto della mia vita”.

    La manifestazione “Silence Stops Now” si svolge fuori dall’hotel, dove la Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB) sta conducendo il suo incontro autunnale. Poco prima dell’inizio dell’incontro, il Vaticano ha incaricato l’USCCB di non votare su due misure di riforma sull’abuso sessuale.

    L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò ha lanciato oggi un breve messaggio ai Vescovi statunitensi, esortandoli a confrontarsi con gli abusi sessuali come “coraggiosi pastori” piuttosto che “pecore spaventate”.

    “Non temere di alzarti in piedi e di fare la cosa giusta per le vittime, per i fedeli e per la tua salvezza: il Signore renderà ognuno di noi secondo le nostre azioni e omissioni”, ha detto.

    (traduzione con Google)

    https://www.lifesitenews.com/news/mccarricks-abuse-victim-goes-public-tells-us-bishops-its-time-for-actions

  • Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

    Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

    Emanuela Provera – Federico Tulli

    Una casa qualunque, nella più scialba delle località di mare. Vi abitano da anni quattro sacerdoti anziani e una suora che apparentemente svolge la funzione di domestica, ma in realtà li controlla. I preti vi risiedono per volere della Chiesa, sono in punizione: devono riconoscere ed espiare i loro «peccati» – che vanno dalla cleptomania fino al vizio del gioco e all’omosessualità – il più lontano possibile da occhi indiscreti.

    Il tempo scorre lento in questo ambiente anonimo, i sacerdoti pregano a orari fissi, si scambiano qualche parola, guardano la tv: una vita normale, come se nulla fosse. Uno dei quattro sembra in stato catatonico, in realtà ascolta tutto ciò che viene detto tra quelle mura ingiallite. Siamo in Cile e questo è il set del film Il club, diretto da Pablo Larraín e vincitore nel 2015 del Gran premio della giuria alla Berlinale. In Italia, dopo la proiezione alla Festa del cinema di Roma, la pellicola è passata in poche minuscole sale, giusto il tempo di un respiro. Improvvisamente, nel film, la routine quotidiana è incrinata dall’arrivo di un quinto ospite, che si porta dietro una storia di abusi.

    Una delle sue vittime, ridotta a vagabondare e a delirare, lo ha seguito e si è accampata nei pressi della casa per tenerlo sotto controllo. Urlando da dietro una bassa palizzata, ricorda al suo aguzzino le violenze subite e lo fa nel linguaggio più volgare e con tutti i più crudi particolari, guardandolo negli occhi: il prete pedofilo, schiacciato dal senso di colpa, si toglie la vita. A quel punto compare padre García, un aitante religioso di nuova generazione, deciso, risoluto, inflessibile, dall’eloquio ipnotico. Un gesuita. Ha il compito di chiudere quel luogo ed evitare lo scandalo, ma la tragedia che si è appena consumata sembra solo un pretesto. García di questi siti ne ha già dismessi parecchi perché la «Casa madre» li considera fuori dal suo controllo. Questo è ciò che accade al cinema. Nella realtà, i siti di controllo, cura ed espiazione per sacerdoti problematici sono tenuti in grande considerazione dalla Chiesa cattolica, pur non essendo mai menzionati nei discorsi ufficiali delle sue gerarchie.

    È lo stesso diritto ecclesiastico a prevedere l’esistenza di «case destinate alla penitenza e alla correzione dei chierici anche extradiocesani» (can. 1337, §2). Ve ne sono ovunque nel mondo e, come abbiamo scoperto, anche in Italia, disseminate come piccole enclave vaticane lungo tutto lo Stivale, dal Trentino fino alla Sicilia. Siamo andati a scovarle, a visitarle e a parlare con chi ci vive, le gestisce e coordina. Nessuno lo aveva mai fatto prima. Qualche volta ci hanno aperto le porte, molto più spesso non ci hanno nemmeno risposto. Ne abbiamo censite diciotto, nel corso di un’inchiesta fatta di sopralluoghi, interviste, centinaia di mail e telefonate, e ancora incrociando e verificando dati e notizie estrapolati dagli annuari delle diocesi italiane, oltre che da articoli di giornale quasi sempre relegati in cronaca locale. Forse la mappa non è neppure completa, perché la discrezione che avvolge queste strutture spesso sfocia in segretezza, a causa dell’atavico timore del Vaticano verso lo scandalo pubblico.

    Il motivo è semplice: in genere questi centri sono una via di mezzo tra una clinica psichiatrica per sacerdoti in profonda crisi e un luogo di reclusione, poiché è tra queste mura che i preti che hanno guai con la giustizia italiana spesso chiedono di scontare le misure cautelari e gli arresti domiciliari. Ma c’è di più. Sono queste le strutture che la Chiesa utilizza per curare e tenere sotto controllo i sacerdoti riconosciuti colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede, e che la Santa sede non ha voluto segnalare all’Onu (a due diverse Commissioni delle nazioni unite che nel 2014 indagavano sul rispetto della Convenzione per la tutela dei minori e di quella contro la tortura, ndr) e quelli che spontaneamente chiedono aiuto a «colleghi» specialisti dopo aver scoperto di essere «attratti» dai bambini.

    Si tratterebbe in pratica di luoghi di reclusione – ma senza sbarre e carcerieri – paralleli a quelli dello Stato, dove sono trattenuti i presunti responsabili di reati compiuti in territorio italiano ma che non vengono denunciati alla giustizia civile dai loro superiori. Perché secondo la legge vaticana costoro sono prima di tutto dei peccatori, e come tali devono essere puniti ed espiare secondo i canoni della giustizia divina. Queste dimore costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg. Durante un colloquio con un sacerdote psicoterapeuta abbiamo scoperto che da almeno trent’anni esiste nel nostro Paese una rete ben organizzata di assistenza per preti in crisi, avvolta nella totale riservatezza, che attraversa la penisola come un fiume carsico. Una rete composta da centinaia di case parrocchiali, comunità di religiosi e abitazioni di famiglie laiche pronte ad accogliere, per periodi più o meno lunghi, quegli ecclesiastici che secondo i loro superiori hanno bisogno di «staccare la spina» a causa dei motivi più disparati, dai disagi interiori più o meno marcati alle crisi vocazionali.

    In ciascuna delle oltre duecentoventi diocesi italiane è presente almeno una struttura in grado di isolare dal mondo i «figli della Chiesa» che vogliono intraprendere un cammino di recupero, espiazione e penitenza. Da questa rete di assistenza residenziale sono invece escluse le suore, che hanno a disposizione solo servizi ambulatoriali e l’aiuto esterno da parte di equipe di psicoterapeuti. In alternativa c’è la «cura» da parte delle consorelle in convento.

    In libreria L’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista di Left Federico Tulli hanno attraversato l’Italia visitando e raccontando in Giustizia divina, in libreria per Chiarelettere dal 9 novembre, i cosiddetti centri di cura per sacerdoti e suore “in difficoltà”. Come funzionano? Chi li finanzia? Da nord a sud, operano nella più assoluta discrezione e riservatezza. Ospitano sacerdoti e suore con le storie più diverse, alcuni dei quali sottratti alla giustizia. Di loro si occupa la Chiesa, come una “madre amorevole”. La violenza sui minori non è l’unico reato commesso da ecclesiastici. C’è la suora stalker, il sacerdote omicida, c’è l’omosessualità, che per la Chiesa resta un peccato da espiare lontano da occhi indiscreti. C’è il prete affetto da ludopatia e quello ossessionato dai siti porno. Una minoranza, certo. Ma molto numerosa. Tutta colpa del diavolo, dice la Chiesa, come documenta l’ultima parte di questa inchiesta, dedicata alle scuole di esorcismo in Italia e alle cerimonie di liberazione dal “maligno” a cui gli autori hanno partecipato di persona. Se questa è la realtà dietro agli appelli e alle battaglie di papa Francesco, se questo è il Vaticano, difficile che qualcosa possa davvero cambiare.

    Where and how the Roman Catholic Church is hiding pedophile priests

     

    Voici où et comment l’Église cache les prêtres pédophiles

     

    Ecco dove e come la Chiesa nasconde i preti pedofili

  • La figura dell’ex card. McCarrick nell’inchiesta del Washington Post

    La figura dell’ex card. McCarrick nell’inchiesta del Washington Post

    Vi propongo una inchiesta di Michelle Boorstein del The Washington Post che delinea la figura dell’ex card. Theodore McCarrick e degli abusi sessuali negli Stati Uniti.

    Eccola nella mia traduzione.

     Sabino Paciolla

    Nel novembre 2000, un sacerdote di Manhattan si era stufato dei segreti che conosceva di un arcivescovo di nome Theodore McCarrick e decise di dirlo al Vaticano.

    Per anni, il reverendo Bonifacio Ramsey aveva sentito dai seminaristi che McCarrick li stava spingendo a dormire nel suo letto. Gli studenti gli dissero che non erano stati toccati, ma comunque, secondo lui, era un comportamento del tutto inappropriato e irresponsabile – specialmente per il nuovo arcivescovo di Washington.

    Ramsey chiamò l’allora ambasciatore del Vaticano, l’arcivescovo Gabriel Montalvo, il quale implorò il sacerdote di scrivere l’accusa perché potesse essere inviata a Roma. “Manda la lettera!“. Chiese Montalvo, ricorda Ramsey.

    Non ricevette mai risposta da Montalvo, e da allora Ramsey distrusse la copia della sua lettera del 2000, ha detto.

    “L’ho pensato come segreto e in qualche modo anche sacro – qualcosa da non divulgare“, ha detto Ramsey al Washington Post. Non è stata la questione di un chierico che occasionalmente “scivolava” riguardo al voto del celibato a scioccare Ramsey, che crede che sia una cosa comune. E’ stata la natura ripetuta e non consensuale delle accuse nei confronti di McCarrick.

    Da quando Papa Francesco ha sospeso McCarrick quest’estate per aver palpeggiato un chierichetto e molti chierici sono stati accusati di aver coperto McCarrick, è stato piazzato un riflettore sull’unico posto con l’autorità di sovrintendere a un cardinale: il Vaticano.

    Ci sono ancora molte più domande che risposte sul ruolo di Roma. A chi è stato detto del problema e cosa è stato detto? Quelle discussioni furono mai trasmesse ai papi Francesco e Benedetto? E, infine, se i pontefici sapevano di quello che stava succedendo, cosa hanno fatto, se non altro?

    La lettera di Ramsey del 2000 a Montalvo, morto da allora, è il primo rapporto noto al Vaticano su McCarrick, che solo un paio di mesi dopo è salito ai vertici del cattolicesimo come cardinale.

    Ma i rapporti sul suo comportamento continuarono, e le accuse divennero sempre più gravi. Oltre a Ramsey, almeno altre tre persone inviarono lettere agli ambasciatori del Vaticano – chiamati nunzi (apostolici, ndr). Tra questi, il noto sacerdote-psicologo Richard Sipe e due vescovi del New Jersey, Paul Bootkoski e John Myers.

    Il rapporto più completo su ciò che può essere accaduto alle comunicazioni su McCarrick una volta entrate in Vaticano è stato quello dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, un ex ambasciatore negli Stati Uniti, che ha sganciato una bomba a fine agosto. Viganò ha scritto che un certo numero di alti funzionari vaticani – tra cui i papi Benedetto e Francesco – erano stati informati del presunto comportamento scorretto di McCarrick.

    Da quando Viganò ha pubblicato il suo resoconto, in gran parte non verificato, su diversi siti conservatori, la maggior parte delle persone in esso citate hanno rifiutato di commentare. Almeno uno, monsignor Jean-François Lantheaume, che lavorava presso l’Ambasciata degli Stati Uniti in D.C., ha risposto alla lettera, dicendo, senza dare ulteriori dettagli, che esso è vero.

    Domenica scorsa (il 7 ottobre 2018, ndr), un cardinale (Marc Ouellet, ndr), nella prima risposta diretta del Vaticano alle accuse che papa Francesco fosse a conoscenza e abbia nascosto la presunta cattiva condotta sessuale (di McCarrick, ndr), ha descritto quelle affermazioni come “un complotto politico che non ha alcuna base reale”.

    La lettera, scritta dal cardinale canadese Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione dei vescovi del vaticano, diceva che era “incredibile e senza fondamento” accusare Francesco di “aver coperto consapevolmente il caso di un presunto predatore sessuale“. Ouellet – che, come Lantheaume, è stato nominato nella lettera come persona a conoscenza delle azioni di McCarrick – ha raffigurato Viganò come pieno di amarezza e deluso a causa della sua carriera (mancata, ndr) all’interno della Santa Sede e ha detto di essere in “ribellione aperta e scandalosa“. Ouellet lo ha anche accusato di sfruttare il più ampio scandalo degli abusi sessuali del clero negli Stati Uniti come un modo per sferrare “un colpo immeritato e inaudito” sul Papa.

    Attraverso decine di interviste, documenti e post pubblicati sul blog dell’epoca, The Washington Post ha messo insieme un resoconto dettagliato sull’origine e la natura delle denunce al Vaticano su McCarrick. Il racconto dietro le denunce, di cui almeno tre nel 2000 o più tardi, illustra anche il grande valore attribuito al rispetto della gerarchia all’interno della Chiesa cattolica, il silenzio e la segretezza intorno al tema dell’attività sessuale dei sacerdoti e l’estrema opacità della burocrazia vaticana – fattori che hanno contribuito a far sì che le accuse contro McCarrick rimanessero nascoste per così tanto tempo.

    “La curia porta la disfunzione a un livello completamente nuovo”, ha detto Tom Doyle, che ha lavorato presso l’Ambasciata del Vaticano negli anni ’80 come sacerdote ed esperto di diritto canonico e che ora lavora come difensore dei sopravvissuti agli abusi del clero.

    Doyle dice di credere che gli ambasciatori negli anni ’90 e all’inizio del 2000 a volte hanno ignorato le comunicazioni sugli abusi sessuali perché l’argomento era nuovo ed esplosivo, e meno tracce cartacee c’erano e meglio era. L’ambasciata del Vaticano a Washington è la prima tappa per le denunce all’interno della Chiesa americana.

    Montalvo, in particolare, “ha semplicemente ignorato tutte le comunicazioni che ha ricevuto sugli abusi sessuali sui bambini“, ha detto Doyle.

    I documenti inviati ai nunzi sono stati molto probabilmente – anche se non sempre – inoltrati al segretario di Stato, presso il Vaticano a Roma, ma spettava a quell’ufficio determinare quali di quelle informazioni dovessero essere trasmesse al pontefice, secondo gli esperti a conoscenza del funzionamento (della burocrazia, ndr) del Vaticano. La Chiesa non condivide abitualmente informazioni sulle comunicazioni interne con laici cattolici o giornalisti.

    Le lamentele su McCarrick inviate da Ramsey, Bootkoski, Myers e Sipe sono entrate in questo oscuro sistema, e i loro viaggi all’interno del Vaticano rimangono per lo più un mistero.

    “Inviami la lettera”.

    Ramsey si assunse un grosso rischio come sacerdote nel novembre 2000, il giorno dopo che Papa Giovanni Paolo II nominò McCarrick arcivescovo di Washington. Il ruolo (specialmente in quella sede, centro della vita politica statunitense, ndr), una delle posizioni più importanti del cattolicesimo americano, garantisce praticamente la berretta rossa di cardinale e il potere indiscusso che ne consegue.

    Ramsey ha detto al Washington Post che chiamò Montalvo per condividere ciò che sapeva. Ramsey era professore di un seminario nel New Jersey quando McCarrick era arcivescovo. Stava condividendo (in quel periodo, ndr) ciò che gli avevano detto i suoi seminaristi.

    Ha detto di aver descritto la situazione al telefono e di aver chiesto se Montalvo avrebbe accettato di ricevere una lettera sull’argomento; l’ambasciatore gli disse di sì. Ramsey ha detto che il giorno dopo era spaventato, e che chiamò Montalvo per dire che aveva avuto dei ripensamenti. E se avessero spifferato a McCarrick che lui aveva condiviso le accuse?

    “Mi mandi la lettera, mi mandi la lettera“, lo esortò con forza Montalvo, ha detto Ramsey. “Cosa pensa che siamo degli stupidi?“.

    Ramsey ha detto di aver inviato la lettera a Montalvo, ma non ha mai ricevuto alcun avviso di ricevimento. Anche se Ramsey ha distrutto la sua copia della lettera, dice che il suo contenuto era simile a quello di una nuova lettera che in seguito ha inviato, nel 2015, all’arcivescovo di Boston, il cardinale Sean O’Malley, capo della Commissione sugli abusi sessuali clericali istituita da Papa Francesco. In quella lettera, che Ramsey ha condiviso con The Washington Post, ha espresso preoccupazione per “una forma di abuso sessuale – molestie sessuali – intimidazione o forse anche solo altamente immorale“.

    Qualche settimana fa, Ramsey ha detto di aver scoperto nei suoi documenti una lettera del 2006 del cardinale Leonardo Sandri, ora capo del collegamento del Vaticano per le Chiese cattoliche in Nord Africa e Medio Oriente. Quella lettera, riportata per la prima volta dal Catholic News Service, sembra confermare che gli alti prelati a Roma avessero ricevuto la nota di Ramsey sulla questione del letto che veniva condiviso (da parte di McCarrick, ndr).

    In quella lettera, Sandri chiede informazioni su un candidato che ha frequentato il seminario di Ramsey. Sembra che Sandri abbia chiesto se il candidato fosse coinvolto nelle accuse su McCarrick.

    “Chiedo con particolare riferimento alle gravi questioni che coinvolgono alcuni degli studenti del Seminario dell’Immacolata Concezione, che nel novembre 2000 lei è stato così gentile da portare all’attenzione di Montalvo in modo confidenziale“, scrive Sandri.

    Nella lettera di Viganò, dice Montalvo e il suo sostituto a Washington, Pietro Sambi – morto nel 2011 – “non ha mancato di informare immediatamente la Santa Sede” della lettera di Ramsey, eppure non offre dettagli e prove.

    Alcuni cattolici hanno messo in dubbio la credibilità di Viganò, un conservatore anti Francesco il cui curriculum personale sulla gestione dei casi di abuso del clero è stato oggetto di esame.

    A Roma, Sandri e una suora che lo accompagnava ha detto a The Washington Post il mese scorso che non avrebbe parlato di nulla di quello di cui era a conoscenza sulle lamentele su McCarrick.

    “Mai, mai“, ha detto la suora che camminava con Sandri a The Washington Post.

    “Oh, beh, Dio solo sa del futuro”, ha detto Sandri con una risata. Ma “nessuno parlerà. È una questione di prudenza, di saggezza“.

    Molte più accuse schiaccianti sarebbero arrivate.

    Le cause legali

    Negli anni ’90, secondo documenti ottenuti da The Washington Post, un sacerdote trentenne della diocesi di Metuchen (New Jersey, USA) ha riferito ai suoi superiori e agli specialisti della salute mentale che in passato era stato molestato e vittima di molestie sessuali, in seminario e dal “suo vescovo”. Mentre i documenti non citano McCarrick, una fonte che conosce molto bene il caso dell’uomo conferma che si trattava di McCarrick.

    Queste storie sono venute fuori attraverso la consulenza dopo che il sacerdote ha riferito ai suoi superiori di essere stato sessualmente coinvolto con due minori maschi. I consulenti, nel corso degli anni ’90, hanno stabilito che il sacerdote era stato vittima varie volte nella sua vita, non era un pedofilo e poteva essere rimandato al ministero.

    Ma dopo l’esplosione degli scandali di abusi all’inizio degli anni 2000, riferisce la fonte, il caso del sacerdote riemerse perché il nuovo vescovo del sacerdote – in un ambiente più consapevole, post-scandalo – riesaminò tutti gli archivi dei suoi sacerdoti, ed avendo visto le situazioni del sacerdote con i minori, cercò di farlo allontanare dal ministero.

    Questo fatto sconvolse gravemente il sacerdote, che fece causa.

    A metà degli anni 2000, il sacerdote raggiunse un accordo transattivo con le diocesi di Trenton, Metuchen e Newark, di cui sono trapelati i dettagli. Viganò ha sostenuto nella sua lettera (testimonianza, ndr) che il sacerdote stesso aveva inviato i dettagli “a circa 20 persone, tra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, polizia e avvocati“. Alcuni stralci – senza il nome del sacerdote – erano anche sul noto blog di Sipe e su altri blog cattolici della metà degli anni 2000 che circolano ancora oggi.

    I presunti episodi riportati negli stralci dell’accordo transattivo sono inquietanti. L’allora seminarista descriveva una battuta di pesca con McCarrick e due sacerdoti che si concludeva in una camera di motel con due letti matrimoniali. Egli descrive di essere stato osservatore angosciato mentre McCarrick e un altro sacerdote si accarezzavano “dalla testa ai piedi”, ridendo nel letto accanto. Ad un certo punto, il seminarista ha detto di aver incrociato lo sguardo di McCarrick, e, riferisce: “[McCarrick] mi ha sorriso, dicendo ‘sei il prossimo’. . . . Mi sono sentito male allo stomaco e mi sono rifugiato sotto le coperte“.

    In un altro stralcio dell’accordo transattivo pubblicato sul blog di Sipe, il seminarista ha detto che McCarrick lo convocò per accompagnarlo da Newark a New York City e di aver deviato in un appartamento in città per la notte. McCarrick, si legge nello stralcio dell’accordo transattivo riportato sul blog, è salito nel letto del seminarista e si è avvolto strettamente intorno al giovane, il quale descrive di essersi sentito “paralizzato” e di aver sentito male allo stomaco fino al punto che si è nascosto nel bagno e ha vomitato e pianto.

    L’uomo non ha risposto alle richieste di interviste da parte del The Washington Post. I funzionari diocesani di Newark e Metuchen, che nel 2006 gli hanno pagato 100.000 dollari, hanno rifiutato di commentare questo articolo, così come Barry Coburn, l’avvocato di McCarrick.

    Dopo che l’uomo è diventato sacerdote, alla fine è stato rimosso dal ministero a causa delle accuse che avevano coinvolto i due minori.

    Le diocesi del New Jersey hanno raggiunto l’accordo con quell’uomo, e un secondo ex sacerdote, Robert Ciolek, dice che McCarrick lo ha sottoposto a massaggi indesiderati sulle spalle. Questi risarcimenti sono stati resi pubblici proprio quest’estate, quando McCarrick è stato accusato per la prima volta di aver fatto del male a un chierichetto adolescente.

    Ma le diocesi ora dicono di aver riferito tutto al Vaticano.

    Bootkoski, che guidava la diocesi di Metuchen all’epoca dei due risarcimenti, ha rilasciato una dichiarazione il 28 agosto dicendo di aver chiamato Montalvo (il nunzio apostolico, ndr) e poi di avegli scritto di quelle due denunce contro McCarrick, nel dicembre 2005.

    Bootkoski e le diocesi di Metuchen e Newark hanno rifiutato di condividere con The Washington Post il testo specifico che ha inviato a Montalvo, ma hanno condiviso la lettera di presentazione.

    “In allegato trovate le informazioni di cui abbiamo parlato ieri“, (Bootkoski) scrive a Montalvo. “Se posso esserle di ulteriore aiuto in questa materia, non esiti a chiamarmi. Con sentimenti di stima personale, e i miei auguri di buon auspicio per un Avvento e un Natale benedetti“.

    Un portavoce dell’arcidiocesi di Newark, James Goodness, ha recentemente detto a The Washington Post che Myers, che ha lasciato l’incarico di arcivescovo nel 2016, ha detto anche all’ambasciatore vaticano (cioè al nunzio, ndr) dei due risarcimenti, ma ha rifiutato di dire quando o di fornire la comunicazione.

    Comportamento sessuale tra i sacerdoti

    Il linguaggio delle lettere, che rivela poca urgenza, indica un paradosso nel cuore della Chiesa: Perché tutti erano così tranquilli sui comportamenti sessuali di qualsiasi tipo tra i chierici che avevano fatto voto di castità?

    Il caso McCarrick rivela, tra l’altro, le contraddizioni non dette tra l’immagine dei sacerdoti come completamente celibi e la realtà degli uomini che a volte lottano con la loro sessualità. Alcuni esperti e chierici hanno paragonato i voti di castità dei sacerdoti a quelli delle coppie sposate che diventano infedeli. In altre parole, avviene il contatto fisico o sessuale tra sacerdoti. Ma non è chiaro quanto sia frequente e con quale frequenza sia non consensuale.

    Nel caso di McCarrick, ci sono accuse di comportamenti abusivi in corso. Ma nei decenni passati, le molestie o il comportamento sessuale tra adulti non hanno suscitato altrettanta preoccupazione rispetto agli abusi sui minori da parte dei sacerdoti.

    Anche così, la sessualità dei sacerdoti è stata in gran parte una terza corsia nella Chiesa, con scarso riconoscimento aperto della questione.

    Alcuni citano l’opera di Sipe (un monaco benedettino che in seguito ha lasciato l’abito talare, studioso, ndr), scomparso quest’estate ma che ha passato la sua vita a studiare il celibato nella Chiesa cattolica. Nel suo libro del 1990, “A Secret World“, basato su uno studio sui sacerdoti del periodo 1960-1985, Sipe sosteneva che ad un certo punto solo circa la metà dei sacerdoti erano celibi.

    Monsignor Stephen Rossetti, uno psicologo che studia e scrive sul benessere dei sacerdoti, dice che la Chiesa negli ultimi 15 anni circa è diventata gradualmente molto più severa sul celibato e disposta a discutere l’argomento.

    “Trent’anni fa il messaggio è stato confuso“, ha detto, sostenendo che McCarrick è la prova che le linee erano sfocate. “Abbiamo visto il disastro che ne è derivato“.

    Doyle dice che lo scandalo McCarrick è parte di un processo lungo anni del “mito dei sacerdoti che non hanno vite sessuali distrutte”. Ha detto che molti sacerdoti che conosce cercano di essere celibi, ma spesso falliscono. “E sono buoni sacerdoti”.

    Anche se aveva avvertito il Vaticano della presunta cattiva condotta di McCarrick, Sipe sembrava a volte deferente al sistema a cui ha dedicato la sua vita alla sfida.

    Il suo sito web contiene una lettera del maggio 2008 che dice di aver inviato a Papa Benedetto XVI.

    “Vostra Santità, io, Richard Sipe, mi avvicino a voi a malincuore per parlare del problema dell’abuso sessuale di sacerdoti e vescovi negli Stati Uniti“, ha scritto sul post che è stato ampiamente condiviso.

    Un caso, ha affermato, riguardava McCarrick.

    Sipe scrisse che quando insegnava al St. Mary’s Seminary & University di Baltimora, alla fine degli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80 “un certo numero di sacerdoti” gli vennero a riferire che McCarrick li portava in varie case nella zona di New York/New Jersey “e dormiva con alcuni di loro“.

    Sipe ha citato i rapporti di un altro blogger relativi a tre ecclesiastici senza nome (uno un ex sacerdote) che non avevano avuto “nessun contatto sessuale“, ma che avevano condiviso un letto e successivamente avevano ricevuto biglietti e lettere da McCarrick.

    Sipe sembra anche citare, senza nomi o dettagli, la scena della stanza d’albergo che si è conclusa con il risarcimento del seminarista diventato prete.

    I post di Sipe spesso non includevano citazioni, ma quest’estate, prima di morire, ha detto al The Washington Post che aveva parlato con più persone che erano state coinvolte sessualmente con McCarrick, compreso il seminarista che in seguito ha ricevuto un risarcimento. Sipe ha rifiutato di identificare le persone per nome o di mettere in collegamento il Washington Post con loro.

    “Vostra Santità, dovete cercare e ascoltare le loro storie, come ho fatto io da molti sacerdoti sulla loro seduzione da parte di chierici di alto livello, e sulle terribili conseguenze nella loro vita“, scrive Sipe a Benedetto XVI.

    Un post del 2010 di Sipe dice che il caso del seminarista fu inviato alla sezione vaticana dell’enforcing-doctrine (dovrebbe trattarsi del ramo della Congregazione per la Dottrina della Fede, ndr), che supervisiona i casi di abuso del clero, “ma non ha ancora ricevuto risposta“, scrive Sipe (se ci si riferisce alla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora il prefetto era il card. Levada, ndr).

    La moglie di Sipe, Marianne Sipe, e Doyle, che ha lavorato a stretto contatto con Sipe, dicono che non ci sono prove che Benedetto abbia mai ricevuto le sue lamentele. C’è, tuttavia, una breve lettera datata 5 maggio 2008, dell’allora nunzio Sambi, che riconosce le accuse esplosive di Sipe su McCarrick.

    “Riconosco la sua gentile lettera, con allegato“, scrive Sambi in una lettera sul sito di Sipe. “Siate certi che la vostra corrispondenza indirizzata alla Santa Sede è stata trasmessa mediante la borsa diplomatica. Con cordiali saluti e auguri di preghiera, io sono, sinceramente vostro in Cristo”.

    (Stefano Pitrelli e Chico Harlan hanno contribuito da Roma)

    Fonte: The Washington Post

    La figura dell’ex card. McCarrick nell’inchiesta del Washington Post

  • “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

    “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

    “Der Spiegel” pubblica oggi diciannove pagine di un’inchiesta dedicata al Pontefice regnante, intitolata “Non dire falsa testimonianza. Il Papa e la Chiesa nella sua crisi più grande”. Nell’articolo, di cui traduciamo qualche paragrafo dalla versione inglese pubblicata da Maike Hickson su LifeSite News si punta l’attenzione sulle mancanze di papa Bergoglio, soprattutto in tema di abusi sessuali.

    Una larga parte dell’articolo è centrato su interviste a vittime di abusi clericali a Buenos Aires, la diocesi di cui Bergoglio era arcivescovo fino all’elezione nel marzo 2013. Scrive Maike Hickson che “Der Spiegel è sorprendentemente critico di papa Francesco per quanto riguarda il suo governo in generale, compresa la sua attitudine ambigua in molti campi – fra cui la comunione ai protestanti e la comunione per i divorziati risposati, e ricorda le parole attribuite al Pontefice, il suo timore “di passare alla storia come qualcuno che ha spaccato la Chiesa”. “Der Spiegel” ricorda inoltre il caso di padre Inzoli, il sacerdote abusatore condannato dalla giustizia italiana, e “graziato” per un certo periodo dal papa contro il parere del card. Müller, il party omosessuale con droga del segretario del fedele card. Coccopalmerio, lo scandalo della copertura a McCarrick e la posizione anomala di uomini di fiducia del Pontefice come i cardinali Maradiaga e Errazuriz. Questa disamina così impietosa e fattuale del giornale tedesco è interessante perché rappresenta una crepa nell’omertà giornalistica che i Main Stream Media hanno riversato sul Pontefice fino ad oggi.

    I giornalisti di “Der Spiegel” hanno viaggiato in Argentina, a Monaco e altrove per raccogliere notizie. Hanno parlato con una donna di La Plata, Julieta Anazco vittima di abusi da parte di un prete, che come ha scoperto in seguito, era stato trasferito per le accuse di abuso sui minori. Julieta ha sofferto molto per questo episodio, è andata in terapia ed è membro adesso di una “Rete di sopravvissuti agli abusi ecclesiastici”.

    Scrive il giornale: “Nel 2013, poco dopo che Bergoglio è stato eletto papa, Julieta Anazco e altre tredici vittime di padre Gimenez scrissero una lettera in cui descrivevano che cosa era accaduto loro, e perché ancora vivessero sotto depressione; e ci fossero stati tentativi di suicidio; o perché alcuni di loro si fossero dati a consumare droga, mentre il prete accusato continuava a celebrare messa ed era a contato con bambini”.

     La lettera è stata inviata con raccomandata e ricevuta di ritorno nel dicembre del 2013, e tre settimane più tardi giunse la conferma della ricezione. Poi, più nulla. Non una parola. Il prete accusato però fu trasferito in una casa di riposo per persone anziane, dove “ancora si mostra ai giornalisti vestito in talare. Continua a celebrare messa ed è rispettato” scrive il giornale.

    “Der Spiegel” spiega che “durante il periodo in cui Bergoglio era cardinale, molte vittime d abusi a Buenos Aires si sono rivolte a lui per aiuto; a nessuno è stato permesso vederlo”. Attualmente sono in corso sessantadue processi contro preti argentini per abusi. “Il numero delle loro vittime potrebbe raggiungere le migliaia”. Spiega Julieta: “Per noi è difficile, perché nessuno ci crede. Vogliamo raggiungere il Papa, ma lui non è interessato a noi”.

    Interessante una riflessione, contenuta nell’articolo, di Juan Pablo Gallego, un eminente avvocato difensore delle vittime, secondo cui “Francesco è ora in esilio a Roma, avendo trovato rifugio (con immunità), per così dire laggiù. In Argentina dovrebbe confutare il sospetto di aver protetto per anni violentatori e abusatori di minori”.

    Gallego ha parlato con “Der Spiegel” del caso di padre Grassi, per cui vi rimandiamo a questo link. Secondo Gallego, Jorge Mario Bergoglio è stato per anni confessore di padre Grassi, e ha ordinato una contro-inchiesta per difendere il prete che sta scontando quindici anni per abusi, e “per criminalizzare le vittime”. Che è quanto il Pontefice ha fatto nel caso del Cile, definendo “calunniatori” quelli che chiedevano giustizia per gli abusi del vescovo Barros. En passant: questa frase dell’avvocato può contribuire a spiegare il mistero di un Pontefice che dopo cinque anni dall’elezione non sembra avere nessuna intenzione di fare un salto a casa…

    Da Rosso Porpora del collega Giuseppe Rusconi abbiamo una notizia interessante:

    “Da Accattoli è venuta un’indiscrezione di portata rilevante: secondo le sue informazioni la prospettata ‘risposta’ della Santa Sede al memoriale di Carlo Maria Viganò è stata presentata al Papa lunedì 17 settembre dal cardinale Parolin e approvata il giorno successivo. Dovrebbe dunque essere questione di ore o di pochi giorni per la sua pubblicizzazione”. Luigi Accattoli ex vaticanista del Corriere della Sera è uno dei colleghi più entusiasticamente filo-Bergoglio in una platea in cui questo genere di persone non fa difetto. Storicamente molto legato alla Segreteria di Stato e all’ala più progressista e sinistra della Chiesa (il suo grande amico e collega, il compianto Giancarlo Zizola, attribuiva il suo ingresso al Corriere al card. Achille Silvestrini, allora Ministro degli Esteri e in seguito king-maker per Bergoglio) un’indiscrezione del genere ha indubbiamente valore. Sarà curioso vedere se è come sarà corretto o smentito, o spiegato, il resoconto del colloquio fra Viganò e il Papa il 23 giugno 2013, quando Viganò spiegò chiaramente che genere di criminale fosse McCarrick, e come Benedetto XVI lo avesse sanzionato.  (di Marco Tosatti su www.marcotosatti.com)

    “DER SPIEGEL” E LE COPERTURE DEGLI ABUSI IN ARGENTINA AL TEMPO DI BERGOGLIO. UN’INCHIESTA DI 19 PAGINE.

  • Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    Abusi, le questioni aperte del rapporto della Chiesa tedesca

    IACOPO SCARAMUZZI – Il rischio dell’abuso sessuale su bambini nella Chiesa cattolica «non è un fenomeno concluso» ed «esige azioni concrete»: è la conclusione a cui giunge un rapporto commissionato dalla Conferenza episcopale tedesca, e pubblicato ufficialmente oggi, che, tra l’altro, pur registrando indizi statistici di una qualche correlazione tra abusi, da un lato, omosessualità o celibato, dall’altro, precisa che «né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori», e punta piuttosto l’attenzione sulla «maturità» psicologica e sessuale dei seminaristi e dei sacerdoti, raccomandando maggiore impegno nella loro formazione, e sul rischio di «clericalismo» che giustifica l’abuso sessuale e, a monte, l’abuso di potere.

    «I risultati dell’indagine dimostrano chiaramente che l’abuso sessuale su minori da parte di sacerdoti della Chiesa cattolica non è dovuto al comportamento sbagliato di singoli ma che si deve rivolgere l’attenzione anche alle caratteristiche strutturali di rischio dentro la Chiesa cattolica, che favoriscono l’abuso sessuale su minori o rendono più difficile la sua prevenzione», si legge nel documento che conclude uno studio avviato nel 2014 da un’equipe delle università di Mannheim, Heidelberg e Giessen che in tre anni ha esaminato 38.156 dossier messi a disposizione dalle 27 diocesi tedesche.

    I più rilevanti dati registrati dallo studio, intitolato “Abuso sessuale di minori da parte di sacerdoti cattolici, diaconi e religiosi di sesso maschile nella giurisdizione della Conferenza episcopale tedesca” e pubblicati oggi nel corso dell’assemblea plenaria di autunno dell’episcopato nella città di Fulda, sono stati anticipati nelle scorse settimane dallo Spiegel e dalla Zeit . Tra il 1946 e il 2014 sono stati 3.677 i minori abusati sessualmente da parte di 1.670 preti o religiosi in Germania, ossia il 4,4% dei chierici del Paese in questo lasso di tempo (percentuale, rileva lo studio, analogo a quello registrato negli Stati Uniti dal John Jay College of Criminal Justice 2004 e inferiore al sette per cento individuato dalla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse in Australia che però, si precisa, ha utilizzato un altro metodo di calcolo). «Probabilmente questo numero è sbagliato per difetto», puntualizza lo studio, «se teniamo conto di ciò che sappiamo sulle zone d’ombra è chiaro che il numero reale è maggiore».

    Sono 1023 gli assalitori che hanno abusato una sola volta, 782 hanno compiuto da due a dieci abusi, 96 i veri e propri abusatori seriali con decine di abusi. Il numero più alto è di 44 vittime per un solo accusato. Dei minori abusati 969 erano chierichetti. La maggioranza delle vittime aveva 13 anni, la maggior parte dei primi abusi sono stati commessi da religiosi di età tra i 30 e i 50 anni, il lasso di tempo che intercorse tra l’anno della consacrazione sacerdotale o diaconale e l’anno del primo abuso accusato era in genere di 14,3 anni. Lo studio ha rilevato in uno dei sottogruppi in cui è stato suddiviso il lavoro, quello svolto tramite interviste ai sacerdoti, che nel 36% degli accusati sono emersi indizi di un abuso sessuale subito a loro volta. Le vittime hanno avuto nel corso degli anni o decenni successivi una «vasta gamma» di problemi psicologici, di salute, di relazione, nonché problemi «nel campo della fede e della spiritualità».

    Solo 122 abusatori sono stati assicurati alla giustizia civile. Nel 33,9% degli accusati era stato documentato l’avvio di una procedura di diritto canonico, cosa che non è stata fatta per il 53%. Le denunce, che seguono lo stesso andamento statistico, sono state presentate soprattutto dalle vittime o dalle loro famiglie (27,5%), solo nel 19,4% dei casi da rappresentanti della Chiesa cattolica. Il 10,7% dei sacerdoti abusatori si sono autodenunciati. Le denunce presentate presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma riguardano solo il 14% degli accusati. L’intervallo di tempo intercorso tra il primo abuso e l’avvio della relativa procedura è generalmente molto lungo, comprendendo in media oltre 13 anni (per le denuncie), 22 anni (per le procedure secondo il diritto canonico), e 23 anni (per la segnalazione alla Congregazione per la Dottrina della Fede). Circa un quarto di tutte le procedure di diritto canonico avviate non hanno portato a nessuna sanzione. Lo studio ha anche «fatto emergere indizi secondo cui i fascicoli personali o altri documenti di rilievo per le analisi sono andati stati distrutti o manipolati». I sacerdoti accusati di abusi sono stati trasferiti da una parrocchia ad un’altra più spesso che gli altri sacerdoti (91,8% contro 86,8%), senza adeguate spiegazioni ai fedeli, nel 18,3% i trasferimenti interni alla diocesi, nel 25,6% i trasferimenti da una diocesi all’altra, dipendevano da un’accusa di abuso sessuale.

    La ricerca individua tre tipologie di prete abusatore: colui che ha una vera e propria «preferenza pedofilia» e che possono essere attratti dal sacerdozio per «le sue molteplici possibilità di contatto con bambini e adolescenti», il «tipo narcisistico-sociopatico» per il quale «l’abuso sessuale appare come una delle molte forme dell’abuso di potere narcisistico» e, infine, la persona immatura sul piano personale e sessuale, per il quale «l’obbligo del celibato potrebbe offrire una possibilità male interpretata di non doversi occupare sufficientemente della propria identità sessuale» e al quale, anni dopo la consacrazione, «l’aumento dello stress lavorativo, l’isolamento e la mancanza di sostegno da parte della Chiesa fanno cadere gli ostacoli verso crimini di abuso sessuale».

    La percentuale relativa ai diaconi accusati è molto inferiore a quella dei sacerdoti (celibi) accusati. Inoltre, il 62,8% delle vittime di abuso sessuale erano di sesso maschile, il 34,9% di sesso femminile. «La palese prevalenza di vittime maschili si distingue dall’abuso sessuale su minori commesso in contesti non religiosi». Quanto agli abusatori, nel 14% dei sacerdoti accusati in base ai fascicoli delle diocesi, nel 19,1% di quelli registrati nei fascicoli giudiziari e nel 72% di coloro che sono stati intervistati dai ricercatori sono stati registrati «indizi di un orientamento omosessuale». Al proposito lo studio individua diversi fattori, tra i quali il fatto che prima del Concilio Vaticano II al servizio di chierichetti erano ammessi sono i maschi, per poi concentrare l’attenzione sugli «atteggiamenti ambivalenti della morale sessuale cattolica nei confronti dell’omosessualità e sul significato del celibato».

    «L’obbligo di una vita nel celibato – è la spiegazione esposta – potrebbe sembrare la soluzione dei propri problemi psichici a seminaristi inclini a negare le proprie tendenze omosessuali, dato che offre anche la prospettiva di una stretta convivenza esclusivamente con uomini, perlomeno in seminario. A questo riguardo specifiche strutture e regole della Chiesa cattolica potrebbero avere un elevato potenziale di attrazione per persone immature con tendenze omosessuali» e «c’è quindi il pericolo che queste tendenze debbano essere vissute “di nascosto”. La complessa interazione di immaturità sessuale, di possibili latenti tendenze omosessuali negate e respinte in un ambiente in parte anche manifestamente omofobo potrebbe essere un’altra spiegazione della prevalenza di vittime di sesso maschile nell’abuso subito da religiosi cattolici. Tuttavia né l’omosessualità né il celibato sono di per sé cause dell’abuso sessuale su minori».

    Sempre sul tema dell’omosessualità, i ricercatori tedeschi precisano che «non è un fattore di rischio di abuso sessuale» ma, scrivono, «i risultati dello studio ci obbligano a occuparci del significato che hanno le idee specifiche della morale sessuale cattolica riguardo all’omosessualità nel contesto dell’abuso sessuale su minori. Deve essere urgentemente ripensato anche l’atteggiamento fondamentalmente negativo della Chiesa cattolica verso la consacrazione di uomini omosessuali. Le terminologie idiosincratiche usate dalla Chiesa in questo contesto come quelle di “tendenze omosessuali profondamente radicate” sono prive di qualsiasi fondamento scientifico. Al posto di questi atteggiamenti occorre creare un’atmosfera aperta e tollerante».

    In generale, per lo studio tedesco, «una vita nel celibato scelta con maturità e su base volontaria è possibile. La premesse di base, cioè la scelta volontaria e la maturità dello sviluppo della personalità non sono necessariamente presenti in tutti i seminaristi».

    La ricerca commissionata dalla Conferenza episcopale tedesca si conclude con una serie di raccomandazioni alla Chiesa, pur riconoscendo gli sforzi che già sono stati fatti in particolare a partire dai primi anni 2000. Viene in particolare suggerito alla Conferenza episcopale tedesca di applicare in modo omogeneo in tutte le 27 diocesi le misure sinora adottate «in modo palesemente eterogeneo»; di documentare le denunce in modo omogeneo; di organizzare uno sportello indipendente per le denunce da fare anche in forma anonima; di migliorare le procedure canoniche, senza pensare che le procedure penali dispensino la chiesta dalla responsabilità di tutelare gli interessi delle vittime e, al contempo, assistere gli accusati; e di migliorare, sia qualitativamente che quantitativamente, la selezione e poi la formazione psicologica nei seminari nonché la formazione continua per i sacerdoti. Quanto alle vittime, lo studio suggerisce ai vescovi di introdurre una giornata annuale loro dedicata, di uniformare le procedure di indennizzo, e di coinvolgere le vittime nelle procedure di prevenzione.

    La ricerca affronta anche il tema del segreto confessionale, limitandosi a scrivere che «dal punto di vista scientifico bisogna sottolineare la responsabilità del confessore di fornire un’adeguata spiegazione, e di aiutare nell’elaborazione e nella prevenzione degli abusi sessuali individuali».

    Lo studio tedesco, peraltro, si sofferma su un tema caro a Papa Francesco, quello del clericalismo: in tutti i casi di abuso, viene registrato che l’abusatore ha sfruttato la propria autorità. «L’abuso sessuale è prima di tutto anche abuso di potere. In questo contesto nella Chiesa cattolica l’abuso di potere viene avvicinato al concetto di clericalismo, che ne sarebbe un’importante causa con una specifica struttura», scrivono i ricercatori. In questo senso, «le sanzioni di singoli accusati, il pubblico rammarico, contributi finanziari alle vittime, l’istituzione di programmi di prevenzione e una cultura della reciproca attenzione sono misure necessarie ma assolutamente insufficienti. Se le reazioni della Chiesa cattolica si limitano a questi interventi, in realtà fondamentalmente positivi, essi sarebbero addirittura in grado di mantenere le strutture del potere clericale, dato che tendono a curare solo i sintomi di uno sviluppo negativo, ostacolando così il confronto con il vero problema del potere clericale».

    Il presidente dei vescovi tedeschi, il cardinale Reinhard Marx, che già nei giorni scorsi aveva pronunciato a nome della Chiesa cattolica le proprie scuse , è tornato oggi a dichiarare: «Per tutti i fallimenti e per tutto il dolore, come presidente della Conferenza episcopale tedesca, mi scuso».

    http://www.lastampa.it/2018/09/25/vaticaninsider/abusi-le-questioni-aperte-del-rapporto-della-chiesa-tedesca-83GhkgM8ydFY30zK82RcqM/pagina.html

  • Le parole non bastano più. Clamorose proteste in Irlanda per la pedofilia, insufficienti le scuse del Papa

    Le parole non bastano più. Clamorose proteste in Irlanda per la pedofilia, insufficienti le scuse del Papa

    I drammi della pedofilia nella Chiesa rimbalzano da Australia a Cile, da Usa a Irlanda, ma poco è stato fatto. Anzi emerge una formidabile opera di occultamento

    Le parole non bastano più. Neppure le parole di scusa e di vergogna. Ci vogliono azioni, precise, contro la pedofilia del clero cattolico. È questa la cifra dell’impatto del rinnovato ribollire in tutto il mondo (dall’Australia al Cile, dagli Stati Uniti all’Irlanda) dei drammi della pedofilia nella Chiesa. La “protesta delle scarpe “lasciate sul selciato di Dublino da un gruppo di vittime era accompagnata dallo striscione “no words”.

    Pairs of baby shoes are hung from black ribbons on Gardiner Street in Dublin in memory of the children who died at the Bon Secours Mother and Baby Home in Tuam, Co Galway, during the visit of Pope Francis to Ireland. (Photo by Niall Carson/PA Images via Getty Images)

    La stessa cosa ha chiesto direttamente rivolgendosi al Papa il primo ministro irlandese Leo Varadkar, nel suo messaggio di benvenuto. “Usi il suo ufficio e la sua influenza”. L’ufficio ha che fare con le competenze e la giurisdizione, l’influenza con la guida religiosa e morale. L’ufficio con l’azione, l’influenza con le parole, l’insegnamento. E Varadkar ha parlato prima di ufficio e poi di influenza, forse non a caso. Ma lo stesso primate d’Irlanda Eamon Martin, arcivescovo di Armagh, ha dichiarato in una serie di interviste televisive che “la gente vuole qualcosa di più di espressioni di dispiacere”.

    Due luoghi e due tempi sono uniti in questa visita di Papa Francesco In Irlanda. La presenza del Pontefice alle giornate mondiali delle famiglia, che ha preceduto quella di oggi e domani a Dublino, si era svolta tre anni fa durante la visita ufficiale negli Stati Uniti, a Philadelphia. E paradossalmente proprio da lì è arrivato nelle scorse settimane il Rapporto del Gran Giurì che ha nuovamente inchiodato la Chiesa cattolica al suo passato carico di abusi sessuali su minori.

    Il Papa nella lettera di lunedì scorso si è rivolto a tutto il popolo di Dio, ha paradossalmente sottolineato la sua solitudine di Pastore. Nel testo nessun riferimento ai vescovi e alla loro responsabilità. Ma il richiamo a quanto già ebbe a scrivere Benedetto XVI proprio agli irlandesi. Nel 2010. Cioè otto anni fa.

    Due date, due tempi, distanti quasi un’infinità. E non sembra essere cambiato molto. Anzi. Due cardinali hanno dovuto dare forfait a Dublino, il cardinale di Washington Wuerl, chiamato in causa dal rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania, e il presidente della Commissione pontificia per la tutela dei minori, Seán O’ Malley, impegnato in un’indagine urgente su abusi commessi nel seminario della sua Diocesi. Un cardinale è imputato in Cile (Ezzati) e uno è sotto processo in Australia (Pell).

    L’Attorney General della Pennsylvania Josh Shapiro, in una lettera che ha indirizzato a Francesco esattamente un mese fa, il 25 luglio, ha ricordato di aver incontrato il Papa a Philadelphia nel 2015 all’incontro mondiale delle famiglie, di aver condiviso le sue parole contro gli abusi, ma tre anni dopo gli ha chiesto conto del perché non abbia fatto niente in relazione alla responsabilità dei vescovi. Già di per sè una lettera del genere, scritta su carta intestata, dovrebbe sollevare molti interrogativi, e certamente non può essere valutata con leggerezza.

    Nei giorni scorsi “dall’entourage papale” è stato negato ufficiosamente che sia in preparazione una seconda lettera del Papa ai vescovi cattolici. Ma intanto una nuova inchiesta è partita nel Missouri, da parte di un altro Gran Giurì. E tra gli arcivescovi che allora avevano responsabilità ci sono il cardinale di New York Dolan e il cardinale conservatore Burke.

    Se è vero che quasi la totalità dei casi denunciati di recente nel mondo (317 in Irlanda, nel 2017 ) risalgono a prima dell’anno Duemila, tuttavia tale ritardo nelle denunce dimostra che il sistema di occultamento è stato formidabile.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/08/25/le-parole-non-bastano-piu-clamorose-proteste-in-irlanda-per-la-pedofilia-insufficienti-le-scuse-del-papa_a_23509327/

  • Una bomba sul Vaticano: denunciato per abusi il cardinale ex arcivescovo di Washington

    Una bomba sul Vaticano: denunciato per abusi il cardinale ex arcivescovo di Washington

    NEW YORK-ADISTA. «Zio Ted»: con questo nome era familiarmente chiamato, dalla famiglia di James (il nome completo della vittima non è noto), colui che poi diventerà la stella del firmamento episcopale statunitense, il card. Theodore McCarrick, oggi 88enne, il più importante prelato ad essere accusato di abusi sessuali e pedofilia, rimosso dal proprio ministero (v. Adista Notizie n. 24/18). All’inizio di luglio, dopo aver appreso delle accuse «credibili e sostanziate» contro McCarrick di un uomo abusato 50 anni fa (da chierichetto, 16enne), James, che ora ha 60 anni, ha capito di non essere solo e si è deciso a parlare, sporgendo il 16 luglio denuncia alla polizia in Virginia, dove attualmente vive. La sua storia, raccontata dal New York Times (19/7), è agghiacciante.

    “Zio Ted”

    James aveva 11 anni quando il predatore, di famiglia a casa sua (era il migliore amico dello zio, e James era stato il primo bambino ad essere battezzato da lui, fresco di ordinazione, nel 1958), si era infilato nella sua camera da letto per cambiarsi il costume da bagno e gli aveva ordinato di farsi guardare, nudo. «Vedi, siamo fatti nello stesso modo, va tutto bene », gli aveva detto, spogliandosi a sua volta. Quello fu il primo di numerosissimi altri episodi. James fu abusato per circa 20 anni. Cercò di confidarlo a suo padre, ma il prete era talmente amato nella sua famiglia e considerato talmente irreprensibile, che la semplice idea risultò non credibile. Anzi, il fatto stesso di essere stato battezzato da lui rese lo stretto rapporto, sotto gli occhi di tutti, quasi un privilegio, come conferma la sorella Karen: «Ci veniva spiegato che Jimmy era speciale per padre McCarrick per il fatto che era stato il suo primo battesimo. Ho sempre pensato a lui come allo zio Teddy. Era come gli altri zii, parte della nostra vita».

    Ma gli abusi ormai erano cominciati e si sarebbero ripetuti moltissime volte nel corso degli anni, senza mai peraltro arrivare a rapporti sessuali completi ma fermandosi alla masturbazione: nessun gesto di affetto, nessun bacio, pura meccanica. James aveva vissuto con difficoltà il trasferimento della sua famiglia sulla West Coast e McCarrick, che andava a trovarli spesso, era sempre molto vicino al ragazzo, aiutandolo a inserirsi nella nuova scuola. A 13 anni, questi fu toccato dal prete, e la cosa continuò in parcheggi e luoghi appartati; a 15 James venne ubriacato con vodka in un ristorante di San Francisco e poi fu portato nell’hotel dove McCarrick soggiornava. «Ero assolutamente disgustato e terrorizzato – ricorda James –, avevo paura, che cosa avevo fatto?». A 16-17 anni, in un campeggio con altri ragazzi nello Stato di New York (descritto anche da altre vittime, che vissero la stessa esperienza), nuovamente venne abusato, costretto a dormirgli nudo accanto. Gli incontri proseguirono anche quando il ragazzo si arruolò in Marina e venne mandato prima a Chicago, poi in California: McCarrick andava a trovarlo e lo presentava al jet set come suo “nipote”.

    Una carriera inarrestabile

    Quando James lasciò l’esercito e tornò nella East Coast, nel 1980, nel frattempo McCarrick aveva cominciato la sua inarrestabile carriera sotto il pontificato wojtyiliano, prima come ausiliare di New York (1977- 81), poi come ordinario a Metuchen, New Jersey (1981-86), prima di diventare arcivescovo della importante diocesi di Newark (con più di un milione di abitanti, 1986-2000) e infine di Washington (2000- 2006), quando poi fu fatto cardinale e diventò uno dei porporati più potenti a livello globale. Nel 1986 fece un viaggio in Polonia e fu eletto presidente della commissione dei vescovi Usa per l’aiuto alle Chiese dell’Europa centro-orientale, per la migrazione e la politica internazionale; nel 1988 incontrò Fidel Castro. È proprio nei primi anni ’80 che James comincia a crollare: beve e si droga, anche se, nel 1985, tenta di staccarsi dal vescovo sposandosi. Nel 1989, quando va a chiedere a McCarrick del denaro e questi glielo rifiuta, ponendo fine alla relazione, James, invece di provare sollievo, sprofonda: «È finita, mi ha buttato via», si dice. Il suo matrimonio fallisce e nel 1991 tenta il suicidio. La disintossicazione che intraprende, per fortuna, ha successo. Comincia a parlare con qualcuno (anche con alcuni terapisti) di quanto ha subìto, ma in famiglia nessuno è disposto a credergli: lo zio amico di McCarrick gli consiglia di portarsi il segreto nella tomba. Ora, però, James è deciso ad andare avanti nella denuncia anche per aiutare altre vittime. Il rapporto che ha consegnato alla polizia, ha spiegato il suo avvocato, sarà inoltrato al dipartimento che si occupa di reati sessuali a San Francisco, nel New Jersey e a New York.

    Non solo bambini

    Ancora una volta, la Chiesa era, almeno in parte, al corrente di quanto avveniva. Interviste e documenti ottenuti dal New York Times dimostrano infatti come la gerarchia della Chiesa fosse da decenni a conoscenza almeno degli abusi sessuali perpetrati da McCarrick contro seminaristi adulti. Tra il 1994 e il 2008, alcuni seminaristi si rivolsero ai vescovi statunitensi, al nunzio pontificio e anche a papa Benedetto XVI per denunciare abusi di cui McCarrick si era reso responsabile. Sono stati anche pagati segretamente, dalle due diocesi del New Jersey in cui il vescovo aveva esercitato il suo ministero, risarcimenti a un ex prete, Robert Ciolek, nel 2005 (80mila dollari, senza ammissione di colpa né possibilità di parlare all’esterno), che ha denunciato molestie risalenti agli anni ’80, quando McCarrick era già vescovo, e a un altro ex seminarista, che nel 2007, in seguito ad analoghe denunce, ricevette dalla Chiesa 100mila dollari. Ciolek, allora ventenne, aveva già vissuto un abuso sessuale a scuola e si era confidato con McCarrick: «Avevo fiducia in lui, lo ammiravo. Non potevo immaginare che avesse altro in mente se non il mio bene». Nel frattempo McCarrick si segnalava come uno tra i prelati più fermi nel sostenere la nuova politica episcopale di tolleranza zero nei confronti dei preti pedofili.

    Secondo quanto ha raccontato Ciolek, McCarrick portava alcuni seminaristi e giovani preti a trascorrere il weekend in una piccola casa al mare a Sea Girt, nel New Jersey, che aveva fatto comprare alla diocesi nel 1984. Dopo cene e fiumi di birra, ne sceglieva uno, che avrebbe trascorso la notte con lui. I seminaristi erano lusingati dal fatto di ricevere queste attenzioni, ma allo stesso tempo disgustati: nessuno ambiva a essere scelto, ricorda Ciolek, oggi 57enne. Con lui, McCarrick non si spinse mai a carezze «al di sotto della vita». Anche qui, nessun gesto di affetto.

    Ciolek, oggi avvocato, nel 2004, dopo aver fatto un percorso di counselling, si decise a sporgere denuncia. Nel 2005 ottenne il risarcimento dalle diocesi di Metuchen, Trenton e Newark.

    La prima denuncia documentata, però, arrivò al nuovo vescovo di Metuchen, mons. Edward T. Hughes, al più tardi nel 1994. Il prete che la presentò si autodenunciava: gli abusi subiti per mano di McCarrick negli anni ’80, con il trauma sessuale ed emotivo connesso, lo avevano portato a sua volta a comportamenti inappropriati nei confronti di due quindicenni. Il prete venne mandato in terapia in un’altra diocesi, ma nessuna misura venne presa contro McCarrick, che anzi nel 1995 ospitò a Newark papa Woytyla e celebrò con lui una messa. Il prete abusato da McCarrick, invece, nel 2004, fu costretto – in base alle nuove linee di tolleranza zero nel frattempo entrate in vigore e a causa di quella confessione di anni prima prima – a rinunciare al proprio ministero. Nel 2007 riceverà un risarcimento di 100mila dollari.

    Nel 1999 Ciolek fu convocato da colui che era stato il segretario di McCarrick a Metuchen per sapere se intendeva fare una denuncia formale contro la diocesi; rispose di no e l’uomo espresse sollievo. Qualche mese dopo McCarrick fu nominato arcivescovo di Washington e ricevette la porpora cardinalizia.

    Un altro Maciel?

    Ma la cosa più grave è che il Vaticano fu informato del comportamento di McCarrick, e non fece nulla. P. Boniface Ramsey, docente risultaal Seminario della Seton Hall University di Newark dal 1986 al 1996, che aveva raccolto le confidenze dei seminaristi sui weekend di abusi al mare con McCarrick, ne parlò infatti con il nunzio papale mons. Gabriel Montalvo e, su incoraggiamento di questi, inviò una lettera in Vaticano. Non ricevette mai risposta. L’astro di McCarrick raggiungeva il suo massimo fulgore nella Chiesa wojtyliana: come fund-raiser, da presidente della Papal Foundation – organismo nato nel 1988 come grande collettore di denaro che la Chiesa Usa voleva destinare al papa – versò nelle casse vaticane milioni di dollari. Ma Wojtyla, pur consapevole delle denunce contro il prelato, si comportò con lui esattamente come con l’altro grande finanziatore vaticano e suo grande amico, il fondatore dei Legionari di Cristo, il pedofilo Marcial Maciel Degollado: ignorando le accuse di cui era oggetto. Nel 2006, McCarrick andò in pensione, proprio al compimento dei 75 anni.

    Ma Ramsey continuò a allertare il Vaticano. Nel 2008 tornò alla carica con l’arcivescovo di New York card. Edward Egan, che però lo liquidò rapidamente. E nel 2015 parlò con il card. Sean O’Malley, della Commissione pontificia per la Tutela dei minori. Anche in questo caso, nessun risultato: «Ho lanciato allarmi per 30 anni e non sono arrivato da nessuna parte», ha detto.

    Anche un ex prete, Richard Sipe, esperto nel campo degli abusi sessuali, si rivolse al Vaticano. Nel 2008 scrisse a papa Ratzinger, riferendo delle “gite” di McCarrick con i seminaristi al mare, «ampiamente note da decenni». E se è vero, come è stato notato da alcuni, che molestie a un adulto da parte di un superiore non sono considerate esplicitamente come un crimine dal Diritto canonico, vi è però un canone che punisce l’abuso di potere ecclesiastico: ma non è mai stato applicato a McCarrick.

    Di certo, la denuncia di abusi perpetrati su adulti – ulteriore risvolto della stessa piaga – è in crescita, forse in conseguenza del movimento #Metoo, secondo quanto riferisce p. Hans Zollner, a capo della Task Force contro gli abusi su minori della Pontificia Università Gregoriana e uno dei massimi esperti sulla questione (New York Times, 16/7). La rete di preti e religiosi Catholic Whistleblowers ha chiesto di recente ai vescovi statunitensi di estendere la categoria delle vittime agli adulti, anch’essi vittime di quello stesso abuso di potere che è all’origine del fenomeno degli abusi sessuali nella Chiesa. Nel frattempo, se non altro, Ciolek ha ricevuto le scuse del card. Joe Tobin di Newark e del vescovo di Metuchen mons. James F. Checchio. Ed è stato esonerato dall’obbligo di non parlare.

    https://www.adista.it/articolo/59269

  • CASO RESENDIZ-GALLIZIA

    CASO RESENDIZ-GALLIZIA

    Quando Aaron Smith ha inquadrato la sua partecipazione al Legioleaks Open Forum, ha detto che si limiterà a commenti istituzionali a causa della sua partecipazione ufficiale. In questo modo, il signor Smith non ha rilasciato alcuna opinione personale. La posizione è chiara, quello che dice lo dice come Voce Ufficiale dei legionari.

    In effetti, questa è la partecipazione dei legionari in molte attività a cui non vengono a titolo personale, ma come legionari.

    Oggi sappiamo dai tribunali e dalla stampa che nel caso di Reséndiz Gutiérrez sono intervenuti altri legionari, non a titolo personale.

    Víctor de Luna, legionario dal 1991 (27 anni fa)
    Óscar Náder, legionario dal 1976 (42 anni fa)
    Manuel Cordero, fratello laico o 3GM dal 1981 (37 anni fa)

    Chiunque conosca la gestione dei legionari, sa che tutto questo deriva da “i vertici”. Cioè, non era Resendiz a chiedere aiuto a Gallizia; ma il Consiglio Generale ha ricevuto il caso, lo ha analizzato e ha optato per la proposta di estorsione, trasferendo Reséndiz in un altro seminario minore, in Venezuela.

    Non possiamo dire che la partecipazione “ufficiale” sia molto più grave a causa del tentativo di estorsione “corporativa” rispetto all’atto singolare di un individuo che abusa sessualmente; ma, possiamo dire che Reséndiz ha delle attecedenti non per abuso, se no come vittima quando era un seminarista minorenne, dove era soprannominato “apostolico” [1].

    Nel rapporto (1995) di Antonio León, maestro dei novizi, Reséndiz appare come un giovane che non può controllare i suoi impulsi sessuali, perché è continuato il suo percorso nella Congregazione? È stato aiutato? Era un caso isolato? E scomparso il tuo test psicologico? Domande che, a distanza di tempo, sembrano domande essenziali.

    Il caso Reséndiz ha due aspetti importanti nella vita attuale della Congregazione. In primo luogo, la mancanza di etica da parte dei Superiori che sono capaci di commettere crimini “per il bene della Congregazione”; in secondo luogo, la nicchia in cui è stato creato il Resendiz-Abusador.

    I crimini

    Se ricordiamo che non molto tempo fa Sylvester Herrmmann ha indicato una conferenza stampa per dire che “tutti lo fanno” riferendosi alle società offshore. E poco dopo nella stessa intervista si e corretto non è riuscito a indicare che i legionari off-shore sono ai tempi di Marcial Maciel, ma nella Legione “riformata”, detto aziende di evasione fiscale erano già stati chiusi.

    Le compagnie offshore sono al confine tra l’etico e l’immorale, ma nella maggior parte dei casi sono legali. Tuttavia, l’estorsione [2], la corruzione oltre ad essere immorale, costituiscono un grave crimine.

    Chi erano gli ufficiali della Congregazione che autorizzarono il procedimento?

    Francisco Mateos Gil (spagnolo), Michael Ryan (irlandese), Joseph Burtka (nordamericano) membri del Consiglio generale.

    E il famigerato Luis Garza Medina che a quel tempo era il direttore del territorio. Eduardo Vigneaux (cileno) era l’amministratore generale.

    Il crimine deve essere stato autorizzato dal defunto Álvaro Corcuera e autorizzato da tutti i suddetti Superiori.

    Ricorda che ogni euro che lascia le casse della legionario deve essere approvato da un Consiglio e gli importi maggiori o le spese straordinarie devono essere approvati dal Consiglio.

    Tanto che il Superiore Generale della Congregazione ha negato aiuti a diversi ex membri, indicando che dopo averlo analizzato con il Consiglio, l’aiuto non è stato concesso.

    Quindi l’offerta di 15.000 euro in cambio di silenzio non è stata un gesto disperato di un religioso che ha commesso “un errore”.

    Né è stato un aiuto che Guillermo Meade ha gestito con i suoi contatti, né una delle campagne pubblicate da Daren Weisbrod su Facebook questa volta con il titolo “Donazione per la tassa di estorsione”. Niente di tutto questo.

    Era un’azione premeditata, coordinata, valutata e autorizzata dal più alto organo di governo della Congregazione.

    Luca Gallizia è colui che porta la parte principale della colpa, perché è lui che ha presentato  materialmente il documento alla famiglia.

    Ma Víctor de Luna e Manuel Cordero, insieme a Óscar Náder, gestiscono i dettagli dell’estorsione. Apparentemente è stato l’avvocato consulente che ha preparato il documento, o almeno lo ha revisionato, secondo i dettagli della richiesta.

    Ad eccezione dell’avvocato, che è un avvocato esterno, tutti gli altri sono membri della Congregazione. Presumibilmente sono religiosi, presumibilmente vivono la carità e la giustizia. Presumibilmente erano la speranza della Chiesa … (usando l’espressione di San Giovanni Paolo II ai partecipanti all’ultimo Capitolo Generale Ordinario).

    Al di là del risultato in tribunale, questo fatto parla in modo eloquente della vera natura della Congregazione dei Legionari.

    Finora, Gallizia non ha rilasciato dichiarazioni. È un avvocato di una famiglia di tradizione notarile e quindi conosce perfettamente la portata di un crimine del genere. Per questo motivo, per alcuni sociologi il fenomeno dei legionari continua a suscitare interesse; per esempio, può essere paragonato sempre di più alla Chiesa di Scientologia. Un individuo con alti titoli accademici, studi di giurisprudenza, da una famiglia socio-economicamente benestante, in un paese sviluppato, accetta di commettere un crimine per il bene della congregazione alla quale appartiene.

    Sebbene Alberto Gallizia (padre di Luca) sia già in pensione; lui, insieme a sua moglie Clotilde (madre di Luca) sono disposti a citare in giudizio la Congregazione se suo figlio è colpevole del reato di estorsione. D’altra parte, Giuseppe Gallizia (fratello di Luca) attualmente lavora come notaio a Milano e potrebbe anche procedere legalmente attraverso un altro ufficio associato contro la Congregazione dimostrando che Luca ha agito non per iniziativa ma “per obbedienza”.

    Il fatto Reséndiz-Gallizia ha ancora più vigore se si considera che in Messico la Congregazione ha ottenuto una sentenza contro José Raúl González Lara con una richiesta di tentata estorsione. In quel caso, gli ufficiali legionari “si strapparono le vesti” quando Raúl, il figlio di Marcial Maciel, chiese denaro in cambio del suo silenzio.

    Nicchia

    Di solito Resendiz viene presentato come un “lupo solitario”, un predatore che scivola, salta tutti i filtri, gli esami psicologici, le interviste, gli scrutini e tutte le valutazioni e viene messo a disposizione per nutrire i suoi impulsi sessuali. Nel testo del rapporto .. li attribuiscono “impulso incontrollabile”.

    Reséndiz viene da una famiglia umile a Zamora, Michoacán. Entrò nella cosiddetta scuola “apostolica” dei legionari fin da giovanissimo, motivato da uno spagnolo di nome Leopoldo Cuchillo, che a quel tempo era incaricato di reclutare bambini per i legionari. Reséndiz è stata vittima di abusi sessuali in quella scuola, essendo solo in piena pubertà.

    Forse a causa di quella ferita di Resendiz, i Superiori “lo lasciarono continuare” nonostante mancasse l’idoneità per una vita sacerdotale. Ferito nella sua psicologia, nella sua vita emotiva e nella sua sessualità, Reséndiz è tornato all’apostolato nel 1998 ma questa volta come Prefetto di apostolici (seminaristi minori). A quel tempo era un religioso in “pratiche apostoliche”.

    Vladimir per tre anni ha vissuto tra i minori a Città del Messico e in seguito ha aggiunto un altro anno tra i minori, ma a Monterrey.

    Lo stesso, esercitandosi come prefetto della disciplina dei minori nella scuola chiamata “apostolica”. Significativamente, queste scuole hanno superato numerosi casi che destano sospetti e che a un certo punto sono rivelati come un pericolo per i minori.

    C’è qualcosa nel processo di addestramento dei legionari? O è questa la natura dell’istituzione?

    Reséndiz ha continuato i suoi studi e la preparazione per il sacerdozio. Tuttavia Vladimir Resendiz, invece di studiare teologia con gli altri seminaristi a Roma, studiò “da solo” mentre accompagnava i minori in un’altra scuola chiamata anche apostolica, ma a Gozzano, vicino a Milano.

    Se gli impulsi di Reséndiz non si manifestavano a Monterrey  o a Città del Messico, era in parte perché c’erano altri religiosi. Ma a Gozzano, Resendiz potrebbe essere solo. Era come se un gruppo di Superiori volesse che Vladimir ripetesse il modello di abuso che aveva subito. Per questo motivo, i Superiori hanno lasciato Reséndiz 5 anni a Gozzano (il periodo previsto è di 3 anni).

    Dopo l’abuso, Reséndiz è stato trasferito in Venezuela, dove è rimasto per altri 3 anni a capo di minorenni!
    Ma abbiamo sottolineato che Vladimir Resendiz non è un solitario. Tra i formatori delle cosiddette scuole “apostoliche” ci sono innumerevoli casi “speciali”. Menziona alcuni nomi: Alfonso Corona, che era a Gozzano prima di Reséndiz e anche nella stessa scuola “apostolica” a Città del Messico, anche prima di Reséndiz. Corona è stato l’ultimo “infermiere” di Marcial Maciel … Per dire dei suoi compagni, aveva anche un trattamento molto speciale da parte dei Superiori.
    Ángel Amo che era nella scuola “apostolica” in Venezuela dopo Reséndiz. Poi a seguito di un comportamento “sospetto” e mai chiarito in un’altra scuola “apostolica” (a Guadalajara, Messico) è stato trasferito a Santiago del Cile intempestivamente dove secondo alcuni testimoni aveva gravi depressioni e attacchi di follia. Attualmente lavora in una scuola in Spagna, anche con minori. Hanno seguito i protocolli di protezione dei bambini questa volta? La cosa di Guadalajara non è mai stata chiarita ..

    Anche Luis Alberto Orozco viene da un seminario minore. Come legionario, ha avuto una lunga carriera in scuole “apostoliche” così erroneamente definite. Era ad Ajusco (Città del Messico) come prefetto, era Rettore a Monterrey e infine Rettore in “La Joya” (Città del Messico). Luis Alberto Orozco è stato accusato pubblicamente di molestare da un seminarista minorenne (abuso sessuale). Da quel momento ha smesso di lavorare con minori, ma il caso non è mai stato indagato.

    La lista è più ampia mentre torniamo indietro nel tempo, menzioniamo solo questi casi recenti per valutare come il caso di Reséndiz-Gallizia non sia un fenomeno isolato nella Congregazione fondata da Marcial Maciel.

    Successivamente riferiremo TESTIMONIANZE di eventi che hanno avuto luogo nei centri di filosofia (e teologia) dei Legionari con giovani e adulti. Sebbene Thornwood sia già stato venduto, gli eventi rimangono nella memoria e sono la testimonianza del risultato della formazione del legionario: “Dai loro frutti li conoscerai”.

    https://liberabitveritas.blogspot.com/2018/06/caso-resendiz-gallizia.html