Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Attenzione alla truffa svuota conto: ‘Sei un pedofilo, paga per interrompere le indagini’

    Attenzione alla truffa svuota conto: ‘Sei un pedofilo, paga per interrompere le indagini’

    Quella che si sta diffondendo in questi giorni è una truffa che si ripresenta con una certa ciclicità e, pure cambiando nella forma, fa sempre riferimento a crimini compiuti dall’utente ai quali si può riparare mettendo mano al portafogli.

    Nello specifico, si tratta di un’email con cui il capo della polizia Vittorio Pisani o un alto dirigente della pubblica sicurezza avverte il destinatario di essere stato identificato mentre consumava video pedopornografici, attività registrate da un cyber-agente al fine di raccogliere le prove necessarie per procedere penalmente.

    La comunicazione, allegata all’email in formato immagine, include lo stemma della Repubblica italiana e riporta i contatti reali del ministero dell’Interno.

    Non è una truffa che sfrutta vulnerabilità tecniche, fa leva sulle corde psicologiche per costruire un antefatto credibile spacciato per vero da un’autorità riconosciuta a livello nazionale.

    Come funziona la truffa del pedofilo

    A prescindere dal reato lamentato dalle sedicenti autorità – talvolta si parla di pedofilia, talvolta di altri reati altrettanto gravi – lo schema è sempre il medesimo.

    Usando i loghi di autorità note come quello del Viminale o della Polizia di Stato, i criminali creano uno shock nell’utente, rafforzato dalle accuse di avere consumato materiale illegale e di poterlo dimostrare.

    In seguito, viene creata una situazione emergenziale, imponendo al destinatario dell’email di rispondere in tempi stretti (tra le 24 e le 72 ore) alimentando uno stato di panico che impedisce di ragionare con lucidità.

    Fino a questo punto la truffa è stata soltanto innescata e, in modo persino beffardo, è l’utente stesso ad attivarla. Infatti, rispondendo alla comunicazione, i criminali capiscono che l’indirizzo email è attivo, che l’utente è spaventato e che è una vittima da bersagliare anche in futuro.

    Con una successiva comunicazione che, in genere, è meno perentoria della precedente, i criminali spiegano al cittadino che il procedimento penale può essere evitato pagando una somma per sanare la posizione.

    Cedendo alle richieste dei malfattori si rischia anche di entrare in un circolo di estorsione con accuse future di avere compiuto altri reati oppure chiedendo ulteriori importi per non riaprire il medesimo fascicolo.

    Come riconoscere queste truffe

    Gli indizi sono diversi, a cominciare dalle imperfezioni stilistiche e linguistiche nelle email inviate dai truffatori, elemento da prendere in considerazione sapendo però che, grazie alle intelligenze artificiali, queste comunicazioni diventano sempre più precise e credibili.

    È utile sapere anche che le autorità non inviano accuse o notifiche di reato via email e, parallelamente, non è via email che richiedono giustificazioni.

    Nello stesso tempo, non ha senso che venga chiesto del denaro per risolvere le presunte pendenze e, non di meno, il cyber-agente che sarebbe stato usato per raccogliere le prove è una chiara invenzione il cui intento è quello di creare agitazione nella potenziale vittima.

    Queste truffe sono documentate indicativamente dal 2014 e, pure cambiando nella forma e diventando sempre più credibili, citano reati gravi di diversa natura.

    Come comportarsi

    Iniziamo con l’elencare le cose da non fare. È controindicato rispondere a questo genere di email e, allo stesso modo, non è opportuno aprire gli allegati o cliccare sui link in queste contenuti perché possono contenere malware.

    Non cedere né al panico né alla fretta, entrambi stati creati dai truffatori con l’intento di non dare alla vittima il tempo per ragionare.

    La prima cosa da fare è cestinare l’email. Chi volesse maggiori rassicurazioni può consultare la sezione Alert del sito della Polizia Postale, sulla quale vengono diramate informazioni sulle truffe in circolazione. Infine, è sempre opportuno segnalare il tentativo di truffa, nell’apposita sezione del medesimo sito della Polizia.

    https://www.repubblica.it/tecnologia/2026/05/06/news/attenzione_alla_truffa_svuota_conto_sei_un_pedofilo_paga_per_interrompere_le_indagini-425327552/

  • Archiviato il caso contro il parroco: nessuna prova di abuso sul minore

    Archiviato il caso contro il parroco: nessuna prova di abuso sul minore

    Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Napoli, dottoressa Donatella Bove, ha disposto l’archiviazione del procedimento penale a carico di un parroco della Diocesi di Ischia, difeso dall’avvocato Gianluca Migliaccio, indagato per il reato di atti sessuali con minorenne ai sensi dell’articolo 609 quater del codice penale. Il provvedimento accoglie in pieno la richiesta avanzata dalla Pubblica Ministera Monica Campese, ritenendo che gli elementi raccolti nel corso delle indagini non consentano di sostenere fondatamente l’accusa in giudizio.

    La vicenda trae origine da una segnalazione pervenuta il 12 dicembre 2024 da parte di una psicologa e psicoterapeuta, alla quale si erano rivolti i genitori di un bambino nato nel 2018, preoccupati per alcuni comportamenti del figlio. La professionista aveva ritenuto di dover segnalare all’autorità giudiziaria il timore che il piccolo potesse essere stato vittima di abusi sessuali da parte del sacerdote.

    Secondo quanto ricostruito nelle indagini, i fatti contestati sarebbero avvenuti il 13 ottobre 2024, in occasione di un battesimo della famiglia. Dopo la celebrazione, il bambino era stato invitato dal parroco a seguirlo in sacrestia per ricevere un dono, accompagnato dalla perpetua. Trascorsi circa dieci minuti, la madre si era recata a cercarlo e aveva trovato il figlio che le correva incontro allegro, con al collo un piccolo rosario di legno. Nelle settimane successive, nel mese di novembre, il bambino aveva fatto alcuni riferimenti ambigui a momenti trascorsi con il sacerdote, raccontando di un “semino nell’erbetta” e descrivendo il sapore amaro di un pomodoro che il prete gli avrebbe fatto mangiare, aggiungendo tuttavia che il parroco era buono e che non gli aveva fatto nulla, per poi addormentarsi tranquillo.

    La madre, insospettita anche da alcuni cambiamenti nel comportamento del figlio, che sembrava essersi chiuso in sé stesso, aveva in un primo momento affrontato direttamente il sacerdote, accusandolo di condotte inopportune. La coppia aveva quindi deciso di rivolgersi alla psicologa, la cui segnalazione aveva avviato il procedimento penale.

    La Procura aveva disposto la perquisizione dell’abitazione del sacerdote con conseguente sequestro di tutto il materiale informatico nella sua disponibilità. L’analisi forense, tuttavia, non aveva evidenziato alcunché di anomalo: nessun contenuto pedopornografico, nessun materiale sospetto, soltanto file di carattere religioso. Era stato inoltre acquisito il fascicolo personale del parroco presso la Diocesi competente, anche in questo caso senza riscontrare segnalazioni analoghe pregresse.

    L’elemento decisivo ai fini dell’archiviazione è stato però rappresentato dall’esito della consulenza psicodiagnostica disposta dalla Procura sul minore, affidata a una specialista in neuropsichiatria infantile. La consulente, dopo aver esaminato anche i genitori del bambino, ha concluso che non si rilevano indicatori clinici riferibili a dinamiche traumatiche, evidenziando piuttosto una condizione generale di immaturità, già riscontrata in precedenti valutazioni specialistiche, che potrebbe essere stata accentuata da condotte iperprotettive e anticipatrici da parte dei genitori. La Pubblica Ministera ha sottolineato, nella propria richiesta, come non si possa escludere che la ricostruzione dei fatti operata dalla madre sia stata influenzata da vicende pregresse di cui la stessa donna sarebbe stata vittima.

    All’esito delle indagini, il GIP ha condiviso integralmente le valutazioni della Procura, disponendo l’archiviazione e la restituzione degli atti.

    Archiviato il caso contro il parroco: nessuna prova di abuso sul minore

  • Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    La vicenda della ragazza scomparsa da Agrigento Samantha Castelli continua ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, assumendo contorni sempre più complessi e controversi. Tuttavia, secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, il quadro sarebbe meno misterioso di quanto inizialmente ipotizzato, tanto che gli inquirenti tenderebbero a ridimensionare l’intera vicenda, arrivando a parlare apertamente di una possibile bufala.

    Nonostante ciò, risulta confermato che una persona è attualmente sottoposta a indagine, mentre sul piano mediatico e sociale il caso ha assunto toni accesi. A colpire particolarmente è quanto accaduto durante una recente celebrazione religiosa (un funerale!!!), quando un sacerdote, ha aperto la messa con parole forti e inusuali, dichiarando pubblicamente di essere accusato di stupro, violenza e persino di aver fatto sparire la giovane donna. Un intervento che ha inevitabilmente alimentato clamore e interrogativi.

    Parallelamente emerge la figura di un uomo, Giuseppe Li Vecchi, accusato di stalking proprio nei confronti del sacerdote, elemento che aggiunge ulteriore complessità a una vicenda già frammentata e ricca di versioni contrastanti. Proprio quest’ultimo, ha deciso di rendere pubblica una lettera aperta, dal tono sorprendentemente distensivo, quasi a voler abbassare la tensione e offrire una diversa chiave di lettura dei fatti.

    Il testo integrale della lettera, diffuso per questo giornale, sembra puntare più alla chiarificazione che allo scontro, pur senza sciogliere i nodi principali della vicenda.

    Restano infatti aperti numerosi interrogativi: dalla reale scomparsa della ragazza, alla sua esistenza, dalle responsabilità – se ve ne sono – delle persone coinvolte, fino al ruolo delle dichiarazioni pubbliche che, in assenza di riscontri ufficiali definitivi, rischiano di alimentare confusione e polarizzazione.

    Le indagini da parte degli inquirenti sono chiari ed inequivocabili: si tratta di una enorme fake news. Ma Li Vecchi ha voluto comunque scrivere questa lettera.

    Nella foto la presunta Samantha Castelli. Esisterà davvero?

    Eccola la lettera:

    “Sono Giuseppe Li Vecchi, di Siculiana, e desidero fare chiarezza in merito alle accuse che mi sono state rivolte da un sacerdote di Agrigento, che mi ha contestato presunti comportamenti di stalking nei suoi confronti e una presunta diffamazione di altri sacerdoti in relazione alla vicenda della scomparsa e dell’omicidio di una ragazza da me conosciuta come Samantha Castelli.
    Preciso innanzitutto che non ho nulla contro il sacerdote di Agrigento e nemmeno contro altri sacerdoti che sono stati citati come possibili complici in questa vicenda, perché non sono l’autore di altri contenuti sul web. Ho realizzato solo dei video di sfogo e chiarimento riguardo a ciò che ho appreso sul web e dalle informazioni condivise dalla ragazza che si faceva chiamare Samantha Castelli, in un momento emotivamente delicato, ma senza alcuna intenzione persecutoria o diffamatoria. Tutto ciò che avevo da dire è stato già riferito alle autorità competenti ed è agli atti: mi sono infatti sottoposto a interrogatorio di garanzia e ho dichiarato ogni cosa direttamente davanti al giudice, nel quale ripongo piena fiducia.
    Tengo inoltre a chiarire che non posso affermare con certezza che la ragazza si chiamasse effettivamente “Samantha Castelli”, poiché tale nominativo non risulta all’anagrafe del Comune di Agrigento. È possibile che utilizzasse un altro nome. Desidero confermare che la ragazza è reale e l’ho conosciuta personalmente. Alcuni racconti che mi aveva fatto riguardo a un sacerdote sono stati da me divulgati su TikTok in un momento di sfogo, ma ribadisco che quanto accaduto è stato già completamente chiarito in sede giudiziaria
    “.

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

  • Visita del vescovo nelle scuole, la protesta di Antonio Messina: lettera al Provveditore e al ministro Valditara

    Visita del vescovo nelle scuole, la protesta di Antonio Messina: lettera al Provveditore e al ministro Valditara

    Enna. Una comunicazione formale indirizzata all’Ufficio scolastico territoriale di Caltanissetta ed Enna e al Ministero dell’Istruzione e del Merito apre un nuovo fronte sul caso della visita pastorale del vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, prevista in questi giorni anche in alcune scuole di Aidone.

    A scrivere è Antonio Messina, vittima di abusi da parte dell’ex sacerdote Giuseppe Rugolo, nella diocesi di Piazza Armerina, che il 15 gennaio scorso ha trasmesso una nota ufficiale al dirigente dell’Ufficio V – Ambito territoriale di Caltanissetta ed Enna e alla dirigente scolastica dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”. Nel documento Messina manifesta la propria contrarietà alla presenza del vescovo nelle scuole dell’obbligo, definendo l’iniziativa «inopportuna sotto il profilo educativo e istituzionale».

    «La scuola è un’istituzione dello Stato e ha il dovere di tutelare i minori e trasmettere valori di legalità e responsabilità», scrive Messina, spiegando che la presenza del vescovo «rischia di veicolare un messaggio distorto agli studenti, soprattutto alla luce di quanto emerso in sede giudiziaria».

    La posizione espressa richiama quanto accertato nel procedimento penale a carico del sacerdote Giuseppe Rugolo. In particolare, viene citata la sentenza del Tribunale penale di Enna del 5 marzo 2024, che individua profili di responsabilità omissiva dell’ordinario diocesano in relazione alla tutela dei minori. «Non si tratta di fede o di appartenenza religiosa – precisa Messina – ma di atti giudiziari che pongono un problema di coerenza istituzionale».

    Nella comunicazione viene inoltre ricordato che monsignor Gisana risulta imputato per il reato di falsa testimonianza, contestato in relazione alle dichiarazioni rese durante lo stesso procedimento, conclusosi con la condanna in appello di Rugolo. «Nel pieno rispetto della presunzione di innocenza – sottolinea Messina – ritengo comunque necessario interrogarsi sull’opportunità di offrire una tribuna istituzionale a chi è coinvolto in procedimenti di questo tipo».

    Il documento pone l’accento sul ruolo della scuola come presidio di legalità e tutela dei minori e segnala come, secondo quanto riferito, negli istituti coinvolti non risultino promossi momenti di informazione o prevenzione sul tema degli abusi. «Non risultano iniziative che diano spazio alle vittime o che affrontino apertamente il tema della protezione dei minori», si legge nella nota.

    Nella parte finale Messina chiede di conoscere le motivazioni che hanno portato le istituzioni scolastiche a consentire la visita pastorale e indica l’opportunità di informare il Ministero dell’Istruzione e del Merito. «Ho ritenuto doveroso rivolgermi anche al ministro Valditara – afferma – perché qui è in gioco il ruolo della scuola pubblica e la credibilità delle istituzioni».

    Il richiamo conclusivo riguarda il significato simbolico dell’Istituto comprensivo “Falcone-Cascino”, intitolato a Giovanni Falcone. «Quel nome richiama un impegno preciso per la legalità e la verità – scrive Messina – valori che dovrebbero guidare ogni scelta educativa».

    Secondo quanto riferito, alla comunicazione inviata il 15 gennaio non sarebbe pervenuta alcuna risposta da parte degli uffici competenti. La vicenda risulta ora all’attenzione del Ministero dell’Istruzione e del Merito.

    https://quotidianodigela.it/visita-del-vescovo-nelle-scuole-la-protesta-di-antonio-messina-lettera-al-provveditore-e-al-ministro-valditara

  • Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una  conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Dalla retorica della “vita” alla realtà dei diritti: la legge 194/78 è una conquista femminista e democratica. Va applicata e difesa

    Fanno riflettere le risposte del comitato Prolife al flash mob della “Campana”, apparse sull’articolo pubblicato su Savona News il 9 gennaio 2026.

    A ben vedere, nel dibattito pubblico sull’aborto e sulla legge 194/1978, uno degli ostacoli principali a un confronto serio e democratico non è il dissenso etico, che in una società pluralista è legittimo, ma la disinformazione sistematica che ne altera il significato, la finalità e la portata giuridica. Una disinformazione che non è neutra, perché produce effetti materiali: restringe l’accesso ai servizi, legittima disuguaglianze territoriali, normalizza la compressione dei diritti.

    La retorica antiabortista di cui sono intrise le posizioni di Prolife delinea una gerarchia discriminatoria delle vittime: alcuni bambini meritano protezione perché funzionali a una narrazione morale, altri – quelli abusati, traumatizzati, segnati a vita – diventano un tema scomodo, da enfatizzare solo quando serve a negare o attenuare le responsabilità della Chiesa istituzione che in Italia non riesce o non vuole intervenire concretamente sulla piaga innegabile della pedofilia.

    In questo quadro, la legge 194/78 viene descritta come una legge “ingiusta” o “contro il diritto naturale”. È una rappresentazione falsa. Essa è all’opposto una delle più importanti conquiste del movimento femminista italiano perché ha inciso nel cuore dello Stato, trasformando una pratica clandestina in una responsabilità pubblica. Ma proprio per questo non può essere lasciata all’erosione silenziosa dell’inattuazione.

    La legge 194/1978 è una legge femminista, costituzionale, di sanità pubblica e di tutela dei diritti umani. Non promuove l’aborto, non lo banalizza, non lo esalta come valore in sé.

    Nasce da una constatazione storica: l’aborto esisteva anche quando era illegale, ma era clandestino, pericoloso e profondamente diseguale. Le donne con risorse abortivano in sicurezza, le altre rischiavano la vita. La criminalizzazione non proteggeva la vita: proteggeva l’ipocrisia.

    Il movimento femminista italiano, giunto a un alto grado di maturità politica e culturale, ha avuto il merito storico di porre al centro la salute fisica e psicologica delle donne, la loro dignità e la loro libertà, in piena armonia con la Costituzione italiana e con i trattati internazionali sui diritti umani.

    La maternità trattata non come destino biologico imposto, ma tutelata come scelta libera; il corpo non come territorio di controllo, ma come spazio di autodeterminazione; la salute non come concessione morale, ma come diritto fondamentale.

    La legge 194/78 traduce questi principi in diritto positivo. Colloca l’interruzione volontaria di gravidanza dentro un percorso sanitario regolato, fondato sul consenso informato, sulla tutela della salute fisica e psichica, sulla prevenzione e sull’accompagnamento.

    Separare l’aborto dalla salute significa finanche negare gli insegnamenti della medicina moderna: la gravidanza è un evento biologico complesso, con rischi, implicazioni psicologiche, conseguenze sociali ed economiche. Forzarne la prosecuzione contro la volontà della donna è una forma di coercizione incompatibile con lo Stato di diritto.

    Un elemento centrale – troppo spesso ignorato o svuotato – è la qualità della rete territoriale dei consultori familiari. La legge 194/78 all’art. 2 affida a questi presidi già istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, un ruolo cruciale: informare correttamente, prevenire le gravidanze indesiderate, garantire l’accesso alla contraccezione, sostenere la maternità quando è liberamente scelta, accompagnare senza giudicare.

    Oggi, però, la maggior parte dei consultori sono sottofinanziati, carenti di personale qualificato, disomogenei sul territorio. Questa inefficienza non è neutra: trasforma un diritto universale in un diritto selettivo, legato al luogo di residenza, al contesto culturale, alla disponibilità dei servizi.

    Migliorare la legge 194/78 significa dunque potenziare i consultori, investirvi risorse pubbliche, garantire équipe multidisciplinari competenti e laiche, rafforzarne la funzione preventiva e di sostegno. Significa rendere la legge coerente con le sue finalità originarie, non snaturarla.

    Chi invoca l’abolizione o lo svuotamento della L.194/78, spesso attraverso l’abuso dell’obiezione di coscienza o la pressione morale nei servizi, non difende la vita: produce disuguaglianze, sofferenza evitabile e per l’effetto violazione del principio di uguaglianza sostanziale e del diritto alla salute sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione.

    Ed è qui il punto politico decisivo: il miglioramento della legge 194 non riguarda solo le donne. Riguarda anche gli uomini, i bambini e le bambine, la qualità delle relazioni, la responsabilità genitoriale, la credibilità delle istituzioni pubbliche, la democrazia.

    La democrazia e la libertà non sono diritti parziali: o valgono per tutti, o non valgono per nessuno. Uno Stato che accetta che l’accesso alla salute e all’autodeterminazione dipenda dal territorio, dallo stigma o dalla pressione ideologica rinuncia alla propria funzione costituzionale.

    Difendere e migliorare la legge 194/78 significa affermare che i diritti umani non sono negoziabili, che la salute fisica e psicologica è un bene pubblico, che l’uguaglianza non è uno slogan ma una responsabilità concreta.

    Significa scegliere uno Stato che tutela, informa, previene e si assume il peso e la responsabilità delle decisioni difficili, invece di scaricarle sulla colpa individuale o silenziandole.

    La legge 194/78 in realtà non è il problema. Il problema è la disinformazione che la circonda e l’inattuazione che la indebolisce. Restituirle piena efficacia è oggi una misura della maturità democratica del Paese.

        Roma, 11/01/2026
    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Separazione delle carriere e giustizia fragile: conseguenze su donne e minori

    Separazione delle carriere e giustizia fragile: conseguenze su donne e minori

    La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri viene presentata come riforma tecnica e garantista. In realtà incide sul nucleo costituzionale dell’ordinamento giudiziario: l’unità della magistratura delineata dall’art. 104 Cost.. Tale unitarietà assicura che giudici e PM condividano cultura professionale, limiti comuni e un unico CSM, che opera quale presidio di indipendenza esterna, bilanciamento e controllo interno.

    Creare due ordini distinti significherebbe organi di autogoverno separati e possibili differenze nell’approccio alle indagini e ai processi. Il rischio concreto sarebbe un indebolimento del pubblico ministero, più esposto a pressioni politiche o a priorità governative contingenti, soprattutto in una fase storica segnata da un’evidente espansione del diritto penale. Si assiste all’ introduzione di nuovi reati, all’inasprimento generalizzato delle pene, all’emanazione di misure restrittive alla libertà di manifestazione e di norme che gravano in modo selettivo su gruppi socialmente marginalizzati.

    A ciò si affiancano proposte ulteriori — dalla non punibilità dell’omicidio del ladro alla cauzione per manifestare fino agli sgomberi accelerati — che pare confermino una strategia politico-criminale orientata al controllo sociale più che alla proporzionalità e alla prevenzione.

    Analoga tendenza emerge nella gestione dei fenomeni migratori, tra cui: l’esternalizzazione delle procedure tramite deportazioni, contrasti con i giudici che dichiarano illegittime alcune detenzioni, misure punitive contro le ONG impegnate nei soccorsi in mare. In settori tanto politicizzati, l’azione del PM è decisiva. Un PM isolato in un ordine separato rischierebbe — anche solo per struttura istituzionale — di divenire più permeabile alle priorità governative, perdendo quel contrappeso culturale e organizzativo che deriva dalla comune appartenenza alla giurisdizione. L’attuale assetto, seppur con molteplici limiti, assicura invece maggiore coerenza nei procedimenti, omogeneità nelle strategie investigative e un contrappeso culturale interno che salvaguarda l’autonomia dell’azione requirente.

    Il profilo forse più delicato riguarda la tutela delle vittime esposte a condizioni di particolare svantaggio, anzitutto economico e/o culturale. In primis donne vittime di violenza di genere e minori vittime sopravvissute ad abusi sessuali e maltrattamenti — specialmente quando i reati avvengono in contesti istituzionali di vita comunitaria chiusi, come talune realtà ecclesiastiche. Qui il PM opera accanto a ostacoli rilevanti, dove si distingue: il condizionamento del Concordato, la gestione interna e secretata del fatto di violenza – non solo sessuale – da parte dell’ente religioso, aggravata: dall’assenza dell’obbligo di denuncia nei casi di vittima minorenne, dall’omertà diffusa, dalla disinformazione, oltre che dalla pressione sociale esercitata sulla stessa e i famigliari.

    L’unità della magistratura rappresenta un presidio essenziale perché evita l’isolamento del singolo PM, assicura un controllo interno omogeneo e rafforza l’indipendenza necessaria per indagare su poteri forti e tutelare chi non ha strumenti autonomi di difesa e di informazione.

     Occorre riconoscere che i veri problemi della giustizia non risiedono nella separazione delle carriere, ma nella durata irragionevole dei processi, nella cronica carenza di personale amministrativo e di magistrati, nella mancanza di risorse materiali — talvolta persino della carta per le fotocopie e degli strumenti essenziali di cancelleria — e nelle disfunzioni organizzative che rallentano il lavoro quotidiano di procure e tribunali. A fronte di queste criticità strutturali, è evidente che ciò di cui il sistema ha bisogno non è una riforma simbolica che frammenta l’ordinamento, ma investimenti stabili e non burocratizzati: potenziamento degli organici, formazione tecnica culturale solida e continua, digitalizzazione realmente funzionante e semplificazione dei flussi operativi nelle cancellerie. Come accade per sanità, istruzione e lavoro, anche la giustizia richiede risorse adeguate e una visione sistemica, non interventi di facciata privi di incidenza sui problemi reali. L’incondivisibile ottica ad investire in armamenti conferma le priorità.

      La logica economicista che riduce giustizia, sanità e istruzione a sistemi produttivi a basso costo accresce disuguaglianze e precarietà, minacciando non solo i servizi, ma l’equilibrio democratico complessivo. In questo contesto, la separazione delle carriere rischia di indebolire uno dei pilastri fondamentali della Costituzione: una giurisdizione forte, unitaria e realmente indipendente, capace di tutelare efficacemente le vittime più fragili, esposte a violenza, abuso e silenzio omertoso.

    La conseguenza sarebbe un disequilibrio strutturale che compromette non solo l’assetto costituzionale, ma la capacità dello Stato di proteggere efficacemente le vittime più esposte alla violenza di genere, agli abusi sessuali e al maltrattamento minorile.

    Roma, 14/11/2025

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Nove giovani su dieci chiedono l’educazione sessuale a scuola

    Nove giovani su dieci chiedono l’educazione sessuale a scuola

    Nove giovani su dieci chiedono l’educazione sessuale a scuola.

    D’accordo anche i genitori, con quasi l’80% che ne richiede l’introduzione. Sono i dati dell’Osservatorio ‘Giovani e Sessualità’ di Durex, giunto quest’anno all’ottava edizione, condotto in collaborazione con Skuola.net tra maggio e giugno 2025 su un campione di 15.000 giovani tra gli 11 e i 24 anni.

    Dall’indagine emergono disagio da parte dei ragazzi nell’affrontare il tema in famiglia e una crescente preoccupazione da parte dei genitori. I giovani a scuola desiderano affrontare temi come informazioni sulle infezioni sessualmente trasmissibili, sulla protezione (54%) e sul consenso nelle relazioni affettive (48%). Il 72,2% di essi ritiene che medici, psicologi ed esperti del settore siano le figure più idonee a guidare un percorso educativo serio e informato. D’accordo i genitori, per il 45,3% dei quali i programmi dovrebbero partire già dalle scuole medie.

    Il 28,7% teme, infatti, che i propri figli possano vivere relazioni tossiche e il 19,3% è preoccupato per il rischio di violenze sessuali. A seguire, timori legati alle infezioni sessualmente trasmissibili (17,1%) e al mancato uso di metodi contraccettivi (16,3%).

    In un contesto, quello italiano, dove il 23,6% dei giovani dichiara di aver avuto il primo rapporto sessuale tra gli 11 e i 14 anni, questi aspetti non vanno sicuramente ignorati, soprattutto considerando che la percentuale di coloro che non parlano di sessualità in famiglia è aumentata del 12% in un solo anno (dal 37% del 2024 al 49% del 2025). Tra le ragioni: il 46,8% non si sente a proprio agio nell’affrontare questi temi con i genitori mentre, per il 14,5%, si tratta di un vero e proprio tabù.

    In assenza di dialogo a scuola o a casa, e con i rapporti sessuali sempre più precoci, le ragazze e i ragazzi ritengono che per informarsi rimanga loro una sola possibilità: internet, con tutti i rischi del caso e trovandosi davanti ad un accesso potenziale a contenuti pornografici.

    Secondo i dati dell’Osservatorio ‘Giovani e Sessualità’ di Durex, il 53,2% dei giovani, attratto dall’anonimato e dalla rapidità, dichiara infatti di cercare online risposte su sessualità e contraccezione, informandosi attraverso contenuti parziali, inappropriati, spesso lesivi e frequentemente scorretti, che in certi casi rischiano di condurre anche a situazioni potenzialmente pericolose per la loro incolumità. Una situazione che porta, soprattutto i giovanissimi, ad affrontare le prime esperienze in modo poco consapevole, con scarse informazioni sul consenso e sul rispetto di sé e degli altri.

    I comportamenti a rischio possono poi anche essere legati al sexting: quasi un giovane su due (47,2%) afferma infatti di inviare o ricevere contenuti sessualmente espliciti, con il fenomeno che interessa già il 30% dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni. Queste pratiche, se non gestite con consapevolezza, possono sfociare in situazioni problematiche legate alla condivisione non consensuale di materiale privato: il 46% dei rispondenti dichiara infatti di aver ricevuto immagini o video a sfondo sessuale non richieste, percentuale che raggiunge il 50% tra le ragazze e il 42% nella fascia più giovane (11-13 anni).

    Proprio il consenso, in questo scenario, rimane un aspetto cruciale anche al di fuori della rete: un giovane su cinque ritiene che ci si possa sottrarre a un rapporto sessuale con il partner “solo occasionalmente”, Inoltre, il 40% dei partecipanti considera la gelosia o la possessività eccessiva del partner solo “possibili” segnali di una relazione da limitare, a conferma di una scarsa consapevolezza emotiva.

    https://www.ansa.it/donne/notizie/2025/11/11/nove-giovani-su-dieci-chiedono-leducazione-sessuale-a-scuola_e4db59e3-ef6a-490b-89f5-55e992883223.html

    Educazione all’affettività e alla sessualità a scuola: come funziona nel resto d’Europa ?

  • Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

    Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

    PALERMO – “Sono stata vittima di una manipolazione per ottenere ciò che voleva”, ripete con fermezza una delle presunte vittime di abusi sessuali. “Rapporto consenziente”, replica la difesa. Sotto processo c’è frate Bernardino, 66 anni, della fraternità dei minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente a Palermo. È imputato per violenza sessuale nei confronti di cinque vittime, di cui solo una maggiorenne. Aleksander Iwaszczonek

    Il racconto della vittima

    Ed è quest’ultima a salire sul banco dei testimoni. All’epoca dei fatti contestati la giovane aveva 24 anni. Racconta ogni passaggio con lucidità. Nel gabbiotto riservato agli imputati detenuti c’è fra’ Bernardino. Mentre ascolta si porta le mani alla testa, la muove in segno di dissenso per ciò che ascolta.

    “Abusi sessuali in hotel”

    La giovane racconta che all’inizio era “un confidente, un punto di riferimento”. Presto il rapporto fra i due sarebbe sfociato in qualcosa di intimo. Le prima avvisaglie si sarebbero registrate “a Ischia, durante un viaggio, una settimana in un hotel di lusso”. In vacanza andarono il frate e due ragazze di cui una minorenne. Era un viaggio “di piacere, per rilassarci” così disse alle ragazze e alle loro famiglie. Ai superiori del suo ordine, invece, frate Bernardino mai riferì della presenza femminile. Ufficialmente erano viaggi di “raccoglimento e preghiera”.

    Ed invece le giornate trascorrevano fra bagni in piscina e gite in barca. “Ha pagato lui”, racconta la testimone rispondendo alle domande dei pubblici ministeri Maria Bambino e Mario Calabrese. In albergo, era il 2015, il frate avrebbe chiesto alle ragazze di “spogliarci e cambiarci davanti a lui. Ci disse che era un modo per esprimere la libertà del nostro corpo. Provavamo vergogna, ma l’abbiamo fatto velocemente per imbarazzo”.

    Gli espisodi contestati

    L’intimità sarebbe cresciuta nei mesi successivi. I viaggi si sono ripetuti con destinazione Roma, Venezia e Milano. La vittima, che frequentava il gruppo dei giovani della confraternita, racconta dei “baci in bocca in sacrestia prima della messa” e di quella volte in cui “provò a mettere le mani nelle mie parti intime” in albergo, mentre l’amica sedicenne dormiva.

    Un’altra volta “mi ha fatto sedere sulle sue ginocchia, mi ha infilato la mano sotto i vestiti ed è sceso fino al pube”. Riferisce anche delle “foto delle parti intime” che ha inviato via WhatsApp al francescano che usava, di nascosto, un tablet: “Me le chiedeva lui oppure gliele inviavo io”. È la stessa ragazza a dire che era “consenziente, mi fidavo di lui”.

    Ad un certo punto accennò alcune cose a un sacerdote di un’altra chiesa nel corso di una confessione ed iniziò un percorso religioso: “Mi ha chiesto perdono e ho elaborato il perdono. Volevo ricostruire il rapporto religioso” tanto da chiedergli di celebrare il suo matrimonio. Le cose cambiarono quando ricevette le confidenze dell’amica sedicenne. Allora capì che “mi faceva credere che ero l’unica con cui faceva queste cose”.

    La difesa dell’imputato

    “Ero consenziente, non mi ha obbligato ma faceva parte di una manipolazione”, aggiunge rispondendo alle domande degli avvocati della difesa Pasquale Contorno e Claudia Corrao, i quali puntano a dimostrare che non ci alcuna costruzione, ma una relazione voluta da entrambe le parti. La vicende del processo però, a giudicare dalla testimonianza, nulla c’entrano con la fine del rapporto con l’imputato. La causa fu la mancata condivisione della scelta di frate Bernardo che avrebbe voluto spostare la ragazza in un altro gruppo di preghiera.

    All’imputato vengono contestati anche dei comportamenti illeciti nei confronti di alcuni minorenni. Si parla di abbracci sconfinati in toccamenti. La ragazza aggiunge in aula una nuova accusa. Racconta, senza riuscire a collocarlo temporalmente, che l’imputato una volta sollevò il vestitino di una bambina di appena un anno. L’avrebbe toccata pronunciando la frase: “Tanto quando sarà grande non se lo ricorderà”.

    Le parti offese, i genitori e le associazioni “Cotulevi” e “Insieme a Marianna” si sono costituire parte civile con l’assistenza degli avvocati Federica Prestidonato, Marcello Drago e Girolama Manzella. Parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati.

    In aula ha testimoniato un superiore della confraternita che ha ripercorso le frasi dell’istruttoria canonica avviata nei confronti del frate colombiano quando nel 2014 la vicenda venne a galla. L’accusa si abusi sessuali è gravissima, ma lo sono anche gli altri comportamenti tenuti dall’imputato. L’utilizzo dei cellulari è vietato, tranne in alcuni casi e dietro autorizzazione. Di sicuro il credo della povertà francescana vieta di possedere soldi e di spenderli in un albergo di lusso.

    Abusi sessuali e vacanze in hotel di lusso: frate francescano sotto accusa

  • Sei giovani “cacciatori di pedofili” in manette

    Sei giovani “cacciatori di pedofili” in manette

    WINTERTHUR – Alla fine di novembre un presunto pedofilo è stato vittima di un violento pestaggio, riconducibile a un’azione di giustizia privata. Le indagini hanno portato all’arresto di sei minorenni.

    La Polizia cantonale di Zurigo ha infatti identificato e fermato sei ragazzi tra i 15 e i 17 anni, sospettati di aver partecipato all’aggressione. Attualmente si trovano in custodia cautelare e il caso è seguito dalla Magistratura dei minorenni.

    Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il 30 novembre 2024 un uomo svizzero di 22 anni era stato attirato a Winterthur con il pretesto di incontrare una ragazza minorenne. Giunto sul posto, non ha trovato alcuna ragazza: ad attenderlo c’era invece un gruppo di giovani che lo ha aggredito con calci e pugni, filmando la scena e lasciandolo ferito e umiliato.

    L’inchiesta, condotta dalla Polizia cantonale di Zurigo in collaborazione con la Procura dei minorenni di Winterthur, ha permesso di risalire ai sei presunti autori dell’attacco. Già tra febbraio e aprile 2025 le stesse autorità avevano chiarito altri episodi di violenza nella zona di Winterthur, identificando diversi sospettati di età compresa tra i 16 e i 19 anni, provenienti da Svizzera, Italia, Libano e Pakistan.

    Il modus operandi era simile: i giovani contattavano online persone che sospettavano avessero inclinazioni pedofile e le attiravano in trappola con finti incontri, per poi aggredirle.

    Le autorità hanno condannato con fermezza queste azioni di “vigilanza privata”. Pur comprendendo l’intento dichiarato dei ragazzi, che si considererebbero “cacciatori di pedofili”, simili iniziative rischiano di compromettere le indagini ufficiali e di generare ulteriore violenza.

    https://www.tio.ch/svizzera/cronaca/1866862/giovani-pedofili-cacciatori-zurigo-sospettati

  • Caso Umbers e una verità ancora da scrivere

    Caso Umbers e una verità ancora da scrivere

    Sta sollevando un polverone mediatico il caso che vede coinvolto monsignor Richard Umbers, vescovo ausiliare di Sydney, recentemente raggiunto da una denuncia civile per presunto abuso storico. 

    Ma tra dichiarazioni ufficiali, comunicati pubblicati in sordina e titoli sensazionalistici, la vicenda rischia di trasformarsi in un processo sommario fuori dalle aule competenti.

    Secondo quanto riportato dall’Arcidiocesi di Sydney, il vescovo Umbers ha deciso di mettersi temporaneamente da parte dal suo ministero pubblico, “in conformità con i protocolli diocesani per la gestione delle denunce e le normative vigenti”, per permettere che l’accusa venga trattata con la dovuta serietà. In una breve ma chiara nota, la diocesi ha affermato di aver notificato le autorità competenti e ha specificato che, allo stato attuale, “non esiste alcuna indagine attiva da parte della NSW Police”.

    Fin qui, una gestione prudente e rispettosa, sia nei confronti della vittima – di cui si tutelano anonimo e integrità – sia nei confronti dell’accusato, la cui presunzione d’innocenza è un principio fondante di qualsiasi sistema democratico.

    Eppure, nelle ultime ore, alcuni organi di stampa hanno insinuato che la Chiesa non avrebbe in realtà contattato la polizia. Un dettaglio che, se confermato, solleva dubbi – ma che non dovrebbe automaticamente delegittimare l’intero operato dell’Arcidiocesi, né trasformare Umbers in un colpevole prima ancora che i fatti vengano esaminati nelle sedi appropriate.

    Monsignor Umbers, 54 anni, figura nota per la sua attività pastorale nelle scuole e nei centri educativi del NSW, è anche il primo membro australiano dell’Opus Dei ad essere stato ordinato vescovo. Un uomo la cui vita è sempre stata improntata a una disciplina rigorosa, a un impegno costante con i giovani ea una fede vissuta con coerenza.

    La sua biografia parla di anni trascorsi a fianco di studenti, famiglie e comunità religiose. La sua adesione all’Opus Dei – spesso descritta in modo distorto da certa stampa – è in realtà un segno di dedizione, di servizio silenzioso e di profonda spiritualità.

    Di fronte a un’accusa che lui stesso ha “fermamente respinto”, Umbers ha scelto il silenzio e la compostezza, lasciando che siano le autorità civili a fare chiarezza. È giusto pretendere trasparenza da parte della Chiesa, ma è altrettanto doveroso non scambiare un comunicato per una sentenza, né una denuncia per una colpa certa.

    È il momento della responsabilità. Lasciamo che la verità venga a galla senza clamore né pregiudizi. E ricordiamoci che i fatti si commentano sui giornali ma la giustizia si amministra nei tribunali.

    Caso Umbers e una verità ancora da scrivere