Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: italia

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Consiglio d’Europa/Pedofilia-Italia:”Al Paese mancano programmi specifici”.

    Consiglio d’Europa/Pedofilia-Italia:”Al Paese mancano programmi specifici”.

    “L’Italia e numerosi altri Stati europei non hanno programmi specifici per assistere chi teme di commettere abusi sessuali su minori, una misura necessaria per valutare e prevenire il rischio che queste persone passino all’atto”.

    Ciò è quanto emerge dall’ultimo Rapporto del Consiglio d’Europa sull’attuazione, da parte degli Stati, degli obblighi contenuti nella Convenzione di Lanzarote, il Trattato per la Protezione dei Minori dallo sfruttamento e l’abuso sessuale, ratificata dall’Italia nel 2013.

    Tratto da: Ansa Europa.

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Cacciato dalla Chiesa per pedofilia, prete veneto ucciso in Colombia

    Cacciato dalla Chiesa per pedofilia, prete veneto ucciso in Colombia

    MEDELLIN/ROSSANO – Dino Cinel, 76enne originario di Rossano, con residenza a Cittadella, prete espulso dalla Chiesa cattolica per pedofilia, giovedì è stato assassinato in Colombia, nel suo appartamento di Medellín, da un giovane di 18 anni e a quanto sembra suo compagno, Santiago Alberto Morales Parra. A darne la notizia il sito di informazione de El Tiempo.

    Come riferisce il Giornale di Vicenza la centrale di polizia di quella città ha ricevuto una telefonata da parte di un giovane che, disperato, ha confessato di avere ucciso l’ex sacerdote. Gli agenti al loro arrivo hanno trovato il corpo senza vita di Dino Cinel e sono riusciti in extremis a impedire il suicidio del 18enne che stava per gettarsi da una finestra dal sesto piano del palazzo dove i due abitavano assieme da circa tre mesi. Da quanto emerso dalle indagini Dino Cinel aveva comunicato al 18enne che voleva troncare la relazione: parole che hanno innescato una discussione che eè poi degenerata: il giovane avrebbe afferrato un coltello e colpito a morte l’ex sacerdote. Dino Cinel è stato insegnante a San Francisco e New York (Usa), divenne noto nel 1984 quando con il suo libro “Dall’Italia a San Francisco” vinse il  prestigioso Merle Curti Social History Award. Da sacerdote nella parrocchia di Santa Rita a New Orleans (USA) finì negli anni novanta al centro dello scandalo dei preti pedofili: trovato in possesso di una ingente quantità di materiale pedopornografico finì a processo e in seguito venne espulso dalla Chiesa cattolica.

    https://www.ilgazzettino.it/vicenza_bassano/omicidio_prete_veneto_ucciso_colombia_pedofilia_dino_cinel-3527070.html

  • Ex prete ucciso  dal suo amante  diciottenne

    Ex prete ucciso dal suo amante diciottenne

    MEDELLIN (Colombia). Dino Cinel, ex prete originario di Rossano espulso dalla Chiesa cattolica per pedofilia, è stato assassinato giovedì nella città di Medellín, in Colombia, da un giovane di 18 anni.

    Secondo il quotidiano El Colombiano, la polizia ha ricevuto una chiamata di emergenza da parte del ragazzo, nella quale ha confessato di aver ucciso l’ex religioso. Al loro arrivo gli agenti hanno trovato il corpo senza vita del 76enne e sono riusciti ad impedire al 18enne di suicidarsi.

    Il generale Oscar Gómez, comandante della polizia metropolitana, ha riferito che gli eventi si sono verificati dopo una discussione tra i due  «per cause non accertate»: Cinel sarebbe stao aggredito con un coltello al culmine della lite. Il portale locale  Minuto30  afferma che l’assassino ha poi provato a saltare dal sesto piano della casa dove la coppia aveva vissuto per tre mesi.

    Dino Cinel aveva lavorato come storico e insegnante a San Francisco e New York (USA) ed è diventato famoso nel 1984 quando vinse il  prestigioso Merle Curti Social History Award  per il suo libro “Dall’Italia a San Francisco”. Un  rapporto  pubblicato nel 2003 dice che negli anni ’90  fu scopertoa una grande quantità di pornografia infantile  nella chiesa di Santa Rita (New Orleans, USA), che gli costò un’indagine per pedofilia e la perdita della sua condizione di sacerdote.

    Davide Moro
    http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/bassano/rossano/ex-prete-ucciso-dal-suo-amante-diciottenne-1.6275515?refresh_ce=#scroll=700
  • Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Sotto chiave in Italia i verdetti del tribunale canonico. I volontari: almeno trecento casi.

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

    Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

    In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, e mentre la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni per lavorare a linee guida per la prevenzione, non c’è contezza di quanti siano in totale i condannati, nè se vi sia un aumento o una diminuzione, o se si tratta di abusi lontani nel tempo oppure no, né che tipo di sanzioni canoniche hanno emesso i giudici vaticani.

    Niente numeri, niente statistiche. Da qualche anno in qua, però,una associazione nata a Savona -La Rete l’Abuso – ha iniziato con meticolosità certosina a raccogliere e registrare i casi denunciati pubblicamente nei tribunali civili. Al momento ha raccolto quasi 300 episodi in tutta Italia negli ultimi dieci anni. Sul sito c’è una mappa interattiva piena di pallini rossi, gialli e blu, a seconda della gravità. Si punta il cursore, si clicca ed esce il caso giudiziario. Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia i vescovi,non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili né alla polizia, né ai magistrati, come per esempio sono tenuti a fare i presidi delle scuole pubbliche. Hanno,invece,l’obbligo di denunciare gli abusi al tribunale vaticano della Congregazione della Fede. Recentemente in Parlamento è stata depositata una mozione per chiedere la modifica pattizia -tra Italia e Vaticano – e imporre anche ai vescovi l’obbligo di denunciare civilmente gli orchi. L’episcopato ha sempre ribadito che si impegna a collaborare con le autorità civili ma senza essere tenuto alla denuncia.

    Il Mattino del 3-02-2018

  • Napoli, ex chierichetto accusa: “Don Silverio iniziò ad abusare di me in sagrestia. Avevo 11 anni”

    Napoli, ex chierichetto accusa: “Don Silverio iniziò ad abusare di me in sagrestia. Avevo 11 anni”

    NAPOLI – “Avevo 11 anni quando iniziarono in sagrestia le violenze di don Silverio. Io stavo zitto perché avevo paura di peccare”: a parlare, intervistato da Franca Giansoldati del Mattino, è una presunta vittima del sacerdote di Napoli accusato di violenze sessuali su minori.
    Il giovane oggi ha 37 anni, ma dice di ricordare ancora bene quei momenti:

    “Mi si ferma il respiro ogni volta che penso al rischio che possono correre altri bambini. Faccio fatica a tornare a quel periodo. Avevo 11 anni e a quell’età si è davvero piccoli, cuccioli, incapaci di leggere tra le righe il male, e così ci si affida ai grandi pensando che siano loro i modelli ai quali ispirarsi. Don Silverio era il parroco di Ponticelli ed era conosciuto da tutti, era un mammasantissima, una persona tenuta in grande considerazione dalla comunità”.
    Gli abusi sarebbero cominciati progressivamente, ha spiegato al Mattino:

    “La mia famiglia si trasferì in quel quartiere e iniziai a frequentare la parrocchia, facevo il chierichetto, andavo a giocare a pallone e così conobbi quel sacerdote. Era il secondo sacerdote della parrocchia, l’altro si chiamava don Ciro Cocuzza. Mi sono spesso chiesto se don Ciro abbia mai subodorato qualcosa vedendo che dalla casa di don Silverio spesso entravano e uscivano diversi ragazzini. L’idea che mi sono fatto da adulto è che in fondo erano in tanti a sapere, o a sospettare ma si finiva per stare zitti perché quella era la cosa da fare. Ripeto, don Silverio era uno tenuto in grande considerazione dalla comunità”.
    Quindi iniziarono i giri in auto insieme: don Silverio, ha raccontato l’uomo al Mattino, lo portava con sé quando andava a fare le visite pastorali in zona.
    “Mi ripeteva che ero il suo chierichetto di fiducia. Mi lodava e io mi sentivo importante, ero così fiero. E poi era generoso. Mi faceva regali che altrimenti non mi sarei potuto permettere. Mi fece trovare persino una bicicletta. Prendeva 20 mila lire dal portafoglio dicendomi che era un piccolo regalo per me. Sapeva conquistare la fiducia della gente. E anche la mia. Purtroppo. Don Silverio abitava con la madre ma aveva in uso un’altra casa, una villa, in località Guindazzi, a borgo Trocchia. Quello fu un luogo che utilizzò spesso con me anche se le violenze iniziarono in sacrestia”.
    Nei confronti di don Silverio sono state presentate diverse denunce negli anni. La Curia partenopea ha sempre respinto le accuse affermando che le vittime non si sono volute sottoporre a una visita psichiatrica con un esperto di ricostruzione della falsa memoria.

    https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/napoli-chierichetto-don-silverio-abusi-2823741/

  • Isernia, molestie nella diocesi: Giorgio a rapporto dalle autorità ecclesiastiche

    Isernia, molestie nella diocesi: Giorgio a rapporto dalle autorità ecclesiastiche

    di Alessandra Decini
    ISERNIA. Non cerca vendetta, ma giustizia. Il suo non vuole essere un tentativo di infangare la Chiesa, piuttosto un’azione per contribuire a renderla più pulita.
    Continua la denuncia di Giorgio, il ragazzo polacco che ha raccontato di aver subito abusi sessuali da parte di un parroco, in servizio nell’Isernino, al quale era affidato e con il quale è quindi cresciuto.
    Contattato da isNews, il giovane, oggi 34enne, non solo ha ripercorso il suo inferno all’interno della canonica, ma ha spiegato la ‘ratio’ della sua battaglia attuale: “Perché non accada più ad altri ciò che è successo a me”. E poi anticipa di essere vicino ad un altro risultato: dopo aver ottenuto l’interessamento da parte della Curia pentra, con il vescovo Camillo Cibotti che ha vergato una lettera con la quale – oltre a chiedere perdono alla vittima – ‘apre’ il dialogo a tutte le persone in difficoltà, Giorgio sarà verosimilmente ascoltato a breve dalle autorità ecclesiastiche. Il procedimento canonico, come riferito anche da monsignor Cibotti, sarebbe dunque avviato.
    Giorgio, cosa è scattato in te al punto da spingerti a denunciare?
    “Con la nascita mia figlia è cresciuto in me un senso di protezione. E ho pensato che quanto è accaduto a me non dovesse succedere ad altri bambini. Premetto però che non è stato facile. Ci sono voluti anni di psicoterapia e ipnosi per riuscire ad elaborare quanto accaduto e il mio dolore. Poi, grazie all’aiuto di persone che hanno saputo sostenermi, come il mio avvocato Sergio Cavaliere e alcuni giornalisti, sono riuscito a tirare tutto fuori”.
    In passato avevi già tentato di raccontare gli abusi subiti?
    “Sì, ma a persone dell’ambito ecclesiastico, perché erano quelle che avevo intorno e di cui mi fidavo. Però nessuno mi ha mai creduto. Dicevano che le mie erano visioni del demonio, solo illusioni. All’epoca volevo fare qualcosa. Ho pensato di scappare. Ma in fondo ero un adolescente, ero malleabile e totalmente sotto il loro controllo. Don M. è un uomo intelligente e sa come comportarsi. Anche se penso non si renda davvero conto di cosa mi ha fatto”.
    Quale iter hai seguito appena hai deciso di parlare? La strada mediatica non è certo stata la prima pista battuta.
    “La prima cosa che ho fatto, di concerto con il mio legale, è stata denunciare tutto ai carabinieri, producendo tutte le prove che avevo a mia disposizione. Subito dopo, era all’incirca giugno, l’avvocato Cavaliere ha inviato una raccomandata in Curia a Isernia. Da allora, fino a dicembre scorso, non si è saputo nulla. Mi aspettavo mi chiamassero per sentire la mia versione dei fatti. Di fronte al silenzio, ho deciso di utilizzare i social per fare venire a galla la verità”.
    Hai così ottenuto un primo risultato. Come interpreti l’apertura mostrata dal vescovo di Isernia?
    “Non sono convinto sia stata del tutto spontanea, ma appunto dettata dal clamore suscitato sulla vicenda, magari dal timore che vengano fuori i nomi. Però in ogni caso l’apprezzo. Se con lui si può parlare, allora parliamone”.
    E ora a cosa punti? Qual è il tuo obiettivo?
    “Ci tengo a precisare che io non ho chiesto risarcimenti. Il mio non è un attacco alla Chiesa, anzi. Io voglio aiutarli a disfarsi di questo problema, che purtroppo non è solo mio. Questo è il mio scopo. Chiaramente, nel mondo reale una persona che commette abusi su un minore va punita e curata. Questa vicenda non deve cadere nel nulla. Temo che, essendo passati troppi anni, sia difficile a causa dei termini di prescrizione giungere ad un’azione incisiva da parte della magistratura, però mi aspetto che magari delle indagini possano servire a spronare il Vaticano a prendere provvedimenti e non ad insabbiare, a offuscare tutto”.
    Portando la tua storia alla luce è possibile che anche altri ragazzi, nel caso ce ne fossero, possano decidere di denunciare e magari attualizzare il reato. Ti aspetti questo?
    “Credo sia difficile. Mi ci sono voluti troppi anni per trovare il coraggio di parlare. E ho attraversato momenti bui: ho avuto problemi di dipendenze, di sessualità. E forse ne sono uscito, oltre che con l’aiuto di specialisti, grazie al mio carattere un po’ forte. Ma non per tutti è così. Non mi aspetto, quindi, che un ragazzino, sentendo me oggi, riesca a raccontare subito i suoi problemi. Però è comunque una possibilità”.
    Come hanno reagito i tuoi familiari, che ti avevano affidato a don M., quando hanno appreso i fatti da te denunciati?
    “Mia madre si è arrabbiata tantissimo. Voleva quasi farsi giustizia da sé. La mia è una famiglia molto cattolica e quando questo prete è entrato in casa nostra per lei è stato come una benedizione. E lo era anche per me. Purtroppo, ho avuto un padre con problemi di alcol che mi picchiava e la dolcezza di quel sacerdote per me era positiva. All’inizio i suoi comportamenti erano normali, o almeno così sembravano. Cercava il contatto fisico con me attraverso il gioco, tenendomi in braccio dinanzi al volante dell’auto. Ma io ero un bambino e non percepivo allora della malizia. Ero solo felice di poter guidare. Poi in Italia le cose sono cambiate e le molestie sono diventate esplicite, come ormai tutti sanno”.
    Oggi le cose vanno meglio, cosa ti senti di dire?
    “Nonostante tutto, per me è andata bene. Mi ritengo fortunato: ho una famiglia, una figlia, un lavoro. Ma purtroppo in tanti non ce la fanno e non ce l’hanno fatta. Voglio lanciare un messaggio ai genitori: non lasciate andare i figli fuori casa, se non c’è un reale bisogno e se non sono abbastanza maturi per difendersi dai pericoli”. Jan Mazurkiewicz

  • Isernia, parla Giorgio, abusato da don M.: “La canonica per me era come un inferno”

    Isernia, parla Giorgio, abusato da don M.: “La canonica per me era come un inferno”

    Giorgio ha trovato il coraggio di raccontare gli abusi sessuali subiti da Don M., un sacerdote polacco che fino a lunedì continuava ad esercitare il suo ministero in una parrocchia della provincia di Isernia. Molestie durate anni e finite solo quando Giorgio è diventato maggiorenne: “Per lui ormai ero maturo e aveva perso interesse per me”. Jan Mazurkiewicz

     

    Giorgio nasce a Liblino, nella Polonia orientale, trentaquattro anni fa. La sua è una famiglia problematica, il padre è alcolizzato, spesso assente, violento. E’ solo un bambino quando, in una chiesa della sua città, conosce Don M. Il sacerdote, poco dopo, viene trasferito in una parrocchia di Isernia e comincia a portarlo con sé, prima per brevi soggiorni durante l’estate fino a quando non ne ottiene l’affidamento. Gli abusi sessuali, cominciati in Polonia, continuano nel nostro Paese. Quando Giorgio trova la forza per parlare delle molestie con altri parroci vicini al suo aguzzino, non viene creduto e gli viene detto da un esorcista che le sue sono visioni del demonio. Un altro prete addirittura cerca di approfittarsi di lui proponendogli sesso a pagamento. Già maggiorenne, Giorgio decide di lasciare la canonica in Molise e di trasferirsi a Milano. Passano gli anni e capisce che deve togliersi il peso che si porta dentro e decide di denunciare gli abusi subiti da Don M. Con l’aiuto dell’avvocato Sergio Cavaliere e il movimento “Non abbiate paura, presenta una denuncia in cui si ipotizza il traffico di minore a scopi sessuali, di cui si sta occupando la Procura di Isernia. Il 2 maggio dell’anno scorso, il suo legale spedisce anche una raccomandata alle diocesi di Lublino e Isernia per informare le autorità ecclesiastiche degli abusi andati avanti dal 1993 al 2001. Di fronte al silenzio delle Curie, Giorgio decide di rendere pubbliche le molestie subite da bambino. Quando hai conosciuto Don M.?

    L’ho conosciuto in una delle chiese di Lublino. Ha subito conquistato la fiducia dei miei genitori. Si fidavano così tanto che mi hanno affidato a lui perché credevano che studiando in Italia avrei avuto un futuro migliore.

    Quanti anni avevi quando sei arrivato in Italia? Avevo 13 anni e vivevo nella canonica di Don M. in un piccolo paese in provincia di Isernia. Come sono cominciati gli abusi? La sera, quando si chiudevano le porte della casa canonica, per me cominciava l’inferno. Don M. si metteva a letto con me oppure mi faceva dormire con i cani e lui, nel letto a fianco, si masturbava. Per quanto tempo sono andati avanti le molestie? Sono durate anni. Quasi ogni sera. Me lo ritrovavo che cercava di toccarmi le parti intime o voleva essere baciato. Mi metteva le mani nelle mutande e mi faceva contare fino a dieci. Solo così poi mi lasciava andare. Non ha mai cercato di spingersi oltre? No, ma devo dire che ho un carattere un po’ duro e non ero troppo accondiscendente. Hai trovato il coraggio di parlare degli abusi ad altri sacerdoti vicini a Don M. Qual è stata la loro reazione? Non ho trovato nessuno disposto ad aiutarmi. Ho parlato di quello che mi stava succedendo con tre parroci: Don G., un esorcista, mi ha detto che le mie erano visioni del demonio; Don R. mi ha offerto del denaro per fare sesso con lui. L’ultimo, infine, non mi ha creduto. Ero così frustrato che ho pensato ʽForse sto sbagliando qualcosa io’. Mi vergognavo a dire questa cosa fuori dall’ambito ecclesiastico perché, nonostante tutto, mi fidavo di loro. Quando ha smesso Don M. di molestarti? E’ finito tutto a 17/18 anni. Per lui ormai ero maturo e aveva perso interesse per me. Quando hai deciso di lasciare la canonica di Don M.? Avevo 22-23 e l’ambiente in Molise era diventato troppo pensante. Non è stato facile ricostruirmi una vita. Il ricordo dell’inferno dal quale ero scappato mi ha portato in una strada sbagliata, fatta di alcol e droghe. Però sono riuscito a ricostruirmi una vita. Cos’è scattato in te per indurti a raccontare gli abusi? Era una cosa che mi ha dato sempre fastidio. Sono passati molti anni però ho capito che dovevo togliermi questo peso. Alla fine mi sono detto: non può rimanere solo dentro di me. Adesso ho una bambina di due anni e mezzo e sono diventato protettivo. Penso: ʽE se una cosa del genere accadesse a mia figlia?’ Il vescovo di Isernia ha scritto una lettera chiedendoti perdono e Don M. è stato rispedito in Polonia. “Il vescovo avrebbe dovuto magari chiamarmi già da tempo per dirmi ʽCiao come stai?’, invece ha solo paura che io posso rivelare i nomi. Di fronte a questi fatti non bisogna aver paura, non bisogna stare zitti. Loro non hanno avuto nessuno scrupolo nei miei confronti.

    http://www.fanpage.it/

  • Don Andrè Facchini dovrà essere in aula il prossimo giugno a Lanciano: si presenterà?

    Don Andrè Facchini dovrà essere in aula il prossimo giugno a Lanciano: si presenterà?

    Don Andrea è un prete della Diocesi di Lanciano Ortona, il Vescovo gli ordini di rientrare e di sottoporsi al giudizio del tribunale. Per la procura il prete è irrintracciabile ma tutti, sostengono dalla parte civile, trapela dall’udienza di ieri mattina a Lanciano, sanno dove trovarlo. L’11 giugno prossimo dovrà essere in aula e rispondere, oltre che della sua coscienza, anche di accuse gravi. In tanti lo denunciarono, fu la testata giornalistica Abruzzo Live ad intervistare i fuori usciti dalla setta da lui creata la “Legio Sacrorum Cordium”.

    Storie raccapriccianti dove si raccontava di violenze fisiche, punizioni corporali inflitte con un rosario a grani grossi, oltre che psicologiche, “se non fai come dico io il demonio ti ucciderà”. E poi ancora richieste di denaro, appostamenti sotto la casa di famiglie, che ieri hanno anche raccontato, in aula, come hanno trovato i cani avvelenati, la legnaia data alle fiamme. “Una notte lo abbiamo scoperto in giardino e da li ne è nata una colluttazione”. La colluttazione è quella che ha costretto il prete alle cure del Renzetti e da li venne fuori tutta la macabra storia. Lui si difese dicendo che avrebbe voluto salvare il ragazzo da un giro di droga, ma a distanza di anni la procura ha accertato che le cose andarono in maniera ben diversa.

    Eppure a Don Andrè vennero dati ruoli importanti anche all’interno della Curia, in molti lo ricordano insegnante di morale Cristiana all’interno di un corso di teologia che si faceva in quegli anni, parliamo del 2014, ed ancora responsabile dell’ufficio dove di depositano le richieste di matrimonio, sempre in Curia, e dove ci si rivolge per ottenere documenti importati per ottenere dispense per i Sacramenti…è possibile che la Curia Frentana non si fosse accorta di nulla?

    Respinta, “da cestinare”, ha detto il giudice Andrea Belli la perizia psicologica fornita dalla difesa, perché fatta non sull’accusato ma su certificati medici.

    Invocava i demoni Don Andrea ( André Luiz Facchini classe 1974 nata in Brasile), non i Santi ma i demoni, le persone erano terrorizzate dalle sue farneticazioni circa il potere che il male avrebbe potuto esercitare sulla loro vita. Augurava a chi avesse abbandonato la Legio, malattie, perdita di lavoro ed ogni sorta di disgrazia. Nel caso dei due fratelli presenti ieri in aula non erano bastate “le preghiere” avevano abbandonato comunque il gruppo, che ricordiamo si riuniva nella chiesa di Sant’Agostino in messe, ogni primo venerdì del mese che duravano anche 4 ore, ma Don Andrea li seguiva fino a casa con l’epilogo che tutti sappiamo.

    San’Agostino in quel periodo brulicava di persone entusiaste, la Chiesa era stracolma di fiori, sempre rigorosamente rossi. Pensò bene anche di restituire alla città, il 28 agosto, la processione dedicata al Santo dottore della Chiesa ma, sempre, nessuno, o almeno così sembrava, si accorse che qualcosa non andava.

    Sembrerebbe che ora sia ancora  prete in Brasile, sempre Abruzzo Live lo scovò in una trasmissione televisiva in veste di imbonitore con tanto di Reliquiario esposto in bella vista. Un pò di anni fa venne avvistato in piazza San Pietro mentre si accingeva a salutare il Santo Padre.

    In Italia quindi è rientrato, chissà se lo farà anche il prossimo 11 giugno per rispondere dinnanzi alla giustizia delle accuse, gravissime, che da anni gli vengono fatte. (Clara Labrozzi)