Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Walter Siti, la strana storia del prete pedofilo tra tabù e rimorsi

    Walter Siti, la strana storia del prete pedofilo tra tabù e rimorsi

    Il nuovo libro di Walter Siti, “Bruciare tutto” (Rizzoli) è un misto di mediocrità, frivolezza, viziosità, bassezza, trama implausibile. Che tuttavia una compatta tifoseria di recensori ha cercato di presentare come una raffinata riflessione filosofica, se non addirittura teologica, sul tema del male, della tentazione, della religione.

    di Giuseppe Scaraffia, da ”Il Messaggero”

    Il nuovo libro di Walter Siti, “Bruciare tutto”, Rizzoli, è la strana storia di un prete pedofilo che si dà fuoco per il rimorso di non avere abusato di un bambino di dieci anni che gli si è offerto e che, costernato dal suo rifiuto, si è a sua volta suicidato. Trama tanto poco verosimile quanto gremita di sentenze dal sentore ecclesiastico tanto superficiale quanto blasfemo (“Inculare un angioletto è il solo gesto rivoluzionario che si possa concepire oggi”, “Vedere nudo un ragazzino per toccare Te, mio Dio”, e via dicendo) e di spezzoni crudamente pornografici, specie nei passaggi che l’autore afferma di avere attinto al Deep Web.

    Un libro in cui il protagonista sogna che Gesù “incarnandosi si è aperto il costato, si masturbava, ha pianto” e che alla fine allo stesso dio rimprovera con prosa ineffabile: “Sei un bastardo, te le fai tu le regole… muori o resusciti secondo come ti gira, ti lasci sputacchiare sapendo che cadrai sempre in piedi”.

    Che tuttavia una compatta tifoseria di recensori ha cercato di presentare come una raffinata riflessione filosofica se non addirittura teologica sul tema del male, della tentazione, della religione. Di cui Siti sostiene di non avere il dono, al contrario del suo personaggio. Il quale però è, dichiaratamente, anche il suo alias (“Don Leo c’est moi”, ha confidato, riecheggiando Flaubert).

    E così via, in un crescendo di contraddizioni la cui goffaggine sarebbe trascurabile se da ogni angolo di giornale, sito o social non ci si fosse affannati a pagare al libro il tributo di attenzione cui probabilmente fin dall’inizio l’autore aspirava con l’ovvia scandalosità dell’argomento, la compiaciuta scabrosità della scrittura, gli svogliati spunti di denuncia buttati qua e là.

    Fin dall’inizio tutti gli opinionisti, affannosamente interpellati sul falso problema della maggiore o minore liceità di rappresentare in un libro la pedofilia o la tentazione pedofila, si sono giustamente trincerati dietro la necessità della critica di non rifarsi a categorie moralistiche ma di valutare l’arte letteraria di ogni opera, per quanto al primo impatto disgustosa. Ma il fatto è che il giudizio su cosa sia o non sia letteratura è affidato agli addetti ai lavori e questi ultimi, in Italia almeno, hanno abitudini peculiari.

    Sembra esserci, nella minuscola falda di sottobosco che a volte generosamente  si suole chiamare ambiente letterario italiano, una sorta di assicurazione che permette ai suoi tutelati di figurare degnamente in imprese editoriali senza correre il rischio di essere giudicati se non da un ristretto novero di periti di cui peraltro entrano contestualmente a far parte.

    La generosità della copertura è talmente superiore al premio assicurativo — un po’ di obbedienza politica, rinuncia all’esplicita opinione personale nelle recensioni, gioco di gruppo nelle giurie dei premi, insomma piccoli oboli — da generare una fidelizzazione da polizza scudo.

    Siti, che pure ha audacemente dichiarato di “non occuparsi del successo materiale dei suoi libri”, ma che ha purtuttavia ottenuto il premio Strega, cosa oggettivamente impossibile senza un minimo interesse per quanto sopra, fa parte di questo dinamico giro di relazioni pochissimo pericolose, anzi, tese a evitare a chi le coltiva gli infortuni del giudizio e della critica.

    L’anomalia si è però verificata proprio all’inizio di quello che sembrava essere il solito percorso del solito libro un po’ furbo, un po’ improbabile, scritto con un orecchio al cicaleccio dei forum tv e un occhio alla chiesa. Incredibilmente, è stato stroncato il giorno stesso della sua uscita in libreria e proprio dalle colonne del giornale più autorevole, politicamente corretto e generoso verso la letteratura scudata.

    E’ stato questo il vero scandalo, che ha scatenato la danza di sdegnate reazioni difensive, che hanno confuso il lettore comune, il quale ha forse cominciato a credere di non capire nulla di letteratura.

    Altrimenti, perché i critici avrebbero dovuto scrivere cose tanto complicate e contraddittorie? lodare del libro l’”energia artistica e visionaria” e la “mano magistrale” nel rappresentare la “lussureggiante foresta di scrupoli e ossessioni”,  attribuirgli l’enunciazione filosofica di “un paradosso etico classico: quale azione compiere se entrambe ci dannano”, facendo entrare il lettore “nelle temperature torride del ‘romanzo d’idee’” alla Dostoevskij, alla Gide, alla Thomas Hardy? sostenere che  l’autore è un “miscredente” ma nello stesso tempo non ha alcun intento blasfemo perché è “sempre tentato dall’incendio della fede”?

    A questo punto il lettore non si raccapezza più. Perché tutti negano che si tratti di un libro pedofilo, quando la scena più riuscita, a detta dell’autore per primo, è “l’atto d’amore” pedofilo tra il protagonista adulto e l’undicenne Massimo (“Forzo con l’imboccatura della bottiglia la muscolatura anale, rosa; la contrazione è incontrollabile, col conseguente rilassamento esce un liquido scuro”), definita da Siti “molto casta” e dai critici la più autentica? e quando poi, per la mancata consumazione di un ulteriore atto pedofilo, quello che il decenne Andrea reclama e il prete scrupoloso non concede, si suicidano in due, prete e bambino?

    Guai a dirlo.

    Perché la parola pedofilia, secondo Siti, non designa, come invece suggerirebbe il dizionario, l’atto sessuale tra un impubere e un adulto, bensì una generica “filìa”, ossia attrazione per i bambini. In pratica, per indicare la benevolenza divina verso tutto ciò che è umano Siti interpreterebbe la pedofilia come filantropia, parola usata anche nel vocabolario teologico.

    Donde il grave dilemma: occorre rompere ogni tabù pur di affermare quello che i Frankie goes to Hollywood chiamavano il Potere dell’amore? Ovvio che no, e che quello che Siti finge di porre è un dilemma inesistente.

    Messo alle strette in un’intervista, chiama incautamente in causa Freud e il suo concetto di “perversione polimorfa” infantile, ignorando o dimenticando che nella teoria freudiana dello sviluppo sessuale questa fase si riferisce alla costituzione della psiche precedente la genitalità e rischiando di far incorrere il lettore nell’equivoco più grave dei pedofili: interpretare la richiesta di un bambino nel linguaggio della sessualità adulta, incanalarla nel desiderio, farla diventare atto sessuato. Non tutti i tabù si possono rompere. Ci sarebbero anche l’infanticidio e l’antropofagia, allora, ma ci vuole la penna di Swift per avanzare quella “Modesta proposta”.

    Il punto è che Siti non è Swift, né somiglia ad alcun altro degli autori pomposamente evocati nella gara dei critici ad alzare il tiro così che la palla sfugga agli occhi del pubblico finendo in una zona dove la barriera della presunta alta cultura lo scoraggia a guardare. Ma non è così che funziona la letteratura. Lo scrittore scrive, il lettore legge, e deve poter giudicare senza che gli siano parate davanti intimidatorie barriere protettive.

    Alcuni dei critici hanno ricordato l’obbligo dell’artista di guardare nell’abisso. Ma se è vero che, come diceva Nietzsche, se guardi nell’abisso l’abisso guarderà in te, l’abisso su cui Siti si è chinato deve essere rimasto veramente deluso. A parte l’erratica implausibilità della trama, è eresia pura — altro che fede o non fede cattolica — citare Flaubert o Dostoevskij o Hardy o Bernanos o Nabokov o perfino quel vero pedofilo di Gide (l’unico a fornire, in un racconto, Corydon, un possibile antecedente alla costruzione narrativa), che sono scrittori e hanno saputo riscattare con la scrittura le mediocrità e le frivolezze, le viziosità e le bassezze della natura umana.

    Non è certo il confronto con loro a riscattare le analoghe caratteristiche — mediocrità, frivolezza, viziosità, bassezza — che riscontriamo nella scrittura di Siti. Al contrario, le esaltano.

  • Resta imputata e detenuta una suora per gli abusi in Mendoza: “Sono innocente, ho consegnato la mia vita a Dio”

    Resta imputata e detenuta una suora per gli abusi in Mendoza: “Sono innocente, ho consegnato la mia vita a Dio”

    Hanno abusato di minorenni e disabili. Kosaka Kumiko ha detto che non sapeva niente. 

    di Roxana Badaloni

    Ammanettata e con giubbotto antiproiettile, la suora giapponese Kosaka Kumiko è stata trasferita ai tribunali mendocini, implicata come partecipante di primo piano negli abusi sessuali, percosse e corruzione di minori di bambini sordi internati nel collegio religioso Antonio Provolo, in Mendoza.

    La dichiarazione della suora è terminata dopo le 20:00. La sua imputazione è per “commissione dell’omissione del delitto di abuso sessuale con acceso carnale, in concorso ideale, con abuso sessuale gravemente oltraggiante, aggravato dall’essere l’autore incaricato della sorveglianza e per essere stato commesso contro un minore di 18 anni d’età approfittando della situazione di convivenza con lo stesso”.

    La religiosa rimarrà detenuta nel penitenziario di Agua de Avispas, vicino al carcere di Almafuerte.

    Passado il mezzogiorno, il pubblico ministero Flavio D’Amore, sostituto di Gustavo Stroppiana, aveva imputato la suora per tre fatti nei quali è stata denunciata, a partire dalle testimonianze di minorenni abusati, i quali hanno reso dichiarazione assistiti da interpreti del linguaggio dei segni e guidati da psicologi, poiché si tratta di vittime minorenni e disabili.

    “Sono innocente. Non sapevo degli abusi. Sono una persona buona, ho consegnato la mia vita a Dio”, ha detto la religiosa nella sua dichiarazione testimoniale. Per la Giustizia ci sono prove sufficienti che compromettono la suora. È stata respinta la richiesta di arresti domiciliari.

    L’avvocato difensore delle vittime, Sergio Salinas, dell’ONG Xumek, ha spiegato quali sono i tre casi per i quali è stata imputata Kumiko: “La denuncia di una giovane di 17 anni, che frequentava l’istituto ed ha dichiarato di essere stata abusata quando aveva 5 anni e che Kumiko le ha posto un pannolino per fermare l’emorragia provocata dall’abuso. Il caso dell’altra vittima che ha raccontato che la suora la mandava nella stanza del prete Horacio Corbacho (anch’egli detenuto) dove veniva abusata. E testimoni che dicono che la religiosa ha partecipato nella palpazione a bimbe, chiedendo che si tocchino tra loro e che vedeva pornografia insieme al custode Jorge Bordón (un altro detenuto) in un televisore”.

    L’avvocato Salinas ha commentato che la suora ha negato i fatti davanti alla Giustizia mendocina, ma non ha prodotto prove. Dovrà essere sottoposta a perizie psicologiche perchè si tratta di delitti sessuali.

    Kumiko aveva la missione di proteggere i bambini ipoacusici che vivevano lontani dal Gran Mendoza e rimanevano a dormire nel convitto del Provolo di Luján de Cuyo, dove sono stati commessi aberranti abusi. Ma la suora giapponese ha fatto tutto il contrario: si è dedicata ad identificare i bimbi più vulnerabili e a coprire i delitti che commettevano i suoi superiori. I testimoni contro di lei si accumulano e, quando la Giustizia è andata a cercarla, è fuggita. È stata latitante più di un mese fino a che, lo scorso martedì, si è consegnata in un commissariato della Città di Buenos Aires.

    Kumiko ha circa 60 anni ed ha lasciato l’Istituto Provolo di Mendoza tre anni fa. È accusata di avere maltrattato e ferito per le percosse gli alunni sordi che frequentavano l’istituto, di averli obbligati a mangiare fino a vomitare nel loro proprio piatto e di essere l’incaricata di identificare i minori più sottomessi che poi sarebbero stati abusati. Oltre alla suora, ci sono cinque uomini detenuti, due preti e tre impiegati (il custode, il chierichetto ed il giardiniere). Dei sacerdoti, quello con maggior potere nell’istituzione, l’italiano Nicola Corradi (82), trascina denunce di abuso sessuale su bambini dal 1984, a Verona, Italia. È stato trasferito in Argentina per coprire i suoi atti aberranti. L’altro prete detenuto è Horacio Corbacho (56), primo sacerdote laureato dalla Compagnia delle Sorelle di Maria, un ordine religioso per ipoacusici con sede in La Plata, alla quale appartiene questo collegio.

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    https://www.clarin.com/sociedad/imputaron-monja-caso-abusos-mendoza-inocente-entregado-vida-dios_0_B1sxhxtJ-.html

  • PRETI PEDOFILI, CHI IN ITALIA NON VUOL VEDERE

    PRETI PEDOFILI, CHI IN ITALIA NON VUOL VEDERE

    Riflessioni ad ampio raggio di Francesco Troccoli a partire dai due libri di Federico Tulli

    La pedofilia è annullamento della realtà umana del bambino. L’affermazione dello psichiatra Massimo Fagioli è stata il leitmotif della nuova presentazione romana (lo scorso 28 aprile alla libreria Feltrinelli di viale Libia) dei due volumi di Federico Tulli, editi dall’Asino d’Oro («Chiesa e pedofilia, non lasciate che i pargoli vadano a loro» del 2010 e «Chiesa e pedofilia, il caso italiano» del 2014) organizzata sulla scia della pandemia di episodi di pedofilia e relativa copertura di preti pedofili da parte della Chiesa cattolica, non ultimo il caso di Carlos Buela, accusato di pedofilia nel suo Paese, l’Argentina, e oggi comodamente ospitato in totale impunità presso la parrocchia di San Teodoro, a Genova, nella diocesi del cardinal Bagnasco. Il tutto in un clima che vede il nuovo pontefice oggetto di reiterati proclami di marketing all’insegna del (questo sì, abusato) motto per azioni di “tolleranza zero” che – stando alla testimonianza dei diretti interessati (le vittime) – restano puntualmente privi di riscontro.

    Alla presentazione, oltre all’autore (il giornalista e scrittore Federico Tulli) e al sottoscritto, rappresentante del circolo romano UAAR cioè Unione Atei Agnostici Razionalisti che ha ospitato l’evento, ha preso parte anche Francesco Zanardi, vittima molti anni fa di un prete pedofilo a Savona e oggi portavoce di Rete L’Abuso, onlus dedita a lottare contro le manifestazioni e le omertose coperture di questo esecrabile fenomeno patologico da parte della comunità clericale globale.

    A Zanardi e alla sua caparbietà, oltre alla generosa testimonianza rilasciata anche in quest’occasione, si devono numerose “vittorie” della magistratura italiana, come nel caso del «prete in Mercedes» Mauro Inzoli, o campagne di sensibilizzazione dei massmedia italiani, troppo spesso reticenti, verso vicende come quelle degli stupri ai danni degli assistiti sordomuti dell’Istituto Provolo di Verona e della sua filiale argentina.

    Violenze incredibili, che meritano molta più attenzione per l’inaudita efferatezza ma anche per la frequentissima impunità di cui godono i carnefici, veri «assassini psichici seriali» secondo lo psichiatra Andrea Masini, un altro, insieme a Fagioli, dei tanti esperti consultati nei libri di Tulli. Tutto ciò, mentre sugli scaffali delle librerie (poche, auspichiamo) irrompe l’inverosimile storia di suicidio di un bambino non “corrisposto” nei fatti da un prete dichiaratamente pedofilo – questi i protagonisti delnuovo romanzo di Walter Siti – in un panorama culturale che si ostina a reiterare una gravissima e colpevole attribuzione di sessualità al bambino, da Foucault a Cohn-Bendict a Vattimo; questione affrontata dallo stesso Tulli, oltre che nei due volumi, anche nell’articolo «Il caso Siti: se la realtà umana del bambino non esiste» sul numero del settimanale Left attualmente in edicola. Buona e indispensabile visione.

    Francesco Troccoli

  • L’équipe di Trento che cura i sacerdoti pedofili e alcolisti

    L’équipe di Trento che cura i sacerdoti pedofili e alcolisti

    Chi c’è dietro il portone del centro di Trento. Oltre agli psichiatri, il recupero passa attraverso studio e lavoro

    Trento -L’impressione è quella di un altro mondo in questo mondo. Una strada stretta dal nome gentile, via dei Giardini, che curva dopo curva sale verso un quartiere residenziale di Trento, case non lussuose ma tranquille e a pochi passi dal centro storico. Il cancello è sempre aperto. Non si esce dalla città, il castello del Buonconsiglio è proprio ai piedi della collina a qualche centinaio di metri, ma si entra in uno spazio diverso, silenzioso, appartato, dove i guai del mondo vero vengono visti da un punto di vista differente.

    Una targa di pietra indica che la vasta proprietà (villa Mezzena) chiusa in una cinta di pietre bianche, siepi e filo spinato, ospita la Congregazione di Gesù sacerdote fondata un centinaio d’anni fa da padre Mario Venturini. Su un’altra lapide appesa al muro di fronte sopra tre fioriere di pietra è scolpito un passo del Vangelo di Matteo: «Non preoccupatevi né del cibo né del vestito – si legge tra l’altro – cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e avrete tutto il resto di soprappiù». È un bel viatico per chi varca questa soglia. La vocazione dei padri Venturini è di sostenere la vocazione dei preti. Nei loro statuti primeggia l’impegno ad accogliere «tutti i sacerdoti che desiderano rivivere con rinnovato slancio la loro consacrazione». A partire da quelli in crisi: l’Annuario statistico vaticano segnala 43 sacerdoti nel 2013 e altrettanti nel 2014 (su quasi 32mila preti diocesani) che hanno chiesto la dispensa dal ministero per sposarsi o perché si ritrovano incapaci di reggere le responsabilità di una parrocchia. La dispensa consente loro di restare nella Chiesa e accedere ai sacramenti, matrimonio compreso. In Italia sarebbero tra gli ottomila e i diecimila i preti sposati.

    L’ANONIMATO

    Ma poi c’è il sommerso di chi non arriva a un passo così estremo per irrisolutezza, vergogna, ritrosia, e magari ottiene semplicemente periodi sabbatici per superare difficoltà e dubbi. Fino ad arrivare ai disagi più gravi, perché i consacrati non sono così diversi dai poveri cristi che dovrebbero guidare alla fede: preti pedofili, ludopatici, depressi, alcolisti, con disturbi della personalità. Oppure in crisi a causa di una donna, o più di una. Nei mesi scorsi era girata la voce che nella casa madre dei Venturini fosse ospitato anche don Andrea Contin, la tonaca di Padova che collezionava amanti e orge.

    I vertici della congregazione trentina negano che il prete veneto sia stato mandato da loro. Non gradiscono la pubblicità e in generale non amano che si parli di loro. Aprono le porte più volentieri a un prete zoppicante che a un giornalista. Tuttavia la statua di Gesù che troneggia nel giardino davanti all’ingresso benedice tutti, la cappella è aperta a chiunque per gli appuntamenti liturgici: la messa e le lodi alle 7, l’ora media alle 12, l’adorazione alle 18.30 seguita dai vespri. Il sabato la messa è alle 7.30 e la domenica alle 9; ci si riposa un po’ di più. Per il resto, il superiore generale padre Carlo Bozza congeda gli indesiderati con un «pace e bene» cordiale ma irremovibile. Preferisce garantire la piena riservatezza degli ospiti che raccontare il percorso di recupero che lui e i confratelli predispongono per i preti più peccatori. In curia a Trento riferiscono che i Venturini non sono molto coinvolti nella vita della diocesi. Anche il settimanale diocesano, Vita trentina, e Avvenire, il quotidiano dei vescovi, sono stati tenuti alla larga. Il riserbo è assoluto. Nemmeno i religiosi che vivono nella casa madre di Trento conoscono quale storia abbiano alle spalle gli ospiti.

    Il sostegno ai preti in crisi (compresi quelli che hanno lasciato la tonaca o vogliono farlo) non è l’unica attività dei Venturini, anche se la vicinanza ai sacerdoti è il loro compito principale. Sono anche confessori e predicatori di esercizi spirituali. Nelle altre nove case della congregazione, sei in Italia e tre in Brasile, nello stato di São Paulo, si tengono corsi di spiritualità per religiosi e laici, si accolgono gruppi parrocchiali, si assistono preti anziani e malati, si fanno ritiri per i movimenti e riunioni di preti diocesani.

    LE CLINICHE

    L’istituto ha missioni, riviste, pubblicazioni; esiste anche un ramo femminile di suore, le Figlie del cuore di Gesù. «È riduttivo parlare di noi soltanto perché accogliamo preti depravati», fa sapere padre Gino Gatto, assistente generale e superiore della casa di Zevio (Verona), un’altra oasi di tranquillità stavolta però in piena campagna dove si formano i seminaristi della congregazione.

    I Venturini rifiutano queste etichette sbrigative di cliniche per preti gay o pedofili; è una questione di rispetto per chi arriva da loro per problemi meno gravi. D’altra parte, in Italia non sono gli unici ad affrontare queste situazioni. A Roma hanno sede l’associazione Ministri della misericordia e l’Oasi di Elim dell’Apostolato salvatoriano; a Collevalenza (Perugia) la Comunità della famiglia dell’Amore misericordioso ha una casa con 25 posti letto destinati a preti in crisi.

    La comunità Monte Tabor di Pomezia (Roma) è stata visitata da Papa Francesco il 17 giugno dell’anno scorso nell’ambito dei Venerdì della misericordia durante il giubileo straordinario. Al santuario di Caravaggio (Bergamo) è aperto un «consultorio» per consacrati accanto al più tradizionale consultorio familiare, che è punto di riferimento per i preti in crisi delle diocesi di Milano, Crema, Cremona, Bergamo, Lodi, Brescia. Anche in questo caso l’attività non si limita a fornire sostegno ai religiosi in difficoltà ma anche a formare laici, catechisti, direttori spirituali, psico-pedagogisti.

    «Nel paradiso, dove spero un giorno di essere ammesso per la infinita misericordia di Gesù – scrisse padre Mario Venturini in una lettera del 1943 -, non mi riposerò finché ci sarà un sacerdote da aiutare sulla terra». Fedeli a questa consegna, i religiosi trentini sono diventati negli anni una comunità specializzata nell’affrontare i casi più difficili. Pochissimi altri nella Chiesa hanno maturato queste competenze. Padre Venturini, il fondatore nato a Chioggia (Venezia) nel 1886 e morto a Trento nel 1957, sintetizzò così lo scopo della congregazione che prese avvio nel 1912: «Aiutare con ogni mezzo i membri del clero a vivere all’altezza della loro dignità».

    L’ACCOGLIENZA

    Nei testi fondativi si parla di accoglienza, «aiuto fraterno di conforto e ripresa» in campo spirituale e psicologico, fatto di alternanza tra preghiera, studio e lavoro. La casa di Trento ospita una grande biblioteca ma anche un laboratorio di cellofanatura; dietro la casa madre si estende un vigneto e c’è da curare anche il giardino. Il lavoro è sia un mezzo per sostenere l’opera sia uno strumento educativo. Ma il recupero di preti ed ex preti è affidato anche a psicologi e psichiatri specializzati nell’affrontare il male di vivere dei religiosi. Uno di loro è padre Gianluigi Pastò, superiore generale dal 2010 al 2016. «La difficoltà che c’è sempre stata e che oggi si sente di più – ha detto a Telepace in una delle rarissime interviste concesse – è un senso di solitudine, anche pastorale. Il prete si trova con varie realtà, con più parrocchie da seguire e da accompagnare, e non trova sempre un referente anche nei superiori o nei confratelli per potersi confrontare». Preti soli, carichi di responsabilità, con chiese quasi vuote ma richieste di aiuto sempre più numerose. «Le altre realtà di sofferenza e difficoltà – aggiungeva padre Pastò – sono comuni a ogni persona del nostro tempo, legate all’affettività e alle relazioni non sempre facili con il mondo giovanile o altri aspetti della società di oggi. Noi offriamo accoglienza nelle nostre comunità, tutte disponibili a dare aiuto, alcune anche per tempi più lunghi con un accompagnamento specifico adatto alla situazione personale e ai problemi psicologici di ciascuno. Non neghiamo conforto a nessuno».

    I preti che arrivano qui vengono quasi sempre indirizzati dalle diocesi e il superiore ha un rapporto diretto con i vescovi, i primi a valutare la gravità del caso anche se spesso non sanno che cosa fare. L’approccio dei Venturini è soft, si cerca di conoscere chi si ha di fronte per capire se si è in grado di prestare un aiuto efficace. In certi casi l’accoglienza equivale a una custodia: è capitato che l’istituto sia stato indicato come luogo dove un prete potesse scontare gli arresti domiciliari per avere commesso abusi o irregolarità economiche nella gestione della parrocchia. E la prima terapia è quella di ritrovarsi non più da soli, ma in una comunità di persone che non giudicano il passato di chi hanno davanti.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/l-quipe-trento-che-cura-i-sacerdoti-pedofili-e-alcolisti-1391690.html

  • MA PERCHÈ LA CHIESA NON AGISCE DECISA?

    MA PERCHÈ LA CHIESA NON AGISCE DECISA?

    Rete L’ABUSO è una Onlus di vittime, io compreso, abusate da sacerdoti. Ci occupiamo di accogliere e assistere, soprattutto dal punto di vista legale, coloro che si rivolgono all’associazione a seguito di abusi. Inoltre raccogliamo segnalazioni anche da fonti di varia natura, che poi archiviamo e cataloghiamo. Proprio come la vicenda di Carlos Buela, la cui presenza nell’Arcidiocesi di Genova è stata da noi documentata grazie agli avvisi delle vittime che ci seguono da tutto il mondo.

    Persone che si sono fatte forza e, in concomitanza con lo scandalo che in Argentina vedeva protagonista don Nicola Corradi, ci hanno scritto, mandato documenti e indicazioni che ci hanno permesso di localizzare Buela. Da quando abbiamo deciso di seguire da vicino queste sconvolgenti vicende, abbiamo capito che in Italia se ne verificano molte: negli ultimi 15 anni, sono stati più di 250 i preti coinvolti (135 condannati in via definitiva e i rimanenti in attesa di giudizio o svaniti nel nulla).

    Secondo quanto dichiarato nel 2014 da Papa Francesco in un’intervista, la categoria dei sacerdoti pedofili rappresenta una percentuale pari al 2% (dato che la nostra Onlus ritiene in difetto), quando solo in Australia, dal 1950, il 7% dei preti cattolici è accusato di aver commesso abusi su minori. Gli uomini di Chiesa, in ogni caso, compiono una percentuale di abusi superiore in confronto a quella che interessa insegnanti, allenatori, scout e altre figure spesso al centro di scandali.

    Ma le coperture che la comunità religiosa fornisce, consente ai carnefici di reiterare molte più volte rispetto a un laico: ricordiamo casi come quello di Laurence Marphy, accusato di aver abusato di più di 200 bambini. Oppure la vicenda dell’italiano don Roberto Mastro, che in un paesino di soli 1000 abitanti avrebbe abusato di 17 minori; a occhio e croce della maggioranza (per non dire tutti) dei bambini che possono vivere in un paesino di mille anime. Anche di lui si sono perse le tracce.

    Al momento, i fatti continuano a vedere una Chiesa che rifiuta il dialogo con vittime e associazioni che le tutelano, che vede membri della commissione interna – istituita da Bergoglio – andarsene sbattendo la porta causa inadempienze e insabbiamenti. Gli abbandoni di Peter Saunders e Marie Collins ne sono la prova.

    Vediamo anche che malgrado la pesante condanna dell’Onu e le sue successive raccomandazioni, il Vaticano continua a essere inadempiente.

    Come si potrebbe ridurre il problema?

    Con poche piccole direttive. Il Papa dovrebbe ordinare ai vescovi di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria anziché far gestire loro i casi. Anche perché va ricordato che un tribunale canonico, oltre a non risarcire la vittima, applica la scomunica come pena massima, con il risultato che il prete pedofilo si trasforma in un pedofilo che di mestiere non fa più il prete.

    Infine auspichiamo (non solo nel caso dei preti e della pedofilia) un’adeguata educazione sessuale. Questa metterebbe il minore in condizione di percepire e riconoscere situazioni di potenziale pericolo e chiedere aiuto.

  • ‘Chiesa e pedofilia, il caso italiano’, Tulli e Zanardi presentano il libro di cui nessuno vuole parlare

    ‘Chiesa e pedofilia, il caso italiano’, Tulli e Zanardi presentano il libro di cui nessuno vuole parlare

    Presentato ieri il libro “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” nella libreria di viale Libia

    Chi lo ha letto, giura che “Lussuria” scritto da Emiliano Fittipaldi, il giornalista prima incriminato e poi assolto dal Vaticano, a confronto sembri un fumetto per ragazzi, tante sono scottanti le rivelazioni contenute nell’opera di Federico Tulli. Eppure, la stampa nazionale continua a far finta di non conoscerne l’esistenza. Silenzio tombale.

    Ma ieri, la firma storica di Left, la rivista settimanale di sinistra, lo ha presentato a Roma, a pochi passi dal Vaticano. Ed è proprio nella città-Stato che la pubblicazione ha creato il maggior imbarazzo. Il contenuto non solo fa riferimento ai preti pedofili, di cui ormai tutti parlano, ma mette in discussione la figura di Bergoglio, che, contrariamente a quanto predica dal famoso davanzale di Piazza San Pietro, sarebbe complice delle ignobili coperture perpetrate dalla Chiesa nei confronti dei carnefici di bambini.

    Pubblicare “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” non è stato affatto semplice. C’è voluta la coraggiosa casa editrice “L’Asino d’oro” e l’altrettanto impavida libreria Feltrinelli di viale Libia 186 per presentarlo al pubblico. Per fortuna, l’autore era in ottima compagnia. L’organizzazione è stata affidata a a Uaar cioè Unione degli Atei degli Agnostici e dei Razionalisti, che ha inviato uno dei suoi componenti, Francesco Troccoli, a moderare il convegno.

    Alla chiamata ha risposto anche Francesco Zanardi, l’uomo che per primo in Italia ha squarciato la sacralità dei segreti inconfessabili che per secoli sono stati custoditi entro le mura della Santa Sede. Il savonese, presidente dal 2009 dell’associazione Rete L’Abuso Onlus, l’unico osservatorio nazionale dei reati commessi in ambito clericale, è intervenuto durante il dibattito per portare la sua personale testimonianza.

    L’occasione si è dunque prestata per raccontare anche l’ormai nota vicenda dell’istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona (clicca qui per leggere la storia), venuta alla luce proprio grazie a Zanardi, a cui una trentina di presunte vittime hanno confessato in un video le terribili violenze psicologiche e sessuali subite per oltre un trentennio da parte di numerosi volontari, tra cui anche alcuni parroci (clicca qui per guardare il video di Rete L’Abuso). Grazie alle sue denunce, oggi la magistratura sta indagando a tutto spiano sulla vicenda.

    CHI E’ FEDERICO TULLI (dal suo blog) – Collabora da sempre con Left, dove per sei anni ha curato la rubrica scientifica. Si occupa di salute, bioetica, diritti civili, laicità dello Stato e svolge inchieste su temi inerenti la tratta di esseri umani, i fondi alla ricerca scientifica, la sanità pubblica e privata, la pedofilia nel clero cattolico e nella società, i rapporti Stato-Chiesa di Roma. Da giugno 2015 collabora con il settimanale uruguayano Brecha, diretto da Daniel Gatti, e con la rivista Critica liberale. Da maggio 2015 collabora con il settimanale Riforma e con Latinoamerica la rivista fondata e diretta da Gianni Minà. Da ottobre 2014 scrive su MicroMega online e cura un blog occupandosi di Chiesa e pedofilia. Da maggio 2012 è collaboratore di Globalist. A marzo 2012 ha fondato il magazine online di cultura e scienza Babylon Post, di cui è curatore. Da gennaio 2012 è condirettore della testata online Cronache Laich. Da settembre 2008 a febbraio 2012 è stato redattore del quotidiano Terra curando le pagine di cultura, scienza e salute. A dicembre 2010 ha creato un blog-rassegna stampa sui casi di pedofilia nel clero cattolico ora trasferito sulla pagina Facebook Chiesa e pedofilia, il caso italiano. Dall’aprile del 2006 ha scritto articoli e inchieste per i seguenti periodici: Sette del Corriere della Sera, Imprese agricole, Macchine agricole, Ilaria cooperazione, Impianti solari. Da marzo 2006 a settembre 2008 ha lavorato all’agenzia stampa Il Velino. Qui ha creato ed è stato il responsabile del servizio agroalimentare firmandone la rubrica di approfondimento e pubblicando una lunga inchiesta raccolta ne “Il libro bianco del tabacco”. Nel 2010, per L’Asino d’oro edizioni, ha pubblicato il libro “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”. Nel 2012 è uscito “I Laic” (Tempesta editore), redatto con i colleghi di Cronache Laiche. Nel 2014, di nuovo per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato il secondo saggio sulla pedofilia clericale dal titolo: “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”.

    http://www.francescalagatta.it/chiesa-pedofilia-caso-italiano-tulli-zanardi-presentano-libro-cui-nessuno-vuole-parlare/

  • «CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO» DI FEDERICO TULLI

    «CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO» DI FEDERICO TULLI

    C’è un libro importante – ben più di «Lussuria» di Emiliano Fittipaldi – del quale i media presunti grandi continuano a non parlare perché scava nel tabù dei preti pedofili italiani ai quali il Vaticano continua – pur se proclama il contrario – ad assicurare copertura; si sa che tutto quanto mette in dubbio la “santità” dell’attuale papa è giudicato impubblicabile, soprattutto in Italia.

    Il libro è «Chiesa e pedofilia, il caso italiano» di Federico Tulli (*) pubblicato da L’Asino d’oro. Grazie a Uaar, cioè Unione degli Atei degli Agnostici e dei Razionalisti, sarà presentato dal suo autore il 28 aprile a Roma nella libreria Feltrinelli di viale Libia 186 con l’intervento di Francesco Zanardi della rete L’Abuso (**) e con Francesco Troccoli di Uaar a moderare il dibattito.

    «Pedofilia, l’intrigo internazionale che imbarazza la Chiesa di Bergoglio»

    estratti di un recente articolo di Federico Tulli (***)
    Forse è solo una coincidenza, o forse no. Di certo colpisce che proprio mentre assume dimensioni fuori controllo lo scandalo degli abusi clericali su giovani allievi nelle due sedi dell’Istituto cattolico A. Provolo per sordomuti in Italia a Verona e in Argentina a Mendoza, papa Bergoglio si faccia ritrarre mentre viene accarezzato da una bambina affetta da disabilità. La foto della carezza ricevuta da una bimba cieca ha campeggiato per giorni sulle prime pagine dei media italiani, restituendo l’immagine di un pontefice sempre sensibile alla sofferenza dei più piccoli. Di contro poco o nulla è stato scritto su una vicenda, anch’essa intrisa di sofferenza, che a papa Francesco e alla Santa Sede, ma anche alla nostra opinione pubblica, dovrebbe interessare particolarmente. Almeno stando ai continui e apprezzatissimi proclami di “tolleranza zero” lanciati dal pontefice argentino nei confronti dei chierici che risultano coinvolti in casi di pedofilia.
    Proviamo allora a ristabilire una gerarchia delle notizie e partiamo dai fatti che stanno accadendo a Verona, riportando prima brevemente in luce una storia che si presumeva conclusa poco più di quattro anni fa.
    «Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di abusi su minori compiuti in ambito ecclesiastico mai emerse in Italia. Il destinatario del «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera che fu inviata il 24 novembre 2012 dal vicario giudiziale, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’Associazione sordi Provolo. Per gli abusi compiuti nell’Istituto per bambini sordi Provolo di Verona, nel quale era educatore, Piccoli era stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente affidata dalla Santa Sede a un magistrato “laico”, Mario Sannite.
    Le accuse formulate da 67 giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardavano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dell’indagine Sannite ravvisò elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio, la Santa Sede formulò nei suoi confronti un’ammonizione canonica, vale a dire una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti». Corradi è pertanto rimasto prete ed è finito sotto il controllo di chi per anni ha ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo. […]

    C’è da dire che a gennaio è stata aperta un’inchiesta nei confronti dei responsabili del Provolo da parte della magistratura scaligera in seguito ad alcuni esposti presentati dall’associazione Rete L’Abuso. E che il 27 febbraio anche l’associazione sordi Provolo e Bisoli – che nel frattempo ha ritrovato la propria pagella del 1964 – hanno depositato formale querela per la presunta manomissione del documento che potrebbe essere stato trafugato alcuni giorni fa dall’istituto Provolo. Certo, anche questo furto appare come una singolare coincidenza e fin qui non c’è nulla che possa far pensare diversamente. Staremo a vedere come evolve la situazione che per quanto appena scritto è legata a filo doppio con quanto sta accadendo al di là dell’Atlantico, nella sede dell’istituto presente nel Paese d’origine di papa Francesco. […]
    In riferimento all’arresto di don Nicola Corradi, il 29 marzo, la Rete L’Abuso e l’ex allievo Gianni Bisoli, hanno chiesto tramite un esposto alla procura di Verona di accertare eventuali omissioni giuridicamente rilevanti “in capo ai soggetti preposti al controllo dell’operato dei sacerdoti pure in termini di insufficiente vigilanza o di negligenza nel mettere in atto le cautele necessarie ad impedire la reiterazione di gravi reati come quello di pedofilia”. Vale a dire i responsabili dell’istituto di Verona. La sede legale dell’istituto Provolo argentino sito in Mendoza e diretto da Corradi fino all’arresto risulta infatti coincidere con quella italiano, in Stradone Provolo 20, a dieci minuti a piedi dalle più famose attrazione turistiche del capoluogo scaligero: l’Arena e la casa di Giulietta. […]
    (5 aprile 2017)

    (*) in “bottega” cfr La pedofilia non è vizio né lussuria ma un crimine ma anche il dossier Clero e pedofilia: «Non chiamateli Padri»

    (**) ne abbiamo parlato più volte, per esempio qui Dove giro per il «Boston Globe»? e qui Preti pedofili: in Italia “200 casi insabbiati”

    (***) ripreso da «Micromega».

    http://www.labottegadelbarbieri.org/chiesa-e-pedofilia-il-caso-italiano-di-federico-tulli/

  • Walter Siti assediato «Non è don Milani il mio prete pedofilo»

    Walter Siti assediato «Non è don Milani il mio prete pedofilo»

    Lo scrittore replica alle accuse per il suo romanzo “Bruciare tutto” dedicato al priore di Barbanadi

    ROBERTO CARNERO

    Non c’è pace per don Lorenzo Milani. La figura, già ai suoi tempi controversa, del priore di Barbiana continua a essere tale all’approssimarsi del cinquantesimo anniversario della morte (avvenuta a Firenze il 26 giugno 1967 all’età di 44 anni). A sollevare il polverone – e ad attirare l’attenzione mediatica su un anniversario che comunque non sarebbe passato inosservato – è stata la dedica posta in epigrafe all’ultimo romanzo di Walter Siti, “Bruciare tutto” (Rizzoli): “All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani”. Il problema è che il libro di Siti ha per protagonista un sacerdote pedofilo.

    Molti hanno protestato: accostare la parola pedofilia a don Milani è parso intollerabile. «Tutto è nato dalla mia ammirazione per don Milani», dice ora Siti, dichiarandosi sorpreso e stanco dalle polemiche suscitate. E aggiunge: «Ho pensato che alcune frasi contenute nelle sue lettere potessero alludere a un’attrazione verso i minori, sublimata però in una specchiata vita sacerdotale, in cui dal semplice desiderio egli non è mai passato alle vie di fatto. Quelle espressioni sarebbero una sorta di residuo linguistico inerte, quasi una spia dell’avvenuta sublimazione. Quello che ci tengo a dire, però, è che la figura di don Leo, il protagonista del mio libro, non è affatto ispirata a quella di don Milani. Caso mai è il suo opposto: se don Milani non ha ceduto a un desiderio illecito, il mio personaggio vi cede e, tragicamente, se ne fa travolgere».

    Le frasi a cui allude Siti sono contenute nell’epistolario di don Milani, frasi che però – come ha puntualizzato il critico Alessandro Zaccuri su “Avvenire” – andrebbero lette nel contesto integrale delle lettere da cui sono state estrapolate. In particolare, a suscitare scalpore è una lettera datata 10 novembre 1959. “Se un rischio corro per l’anima mia”, scriveva il prete fiorentino, «non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto d’amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!)». E ancora: «E chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in c*** se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Un linguaggo ruvido, certo, ma che nel primo caso allude a quell’eccesso di amore per gli ultimi più volte dichiarato da don Milani, nel secondo al tradimento e alla prevaricazione del potente ai danni del più debole.

    «Non si può capire don Milani leggendolo superficialmente», replica Anna Carfora, docente di Storia della Chiesa alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. La professoressa Carfora è uno dei curatori del “Meridiano” Mondadori in due tomi contenente l’opera omnia di don Milani, da ieri in libreria (l’opera, diretta da Alberto Melloni, è curata, oltre che dalla professoressa Carfora, da Federico Ruozzi, Valentina Oldano e Sergio Tanzarella).

    Anna Carfora vorrebbe parlare soprattutto di don Milani, più che delle polemiche intorno a lui, ma non può sottrarsi dal puntualizzare: «Penso che la polemica abbia avuto in questi giorni uno spazio eccessivo. Il tutto si è basato su estrapolazioni fatte senza conoscere il suo pensiero e il suo modo abituale di esprimersi. Ciò del resto è quanto accade da anni, forse da sempre, anche a proposito della sua visione pedagogica, quando essa viene banalizzata o fraintesa, o quando, al contrario, si cerca di mettersi sotto l’ombrello di don Milani per acquistare visibilità».

    Siti allude a una propensione alla pedofilia asceticamente sublimata: «Ecco, questo è un completo rovesciamento – sostiene Anna Carfora – della figura di don Milani, il quale voleva rendere il cristianesimo umano, concreto, incarnato, superando quell’approccio ascetico tradizionale che, esso sì, fa perdere umanità. Ed è proprio quando si perde in umanità, che si finisce nella perversione. Lorenzo Milani era un uomo di fede, non di religione. Anche dopo la conversione e l’ordinazione sacerdotale conservò un linguaggio molto diretto, spesso dissacrante, assai lontano da quel modo di esprimersi pio e un po’ convenzionale di certi religiosi. La sua è una lingua geniale e spesso paradossale: per questo le sue espressioni non vanno mai intese alla lettera, perché c’è un oltre che va recepito. Chi si ferma alla lettera e non si proietta verso questo oltre rischia un totale fraintendimento dei significati reali».

    Il primo tomo del “Meridiano” presenta gli scritti editi, dalle Esperienze pastorali alla celebre “Lettera a una professoressa”, ma anche molti inediti, ora disponibili per la prima volta; il secondo tomo raccoglie le lettere, nella quasi totalità dei casi riscontrate sugli originali e integrate delle parti cassate per ragioni di privacy in precedenti edizioni parziali. Emerge così il ritratto di una figura intellettuale di assoluto rilievo nella cultura italiana del secondo Novecento, ma che ha ancora molto da dire anche oggi. Anche se, pure nel caso del suo pensiero pedagogico, non mancano gli attacchi, come quelli di chi vede nel “donmilanismo” le radici di tutti i mali della scuola odierna. Ma anche qui spesso alla base ci sono grossolani fraintendimenti. «Molte volte chi polemizza con la pedagogia di don Milani – spiega Anna Carfora – non ha letto i suoi scritti, di cui ha un’idea vaga e distorta. Don Milani non era affatto per una scuola lassista che puntasse al ribasso. Voleva invece una scuola che facesse parti eguali tra diseguali, mentre ancora oggi l’inclusione e il superamento delle differenze di partenza sono obiettivi decisamente lontani dall’essere raggiunti. La sua era una pedagogia critica, l’esatto opposto dell’efficientismo aziendalista a cui sembra sempre più venire improntata la scuola attuale nel nostro Paese».

    Anche la Chiesa vede oggi in don Lorenzo Milani, ai suoi tempi osteggiato e incompreso dalle gerarchie, un precursore di una visione della fede al passo con i tempi. Si può parlare di una vera e propria riabilitazione, arrivata a quasi cinquant’anni dal provvedimento del Sant’Uffizio del dicembre 1958 contro il libro “Esperienze pastorali”. Papa Francesco ha inviato alla platea “laica” della fiera “Tempo di libri” un videomessaggio in cui ha espresso il suo pensiero sul prete di Barbiana, già da lui definito tre anni fa “un grande educatore italiano”. Ma questa volta Bergoglio ha accostato a don Milani uno degli aspetti che più volte lo stesso pontefice ha indicato come via per gli uomini di Chiesa: la vicinanza al loro gregge. Secondo il papa, infatti, l’inquietudine di don Milani «non era frutto di ribellione ma di amore e tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata». E, il 20 giugno prossimo, per l’anniversario della morte, il Pontefice visiterà Barbiana e pregherà sulla tomba del priore.

    «Papa Francesco – chiosa Anna Carfora – ha qualcosa in comune con don Milani: è molto amato fuori dalla Chiesa, ma spesso osteggiato al suo interno. Don Milani viveva una fedeltà sostanziale, e non solo formale, al dettato evangelico della povertà e si collocava sul pericoloso crinale tra ortodossia e libertà. Oggi, come ai suoi tempi, molti temono che osare navigare nel mare aperto delle sfide poste dalla modernità (oggi dovremmo dire della postmodernità) significhi venir meno alle basi dell’ortodossia, ma non è così, perché è proprio la fede cristiana a spingere a muoversi in questa direzione. Don Lorenzo Milani aveva capito e praticava questo metodo. Aveva molto amato papa Giovanni XXIII. E oggi avrebbe molto amato papa Francesco».

    http://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2017/04/25/news/walter-siti-assediato-non-e-don-milani-il-mio-prete-pedofilo-1.15251567

  • Provolo: nuove denunce contro vecchi abusatori

    Provolo: nuove denunce contro vecchi abusatori

    Un’ex alunna del collegio per sordi della città mendozina di Luján de Cuyo ha aggiunto tre accusati alla lista di preti, suore ed impiegati pedofili. Il “fratello” Giuseppe Spinelli nella mira?

    La settimana scorsa ci sono state novità nella causa giudiziaria per la quale sono già detenute cinque persone accusate di avere commesso abusi sessuali ed altri maltrattamenti su una ventina di bambine e bambini tra i 4 ed i 17 anni nell’Istituto Antonio Provolo di Luján de Cuyo.

    Come abbiamo già informato, giovedì una giovane di 23 anni (che ha studiato lì fino all’anno 2006) ha dato testimonianza davanti al pubblico ministero Gustavo Stroppiana ed ha confermato che ha sofferto ripetute violenze da parte di tre uomini nell’Istituto. Secondo quanto emerge dalle sue dichiarazioni, uno di questi uomini potrebbe essere un sacerdote o qualcuno molto relazionato con la gerarchia cattolica, poiché al momento di commettere gli attacchi sessuali vestiva come un prete.

    Questa nuova dichiarazione ha provocato un nuovo giro nella causa, elevando a nove il numero delle persone imputate di avere commesso gli abusi o meglio di essere partecipanti necessari di essi. Questi tre nuovi accusati si aggiungono ai preti  Nicola Corradi ed Horacio Corbacho e gli impiegati del Provolo Jorge Bordón, José Luis Ojeda e Armando Gómez (tutti detenuti -Corradi agli arresti domiciliari-) e alla suora giapponese Kosaka Kumiko, latitante da varie settimane.

    Los nombres de los tres nuevos acusados no trascendieron públicamente e incluso algunos medios dijeron, basándose en “fuentes judiciales”, que la joven no los recordaría. En lo que sí coinciden las versiones es en que la víctima detalló los rasgos físicos de sus atacantes e incluso aseguró que uno de ellos utilizaba vestimenta religiosa.

    Il pubblico ministero Stroppiana ha detto al quotidiano Clarín, dopo avere ascoltato la testimonianza della giovane di 23 anni, che il suo compito ora è “analizzare questa nuova testimonianza ed ottenere altre prove per procedere ad ulteriori imputazioni”. Per questo nella mattina di venerdì si è diretto alla sede del Provolo (attualmente chiusa), accompagnato da rappresentanti delle parti e da una macchina scavatrice.

    Dopo avere rimosso la terra da un giardino della proprietà (indicato dalla giovane come il luogo dove ha visto seppellire corde, catene e materiale pornografico più di dieci anni fa) il pubblico ministero ha detto che non si sono ottenute prove. Tuttavia la testimonianza della vittima ha apportato molte precisazioni e dati rilevanti. Per caso, ha identificato in un’ispezione oculare una soffitta nella quale era stata condotta per una sessione di tortura sessuale dai tre uomini accusati. Questa soffitta, si precisa, non è la stessa che era già stata identificata come “la casetta di Dio” da altre vittime.

    Chi è e dove sta il “fratello Giuseppe”?

    Il prete italiano Nicola Corradi oggi passa i suoi giorni detenuto in una casa di Mendoza. Ed è molto difficile che possa schivare il processo penale che lo vede protagonista di decine di abusi sessuali e torture fisiche e psicologiche.

    Ma Corradi, oggi di 82 anni, abusava bambine e bambini da almeno 50 anni, quando nella sede madre del Provolo di Verona ha cominciato ad avere sotto la sua tutela decine di bambini sordi. Varie delle sue vittime italiane, già adulte, lo hanno denunciato nel 2009 davanti al Vaticano insieme ad altri preti e “fratelli” (così si denomina uno dei gradini inferiori a quello di sacerdote nella categoria ecclesiastica).

    Tra questi “fratelli” si trovava Giuseppe Spinelli, il quale come Corradi ed altri pedofili dovettero partire verso le sedi del Provolo d’Argentina quando le successive lamentele e rumori per i loro abusi sessuali hanno cominciato a macchiarli dentro le loro congregazione.

    Secondo varie fonti, Spinelli si è trasformato nella mano destra di Corradi nella sede del Provolo di La Plata, dove sono caduti direttamente dall’Italia nel decennio del 70. Anni dopo, verso la fine degli anni 90, entrambi si istallarono nella sede di Luján de Cuyo che cominciava le sue funzioni come istituto per sordi e ipoacustici.

    Negli ultimi anni Spinelli ha acquisito un costante basso profilo nel Provolo di Mendoza, al punto che molte persone vicine all’istituzione assicurano di non conoscerlo né averlo mai visto. E c’è chi assicura che il suo ostracismo sarebbe causato da un debole stato di salute che quasi lo porta alla morte una decina di anni fa.

    Tuttavia, nessuno può affermare con sicurezza se Spinelli è ancora in Mendoza, o se è tornato qualche volta a La Plata o anche se è andato a passare i suoi ultimi anni nella sua Verona natale (anche questa ultima è poco probabile a causa del fatto che le denunce che lo hanno scacciato da lì non si dimenticano). Inoltre, nessuno può assicurare fino ad ora che Spinelli sia ancora vivo.

    Di fronte alle nuove denunce di una giovane ipoacustica di 23 anni sugli abusi sessuali sofferti nell’Istituto Provolo di Luján de Cuyo, alcune domande si impongono.

    Visto che la sua permanenza nella sede di Luján de Cuyo coincide temporalmente con la recente denuncia della giovane di 23 anni, è Giuseppe Spinelli (o il “fratello Giuseppe”, come si è fatto sempre chiamare in Argentina) uno dei nuovi accusati?

    Sarà arrestato Spinelli, sia per i suoi crimini sessuali commessi in Italia o per avere coperto e chissà commesso questi stessi crimini in Argentina?

    Se non è tra gli accusati, ha qualcosa da dire su tutto questo Spinelli o pensa di portarsi tutta la sua memoria ed il suo vissuto alla tomba?

    Una cosa è certa. Abbia o no violato bambine e bambini in Argentina e sia o no ancora nel paese, Giuseppe Spinelli è oggi un pezzo importante di questo puzzle di terrore.

    Bisognerà vedere se il Potere Giudiziario (che già accumula 1.500 fogli in un faldone al rosso vivo) è a tempo per trovarlo, domandargli del suo passato ed il suo presente e tirargli fuori anche solo dei ritagli di verità.

    Guarda il documentario Non abuserai (il comandamento negato nella Chiesa di Francesco)

    Tradotto per Rete L’ABUSO da Roberta Pietra

    http://www.laizquierdadiario.com/Provolo-nuevas-denuncias-contra-viejos-abusadores

  • Papa Francesco sotto inchiesta per aver coperto casi di pedofilia

    Papa Francesco sotto inchiesta per aver coperto casi di pedofilia

    Mentre in Italia continuiamo ad ascoltare i “sermoni” dei nostri giornali, i colleghi francesi di Mediapart rivelano in una inchiesta scoop la “meccanica del silenzio” portata avanti da Francesco e da altri 25 vescovi.

    Nessun giornale italiano sta parlando della brillante inchiesta condotta da Mediapart e Cash Investigation: 25 vescovi (dei quali 5 ancora in carica) avrebbero coperto 39 uomini di chiesa autori di abusi sessuali per anni ai danni di 339 bambini e bambine. Un’inchiesta già denominata dai media stranieri lo “spotlight francese”.

    Questo sta accadendo in Francia, quindi potrebbe non interessare i lettori italiani. Ma forse può interessarci il caso di padre Grassi, il prete “star” argentino, difeso durante tutta la durata del processo da Papa Francesco, che nel 2010 era arcivescovo di Buenos Aires. Persino dopo la condanna di padre Grassi a 15 anni per l’aggressione di due minori, proprio il pontefice ha ordinato una controinchiesta ed ha continuato a “occultare” prove evidenti. Gabriel, una delle vittime, ha dichiarato di essere stato minacciato e di aver subìto il furto di alcuni dei documenti che provavano la colpevolezza del prete. I giudici hanno ammesso per la prima volta ai microfoni di Cash Investigation che si è trattato di un tentativo di influenza della Chiesa.

    Il Papa è dunque al centro di una nuova inchiesta. Ma la Chiesa cattolica continua a “esfiltrare”, ovvero a rimuovere discretamente i colpevoli dai luoghi in cui si trovano e aspettare che tutti dimentichino.

    Per evitare scandali e sfuggire alle indagini della polizia, infatti, Francesco e i suoi predecessori hanno fatto trasferire dal 1990 più di 90 preti accusati di pedofilia in mete meno illuminate dai riflettori dei media, come l’Africa e la Nuova Guinea.

    Mentre sui giornali italiani vengono ripetuti ogni giorno i sermoni di Francesco e si tessono le lodi di un pontefice che lotta contro la pedofilia e “chiede umilmente perdono alle famiglie delle vittime”, solo grazie a inchieste come quella di Mediapart è possibile rintracciare realmente preti pedofili e scoprire che alcuni di questi continuano a svolgere le loro funzioni indisturbati.

    Oltre a difendere padre Grassi, Papa Francesco si è schierato dalla parte del Cardinale Barbarin, anche lui a conoscenza di casi di pedofilia e responsabile di averli occultati.