Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete Abuso denuncia sacerdote, aperta inchiesta per presunta circonvenzione d’incapace e truffa

    Rete Abuso denuncia sacerdote, aperta inchiesta per presunta circonvenzione d’incapace e truffa

    SAVONA – La procura di Savona ha aperto un’indagine dopo la denuncia presentata dalla Rete L’Abuso (l’osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose) a carico di un sacerdote di Savona per una presunta circonvenzione di incapace ai danni di una pensionata savonese ultranovantenne. ‘No comment’ da parte della Procura della Repubblica su un eventuale nome iscritto nel registro degli indagati. Il sacerdote ha spiegato di “essere stato ascoltato dalla Procura e di aver fornito tutti gli elementi del caso”.

    Di fatto era stata la rete l’Abuso a querelare il sacerdote nel settembre scorso su mandato del figlio della presunta vittima per falso e circonvenzione di incapace. Secondo i rappresentanti della Rete nel dicembre di tre anni fa il prete e un altro sacerdote avrebbero fatto firmare un atto all’anziana che solo dopo aveva capito che quel documento avrebbe potuto infangare la memoria del figlio che in punto di morte aveva spiegato perché da ragazzino era fuggito dal seminario e aveva accusato un sacerdote di presunte molestie.

  • “Romanzo Cardinale” Sala piena alla UBIK per lapresentazione

    “Romanzo Cardinale” Sala piena alla UBIK per lapresentazione

    Sala piena ieri sera alla Libreria UBIK di Savona per la proiezione del Docu-Film Romanzo Cardinale che svela i retroscena dell’avviso di garanzia inviato al presidente dell’APSA, il Cardinale Domenico Calcagno (ex vescovo di Savona) e degli affari, delle speculazioni immobiliari che la chiesa sta facendo in tutta Italia.

    Un altissimo gradimento da parte di tutti i presenti ma anche tanta tristezza nel vedere documentati i sotterfugi, le pressioni e l’atteggiamento di una chiesa, quella savonese che sembra non avere nulla a che fare con il vangelo, ma che si presta ad un altro dio, dio denaro.

    Ospite di eccezione Ferruccio Sansa del Fatto Quotidiano e Christian Abbondanza della Casa della Legalità.

  • Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio

    Mea Maxima Culpa – Silenzio nella casa di Dio

    Il documentarista Alex Gibney racconta la vicenda del pedofilo americano padre Lawrence Murphy, per poi spostarsi in Europa, dove svela casi simili avvenuti in Irlanda e Italia.

    Terry Kohut, Gary Smith, Pat Kuehn e Arthur Budzinski a dispetto delle apparenze, in comune hanno il fatto di essere tutti quanti taken. Con la serie fantascientifica spielberghiana, il documentario di Alex Gibney condivide l’idea che le quattro persone intervistate siano state segnate indelebilmente da un contatto ‘alieno’. Il più odioso, che gli ha svuotato e profanato il corpo, abbandonandoli in bilico sull’abisso e davanti a un mondo avvilito. Terry, Gary, Pat e Arthur avevano pochi anni quando Padre Lawrence Murphy esercitò la pratica del dominio nella completa abiura di ogni volontà.
    Padre e poi direttore della St. John’s School di Milwaukee nel Wisconsin, Lawrence Murphy tra il 1950 e il 1974 ha abusato sessualmente di circa duecento bambini audiolesi senza affrontare mai nessun processo canonico e morendo ‘in pace’ dentro l’abito talare. Udente che conosceva il linguaggio dei segni, praticava la pedofilia insieme alla preghiera, comunicando le bocche che prostituiva e consumando in fretta miseri piaceri dentro notti senza fine. Ufficio, confessionale, dormitorio questi i luoghi dove l’irragionevolezza dei suoi desideri incontrava bambini senza pelle e senza voce protetti solo dal resistente potere della loro fanciullezza.

    Ognuno di quei bambini adesso è cresciuto e fa i conti in privato e davanti alla camera di Alex Gibney con la scoperta deflagrante di essere stati sedotti, usati e abbandonati a un destino che hanno sopportato con dignità e coraggio e che non hanno mai smesso di denunciare coi volantini naïf dell’infanzia, con le tuonanti lettere al Vaticano, con le richieste dirette a Murphy di consegnarsi alle autorità, con le innumerevoli pratiche legali.

    Muovendo dalle testimonianze di Terry, Gary, Pat e Arthur, il regista americano, già pratico della corruzione umana (Taxi to the Dark Side, Park Avenue), indaga e confronta i casi di pedofilia clericale verificatisi in America e in Europa, rivelando la copertura sistematica e largamente diffusa da parte della Santa Sede di stupri e crimini sessuali contro i bambini. Dagli States all’Irlanda, da padre Murphy a padre Walsh, passando per il Messico di Marcial Maciel, amico di Wojtyla ma inviso a Ratzinger, Mea Maxima Culpa dà voce alle vittime e argomenta il dossier di oltre diecimila pagine presentato alla Corte penale internazionale dell’Aja dalla SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests) e dalla Ong americana Center for Costitutional rights. Destinatari dell’accusa di “crimini contro l’umanità per aver coperto i reati di pedofilia”, il Vaticano, i suoi vertici e Papa Benedetto XVI, che anche dimissionario potrà contare sull’immunità diplomatica in base alle norme dei Patti Lateranensi.

    Joseph Ratzinger è giudicato responsabile dalla SNAP di non aver mai preso provvedimenti severi contro gli esponenti del clero che hanno tradito la cura pastorale dei bambini e di essere firmatario dell’epistola De delicti gravioribus, che informa sulle procedure da adottare nei casi di pedofilia clericale. In quella lettera si ribadisce il vincolo del segreto pontificio da mantenere durante la procedura investigativa e processuale. Pena la scomunica. Nel silenzio sono state allora violate altre vite e altre infanzie, che portano scritto sul corpo il loro grido di aiuto ma a cui il mutismo non ha impedito di alzare la voce. Il delicato tema degli abusi trattato da Alex Gibney espone il suo documentario a un perenne sbandamento emozionale, dove la sostanza rappresentata finisce per distrarre dalla forma e dal linguaggio.

    L’articolazione narrativa inframezza il racconto orale dei testimoni con la ‘ricostruzione’ didascalica dei fatti, meno efficace delle interviste a causa del carico di messa in scena. La dialettica fra il racconto coniugato al passato e i luoghi e i volti ripresi al presente sembra pertanto soffrire l’assenza di un’idea chiara e univoca di progetto estetico. Mea Maxima Culpa dice comunque bene del Male e del tramonto del padre, di tutti quei ‘padri’ che hanno confuso i confini tra l’umano e il bestiale, abdicato al puro dono della cura, tradito il sentimento legato alla bontà e alla bellezza, infilando la buia notte di un mondo senza Dio.

    https://www.mymovies.it/film/2012/meamaximaculpasilenzionellacasadidio/

  • Denunce, abusi e cacciate dei vescovi. Ecco le novità del motu proprio di Bergoglio

    Denunce, abusi e cacciate dei vescovi. Ecco le novità del motu proprio di Bergoglio

    Dal 5 settembre prossimo i vescovi negligenti in tema di protezione dei minori potranno essere rimossi dalla diocesi loro affidata. Ed a cacciarli potranno essere le Congregazioni della Curia Romana, investite di un apposito potere d’indagine. Queste, in sintesi, sono le due innovazioni portate dal motu proprio “Come una madre amorevole”, emanato giorni fa da Papa Francesco ma che entrerà in vigore, come detto, fra 90 giorni.

    A CHI SI RIVOLGE

    Il testo voluto dal Papa chiarisce che “la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili”, quindi i primi ad occuparsene e assumersene la responsabilità sono: “I Vescovi diocesani, gli Eparchi (i ‘vescovi’ delle Eparchie, cioè le ‘diocesi’ che in Italia sono di rito greco-cattolico e ammettono i preti sposati, parliamo di Piana degli Albanesi in Sicilia e Lungro in Calabria) e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare”, che vengono chiamati ad “impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”.

    SI AMPLIANO LE “CAUSE GRAVI”

    Già oggi il Codice di Diritto Canonico, voluto da Giovanni Paolo II nel 1983 (quello precedente risaliva al 1917), stabilisce che si può perdere un ufficio ecclesiastico per “cause gravi”. Un esempio? Il canone 696, rifacendosi ai religiosi (i frati), parla di cause “gravi, esterne, imputabili e comprovate giuridicamente” come ad esempio: “l’ostinato appoggio o la propaganda di dottrine condannate dal magistero della Chiesa”. È come se – per fare un esempio banale, ma chiaro – Padre Raniero Cantalamessa, il noto religioso che per anni ha telepredicato il Vangelo agli italiani e oggi è Predicatore della Casa Pontificia, improvvisamente si iscrivesse all’UAAR (Unione Atei, Agnostici Razionalisti) ed entrasse nelle Brigate Rosse. In questo caso potrebbe essere rimosso.

    LA NEGLIGENZA E LA DENUNCIA

    Naturalmente il motu proprio del Papa allarga adesso le gravi cause. E parla espressamente di “negligenza dei Vescovi nel loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili”. Possiamo fare molti esempi di possibile negligenza: il vescovo che trasferisce di parrocchia in parrocchia il prete pedofilo non dando corso alle denunce dei fedeli; oppure il vescovo che omette di denunciare il sacerdote all’autorità civile (e quindi alla magistratura). Questo punto ci sembra suggerito dal testo del documento, e potrebbe anche chiudere le polemiche sulla decisione – quantomeno discutibile – presa dalla Conferenza Episcopale Italiana di non obbligare i vescovi alla denuncia dei preti pedofili alla magistratura italiana. Era il marzo 2014 e il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, si giustificò dicendo che tale norma fosse “a tutela delle vittime” e che un obbligo “morale” fosse più pesante di uno “giuridico”. Posizione quantomeno opinabile.

    COME AVVIENE LA CACCIATA DEL VESCOVO

    La rimozione del vescovo può avvenire se “per negligenza” abbia “posto od omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri” che può essere “fisico, morale, spirituale o patrimoniale”. Nel caso di abuso su minori o adulti vulnerabili basta che “la mancanza di diligenza sia grave” (art. 1, §3). In questo caso “la competente congregazione della Curia Romana” (che nei casi di pedofilia è quella per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio) può agire d’ufficio, iniziando un’indagine e (art. 4) cacciare il vescovo con il decreto di rimozione, o invitarlo a dimettersi entro 15 giorni pena la cacciata d’ufficio. Sempreché (art. 5) il Papa, sentito un collegio di giuristi, approvi la decisione della Congregazione competente.

    Il motu proprio di Francesco segue la linea – prima di Giovanni Paolo II, poi di Benedetto XVI – di massima severità nella gestione dei casi di pedofilia del clero; e richiama infatti il motu proprio emanato da Karol Wojtyla e poi emendato da Joseph Ratzinger Sacramentorum Sanctitatis tutela. Un testo che non ha mancato di suscitare apprezzamento negli ambienti ecclesiastici.

    MA NON C’E’ SOLO L’ABUSO

    Con una precisazione. Il motu proprio parla di danno anche patrimoniale non solo verso il singolo, ma anche verso una comunità. Non è difficile ripensare ai casi di cronaca recente a proposito di presunte malversazioni economiche compiute in alcune diocesi italiane. Come quello di monsignor Francesco Micciché, vescovo emerito di Trapani, rimosso nel 2012 dalla Santa Sede e sotto inchiesta dal 2015 della Procura della Repubblica di Trapani per malversazione (spariti 2 milioni di euro destinati alla diocesi) in relazione ai soldi dell’8 per mille. Dal 5 settembre prossimo, insomma, uno strumento in più in mano alla Santa Sede.

    http://formiche.net/2016/06/06/denunce-abusi-e-cacciate-dei-vescovi-ecco-le-novita-del-motu-proprio-di-bergoglio/

  • Puniremo i preti pedofili, rimuoveremo i vescovi negligenti. Ma per ora l’unica linea dura è solo nei confronti delle vittime.

    Puniremo i preti pedofili, rimuoveremo i vescovi negligenti. Ma per ora l’unica linea dura è solo nei confronti delle vittime.

    Dalla sua elezione nel 2013 Bergoglio ha fatto decine di proclami, ma nel concreto? Eppure le raccomandazioni dell’ONU erano chiare.

    Solo nel savonese, dove ha sede la Rete L’ABUSO e dove proprio grazie all’associazione sono emersi decine di casi, non si è visto un solo provvedimento. Il primo caso, quello di don Nello Giraudo che nel settembre 2009 aveva già ottenuto dal vescovo Vittorio Lupi il trasferimento a Mondovì, poi per fortuna scoppiò lo scandalo e Giraudo chiese di essere ridotto allo stato laicale. E ancora il caso di don Pietro Pinetto che, malgrado le promesse fatte alle vittime dalla Curia savonese, non ha subito neppure un processo canonico ed è stato recentemente trasferito come se nulla fosse in un’altra parrocchia. A nulla sono servite le proteste dei parrocchiani, Lupi non ha voluto rimuoverlo. Il caso di don Zappella, tra le altre cose già condannato, anche in questo caso nessun provvedimento da parte della chiesa anche se oggi il sacerdote ha lasciato la parrocchia, ma per motivi di salute e non perché rimosso. E don Giorgio Barbacini, nascosto in Svizzera dall’allora vescovo di Savona Domenico Calcagno.

    Purtroppo la cronaca ci racconta di perdoni continui nei confronti dei preti pedofili, l’ultimo alla setta dei Legionari di Cristo, assolta da Bergoglio nell’ottobre scorso.  In questi ultimi anni abbiamo visto persino preti già condannati che dopo essere stati spostati tornano ad abusare.

    Si è parlato di tolleranza zero e di collaborazione con l’autorità giudiziaria, ma abbiamo visto casi come quello di don Mauro Inzoli o come quello di Jòzef Wesolowski dove il Vaticano non solo ha rifiutato le rogatorie chieste dall’autorità giudiziaria, ma ha anche rifiutato l’estradizione. Nel caso di Inzoli, bè, non dice più messa, ma non era accusato di dire male la messa, era accusato di abusare minori.

    Casi come quello di don Francesco Rutigliano, condannato dalla chiesa a 5 anni di sospensione, malgrado ciò mai denunciato all’autorità giudiziaria e reintegrato come se nulla fosse, nel settembre scorso a Civitavecchia. Se non avessimo denunciato noi della Rete L’ABUSO ai cittadini la sua presenza, sarebbe ancora li.

    Quello di don Silverio Mura, dove Bergoglio ha si risposto alla vittima ma malgrado ciò il sacerdote ha continuato ad insegnare religione nelle scuole di mezza Napoli, fino a che il caso non è uscito sulla stampa nazionale, sempre per intervento della Rete L’ABUSO, non della chiesa. La vittima in questo caso sta ancora aspettando, malgrado abbia chiesto oramai da 5 anni che il sacerdote venga sottoposto almeno ad un processo canonico, per ora non ha ancora ricevuto giustizia.

    Tanti proclami ma gli atti concreti? E le vittime?

    Di loro non si parla mai, per loro nessun aiuto, eppure ci sono e sono moltissime, diverse migliaia solo in Italia. Alcune di loro hanno fatto un video messaggio e lo hanno inviato a Bergoglio, ma non ha risposto, perché? Le poche che hanno ricevuto giustizia la hanno ricevuta dall’autorità giudiziaria, non dalla chiesa. Eppure l’Onu ha chiesto provvedimenti ben precisi in soccorso delle vittime, quando arriveranno?

    Tanti proclami, spesso non mantenuti, e provvedimenti in tutela della chiesa e della sua immagine, mai delle vittime.

    Come possiamo fidarci? Non sarebbe più risolutivo e anche più semplice fare un decreto che obblighi i vescovi a denunciare i reati all’autorità giudiziaria del paese dove vengono commessi i crimini? Già troppo facile forse…

    Francesco Zanardi, Portavoce Rete L’ABUSO.

     

  • Vatican Insider * Una diocesi in riva al mare per Antonazzo

    Vatican Insider * Una diocesi in riva al mare per Antonazzo

    Il vento torna a soffiare sulle vele di monsignor Gerardo Antonazzo.

    In Vaticano hanno apprezzato molto il silenzio e la discrezione che il vescovo di Sora – Cassino – Aquino – Pontecorvo si è imposto durante e dopo la crocifissione mediatica patita nei mesi scorsi.

    E altrettanto hanno gradito i toni bassi di fronte alle recenti nomine che non lo hanno più visto tra tra gli assegnatari di una nuova sede.

    Stimato dal cardinale Dominique Francois Joseph Mambertì (che lo ha consacrato) e dall’arcivescovo Adriano Bernardini che è il nunzio apostolico in Italia; in Nunziatura, Antonazzo è considerato. E ora circola voce che per lui sia pronta una diocesi di primissimo piano: in un capoluogo di Regione, a ridosso del mare, non in Finibus Terrae. Ma forse meglio.

    Laudetur

    http://www.alessioporcu.it/articoli/vatican-insider-diocesi-riva-al-mare-antonazzo/

  • Bimbi abusati e mancate denunce: Testimoni di Geova nella bufera

    Bimbi abusati e mancate denunce: Testimoni di Geova nella bufera

    Si addensano le ombre sui Testimoni di Geova. L’esplosione di un caso internazionale legato a episodi di pedofilia non denunciati in Australia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna stanno avendo ricadute negative in molti altri Paesi del mondo. «Sono  spuntate storie di bambini abusati e di mancate denunce, se non proprio di vicende taciute alle autorità giudiziarie. La questione è finita nelle aule dei tribunali. Ed è rimbalzata su forum, blog, profili Facebook di migliaia di fedeli che hanno cominciato a chiedersi se la naturale attitudine alla riservatezza di chi professa il credo di Charles Taze Russel non sia in passato degenerata nella sistematica copertura di pedofili e predatori sessuali». Il Corriere della Sera ha ricostruito la scabrosa vicenda.

    La lettera-denuncia

    Il quotidiano pubblica una lettera inviata da un testimone di Geova di vecchia data: «Sono un testimone di Geova battezzato da molti anni», inizia la lettera inviata da Raffaele Di Martino ai vertici della sua organizzazione religiosa, la Betel, l’equivalente del Vaticano per i quasi 248mila battezzati nel nome di Geova in Italia. «Chiedevamo la cancellazione dei nostri dati dagli archivi della congregazione – spiega Raffaele – perché vogliamo prendere le distanze, pur restando fedeli a questa religione che per noi è tutto. Per tutta risposta ci hanno convocato per un comitato giudiziario, il nostro tribunale interno. Noi abbiamo spiegato che avremmo risposto solo a comunicazioni scritte e loro, gli anziani, ci sono venuti a trovare una seconda volta a distanza di due giorni per comunicarci che non eravamo più testimoni di Geova. Cacciati via e cancellati dal ricordo e dalla frequentazione di tutti gli altri fratelli. Ai loro occhi non esistiamo più».

    Testimoni di Geova: espulsioni per chi non si allinea

    In Australia una commissione d’inchiesta ha individuato 1006 casi non segnalati alla magistratura- si legge. Nel corso della deposizione davanti alla Commissione Reale sulla pedofilia, istituita a Sidney la scorsa estate, Geoffrey Jackson, uno dei sette “papi” dei testimoni di Geova, ha ammesso che le procedure adottate fino ad allora si erano rivelate inadeguate. Fino al 2010, come racconta il Corriere della Sera, «i testimoni di Giustizia non erano “liberi di denunciare” abusi sui minori. Avevano bisogno di almeno due testimoni perché un fatto venisse ritenuto penalmente rilevante. “Ma nei casi di violenza sessuale come si fa ad avere due testimoni? Se non c’è confessione del colpevole, l’unico testimone è la vittima. E da sola non basta – spiega Rocco Politi, fino al 2001 anziano a Modena.  Dal 2010, però, le regole sono state modificate, i fedeli sono liberi di denunciare e gli anziani sono invitati a non interferire con la scelta delle famiglie. “Se gli anziani vengono a sapere di un’accusa su abusi su minori – si legge in una circolare del 2012 – dovrebbero chiamare immediatamente il Reparto Servizio (la Betel, la sede centrale della congregazione a Roma)”. L’ufficio informazione pubblica della Betel ha risposto con una lettera: «I testimoni di Geova ripudiano la pedofilia e gli abusi all’infanzia, reati perpetrati purtroppo a tutti i livelli della società» e riguardo all’inchiesta australiana i vertici dei Testimoni di Geova italiani rimandano alla memoria difensiva presentata nel corso del procedimento, in cui si ribadisce che «i testimoni di Geova non perdonano né coprono».

    Bimbi abusati e mancate denunce: Testimoni di Geova nella bufera

  • Testimoni di Geova, fuga dall’incubo: La drammatica storia di Martin

    Testimoni di Geova, fuga dall’incubo: La drammatica storia di Martin

    Sono ancora pochi i testimoni di Geova che sono riusciti ad uscire da quella che in molti chiamano «setta», che in alcuni casi predica l’esatto contrario della religione Cristiana e dove l’uomo non è il centro dell’attenzione ma solo uno «schiavo» di una serie di regole che ne limitano la libertà, e la propria crescita nella nostra società.
    Oppressione o religione? credo oppore costrizione? Questa è la storia di un uomo che ha trovato la forza di scappare da un incubo, e che ora vuole raccontarlo a tutti. È una storia desolante, cruda, per alcuni aspetti quasi incredibile. È una storia che fino ad un certo punto ha rubato i sogni di un bambino, attraverso privazioni, umiliazioni e quant’altro che forse lo stesso protagonista non ha voluto approfondire per non turbare maggiormente i lettori.
    Ma è anche una storia di vita finita bene che lancia dei messaggi positivi, e viva Dio, che sappiamo come in questo periodo siano i  benvenuti. Questa è la storia di Martin Messner, (nella foto) di Trento, Testimone di Geova dalla nascita per volere dei genitori che all’età di 28 anni dopo momenti di disperazione ha deciso di abbracciare il mondo e diventare cattolico e sconfessare per sempre Geova.
    «Era il 1999 quando decisi di uscire definitivamente dalla religione dei testimoni di Geova. Non è stato facile, in un minuto mi ritrovai solo, molto solo! 
    La solitudine però fu ampiamente ripagata dalla libertà vera, che non era certo quella che per anni hanno cercato di farmi credere. 
    Libertà di decidere cosa fare della mia vita senza dover render conto persino dei miei pensieri. Libero di scegliere chi frequentare dove andare e cosa fare,stupendo! Finalmente decisi per me stesso e dopo quasi trent’anni mi appropriai della mia identità.» – inizia così il racconto di Martin.
    Lui si chiama Martin Messner ed ha 45 anni portati alla grande. Martin è cresciuto nel credo della religione dei testimoni di Geova, sì, cresciuto proprio negli anni in cui questa religione fece la sua comparsa in Italia con il risultato di destare grande interesse da parte di molti curiosi che studiando il libro «la verità che conduce alla vita eterna», scelsero di farsi battezzare per questa religione, fiduciosi e motivati di poter cambiare la loro vita.
    Questo libro fece una vera e propria strage di discepoli negli anni sessanta/settanta, era un libricino blu, piccolo, o meglio tascabile fatto appunto per essere portato sempre con se.
    Centottantanove, questo il totale delle pagine, con un contenuto forte e molto persuasivo che aveva il compito di convincere più persone possibili. In quel periodo storico e vuoto di valori e contenuti il libro ebbe sulla nostra società un impatto devastante riuscendo a convincere molti ad avvicinarsi a quello che in molti amano chiamare, «un abbraccio mortale».
    «E infatti ci riuscii alla grande, anche con mia famiglia – continua con la sua storia Martin – dapprima iniziò mia Nonna paterna poi iniziarono mia Madre mio Padre e altri parenti, in pratica gran parte della mia famiglia divenne «Testimone di Geova». «E io? E io proprio perché nacqui in quella religione non potei far altro che subire quella scelta. Le conseguenze furono per me tremende».
    «Le conseguenze di questa mia inconsapevole scelta, fatta da altri al mio posto, mi portarono ad un certo punto a dover trovare una via d’uscita da una realtà che ha segnato non poco la mia vita». Ma Martin riesce a trovare dopo anni di agonia la forza di uscirne, «piano piano tutto mi apparse più chiaro – spiega – giorno dopo giorno la mia mente si rafforzava e mi arrivavano dei segnali che mi facevano sentire dalla parte della ragione e non più del torto. Capivo che nei Testimoni di Geova c’era qualcosa che non andava».
    Ma cosa ha spinto così tante persone in quegli anni ad avvicinarsi e addirittura a farsi battezzare nel nome dei testimoni di Geova? «Semplice – risponde lo stesso Martin – furono adescati con una promessa, la stessa che Dio fece al popolo ebraico, cioè la famosa terra promessa». 
    Gli esseri umani nella maggior parte dei casi non fanno niente per niente e quindi il premio è sempre gradito, questo lo impariamo sin da piccoli.
    Questo metodo ha prodotto proseliti in tutto il mondo e persone di ogni età che spinti sia dalla fede in Dio che dalla famosa promessa hanno radicalmente cambiato la loro vita. «Io invece come tanti altri bambini nati cresciuti e indottrinati ho dovuto ubbidire e rispettare in modo oppressivo tutte le svariate regole che quella religione imponeva e che spesso erano molto forti, rigide, e che se non rispettate portavano a conseguenze drastiche come per esempio l’espulsione dagli stessi Testimoni di Geova».
    Ma attenzione perchè qui viene il bello, l’espulsione da quella che viene ormai chiamata dal mondo intero «setta» porta a non pochi problemi sociali. «Da piccolo pensavo – racconta ancora Martin – ”ma perché quel fratello (così ci si chiama fratelli e sorelle) non viene più nella sala del regno?”(la sala del regno è la sede dove viene celebrata la messa; è paragonata alla chiesa nella religione cattolica).Il motivo? Era stato espulso, disassociato perché non aveva rispettato le regole» 
    COME USCIRE DAI TESTIMONI DI GEOVA – Ora se stai leggendo questo articolo e sei un testimone di Geova sai di cosa stò parlando, – spiega Martin – mentre per te che non conosci i retroscena della vita di un testimone di Geova questo articolo ha l’obbiettivo di far conoscere la verità su questa religione senza calunniare o degradare il loro credo. Invece per te che vuoi uscire da questa religione ma non hai ancora la forza e il coraggio qui troverai la mappa di come riuscirci indenne, e senza traumi, io ci sono già passato,sò come si fa e vedrai se seguirai i miei schemi e consigli ne uscirai a testa alta.
    O ancora per te che hai un parente, un collega, un amico testimone e non riesci a capire certi suoi atteggiamenti io ti spiegherò tutto quello che c’è da sapere in merito. Questo è un breve un manuale per chiunque voglia aiutare gli altri o se stesso ad accettare, capire o uscire da uno stile di vita che spesso va contro la maggior parte delle persone.
    LE UMILIAZIONI IN TENERA ETÀ – Ma iniziamo a comprendere questo stile di vita che caratterizza un testimone. Quando ero piccolo a scuola nell’ora di religione io dovevo uscire, ero praticamente esonerato su richiesta dei mie genitori, con la ovvia conseguenza che i miei compagni mi sfottevano e mi reputavano un diverso. Non potevo partecipare alle attività didattiche come per esempio l’organizzazione e la partecipazione degli eventi di Natale, Pasqua, Carnevale ecc ecc. Carnevale poi per me è sempre stato un dramma, vi immaginate tutti i mie compagni vestiti da indiani, fatine, poliziotti e io? Nulla, non mi era mai concesso. Era veramente dura da digerire, mi sono sentito molto emarginato e per un bambino di sette anni non è facile, per fortuna c’erano altri figli di testimoni nella mia scuola ma eravamo pochi.
    L’ESCLUSIONE DALLO SPORT – Non parliamo poi dello sport, quello agonistico non si può fare ”è competizione” mi ripeteva mio padre, Dio non vuole la competizione. Vi lascio immaginare come un bambino di quell’età potesse sentirsi,pieno di voglia di fare, di entusiasmo che però doveva essere canalizzato solo e sempre nella religione. mi chiedevo spesso: «che cavolo di sport fosse se nessuno poi vince». 
    L’INDOTTRINAMENTO E LA PREDICAZIONE NELLE CASE – Facevo difficoltà a capire, ma dovevo farlo senza discutere e partecipare alle varie riunioni che si tenevano il Martedì con lo studio biblico di un libro durata un’ora, il Venerdì scuola di ministero teocratico durata un’ora e quarantacinque e la Domenica discorso pubblico con lo studio della Torre di Guardia durata due ore. Per non parlare della predicazione. Si doveva andare infatti per le case a portare la parola di Geova. Si imparava ad ubbidire alle leggi di Geova-Dio sia nella vita privata che in quella religiosa. Insomma una valanga di attività teocratiche, ovviamente teocratiche perché derivano da Teo se fossero Democratiche sarebbero dagli uomini ma visto che i testimoni di Geova osservano solo le regole di Geova Dio allora tutto rotea attorno alla Teo-crazia. In sala si parlava solo di ciò che Geova Dio volesse che noi facessimo,e ogni merito andava chiaramente a lui. Noi come persone non potevamo tenere in considerazione i nostri desideri ma solo quelli di Geova, quelli sì che erano giusti,indiscutibili dicevano.
    LE PRIME DOMANDE, I PRIMI DUBBI – Il modo di vivere la mia vita in quel tempo era di fantasticare con la mente, di sognare praticamente ad occhi aperti,ecco lì in quei momenti entravo in contatto con me stesso. Mi chiedevo..”ma scusa tutto quello che faccio lo faccio con le mie forze, perché devo sempre dare merito a Geova e fare solo quello che Geova mi obbliga di fare?” Con il tempo,crescendo, gli scontri con i miei genitori e con gli anziani della congregazione dei Testimoni di Geova si fecero sempre più frequenti. (Gli anziani sono come i preti nella religione cattolica)persone alle quali si doveva raccontare ogni cosa,anche la più intima perchè era riservato solo a loro la decisione del giusto o sbagliato Per me il tutto diventava sempre più stretto portandomi a ribellarmi più e più volte. Con il tempo quindi mi feci la reputazione di un ribelle!Per chi non era testimone di Geova ero un diverso e per chi lo era la mia reputazione era di un ribelle…Mi venne quindi da chiedermi chi fossi veramente…….. Proprio in quel momento pensai che per essere accettato da entrambe le realtà dovessi fare una doppi vita.
    UN BAMBINO CON DUE VITE PARALLELE – Pensate,con dieci anni gestivo due vite parallele,e mi riusciva tutto sommato anche bene,in sala del regno dei testimoni di Geova ero attento apparentemente dedito alle adunanze e alle attività teocratiche studiavo e pregavo ma quando ero con i miei compagni di scuola assumevo una modalità diversa,mi adattavo alle abitudini e agli atteggiamenti che non mi emarginassero troppo dal gruppo. I miei compagni sapevano benissimo che ero un testimone anche perché a volte la Domenica mattina suonavo al campanello della loro casa per portare la buona notizia predicando il regno di Dio Geova. Vi è mai capitato che qualche testimone vi abbia suonato alle nove di domenica mattina? Bene forse ero io in giacca, cravatta e borsetta con all’interno la Torre di guardia ed il libricino Svegliatevi. Svegliatevi da cosa poi…… dal sonno della notte?! Non era facile anche se facevo una doppia vita alcuni miei compagni mi sfotteva ugualmente. Quando andavo in sala poi,alle famose riunioni mi chiedevo:”come mai che i nuovi arrivati sono cosi entusiasti,così appassionati a tutto questo e io no? Cosa gli ha spinti ad avvicinarsi a questa religione?” Forse il fatto che stessero passando un brutto periodo, problemi di salute,di lavoro o problemi sentimentali, ”chissa” mi dissi, e io cosa avrei dovuto fare per trovare l’entusiasmo? Tra i testimoni convinti traspirava l’entusiasmo,l’amore fraterno,la compassione, l’unione, ma per molti come me che ci erano nati in quella religione queste sensazioni non le provava e quindi mi veniva difficile appassionarmi.
    L’ATTRAZIONE VERSO LE OPPORTUNITÀ DEL MONDO – Cercai in tutti i modi di trovare gratificazioni nelle varie attività teocratiche, ma nulla!! Non mi veniva proprio, ero più attratto da ciò che il mondo offriva fuori da questa religione (cosi lo chiamano loro “il mondo” ”le persone del mondo”). Con il passare degli anni e l’avvicinarsi della pubertà iniziarono altri grossi problemi e potete immaginare quali…
    IL PROBLEMA DELLA SESSUALITÀ – Tasto dolente per i testimoni,difatti la sessualità da parte loro viene vissuta in maniera molto diversa dal resto del mondo, ci sono molti limiti, infatti un adolescente non può assolutamente avere nessun rapporto amoroso con l’altro sesso, e nemmeno con se stesso,la masturbazione è vietata in quanto atto impuro, peccato che l’auto stimolazione genitale aiuta a conoscere il proprio corpo,una sana attività sessuale fa bene all’organismo e al cuore aumentando la serotonina che per chi non lo sapesse è l’ormone della felicità ma guai nel dirlo ai fratelli. Ora tornando alla sessualità di un adolescente, il fatto di non poter avere contatti fisici con l’alto sesso non era assolutamente facile per un ragazzo, quindi, pensai come poter fare per colmare quel vuoto. Anche se sapevo benissimo che lo sport non era concesso farlo io avevo scelto. Il pugilato! Il massimo del peccato, infatti più competitivo di quello cosa poteva esserci.
    LA SFIDA – Mi allenai di nascosto. Quante ne dovetti raccontare ai miei genitori per nascondere che andavo addirittura agli incontri di Boxe. Il problema è che andavo forte, il mio Coach un giorno mi disse “Martin cosa vuoi fare?” diventare un professionista o restare qui ad allenarti solo per divertimento?” Gli risposi ”Coach io sono un testimone di Geova non posso diventare un professionista sinceramente non potrei nemmeno essere qui!”“Cosa??” disse lui “Sei un testimone di Geova?E come hai fatto a nascondere ai tuoi genitori di essere qui?” “L’ho fatto” risposi. Ma in coscienza non mi sentivo pulito,amavo tremendamente questo sport ma la mia coscienza di testimone me lo impediva, ecco che la sfida più importante che dovevo vincere in quel momento era dentro di me, purtroppo allora la religione vinse.”Peccato ragazzo,hai talento, vai forte” – mi disse. «Ero troppo giovane e non avevo abbastanza forza per mollare tutto e tutti ed affrontare la vita da solo senza i miei amici, i miei genitori,i miei parenti, mi sarei sentito abbandonato e solo».
    Quindi dopo 3 lunghi giorni di meditazione cedetti lasciando la Boxe. Alla lunga non me lo sono mai perdonato, ne a me stesso ne ai miei genitori ne tantomeno a Geova, perché amavo profondamente quello sport che insegnava (come in tutti gli sport) disciplina, costanza e determinazione, tutte qualità che si studiavano anche in sala del regno, anche se mi veniva più facile applicarle fuori dalla religione.
    LA CONSAPEVOLEZZA CHE QUALCOSA NON ANDAVA – Da quella  rinuncia, man mano che il tempo passava, mi resi sempre più conto delle molte costrizioni e fui consapevole sin da subito che inseguendo il cuore avrei potuto fare grandi cose e che seguendo invece Geova la mia vita sarebbe stata segnata e zoppa per sempre.
    Era l’esatto contrario di quello che inculcavano i testimoni di Geova,loro vietano di ascoltare il proprio cuore “Il cuore è ingannevole – dicevano – “solo seguendo le orme di Cristo e di suo padre Geova – Dio avrai la salvezza,sarai salvato dal malvagio. Il consiglio era sempre lo stesso: «allontanati dalla persone del mondo che non hanno i nostri principi e valori,” – così diceva sempre mio padre – e più lo facevo più diventavo isolato e represso. E allora pensavo al mio vecchio coach che in circa due anni mi aveva trasmesso così tanti principi e valori che però erano l’esatto contrario di quelli che predicava la religione di Geova. «Mollare quello sport fu per me la prima grande rinuncia della mia vita».
    L’ARRIVO DELLA MAGGIORE ETÀ – Arrivò la maggiore età e dopo tre anni come apprendista metalmeccanico finalmente presi la patente, ma con essa arrivò anche la visita medica per la cosidetta «naia». La religione dei testimoni di Geova impone il rifiuto della naia con il conseguente anno da passare nel carcere militare. «Mi dissi “dai, forza, quest’anno di carcere sicuramente mi farà diventare un uomo” 
    Per un anno avrei potuto non andare in sala, cercai quindi sempre di vedere il lato positivo in tutto. Ma, purtroppo o per fortuna, il destino mi corse in contro, e visto che i nati nel 1971 eravamo in troppi fui esonerato.
    IL LAVORO – Dovetti così trovare un altro metodo per evitare le adunanze nella sala del Regno.Da piccolo ero molto affascinato dai Camion giocattolo, quindi pensai di fare subito la patente del Camion e poi partire per l’Europa “E chi mi vede più poi?” – pensai – “Tanto non faccio nulla di male, gli anziani della sala del regno non possono dirmi nulla,anche Dio dice nella bibbia che chi non lavora non mangia!”(2°Tessalonicesi 3:6-12)
    E quindi nel 1989 iniziai a fare il camionista, e fu li che capii ancora di più quello che stavo passando. Le moltissime ore passate da solo nel Camion in giro per l’Europa mi aiutarono a capire la bellezza del mondo e della cose, e quanto potevo imparare dalle persone diverse, già, perchè per i testimoni di Geova tutti gli altri sono «diversi». Grazie ai viaggi feci un sacco di esperienza, mi innamorai di questo lavoro, provai vera soddisfazione e gratificazione, esperienza che avevo provato solo quando facevo la boxe.
    Ma i problemi purtroppo riapparivano come per magia nel poco tempo che passavo a casa dove mi veniva costantemente fatto notare quanto quel lavoro non fosse ideale, perchè mi distoglieva troppo da Geova.“Ci risiamo” – mi dissi – “ma è mai possibile che ogni cosa che io faccia ci debba sempre essere di mezzo Geova”
    IL MATRIMONIO – Forse se mi sposo e metto su famiglia non avranno più nulla da dire pensai fra me e me. Forse, visto che il matrimonio è benedetto da Geova – Dio sarò nel giusto, pensai.
    Quindi mi misi a cercare la moglie ideale,dove? Ma ovviamente tra i testimoni di Geova perché è assolutamente sconsigliato sposarsi con le altre persone del mondo, anche in questo caso prima viene Geova – Dio E poi il tuo cuore. Credetemi, cominciai a odiare quella religione, ma non riuscii ad uscirne e nel 1991 mi sposai con quella che credevo fosse la donna della mia vita, non so se fossi veramente innamorato, a 20 anni sei giovane, hai ancora bisogno di fare esperienze anche a livello sessuale.
    Il matrimonio era come un regalo a scatola chiusa però,senza conoscerne il contenuto. Ed ecco che con il passare dei mesi e poi degli anni i problemi aumentarono anche nel matrimonio, le difficoltà di comprensione tra me e mia moglie si fecero sempre più frequenti. Cercai in tutti i modi di cercare di risolverli, stavo veramente male, mi sembrava di vivere un incubo. Qualsiasi cosa facessi non andava bene,i miei genitori continuavano la solita campagna inquisitoria nei miei confronti. “Il camion ti distoglie dalla religione”– mi dicevano gli anziani della congregazione –  che continuavano a dirmi che l’unica soluzione per essere veramente felice non era seguire il cuore ma ubbidire rigorosamente alla legge di Geova – Dio, solo cosi – per loro – tutti i problemi sarebbero spariti.
    IL FUOCO DEL NOSTRO CUORE – Io però non potevo non seguire il mio cuore,ero giovane pieno di vita,volevo fare esperienza, sbagliare, capire, provare e riprovare conoscere nuove persone perché con Geova mi sentivo in gabbia e controllato. Passarono gli anni e dentro di me c’era un fuoco sempre più forte,volevo decidere per me volevo gestire la mia vita solo come il mio cuore me l’ho trasmetteva. La domanda ricorrente era dove potessi trovare la forza,la giusta motivazione per uscire definitivamente da quella religione.
    Le conseguenze sarebbero state drammatiche sapevo che avrei perso mia moglie,i miei genitori, parenti e amici. Sapevo bene che sarei rimasto completamente solo ed in un minuto avrei perso tutto, una vita. Ma cos’è tutto? Quale definizione diamo al tutto? Per me tutto significava decidere finalmente da solo, prendere finalmente in mano la mia vita.
    Capii improvvisamente che ero io l’artefice del mio destino, e che solo io potevo scegliere e decidere della mia vita e fra due possibilità,  rimanere o uscire per sempre.
    LA FUGA DAI TESTIMONI DI GEOVA – Nell’anno 1999 mi separai da mia moglie decisi di aprire una partita iva e quindi diventare un imprenditore a tutti gli effetti, acquistai il mio primo camion e questo mi diede la forza di uscire finalmente dalla religione diventando così quello che chiamano un «disassociato».
    Oggi come allora migliaia di Testimoni di Geova in tutto il mondo hanno le stesse difficoltà, non riescono e non sanno come fare per uscire da questa religione, o meglio non conoscono il modo per uscirne senza problemi, a testa alta, senza sentirsi sbagliati e nel torto, ascoltando il cuore per così costruirsi una nuova identità, una nuova vita priva finalmente di oppressioni senza controlli e di giudizi inquisitori detti solo per poterti controllare meglio.
    COME USCIRE DALL’INCUBO – Per riuscirci ci vogliono le giuste motivazioni ci vuole metodo.Io lo conosco ci sono già passato e so come farlo nel migliore dei modi. Ci sono riuscito,mi sono ricostruito una nuova vita. Ho fatto le mie scelte che ho pagato a duro prezzo ma non ho mai mollato e oggi sono un uomo felice, sposato con due figli,sono un imprenditore di successo ma sopratutto orgoglioso e felice di aver aiutato e di aiutare altre persone nel fare la cosa giusta e cioè nell’ascoltare e seguire il proprio cuore.
    È necessario focalizzarsi su di un obbiettivo che si vuole raggiungere, perché non esiste peggior marinaio che non conosca la rotta e la destinazione della propria nave.Ma ora voglio rivolgermi a chi ancora non ha la forza di scappare: «a volte amico caro dovrai cambiare un po’ il percorso, ma la meta,l’obiettivo tienilo sempre presente. Hai presente uno stormo di uccelli che migrano? «alcune volte cambiano il percorso ma sanno sempre dove vogliono arrivare» Ecco lo stesso lo dovremmo fare noi, avere le giuste motivazioni per raggiungere l’obbiettivo altrimenti non riusciremo mai a raggiungere la nostra meta e la nostra realizzazione.
    Ora se lo desideri prenditi cura di te e con carta e penna scrivi: 3 motivi che ti spingono ad uscire dalla religione dei testimoni di Geova, poi scrivine altri 3 che ti spingono a restarci, quando avrai finito leggili non solo con gli occhi ma con ciò che di più prezioso e forte senti dentro di te,confrontali e capirai qual’è la tua strada.
    Questo e un metodo per seguire il proprio cuore. Se ti va di seguirmi sarò ben felice di aiutarti ancora di più, io ci sono. Ora Martin Messner è felice e pieno di progetti da portare a termine, è innamorato e vive con la sua compagna da ormai 8 anni.
    Prossimamente uscirà il suo libro, che parla di come riappropriarsi della propria vita seguendo il proprio cuore con libertà, coscienza e senza bisogno del giudizio di nessuno, già, perchè l’unico gudizio lo dobbiamo dare nei confronti di noi stessi. Con i suoi genitori ormai da oltre 15 anni i rapporti sono freddi, non hanno mai più pranzato insieme, mai fatto più nessuna attività di qualsiasi tipo insieme.
    A volte la domenica i testimoni di Geova suonano ancora il suo campanello di casa, ma non vogliono parlare con lui ma con la sua compagna che tentano di convincere all’abbraccio mortale di Geova. Ma proprio in nome del rispetto di tutti, delle proprie scelte e la propria libertà di opinione entrambi rispondono che non sono interessati. Per Martin ormai loro sono solo il passato, solo un incubo dal quale è uscito per sempre, imparando a credere in Dio e nei suoi insegnamenti cristiani e cattolici. 
    Martin Messner ha deciso di mettersi in gioco pubblicando il suo nome e la sua foto per dare la dimostrazione che nessuno deve avere paura e che uscire dai Testimoni di Geova ed iniziare una nuova e serena vita è possibile. Ma il suo – ci ha spiegato – non è coraggio, ma solo la consapevolezza che aiutare gli altri a raggiungere i propri sogni sia uno dei doveri di tutti noi e della nostra società.
    Chi volesse parlare con Martin Messner può inviare un’email a redazione@lavocedeltrentino.it  – verrà contattato via posta elettronica dallo stesso Martin in modo discreto rispettando l’eventuale volontà di anonimato.
    http://lavocedeltrentino.it/index.php/oggi-in-primo-piano/26517-testimoni-di-geova-fuga-dall-incubo-la-drammatica-storia-di-martin
  • I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati

    I testimoni di Geova e i casi di pedofilia non denunciati

    Casi insabbiati ed espulsioni per chi non si allinea. Le inchieste in Australia e Stati Uniti e Gran Bretagna sollevano dubbi in Italia

     di ANTONIO CASTALDO

    «Sono un testimone di Geova battezzato da molti anni». Comincia così la lettera inviata da Raffaele Di Martino ai vertici della sua organizzazione religiosa. Una richiesta di informazioni, e al contempo un modo per prendere le distanze. Il segno di una inquietitudine che accomuna il camionista 34enne di Ancona a molti altri «fratelli» in tutto il mondo dopo l’esplosione di un caso internazionale legato a episodi di pedofilia non denunciati. In Australia, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e a cascata in molti altri Paesi del mondo, sono spuntate storie di bambini abusati e di mancate denunce, se non proprio di vicende taciute alle autorità giudiziarie. La questione è finita nelle aule dei tribunali. Ed è rimbalzata su forum, blog, profili Facebook di migliaia di fedeli che hanno cominciato a chiedersi se la naturale attitudine alla riservatezza di chi professa il credo di Charles Taze Russel non sia in passato degenerata nella sistematica copertura di pedofili e predatori sessuali.

    La lettera alla Betel per prendere le distanza

    Anche la famiglia Di Martino si è posta gli stessi dubbi e li ha messi nero su bianco nella lettera spedita alla Betel, l’equivalente del Vaticano per i quasi 248mila battezzati nel nome di Geova in Italia. «Chiedevamo la cancellazione dei nostri dati dagli archivi della congregazione – spiega Raffaele – perché vogliamo prendere le distanze, pur restando fedeli a questa religione che per noi è tutto. Per tutta risposta ci hanno convocato per un comitato giudiziario, il nostro tribunale interno. Noi abbiamo spiegato che avremmo risposto solo a comunicazioni scritte e loro, gli anziani, ci sono venuti a trovare una seconda volta a distanza di due giorni per comunicarci che non eravamo più testimoni di Geova. Cacciati via e cancellati dal ricordo e dalla frequentazione di tutti gli altri fratelli. Ai loro occhi non esistiamo più». È l’ostracismo, la procedura che vieta ai fedeli qualsiasi rapporto con chi è stato «scomunicato». Una punizione che equivale alla «morte sociale» di individui nati e cresciuti all’interno di comunità che scoraggiano qualsiasi contatto esterno. Improvvisamente si ritrovano gettati nel «mondo degli infedeli», invisi ad amici e parenti, madri, padri, figli e fratelli, rimasti all’interno con l’obbligo di chiudere la porta in faccia a chi è uscito dal gregge. Un destino di solitudine e sofferenza per chi è stato educato a vivere sempre e soltanto all’interno dell’organizzazione. Per loro, per i «disassociati», sono nate alcune associazioni, come la Quo Vadis, dello stesso Rocco Politi, e l’associazione Vittime della Torre di Guardia di Francesco Sarais, che offrono assistenza psicologica e legale.

    L’inchiesta australiana

    «Da alcune settimane — scriveva lo scorso novembre Di Raffaele — sto seguendo con molta attenzione le vicende giudiziarie che coinvolgono la Watchtower australiana». Dall’altra parte del mondo, infatti, una commissione d’inchiesta ha individuato 1006 casi nel corso degli ultimi 70 anni non segnalati alla magistratura. Nel corso della deposizione davanti alla Commissione Reale sulla pedofilia, istituita a Sidney la scorsa estate, Geoffrey Jackson, membro del corpo direttivo della Watchtower, uno dei 7 «papi» dei testimoni di Geova, ha ammesso che le procedure adottate fino ad allora si erano rivelate inadeguate: «Altrimenti – ha spiegato – non le avremmo modificate». Negli ultimi anni il libro degli Anziani, il testo di riferimento per chi guida le comunità di fedeli sul territorio, è stato progressivamente emendato. Fino al 2010 i testimoni di Giustizia non potevano ritenersi a tutti gli effetti «liberi di denunciare» abusi sui minori. Fino a quella data, era necessario avere almeno due testimoni per ritenere veritiero un fatto penalmente rilevante. «Ma nei casi di violenza sessuale come si fa ad avere due testimoni? Se non c’è confessione del colpevole, l’unico testimone è la vittima. E da sola non basta», spiega Rocco Politi, fino al 2001 anziano a Modena e anche sostituto sorvegliante. «Nel corso della mia esperienza  — aggiunge Politi, oggi commentatore per Radio Maria — ho trattato almeno dieci comitati giudiziari che avevano per tema casi di molestie su minori. In nessun caso abbiamo riferito all’autorità giudiziaria».

    La regola dei due testimoni

    Come ogni dettaglio della vita spirituale (e non) dei testimoni di Geova, anche la regola dei due testimoni è mutuata da una minuziosa lettura della Bibbia. In questo caso si tratta di alcuni versetti del Deuteronomio: «Nessun testimone singolo deve levarsi contro un uomo rispetto a qualunque errore o a qualunque peccato, nel caso di qualunque peccato che egli commetta. La questione dev’essere stabilita per bocca di due testimoni o per bocca di tre testimoni». La regola nel 2010 è stata modificata, i fedeli sono liberi di denunciare e gli anziani sono invitati a non interferire con la scelta delle famiglie. Questo almeno è il dettato del libro degli anziani, un «codice» per chi guida le comunità. Per entrare più nel dettaglio delle procedure adottate in casi come questi, bisogna consultare però le lettere agli anziani, circolari aggiornate periodicamente che costituiscono una sorta di manuale pratico. In una lettera del 2012 si legge chiaramente: «Se gli anziani vengono a sapere di un’accusa su abusi su minori, dovrebbero chiamare immediatamente il Reparto Servizio», ovvero la Betel, la sede centrale della congregazione a Roma. E allo stesso modo, in altre lettere viene più volte rimarcata la centralità dei responsabili romani su ogni delicata questione legale. Lo scorso 18 febbraio, «Le Iene» hanno raccontato la vicenda di Riccardo Maggi. Venuto a conoscenza di un presunto abuso sessuale ai danni di un bambino di 9 anni, ha cercato di convincere gli altri anziani della congregazione a presentare denuncia. Dinanzi al loro rifiuto, ha deciso di denunciare da solo il fatto ai carabinieri che hanno avviato le indagini. E inoltre ha avvisato anche le altre famiglie della comunità dei rischi legati alla presenza tra di loro di un presunto pedofilo. Per tutta risposta, gli anziani lo hanno disassociato. Condannandolo alla «morte sociale» che spetta agli scomunicati di Geova.

    La replica dei testimoni di Geova

    A una richiesta di intervista di CorriereTv, l’ufficio informazione pubblica della Betel ha risposto con una lettera: «I testimoni di Geova ripudiano la pedofilia e gli abusi all’infanzia, reati perpetrati purtroppo a tutti i livelli della società. Per noi la salvaguardia dei bambini è di importanza capitale. Da decenni sia le nostre riviste sia il nostro sito web pubblicano articoli rivolti tanto ai testimoni di Geova che al pubblico in generale che trattano come proteggere i bambini dagli abusi», si legge nel comunicato, che spiega poi le modalità con cui i bambini partecipano alle attività: «Non sono mai separati dai genitori». Riguardo poi al nodo fondamentale del rapporto con l’autorità giudiziaria in caso di molestie, il testo specifica: «La vittima o i relativi genitori hanno il sacrosanto diritto di denunciare i casi di abuso alle autorità competenti. Gli anziani di congregazione non celano alle autorità chi compie abusi o eventuali pedofili, né cercano in alcun modo di evitare a costoro le conseguenze delle loro azioni. Chi si macchia del peccato di abuso all’infanzia è passibile di espulsione dalla congregazione e, se ha una posizione di responsabilità, decade dall’incarico». Riguardo all’inchiesta australiana, i vertici dei Testimoni di Geova italiani rimandano alla memoria difensiva presentata nel corso del procedimento, in cui si ribadisce che «i testimoni di Geova non perdonano né coprono» gli abusi su minori, ed anzi sono stati parte attiva «nelle indagini e nella documentazione» di casi di questo tipo. Per gli avvocati della Watchtower, inoltre, casi reali di molestie non sarebbero 1006, ma molti di meno. E in almeno 200 circostanze riguarderebbero fatti commessi da persone prima del loro battesimo. Infine, per quanto riguarda le accuse di Riccardo Maggi, i funzionari della Betel italiana aggiungono: «Aspettiamo di conoscere l’esito delle indagini avviate».

    La precisazione

    A distanza di tre giorni dalla pubblicazione del servizio, dall’Ufficio Informazione Pubblica dei Testimoni di Geova è arrivata una cortese richiesta di precisazione. Dopo aver ribadito quanto già enunciato e riportato nel testo dell’articolo, ovvero che i Testimoni di Geova ripudiano la pedofilia, la Congregazione centrale puntualizza che «rispondiamo a tutte le richieste di accesso ai dati personali nel pieno rispetto della normativa vigente e nei termini prescritti dalla legge. Mai nessun testimone di Geova è stato espulso per il motivo di aver richiesto l’accesso ai propri dati personali, richiesta che, si ribadisce, è pienamente legittima».

    http://www.corriere.it/video-articoli/2016/05/11/i-testimoni-geova-casi-pedofilia-non-denunciati/919c8e32-1794-11e6-aaf6-1f69bf4270d2.shtml

  • “Giulia e il lupo”. Il primo racconto italiano di un caso di abuso sessuale nella Chiesa

    “Giulia e il lupo”. Il primo racconto italiano di un caso di abuso sessuale nella Chiesa

    MILANO-ADISTA. Giulia ha 14 anni quando il “Lupo” le mette le mani addosso per la prima volta. Succede durante una vacanza estiva con l’oratorio. Già, perché il “Lupo” non è uno qualsiasi, ma uno dei preti della parrocchia dove trascorre ogni pomeriggio. Quel giorno al campeggio ha un lieve malore, il “Lupo” – di 30 anni più vecchio di lei – l’ausculta con lo stetoscopio e poi, mentre è sdraiata e ancora un po’ intontita, l’accarezza per un attimo. All’inizio sembrerà un episodio isolato e circoscritto, forse solo un sogno – «pochi istanti dopo, non ero più neppure certa che fosse successo davvero» –, e invece sarà il primo capitolo di una storia di abusi sessuali che si protrarrà per molto tempo e che solo oggi, a distanza di 35 anni, Giulia ha trovato il coraggio di raccontare e di consegnare alla memoria collettiva con il libro Giulia e il Lupo. Storia di un abuso sessuale nella Chiesa (l’Ancora, pp. 136, euro 14,50; il libro può essere acquistato anche presso Adista, scrivendo ad abbonamenti@adista.it; telefonando allo 06/6868692; o attraverso il nostro sito internet, www.adista.it).

    Il volume, curato dalla scrittrice e giornalista delle testate diocesane di Milano Luisa Bove (che ha raccolto la testimonianza di Giulia), ha ricevuto un palese imprimatur da parte ecclesiastica: non solo è stato pubblicato dalla casa editrice l’Ancora, legata alla Congregazione dei religiosi pavoniani, ma si avvale della prefazione di p. Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori – istituita da papa Francesco per far luce sugli scandali sessuali e la pedofilia dentro alla Chiesa – nonché di un breve saggio di Anna Deodato, ausiliaria diocesana in servizio presso il Centro per l’accompagnamento vocazionale di Milano.

    Si tratta del primo racconto di un caso italiano, e la lettura, come scrive p. Zollner, mette a dura prova. Il libro ci getta infatti sin da subito nel crudo racconto della sofferenza vissuta da Giulia: «Prima – scrive Anna Deodato – nel buio dell’impossibilità di liberarsi dal prete pedofilo che la manipolava e la teneva legata a sé, poi nel buio della vergogna e di una colpa che le impediva di riconoscersi vittima di un abuso».

    Il “Lupo” – dal nome usato da Bergoglio nei suoi discorsi contro i preti pedofili (il libro non svela l’identità del sacerdote, nel frattempo deceduto) – abusa di Giulia approfittando del rapporto di fiducia instaurato nel tempo. «Cosa stava succedendo? Non lo sapevo neppure io», racconta Giulia. «Lui era sempre la mia guida spirituale, il mio confessore. Doveva sapere. Dovevo fidarmi. E poi forse mi piaceva quello che faceva. Provavo anche paura. Non so. Ero sconvolta. In ogni caso doveva essere un privilegio, perché senz’altro non lo faceva con le mie amiche».

    Dopo sette anni di abusi la «storia con il don» finisce. «Non ricordo con precisione come è arrivata questa fine, conservo ancora la data dell’ultimo incontro con lui, un appuntamento in tarda serata. L’ultima volta. Forse poi ho raccolto le poche forze che mi restavano e non ci sono più andata. Lui non mi ha più cercata, forse non gli servivo più. I giocattoli, dopo un po’, quando ci si stanca si buttano via».

    Giulia finisce l’università ed entra in Noviziato: «Mi sembrava davvero di aver trovato “casa”: più approfondivo quella spiritualità e più la sentivo mia». Pronuncia i voti e inizia a fare “carriera”. Poi qualcosa comincia a non funzionare, «come se qualcuno si fosse divertito a seminare zizzania a piene mani». Giulia non ne può più e pensa di mollare tutto: comunità e lavoro. «Ma sapevo che non aveva senso, che sarebbe stata solo una reazione istintiva di cui mi sarei presto pentita»: «Per evitare di farmi divorare dalla rabbia e per ritrovare un po’ di serenità ho deciso di farmi aiutare». «Ho scoperto che c’era una persona in grado di aiutare preti e religiose in difficoltà». È l’incontro con questa persona, Martina, a determinare la svolta. È grazie a lei infatti che Giulia comprende la gravità dell’accaduto e muove i primi passi del suo percorso di rinascita.

    «Arrivare all’ultima pagina è un esercizio quasi fisicamente doloroso, e certamente una sfida psicologica e spirituale enorme», scrive p. Zollner nella prefazione. «È però necessario – e infine anche salutare – affrontare questa difficile prova: necessario perché siamo chiamati ad assumerci la nostra responsabilità, a fare giustizia per coloro che hanno sofferto tanta ingiustizia e che sono stati feriti terribilmente; salutare perché guardare in faccia i nostri peccati e le nostre mancanze – nel commettere abusi e nel non fare tutto il possibile per evitarli – è doloroso ma ci apre anche gli occhi sulla nostra vera condizione umana e spirituale».

    Giulia purtroppo non è la sola ad avere sulle spalle questo vissuto. «Altre donne, consacrate come lei, sono state sessualmente abusate da preti e consacrati», scrive Anna Deodato. «Abusi subiti da piccole o all’inizio della prima giovinezza oppure prima della scelta di consacrazione, ma per tante anche dopo, a volte addirittura all’interno delle loro stesse comunità, dai preti che le accompagnavano, da coloro che rivestivano funzioni di superiori». E accade qui vicino a noi, non solo in terre lontane.

    Per Giulia non è stato facile decidere di uscire allo scoperto ma alla fine, spiega nella premessa, si è convinta e ha voluto mettere in fila le motivazioni così come le sono venute: «L’ho fatto per me: perché raccontare mi aiuta, mi costringe a ricordare e soprattutto a esprimere, buttare fuori, pronunciare, riordinare fatti, pensieri, sentimenti, emozioni…»; «per altre donne: ferite come me, che non riescono a dire o non sanno con chi parlare o da dove cominciare»; «per la Chiesa istituzione e per tutti i preti: perché chi governa e i sacerdoti sappiano che certe cose accadono anche in Italia, a Milano; bisogna solo avere il coraggio di dirlo e l’onestà di ascoltare». «Ora spero che siano in tanti a leggere questo libro e a lasciarsi provocare, interrogare. Ma soprattutto spero che queste pagine – sofferte e drammaticamente vere – possano incoraggiare altre donne, vittime di abuso come me, a farsi aiutare e a uscire dall’ombra, anche se il cammino sarà lungo e doloroso. È il prezzo della libertà e del riscatto, ma ne vale la pena».

    http://www.adista.it/articolo/56323