Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Mappa italiana dei preti molestatori, altri 30 casi

    Mappa italiana dei preti molestatori, altri 30 casi

    Poche settimane fa avevamo pubblicato il primo rilascio della mappa degli abusi sessuali commessi in Italia da membri del clero nei confronti di minorenni e adolescenti. La mappa contava 117 sacerdoti condannati in via definitiva e circa 60 attualmente sotto indagine o resi irreperibili a seguito delle denunce.

    Avevamo ancora una riserva di circa 60 nominativi dei quali però non riuscivamo a trovare alcun riscontro, almeno sul web. Avevamo quindi pensato di chiedere alle vittime sparse sul territorio italiano di attivarsi e controllare nelle rispettive zone, presso gli archivi delle Regioni e dei giornali, pezze giustificative che permettessero di ricostruire i casi mancanti.

    Grazie al lavoro delle vittime e di alcuni giornalisti che si sono cortesemente attivati, siamo riusciti ad implementare altri 30 nominativi circa, dei 60 ce avevamo in archivio.

    Oggi la mappa aggiornata conta 223 casi di cui 127 con condanne in via definitiva e 93 indagati o resi irreperibili dopo le denunce. Si aggiunge anche una nostra vecchia conoscenza di cui ci eravamo dimenticati, padre James Tully, sacerdote accusato di molestie negli Stati Uniti e nascosto dalla chiesa a Vicenza.

    Francesco Zanardi

    Portavoce Rete L’ABUSO

  • Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    È morto Giorgio Mazzoccato, ex parrocco di Arpi Nova e Castelluccio dei Sauri condannato a 6 anni e mezzo per molestie sessuali (il pm chiese 7 anni, ndr) nei confronti di alcuni ragazzini che all’epoca dei fatti (tra il 1989 e il 1996) avevano dai 7 ai 12 anni. Mazzoccato scontò la condanna in un convento di Deliceto. Domani pomeriggio, 22 marzo 2016, si terranno i funerali nella Cattedrale di Foggia. Negli ultimi mesi la Chiesa ha aperto spiragli interessanti riguardo alle questioni legate allapedofilia.

    Lo dimostra il funerale di Jozef Wesolowski, morto ad agosto 2015, mentre era ancora in corso un processo contro di lui per presunti abusi su minorenni e pedopornografia. Il funerale è avvenuto nella cappella del Governatorato vaticano, con rituale laico, senza omelia ma con un lungo momento di silenzio durato una decina di minuti. Un segno di rispetto per le vittime innocenti. La salma di Wesolowski ha poi lasciato il Vaticano per fare ritorno a Cracovia, città d’origine dell’ex vescovo. “Preghiamo per il nostro fratello Jozef, perché il Signore lo liberi dalle tenebre”, si era limitato a dire il celebrante, monsignor Krajewsi, elemosiniere diPapa Francesco. Ma, come detto, nessuna omelia, solo un silenzio imbarazzato. Che la Chiesa stia tentando un nuovo approccio al tema ce lo conferma anche un sacerdote: “Il funerale non va mai negato, ma serve rispetto verso le vittime”. Discorso simile per i suicidi: “La psicologia ci viene incontro. Nessuno può sapere cosa c’era nella mente di quella persona poco prima di togliersi la vita e i parroci non dovrebbero rifiutarsi di celebrare un funerale a chi decide di farla finita”.

    Cosa combinò Mazzoccato: i fatti

    Mazzoccato, in una recente mappa sui preti pedofili tracciata in Italia, risulta essere uno dei tre sacerdoti condannati in provincia di Foggia. Con lui ci sono don Nicolangelo Rossi (Foggia) e don Manfredi Salvatore (Siponto, Manfredonia), entrambi condannati a circa due anni di reclusione con sentenza definitiva. Il caso più grave, però, è proprio quello con protagonista don Mazzoccato, deceduto nelle ultime ore.

    A tre settimane dall’omicidio di Nadia Roccia, a fine anni ’90 Castelluccio dei Sauri tornò sotto i riflettori per le molestie in confessionale avvenute tra il 1989 e il 1996 ad Arpi Nova. Il parroco disse “facciamo in fretta che ho da celebrare messa”, quando vide la funzionaria e l’ispettrice di polizia davanti alla sua abitazione. Pensò che volessero fargli ancora domande su Nadia e sulle due amiche che la uccisero (Annamaria Botticelli e Mariena Sica), notizia della quale preferiva non parlare, tanto da non concedere nemmeno un’omelia al funerale. Davano fastidio quelle due poliziotte a don Giorgio Mazzoccato, parroco dai lunghi capelli grigi che gli scendevano sulle spalle, l’anello al mignolo e la fiammante moto con la quale si faceva notare in giro.

    Ma le due agenti erano lì per un’altra inchiesta: violenza sessuale su bambini. Il parroco era accusato di aver abusato di una decina di ragazzini che andavano da lui in chiesa, che si inginocchiavano nel confessionale o lo seguivano in sagrestia, o magari andavano entusiasti alle gite che il prete organizzava spesso, come pure le partite di pallone. Al momento dell’arresto si rivolse a uno dei tre ragazzi albanesi che ospitava in casa e si raccomandò: “Ricordati di dar da mangiare alle papere. E non dimenticarti di innaffiare l’orto”. Poi alle agenti disse: “Andiamo pure”:

    Quel giorno fu accompagnato in questura, poi lo portarono in carcere. I fatti avvennero ad Arpinova, borgata vicino Foggia, dove lui fu parroco fino al ’96. Gli inquirenti iniziarono ad indagare quando da una procura della Lombardia, dove era in corso un’ampia indagine su violenze ai danni di minorenni, fu inviato un fascicolo dedicato al sacerdote. Il suo nome era venuto fuori lì. La polizia lavorò senza partire da una denuncia, ma poi di ragazzini che riferirono dei loro rapporti con don Giorgio ne sono venuti fuori dieci, e la testimonianza di ognuno sarebbe andata ad incastrarsi perfettamente con quelle degli altri, fino a mettere insieme un quadro di accuse che gli investigatori definirono molto solido. Il prete approfittò spesso dei bambini che frequentavano la parrocchia di Arpinova. In confessionale li avrebbe spinti a parlare di masturbazione o comunque di sesso, e poi ne avrebbe abusato: in sagrestia, nella sua casa, una volta anche senza uscire dal confessionale.

    “E’ un avvenimento doloroso che turba la nostra comunità cristiana, ma siamo sempre fiduciosi nell’operato della magistratura”. Così parlò l’allora arcivescovo di Foggia e Bovino, monsignor Giuseppe Casale. “Siamo tutti profondamente addolorati. È un sacerdote che ha sempre svolto il suo ministero con zelo e carità, in modo che definirei ineccepibile”.

    Ai giornali dell’epoca, una donna che preferì non rivelare il suo nome, disse che la casa di Mazzoccato eraun viavai di bambini della parrocchia che andavano lì a giocare perchè c’erano flipper e biliardini. Ma quando il tempo era bello, sacerdote e bambini andavano in campagna, per il ritiro spirituale. Un’abitudine che il parroco aveva anche ad Arpinova, dove sarebbero avvenute le violenze sessuali.

    La condanna

    Nel gennaio del 2000 don Giorgio Mazzocato (classe ’37), originario della provincia di Treviso ed ex-parroco di Castelluccio dei Sauri, venne condannato a sei anni e mezzo di reclusione per molestie sessuali nei confronti di alcuni minorenni di sesso maschile che all’epoca dei fatti avevano dai 7 ai 12 anni. Scontò interamente la sua pena in un convento di Deliceto, fino al 2007. Nel sito web della diocesi Foggia-Bovino risulta tuttora incaricato nella Casa del Clero di via De Prospero a Foggia.

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

  • Vicenza, prete accusato di abusi «La Curia risarcisca le vittime»

    Vicenza, prete accusato di abusi «La Curia risarcisca le vittime»

    La decisione del tribunale scatterà in caso di condanna definitiva di un sacerdote che avrebbe molestato due ragazze. «Vale il legame tra dipendente e datore di lavoro»

    di Claudio Del Frate

    Se un prete commette abusi sessuali a rispondere del risarcimento del danno a favore della vittima deve essere anche la diocesi a cui il religioso appartiene: il principio è contenuto in un provvedimento adottato dal tribunale di Vicenza che sta esaminando un caso di violenza sessuale secondo l’accusa commesso da un sacerdote ai danni di due ragazze minorenni. I giudici non hanno ancora condannato la Curia a pagare un indennizzo: la sanzione scatterà invece se l’imputato verrà condannato. Le motivazioni su cui i magistrati hanno fondato la loro decisione non sono ancora note , verranno depositate solo tra qualche giorno. Ma nel frattempo è stato stabilito un precedente importante.

    Chiesti 100mila euro

    Il processo all’interno del quale è scaturita la decisione riguarda un sacerdote di 81 anni, don Gianni Baccega, all’epoca dei fatti in servizio a Sant’Antonio del Pasubio, nel Vicentino. Don Gianni era stato denunciato nel 2013 dai genitori , suoi amici di famiglia, di due ragazze di 13 e 15 anni che avevano raccontato di essere state oggetto di qualche carezza un po’ troppo audace da parte del sacerdote; i fatti si sarebbero svolti tra il 2007 e il 2008, prima della denuncia ai carabinieri le giovani si erano rivolte anche ai servizi sociali. Don Gianni ha affrontato il processo proclamandosi innocente. Al processo, ancora lontano dalla sentenza, la famiglia delle ragazze si è costituita parte civile, chiedendo a don Baccega un risarcimento del danno pari a 100mila euro. L’imputato difficilmente dispone di quella somma ed ecco dunque che la richiesta è stata estesa dagli avvocati anche alla diocesi di Vicenza.

    «Lo dice il codice civile»

    All’ultima udienza del processo quella richiesta è stata accolta dal tribunale, dunque in caso di condanna anche i beni della Curia potranno servire a pagare la somma. In attesa che il collegio depositi le motivazioni della decisione, per capire quale sia la logica che ha guidato la decisione possono fare testo gli argomento illustrati in udienza dai difensori delle parti lese, gli avvocati Antonella Bonazzo, Michele Spina e Giovanni Bogoni. «Ci siamo richiamati all’articolo del codice civile — spiega l’avvocato Bonazzo — che in fatto di responsabilità lega il dipendente e il datore di lavoro: anche quest’ultimo deve rispondere del comportamento del primo. Noi riteniamo che la logica vada applicata anche al vescovo e ai suoi sacerdoti, nei casi di abusi sessuali». Insomma, la diocesi dovrebbe esercitare una qualche forma di controllo sui suoi ministri del culto, per evitare denunce. «Non conosciamo la situazione economica dell’imputato — prosegue l’avvocato — ma vogliamo sia stabilito un principio di diritto».

    Negli Usa è la norma

    In Italia le gerarchie ecclesiastiche non sono mai state chiamate a rispondere direttamente dei reati commessi dai preti, principio che invece è già consolidato in altri paesi ad esempio negli Stati Uniti dove i caso di pedofilia nel mondo della Chiesa hanno fatto esplodere un vasto scandalo. Secondo un rapporto presentato nel 2014 dal Vaticano i casi accertati di abusi su minori commessi da sacerdoti sono 3.420, commessi a partire dagli anni ‘50. Solo in anni molto recenti, però, la Chiesa ha preso provvedimenti decisi per reprimere il fenomeno. Nei suoi anni di pontificato, papa Benedetto XVI aveva sospeso 384 sacerdoti.

    http://www.corriere.it/cronache/16_marzo_15/vicenza-prete-accusato-abusi-la-curia-risarcisca-vittime-28d6cffa-eac3-11e5-bfc8-b05a661f1950.shtml

  • Pedofilia, cardinale Barbarin sotto accusa in Francia. Valls: “Si assuma responsabilità”

    Pedofilia, cardinale Barbarin sotto accusa in Francia. Valls: “Si assuma responsabilità”

    L’arcivescovo di Lione è accusato di aver coperto sacerdoti responsabili di molestie sui bambini. Lui si difende: “Mai nascosto casi”. I vescovi transalpini: “Prioritario fare verità”

    di ANDREA GUALTIERI

    IN Italia avevano imparato a conoscerlo ai tempi del conclave che ha eletto Bergoglio: Philippe Barbarin arrivava alle riunioni plenarie in sella alla sua bici,anche quando pioveva. Ora però, a tre anni di distanza, il cardinale francese arcivescovo di Lione si trova sotto ad un diluvio di polemiche. Su di lui è infatti piombata l’accusa di aver coperto due sacerdoti pedofili: il primo, padre Bernard Preynat, è accusato da un gruppo di ex scout; l’altro, padre Jérome Billioud, è accusato da un uomo da parte del quale è stata sporta ora una denuncia proprio contro Barbarin.

    Entrambi i casi, in realtà, sono avvenuti quando l’attuale cardinale non era alla guida della diocesi. Quello che viene contestato al presule, però, è di non aver rimosso i responsabili delle molestie sui bambini. L’uomo che accusa Billioud, in particolare, dopo anni di silenzio, aveva sporto denuncia a carico del prete pedofilo: era il 2009 e il reato era ormai prescritto, per cui il caso era stato archiviato. In quell’occasione però la vittima aveva incontrato Barbarin, che gli avrebbe detto di conoscere la vicenda e di sapere che il sacerdote aveva già subito una condanna per esibizionismo. Barbarin, racconta Pierre, si era “scusato a nome del prete”, ma non aveva preso nessun altra iniziativa “per proteggere i bambini, lo ha lasciato allo stesso posto”. Per questo, l’uomo ha deciso di denunciare il prelat e ha ottenuto l’apertura di un’indagine preliminare a suo carico.

    L’altra denuncia nei confronti del cardinale, quella relativa al caso di Preynat, arriva da un’associazione di vittime degli abusi che lo accusa di essere stato a conoscenza del fatto che il prete aveva abusato sessualmente di alcuni giovani tra il 1986 e il 1991 e di aver taciuto. Preynat, incriminato a gennaio, ha nel frattempo ammesso molte delle vicende che lo riguardano. Barbarin, invece, si difende in modo deciso: “Non ho mai nascosto alcun caso di pedofilia”. Il porporato, tramite una nota della diocesi, afferma che “pur comprendendo il dolore di ogni persona vittima di atti tanto più inammissibili in quanto commessi da un sacerdote” non può “non manifestare sua profonda incomprensione di fronte a questa denuncia”. La curia aggiunge che “è evidente che in nessun caso lui ha messo in pericolo la vita di altri né incoraggiato qualcuno a suicidarsi” e “chiede solennemente che si lasci la giustizia indagare con serenità”.

    Le pressioni però sono altissime, tanto che il premier francese Manuel Valls ha inviato il presule ad “assumersi le sue responsabilità”, “Parli e agisca”, ha detto l’esponente di governo che, a chi gli chiedeva se Barbarin debba dimettersi, ha risposto: “È una sua responsabilità, ma deve anche comprendere il dolore. Non mi aspetto parole, ma fatti”. Attacchi davanti ai quali il cardinale ha reagito affermando: “Consiglierei a Manuel Valls di moderare le sue affermazioni. Ma non ha altro da fare che pronunciarsi su un dossier che non conosce, visto che i magistrati non comunicano gli elementi della procedura? Sono stupefatto”.

    Uno scontro che sta creando imbarazzo anche nella Conferenza episcopale francese, riunita proprio in questi giorni: “Voglio dire, a nome di tutti, che i vescovi di Francia hanno una volontà: dire la verità alle vittime. È questa la priorità che deve guidare tutte le nostre azioni di fronte a queste vicende così dolorose”, ha detto monsignor Georges Pontier, presidente dei vescovi transalpini. E un commento è arrivato anche dalla Santa Sede, tramite il portavoce padre Federico Lombardi, che alla Radio Vaticana d’Oltralpe ha sottolineato: “Un tribunale francese ha recentemente aperto un’indagine, è opportuno attendere i risultati”. Nei giorni scorsi il Vaticano era stato scosso da un altro filone d’indagine sulla copertura della pedofilia, quello relativo al cardinale australiano George Pell. Appena ieri, invece, la Conferenza episcopale italiana ha inaugurato la riunione del consiglio permanente che ha all’ordine del giorno la riforma del clero e della sua formazione, perché, ha detto Bagnasco, “alla luce di alcune recenti circostanze ogni volta che si accerta un caso di pedofilia si rinnova in noi il dolore e la vicinanza alle vittime e ai familiari”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2016/03/15/news/pedofilia_bufera_in_francia_sul_cardinale_barbarin_valls_si_assuma_responsabilita_-135554021/

  • Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

    Santa Sede e abusi sessuali, progressi e ostacoli nell’azione di pulizia

    Diverse e importanti le norme emanate dagli ultimi due Pontefici per fermare il fenomeno pedofilia. Il problema della denuncia dei responsabili alle autorità civili, le resistenze interne, il timore per il «buon nome della Chiesa». Le indicazioni chiare di Ratzinger e Bergoglio.

    FRANCESCO PELOSO – CITTÀ DEL VATICANO

    Lo scandalo degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa è tornato d’attualità negli ultimi mesi. Nuovi casi di certo sono venuti alla luce in varie parti del mondo; poi c’è stata la testimonianza del cardinal George Pell, «ministro delle finanze vaticano», davanti alla Royal commission australiana, per eventuali responsabilità nell’aver coperto episodi del passato. Si tratta di elementi diversi che hanno contribuito a riportare l’attenzione sul tema. Ma naturalmente anche la pellicola «Spotlight», vincitrice dell’oscar come miglior film, ha dato il suo contributo. Il film racconta l’inchiesta del Boston Globe sulla piaga pedofilia nella diocesi americana, da quel «big bang» che scosse l’opinione pubblica, presero il via migliaia di denunce in tutti gli Stati Uniti, la vicenda portò inoltre alle dimissioni del cardinale Bernard Law, all’epoca arcivescovo di Boston. Casi di pedofilia da parte del clero, del resto, sono emersi in temi recenti – a livello giudiziario – anche in Italia.

    E inevitabilmente l’attenzione è tornata su un tema specifico: ovvero su quali provvedimenti sono stati presi dalla Santa Sede per contrastare il fenomeno e in modo specifico quella strategia del cover up, cioè dell’insabbiamento o della copertura dei sacerdoti responsabili, che tanto discredito ha gettato sulla Chiesa provocando la delusione e l’allontanamento di moltissimi fedeli. In tal senso è stato giustamente ripetuto che sia Benedetto XVI, sia Francesco, hanno dato indicazioni inequivocabili alle chiese locali, ai vescovi e alle strutture vaticane, per porre fine a scelte di anteporre la tutela dell’istituzione rispetto alle salvaguardia dei minori in generale e delle vittime in particolare.

    Il problema della denuncia  

    Diversi sono stati gli interventi dei pontefici in questo campo; fra quelli più significativi ci fu la lettera inviata nel 2011 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a tutte le conferenze episcopali del mondo, per aiutarle a preparare le linee guida anti-pedofilia (nel 2010 erano state aggiornate le norme sui gravioribus delictis). È qui che si riscontra il principio della collaborazione con le autorità civili, cioè quell’elemento che doveva scardinare appunto la politica della segretezza e delle coperture. «L’abuso sessuale di minori – si legge nel testo – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile». «Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi – si afferma ancora – tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    Da questo testo sono scaturite due linee interpretative: una in base alla quale se nell’ordinamento di un paese non è previsto obbligo di denuncia per il vescovo – è il caso dell’Italia, per esempio – questo non deve essere contemperato nelle linee guida di quella nazione. Un’altra lettura afferma invece che, più semplicemente, laddove il reato di abuso contro il minore è codificato, questo va comunicato alle autorità civili pur tenendo conto dei diritti dell’accusato. La lettera poi introduce diversi altri aspetti importanti nella gestione del fenomeno, fra cui una generale priorità data alle vittime come indicazione concreta e anche culturale. Vale infine la pena ricordare, sul punto specifico del rapporto con la magistratura, che di recente il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha parlato di «obbligo morale e civile» nella denuncia di episodi di abusi su minori.

    Tribunali e vittime  

    Da rilevare ancora che Benedetto XVI ha dato un altro esempio concreto incontrando varie volte le vittime degli abusi, cioè ha mostrato pubblicamente come ci si doveva comportare verso quanti erano stati colpiti. Francesco, da parte sua, ha celebrato a Santa Marta una Messa con un gruppo di vittime (2014); nell’omelia dice molte cose, ma qui interessa sottolineare un passaggio: «Chiedo perdono – affermò nella circostanza il Papa – anche per i peccati di omissione da parte dei capi della Chiesa che non hanno risposto in maniera adeguata alle denunce di abuso presentate da familiari e da coloro che sono stati vittime di abuso. Questo, inoltre, ha recato una sofferenza ulteriore a quanti erano stati abusati e ha messo in pericolo altri minori che si trovavano in situazione di rischio». Il peccato di omissione veniva precisato a dovere, e del resto di recente papa Francesco ha pure osservato che il vescovo responsabile di aver coperto un prete pedofilo dovrebbe dimettersi.

    Ancora un passo indietro: nel 2010 Papa Ratzinger si rivolgeva alla Chiesa irlandese colpita in modo clamoroso dallo scandalo (diverse inchieste governative avevano portato alla luce una realtà di abusi sconcertante e la stessa Santa Sede avviò una serie complessa di indagini), con una lettera dove si analizzava il fenomeno, Benedetto XVI disse fra l’altro: «Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti». E ancora elencando le diverse cause all’origine della tragedia, Ratzinger sottolineava pure: «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona». Insomma il magistero degli ultimi due Pontefici è chiaro e si è avvalso di norme interne e di richiami alla Chiesa universale come a singoli episcopati.

    Nei primi tre anni di pontificato di papa Francesco è stata poi creata la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori sotto la guida del cardinale O’Malley, della quale fanno parte anche alcune vittime; tuttavia di recente, una di questa, Peter Saunders, si è allontanato dall’organismo in questione polemicamente, giudicando ancora insufficiente l’impegno della Santa Sede per fronteggiare il fenomeno.

    Ostacoli alla trasparenza  

    D’altro canto anche dentro la Chiesa e perfino nella Curia romana, ci sono i sostenitori del cambiamento e della trasparenza e chi invece, fra motivazioni burocratiche, legislative o semplicemente perché teme una perdita di status del proprio ruolo, pone ostacoli o intralci all’attuazione di una politica severa in materia.

    Papa Francesco nel giugno scorso aveva annunciato, per esempio, la creazione di una sezione specifica della Congregazione per la Dottrina della Fede per giudicare i vescovi che non avevano dato seguito alle denunce o notizie di abusi commessi da un sacerdote (reato di abuso d’ufficio). L’iniziativa è completamente ferma a causa di ostacoli per lo più burocratici, come spiega un’accurata inchiesta dell’Associated Press. Nel luglio del 2013 inoltre, il Papa aggiornò il codice penale vaticano introducendo una serie di reati relativi alla pedofilia, fra questi venne punita in modo severo ogni forma di sfruttamento del minore a fini sessuali compreso l’utilizzo di materiale pedopornografico in qualsiasi formato, compreso il web e gli archivi digitali. Una fattispecie che sembrava fatta apposta per il caso dell’ex-nunzio polacco di Repubblica Dominicana, Jozef Wesolowski, poi morto per cause naturali lo scorso settembre a ridosso del processo che lo vedeva imputato per questi reati proprio in Vaticano.

    Infine qualche numero sull’entità delle denunce che pervengono in Vaticano. In base a quanto riportato dall’agenzia Ansa dal 2004 al 2013 sono stati novecento i preti ridotti allo stato laicale, mentre le denunce arrivate in Vaticano si aggirano intorno alle 600 l’anno, con punte anche di ottocento casi. Naturalmente da questi dati sono esclusi i procedimenti giudiziari civili aperti nei vari paesi, mentre altre vicende continuano a emergere con risvolti inquietanti come è avvenuto di recente per la diocesi di Oaxaca, in Messico.

    Infine di carattere esorbitante sono le cifre sborsate dalla Chiesa, in particolare quella americana, per i risarcimenti dovuti alle vittime negli ultimi vent’anni.

  • Se a violentare  è un prete,  paga la Diocesi

    Se a violentare è un prete, paga la Diocesi

    Se un sacerdote si macchia di una violenza sessuale, a pagare i danni alle vittime deve pensarci il vescovo. È la decisione – in penale, sarebbe la prima in Italia – presa dal tribunale di Vicenza, che l’altra mattina ha sciolto le riserve ed ha accolto la richiesta degli avvocati di due ragazzine e della loro mamma, che sostengono di essere state molestate sessualmente da un ex parroco. Il collegio presieduto da De Stefano (giudici Garbo e Velo) ha quindi ritenuto che possa essere chiamata al processo come responsabile civile la Diocesi.

    IL CASO. In tribunale a Vicenza, davanti al collegio e al pubblico ministero Floris, è in corso il processo a carico di don Giovanni (per tutti Gianni) Baccega, 81 anni, originario di Fontaniva, che oggi vive a Crespano del Grappa. Secondo l’accusa, fra il 2007 e il 2008 avrebbe allungato morbosamente le mani su due sorelle, di 13 e 15 anni, figlie di un vecchio amico, mentre era amministratore parrocchiale a Sant’Antonio del Pasubio. Don Gianni, assistito dall’avv. (…)

    Leggi l’articolo integrale sul giornale in edicola
    Diego Neri
    http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/vicenza/se-a-violentare-%C3%A8-un-prete-paga-la-diocesi-1.4712680
  • “Denuncerò gli abusi della Chiesa, basta con i silenzi”

    “Denuncerò gli abusi della Chiesa, basta con i silenzi”

    Da 35 anni Erik Zattoni sta lottando per ridare giustizia a sua madre violentata da un prete

    di NICOLA BIANCHI

    Ferrara, 9 marzo 2016 – Da 35 anni Erik Zattoni sta lottando per ridare giustizia a sua madre violentata, all’età di 14 anni, da quel prete (don Pietro Tosi, deceduto nel 2014) che lui mai chiamerà papà. Da quello stupro nacque Erik che tre anni fa trovò il coraggio di denunciare ma che ancora oggi attende giustizia dalla Santa Sede.

    Erik, sono trascorsi due anni e quattro mesi da quando in tv e sui giornali ha avuto la forza di sputare fuori tutto il suo dolore. Oggi cosa è cambiato?

    «Che ho capito ancora di più quanto sia fondamentale denunciare gli abusi commessi da uomini di chiesa. Dopo di me sono usciti altri orrori, altra gente che ha seguito il mio esempio. Certo, non è stato facile ma se non se ne parla, se non si denuncia, questo problema rimarrà sempre nascosto e non si risolverà mai».

    Sua madre nel 1980 venne violentata da don Pietro Tosi. Dopo il recente caos mediatico, ora come sta?

    «Ha sempre preferito non comparire, non rilasciare commenti, interviste ma alla fine era contenta di quanto stavo facendo. Non sono le vittime che si devono vergognare bensì chi ha abusato di loro».

    Sul sito ‘Rete l’abuso’ c’è un video dove lei si rivolge a Papa Francesco chiedendogli schiettamente il perché «aver lasciato morire don Tosi senza ridurlo allo stato laicale». E «che cosa devono fare le vittime oggi per avere giustizia». Ha avuto risposte?

    «No, mai. Io e mia madre abbiamo scritto diverse lettere al Papa ma senza risposta. Anche da parte sua, come i suoi predecessori, tante chiacchiere ma purtroppo ancora i fatti non ci sono. Quando si tratta di agire non si agisce».

    Cosa le è rimasto dentro di tutta questa storia?

    «Tanta amarezza e una mancata giustizia. Don Tosi non si è mai pentito fino in fondo, è morto da prete perché qualcuno glielo ha permesso. Dall’altra parte ho un bellissimo ricordo per la grandissima solidarietà che è arrivata a me e a mia madre da tutta Italia dopo la denuncia».

    E il vescovo Luigi Negri?

    «E’ quello che c’entra meno di tutti. Le colpe non sono sue ma dei collaboratori che erano a Ferrara ancor prima del suo arrivo e di quelli che stanno in Vaticano. Senza dimenticare i vescovi che lo hanno preceduto che sapevano ma non hanno fatto niente».

    Con monsignor Negri ha parlato più volte, giusto?

    «Sì. E’ stato molto sincero, mi ha spiegato ciò che lo aveva lasciato perplesso».

    Dunque non poteva fare nulla?

    «Lui il suo l’ha fatto avvisando il Vaticano nella persona di Papa Francesco. Il vescovo non ha poteri per ridurre un sacerdote allo stato laicale a differenza del capo della chiesa. Da quando ho denunciato pubblicamente i fatti fino alla morte di don Tosi, di tempo ne è trascorso. Tempo per togliergli la veste da prete, invece tutto è rimasto intatto come se nulla fosse accaduto».

    Ha visto il film Spotlight?

    «No, ma lo farò presto. Il caso di Boston lo conoscevo bene. Degli abusi perpetrati dagli uomini di chiesa bisogna parlarne il più possibile, è l’unica soluzione per contrastarli».

    Erik, e adesso?

    «Stiamo valutando un’azione legale contro chi ha coperto questo orrore negli anni, a partire dai vescovi che sono passati da Ferrara. Non è cosa facile ma serve una giustizia perché chi commette questi crimini deve essere allontanato immediatamente dalla chiesa e deve essere punito penalmente come un comune cittadino».

    di NICOLA BIANCHI

    http://www.ilrestodelcarlino.it/ferrara/erik-zattoni-papa-francesco-1.1958400#!kalooga-17143/~Ferrara%20~Boston%5E0.75

  • ALL’INFERNO E RITORNO. HA FONDATO LA RETE ANTIVIOLENZE

    ALL’INFERNO E RITORNO. HA FONDATO LA RETE ANTIVIOLENZE

    Francesco, vittima due volte «Prima il prete e poi la vergogna»

    Francesco Zanardi dal 2009 è l’instancabile portavoce di Rete l’abuso, l’associazione che raccoglie le vittime dei preti pedofili

    di AGNESE PINI

    CI SONO dei particolari che l’inconscio decide di nasconderci, a volte per sempre. «Tutti i bambini abusati sviluppano una qualche forma di rimozione». La sua si era incagliata in un indumento: «Pantaloni di velluto». Un giorno, parlando con un altro ex bambino vittima dello stesso prete pedofilo che aveva abusato di lui per quattro anni, dagli 11 ai 15, sentì queste parole, «pantaloni di velluto», e la ferita si rispaccò in due: «Solo allora rividi la prima volta in cui mi molestò: era stata nel seminterrato della parrocchia. Mi fece salire sulle sue ginocchia. Aveva i pantaloni di velluto».

    FRANCESCO ZANARDI oggi ha 45 anni. Fino a 26 non è mai riuscito a farsi sfiorare, baciare, tenere per mano da nessuno. È stato tossicodipendente, è entrato in comunità, ne è uscito pulito. E alla fine ha deciso di fare qualcosa per gli altri.

    Così dal 2009 è l’instancabile portavoce di Rete l’abuso, l’associazione che raccoglie le vittime dei preti pedofili. «Siamo 500 in tutta Italia. Tanti? In realtà chi è disposto a parlare non arriva ancora al 10%».

    Tra loro: Alessandro, imprenditore di 43 anni, dal 2004 denuncia le violenze – «iniziarono a 11 anni» – subite in seminario a Bergamo. Oppure Salvatore, 49 anni di Novara, o ancora Giada, diociottenne di Campobasso.

    Chi è vittima lo sa: denunciare certe cose è difficilissimo. A volte non ci si riesce mai. «Non è il dolore, è la vergogna a bloccarti. Poi c’è il senso di colpa. Il senso di colpa fa aumentare la vergogna, in un ciclo che non si spezza. Per ultima viene la paura, e quella non ti abbandona mai, anche quando ti sembra di essere di nuovo libero.

    Non si guarisce dalla paura. Ci si convive, non si guarisce». ALESSANDRO, Salvatore, Giada: «Persone che hanno già fatto un percorso, che hanno già scoperto la sofferenza che viene dal non essere creduti, o dall’essere emarginati: quando si denuncia un parroco pedofilo,l’intera comunità si sente accusata. Perciò fa muro, copre. La violenza peggiore è la difficoltà nell’ottenere giustizia».

    È il tratto che differenzia la vittima di un pedofilo laico da quella di un religioso: «Eppure il prete, proprio in quanto prete, ha possibilità di nuocere immensamente più grandi».

    L’UOMO che aveva violentato Zanardi è stato arrestato nel 2012. «Non per quello che aveva fatto a me: quando mi sono deciso a denunciare, il reato era ormai in prescrizione. Ma perché aveva continuato ad abusare di altri bambini, nel Savonese». E alla fine è stato incastrato: ha patteggiato un anno. «La legge italiana non aiuta: ogni volta che viene aperto un procedimento contro un sacerdote la procura è obbligata a informare il vescovo.

    E ancora oggi le nostre istituzioni,laiche e non, sono impreparate ad affrontare il problema, sia per le vittime che per i carnefici. Ma la pedofilia è una devianza che avrebbe bisogno di essere costantemente monitorata. Dalla pedofilia non si guarisce».

    Per questo «trasferire i preti borderline di parrocchia in parrocchia, come accade, è un atto criminale». Che punisce doppiamente le piccole vittime. «La cosa più terribile? Chi è abusato si sente complice, perché i bambini non sanno di essere bambini. Bisogna diventare adulti per capire di essere stati bambini».

    IL GIORNO del 10 marzo 2016

  • PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

    di Federico Tulli

    Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

    L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

    Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

    LEFT del 5 marzo 2016

  • Le Iene raccontano gli abusi sui minori tra i Testimoni di Geova

    Le Iene raccontano gli abusi sui minori tra i Testimoni di Geova

    -Redazione– Rivelazioni inquietanti quelle raccolte dalla trasmissione di Italia 1‘Le Iene’ nell’ultima puntata andata in onda.

    All’interno, un servizio riguardante i Testimoni di Geova con alcune testimonianze choc riguardanti il movimento religioso e racconti di abusi sessuali subiti da alcune vittime quando erano ancora bambini.

    Il regolamento interno del movimento, come dice l’inviato Luigi Pelazza, è molto particolare per quanto riguarda questi casi: “La comunità dei Testimoni di Geova non ammette relazioni degli associati con l’esterno e, per provare la veridicità di fatti gravi come un abuso occorre la testimonianza di due persone. In casi di abusi sessuali su minori gli anziani (i membri più autorevoli della comunità) non sono autorizzati dalle Scritture a intraprendere alcuna azione fino a che non ci sarà una confessione o la testimonianza di due testimoni credibili”.

    Agghiaccianti le storie raccontate dalle vittime: “Una sera mi mandarono a dormire a casa di alcune persone di quella congregazione che noi frequentavamo. Avevo nove anni. Mi hanno mandato al piano di sopra per andare a letto. Quando sono entrata in camera è entrato un anziano. Cominciò a farmi una specie di predica. Dopodiché, mi attiro a sé prendendomi prima il braccio e poi la testa. Mi costrinse a fare quello che un bambino non dovrebbe neanche immaginare, il sesso orale”.

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