Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • Ratzinger “Le verità nascoste” – L’insabbiamento di Savona da Cardinale e poi da Papa

    Ratzinger “Le verità nascoste” – L’insabbiamento di Savona da Cardinale e poi da Papa

    Per venticinque anni Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger (sia da cardinale che da papa) è stato in tutto il mondo, più volte, accusato di aver insabbiato casi di pedofilia.

    Questo è accaduto anche in Italia. Ne hanno parlato molto i giornali all’estero, un po’ meno quelli italiani che come vedremo, si sono lasciati sfuggire qualche passaggio.

    Oltre al carteggio che andremo a sviscerare nell’intervista, che vede coinvolto a Savona il cardinale Ratzinger, la “notizia” che notizia non è perché risale oramai al 2005 ma in Italia, se pur sia stata battuta da ANSA (soltanto nel 2010) non ha avuto seguito sui media.

    Parlo delle accuse che in Texsas portarono l’allora prefetto della CDF Josep Razinger alla sbarra con l’accusa di intralcio alla giustizia. Un processo che non ebbe mai seguito perché di li a poco il cardinale Ratzinger venne eletto Papa e, in quanto capo di stato, chiese all’allora Presidente Bush l’immunità.

    I documenti inediti di Savona ripercorrono proprio quel periodo della transizione di Ratzinger da prefetto della CDF a Papa, quando il caso di Savona, a lui personalmente segnalato ed ignorato, produsse altre vittime.

    Un caso di cui non poteva non sapere, era lui il prefetto in quell’ufficio ovvero, colui che decide quali casi trattare e quali no, quali da tenere segreti all’interno dell’ufficio e quali tenere segreti anche all’ufficio. Tutto passava nelle sue mani e probabilmente, è stato il Papa più informato della storia sulla pedofilia dei preti.

    In questo caso una lettera del 2003 esplicitamente inviata a lui dal cardinale Domenico Calcagno lo incastra sulla consapevolezza del caso savonese, che grazie alle indagini svolte dalla Procura di Savona nel 2010 porta alla luce l’intero carteggio che gira attorno a quella lettera inviata a Ratzinger nel 2003.

    Un carteggio che non lascia spazio a dubbi su come sia andata, che al tempo stesso disegna il profilo di Ratzinger – sia da cardinale che poi da Papa – e le modalità di funzionamento di quell’ufficio che lui gestì per venticinque anni prima di diventare Papa Benedetto XVI.

    Davvero ILLUMINANTE!

  • «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

    «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

    Si è conclusa con una puntata dirompente la prima stagione di “30 minuti con…”, il format indipendente trasmesso sui canali social di WordNews.it e condotto da Paolo De Chiara, giornalista e direttore della testata. Un finale di stagione senza sconti, che ha dato voce a uno dei protagonisti più scomodi della denuncia contro gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica: Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso.

    Insieme a De Chiara, anche il collaboratore Antonino Schilirò e il vicedirettore Alessio Di Florio, per un confronto serrato, lucido, documentato.

    Una puntata necessaria

    «Una voce che rompe il silenzio, denuncia l’omertà, pretende giustizia», così Paolo De Chiara ha presentato Zanardi, sopravvissuto agli abusi da parte di un sacerdote e oggi attivista instancabile. Zanardi ha ricostruito la sua vicenda personale, il trauma, la denuncia arrivata dopo decenni, e la nascita di un’associazione che raccoglie testimonianze, dati, denunce, costruendo il più aggiornato database italiano sugli abusi ecclesiastici.

    Il quadro emerso è drammatico: oltre 1.200 offender censiti in Italia, più di 4.600 vittime, con una percentuale di sommerso che sfiora l’80%. In Molise 16 preti risultano coinvolti, in Sicilia 99, in Calabria 50. Numeri agghiaccianti. Ma ancora più inquietante è il dato sul sommerso: in molte regioni, la maggior parte degli autori è nota ma non è mai stata processata o condannata.

    Leggi assenti, omertà presente

    Zanardi ha puntato il dito su un sistema che “non vuole vedere”: lo Stato italiano, che non obbliga alla denuncia, che esclude le attività di volontariato – comprese le parrocchie – dal certificato antipedofilia, che non ha mai istituito una commissione indipendente sugli abusi come avvenuto in Francia o negli Stati Uniti.

    E ha ricordato che Papa Francesco ha parlato molto, ma ha fatto ben poco. La CEI, ha sottolineato Zanardi, continua a non trasmettere alla magistratura le denunce ricevute, trincerandosi dietro al fatto che la legge italiana non lo impone. La Chiesa “rispetta la legge”, ha detto amaramente, “ma una legge che tutela i carnefici e abbandona le vittime”.

    Nel corso della puntata è stato evidenziato un altro punto critico: l’assenza di una narrazione giornalistica organica sugli abusi. «In Italia non si è mai fatta una vera inchiesta giornalistica di sistema. I casi vengono raccontati come eccezioni, le vittime isolate, i colpevoli nascosti dietro lo schermo dell’istituzione».

    Zanardi ha confermato: «Non esistono giornalisti italiani nelle grandi testate che si siano occupati sistematicamente del fenomeno. Le voci che ci hanno seguito sono pochissime, spesso freelance e fuori dal circuito mainstream».

    Dalle mancanze legislative alla complicità informativa, passando per la passività dei fedeli e la sistematica promozione ecclesiastica di chi è coinvolto in casi di abusi: la fotografia scattata durante la puntata è quella di un’Italia senza anticorpi, incapace di difendere i più fragili. «I cattolici italiani non protestano – ha detto Zanardi – neppure davanti all’evidenza.».

    «Serve una coscienza collettiva, un’educazione civile che ci faccia sentire corresponsabili, anche quando il problema non ci tocca direttamente».

    Verso la seconda stagione

    La puntata ha chiuso la prima stagione del format. «Abbiamo raccontato storie di mafia, di stragi di Stato, di sanità pubblica smantellata, di testimoni di giustizia dimenticati – ha ricordato Paolo De Chiara –. E ora anche questa pagina, sporca, che pochi vogliono leggere. Ma noi non spegneremo i riflettori».

    «Una voce contro il silenzio»: Francesco Zanardi ospite della diciassettesima puntata di 30 minuti con…

  • Un libro analizza il plagio nelle “nuove comunità” cattoliche

    Un libro analizza il plagio nelle “nuove comunità” cattoliche

    Negli ultimi anni numerose sono le cosiddette “nuove comunità”, salutate come “primavera della Chiesa” soprattutto durante il pontificato di papa Wojtyla, cadute sotto i colpi di abusi di potere, spirituali e spesso anche sessuali. Qualcuna è stata dissolta, come – per non citare che le più recenti – Sodalitium Christianae Vitae, la comunità Loyola, Verbe de Vie. Altre sono state sottoposte a un tentativo di riforma, per lo più fallimentare. Ne è un esempio la Fraternité monastique de Bethléem, fondata nel 1951 da soeur Marie (al secolo Odile Dupont) come fraternità monastica domenicana, poi distaccatasi e confluita, con una svolta pseudo-certosina, nella galassia delle comunità fondate dal religioso, abusatore seriale, Marie-Dominique Philippe. È la comunità denunciata nel libro, appena uscito presso l’editrice Queriniana, dell’ex membro per ventiquattro anni ed ex vicepriore Fabio Barbero (Undicesimo: non pensare. Anatomia di un plagio nel mondo cattolico, v. sotto). Oggi, a dieci anni dall’avvio di riforme, l’associazione che riunisce le vittime degli abusi avvenuti all’interno denunciano, con un comunicato pubblicato il 25 luglio, che nulla è cambiato.

    Dieci anni di operazioni cosmetiche

    Nel 2015, a seguito di denunce di abusi, viene fondata l’ACSEMB (Accueil et Soutien aux Ex Membres de Bethléem) che offre sostegno a coloro che decidono di uscire dalla comunità. Una visita canonica imposta dalla Santa Sede nel maggio 2015 ne svela la realtà settaria e, nel novembre 2021, la comunità riconosce la presenza al suo interno di disfunzioni nell’esercizio dell’autorità che hanno originato abusi spirituali e annuncia la volontà di avviare un processo di riforma. L’unità di ascolto creata per le persone abusate psicologicamente, spiritualmente o moralmente, però, «cooptata dai responsabili di Betlemme per svolgere quest’opera di verità in cui era in definitiva giudice e parte in causa, e privata di qualsiasi supervisione da parte di un’autorità ecclesiastica, non ha portato i frutti sperati», si legge nel comunicato. Perplessità ha anche suscitato l’ultimo Capitolo generale dell’ottobre 2024, in cui «la comunità ha affermato di continuare il suo cammino di conversione, in particolare attraverso una rilettura oggettiva di alcune tappe della sua storia e del ruolo svolto dalla sua fondatrice, suor Marie, una revisione delle sue Costituzioni, l’istituzione di corsi di formazione permanente per i suoi membri». Sull’«effettiva realizzazione di questi passi è lecito interrogarsi», si legge nel comunicato, dal momento che l’ACSEMB continua a ricevere «preoccupanti testimonianze, dirette e indirette, di monache sofferenti e prive della loro libertà all’interno della Famiglia di Betlemme».

    Di fronte a questa situazione, l’associazione si pone domande che possono essere applicate anche ad altre comunità in analoga situazione (come la Famiglia di Maria su cui Adista conduce da tempo un’inchiesta, avviata oggi alla normalizzazione, ma mai realmente posta di fronte agli abusi subiti). «Le fondamenta sono davvero rimesse in discussione? C’è stata davvero un’analisi critica dei testi fondatori, attraverso i quali la fondatrice ha espresso le sue idee teologiche e spirituali, in particolare il “Libro di Vita”, ancora in uso nei monasteri di Betlemme? Sono stati messi adeguatamente in luce gli errori dottrinali e spirituali e le loro conseguenze deleterie sulle persone, in particolare la sua teologia mariana, che spalanca le porte a gravi abusi psicologici, spirituali e morali? Quali frutti possono recare le formazioni esterne proposte dalla Famiglia di Betlemme vista la profonda confusione che ancora regna nelle menti e nei cuori, alimentata da errori fin dalle origini della comunità? Quale riconoscimento e quale riparazione sono stati realmente messi in atto per coloro che la comunità riconosce essere stati feriti?». Nessun dialogo concreto è stato infatti ancora avviato o proposto dalla comunità con le persone interessate. «Di quale monitoraggio usufruiranno le comunità dopo questi anni di accompagnamento e di tutorato ecclesiale, visto che il lavoro di riforma non è stato né completato né stabilizzato? Quali garanzie sono state messe in atto per assicurare che il processo di riforma prosegua fino alla sua conclusione e che venga mantenuto uno sguardo esterno indipendente?». Operazioni cosmetiche, insomma, che non intaccano nemmeno la superficie.

    Undicesimo: non pensare: il libro-denuncia di Fabio Barbero

    Fabio Barbero, che in questa comunità, come detto, ha passato ventiquattro anni, racconta l’esperienza del plagio vissuto in un libro che, tuttavia, è molto più di una autobiografia. La narrazione diretta e personale mostra come si sviluppa il “plagio”, ossia l’annullamento progressivo della capacità critica di una persona all’interno di un contesto chiuso e carismatico come quello della Fraternité de Bethlèem.

    Barbero parte dal caso giudiziario di Roberta Repetto, donna ligure morta in circostanze drammatiche in un centro olistico, che ha reso evidente la difficoltà della giustizia in Italia (dove un reato di plagio non esiste più dal 1981) nel riconoscere giuridicamente la manipolazione mentale. L’autore si riconosce, in qualche misura, nei meccanismi subdoli e sottili che hanno portato Roberta a perdere il controllo della propria vita, e sulla scia di questa vicenda illustra dall’interno le dinamiche del plagio, mettendo in scena la lenta e progressiva perdita dell’autonomia psichica, con l’obiettivo di dare voce alla sua esperienza e di allertare altri su come riconoscere i segnali della manipolazione mentale.

    L’“arco” del plagio

    È così che Barbero ne descrive plasticamente lo sviluppo come un “arco” che conosce una prima fase ascendente: la naturale vulnerabilità personale (dolore, delusioni, ma anche semplicemente la ricerca di senso tipica dell’età adolescenziale e la disponibilità a fare esperienze) è una porta che può aprire all’incontro con un “carismatico” o una comunità che offre risposte radicali; il progressivo assorbimento delle idee della comunità è accompagnato dalla sospensione dello spirito critico e dall’assunzione dell’obbedienza come valore assoluto; si arriva così all’identificazione progressiva con il gruppo e i suoi dogmi, che offrono una reinterpretazione della realtà, una realtà parallela ma apparentemente normale.

    È a questo punto che inizia, quando inizia, la fase discendente dell’arco, con la crisi portata da piccoli eventi che aprono crepe nella struttura mentale costruita, rendendo visibili le contraddizioni celate. È il primo passo verso la liberazione, ma si tratta di un processo lungo e doloroso, che passa attraverso la perdita di ogni punto di riferimento, interno ed esterno. Solo dopo aver guadato questo passaggio arriva la rinascita personale, con il recupero del senso critico, ma con sentimenti ambivalenti: c’è sollievo per la libertà riconquistata ma anche un senso di profonda vergogna per la cecità che si è vissuta. La persona recupera una forma di integrità, ma non è più quella di prima: è cambiata, e si porta dietro quella cicatrice per tutta la vita.

    Questo fenomeno, come è ormai noto, non riguarda solo le sètte esoteriche, ma anche comunità ufficialmente riconosciute dalla Chiesa cattolica. In Francia, dove Barbero vive, la manipolazione mentale è reato. In Italia, dopo l’abolizione dell’art. 603 del Codice Penale nel 1981, esiste un vuoto giuridico che certamente favorisce i manipolatori. Nella Chiesa, però, il plagio è abuso spirituale, frutto di un abuso di potere e di autorità. Il messaggio di Barbero è molto chiaro: non è necessario essere deboli o non essere sufficientemente formati per essere plagiati: basta essere fragili e in quel momento incontrare chi sa sfruttare quella condizione, protetto dall’istituzione.

    https://www.adista.it/articolo/74247

  • Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    (OSV News) — Mons. Carlo Alberto Capella , ex diplomatico vaticano condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, è stato reintegrato in Vaticano, secondo quanto riportato da un articolo spagnolo. L’”Annuario Pontificio” conferma che il sacerdote caduto in disgrazia lavora per la Segreteria di Stato. 

    OSV News ha contattato la sala stampa vaticana il 14 luglio per un commento sulla prosecuzione del rapporto di lavoro del monsignore italiano e ha anche chiesto un commento alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. OSV News è in attesa di una risposta, poiché nessuna delle due ha rilasciato dichiarazioni. 

    La notizia del mantenimento in curia di mons. Capella, condannato a cinque anni di carcere nel 2018, è stata riportata per la prima volta dal sito di informazione conservatore spagnolo InfoVaticana il 12 luglio.

    Secondo l’Annuario Pontificio 2025, mons. Capella è elencato come “minutante”, ovvero impiegato o assistente senior, presso la Sezione vaticana per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. 

    Il difensore delle vittime di abusi: “Decisione irresponsabile e arrogante”

    “La decisione del segretariato di riassumere un sacerdote condannato per la distribuzione e il possesso di immagini di abusi sessuali su minori è stata irresponsabile e arrogante”, ha dichiarato in un’e-mail del 17 luglio a OSV News Anne Barret Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica.

    Nel 2021, il Washington Post riportò che, durante la sua pena detentiva, a mons. Capella era stato permesso di lavorare di giorno nell’ufficio che vende i certificati di benedizione papale; tuttavia, gli era stato impedito di lasciare la Città del Vaticano. Presumibilmente sarebbe stato rilasciato nel 2023.

    Barrett Doyle ha affermato che il continuo impiego di mons. Capella negli uffici diplomatici del Vaticano dimostra che la Curia romana “continua a ridurre al minimo i crimini sessuali contro i bambini”.

    “Assumerlo non è un atto di misericordia, è un atto di incoscienza e implica disprezzo per l’appello dei sopravvissuti e dei cattolici affinché la Chiesa mostri tolleranza zero nei confronti dei molestatori sessuali”, ha affermato.

    Processo di alto profilo in Vaticano

    Nato a Carpi, città del nord Italia, Mons. Capella è stato ordinato sacerdote nel 1993 per l’arcidiocesi di Milano. Dopo aver studiato all’Accademia diplomatica vaticana di Roma, è entrato nel servizio diplomatico vaticano nel 2004. Ha lavorato presso la nunziatura vaticana a Washington dall’estate del 2016.

    Nell’agosto 2017, il Dipartimento di Stato americano ha notificato alla Santa Sede la possibile violazione da parte di mons. Capella delle leggi relative alle immagini pedopornografiche, e successivamente è stato richiamato in Vaticano.

    Nel settembre dello stesso anno, la polizia canadese emise un mandato di arresto a livello nazionale nei confronti di mons. Capella, con l’accusa di accesso, possesso e distribuzione di materiale pedopornografico.

    «La Santa Sede, seguendo la prassi degli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione, che si trova attualmente nella Città del Vaticano», aveva affermato all’epoca il Vaticano.

    A seguito di un’indagine della Procura vaticana, nel 2018 si tenne un processo. Durante il processo, Gianluca Gauzzi, l’esperto informatico della Gendarmeria Vaticana che analizzò il telefono e i computer del sacerdote italiano, testimoniò di aver trovato disegni, foto e video che mostravano “rapporti sessuali di ogni tipo tra adulti e bambini prepuberi”, tra i 13 e i 17 anni.

    Tra i video, ha detto, ce n’è anche uno di “un bambino molto piccolo impegnato in atti espliciti”.

    Mons. Capella si è rivolto alla corte, affermando che “gli errori che ho commesso sono evidenti, così come questo periodo di debolezza. Mi dispiace che la mia debolezza abbia danneggiato la Chiesa, la Santa Sede e la mia diocesi. Ho ferito anche la mia famiglia e sono pentito”.

    Definendo il possesso e la distribuzione di materiale pedopornografico “un ostacolo sulla mia strada di sacerdote”, l’ex diplomatico vaticano ha affermato di voler continuare a ricevere “sostegno psicologico”.

    Appello a “rimuovere immediatamente” Mons. Capella

    Roberto Borgogno, avvocato di mons. Capella, ha chiesto al tribunale di ridurre la pena per il monsignore, definendo i crimini del suo cliente “un problema” che richiedeva una terapia intensa e non una pena pesante.

    Ciononostante, il giudice Giuseppe Della Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha condannato mons. Capella a cinque anni di carcere e a una multa di 5.833 dollari.

    Dopo la condanna, l’ufficio stampa del Vaticano ha dichiarato che sconterà la pena in una cella vaticana situata nell’edificio del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, come è formalmente nota la forza di polizia vaticana.

    Barrett Doyle ha dichiarato a OSV News che, sebbene potrebbero esserci valide ragioni per tenere il sacerdote italiano in Vaticano anziché ridurlo allo stato laicale e renderlo pubblico, la Curia romana “dovrebbe pagare affinché Capella venga attentamente monitorato per il resto della sua vita”.

    Ciononostante, ha espresso la speranza che Papa Leone XIV renda “la tolleranza zero una realtà, e potrebbe iniziare con il caso di Mons. Capella”.

    “Esortiamo Papa Leone a ordinare immediatamente a Capella di rimuovere Capella dal suo incarico. Dovrebbe anche punire i funzionari della segreteria che hanno approvato l’assunzione di Capella”, ha dichiarato a OSV News.

    Junno Arocho Esteves scrive per OSV News da Malmö, Svezia.

    Priest convicted of distributing, possessing child pornography said to still work at Vatican

  • Libertà di stampa, nuove tensioni Italia-Ue

    Libertà di stampa, nuove tensioni Italia-Ue

    Bruxelles – Libertà di stampa, nuove tensioni tra Italia e Commissione europea. Il rapporto sullo Stato di diritto pubblicato dall’esecutivo comunitario è già stato oggetto di critiche del governo Meloni, per l’immagine offerta del Paese. Dalle fila di Fratelli d’Italia le critiche questa volta per il rapporto pubblicato dall’Mfrr (Media Freedom Rapid Response), meccanismo co-finanziato dall’Unione europea per monitorare e reagire alle violazioni della libertà di stampa e dei media negli Stati membri dell’Ue. Da qui è uscito un rapporto, intitolato ‘la deriva democratica dell’Italia‘, in cui si denuncia una volta di più che che “la libertà di stampa in Italia è minacciata, con un’interferenza politica crescente“.

    Una pubblicazione che l’ europarlamentare (Fdi/Ecr) Stefano Cavedagna non gradisce. Denuncia il “contenuto pretestuoso” del rapporto, realizzato a suo giudizio sulla base di “fatti privi di alcun fondamento a danno del governo italiano”, e con “testimonianze di attori istituzionali, membri della società civile e giornalisti in netta opposizione al governo italiano”. Chiede lumi su quelli che implicitamente sono ‘sprechi’, visto che vuole sapere quanto è stato speso per realizzare uno studio molto contestato.

    Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva per la Concorrenza, risponde a nome del collegio che il sostegno al Mfrr per l’ultimo biennio (16 luglio 2023- 15 luglio 2025) ammonta complessivamente a 3,1 milioni di euro, e rientra nel programma Europa creativa. Un programma Ue, dunque, concepito con una finalità ben precisa. C’è l’intenzione ben chiara, sottolinea Vestager, di condurre “attività di accertamento dei fatti, monitoraggio, sensibilizzazione e assistenza pratica ai giornalisti oggetto di minacce negli Stati membri e nei paesi candidati, senza una dotazione di bilancio specifica per paese”.

    Nel botta e risposta tra parlamentare italiano e commissaria europea si consuma l’ultimo strappo tra Roma  Bruxelles in materia di libertà di stampa. Vestager lascia intendere che nessuno è al di sopra di regole né al di monitoraggio, e risponde alle critiche. L’attività di accertamento “è condotta in modo indipendente, senza che la Commissione intervenga su aspetti operativi, come l’assegnazione di fondi per l’elaborazione di una particolare relazione o la selezione dei contributori a una determinata relazione”.

    Libertà di stampa, nuove tensioni Italia-Ue

  • Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Sopravvissuti agli abusi in Italia: il rapporto dei vescovi non mostra la portata completa della crisi

    Il responsabile di un gruppo di sopravvissuti agli abusi sessuali in Italia ha espresso dubbi sul fatto che un recente rapporto sugli sforzi di tutela pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana fornisca un quadro completo della portata della crisi degli abusi nella Chiesa locale.

    Francesco Zanardi, sopravvissuto e fondatore della Rete L’Abuso, ha dichiarato alla CNA che dal 2020 la conferenza (nota con l’acronimo italiano CEI) pubblica solo “rapporti parziali ogni anno o ogni due anni”, il che rende difficile fare una valutazione accurata.

    “È difficile fare un paragone perché non sappiamo di quali casi si stiano parlando o a quale area geografica d’Italia si riferiscano quando forniscono questi numeri”, ha detto. “È un po’ come se ci fosse una buca in mezzo alla strada e invece di ripararla, ci si limitasse a contare quante persone ci cadono dentro, ma non si ripara.”

    “Diciamo solo che questo rapporto non dice nulla”, ha aggiunto.

    Intitolato “ Proteggere, prevenire, formare: terza indagine sulla rete territoriale di protezione dei minori e degli adulti vulnerabili ”, il rapporto di quasi 100 pagine, pubblicato il 28 maggio, ha evidenziato le pratiche di tutela attuali e in via di sviluppo all’interno della Chiesa italiana tra il 2023 e il 2024.

    Tra queste, l’istituzione di centri di ascolto per le vittime di abusi da parte del clero nel Paese. Secondo il rapporto, attualmente sono 103 i centri che servono 130 diocesi italiane.

    In una dichiarazione diffusa lo stesso giorno, l’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della CEI, ha affermato che il rapporto si inserisce in un percorso di trasparenza volto a “superare le resistenze culturali e operative ancora presenti”.

    “Siamo chiamati a fare la nostra parte, con piena consapevolezza e responsabilità”, soprattutto promuovendo “poli istituzionali a livello locale, nonché una più profonda consapevolezza culturale, in particolare all’interno delle università”.

    Sebbene il rapporto abbia rilevato “progressi significativi nella formazione e nella sensibilizzazione”, ha rilevato un aumento dei casi di abuso, la maggior parte dei quali commessi in un “contesto parrocchiale”. Si stima che 115 vittime (64 uomini e 51 donne) tra passate e presenti abbiano denunciato i propri abusi tra il 2023 e il 2024. A titolo di paragone, nel 2022 le vittime hanno denunciato 54 abusi, mentre nel 2020 sono state 89.

    Gli abusi sono stati commessi da “67 presunti autori”, tra cui “44 membri del clero, 15 religiosi e otto laici”, si legge nel rapporto.

    Chiara Griffini, presidente dell’Ufficio per la tutela dei minori della CEI, ha affermato che l’aumento dei casi è “preoccupante perché, come abbiamo sempre detto, anche un solo caso, per quello che è e rappresenta la Chiesa, sarà sempre di troppo”.

    “Ci sono 69 casi segnalati, 37 dei quali sono attuali – il che ci dice chiaramente che il fenomeno è in corso – e 32 sono del passato”, ha dichiarato in un’intervista con CNA l’11 giugno. “Quindi, guardando questi 32 casi del passato, penso che il lavoro di prevenzione che abbiamo messo in atto stia, in un certo senso, gettando qualche seme”.

    Griffini ha aggiunto che la pubblicazione degli abusi segnalati è un segnale che la conferenza episcopale punta alla trasparenza e che “il percorso intrapreso è certamente importante e non si torna indietro”.

    «La protezione dei minori deve essere parte integrante della missione della Chiesa», ha affermato.

    Tuttavia, Zanardi ha dichiarato alla CNA che, nonostante il rapporto indichi il numero delle vittime che si sono fatte avanti nell’ultimo anno, non specifica cosa la Chiesa abbia fatto per assisterle.

    “Dice che ci sono 115 vittime. Bene. Li avete risarciti? Avete fornito loro assistenza psicologica? Non si sa nulla al riguardo”, ha detto.

    Griffini ha detto alla CNA che, mentre il compito dei centri di ascolto è quello di raccogliere le segnalazioni di abusi e di informare le autorità ecclesiastiche su quei casi, il risarcimento alle vittime “riguarda una fase procedurale e quindi non rientra nella competenza” dei centri.

    Ha inoltre osservato che il rapporto evidenzia i vari mezzi di supporto offerti alle vittime e alle loro famiglie dai centri di ascolto, tra cui “supporto psicoterapeutico, supporto spirituale e altre forme che non sono state dettagliate ma che rappresentano una forma di supporto e vicinanza che il centro di ascolto offre alle vittime”.

    Tra le altre preoccupazioni espresse da Zanardi c’era il fatto che il cardinale Matteo Zuppi di Milano, presidente della CEI, non avesse mantenuto la parola data secondo cui i rapporti avrebbero esaminato i casi dal 2000 in poi.

    In una conferenza stampa del 2022 , Zuppi ha annunciato la pubblicazione dei rapporti annuali e ha affermato che avrebbe analizzato solo i casi risalenti al 2000 e non oltre, perché “giudicare qualcosa di 80 anni fa con i criteri odierni, qualcosa che all’epoca era giudicato con altri criteri, crea difficoltà di valutazione”. 

    Tuttavia, il primo rapporto pubblicato nel novembre 2022 pubblicava solo informazioni sui casi del 2020. 

    Sul suo sito web, Rete L’Abuso ha compilato un proprio elenco di casi di abusi in Italia a partire dal 2000. Zanardi ha affermato che, in base ai dati e ai fascicoli raccolti dalle vittime, “contiamo 1.035 preti pedofili che hanno abusato di 4.267 vittime. È una cifra reale”. 

    Durante la conferenza stampa di due anni fa, Zuppi si offrì pubblicamente di incontrare Zanardi e gli disse: “Se hai un caso, diccelo”. 

    Il responsabile della Rete L’Abuso ha dichiarato alla CNA di aver incontrato Zuppi in diverse occasioni e di avergli portato i casi raccolti dalla sua rete.  

    “Li ho portati io, ma poi non li ha più voluti prendere”, ha detto. “Ora loro [la Conferenza Episcopale Italiana] hanno dichiarato che non accetteranno dati da associazioni o da chiunque altro, ma solo i dati che arriveranno ai loro sportelli”.

    Per questo motivo, ha aggiunto, è molto probabile che il rapporto attuale contenga dati incompleti, poiché non tutte le vittime, soprattutto quelle “che non credono più nella Chiesa”, denunciano gli abusi subiti a un centro di ascolto diocesano.

    Griffini ha tuttavia chiarito che l’indagine annuale è intesa come “strumento di monitoraggio e rendicontazione” delle politiche di tutela adottate dal CEI nel 2019.

    “Pertanto, le indagini partono dal 2020 proprio perché il loro scopo è monitorare se il sistema creato, sia per generare ambienti ecclesiali sicuri, sia per intercettare presunti abusi, funzioni”, ha affermato.

    Griffini ha anche detto alla CNA che è ancora in corso uno “studio pilota” che riguarda “casi verificati di abusi contro minori nel periodo di 20 anni tra il 2001 e il 2021” e che la sua pubblicazione è prevista “nei primi mesi del 2026”.

    Ha aggiunto che lo studio è stato redatto da “due enti terzi e completamente indipendenti”: il Centro per la vittimologia e la sicurezza dell’Università di Bologna e l’Istituto degli Innocenti con sede a Firenze.

    «I ricercatori consegneranno i dati a una commissione nominata dalla conferenza episcopale, che effettuerà delle interpretazioni a livello ecclesiale, e lo studio sarà pubblicato nella sua interezza, così come lo hanno riportato», ha spiegato.

    Zanardi ha espresso dubbi sul fatto che la Chiesa italiana potesse essere considerata affidabile nel monitorare se stessa e ha affermato di aver presentato una richiesta alla procura italiana per condurre un’indagine indipendente, come quelle condotte in Spagna e Francia. Tuttavia, ha osservato, era improbabile che un’indagine del genere potesse svolgersi a causa del rapporto tra Chiesa e Stato.

    “Diciamo che l’Italia è un Paese molto particolare, dove di fatto lasciano fare tutto alla Chiesa, ma lo Stato non interferisce”, ha detto. “Non si intromette, come si dice, come la mafia”.

    Griffini ha sostenuto che lo studio pilota “è un’indagine indipendente perché i due organismi non sono chiaramente di natura ecclesiale; sono organismi accademici che hanno ricevuto un mandato, proprio come altre commissioni indipendenti hanno avuto mandati, e risponderanno secondo criteri scientifici”.

    Una volta completato, ha affermato, lo studio del 2026 svilupperà ulteriori ricerche “che potranno davvero far luce su questo fenomeno per aiutarci, oggi, a rendere possibile la non ripetizione e, allo stesso tempo, a trovare quelle che potrebbero essere le migliori pratiche per la giustizia e la riparazione”.

    https://www.catholicnewsagency.com/news/264673/italian-church-abuse-survivor-questions-bishops-conference-report-on-scale-of-clerical-sexual-abuse-crisis

  • I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    I processi della Chiesa sugli abusi sessuali non sono veri processi

    A fine aprile un tribunale ecclesiastico regionale ha riconosciuto il sacerdote Samuele Marelli colpevole, in primo grado, di avere usato la propria autorità per abusare sessualmente di persone minorenni e maggiorenni. Marelli ha 49 anni e in passato era stato responsabile della Fondazione diocesana per gli oratori milanesi: come pena è stato condannato a non risiedere nell’arcidiocesi di Milano, esercitare pubblicamente il sacerdozio e cercare contatti con i minori. Su di lui indaga anche la procura di Monza, ma quella è tutta un’altra storia.

    Divieti come quelli imposti a Marelli (che potrà comunque ricorrere in appello) sono alcune delle pene che un tribunale ecclesiastico può infliggere a un chierico riconosciuto colpevole. Com’è evidente, sono molto diverse da quelle che potrebbe disporre un tribunale statale durante un processo penale. Il codice di diritto canonico, cioè l’insieme delle leggi della Chiesa cattolica, è d’altronde una cosa ben distinta dal codice di procedura penale e dal diritto civile di uno Stato.

    Questa distinzione spesso non è chiara quando si parla di abusi sessuali nella Chiesa, ed è il motivo per cui certi processi possono sembrare sconclusionati o portare a pene tutto sommato irrisorie rispetto alla gravità delle colpe che vengono riconosciute. Francesco Zanardi, portavoce della rete L’Abuso, l’associazione che si occupa della tutela delle persone vittime di abusi sessuali da parte di religiosi, dice che molte persone confondono i procedimenti giuridici e si aspettano da quello ecclesiastico esiti che non può avere, come l’incarcerazione del sacerdote colpevole o un risarcimento economico.

    «Ci sono due binari della giustizia e sono completamente diversi l’uno dall’altro», dice Zanardi: «quello dello Stato rende giustizia all’essere umano», sintetizza, mentre quello canonico si pone come obiettivo di rendere giustizia a Dio. Zanardi dice che anche molte persone che si rivolgono alla rete L’Abuso fanno spesso fatica a capire questa distinzione: «Tanta gente pensa però che la giustizia canonica sia un’estensione di quella civile. Così al termine di un’indagine ecclesiastica molti arrivano da noi delusi: credono di essere stati presi in giro».

    Molti equivoci, secondo Zanardi, nascono banalmente dal fatto che alcuni termini usati per definire i vari passaggi dei procedimenti sono gli stessi: si parla di indagini interne alle chiesa così come di indagini svolte dalla procura, e si definisce processo quello celebrato nei tribunali ecclesiastici, che però ha caratteristiche diverse da quelli ordinari ed è presieduto da giudici che non sono magistrati.

    Lo scopo della giustizia canonica è insomma diverso da quella statale. I processi penali devono accertare la responsabilità di una persona accusata di avere commesso uno o più reati e, in caso di condanna, stabilire la pena appropriata. Come si spiega nell’ultima versione delle Linee guida per la tutela dei minori della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), del 2023, le procedure canoniche puntano a ricostruire la verità e ristabilire la giustizia «all’interno della comunità ecclesiale». Semplificando molto, si può dire che lo scopo della giustizia canonica sia aiutare la salvezza dell’anima di chi ha peccato.

    I due percorsi della giustizia, quello statale e quello canonico, possono non incrociarsi mai: in Italia le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, né sono obbligate dalla legge dello Stato a rendere conto degli esiti dei processi interni.

    Fino al 2023 la normativa canonica non considerava l’abuso come un delitto contro la persona, ma era concepito come trasgressione al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri. Questa concezione, come avevano fatto notare tra gli altri Anna Foa e Lucetta Scaraffia, autrici con Franca Giansoldati di un libro sugli abusi nella Chiesa uscito nel 2022, poneva però un problema di fondo rilevante: si concentrava su chi commette l’“atto impuro” e tralasciava il danno inferto alla persona che subisce l’abuso.

    Nel 2023 però il delitto contro il sesto comandamento è stato inserito per volere di papa Francesco tra i delitti contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo. Pierluigi Consorti, professore di Diritto e religione all’università di Pisa e membro del Servizio regionale toscano di tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, spiega che in questo modo si è cercato di dare più centralità a chi subisce abusi. Il diritto canonico dice che va punito il chierico che induce un minore a «mostrarsi pornograficamente» e acquista, possiede, divulga immagini pornografiche di minori e persone vulnerabili.

    Queste modifiche sono state recepite dalle Linee guida per la tutela dei minori del 2023, che hanno aggiornato quelle del 2019 sulla base di nuove normative come la Normae de delictis Congregationi pro Doctrina Fidei reservatis (11 ottobre 2021) e la Vos estis lux mundi (25 marzo 2023). In questo documento sono illustrate le procedure che in teoria dovrebbero essere osservate nel momento in cui una persona interna alla Chiesa viene a conoscenza di un possibile abuso sessuale commesso su un minorenne o una persona con vulnerabilità da un membro del clero.

    Secondo le Linee guida, i chierici hanno l’obbligo di segnalare tutti i presunti casi al vescovo della loro diocesi. L’indagine interna alla Chiesa inizia nel momento in cui un vescovo riceve una segnalazione da parte di qualcuno, che può essere anche una persona esterna al clero, come un educatore dell’oratorio o un familiare della persona abusata. A quel punto il vescovo avvia di solito la cosiddetta “indagine previa”, che ha lo scopo di verificare se la segnalazione ricevuta sia o meno verosimile.

    Consorti spiega che non è ben chiaro tuttavia come debba essere fatta nella pratica un’indagine previa, «perché la Chiesa non ha un soggetto specifico per condurre le indagini», come lo è invece la procura nei tribunali ordinari. Succede quindi che spesso sia il vescovo stesso a indagare: lo fa chiamando le persone che potrebbero essere a conoscenza dei fatti contestati e raccogliendo eventuali documenti utili. Il vescovo può affidare l’indagine anche a qualcun altro, per esempio il Servizio regionale o diocesano per la tutela dei minori o il vicario giudiziale, cioè un prete obbligatoriamente nominato dal vescovo di ogni diocesi.

    Durante le indagini il vescovo può decidere se informare o no il chierico delle accuse e può prendere dei provvedimenti cautelari nei suoi confronti: per esempio, può proibirgli l’esercizio del ministero e delle attività pastorali con i minorenni e imporgli di cambiare il posto in cui vive. Se il vescovo riscontra la verosimiglianza della segnalazione deve trasmettere i risultati della sua indagine al Dicastero per la dottrina della fede a Roma, l’organo della Chiesa che si occupa tra le altre cose di promuovere e tutelare la dottrina cattolica (fino al 1908 noto come Santa Inquisizione).

    Consorti spiega che questo dicastero riceve le indagini previe svolte in tutto il mondo: «È un modo per cercare di evitare che i vescovi insabbino casi di abusi che coinvolgono il proprio clero», dice. Il Dicastero per la dottrina della fede è anche l’unico soggetto della Chiesa cattolica che ha in qualche modo poteri giurisdizionali (cioè può applicare concretamente le norme: quello che fa un giudice), dal momento che è competente per i delitti che la Chiesa considera più gravi.

    A questo punto della procedura le cose possono variare da paese a paese. In Italia di solito il Dicastero affida le indagini e il processo ai tribunali ecclesiastici regionali. Sono presenti in ciascuna regione e si occupano prevalentemente di cause matrimoniali. Non sempre quindi hanno le competenze necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali. Ne fanno parte il “moderatore”, cioè il presidente del tribunale nominato dalla CEI (che può essere il vescovo della diocesi in cui il tribunale ha sede, ma non necessariamente), il vicario giudiziale, i giudici ecclesiastici (chierici con competenze di diritto canonico e professori universitari nominati dalla Conferenza episcopale regionale), i patroni stabili (avvocati e procuratori che offrono consulenza e patrocinio ai fedeli), i consulenti e gli avvocati.

    Un tribunale ecclesiastico non ha gli stessi poteri di indagine della procura. Non può, per esempio, far pedinare una persona sospettata o fare delle intercettazioni: quello che fa, in sintesi, è cercare di ricostruire i fatti parlando con le persone ed esaminando eventuali documenti a disposizione. Peraltro il giudice è al tempo stesso la persona che fa le indagini e quella che decide una volta acquisite tutte le informazioni che il tribunale reputa sufficienti. Non c’è una fase di dibattimento come nel processo penale statale, quindi di discussione in aula con un’accusa e una difesa: la persona che subisce abusi non è parte del processo canonico.

    Se un chierico viene riconosciuto colpevole di abusi sessuali può essere sottoposto a provvedimenti restrittivi, come il divieto di avere contatti con minorenni (com’è successo a Marelli), e ricevere pene ecclesiastiche, la più grave delle quali è la dismissione dallo stato clericale. Alcuni sacerdoti riconosciuti colpevoli vengono inoltre portati in alcune comunità terapeutiche, che la rete L’Abuso ha mappato nel corso degli anni: sono una ventina in tutta Italia e non sono luoghi di detenzione. L’idea della Chiesa è che un chierico riconosciuto colpevole non debba essere lasciato solo, ma vada accompagnato in un percorso di responsabilizzazione, richiesta di perdono, riparazione e cura psicologica. Su quest’ultimo punto in particolare la rete L’Abuso ha già espresso diversi dubbi in passato.

    Per Zanardi una delle falle maggiori di tutto questo percorso è che le autorità ecclesiastiche non sono obbligate dalla legge italiana a riferire un possibile caso di abuso sessuale alle autorità giudiziarie. Per questa ragione, secondo la rete l’Abuso, andrebbe esteso alle autorità ecclesiastiche l’obbligo di denunciare i casi di abuso e stupro commessi dal clero alle autorità giudiziarie civili. Zanardi dice che in Italia «la Chiesa non ha bisogno di insabbiare, perché le leggi dello Stato la tutelano».

    Consorti spiega che le cose sono cambiate dopo le riforme ecclesiastiche introdotte dal 2010, cioè negli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI e poi soprattutto durante quello di Francesco, che ha insistito sulla necessità di collaborare con la giustizia ordinaria. «Oggi i vescovi non dovrebbero più stare nell’ambiguità che c’è stata fino a pochi anni fa: il diritto canonico dice che devono indagare e hanno l’obbligo morale di denunciare all’autorità statale. In passato invece l’insabbiamento era la regola», dice Consorti.

    La rete L’Abuso denuncia spesso un problema di mentalità ancora molto presente nella Chiesa, e cioè che tutto questo procedimento indicato nella teoria non sia ancora consolidato nella pratica ovunque. C’entrano la reticenza di molti chierici a riconoscere la gravità dell’abuso, cui spesso antepongono la paura di danneggiare la reputazione di una diocesi o di un altro chierico; la difficoltà di alcune comunità di fedeli ad accettare che degli abusi possano essere stati commessi al loro interno; la colpevolizzazione di chi subisce un abuso, che quindi fatica poi a renderlo pubblico; e il fatto che nella Chiesa persistono forti posizioni di potere, legate agli abusi sessuali compiuti per esempio su persone con vulnerabilità che si affidano a dei chierici o sulle suore.

    All’opacità dei procedimenti e alle resistenze dei religiosi contribuisce secondo Consorti anche il fatto che in Italia la Chiesa (con l’eccezione della diocesi di Bolzano e Bressanone) non ha ancora fatto un’indagine approfondita e indipendente sugli abusi sessuali commessi al suo interno com’è stato fatto in altri paesi. «C’è questa convinzione ancora, soprattutto nella base ecclesiale, che noi non siamo come gli altri e che il problema siano poche mele marce. E quindi non si affronta ancora un problema che è invece sistemico e pesante».

    https://www.ilpost.it/2025/06/04/processi-abusi-sessuali-chiesa-diritto-canonico/

  • Il festival cinematografico presenterà in anteprima un documentario sugli abusi sessuali del clero, in parte basato su un reportage del Guardian

    Il festival cinematografico presenterà in anteprima un documentario sugli abusi sessuali del clero, in parte basato su un reportage del Guardian

    Un nuovo documentario che esamina lo scandalo delle molestie sessuali ai danni del clero cattolico a New Orleans , basato in parte sul giornalismo del Guardian e del suo partner locale WWL Louisiana, verrà presentato in anteprima mondiale al Raindance Film Festival di Londra a giugno.

    Secondo il regista del film, Lindsay Quinn Pitre, God As My Witness è stato candidato anche come miglior lungometraggio documentario alla 33a edizione del grande festival cinematografico.

    Il produttore del film di 82 minuti è Michael Brandner Sr., che nel 2018 ha scoperto una pila di quelle che erano essenzialmente lettere d’amore indirizzate al fratello minore, Scot, da un prete cattolico di nome Brian Highfill. Scot – che era adolescente quando ricevette le lettere – non ne parlò mai a nessuno e morì suicida a 29 anni all’inizio degli anni ’90.

    Michael presentò le lettere all’arcivescovo cattolico di New Orleans, Gregory Aymond. In una telefonata registrata tra i due uomini, Aymond disse a Brandner che le lettere contenevano probabilmente materiale di adescamento, ma “non erano abbastanza esplicite” da giustificare l’inclusione di Highfill in una lista pubblicata dall’arcidiocesi che identificava i chierici accusati di gravi molestie su minori.

  • Le vittime di abusi sessuali continuano a fare pressione sul nuovo papa

    Le vittime di abusi sessuali continuano a fare pressione sul nuovo papa

    La sera dell’elezione di Leone XIV, al centro di Piazza San Pietro, il volto chiuso di Francesco Zanardi contrasta con le espressioni gioiose. “L’elezione di un nuovo papa non mi procura particolare gioia. C’è un po’ di speranza, ma soprattutto molti dubbi”, afferma il fondatore della Rete L’Abuso, la principale associazione italiana per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.

    L’uomo spera ancora che il Papa “faccia propri gli impegni presi da Francesco per combattere questo fenomeno e, soprattutto, li renda realtà”. E per avvertire: «Continueremo a fare pressione.»

    Pochi giorni prima dell’apertura del conclave, la Rete aveva invitato la stampa a precisare che nella penisola risiedono più di mille sacerdoti accusati di abusi sessuali su minori, ovvero poco più del 3% di tutti i preti transalpini.

    Si dice che il numero delle vittime abbia superato le 4.200. “Chiunque verrà eletto, spetterà a lui intervenire chiedendo agli Stati che hanno lacune legislative, come l’Italia, di colmarle, per non rendere vani gli sforzi che la Chiesa cerca di fare”, è stato spiegato.

    Le rivelazioni continuano. La Conferenza episcopale italiana, presieduta dal cardinale Zuppi, ha pubblicato il primo rapporto di inchiesta sull’argomento. Ma le sue conclusioni mancano di “portata e indipendenza”, secondo la Rete. «In Italia c’è ancora un grosso problema di omertà», afferma con impazienza Francesco Zanardi.

    Da parte loro, la Spagna, diversi paesi latinoamericani e l’intero continente africano continuano a rifiutare la terapia d’urto per questi casi. La Chiesa francese è stata in prima linea, commissionando un rapporto all’alto funzionario Jean-Marc Sauvé, che ha rivelato decine di migliaia di casi di abusi sui minori.

    Denunciando, su Le Point, un governo della Chiesa a lungo “in negazione e dissimulazione”, Jean-Marc Sauvé è stato attaccato dai conservatori e non è stato nemmeno ricevuto da Papa Francesco.

    Il pontefice argentino ha usato parole forti, ma è stato meno attivo di Benedetto XVI, che aveva decretato “tolleranza zero”. E mentre Francesco ha condannato alcuni prelati, ha mostrato colpevole indulgenza nei confronti dell’artista gesuita Marko Rupnik, accusato di molteplici aggressioni sessuali.

    Oggi, mentre continuano le sordide rivelazioni, le vittime – anche in Francia – lamentano una subdola omertà. In alcuni casi, il riflesso difensivo dell’istituzione sembra ancora prevalere sulla sorte di quest’ultima.

    “Un pericoloso pedofilo” Di fronte a questa crisi sistemica, la pressione sulle spalle di Leone XIV è forte.

    Soprattutto perché il 25 marzo l’associazione americana Snap, che aiuta le vittime di aggressioni da parte di personalità religiose, ha presentato una denuncia in Vaticano contro sei membri del Collegio cardinalizio, tra cui Robert Prevost, accusati di aver “insabbiato abusi sessuali”.

    Nei primi anni 2000, nell’Illinois, il prelato americano avrebbe autorizzato padre James Ray, accusato di diverse aggressioni sessuali su minori e sospeso, a risiedere in un convento vicino a una scuola elementare.

    A metà degli anni ’90, un prete, preside di una scuola superiore di New Lenox, sospettato di aver violentato una giovane studentessa, venne mantenuto al suo posto nonostante, secondo gli avvocati della vittima, i dirigenti della scuola “sapessero o avrebbero dovuto ragionevolmente sapere che il padre era un pericoloso pedofilo”.

    A Chiclayo, in Perù, tre donne denunciano gli attacchi da parte di personalità religiose, insabbiati dalle istituzioni. Fatti smentiti dal cardinale Prevost, che, secondo quanto riferito dalla diocesi di Chiclayo, avrebbe incontrato le tre donne, incoraggiandole a sporgere denuncia alle autorità civili.

    A conoscenza delle voci, il Dicastero per la Dottrina della Fede avrebbe condotto una propria indagine, riporta El País, concludendo che “la condotta del neoeletto Papa è stata irreprensibile”.

    Les victimes d’abus sexuels maintiennent la pression sur le nouveau pape