Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Alla Chiesa italiana va la maglia nera per la lotta contro gli abusi. Qualche passo in avanti per punire i preti pedofili e tutelare le vittime i vescovi italiani lo hanno pure fatto, ma nel complesso il giudizio della Commissione vaticana sugli abusi resta negativo specie se comparato a quello che hanno fatto e stanno facendo altre conferenze episcopali. Il fatto è che in Italia il tema pedofilia resta un tabù perenne, pura nitroglicerina, una materia da affrontare con il solito metodo della polvere da nascondere sotto il tappeto.

    La parte dedicata all’Italia occupa uno dei primi corposi capitoli dell’annuale report dell’organismo voluto dal Papa che si occupa di prevenzione a tempo pieno, girando il mondo per istruire e sensibilizzare sacerdoti, comunità e vescovi. A fare le pulci all’Italia sono stati giuristi, sociologi, sacerdoti, psicologi di dicerse nazionalità che hanno esaminato la documentazione a disposizione, inviato sondaggi e questionari articolati (ai quali hanno risposto solo 81 diocesi su 226, e già questo dice tutto).

    Tanto per cominciare la Cei ancora non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni, denunce e analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce. Inoltre la Commissione vaticano ha rilevato «una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità». Non solo.

    Pur riconoscendo sforzi tesi a sviluppare strumenti e politiche, sono affiorate nelle diocesi italiane defaillance varie, tra cui il mancato accesso agli archivi diocesani vecchi, antecedenti agli anni duemila, ancora sotto chiave e non oggetto di alcuno studio («La Commissione riconosce l’importanza di proseguire in Italia lo studio di casi specifici, passati e presenti, a mezzo di un approccio consistente») e di sviluppare il dialogo con le vittime anche sugli aspetti riparativi, ovvero i risarcimenti, altra tematica sulla quale i vescovi italiani hanno innalzato un muro.

    Ancora oggi ci sono diocesi (non vengono però menzionate nominalmente) che non solo non hanno risposto a nessun questionario ma non hanno nemmeno richiesto incontri con la Commissione che gira il mondo invitata dalle varie conferenze episcopali per fare formazione e per sensibilizzare.

    Senza una totale trasparenza sul tema degli abusi la reputazione e l’immagine della Chiesa ne risentiranno fortemente in futuro. Una ulteriore raccomandazione ha a che fare con la collaborazione con polizia e magistrati: «I protocolli locali dovrebbero garantire che le vittime/sopravvissuti-e siano informati del fatto di poter presentare denuncia alle autorità civili e che la Chiesa locale è disposta a facilitare tale denuncia. È buona norma includere una nota di conferma di tale comunicazione nella documentazione relativa alla denuncia».

    Tra le regioni più problematiche, in base alle raccomandazioni raccolte, la maglia nera va alla Sicilia. All’elenco delle ombre, vengono tuttavia sottolineate anche le luci, ovvero i passi in avanti finora fatti. «La Commissione riconosce il lavoro dedicato dalla Cei alla creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di coordinamento, formazione e supervisione che supporta le Chiese locali fornendo loro personale professionale e ben formato, con l’esistenza di 16 Servizi per la Tutela regionali, 226 Servizi per la Tutela diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto» si legge nel report.

    Attualmente il numero di persone formate in materia di tutela nella Chiesa in Italia va aumentando, passando da 7.706 nel 2020 a 22.755 nel 2024. Inoltre dal 2021 è stata istituita la Giornata nazionale di Preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Infine una nota di demerito alle suore italiane. Se gli ordini maschili hanno sottoscritto le linee guida nazionali,  l’Unione Superiore Maggiori d’Italia non l’ha ancora fatto. «Ciononostante, la Commissione prende atto della buona volontà espressa dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia nel perseguireuna futura collaborazione».

    CONTESTAZIONE

    Poche ore dopo la Cei è scesa in campo furente per contestare il rapporto della Pontificia Commissione Vaticana sostenendo, in buona sostanza, di essere un faro esemplare nella lotta agli abusi, quando invece i vescovi italiani anche in passato sono stati oggetto già di altre rampogne vaticane. In una nota la Cei definisce i dati esibiti dall’organismo vaticano «parziali» poichè frutto di «incontri facoltativi» e di conseguenza non affatto esaustivi. Il cardinale Zuppi, a nome di tutti i vescovi, ribatte che 184 diocesi (il 94,2% del totale) si sono dotate di un Servizio per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito. «Di tutto questo lavoro il Rapporto non rende conto».

    Tra le collaborazioni avviate a livello nazionale viene citata poi la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia così come la partecipazione a tavoli presso le istituzioni civili (non ben precisati). Il tema della denuncia alle autorità civili – polizia e procure – resta naturalmente un tabù e nemmeno viene menzionata da Zuppi, così come viene eluso il grande tema della giustizia riparativa, ovvero i risarcimenti economici che la Chiesa dovrebbe alle vittime. Papa Francesco, l’anno scorso, tornando dal Belgio aveva quantificato almeno 50 mila euro per ogni vittima. Infine resta terreno totalmente minato degli archivi diocesani (totalmente top secret) per gli anni anteriori al duemila. Il loro studio  permettererebbe una analisi articolata e completa sulla pedofilia tra il clero, proprio come hanno già fatto quasi tutte le conferenze episcopali europee, mentre la Cei si è trincerata dietro un muro di gomma e si ostina a volersi concentrare solo sugli ultimi 20 anni benchè gli stessi esperti (anche all’interno della Pontificia Commissione sugli Abusi) ripetono che per fare una ricerca completa occorre un periodo non inferiore ai 50 anni.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_italia_chiesa_pedofilia_minori_risarcimenti_cei_vescovi_preti_cei_leone_xiv-9130649.html

  • Abusi sessuali del clero, nella chiesa italiana «troppe resistenze»

    Abusi sessuali del clero, nella chiesa italiana «troppe resistenze»

    Per affrontare con il giusto impegno i casi di abuso sessuale nella chiesa, si sottolinea «l’importanza di sviluppare un meccanismo di segnalazione e denuncia, di tipo sistemico e obbligatorio, ad uso dei vari organismi di tutela nel contesto delle chiese locali».

    In Italia, però, restano ancora troppe resistenze culturali, nella chiesa e nella società, per affrontare senza timori lo scandalo degli abusi sessuali. Sono queste alcune delle conclusioni raggiunte nel II Rapporto annuale sulle politiche messe in atto dalla chiesa universale per contrastare il fenomeno, presentato dalla pontificia Commissione per la tutela dei minori giovedì 16 ottobre in Vaticano.

    Il presidente della Commissione, nominato nei mesi scorsi da Leone XIV, il monsignore francese Thibault Verny, nella conferenza stampa di presentazione, ha osservato: «Camminando al fianco di vittime e sopravvissuti, abbiamo acquisito la profonda convinzione che la strada verso una cultura della protezione non è semplicemente per le vittime e i sopravvissuti, ma con loro. Questo cammino di conversione richiede che ci lasciamo raggiungere da ciò che ascoltiamo. Pertanto, la Commissione si impegna a dire a vittime e sopravvissuti: “Vogliamo essere al vostro fianco”».

    Altro elemento importante messo in luce nel testo, è «l’esigenza di un protocollo semplificato per la dimissione e/o rimozione di leader/responsabili o personale della chiesa in casi di abuso o negligenza», in tal senso, «la Commissione sottolinea l’importanza di comunicare pubblicamente le ragioni delle dimissioni e/o della rimozione, quando la decisione riguarda casi di abuso o negligenza».

    La trasparenza nella gestione e nella comunicazione all’esterno dei casi di abuso resta, insomma, elemento determinante per la gestione di vicende che rischiano altrimenti di essere nascoste al pubblico al fine di tutelare il “buon nome” dell’istituzione.

    Criticità italiane

    Fra le realtà nazionali al centro del Rapporto di quest’anno, poi, spicca l’analisi compiuta sul lavoro svolto dalla Conferenza episcopale italiana. Dopo aver sottolineato i progressi, in particolare nell’ambito formativo, la ricerca mette in evidenza alcune criticità.

    La Commissione pontificia «si rammarica di non aver incontrato le delegazioni regionali di Abruzzo-Molise, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Piemonte, Puglia, Triveneto e Umbria e di non aver ricevuto risposte al suo questionario quinquennale sulla tutela dalla totalità delle diocesi». Nel dettaglio, si osserva, «il Servizio nazionale per la tutela ha registrato la presenza di gruppi di lavoro in 144 diocesi su 226».

    Sussiste poi «una significativa disparità nel personale e nelle risorse assegnate a molti di questi uffici». Il fatto che diversi di essi vengano attivati unicamente quando necessario e non siano dotati di personale e risorse finanziarie stabili e sufficienti «rappresenta un serio rischio per l’attuazione delle misure di tutela e può, di fatto, complicare i processi di esercizio della responsabilità istituzionale».

    Questa prassi – lamenta il Rapporto – potrebbe avere «ripercussioni sulla coerenza, la stabilità e l’affidabilità degli uffici diocesani». Allo stesso tempo si rileva come «il questionario quinquennale della Commissione sulla tutela ha ricevuto risposta da 81 diocesi delle 226 appartenenti alla Cei». La Conferenza episcopale italiana, si spiega ancora, «non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni/denunce e di analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce».

    Monsignor Luis Manuel Alí Herrera, segretario della pontificia Commissione, in merito alla chiesa italiana, ha detto: «Abbiamo notato che c’è bisogno di professionalizzare i servizi, serve promuovere il dialogo strutturato con le vittime, i sopravvissuti. È un problema che non abbiamo solo in Italia. Le vittime non si sentono ascoltate, non c’è rispetto. C’è una resistenza culturale in seno alla chiesa ma anche nella cultura stessa in senso più ampio, nell’affrontare le situazioni senza peli sulla lingua, con la serietà necessaria».

    Infine si registra una certa fatica a proseguire sulla strada della prevenzione. Sul caso dell’ex gesuita Marko Rupnik, accusato di abusi sessuali da diverse religiose, monsignor Alì Herrera ha detto a Domani che la Commissione «non si occupa di casi specifici», tuttavia l’auspicio è che ora, formato il collegio giudicante, le cose «vadano avanti rapidamente».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-abusi-sessuali-clero-rapporto-commissioni-minori-kzoo5hgg

  • La Chiesa cattolica sta deludendo le vittime di abusi, afferma un comitato vaticano

    La Chiesa cattolica sta deludendo le vittime di abusi, afferma un comitato vaticano

    In un rapporto interno insolitamente critico sulla questione, la Commissione vaticana per la protezione dell’infanzia ha accusato i principali leader cattolici di essere troppo lenti nell’aiutare le vittime di abusi sessuali da parte del clero e nell’attuare nuovi sforzi di tutela.

    Per decenni, la Chiesa, che conta 1,4 miliardi di fedeli, è stata scossa da scandali in tutto il mondo che hanno coinvolto abusi e insabbiamenti, danneggiandone la credibilità e costandole centinaia di milioni di dollari in risarcimenti.

    Il nuovo rapporto, solo il secondo redatto da una commissione fondata oltre un decennio fa, ha criticato i leader della Chiesa per non aver fornito informazioni alle vittime su come venivano gestite le loro segnalazioni di abusi o se i vescovi negligenti erano stati sanzionati.

    Ha inoltre affermato che le richieste di informazioni della commissione stessa sui protocolli di salvaguardia non hanno sempre ricevuto risposta e che la Chiesa italiana non ha fornito dettagli completi.

    “In molti casi … le vittime/sopravvissute riferiscono che la Chiesa ha risposto con accordi vuoti, gesti performativi e un persistente rifiuto di impegnarsi in buona fede con le vittime/sopravvissute”, si legge nel rapporto.

    Un’attivista di lunga data che si occupa dei diritti delle vittime ha elogiato il nuovo documento. “Questo rapporto dovrebbe servire da campanello d’allarme per Papa Leone”, ha affermato Anne Barrett Doyle del gruppo Bishop Accountability, che monitora gli abusi del clero cattolico da decenni.

    Commissione critica nei confronti dei leader della Chiesa
    La commissione vaticana, creata dal defunto Papa Francesco nel 2014, era stata turbata nel corso degli anni dalle dimissioni di diversi suoi membri e ha pubblicato il suo primo rapporto annuale solo l’anno scorso.

    Il nuovo rapporto, lungo 103 pagine, è il testo più corposo finora redatto dalla commissione e spesso critica la leadership della Chiesa, senza però fare nomi.

    Il suo argomento principale è la questione del risarcimento per le vittime di abusi, ma valuta anche gli sforzi di tutela della Chiesa in 22 Paesi e in un importante dipartimento del Vaticano.

    Il dipartimento preso in esame è il Dicastero per l’Evangelizzazione, un’organizzazione di vasta portata responsabile della supervisione delle attività della Chiesa nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo.

    Il rapporto afferma che il dicastero ha un solo funzionario incaricato di gestire le questioni di tutela. Afferma inoltre che la mancanza di chiarezza nella distribuzione del lavoro sui casi di abuso tra gli altri dipartimenti vaticani “può creare confusione e ritardi nell’avvio delle indagini e nella gestione dei reclami”.

    Maud de Boer-Buquicchio, autrice principale del rapporto, ha affermato che il Vaticano non ha dedicato risorse sufficienti alle sue iniziative di salvaguardia.

    “Le risorse sono un problema importante”, ha dichiarato de Boer-Buquicchio, giurista olandese e membro della commissione, in una conferenza stampa. “È una questione di disponibilità di finanziamenti e la scarsità di finanziamenti è una realtà ovunque”.

    I vescovi italiani non hanno collaborato pienamente con il panel

    Tra i paesi presi in esame dal nuovo rapporto c’è l’Italia, da tempo roccaforte cattolica, che è stata lenta nell’affrontare gli abusi da parte del clero.

    Il rapporto critica i vescovi del Paese per non aver collaborato strettamente con la commissione vaticana, affermando che un questionario sulle pratiche di salvaguardia inviato dal gruppo a tutte le 226 diocesi cattoliche italiane ha ricevuto risposta solo da 81 di esse.

    La Corea del Sud, un altro paese valutato, ha avuto una partecipazione del 100%.

    Il portavoce della Conferenza episcopale italiana ha affermato che avrebbe rilasciato una dichiarazione completa più tardi nel corso della giornata, ma che alcuni vescovi avevano già comunicato con il Vaticano prima che le richieste fossero ricevute.

    Cita la mancanza di trasparenza sulle rimozioni dei vescovi

    La commissione anti-abusi è la prima del suo genere nella Chiesa cattolica. Francesco, scomparso ad aprile, ha fatto della lotta agli abusi da parte del clero una priorità dei suoi 12 anni di pontificato, con risultati alterni.

    Papa Leone, eletto a maggio per sostituire Francesco, ha incontrato più volte i membri della commissione e ha nominato un nuovo presidente per il gruppo, un arcivescovo francese, a luglio. Il portavoce vaticano non ha risposto immediatamente alla richiesta di un commento sull’eventualità che il nuovo rapporto avrebbe modificato l’approccio di Papa Leone sulla questione .

    Mentre Francesco ha creato un sistema globale per consentire ai cattolici di segnalare sospetti di abusi o insabbiamenti da parte dei vescovi, i sopravvissuti agli abusi e i loro sostenitori hanno chiesto una politica globale di tolleranza zero per i sacerdoti accusati di abusi.

    “La mancanza di responsabilità dei leader della Chiesa è stata una questione spesso sollevata dalle vittime/sopravvissuti”, afferma il rapporto, che ha anche criticato il Vaticano per non aver chiarito quando i vescovi vengono rimossi dall’incarico per questioni legate ad abusi o insabbiamenti.

    “La Commissione sottolinea l’importanza di comunicare pubblicamente le ragioni delle dimissioni e/o della rimozione, quando la decisione è legata a casi di abuso o negligenza.”

    – Reuters

  • Abusi sessuali, Commissione vaticana: la gestione della Chiesa provoca “danni continui” alle vittime

    Abusi sessuali, Commissione vaticana: la gestione della Chiesa provoca “danni continui” alle vittime

    È il primo rapporto pubblicato dopo l’elezione di Papa Leone XIV, che ha affermato di volere affrontare con decisione gli abusi sessuali sui bambini e sulle persone vulnerabili all’interno della Chiesa cattolica.
    La commissione è guidata dall’arcivescovo francese Thibault Verny e comprende un misto di leader ecclesiastici ed esperti, tra cui Maud de Boer-Buquicchio, un avvocato olandese ed ex relatore speciale delle Nazioni Unite sulla vendita e lo sfruttamento sessuale dei bambini che ha guidato la compilazione del rapporto.

    “Dobbiamo ribadire che il modello decennale della Chiesa di cattiva gestione delle denunce, tra cui l’abbandono, l’ignoranza, la vergogna, la colpevolizzazione e la stigmatizzazione delle vittime/sopravvissuti, perpetua il trauma come un danno continuo”, afferma il rapporto, che chiede “riparazioni” per i danni causati dagli abusi, tra cui un sostegno psicologico e finanziario, dare ascolto ai sopravvissuti, scuse pubbliche e private, oltre ad una inversione di rotta su come vengono gestiti gli abusi.

    Nel rapporto di fa menzione di come le vittime degli abusi, dopo averli denunciati, sono stati colpiti da “negazione e licenziamento” da parte delle autorità ecclesiastiche e persino “inquietanti resoconti di ritorsioni” presi da vescovi e altri leader quando le vittime si sono fatte avanti.

    I sopravvissuti, dice il rapporto, hanno anche parlato di una “mancanza di assistenza psicologica” per le persone colpite e di “una forte resistenza alle riforme di salvaguardia” nelle chiese a livello di base.
    “Le figure di autorità all’interno della Chiesa che perpetrano o permettono abusi si sono forse considerate troppo essenziali e importanti per essere ritenute responsabili. La risposta della Chiesa agli abusi non dovrebbe ripetere gli stessi errori”, afferma il rapporto.

    Per quanto riguarda la responsabilità, la commissione chiede al Vaticano di iniziare a comunicare il motivo delle dimissioni o della rimozione di un vescovo se questo è legato a “casi di abuso o negligenza”. La pratica attuale è che il Vaticano annunci semplicemente quando un vescovo si è dimesso. senza approfondirne le eventuali motivazioni.

    Il documento di 200 pagine fornisce una valutazione su come le chiese in varie parti del mondo stanno affrontando gli abusi, quindi anche in Italia.
    Parlando in una conferenza stampa vaticana per la pubblicazione del rapporto, de Boer-Buquicchio ha ringraziato i media per “aver sollevato le voci delle vittime e dei sopravvissuti quando la Chiesa istituzionale non è riuscita ad ascoltare”, sottolineando che le vittime-sopravvissute affermano ripetutamente di “volersi sentire ascoltate e convalidate nelle loro esperienze”.

    Il vescovo Luis Manuel Ali Herrera, segretario della commissione, ha detto che papa Leone aveva “lo stesso forte impegno” del suo predecessore nell’affrontare gli abusi, anche se ha uno stile “analitico”. Il prelato colombiano ha anche riconosciuto l’invito alla Chiesa a muoversi più velocemente nella lotta contro gli abusi.

    Il rapporto, poi, analizza quelli che, nella lotta agli abusi sessuali, sono stati i ”fallimenti” della Chiesa italiana.
    Pur citando “progressi significativi” nella protezione dei minori, la commissione avverte che in Italia permane “una sostanziale resistenza culturale nell’affrontare gli abusi”, rammaricandosi che importanti esponenti della Chiesa non abbiano nemmeno incontrato i commissari e che diverse diocesi non abbiano fornito informazioni alla commissione sul loro lavoro di salvaguardia.

    https://euroborsa.it/abusi-commissione-vaticana-chiesa.aspx

  • Scuola, educazione sessuale vietata fino alle medie. Scontro governo-opposizione: «No all’ideologia gender», «Deriva oscurantista»

    Scuola, educazione sessuale vietata fino alle medie. Scontro governo-opposizione: «No all’ideologia gender», «Deriva oscurantista»

    Si scrive «consenso informato», si legge «divieto».  La commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento della maggioranza che vieta «tutte le attività didattiche e progettuali attinenti all’ambito della sessualità» non solo nelle scuole dei più piccoli, ma anche  alle medie. Immediata, e durissima, la reazione delle opposizioni. «In un Paese ancora scosso dall’ennesimo femminicidio di una giovane donna, la risposta politica del governo è quella di restringere ulteriormente gli spazi dedicati all’educazione all’affettività e al rispetto dell’altro nelle scuole», dichiara Irene Manzi, responsabile scuola del Pd. «Un modello censorio  – aggiunge – che lascia il campo libero alla disinformazione, fondata sul sessismo e la cultura della sopraffazione, che circolano indisturbati in rete». «Così l’Italia torna nel Medioevo», rincalza l’europarlamentare Alessandro Zan. Dello stesso avviso Elisabetta Piccolotti, di Alleanza Verdi e Sinistra, che ha parlato di «deriva oscurantista della scuola», accusando la maggioranza di essere «ispirata dal fondamentalismo e dall’estremismo religioso».

    Di tutt’altra opinione l’onorevole leghista Rossano Sasso, relatore della legge in discussione, secondo il quale «l’emendamento non vieta affatto l’educazione alla sessualità, né impedisce l’accesso a informazioni corrette: si limita ad escludere dalle scuole primarie e secondarie di primo grado attività didattiche che esorbitino da quanto previsto dalle Indicazioni nazionali». «Troppe volte – ha aggiunto Sasso – abbiamo assistito a tentativi di indottrinamento da parte di attivisti di estrema sinistra Lgbt».  Un riferimento implicito alla supposta ideologia gender, «una propaganda fatta da tematiche inopportune e inadeguate a bambini di 5 anni».

    L’Italia è rimasta uno degli ultimi Paesi in Europa (perfino Spagna e Irlanda hanno capitolato) in cui l’educazione sessuale non è una materia obbligatoria, anche se moltissime scuole, almeno finora, usavano i margini di autonomia a loro riconosciuti per legge per prevedere percorsi didattici mirati sui temi dell’affettività e della sessualità, spesso avvalendosi della collaborazione di esperti esterni. A maggio scorso il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha presentato un disegno di legge  che sotto la dicitura «Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico», non solo vincola questi progetti all’assenso preventivo delle famiglie (che peraltro, secondo un recente sondaggio Coop-Nomisma, sarebbero nella stragrande maggioranza favorevoli a introdurre l’educazione sessuale nel curriculum), ma li vieta del tutto nel caso delle scuole dell’infanzia e delle elementari. Da oggi, saranno vietati anche alle medie.

    Cosa resta dell’educazione sessuale a scuola? Poco o nulla. E’ vero che nelle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo c’è un paragrafo intitolato alla «scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona», ma non va al di là del generico riferimento a «un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza». Certo c’è anche l’ora di Educazione civica, che è diventata però una materia omnibus che si occupa di tutto: dalla Costituzione al surriscaldamento globale, dal bullismo all’antimafia. E dire che l’anno scorso, di questi tempi, la maggioranza aveva approvato un emendamento a firma del segretario di Più Europa Riccardo Magi che prevedeva un fondo per l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole. «Dopo poche settimane – ha ricordato oggi Magi – per volontà del governo sotto scacco dei pro vita, quei fondi sono stati riorientati e destinati a una formazione degli insegnanti sulla fertilità maschile e femminile. Pro vita che oggi si sono subito precipitati a ringraziare Valditara definendo l’educazione sessuale «un cavallo di troia dell’Agenda Lgbt». Resta ancora in piedi l’accordo, firmato a gennaio, dal ministro con l’associazione Giulia Cecchettin per l’educazione al contrasto della violenza di genere. Ma per il momento non se ne riescono ancora ad apprezzare le ricadute.

    https://www.corriere.it/scuola/medie/25_ottobre_15/scuola-educazione-sessuale-vietata-fino-alle-medie-scontro-governo-opposizione-no-all-ideologia-gender-deriva-oscurantista-d976acaa-7a97-4eee-90d2-9dc9389e3xlk.shtml
  • Bocciata la mozione per chiedere le dimissioni del vescovo Muser

    Bocciata la mozione per chiedere le dimissioni del vescovo Muser

    BOLZANO. Dopo un lungo confronto tra i capigruppo e una discussione sull’ammissibilità del testo, oggi, 8 ottobre, il Consiglio provinciale di Bolzano ha bocciato la mozione presentata da Jürgen Wirth Anderlan (Jwa) che chiedeva di sollecitare il vescovo Ivo Muser a dimettersi «per assumersi la responsabilità dei casi di abuso tra il clero locale».

    La proposta ha diviso l’aula e riacceso il dibattito sul rapporto tra Chiesa e istituzioni. Per Brigitte Foppa (Gruppo verde) si è trattato di «un pessimo momento per il Consiglio», ribadendo la necessità di mantenere netta la separazione tra potere religioso e politico. Sven Knoll (Süd-Tiroler Freiheit) ha invece sottolineato che «la separazione finisce quando si tratta di tutelare le vittime».

    Secondo Franz Ploner (Team K), «la Chiesa deve agire con trasparenza e non giocare a ping-pong tra politica e religione», mentre Sandro Repetto (Pd) ha ricordato che «Muser è stato l’unico vescovo in Italia a promuovere e pubblicare un’indagine interna». Anna Scarafoni (Fratelli d’Italia) ha giudicato la mozione «inaccettabile nel merito, perché riguarda due istituzioni indipendenti».

    Diversi esponenti Svp, tra cui Rosmarie Pamer, Waltraud Deeg, Harald Stauder e Philipp Achammer, hanno espresso posizioni analoghe, sottolineando l’importanza di prevenire gli abusi, ma ritenendo «assurdo votare sulle dimissioni di un vescovo». Anche Andreas Colli (Wir Bürger) e Christian Bianchi (Forza Italia) hanno criticato l’iniziativa, definendola «sbagliata e priva di senso».

    Il presidente Arnold Schuler ha difeso la scelta di ammettere la mozione al dibattito, ricordando che «Chiesa e politica sono due istituzioni separate e devono restare tali». Dopo la votazione per parti separate, la mozione è stata respinta a larghissima maggioranza.

  • 2° Report sugli Abusi sessuali del clero in Italia – Gli effetti di “Tolleranza ZERO & Sportelli diocesani CEI”

    2° Report sugli Abusi sessuali del clero in Italia – Gli effetti di “Tolleranza ZERO & Sportelli diocesani CEI”

    È in arrivo il 2° Report dell’Osservatorio permanente della Rete L’ABUSO, quest’anno ricco di dati rispetto al precedente, purtroppo però, anche tanti nuovi casi.

    È servito quasi un anno di lavoro certosino ma oggi finalmente abbiamo informatizzato completamente il nostro archivio, con addirittura una versione pubblica, consultabile gratuitamente ed aggiornata in tempo reale chiamata iCODIS, che trovate direttamente sul nostro portale.

    Grazie a iCODIS abbiamo potuto realizzare il 2° Report che fornirà dettagliatamente quanti casi nelle province, nelle regioni e in tutta Italia. Di questi quanti relativi a sacerdoti, suore, indotto laico ecc. E ancora quanti procedimenti sono passati per la giustizia italiana o quella vaticana, a che grado di giudizio sono attualmente, quali pene sono state inflitte al reo e molto altro.

    Ma la grande novità, mentre prima non vi era idea di quanti fossero i sopravvissuti prodotti oggi non solo possiamo quantificarli, ma sapere quante donne, uomini sono rimasti vittime, se erano minorenni o adulti vulnerabili, se sono stati abusati da sacerdoti, suore, catechisti e via dicendo.

    Abbiamo anche censito e catalogato i dati dichiarati negli anni dalla Conferenza Episcopale, fino ai recenti report, scoprendo che siamo in linea con il dato, uno scarto di soli 60 casi su più di 1.000 censiti.

    A quasi quindici anni dall’inizio delle riforme iniziate da Papa Francesco, sempre grazie ai dati censiti abbiamo potuto vedere quale è stato l’effetto della “Tolleranza ZERO” in Italia, quale il gradimento dei sopravvissuti, l’effetto ed il cambiamento che ha avuto nelle loro vite, come le ha cambiate, se e quante di loro hanno ricevuto giustizia.

    Chiediamo anche allo Stato italiano dove è stato in questi quindici anni e cosa ha fatto in merito.

    Una interessante analisi, raccontata dai numeri.

    Il 2° Report sarà presentato pubblicamente giovedì 23 ottobre.

          Per accrediti stampa accrediti@retelabuso.org


           INFORMATIVA URGENTE

                                                                                                                                      Savona 1/10/25

                 Al Garanti Regionali

     

    l’Associazione Rete L’ABUSO, con la presente istanza volta nell’interesse superiore del minore, intende denunciare la situazione che censiamo sul territorio, al tempo stesso stimolare con l’iniziativa il Garante affinché “l’interesse superiore del minore”, oggi in Italia ancora meramente solo sulla carta, inizi a creare basi concrete e canali affinché possa avviarsi un processo di applicazione rispetto quelle che sono le leggi tra cui la LEGGE NR. 172/2012 e la NR. 69/2019.

    Come ben sapete, ad oggi, l’Italia è priva di strumenti concreti ed efficaci di prevenzione contro gli abusi sessuali a danno di minori e persone vulnerabili. Priva di strumenti di consapevolezza per gli adulti ma soprattutto per i minori, coloro che se informati su quali comportamenti deve o non deve avere un adulto nei loro confronti, sono il primo ed il più efficace campanello di allarme per genitori o adulti, affinché possano attivarsi. Consapevolezza spesso capace di fare sì che i minori allarmati sfuggano a certe situazioni, salvandosi e segnalandole agli adulti.

    Come potrete constatare nel Report che segue, è la stessa Delegazione italiana, Interrogata dal Comitato per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza delle Nazioni Unite nell’esamina dell’80° sessione, a sollevare suo malgrado la grave lacuna italiana, fornendo come risposta alla delegazione ONU che chiedeva quali strategie preventive avesse o prevedesse di attuare lo Stato Membro, non ebbe altra risposta che citare quali fossero invece le pene e le aggravanti per coloro che commettono questi crimini.

    Ovvero, pene e aggravanti inflitte agli offender solo dopo aver commesso il reato.

    L’ONU ravvisò le gravi carenze, raccomandando al punto 21 del suo rapporto conclusivo quanto l’Italia avrebbe dovuto attuare. (CRC/c/ita/co/5-6)

    Quanto esposto in questa istanza in cui, l’Associazione denuncia indirizzando al Garante Regionale il non trascurabile dato emerso, relativo al solo clero cattolico, si fa sollecitamente notare che le cifre censite se pur in difetto sono elevatissime.

    Più del 3,5% nel solo clero, in Italia composto da 31.000 unità di cui 1.106 risulterebbero coinvolte.

    Dato ravvisato non solo dall’Associazione, ma confermato dalla stessa Conferenza Episcopale Italiana che per l’esattezza, ne dichiara nello stesso arco temporale da noi censito, 1.049 contro i 1.106 censiti dall’esponente.

    Premesso che il clero, in quanto organizzazione, da anni ben consapevole, si è mossa per tutelarsi da un problema al suo interno endemico e ben noto al Vaticano, almeno dal 1962, quando lo regolamentò segretamente, nell’ormai tristemente nota direttiva “Crimen sollicitationis”.

    Detto ciò, nulla toglie alla gravità e al dover sollecitamente intervenire, stimolando attraverso gli occhi e gli orecchi del Garanti Regionali, un fermo e sollecito intervento del Garante Nazionale che coinvolga e responsabilizzi i cittadini e la politica sul problema, in un’Italia quindici anni in ritardo rispetto agli altri Stati Membri dell’Unione Europea, in molti casi giunti non solo a una quantificazione del fenomeno sul territorio, ma ad un risarcimento umano, un sostegno concreto e giustizia per i sopravvissuti, come sancito anche in Italia dalle Garanzie Costituzionali.

    Come ben sapete, la peculiarità italiana sono quei vuoti legislativi di base, che nell’applicazione diventano ostativi verso norme secondarie.

    Per fare un esempio, l’assenza dell’obbligo di denuncia per tutti i cittadini – che andrebbe a responsabilizzare, come deve essere, gli adulti nei doveri di tutela previsti dalla legge nei confronti dei minori – rende praticamente inefficaci strumenti preventivi europei importanti come il certificato anti pedofilia, rilasciato dal Tribunale, con la finalità di impedire a chi pregiudicato per questo tipo di crimini, di tornare a contatto con i minori.

    Ma se non c’è l’obbligo della denuncia, non vi è un accertamento preventivo da parte dell’Autorità Giudiziaria, di conseguenza una condanna, quindi nessuna iscrizione sul certificato.

    Lo stesso certificato anti pedofilia, trova dalla ratifica un altro grave problema.

    Infatti non è chiaro perché solo in Italia il legislatore abbia sollevato dall’esibizione la categoria da sempre più a rischio, il volontariato, categoria alla quale guarda caso appartiene anche il clero che, nell’assoluto rispetto della legge, reintegra a contatto con minori i sacerdoti già condannati o recidivi. Quasi come se fosse una cosa “normale”.

    L’ultimo caso rilevato in Italia è quello di don Ciro Panigara che come la stessa Diocesi dichiara, già dieci anni prima avrebbe abusato di cinque minori. Omessa la denuncia alle autorità italiane da parte della chiesa, è rimasto nell’ombra fino allo scorso dicembre quando è stato reintegrato, poco dopo ha reiterato come da manuale il crimine.

    In questo caso l’obbligo di denuncia prima, il certificato anti pedofilia dopo, avrebbero evitato una tragedia palesemente annunciata che è indiscutibile, che di fatto però, ha creato nuove vittime.

    Basta provare a mettersi un solo secondo nella testa di un predatore pregiudicato che, a causa del certificato macchiato oggi non può più avere accesso alla maggior parte di luoghi frequentati da minori, viene da sé che questo andrà a predare dove il certificato non è richiesto.

    In associazioni sportive di volontariato, circoli e quant’altro sia disponibile compresa la chiesa, la parrocchia, dove è paradossalmente ancora più tutelato perché il timore della chiesa per lo scandalo gli dà certezza che se scoperto, non solo non verrà denunciato, ma verrà anche coperto, per scongiurare che la cosa trapeli e infanghi il buon nome della chiesa.

    Nell’assenza di efficaci strumenti preventivi quindi, l’inserimento dell’obbligo della denuncia per tutti i cittadini (già presente in Italia ma limitato ai soli pubblici ufficiali) e la revisione del certificato anti pedofilia, che come chiede all’Italia anche l’ONU, va corretto nella parte in cui si solleva il volontariato dall’esibizione, porterebbe già ad un buon livello preventivo rispetto l’attuale totale assenza.

                        Francesco Zanardi

         Legale rappresentante – Rete L’ABUSO ODV/ETS

  • San Marino, caso pedofilo: chiesto un registro per i reati sessuali

    San Marino, caso pedofilo: chiesto un registro per i reati sessuali

    Cinque istanze d’Arengo per difendere i bambini dai pedofili. Secondo una tradizione che affonda le radici nel passato storico del Titano, la domenica che segue all’insediamento dei capitani reggenti, si consente ai cittadini di presentare richieste, purché di pubblico interesse, consegnandole nelle mani del Segretario agli Interni (in questo caso Andrea Belluzzi) che ne dà lettura davanti alla reggenza.

    Così nella giornata di domenica scorsa, il gruppo “Genitori sammarinesi” ha avanzato non una ma sei istanze d’arengo su un totale di 30 con l’obiettivo di tutelare i bambini e i luoghi da loro frequentati. Segnale, questo, che sono lungi dallo smorzarsi le preoccupazioni, dopo il caso di Steven James Raul, cittadino sammarinese condannato in Italia per violenza sessuale aggravata e continuata su minori, peraltro rimasto a contatto con bambini e adolescenti fino al giorno del suo arresto tra incarichi nel mondo del calcio e mansioni nelle mense di un nido.

    Le istanze

    «Confidiamo – commentano dal comitato – che la nuova reggenza (formata da Matteo Rossi e Lorenzo Bugli, ndr) possa aiutarci a ritrovare fiducia nel nostro Stato e sicurezza per i bambini. Ora bisogna agire, basta solo parlare». Ma cosa chiedono nel dettaglio? Istituire due registri, l’uno per reati di pedofilia e l’altro per reati a sfondo sessuale; negare la possibilità di cancellare dal casellario giudiziario tali reati; rendere i bambini capaci di riconoscere il pericolo; obbligare settore pubblico, privato e associazioni di volontariato a verificare l’esistenza di accuse o condanne per reati contro minori a carico dei candidati.

    Commento a caldo

    Proprio ieri è tornato sul vulnus anche Domani-Motus Liberi che, dalle file dell’opposizione, ha ribadito con forza: «Non accetteremo che questa vicenda si concluda con scuse di circostanza o promesse di futuri miglioramenti». E ancora: «San Marino ha ratificato la Convenzione di Lanzarote assumendo impegni precisi per proteggere i minori da abusi e sfruttamento sessuale. Tradire tale spirito rifugiandosi dietro risposte evasive o silenzi complici significa mancare di rispetto non solo a obblighi internazionali, ma soprattutto ai nostri cittadini più vulnerabili». Per questo invocano: «Dimissioni da parte di chi ha mancato riforme urgenti e strutturali del sistema di protezione e un impegno concreto per impedire che fatti simili possano ripetersi. La sicurezza dei bambini deve venire prima di tutto».

    https://www.corriereromagna.it/san-marino/san-marino-caso-pedofilo-chiesto-un-registro-per-i-reati-sessuali-FA1673997

  • Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Milano, 2 ottobre 2025 – C’è il nome di don Emanuele Tempesta, ex parroco vicario di Busto Garolfo che dopo la condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi di reclusione punta a “patteggiare“ in appello una pena di 4 anni e a evitare il carcere con lavori socialmente utili, per la gravissima accusa di abusi sessuali su bambini che all’epoca avevano tra 7 e 11 anni. Poi il sacerdote di Rozzano Mauro Galli – anche lui ha evitato il carcere concordando in appello una pena di 3 anni per pedofilia contro un ragazzo di 15 anni – e altri nomi che si perdono nel passato. Violenze sessuali in ambiente ecclesiastico su bambini o adolescenti finite davanti al Tribunale, casi rimasti nel silenzio ed emersi dopo anni, il dramma vissuto dalle vittime e dai loro familiari.

    I numeri dell’orrore  

    Solo in Lombardia, secondo gli ultimi dati raccolti dall’associazione Rete L’Abuso, dal 2000 si contano 174 sacerdoti coinvolti in abusi sessuali, per un totale di 562 vittime: 519 di sesso maschile, e 43 donne. È il numero più alto in Italia, dove l’associazione ha censito incrociando diverse fonti 1.102 casi, una sessantina in più rispetto ai 1.049 dichiarati invece dalla Conferenza Episcopale Italiana, e 4.619 “sopravvissuti”. Gravitavano o gravitano nel Milanese 48 preti pedofili, territorio seguito da Bergamo (23) e Varese (17). 

    Risarcimenti col contagocce 

    “Risulta che su 4.619 sopravvissuti da noi censiti – spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – solo due abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani”. Il report, di cui ieri è stata pubblicata un’anticipazione, punta a denunciare il fenomeno di fronte “a un dato fornito dalla Cei incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto”. 

    Casi sommersi 

    Analizzando il focus sulla Lombardia realizzato dall’associazione, emerge che fra i “sopravvissuti agli abusi” ci sono anche 148 sacerdoti, 14 catechisti, 13 adulti vulnerabili, una suora, uno scout e due disabili. Il report cerca anche di fornire uno spaccato degli esiti sul fronte giudiziario: si sono registrate, sempre in Lombardia, solo 28 condanne definitive di sacerdoti o persone dell’ambiente parrocchiale accusate di abusi. Nove casi sono stati dichiarati prescritti, in tre hanno patteggiato, altrettanti sono stati archiviati. Ben 101 casi, secondo l’associazione, sono stati “sommersi dalla Chiesa”, e in tutti questi anni è arrivata una sola condanna canonica.

    Denunciare sempre”  

    Altri episodi sono al centro di segnalazioni arrivate all’associazione che lancia un appello, perché “la tempestività della denuncia è fondamentale” per evitare il rischio di prescrizione. “Per poter fare un paragone tra il dato della Rete L’Abuso e quello della Cei, la Conferenza episcopale italiana, che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro – sottolinea Zanardi – abbiamo utilizzato, a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione.

    Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute: diciamo “sole“ perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati”. In particolare bambini e adolescenti, divenuti adulti con la vita rovinata dalle violenze sessuali subite.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/preti-pedofili-rete-l-abuso-milano-lombardia-jtnqybj1

  • Preti pedofili e “Tolleranza ZERO” – Più di 10 anni dopo, i risultati raccontati dalle cifre

    Preti pedofili e “Tolleranza ZERO” – Più di 10 anni dopo, i risultati raccontati dalle cifre

    Per tutto il pontificato di Francesco lo slogan della “Tolleranza zero” ha nutrito speranze in tutti, soprattutto nelle vittime sopravvissute, da anni alla ricerca del riconoscimento di quanto subito e di un risarcimento umano, restituito da una chiesa impegnata non solo a riparare il danno, ma a prevenirlo.

    Più di dieci anni dopo possiamo fare il punto e capire quanto effettivamente le cose siano cambiate, se effettivamente, la situazione sia rassicurante come riportano i media, così rassicurati a loro volta che oggi si fa persino fatica a reperire notizie in materia.

    In 15 anni sono migliaia i dati che grazie a vittime coraggiose uscite dall’ombra sono giunti all’associazione, anche solo in forma di testimonianza, tuttavia ognuno di quei dati va ricordato rappresenta una vita alla quale corrisponde anche la personale storia di violenza sessuale, i vari dettagli e così via. Materiale accessibile solo agli operatori, che ad un certo punto abbiamo pensato data la vastità e l’importanza unica, soprattutto in Italia dove oltre il nostro, non esiste un dato governativo, a riflettere sull’importanza che poteva avere come valore sociale nonché come strumento di tutela per l’intera società. Per questo è nato iCODIS, una interfaccia filtrata nei dati sensibili che potesse essere consultata da tutti.

    Ebbene iCODIS, oggi alla versione 4.2, è in grado di restituire una serie davvero notevole di dati censendo in tempo reale non solo la situazione nelle regioni e province italiane, ma addirittura quella delle Regioni ecclesiastiche e delle loro province, meglio conosciute come Diocesi.

    Per una maggiore chiarezza abbiamo diviso i dati in due distinte sezioni, la prima espone i dati censiti dalla Rete L’ABUSO sulla base delle regioni italiane, la seconda invece, su una mappatura dell’Italia che ha confini territoriali differenti dai nostri.

    Nel primo caso, “Database degli abusi sessuali nel clero italiano” troverete nella Home page l’annuario dei casi che inizia a censire dal 1960, ma è molto scarno per carenza di dati fino al 2000, dove invece registrerà proprio in quell’anno già 14 casi, poco più di 1 al mese toccando l’apice nel 2016 con ben 38 casi, più di 3 al mese. Appena sotto il pannello che documenta le fonti dei casi che la Conferenza episcopale italiana ha dichiarato a partire dall’anno 2000. Subito dopo i vari database disponibili nel portale ed in fine iCODIS Live Search, un potente motore di ricerca direttamente all’interno del database.

    Nella stessa sezione, ma in una seconda pagina l’approfondimento dell’Annuario storico proposto in Home page, questa volta compreso di dettagli e statistiche.

    Immediatamente dopo i “Dati regionali divisi per province”, pannelli rappresentanti le regioni e i casi in ogni singola provincia italiana comprendenti quante bambine, bambini e persone vulnerabili sono vittime degli offender di quella regione, se questi sono stati abusati da sacerdoti, suore, catechisti, scout ecc. Trovate anche la situazione penale riferita a quegli offender, quelli ancora anonimi, quelli denunciati, quelli indagati, condannati in 1°, 2° o 3° grado, chi condannato in sede civile o in sede canonica ecc. Trovate anche qui un motore di ricerca, questa volta però interno alla sola area geografica.

    Nell’ultima pagina di questa sezione “I dati generali di sopravvissuti e offender”  il dettaglio non solo espresso con un chiaro grafico interattivo, ma anche dettagliato sempre per regione e categoria di offender, con una tabella numerica sia per gli offender, sia per le loro vittime.

    Passando alla seconda sezione “Le omissioni nelle Diocesi CEI” dove ricordiamo che il dato utilizzato è quello fornito dalla Conferenza Episcopale Italiana che, per quanto poco attendibile, ci sentiamo di garantire come reale, in quanto discorda da quello censito da Rete L’ABUSO di una sessantina di casi su 1106 da noi censiti, 1049 dichiarati invece da CEI.

    Per correttezza ricordiamo che il dato fornito da CEI è incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto ecc. Per quanto riguarda la parte di dati raccolti da CEI tramite gli sportelli diocesani, è addirittura ignoto quali siano gli sportelli di provenienza del dato e in quali diocesi. Ma non scoraggiatevi, come vedrete siamo comunque riusciti ad esporre ugualmente la situazione.

    Nella Home di questa sezione il primo pannello fotografa ampiamente quanto poi più avanti dettagliato, per nulla in linea con slogan durati più di dieci anni che dicono “Tolleranza ZERO”, a meno che non abbiamo compreso totalmente al contrario quello slogan, che dietro se portava non solo l’apertura degli archivi diocesani, ma la trasparenza della chiesa, anch’essa messa in forte dubbio dai dati CEI, come detto prima, privi persino di indicazione geografica.

    Ecco il primo pannello che nel rendiconto sintetico dice; che su 1049 preti dichiarati da CEI, forse a causa della poca trasparenza, tuttavia risulta di quei casi che la chiesa italiana non ne ha denunciato neppure 1 all’autorità giudiziaria italiana. Che invece quella canonica ne ha processati presso i suoi tribunali solo 74, nessuna traccia dei restanti 975.

    Riguardo le vittime invece – sempre in virtù della trasparenza – non vi è praticamente traccia, tranne quelle poche indicate negli unici tre report della CEI, anche in questo caso però manca riferimento geografico, il supporto medico e non fornito e via dicendo. Per poter quindi fare un paragone tra il dato della RETE e quello della CEI che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro, abbiamo utilizzato a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione. Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute, diciamo sole perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati. Tuttavia riusciamo a farci un’idea piuttosto precisa.

    Risulta che su 4619 sopravvissuti da noi censiti, solo 2 abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani.

    Proseguendo nella pagina seguono i pannelli che rappresentano altri dati interessanti e tristemente significativi, ad esempio quanti sportelli diocesani siano realmente attivi su 226 diocesi totali, quante siano le strutture terapeutiche sparse sul territorio per le vittime, quante invece per gli offender. Come fatto nell’altra sezione, questa volta indicando però la regione ecclesiastica e la diocesi di appartenenza, anziché la provincia, il dato dei casi censiti in ogni diocesi italiana, il numero di vittime in quella diocesi pochi altri dati.

    Passando al pannello successivo la storica mappa delle “Diocesi insicure” con tutti i casi sul territorio, questa volta però aggiornata in tempo reale direttamente dal database.

    Le due sessioni successive raccolgono invece una “Gli “omissori” di denuncia dei casi italiani” ovvero, l’elenco dei vescovi e cardinali che hanno rinunciato ad esercitare la loro “facoltà morale” di denunciare in tutela dei minori a loro affidati, gli offender alla magistratura. Naturalmente troverete anche quei vescovi pizzicati direttamente con le braccia infilate nella marmellata nel tentativo di coprire.

    Nella seconda le “Comunità di recupero per sacerdoti” con l’elenco di tutte le strutture scoperte nel tempo sul suolo italiano, adibite alla cura dei preti pedofili o in difficoltà.

    L’ultima sessione “Casi denunciati alla DDF” censisce quanti sopravvissuti insoddisfatti dal processo diocesano si siano successivamente appellati alla DDF, ma noi ne censiamo solamente 14 di cui 13 non anno mai ricevuto neppure una risposta, l’unica nota invece risulta inconcludente.

    Concludendo va ricordato che rimangono ancora in mano alla DDF i 613 casi di cui ci informò nel 2022 il cardinale Zuppi, che con apparente umiltà condì con la frase “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”.

    Chissà se almeno quei 613 casi poi spariti in un battibaleno dalla memoria di CEI e media , hanno avuto una sorte migliore di quelli da noi censiti.

    Riguardo alle botte invece questa la sappiamo!

    Quelle le abbiamo prese ancora una volta noi vittime mentre grazie a Dio, la chiesa non si è fatta un solo graffio.

    Riguardo la responsabilità assunta dalla CEI, ogniuno tragga a questo punto le proprie conclusioni.

    Resta ancora un ultimo dubbio.

    Ma quando Papa Francesco diceva “Tolleranza zero”, a cosa si stava riferendo?