Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Papa Francesco incontra le vittime. Intervista al portavoce della Rete L’ABUSO su Radio 105

    Papa Francesco incontra le vittime. Intervista al portavoce della Rete L’ABUSO su Radio 105

    Da “Il Tempo” del 7 luglio 2014

    Il Papa incontra le vittime di preti pedofili. Francesco Zanardi: «È un’operazione di facciata»

    «L’incontro di Papa Bergoglio con le vittime degli abusi? Ne ero a conoscenza, ma non ci interessa. Allo stato attuale, è una farsa mediatica».

    Francesco Zanardi è stato una delle centinaia di minori vittime accertate di violenza sessuale perpetrata da sacerdoti, ed è presidente della Rete L’Abuso Onlus, che si occupa di dare sostegno e assistenza, legale e psicologica, a chi denuncia molestie o abusi. Zanardi non crede a una «svolta» da parte del Vaticano, nemmeno di fronte ai duri intendimenti esternati da Papa Francesco. L’assenza di strumenti giuridici per il contrasto del fenomeno, anche da parte dello Stato italiano, il non obbligo di denuncia da parte dei vescovi e, a suo dire, una vera e propria rete di copertura internazionale, farebbero dell’Italia una sorta di «paradiso legale dei pedofili».

    Zanardi, lei non è convinto degli intendimenti di Papa Francesco, vero?

    «Ad oggi no. Abbiamo delle vittime che non sono risarcite né seguite, e i sacerdoti non vengono nemmeno più spretati. Localmente le diocesi continuano a insabbiare questi casi, a fare il solito lavoro di stalking nei confronti delle vittime. Per i vescovi portare brutte notizie in Vaticano non è una bella cosa».

    Forse bisogna far pervenire le segnalazioni direttamente al Pontefice?

    «Giada Vitale, una ragazzina di 19 anni di Termoli, c’era riuscita: ha consegnato una lettera in mano a Francesco durante l’Angelus. Ma non ha risposto neanche a lei. Non ha risposto a nessuno. Le vittime arrivano da noi dopo aver già scritto a tutti».

    Al momento quante presunte vittime seguite?

    «Abbiamo fra i 340 e i 350 casi allo stato attuale, con diversi procedimenti aperti in tutta Italia. La differenza fra l’Italia e l’estero è drammatica, perché anche a causa dei Patti Lateranensi ci sono diverse difficoltà ad agire quando il pedofilo è un prete».

    In che senso?

    «C’è una clausola sul protocollo addizionale, all’accordo del 1986, dove la magistratura si impegna a segnalare al Vescovo l’apertura di un fascicolo su uno dei suoi chierici. Questo vuol dire che il bidello, o l’allenatore di calcio, se è indagato non lo sa finché non riceve apposito avviso di garanzia. Se invece il prete è indagato, la magistratura prima di aprire un fascicolo comunica tutto al vescovo, quindi fornendogli gli strumenti per difendersi, recuperare le prove o insabbiare».

    In chiave pedofilia, però, c’è la Convenzione di Lanzarote che mette molti paletti.

    «Certo. Ma cosa ha fatto lo Stato italiano? Ha tolto l’obbligo di produrre il casellario giudiziario alle categorie che appartengono al volontariato: non solo preti, ma anche allenatori di calcio o baby sitter, nonostante siano le figure più rischiose. E poi l’Italia è l’unico Paese che non ha mai fatto una Commissione d’inchiesta sui preti pedofili, quindi non esiste una quantificazione».

    Cosa dovrebbe fare Papa Francesco?

    «Innanzitutto, una cosa banale: introdurre l’obbligo di denuncia per i vescovi. Se copri un abuso, paghi. Banale, ma fondamentale».

    Si è scontrato con Bagnasco proprio per questo motivo, lo sa?

    «Non deve scontrarsi, deve agire. Lui è il monarca di una monarchia assoluta. Può fare quello che vuole. Invece tanti preti oggi sono ancora dove sono. Certo, vengono sospesi dalla Messa: ma cosa vuole che importi?».

    Intanto ha avviato una Commissione, dove partecipa anche una vittima irlandese.

    «Sappiamo già che quella persona non ha buone credenziali. E poi, messa da chi? L’hanno nominata le vittime? A che servono le commissioni, se c’è la magistratura?».

    Al Governo italiano, invece, cosa chiedete?

    «Intanto di rivedere i Patti Laternanesi. E poi di dimostrare volontà d’azione. Napolitano, nel 2009 è stato l’unico Presidente della Repubblica che ha dato solidarietà non ai cittadini italiani ma al Papa. Questo la dice lunga su quali sono i rapporti fra lo Stato Italiano e il Vaticano. E poi…».

    E poi?

    «E poi c’è una rete di protezione internazionale. Cardinali indagati che sono stati fatti venire in Italia da Papa Francesco, oggi protetti con l’immunità. C’è il cardinale polacco Wesolowski ricercato dall’Interpol. Poi a Parma il prete italiano Padre Reverberi, che aveva aperto un orfanotrofio in Brasile dove in realtà vendeva questi bambini per sesso. Oppure la storia dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo, con sede a Verona e La Plata (Argentina, ndr) con una lista di preti e fratelli laici ricercati che si sono scambiati di sede. Questo, perché in Italia non c’è l’estradizione obbligatoria per reati del genere. Una sorta di paradiso legale».

    Vincenzo Bisbiglia

    http://www.iltempo.it/cronache/2014/07/07/francesco-zanardi-violentato-e-un-operazione-di-facciata-1.1268690

  • Papa Francesco rimanda a casa il monsignore che difese il prete pedofilo

    Papa Francesco rimanda a casa il monsignore che difese il prete pedofilo

    Provvedimento papale durissimo per il numero due della nunziatura apostolica in Italia, difensore dell’ex prete romano condannato in secondo grado per pedofilia. Per volontà di Francesco, monsignor Luca Lorusso lascia sia la prestigiosa nunziatura di via Po a Roma sia la diplomazia pontificia per tornare nella sua diocesi di origine, Taranto. Al suo posto, come numero due della nunziatura guidata da monsignor Adriano Bernardini, arriva monsignor Giorgio Chezza della diocesi di Nardò–Gallipoli, proveniente dalla martoriata Siria.

     Un trasferimento, quello di Lorusso, che era stato annunciato dal Papa in persona il 6 marzo scorso nell’aula Paolo VI in Vaticano, durante la tradizionale udienza al clero della sua diocesi di Roma per l’inizio della quaresima. In quell’occasione Bergoglio, anche su richiesta del suo cardinale vicario Agostino Vallini, aveva espresso chiaramente la sua condanna per il comportamento di Lorusso. “Sono stato molto colpito – aveva detto il Papa – e ho condiviso il dolore di alcuni di voi, ma di tutto il presbiterio, per le accuse fatte contro un gruppo di voi; ho parlato con alcuni di voi che sono stati accusati e ho visto il dolore di queste ferite ingiuste, una pazzia, e voglio dire pubblicamente che io sono vicino al presbiterio, perché qui gli accusati non sono sette, otto o quindici, è tutto il presbiterio. Voglio chiedere scusa a voi, non tanto come vescovo vostro, ma come incaricato del servizio diplomatico, come Papa, perché uno degli accusatori è del servizio diplomatico. Ma questo non è stato dimenticato, si studia il problema, perché questa persona sia allontanata. Si sta cercando la via, è un atto grave di ingiustizia e vi chiedo scusa per questo”.

    Parole durissime che non furono riportate su L’Osservatore Romano, ma soltanto su Avvenire. Bergoglio si riferiva alla vicenda dell’ex prete Patrizio Poggi, condannato in secondo grado a cinque anni di carcere per violenza sessuale su minori. Nel 2013 Poggi aveva denunciato ai carabinieri nove ecclesiastici romani, compreso il segretario particolare dei cardinali Camillo Ruini e Agostino Vallini, accusandoli di analoghi comportamenti di pedofilia. La denuncia fu sostenuta proprio da monsignor Lorusso, amico di Poggi e suo avvocato canonico nella causa per il suo reintegro nello stato clericale, presentata presso la Congregazione per la dottrina della fede. Lorusso, sia all’atto della denuncia di Poggi ai carabinieri di Roma, sia durante il processo canonico in Vaticano, sostenne sempre che le accuse dell’ex sacerdote erano attendibili e fondate. Ma alla magistratura le accuse risultarono false e parte di un “sordido complotto” al fine “di destare uno scandalo con risonanza potenzialmente mondiale per il coinvolgimento anche dei più stretti collaboratori della Curia romana e, indirettamente, del Papa, chiamato a valutare le pressanti richieste di Poggi che non esitava a manifestare sostanziali propositi estortivi nei confronti del Pontefice, pur di ottenere la restituzione allo stato clericale, con un rancore inestinguibile, pronto ad assoldare dei killer per uccidere i suoi nemici”.

    La verità era che l’ex sacerdote della parrocchia romana di San Filippo Neri provava un odio talmente forte verso sacerdoti e monsignori, da lui accusati di averlo incastrato nella vicenda giudiziaria in cui fu coinvolto per prostituzione minorile, al punto che se avesse avuto le disponibilità economiche li avrebbe “fatti uccidere e non avrebbero saputo neanche il perché”, come disse in un’intercettazione telefonica con la madre riportata nell’ordine di arresto. Dalle indagini è emerso anche che Poggi si spacciava con le sue vittime per un magistrato riuscendo così a guadagnare la loro fiducia. Il trasferimento di monsignor Lorusso è una tegola pesantissima per il nunzio in Italia Bernardini, dal 2003 al 2011 a capo della nunziatura nell’Argentina di Bergoglio e principale antagonista proprio dell’allora arcivescovo di Buenos Aires nella nomina dei vescovi sudamericani. Papa Francesco, subito dopo l’elezione, non gli ha risparmiato un bel po’ di anticamera e ora la rimozione del suo numero due suona come un avviso di sfratto anche per lui.

    Twitter: @FrancescoGrana

  • GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

    GIADA VITALE, PER LA PRIMA VOLTA IN MOLISE IL CONSIGLIO REGIONALE SARÀ PARTE CIVILE IN UN PROCESSO PER VIOLENZA SESSUALE

    Il consiglio regionale del Molise si costituirà parte civile nel  processo a carico di Don Marino Genova sul caso dei presunti abusi sessuali a carico di Giada Vitale. Sarà possibile grazie alla  consigliera regionale Nunzia Lattanzio che ha chiesto l’applicazione dell’articolo 11 della legge regionale del 15 ottobre 2013. Ispirata alle sentenze della cassazione penale, sez. III, con le sentenze nn. 22538 e38835, nel 2002 e nel 2009si era espressa sull’ammissibilità della costituzione di parte civile degli enti pubblici e dei comuni nei procedimenti per violenza sessuale.

    La mozione è stata approvata da tutto il consiglio nonostante l’iniziale resistenza dell’assessore Vittorino Facciolla. Questo è il primo caso di applicazione della legge regionale approvata a ottobre.

    Ecco la versione integrale dell’intervento della consigliera Nunzia Lattanzio

    Signor Presidente, signori Assessori, Colleghi consiglieri,
    Il Consiglio Regionale con l’approvazione di questo significativo atto di mozione, il primo in materia, non intende sconfinare in un’area di competenza giudiziaria, bensì supportare con rispetto e rigore il percorso della giustizia con un’azione di profilo extra- giurisdizionale, in tal guisa a rafforzamento di principi costituzionali e di diritto internazionale in materia di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.
    Ciò premesso non entrerò nel merito della vicenda giudiziaria, che conosco tuttavia nel dettaglio, essendo stata avvicinata dalla rete nazionale “L’Abuso” e dallo stesso legale della giovane donna molisana vittima, sin dalla tenera età, di presunte reiterate violenze sessuali.
    I diritti umani delle donne e delle bambine sono parte inalienabile, integrale e invisibile dei diritti umani universali.

    La piaga della pedofilia striscia in tutti gli ambienti frequentati da bambini ed adolescenti. A seguito di un abuso subito, il primo problema della vittima è quello di essere creduta da investigatori, giudici, genitori e dalla comunità tutta di appartenenza.
    “Tra il 2000 ed il 2005, i minori vittime di reati sessuali in Italia sono stati 2.891. In 2.406 casi si è trattato di violenza sessuale, in 87 casi di violenza sessuale di gruppo, in 299 casi di atti sessuali con minorenne e in 99 casi di corruzione di minorenne.

    Secondo i dati diffusi dalle forze dell’ordine tra il 2011 ed il 2012 i reati sessuali in Italia sono triplicati ed il 78% dei casi riguarda bambine e ragazze. In Italia le bambine e le ragazze risultano più vulnerabili, di fronte alla violenza, rispetto ai loro coetanei maschi: in 6 casi su 10 la vittima di reati commessi e denunciati su minori nel 2012 è una giovane donna. Nel 2012 sono stati 5.103 i minori vittime di reati, una cifra superiore a quella del 2011 (4.946). Secondo i dati forniti dalle Forze dell’ordine e rielaborati dall’organizzazione, nel 2012 689 minori hanno subito violenza sessuale (l’85% delle vittime è una ragazza). A questi vanno aggiunte le 422 vittime di violenza sessuale aggravata (79%). Tra i reati a sfondo sessuale, a registrare l’aumento più drammatico in un anno è la pornografia minorile: 3,70% a danno di 108 minori, il 69% dei quali femmine. In generale, tra i reati commessi e denunciati su minori, quelli che mietono più vittime sono i maltrattamenti in famiglia: i bambini che li hanno subiti nel 2012 sono 1.246,82 in più rispetto al 2011”.
    Il danno subito diventa ancor più grave quando soggetto attivo del reato è un adulto cui il minore è legato e tiene particolarmente.

    Il bambino vittima di violenze sessuali dovrà affrontare, nel corso della sua restante vita, conseguenze devastanti e di lunga durata. Quando un giovane vita subisce un abuso, lo shock psicologico è così grande che il Sé normale non è in grado di decodificare quel che gli sta accadendo. Anche a causa di possibili danni al funzionamento cerebrale, le vittime di abuso sessuale spesso esibiscono comportamenti autodistruttivi.
    Nel caso della giovane Giada Vitale l’azione posta in essere dal presunto reo trova la sua massima espressione di deplorazione sociale nel fatto che il soggetto agente è un rappresentante della Chiesa cattolica.

    Già Papa Ratzinger ebbe a condannare, in varie occasioni, i casi di pedofilia, durante l’assemblea plenaria per la famiglia tenutasi l’8 febbraio 2010. In quell’occasione il Sommo Pontefice ebbe modo di dire: “La Chiesa, lungo i secoli, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e in molti modi, si è presa cura di essi. Purtroppo, in diversi casi alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e condannare”.

    “La pedofilia è come le messe nere” sostiene oggi Papa Francesco per condannare la piaga degli abusi sessuali sui minori nella Chiesa. “E’ un problema molto grave”. “ (…) Un sacerdote che compie un abuso, tradisce il corpo del Signore (…)” (…) “Il prete deve portare il bambino o la bambina alla santità. E questo si fida di lui. Invece di portarlo alla Santità, lui lo abusa. E’ come fare una messa nera!” (…).
    Ricordo a noi tutti che il sacerdote è abitualmente percepito come parte della famiglia del parrocchiano. I bambini cattolici vengono indotti a chiamare i membri del clero, Padre, Madre, Sorella, Fratello sino ad interpretare, a volte, in modo letterale queste identificazioni ideali; questi stessi bambini, provenienti in alcune circostanze da famiglie problematiche, posso incorrere nel cercare all’interno della Chiesa figure parentali che fungeranno nel loro immaginario da modelli di ruolo ed assicureranno la stabilità venuta a mancare nel proprio sistema.

    Per le su esposte ragioni è opportuno che le istituzioni intervengano per dare un segnale di disapprovazione di tali comportamenti soprattutto quando questi provengono da soggetti su cui i minori hanno riposto fiducia.
    Il danno causato dalla violenza di genere e dalla violenza sui minori ha una dimensione lesiva pubblica, posto che con esso viene leso il diritto – dovere pubblico spettante alle istituzioni centrali e periferiche di garantire l’integrità psicofisica dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della personalità umana.
    La Regione Molise ha individuato tra i propri principi e finalità anche quello di concorrere a dare attuazione ai principi costituzionali sui quali si fonda la Repubblica italiana, una ed indivisibile, informando il proprio ordinamento ai principi di libertà, democrazia ed uguaglianza, giustizia, solidarietà, sussidiarietà pari dignità sociale, pace e non violenza.

    In particolare la Regione Molise con la Carta statutaria ha inteso ispirare ed orientare per il raggiungimento dei seguenti obiettivi:
    1) l’effettiva tutela ed il pieno esercizio, per tutti, diritti e interessi riconosciuti dalla Costituzione, operando per il superamento degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana;
    2) il riconoscimento dei diritti delle fasce più deboli della popolazione mediante il superamento delle cause che ne determinano la disuguaglianza e il disagio;
    3) la rimozione di ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, economica e culturale, nonché la promozione della parità di accesso tra gli uomini e le donne alle cariche elettive;
    4) il sostegno della famiglia, orientando a tal fine le politiche sociali, economiche, finanziarie di organizzazione dei servizi.
    La Regione Molise ispira il proprio statuto al pieno rispetto dei diritti naturali ed inviolabili della persona.
    La legge n. 15 dell’ottobre 2013 ha tra i suoi obiettivi proprio quello di intervenire a salvaguardia dei diritti inviolabili della persona vittima di violenza.
    In particolare, il testo di legge richiamato contemplo la facoltà per la Regione Molise di costituirsi parte civile in tutti i processi celebrati sul proprio territorio che abbiano ad oggetto la commissione di reati ai danni di donne e minori.

    La violenza sulle donne intesa come abuso, sopraffazione, limitazione delle libertà personali, disparità di trattamento e sottrazione di opportunità, violazione di diritti, rappresenta una violazione dei diritti fondamentali della persona, ed anche un fenomeno che coinvolge l’intera struttura della società ovvero la vita sociale in tutte le sue articolazioni.

    Il danno causato dalla violenza di genere ha una triplice dimensione lesiva: personale, sociale e pubblica. In quest’ottica va, pertanto, inteso il disposto normativo previsto all’art. 11 della L.R. 15/2013 ovverosia quale intervento volto a garantire l’integrità psicofisica delle/dei propri consociati e di eliminare ogni ostacolo di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedisca il pieno sviluppo della persona umana, ex art. 3 Cost. All’intero di tale dimensione pubblica del danno si colloca il fondamento della costituzione di parte civile degli Enti pubblici per i quali risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorge solo a seguito della perdita finanziaria contabile nel bilancio dell’ente pubblico, cioè della lesione del patrimonio dell’ente, non incidendosi su un bene apparentemente dello Stato (…). La legittimazione ad agire, che è attribuita allo Stato ed agli enti minori, non trova perciò fondamento nel fatto che essi abbiano affrontato spese per riparare il danno, o nel fatto che essi abbiano subito una perdita economica ma nella loro funzione a tutela della collettività e della comunità nel proprio ambito territoriale e degli interessi all’equilibrio ecologico, biologico e sociologico del territorio che ad essi fanno capo.

    Il fondamento del danno per l’ente pubblico, dunque, risiede nell’offesa dell’interesse protetto, da intendersi nel contrasto alla violenza di genere come mezzo per la promozione delle pari opportunità e per la rimozione di ogni forma di discriminazione basata sul genere o sull’orientamento sessuale compiuta nel proprio territorio.

    Il perseguimento di tale obiettivo rappresenta una specifica obbligazione istituzionale, che trova fondamento: a) negli articoli 3 e 117 Cost., b) nella CEDAW, che deve essere attuata ad ogni livello istituzionale; c) nell’adesione alla Carta europea per l’uguaglianza e la parità di donne e uomini nella vita locale; d) nelle previsioni statutarie; e) nell’attuazione di piani (nazionali e locali) di azione di contrasto alla discriminazione e violenza di genere.
    La Regione Molise con lo strumento legislativo L.R. 15/13 ha normativamente trasformato interessi generici e diffusi dei cittadini rappresentati in propri interessi specifici e in oggetto peculiare delle proprie attribuzioni e dei suoi compiti istituzionali, donde la configurabilità in capo ad essa di un interesse concreto alla salvaguardia di una situazione storicamente circostanziata divenuta suo scopo primario ed elemento costitutivo.

    GLI ABUSI SESSUALI LEDONO L’INTERESSE DELLA COLLETTIVITA’ AD UNA SOCIETA’ NON SESSISTA. Gli abusi sessuali ledono non solo la libertà morale e fisica della donna, ma anche il concreto interesse delle istituzioni e nella specie della Regione Molise, di preservare il territorio da tali deteriori fenomeni avendo lo stesso posto la tutela di quel bene giuridico come proprio obiettivo primario.
    Dalla frustrazione delle finalità e degli scopi dell’ente può conseguire un danno economico diretto per le diminuzioni patrimoniali eventualmente subite dagli organi istituzionali predisposti per alleviare i traumi delle vittime di abusi sessuali, dovendosi ritenere la Regione, ente esponenziale del suddetto interesse, la stessa è legittimata, come tale, a costituirsi parte civile nel processo penale. Inoltre, è configurabile in capo alla Regione un danno morale per la lesione dell’interesse perseguito per garantire la libertà di autodeterminazione della donna e la pacifica convivenza nell’ambito regionale, beni sociali statutariamente individuati come oggetto specifico di tutela.

    Alla luce di queste mie concise osservazioni, a sostegno della mozione presentata dal Consigliere Monaco, invito i colleghi tutti ed i rappresentanti del governo a manifestare la volontà che l’Ente regionale si costituisca parte civile nel processo instaurato nei confronti del presunto autore di gravi reati sessuali che per anni ebbe sottoporre a violenze sessuali la piccola Giada Vitale, costringendola in una dimensione di sofferenza, sfiducia e ingiustizia. E’ necessario che con l’approvazione di questo significativo atto di mozione possa essere ricostruito un serio rapporto di fiducia tra la società civile ed i suoi figli più deboli, rapporto sino ad oggi minato dal fatto che per anni le istituzioni hanno taciuto e sono rimaste inerti dinanzi a fenomeni assai devastanti. La costituzione di parte civile in tale processo, infatti, non solo rispetterebbe il disposto normativo locale ed internazionale ma soprattutto darebbe un messaggio positivo a tutte le vittime di abusi, messaggio di attenzione riposta dalle istituzione alla loro tragedia.
    Grazie.

  • Chiesa e pedofilia in Italia: quando la storia non insegna. E si ripete

    Chiesa e pedofilia in Italia: quando la storia non insegna. E si ripete

    Valerio Gigante, Adista

    Un libro che analizza le radici storico-culturali – e le opportunità “politiche” – che hanno portato la Chiesa italiana ad essere così reticente, a volte addirittura omertosa, sui casi di pedofilia che riguardavano il clero, e che scava alle radici delle logiche che hanno condotto vescovi ed istituzioni ecclesiastiche a rimuovere o insabbiare sistematicamente tale questione, finché essa non è esplosa in maniera incontenibile negli anni scorsi, portando il Vaticano e molte Conferenze episcopali ad assumere misure straordinarie per contrastare il fenomeno. Molte, ma non quella italiana, dove ad oggi solo due diocesi, in seguito a decine di denunce rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona (la prima perché si rivolge ad un’opinione pubblica molto esigente, prevalentemente formata sul modello di quella austriaca e tedesca; l’altra, Verona, in seguito al clamoroso scandalo dell’istituto Provolo). Nel resto d’Italia, nulla. L’indagine di Federico Tulli, giornalista per numerose testate, da Sette del Corriere della Sera a Left/Avvenimenti, da Cronache Laiche (di cui è condirettore) a Globalist, si intitola Chiesa e pedofilia, il caso italiano (l’Asino d’Oro, 2014, euro 18) e costituisce l’ideale prosieguo di un altro libro scritto nel 2010 sempre per lo stesso editore: Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro.

    Tulli, che si occupa di divulgazione scientifica, bioetica, laicità e diritti civili, fa iniziare la sua riflessione da una risposta resa all’autore stesso, nel 2012, da p. Federico Lombardi: il portavoce della Santa Sede, a Tulli che nel corso di una conferenza stampa gli chiedeva se il Vaticano non ritenesse opportuna l’istituzione in Italia di una commissione di inchiesta sulla pedofilia sulla scia di analoghe esistenti in Paesi come dall’Irlanda, Belgio, Stati Uniti, Australia, Olanda, Germania, considerando che nel decennio precedente circa 150 sacerdoti erano finiti sotto processo, rispose che no, non ce n’era affatto bisogno.

     E allora, visto che la mappatura del fenomeno la Chiesa italiana e il Vaticano non intendono realizzarla, a tentare di fare luce sulle dimensioni e le cause del fenomeno della pedofilia nella Chiesa del nostro Paese ci ha provato lo stesso Tulli. Il risultato della sua indagine è significativo. Nella seconda parte del libro, dai casi descritti (a partire dall’Unità d’Italia sino ad oggi), si evince da una parte che gli episodi criminali sono molti e si sono succeduti senza soluzione di continuità; dall’altra che la Chiesa istituzione ha costantemente ed esclusivamente mirato a preservare la propria immagine pubblica, sacrificando in questo modo diritti e la tutela delle vittime. Esponendo al pericolo altri bambini, potenziali vittime di preti pedofili trasferiti di parrocchia in parrocchia, invece che rimossi dal loro ufficio, denunciati o curati. Tuttora, le “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” della Cei non prevedono alcun obbligo dei vescovi di denunciare alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia.

    Si comprende così come mai l’autore interpreti la linea della “tolleranza zero” avviata sotto il pontificato di Benedetto XVI più come la strategia per salvare la reputazione e le casse della Chiesa piuttosto che la volontà di fare realmente pulizia. Del resto, come riferisce l’autore nella sua introduzione, lo scandalo è costato alla Chiesa almeno due miliardi di dollari, in termini di mancate offerte. Oltre a perdita di influenza sulle masse e credibilità, diminuzione di potere politico e di lobbying, fuga di fedeli (nella sola cattolicissima Irlanda i cattolici – ricorda Tulli – sono passati dal 69% del 2005 al 47% del 2010). Tutta la prima parte del libro viene invece dedicata ad analizzare le strategie con cui prima Ratzinger e poi Bergoglio hanno scelto di contrastare il fenomeno. Per Tulli anche sotto papa Francesco poco o nulla sembra essere realmente cambiato, se non in termini di un consenso che il nuovo pontefice sembra capace di suscitare in maniera decisamente superiore rispetto a chi lo ha preceduto. Il nuovo papa, forte del grande appoggio dell’opinione pubblica laica e cattolica, unita allo sdegno crescente per gli scandali del passato, avrebbe potuto imporre a tutte le Chiese del mondo l’obbligo di denuncia alle autorità giudiziarie “laiche”, o disporre la pubblicazione degli archivi con i nomi dei sacerdoti denunciati in Vaticano, ma non lo ha fatto. E anche la Commissione antipedofilia nominata da Bergoglio è poca cosa. Tulli ricorda che essa era stata annunciata sin dal febbraio del 2012, cioè sotto Benedetto XVI. E che ci sono quindi voluti quasi due anni solo per nominare i primi otto saggi che la compongono. Nel frattempo, i rilievi dell’Onu proseguono; e a quelli della commissione sull’infanzia si sono aggiunte, in maggio, quelle della Commissione Onu contro la tortura, che ha inserito i crimini dei preti pedofili contro i bambini dentro questa fattispecie di reato, articolando una serie di dure e dettagliate critiche al Vaticano per la mancata prevenzione e vigilanza sui suoi preti.

    Il libro di Tulli, oltre a costituire un prezioso dossier sul fenomeno dei preti pedofili in Italia, contiene infine anche una serie di interessanti documenti. Tra essi, l’integrale della famosa indagine pubblicata nel febbraio scorso dalla commissione Onu sui diritti dell’infanzia, che il libro riporta tradotta in italiano.

    http://norational.wordpress.com/2014/07/09/chiesa-e-pedofilia-in-italia-quando-la-storia-non-insegna-e-si-ripete/

  • Francesco Zanardi, violentato: «È un’operazione di facciata»

    Francesco Zanardi, violentato: «È un’operazione di facciata»

    «L’incontro di Papa Bergoglio con le vittime degli abusi? Ne ero a conoscenza, ma non ci interessa. Allo stato attuale, è una farsa mediatica». Francesco Zanardi è stato una delle centinaia di minori vittime accertate di violenza sessuale perpetrata da sacerdoti, ed è presidente della Rete L’Abuso Onlus, che si occupa di dare sostegno e assistenza, legale e psicologica, a chi denuncia molestie o abusi. Zanardi non crede a una «svolta» da parte del Vaticano, nemmeno di fronte ai duri intendimenti esternati da Papa Francesco. L’assenza di strumenti giuridici per il contrasto del fenomeno, anche da parte dello Stato italiano, il non obbligo di denuncia da parte dei vescovi e, a suo dire, una vera e propria rete di copertura internazionale, farebbero dell’Italia una sorta di «paradiso legale dei pedofili».

    Zanardi, lei non è convinto degli intendimenti di Papa Francesco, vero?

    «Ad oggi no. Abbiamo delle vittime che non sono risarcite né seguite, e i sacerdoti non vengono nemmeno più spretati. Localmente le diocesi continuano a insabbiare questi casi, a fare il solito lavoro di stalking nei confronti delle vittime. Per i vescovi portare brutte notizie in Vaticano non è una bella cosa».

    Forse bisogna far pervenire le segnalazioni direttamente al Pontefice?

    «Giada Vitale, una ragazzina di 19 anni di Termoli, c’era riuscita: ha consegnato una lettera in mano a Francesco durante l’Angelus. Ma non ha risposto neanche a lei. Non ha risposto a nessuno. Le vittime arrivano da noi dopo aver già scritto a tutti».

    Al momento quante presunte vittime seguite?

    «Abbiamo fra i 340 e i 350 casi allo stato attuale, con diversi procedimenti aperti in tutta Italia. La differenza fra l’Italia e l’estero è drammatica, perché anche a causa dei Patti Lateranensi ci sono diverse difficoltà ad agire quando il pedofilo è un prete».

    In che senso?

    «C’è una clausola sul protocollo addizionale, all’accordo del 1986, dove la magistratura si impegna a segnalare al Vescovo l’apertura di un fascicolo su uno dei suoi chierici. Questo vuol dire che il bidello, o l’allenatore di calcio, se è indagato non lo sa finché non riceve apposito avviso di garanzia. Se invece il prete è indagato, la magistratura prima di aprire un fascicolo comunica tutto al vescovo, quindi fornendogli gli strumenti per difendersi, recuperare le prove o insabbiare».

    In chiave pedofilia, però, c’è la Convenzione di Lanzarote che mette molti paletti.

    «Certo. Ma cosa ha fatto lo Stato italiano? Ha tolto l’obbligo di produrre il casellario giudiziario alle categorie che appartengono al volontariato: non solo preti, ma anche allenatori di calcio o baby sitter, nonostante siano le figure più rischiose. E poi l’Italia è l’unico Paese che non ha mai fatto una Commissione d’inchiesta sui preti pedofili, quindi non esiste una quantificazione».

    Cosa dovrebbe fare Papa Francesco?

    «Innanzitutto, una cosa banale: introdurre l’obbligo di denuncia per i vescovi. Se copri un abuso, paghi. Banale, ma fondamentale».

    Si è scontrato con Bagnasco proprio per questo motivo, lo sa?

    «Non deve scontrarsi, deve agire. Lui è il monarca di una monarchia assoluta. Può fare quello che vuole. Invece tanti preti oggi sono ancora dove sono. Certo, vengono sospesi dalla Messa: ma cosa vuole che importi?».

    Intanto ha avviato una Commissione, dove partecipa anche una vittima irlandese.

    «Sappiamo già che quella persona non ha buone credenziali. E poi, messa da chi? L’hanno nominata le vittime? A che servono le commissioni, se c’è la magistratura?».

    Al Governo italiano, invece, cosa chiedete?

    «Intanto di rivedere i Patti Laternanesi. E poi di dimostrare volontà d’azione. Napolitano, nel 2009 è stato l’unico Presidente della Repubblica che ha dato solidarietà non ai cittadini italiani ma al Papa. Questo la dice lunga su quali sono i rapporti fra lo Stato Italiano e il Vaticano. E poi…».

    E poi?

    «E poi c’è una rete di protezione internazionale. Cardinali indagati che sono stati fatti venire in Italia da Papa Francesco, oggi protetti con l’immunità. C’è il cardinale polacco Wesolowski ricercato dall’Interpol. Poi a Parma il prete italiano Padre Verberi, che aveva aperto un orfanotrofio in Brasile dove in realtà vendeva questi bambini per sesso. Oppure la storia dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo, con sede a Verona e La Plata (Argentina, ndr) con una lista di preti e fratelli laici ricercati che si sono scambiati di sede. Questo, perché in Italia non c’è l’estradizione obbligatoria per reati del genere. Una sorta di paradiso legale».

    http://www.iltempo.it/politica/2014/07/07/news/francesco-zanardi-violentato-e-unoperazione-di-facciata-946616/

  • Il Papa incontra le vittime di preti pedofili. Francesco Zanardi: «È un’operazione di facciata»

    Il Papa incontra le vittime di preti pedofili. Francesco Zanardi: «È un’operazione di facciata»

    Francesco Zanardi è stato una delle centinaia di minori vittime accertate di violenza sessuale perpetrata da sacerdoti, ed è presidente della Rete L’Abuso Onlus, che si occupa di dare sostegno e assistenza, legale e psicologica, a chi denuncia molestie o abusi. Zanardi non crede a una «svolta» da parte del Vaticano, nemmeno di fronte ai duri intendimenti esternati da Papa Francesco. L’assenza di strumenti giuridici per il contrasto del fenomeno, anche da parte dello Stato italiano, il non obbligo di denuncia da parte dei vescovi e, a suo dire, una vera e propria rete di copertura internazionale, farebbero dell’Italia una sorta di «paradiso legale dei pedofili».

    Zanardi, lei non è convinto degli intendimenti di Papa Francesco, vero?

    «Ad oggi no. Abbiamo delle vittime che non sono risarcite né seguite, e i sacerdoti non vengono nemmeno più spretati. Localmente le diocesi continuano a insabbiare questi casi, a fare il solito lavoro di stalking nei confronti delle vittime. Per i vescovi portare brutte notizie in Vaticano non è una bella cosa».

    Forse bisogna far pervenire le segnalazioni direttamente al Pontefice?

    «Giada Vitale, una ragazzina di 19 anni di Termoli, c’era riuscita: ha consegnato una lettera in mano a Francesco durante l’Angelus. Ma non ha risposto neanche a lei. Non ha risposto a nessuno. Le vittime arrivano da noi dopo aver già scritto a tutti».

    Al momento quante presunte vittime seguite?

    «Abbiamo fra i 340 e i 350 casi allo stato attuale, con diversi procedimenti aperti in tutta Italia. La differenza fra l’Italia e l’estero è drammatica, perché anche a causa dei Patti Lateranensi ci sono diverse difficoltà ad agire quando il pedofilo è un prete».

    In che senso?

    «C’è una clausola sul protocollo addizionale, all’accordo del 1986, dove la magistratura si impegna a segnalare al Vescovo l’apertura di un fascicolo su uno dei suoi chierici. Questo vuol dire che il bidello, o l’allenatore di calcio, se è indagato non lo sa finché non riceve apposito avviso di garanzia. Se invece il prete è indagato, la magistratura prima di aprire un fascicolo comunica tutto al vescovo, quindi fornendogli gli strumenti per difendersi, recuperare le prove o insabbiare».

    In chiave pedofilia, però, c’è la Convenzione di Lanzarote che mette molti paletti.

    «Certo. Ma cosa ha fatto lo Stato italiano? Ha tolto l’obbligo di produrre il casellario giudiziario alle categorie che appartengono al volontariato: non solo preti, ma anche allenatori di calcio o baby sitter, nonostante siano le figure più rischiose. E poi l’Italia è l’unico Paese che non ha mai fatto una Commissione d’inchiesta sui preti pedofili, quindi non esiste una quantificazione».

    Cosa dovrebbe fare Papa Francesco?

    «Innanzitutto, una cosa banale: introdurre l’obbligo di denuncia per i vescovi. Se copri un abuso, paghi. Banale, ma fondamentale».

    Si è scontrato con Bagnasco proprio per questo motivo, lo sa?

    «Non deve scontrarsi, deve agire. Lui è il monarca di una monarchia assoluta. Può fare quello che vuole. Invece tanti preti oggi sono ancora dove sono. Certo, vengono sospesi dalla Messa: ma cosa vuole che importi?».

    Intanto ha avviato una Commissione, dove partecipa anche una vittima irlandese.

    «Sappiamo già che quella persona non ha buone credenziali. E poi, messa da chi? L’hanno nominata le vittime? A che servono le commissioni, se c’è la magistratura?».

    Al Governo italiano, invece, cosa chiedete?

    «Intanto di rivedere i Patti Lateranensi. E poi di dimostrare volontà d’azione. Napolitano, nel 2009 è stato l’unico Presidente della Repubblica che ha dato solidarietà non ai cittadini italiani ma al Papa. Questo la dice lunga su quali sono i rapporti fra lo Stato Italiano e il Vaticano. E poi…».

    E poi?

    «E poi c’è una rete di protezione internazionale. Cardinali indagati che sono stati fatti venire in Italia da Papa Francesco, oggi protetti con l’immunità. C’è il cardinale polacco Wesolowski ricercato dall’Interpol. Poi a Parma il prete italiano Padre Reverberi, che aveva aperto un orfanotrofio in Brasile dove in realtà vendeva questi bambini per sesso. Oppure la storia dell’Istituto per sordomuti Antonio Provolo, con sede a Verona e La Plata (Argentina, ndr) con una lista di preti e fratelli laici ricercati che si sono scambiati di sede. Questo, perché in Italia non c’è l’estradizione obbligatoria per reati del genere. Una sorta di paradiso legale».

    Vincenzo Bisbiglia

    http://www.iltempo.it/cronache/2014/07/07/francesco-zanardi-violentato-e-un-operazione-di-facciata-1.1268690

  • “Era colpa mia”. Dolore e rinascita delle vittime dei sacerdoti pedofili

    “Era colpa mia”. Dolore e rinascita delle vittime dei sacerdoti pedofili

     Dal 2004 al 2013 il Vaticano ha ridotto allo stato laicale 884 preti. “E poi bisogna considerare il sommerso, tutti coloro che non sono stati né puniti né denunciati”, precisa Massimilano Frassi, fondatore dell’associazione Prometeo, che offre sostegno alle vittime della pedofilia 

    di Veronica Fernandes“Era colpa mia. Ero io che cercavo il suo abbraccio quando avevo paura. Ero io che volevo andare all’oratorio. Ero io che prima di andare a casa gli davo un bacio sulla guancia”. La vita dei bambini che hanno subito violenza è una vita fatta di pezzi in cui hanno visto crescere tanto il male quanto il senso di colpa. C’è un bambino – che possiamo chiamare Mauro – che dagli 8 agli 11 anni è stato vittima di un pedofilo, tre anni scavati da una certezza paralizzante: “Io ero un bambino religioso, la domenica invece di giocare a calcio andavo a messa e pensavo che se Dio ha permesso questo, mi voleva punire e se lo aveva deciso Dio significava che me lo meritavo”.

    Le vittime di preti pedofili a messa da Papa Francesco
    Massimiliano Frassi – presidente di Prometeo, l’associazione che da 13 anni offre sostegno alle vittime della pedofilia – paragona il senso di colpa di questi bambini all’ergastolo: “Mentre il pedofilo, il carnefice, è libero e si sente libero, chi ha subito violenza vive imprigionato dal dolore e dal silenzio”. Per la prima volta nella storia della Chiesa, Papa Francesco questo silenzio ha deciso di romperlo: domani una  delegazione di vittime di preti pedofili sarà a messa in Santa Marta. Un giorno simbolico: a Roma ci sarà anche l’arcivescovo di Boston Sean O’Malley, coordinatore della commissione che il Papa ha istituito per la tutela dei minori e membro del cosiddetto C9, il consigli di cardinali al lavoro per la riforma della Curia e del governo della Chiesa. Dopo la messa ci sarà un incontro tra le vittime e il Papa. 

    Papa Francesco: preti pedofili come una messa nera
    Per descrivere l’orrore della pedofilia Papa Francesco aveva parlato di messa nera. Massimiliano Frassi prende in prestito la frase di una madre che si è rivolta a Prometeo quando il figlio di otto anni le ha raccontato di avere subito molestie: “Era pallido e quando parlava sembrava che stesse vomitando il mondo intero, poi ha riacquistato colore”. Da lì è iniziato il percorso di cicatrizzazione di una ferita profondissima ma non incurabile.

    I bambini che denunciano
    Più che vittime, questi bambini Massimiliano Frassi li chiama sopravvissuti. Alcuni riescono a liberarsi di questo male muto già da piccoli. Di solito scrivono un tema a scuola e la maestra chiama la madre, lasciano aperto il diario sulla scrivania. A 6, 7, 8 anni sono in grado di dire che sperano di morire. Altre volte, magari quando esplode un caso come quello di Yara, la paura di morire supera la vergogna e riescono a parlare.

    Le donne spesso ne parlano all’apice della felicità
    C’è una signora di 86 anni che lo ha fatto solo oggi. Per 70 anni la sensazione di essere responsabile non l’ha mai abbandonata: un ergastolo, appunto. Alcune donne riescono a liberarsi quando sono all’apice della felicità come Marta – ancora un nome di fantasia – che ha sentito esplodere quel mondo rimosso nel giorno del suo matrimonio, avvolta da un vestito da sposa. A quel punto riescono ad affrontare, combattere e annientare il male subito da bambina. Un’altra ragazza che si è rivolta a Prometeo – che chiamiamo Alessandra – ha lasciato il suo paesino del Sud Italia dopo aver subito violenza da un prete, all’epoca giovane. Anche lei ha scelto il silenzio, per anni. Finchè un giorno, quando torna a casa per le vacanze, trova il paese in festa: il suo carnefice è diventato parroco, le strade sono addobbate e il suo nome rimbalza da uno stricione all’altro. Il dolore che si porta dietro stride con la festa, troppo. E trova il coraggio di iniziare un percorso di liberazione.

    2004-2013: 884 preti ridotti allo stato laicale
    Tra il 2004 e il 2013 il Vaticano – cui l’Onu ha chiesto con forza di aprire indagini contro questi crimini nascosti – ha ridotto allo stato laicale 884 preti accusati di pedofilia. “Il dato reale è molto più alto, c’è il sommerso con le sue mille sfaccettature – spiega Massimiliano Frassi – e poi va ricordato che un pedofilo, e quindi anche un prete pedofilo, non lo è sempre, non abusa di tutti i bambini, ha i suoi gusti e quindi per uno che subisce ce ne sono cento con cui si comporta benissimo”. Alcuni, racconta, preferiscono i bambini timidi, altri quelli di famiglie ai margini della società oppure espansivi, biondi, alcuni solo le bambine alcuni puntano ai bambini figli di genitori molto legati alla Chiesa, per sentirsi più sicuri”.

    Quando i genitori non credono al bambini
    Per i pedofili che indossano l’abito talare è quindi più difficile essere sospettati. La tragedia si consuma quando i genitori non credono ai bambini che raccontano gli abusi, quando non li proteggono, quando difendono il sacerdote a prescindere. Sono i bambini che non ne parleranno più e che vivranno il loro ergastolo immersi nel trauma della violenza e nell’abbandono della famiglia.

    Il coro di voci bianche di don Marco Dessì 
    Se è difficile conoscere i numeri del fenomeno in Italia, nelle missioni è quasi impossibile. Ma questo non significa che non esistano: don Marco Dessì – condannato a sei anni in Cassazione – era andato in Nicaragua per salvare i bambini dalla strada e dalla povertà. Li aiutava ad andare a scuola, per il tempo libero aveva fondato un coro di voci bianche: il vivaio delle sue vittime. 

    http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/papa-francesco-messa-vittime-preti-pedofili-massimiliano-frassi-b8f3d2a8-92d8-44e4-afa9-c8a51e3b9141.html

  • Pedofilia, il caso Don Inzoli e le reticenze della Cei

    Pedofilia, il caso Don Inzoli e le reticenze della Cei

     FRANCESCO PELOSO

    Alcune norme contenute nel Concordato consentono ai vescovi italiani di evitare di collaborare con la magistratura in casi in cui siano coinvolti sacerdoti. E le nuove norme antipedofilia della Cei sono state giudicate insufficienti dalla Congregazione per la dottrina della fede. Il caso del religioso di Crema

    La ricerca della verità sugli abusi sui minori da parte del clero ha un ostacolo non indifferente nelle norme del Concordato che regola i rapporti fra Italia e Santa Sede. È in quei trattati che si può trovare qualche risposta in grado di spiegare la resistenza ecclesiale nel far chiarezza sulla lunga serie di sacerdoti accusati di pedofilia nel nostro paese. È anche vero, d’altro canto, che qualcosa sta cominciando a muoversi.

    L’ultimo caso riguarda don Mauro Inzoli, sacerdote di Crema, personalità storica di Comunione e Liberazione, fondatore e per diverso tempo presidente dell’Associazione Fraternità che si occupa appunto di sostegno ai minori. La vicenda ha fatto scalpore perché il Vaticano e la diocesi locale sono intervenuti aprendo un processo canonico che ha portato a provvedimenti fortemente restrittivi nei confronti di don Inzoli.

    Ma andiamo con ordine perché il piano locale, la diocesi di Crema, incrocia quello nazionale – cioè le misure prese dalla conferenza episcopale italiana per contrastare il fenomeno – e infine tocca in un punto decisivo dei rapporti fra Italia e Santa Sede.

    Da quando nel 2010 papa Ratzinger ha chiesto un’accelerazione sulla questione degli abusi sessuali, da parte dei vescovi italiani è stata messa in atto una strategia della lentezza in forza della quale la Cei ha faticato molto a mettere insieme le linee guida antipedofilia raccomandate a tutte le chiese locali del mondo dal Vaticano. La Congregazione per la dottrina della fede aveva inoltre espresso un invito deciso su un punto in particolare: quello della collaborazione con le autorità civili. In realtà l’ammonimento conteneva un appello di tipo etico generale a non nascondere, qualora vi fossero prove consistenti, i fatti, ad aprirsi insomma al rapporto con le autorità trovando le forme opportune.

    Ma le norme antipedofilia dei vescovi italiani proprio su questo punto inciampano. La loro faticosa elaborazione è cominciata nel 2011, sottoposte al giudizio del Vaticano, sono state respinte nel 2013 dell’ex Sant’Uffizio perché troppo evasive proprio sul punto relativo alla denuncia dei chierici alle autorità civili. La Cei le ha riscritte e ora attende una seconda valutazione da parte della Congregazione per la dottrina della fede. Nel frattempo però papa Francesco ha insediato un nuovo organismo la ‘pontificia commissione per la tutela dei minori’, la quale, secondo indiscrezioni, avrebbe già giudicato ancora “insufficienti” le linee guida della Chiesa italiana, un parere che peserà nel giudizio finale della Congregazione per la dottrina della fede.

    E qui s’inserisce il problema-Concordato che pone forti limiti alla collaborazione dei vescovi con la magistratura. Nel testo del 1984 firmato da Bettino Craxi e dal cardinal Casaroli, si legge infatti all’articolo 4: “Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero”. Formulazione tanto generica quanto estesa; non a caso alla norma concordataria si fa esplicito riferimento nelle famose linee guida antipedofilia della Cei per sostenere che: “I vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragione del proprio ministero”. Lo stesso codice di procedura penale italiano, infine, stabilisce che non ci può essere obbligo a deporre per “i ministri di confessioni religiosi”.

    A questo punto la Cei ha fatto però filotto e ha precisato, nel testo antipedofilia si badi, che “eventuali informazioni o atti concernenti un procedimento giudiziario canonico possono essere richiesti dall’autorità giudiziaria dello Stato, ma non possono costituire oggetto di un ordine di esibizione o di sequestro”. Ancora si ricorda “l’inviolabilità dell’archivio del vescovo” infine si fa comunque presente che il vescovo, non essendo pubblico ufficiale, non ha l’obbligo di denuncia, salvo, si chiosa in un inciso, “il dovere morale di contribuire al bene comune”. Il tema del Concordato italiano, quale limite per le indagini di pedofilia che coinvolgo sacerdoti, è stato sollevato dall’Onu nelle recenti audizioni della Santa Sede davanti al comitato per la tutela dei diritti del fanciullo.

    Ma torniamo a Crema e al caso di don Inzoli. Il processo canonico aveva dato un primo risultato nel 2012: dimissione dallo stato clericale, cioè spretato. Don Inzoli però ha fatto ricorso alla Congregazione per la dottrina della fede e qui la sorpresa: la diocesi di Crema spiega infatti che la pena è stata commutata in una “vita di preghiera e riservatezza”; il sacerdote dovrà restare lontano da tutti, non potrà dire messa, predicare, svolgere attività pubblica, tantomeno di accompagnamento ai minori, non potrà entrare nella diocesi di Crema e dovrà sottoporsi a 5 anni di psicoterapia.

    Punizione e misericordia, spiega il vescovo Oscar Cantoni, tuttavia brutalmente dobbiamo osservare: dalla riduzione allo stato laicale voluta da Benedetto XVI si è passati a una ritirata perpetua in convento secondo quanto stabilito da papa Francesco. La Chiesa ovviamente è libera di adottare i suoi criteri, che possono avere un senso o essere criticati, tuttavia non è chiaro in questa vicenda perché né il vescovo, né il Vaticano che è stato investito della vicenda, né gli organi direttivi della Cei guidata dal cardinal Angelo Bagnasco, abbiano ritenuto di dover comunicare i fatti all’autorità giudiziaria.

    D’altro canto stupisce l’immobilismo dell’autorità giudiziaria che poteva aprire autonomamente un procedimento una volta appresa la notizia del reato. Fra le novità importanti, frutto del clima diverso che vive la Chiesa, c’è l’ammissione pubblica dei fatti; la pena, si spiega, è stata comminata in modo perpetuo “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori”. E questa chiarezza messa on line è già di per sé una novità. A denunciare la vicenda alla Procura della Repubblica di Cremona ci ha pensato poi il deputato di Sel Franco Bordo mentre il sindaco, Stefania Bonaldi, ha avviato indagini sulle strutture gestite dal sacerdote che dovevano occuparsi di minori. Una volta tanto la politica è arrivata prima della magistratura.

    http://www.pagina99.it/news/societa/6281/Pedofilia–il-caso-Don-Inzoli.html

  • Ancora un rinvio per il processo a Don Gelmini: incapace di essere in giudizio

    Ancora un rinvio per il processo a Don Gelmini: incapace di essere in giudizio

     TERNI – Don Pierino Gelmini non e’ in grado di “partecipare coscientemente” al processo a suo carico a causa dell’aggravamento delle condizioni di salute: e’ quanto emerge dalla perizia medico-legale disposta dal tribunale di Terni, sulla base della quale i giudici hanno deciso nell’udienza di oggi di sospendere momentaneamente il processo nei confronti del fondatore della Comunita’ Incontro, accusato di violenza sessuale ai danni di una decina di allora ospiti della struttura di Molino Silla di Amelia.

    In particolare secondo la consulenza redatta dal dottor Michele Moretti, le condizioni diagnosticate impediscono all’imputato “la capacita’ di esercitare consapevolmente lo specifico diritto all’autodifesa e quindi di partecipare coscientemente al processo”.

    I giudici hanno comunque fissato una nuova udienza, il 4 marzo 2015, data entro la quale lo stesso specialista dovra’ verificare nuovamente le condizioni di don Pierino.

    La perizia era stata richiesta dal pm Barbara Mazzullo, dopo che gia’ la difesa dell’ex sacerdote (sostenuta dall’avvocato Manlio Morcella) aveva presentato una perizia di parte in cui si evidenziava la “persistente incapacita’ di intendere e di volere” dell’imputato.

    Don Gelmini si e’ sempre proclamato estraneo agli addebiti, rivendicando la correttezza del proprio operato.

    Sempre oggi e’ stato intanto dichiarato prescritto il reato contestato all’altra imputata, Patrizia Guarino, madre di una delle parti lese, accusata di favoreggiamento nell’ambito dello stesso procedimento.

    Don Gelmini: assistito 24 ore su 24 in Comunità ad Amelia
    Affetto da diverse patologie e da demenza senile, don Pierino Gelmini da oltre un anno e mezzo non si muove piu’ dalla camera del suo appartamento a Molino Silla di Amelia, la casa madre della Comunita’ Incontro. Assistito 24 ore su 24 dal personale della struttura che si avvale anche di specialisti medici e infermieristici esterni.

    “Lui per 60 anni si e’ fatto carico della Comunita’ e ora la Comunita’ si prende cura di lui” spiega all’ANSA Giampaolo Nicolasi, uno dei piu’ stretti collaboratori dell’ex sacerdote.

    Nel 2008, su sua richiesta, l’ottantanovenne don Gelmini e’ stato ridotto allo stato laicale “per difendersi meglio” nel processo per molestie sessuali su una decina di allora ospitidella Comunita’ oggi momentaneamente sospeso dal tribunale di Terni proprio per le sue condizioni di salute. Il sacerdote ha infatti sempre respinto ogni addebito e rivendicato la correttezza del proprio operato.

    Le condizioni di salute di don Gelmini sarebbero progressivamente peggiorate dopo l’ultimo ricovero in ospedale, un anno e mezzo fa. E’ affetto da diverse patologie a cuore e reni e dal diabete, oltre che dalla demenza senile. E’ costretto a rimanere a lungo a letto nella sua camera.

    Il fratello, padre Eligio, e la sorella, Clelia, anche lei molto anziana, chiamano costantemente la Comunita’ Incontro per tenersi informati delle condizioni di quello che tutti continuano a chiamare “il don”.

    Intorno a lui l’attivita’ della Comunita’ Incontro va comunque avanti come sempre. La struttura specializzata nel recupero di tossicodipendenti ha decine di sedi in Italia e nel mondo. A guidarla e’ un comitato direttivo voluto proprio da don Gelmini tempo fa.

  • OLTRE 60 BAMBINI SORDOMUTI VITTIME DI 25 PRETI PEDOFILI

    OLTRE 60 BAMBINI SORDOMUTI VITTIME DI 25 PRETI PEDOFILI

     Decine di bambini e ragazzi sordi violentati e molestati in un istituto di Verona fino al 1984. E dopo decenni di tormenti, gli ex allievi trovano la forza di denunciare gli orrori. Ma molti dei sacerdoti sono ancora lì  Per oltre un secolo è stato un simbolo della carità della Chiesa: una scuola specializzata per garantire un futuro migliore ai bambini sordi e muti, sostenendoli negli studi e nell’inserimento al lavoro. L’Istituto Antonio Provolo di Verona ospitava i piccoli delle famiglie povere, figli di un Nord-est contadino dove il boom economico doveva ancora arrivare. Fino alla metà degli anni Ottanta è stato un modello internazionale, ma nel tetro edificio di Chievo, una costruzione a metà strada tra il seminario e il carcere, sarebbero avvenuti episodi terribili.

    Solo oggi, rincuorati dalle parole di condanna pronunciate da papa Ratzinger contro i sacerdoti pedofili, decine di ex ospiti hanno trovato la forza per venire allo scoperto e denunciare la loro drammatica esperienza: “Preti e fratelli religiosi hanno abusato sessualmente di noi”. Un’accusa sottoscritta da oltre 60 persone, bambini e bambine che hanno vissuto nell’Istituto, e che ora scrivono: “Abbiamo superato la nostra paura e la nostra reticenza”.

    Gli abusi di cui parlano sarebbero proseguiti per almeno trent’anni, fino al 1984. Sono pronti a elencare una lunga lista di vittime e testimoni, ma non possono più rivolgersi alla magistratura: tutti i reati sono ormai prescritti, cancellati dal tempo. I sordomuti che dichiarano di portarsi dentro questo dramma sostengono però di non essere interessati né alle condanne penali né ai risarcimenti economici. Loro, scrivono, vogliono evitare che altri corrano il rischio di subire le stesse violenze: una decina dei religiosi che accusano oggi sono anziani, ma restano ancora in servizio nell’Istituto, nelle sedi di Verona e di Chievo. Per questo, dopo essersi rivolti al vescovo di Verona e ai vertici del Provolo, 15 ex allievi hanno inviato a ‘L’espresso’ le testimonianze – scritte e filmate – della loro esperienza.

     Documenti sconvolgenti, che potrebbero aprire uno squarcio su uno dei più gravi casi di pedofilia in Italia: gli episodi riguardano 25 religiosi, le vittime potrebbero essere almeno un centinaio.

    La denuncia

    Gli ex allievi, nonostante le difficoltà nell’udito e nella parola, sono riusciti a costruirsi un percorso di vita, portandosi dentro le tracce dell’orrore. Dopo l’esplosione dello scandalo statunitense che ha costretto la Chiesa a prendere atto del problema pedofilia, e la dura presa di posizione di papa Benedetto XVI anche loro hanno deciso di non nascondere più nulla. Si sono ritrovati nell’Associazione sordi Antonio Provolo e poi si sono rivolti alla curia e ai vertici dell’Istituto. Una delle ultime lettere l’hanno indirizzata a monsignor Giampietro Mazzoni, il vicario giudiziale, ossia il magistrato del Tribunale ecclesiastico della diocesi di Verona. È il 20 novembre 2008: “I sordi hanno deciso di far presente a Sua Eminenza il Vescovo quanto era loro accaduto. Nella stanza adibita a confessionale della chiesa di Santa Maria del Pianto dell’Istituto Provolo, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze sorde (la porta era in quei momenti sempre chiusa a chiave).

    I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni sia all’Istituto Provolo di Verona che al Chievo e, durante il periodo delle colonie, a Villa Cervi di San Zeno di Montagna”. E ancora: “Come non bastasse, i bambini e ragazzi sordi venivano sottoposti a vessazioni, botte e bastonature. I sordi possono fare i nomi dei preti e dei fratelli laici coinvolti e dare testimonianza”. Seguono le firme: nome e cognome di 67 ex allievi.

    Le storie

    I protagonisti della denuncia citano un elenco di casi addirittura molto più lungo, che parte dagli anni Cinquanta. Descrivono mezzo secolo di sevizie, perfino sotto l’altare, in confessionale, dentro ai luoghi più sacri.

    Quei bambini oggi hanno in media tra i 50 e i 70 anni: il più giovane compirà 41 anni fra pochi giorni. Qualcuno dice di essere stato seviziato fino quasi alla maggiore età. Gli abusi, raccontano, avvenivano anche in gruppo, sotto la doccia. Scene raccapriccianti, impresse nella loro memoria. Ricorda Giuseppe, che come tutti gli altri ha fornito a ‘L’espresso’ generalità complete: “Tre ragazzini e tre preti si masturbavano a vicenda sotto la doccia”. Ma la storia più angosciante è quella di Bruno, oggi sessantenne, che alla fine degli anni Cinquanta spiccava sugli altri bambini per i lineamenti angelici: era il ‘bello’ della sua classe. E solo ora tira fuori l’incubo che lo ha tormentato per tutta la vita: “Sono diventato sordo a otto anni, a nove frequentavo il Provolo che ho lasciato a 15 anni. Tre mesi dopo la mia entrata in istituto e fino al quindicesimo anno sono stato oggetto di attenzioni sessuali, sono stato sodomizzato e costretto a rapporti di ogni tipo dai seguenti preti e fratelli.”. Ha elencato 16 nomi. Nella lista anche un alto prelato, molto famoso a Verona: due sacerdoti del Provolo avrebbero accompagnato Bruno nel palazzo dell’ecclesiastico.

    “Era il 1959, avevo 11 anni. Mi ha sodomizzato e preteso altri giochi sessuali. È stata un’esperienza terribile che mi ha procurato da adulto gravi problemi psicologici”.

    Il dramma

     Un altro ex allievo, Guido, dichiara di essere stato molestato da un prete: “Avveniva nella sua stanza all’ultimo piano. E mi costringeva a fare queste cose anche a Villa Cervi durante le colonie estive e al campeggio sul lago di Garda”. Carlo è rimasto all’istituto dai 7 ai 18 anni, e chiama in causa un altro sacerdote: “Mi costringeva spesso con punizioni (in ginocchio per ore in un angolo) e percosse (violenti schiaffi e bastonature) ad avere rapporti con lui”. Altre volte si sarebbe trattato di bacchettate sulle mani, mentre di notte “nello stanzone dove dormivo con altri sordi spesso mi svegliava per portarmi nei bagni dove mi sodomizzava o si faceva masturbare. Non ho mai dimenticato”.

    Sono racconti simili. Tragedie vissute da bambini di famiglie povere, colpiti dalla sordità e poi finiti tra le mura dell’istituto; drammi tenuti dentro per decenni. Ricostruisce Ermanno: “La violenza è avvenuta nei bagni e nelle stanze dell’Istituto Provolo e anche nella chiesa adiacente”. “Se rifiutavo minacciava di darmi un brutto voto in condotta, questi fatti mi tornano sempre in mente”, scrive un altro. Giuseppe qualche volta a Verona incontra il suo violentatore, “ancora oggi quando lo vedo provo molto disagio. Non sono mai riuscito a dimenticare”. Stando alle denunce, le vittime erano soprattutto ragazzini. Ma ci sono anche episodi testimoniati da bambine. Lina ora ha cinquant’anni, è rimasta “all’istituto per sordomuti dai sei ai 17 anni. A tredici anni nella chiesa, durante la confessione faccia a faccia (senza grata), il sacerdote mi ha toccata il seno più volte. Ricordo bene il suo nome. Io mi sono spaventata moltissimo e da allora non mi sono più confessata”. Giovanna scrive che un altro prete “ha tirato fuori il membro e voleva che lo toccassi”. E per molte ragazzine i fatti avvenivano nella chiesa dell’istituto, sotto l’altare. A qualcuna, però, è andata molto peggio.

    Gli esposti

    Oggi l’Istituto Antonio Provolo ha cambiato completamente struttura e missione. Le iniziative per il sostegno ai sordomuti sono state ridimensionate e vengono finanziate anche dalla Regione Veneto. Adesso l’attività principale è il Centro educativo e di formazione professionale, gestito interamente da laici, che offre corsi d’avanguardia per giovani ed è specializzato nella riqualificazione di disoccupati. Al vertice di tutto ci sono sempre i religiosi della Congregazione della Compagnia di Maria per l’educazione dei sordomuti, che dipendono direttamente dalla Santa Sede. Alla Congregazione si sono rivolti gli ex allievi chiedendo l’allontanamento dei sacerdoti chiamati in causa. Secondo la loro associazione, “c’è già stata più di un’ammissione di colpa”. La più importante risale al 2006, quando don Danilo Corradi, superiore generale dell’Istituto Provolo, avrebbe incontrato più di 50 ex allievi. Secondo l’Associazione, il superiore a nome dell’Istituto avrebbe chiesto 12 volte scusa per gli abusi commessi dagli altri religiosi. I testimoni ricostruiscono una riunione dai toni drammatici: don Corradi che stringe il capo fra le mani, suda, chiede perdono, s’inginocchia. Ma i sordomuti avrebbero preteso l’allontanamento dei sacerdoti coinvolti, senza ottenerlo. A ‘L’espresso’ don Danilo Corradi fornisce una versione diversa: “Ho sentito qualcosa, ma io sono arrivato nel 2003 e di quello che è successo prima non so. Non rispondo alle accuse, non so chi le faccia: risponderemo dopo aver letto l’articolo”.

    La Curia

    Da quasi due anni gli ex allievi si sono appellati anche alla Curia di Verona, informandola nel corso di più incontri. Il presidente della Associazione sordi Antonio Provolo, Giorgio Dalla Bernardina, ne elenca tre: a uno hanno preso parte 52 persone. E scrive al vescovo: “Nonostante i nostri incontri in Curia durante i quali abbiamo fatto presente anche e soprattutto gli atti di pedofilia e gli abusi sessuali subiti dai sordomuti durante la permanenza all’istituto, a oggi non ci è stata data alcuna risposta”. L’ultima lettera è dell’8 dicembre 2008. Pochi mesi prima, a settembre, avevano fatto l’ennesimo tentativo, inviando una raccomandata al vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti. Senza risposta, “nonostante le sue rassicurazioni e promesse di intervento”. Questa missiva è stata firmata da tre associazioni di sordi: Associazione Sordi Antonio Provolo, Associazione non udenti Provolo, Associazione sordi Basso Veronese-Legnago.

    Il vescovo, interpellato da ‘L’espresso’, replica con una nota scritta: “Il Provolo è una congregazione religiosa. In quanto tale è di diritto pontificio e perciò sotto la giurisdizione del Dicastero dei religiosi. La diocesi di Verona, sul cui territorio è sorta la Congregazione, apprezza l’opera di carattere sociale da essa svolta in favore dei sordomuti”. Poi monsignor Giuseppe Zenti entra nel merito: “Per quanto attiene l’accusa di eventuale pedofilia, rivolta a preti e fratelli laici, che risalirebbe ad alcune decine di anni fa, la diocesi di Verona è del tutto all’oscuro. A me fecero cenno del problema alcuni di una Associazione legata al Provolo, ma come ricatto rispetto a due richieste di carattere economico, nell’eventualità che non fossero esaudite. Tuttavia a me non rivolsero alcuna accusa circostanziata riferita a persone concrete, ma unicamente accuse di carattere generico. Non ho altro da aggiungere se non l’impegno a seguire in tutto e per tutto le indicazioni contenute nel codice di diritto canonico e nelle successive prese di posizione della Santa Sede. Nella speranza che presto sia raggiunto l’obiettivo di conoscere la verità dei fatti”.

    L’Associazione sordi Antonio Provolo risponde al vescovo negando qualunque ricatto o interesse economico: “Gli abbiamo soltanto fatto presente i problemi, noi vogliamo che quei sacerdoti vengano allontanati perché quello che hanno fatto a noi non accada ad altri”.

    PAOLO TESSANDRI

    http://amedit.wordpress.com/2009/01/22/oltre-60-bambini-sordomuti-vittime-di-25-preti-pedofili/