Osservatorio della Rete L'ABUSO

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    L’altro “Paradiso” di Chiara Lubich, fondatrice dei focolarini

    40179 ROMA-ADISTA. Negli ultimi mesi si parla molto del movimento dei focolarini. Vuoi per le grandi celebrazioni legate al centenario della nascita della fondatrice, Chiara Lubich, vuoi per il processo di canonizzazione della stessa, di cui il 10 novembre 2019 si è chiusa la fase diocesana, vuoi anche per il forte radicamento – a tutti i livelli e in quasi tutti i Paesi del mondo – che i focolarini hanno ormai raggiunto, divenendo una delle realtà più radicate e strutturate della Chiesa cattolica contemporanea. Se il movimento – che da una fondatrice proclamata beata o santa trarrebbe enormi vantaggi – spinge per una rapida elevazione agli altari, c’è chi rileva nella teologia della Lubich e nella organizzazione del movimento elementi che dovrebbero invitare ad una maggiore prudenza da parte dell’autorità ecclesiastica.

    La storia

    Partiamo intanto dalla nascita dell’esperienza del focolare. Tutto comincia quando – secondo il racconto successivo della stessa Silvia Lubich (questo il vero nome all’anagrafe) –, giovane di Trento, mentre andava a prendere del latte vicino casa sua, avverte una chiamata di Dio: «Datti tutta a me». Tornata a casa Silvia decide di consacrarsi a Dio per sempre, facendo voto di castità, il 7 dicembre 1943. Cambia nome, affascinata dalla risposta data da Chiara d’Assisi a san Francesco, che, alla domanda su cosa davvero desiderasse, aveva risolutamente risposto: «Dio!». Nei primi anni Lubich riunisce attorno a sé un gruppo di giovani seguaci. L’esperienza determinante per il decollo del movimento avviene però nel 1949. Quell’estate Chiara Lubich si reca con le sue prime “compagne” per un periodo di riposo nella valle di Primiero, a Tonadico, sulle montagne del Trentino. Lì, viene raggiunta da Igino Giordani (1894-1980), allora deputato della Democrazia Cristiana, che da qualche mese aveva conosciuto la spiritualità di Chiara e che diventerà il primo focolarino sposato e cofondatore del movimento; con lui Chiara strinse un patto detto dell’unità durante una celebrazione eucaristica il 16 luglio 1949; fatto questo vive giornate intense di esperienze mistiche e visioni. Negli anni successivi Chiara invia i primi focolarini per una serie di viaggi ed incontri all’estero che permettono una rapida diffusione del movimento prima in Europa e poi negli altri continenti.

    La prima approvazione ecclesiastica del movimento arriva a livello diocesano nel 1947, da parte del vescovo di Trento, mons. Carlo De Ferrari. Negli anni successivi il Vaticano approfondisce a lungo la spiritualità e gli statuti del movimento, più volte riveduti, fino all’approvazione dell’allora Pontificio Consiglio per i Laici, nel 1990, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, e in seguito con l’ultima revisione, nel 2007, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Approvazione, quest’ultima desiderata dalla stessa fondatrice prima della sua morte, avvenuta il 14 marzo 2008.

    Il movimento conta oggi circa 90mila membri, ai quali bisogna aggiungere 2.000.000 di simpatizzanti provenienti da più di 180 Paesi. Le forme di adesione al Movimento sono molteplici. Ci sono i “focolarini”, donne e uomini che vivono separatamente in piccole comunità (“focolari”) secondo la pratica dei tre voti (povertà, castità e obbedienza): i focolarini potrebbero chiedere o essere iniziati al sacerdozio a servizio del Movimento. Dei focolari fanno parte integrante anche i focolarini sposati, che pronunciano anch’essi gli stessi voti secondo il loro stato di vita e sono detti «promesse di povertà, castità coniugale, obbedienza». I focolarini sposati animano il movimento delle Famiglie Nuove. Poi ci sono i “volontari”, che sono gli animatori di una delle organizzazioni satelliti aperte sull’esterno, chiamato Movimento per una Umanità Nuova, che gode di un ruolo consultivo all’Onu come Ong “New Humanity”.

    Si devono citare anche gli altri movimenti sempre fondati da Chiara Lubich durante gli anni e per i quali lei stessa ha scritto i regolamenti interni, come i Gen (abbreviazione di “generazione nuova”): gli adulti con la Lubich rappresentano la prima generazione, la seconda generazione è quella dei giovani (Gen 2), poi la terza dei ragazzi (Gen 3) e la quarta quella dei bambini (Gen 4, femmine e maschi separatamente). Tutte le generazioni successive a quelle della Lubich animano altrettanti movimenti di massa che invece sono misti “Giovani per un mondo unito”, “Ragazzi per l’unità” e “Bambini per l’unità”. La formula «per un mondo unito » o un cenno all’unità focolarina è una costante. Ci sono anche i Gen’s (i seminaristi del movimento dei focolari), e i Gen-re (i giovani novizi/ e di ordini vari) poiché i Focolari dispongono anche di loro centri per la formazione dei sacerdoti- focolarini e dei sacerdoti-volontari (su Adista Notizie n. 4/20 abbiamo dato conto della forte componente “ecclesiastica” del movimento, a tutti i livelli, dal Vaticano alle diocesi più remote, fino alle nunziature).

    Ci sono anche i Centri di formazione per i religiosi e le religiose “consacrati per l’unità”, come sono stati definiti in un libro di Città Nuova, la loro Casa Editrice italiana (nel mondo sono decine le case editrici e le riviste della galassia focolarina) che divulga anche una rivista mensile. I Centri di Formazione sono siti a Loppiano (FI), la prima “Mariapoli permanente” detta anche “Cittadella” fondata nel 1964 da Chiara Lubich, ma molti incontri annuali si tengono al Centro Mariapoli di Castel Gandolfo sui Castelli Romani.

    Ci sono poi i musicisti (Gen Rosso che è uno dei focolari maschili di Loppiano), e le musiciste (Gen Verde, uno dei focolari femminili di Loppiano). Per restare nel campo dell’arte: l’étoile della Scala di Milano, Liliana Cosi, è una focolarina.

    La teologia

    Il cardine della teologia della Lubich si basa su tre diversi passi evangelici: la preghiera di Gesù «ut unum sint» («che tutti siano uno», in Gv 17,23); la promessa di Gesù ai suoi discepoli, «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20); l’abbandono di Gesù sulla Croce espresso nel Suo grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato»? (Mt 27,46).

    Ed è proprio l’esperienza dell’unità che è alla base dell’opera di Chiara Lubich. Unità, che dentro il movimento, ha però voluto dire un culto della personalità di Chiara e dei suoi scritti portato all’estremo di una adesione totale ed incondizionata alla sua volontà, trasmessa attraverso la rigida gerarchia che da Chiara passava per i capi-zona e per i capi dei singoli focolari. E che da unità si è spesso trasformata in “uniformità”.

    Durante il soggiorno estivo a Tonadico, nel 1949, insieme alla piccola comunità che intorno a lei era nata, soprattutto giovani donne, la Lubich raccontò di aver vissuto intensamente il passaggio del Vangelo di Matteo dell’abbandono di Gesù sulla croce.

    Il 16 luglio, cominciò un periodo di intensità straordinaria, conosciuto ora come “Paradiso ‘49”. Di questa esperienza Chiara raccolse alcuni appunti, che però sono sempre rimasti all’interno del movimento, ad uso strettissimo di alcune/i prediletti che dovevano tenerli segreti. Il perché lo ha raccontato in diverse occasioni Renata Patti, fuoriuscita dal movimento nel 2008 dopo ben 40 anni di militanza. A Loppiano, durante la Scuola al Centro di Formazione “Mystici Corporis”, Fiore Ungaro, la Focolarina che insegnava la Storia del Movimento, raccontava di quando nel 1950 la Chiesa aveva chiesto a Chiara di bruciare quelle carte del “Paradiso” dicendole che, se fossero state trovate, la sua Opera non sarebbe mai stata approvata. In ogni caso quello che Chiara Lubich racconta di aver “visto” nel suo «paradiso del ’49» non era per tutti, compresi i focolarini alle prime armi. Si trattava di rivelazioni cui si poteva accedere solo salendo nelle gerarchie interne. Come un culto misterico a cui si veniva progressivamente iniziati.

    Per questo, le pagine del “Paradiso ‘49” non vennero mai distrutte. Alla morte di Chiara Lubich un estratto di quelle riflessioni manoscritte fu pubblicato sul n. 177 di Nuova Umanità (maggio-giugno 2008/3), la rivista bimestrale di cultura del movimento. Una versione più ampia di quel testo, commentato dalla stessa Lubich, è però venuta in possesso di Adista. Si tratta di un dattiloscritto steso e utilizzato per un incontro che Chiara fece dal 7 al 13 ottobre del 1974 a Sierre, nel Canton Vallese (Svizzera), dove Chiara andava in vacanza almeno una volta all’anno e dove si recava quando “non stava bene” in quei periodi che venivano presentati ai focolarini come le “notti oscure” che lei stessa a volte ha paragonato al travaglio di mistici come Giovanni della Croce e Teresa d’Avila, ma che per alcuni erano vere e proprie crisi depressive, che almeno in un caso hanno richiesto l’ospedalizzazione in clinica psichiatrica (1991-93 circa due anni in una clinica sul lago di Costanza) soggiorno obbligato per lo stato della sua salute che le impedì di partecipare ai funerali del fratello Gino Lubich, morto il 4 settembre 1993.

    Nelle prime pagine del dattiloscritto (del quale durante quell’incontro vennero distribuite delle fotocopie) si legge della necessità di trasmettere i contentui legati alle visioni avute da Chiara nel 1949 a coloro che facevano parte della spiritualità focolarina: «I popi (ossia i focolarini uomini e donne, ndr) non possono andare avanti senza conoscere quelle carte», disse in quella occasione Chiaretto (don Pasquale Foresi, primo focolarino- sacerdote, assistente ecclesiastico del movimento per un tempo, poi co-presidente e considerato da Chiara cofondatore con lei e con Igino Giordani, chiamato Foco).

    Infatti, quando Chiara spiegò quelle pagine, erano presenti con lei nel giardino della sua casa in Svizzera Chiaretto (suo teologo e filosofo di riferimento al quale già dal 1950 aveva affidato il compito di tradurre in opere concrete le sue intuizioni mistiche, di esserne cioè “l’incarnazione”), Giulia Folonari chiamata Eli (la sua segretaria personale) e Giorgio Marchetti chiamato Fede (il capo-ramo cioè capo della sezione dei focolarini maschi). Ma torniamo al documento, che durante l’incontro del 1974, Chiara spiegò ad alcuni capi-zona, ossia la troika che gestiva il movimento in Europa.

    Il testo che abbiamo preso in considerazione e che riporta delle chiose fatte da Eletta Fornaro (che era presente con gli altri capizona essendo lei stessa la capo-zona – insieme ad un focolarino di voti perpetui – di alcune regioni del nord Italia) durante le spiegazioni che Chiara faceva (precisamente dal 7 al 13 ottobre del 1974) delle sue “visioni intellettuali” dell’estate 1949 è di 107 pagine.

    Questo documento è stato depositato nel 2015 al Tribunale ecclesiastico diocesano di Frascati che si occupava delle cause di canonizzazione di ex-membri focolarini, affinché potessero essere autenticate e affinché il Vaticano potesse studiarle ed avere un più completo giudizio sulla spiritualità di Chiara Lubich. E forse anche su alcuni aspetti controversi della sua teologia.

    Il testo di “Paradiso ‘49”

    Afferma Lubich a p. 46 del dattiloscritto, parlando degli eventi successivi alla sua morte come di una nuova Pentecoste in cui lo Spirito Santo scenderà sui suoi seguaci: «Oggi compresi come nell’attimo della mia morte cadrà sull’anima lo Spirito Santo che è in me in tutta la sua pienezza e cadrà su di loro e su Foco radunati, che farà le parti di Maria». Che questa morte non dovesse essere un evento lontano Chiara lo chiarisce subito dopo, a p. 47, rivelando un lato che può apparire di forte melanconia: «Ho sempre in mente che sia l’ultimo anno, che sian gli ultimi mesi, sempre, sempre… così, ecco». E subito dopo, parlando di se stessa e della sua esperienza terrena, paragonata a quella di una santa, afferma: «Ciò che importa è che noi non guardiamo ai santi se non come a fratelli da imitare, ma non da imitare pedestremente». «Il conoscere troppo bene la vita dei santi e l’averla ammirata, se può aver fatto molto bene, può essere un grave inciampo perché può legarci, può incitarci a dettar leggi noi al Signore in questa divina avventura che è tutta sua. Anche il pensare che è bene scrivere per i posteri ciò che Iddio ci va illustrando è un pensiero contro la perfetta carità e appare ispirato alla carità. Tutte queste carte che ho scritto valgono nulla se l’anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che la legge in Lei».

    Della sua esperienza mistica Chiara parla come di una serie incessante di visioni (lei li definisce “quadri”) che copre un arco di tempo di più di due anni, dal 20 luglio 1949 fino al settembre del 1951, durante il quale le vengono mostrati circa 150 “quadri”, trinitari, che realizzano la sua esperienza del paradiso e le nozze mistiche della sua anima, che è in unità con quella delle sue sorelle e di Igino Giordani partecipi di quella esperienza, con il Verbo. L’idea del Verbo che è venuto ad abitare in lei come avvenne in Maria di Nazareth torna in diversi passaggi. Ad esempio a p. 71: «La madonna – afferma – ci ha consacrati a lei come le sante specie si transustanziano (ho usato questa parola perché mi piaceva la parola “cambiare sostanza”) nel corpo, sangue, anima e divinità di Gesù. Così questa consacrazione operata da Maria per opera di Gesù transustanziò, per così dire, noi in Maria, per cui abbiamo ora la sua vera carne e cioè carne immacolatizzata». A p. 99 sembra voler rivelare ai suoi più intimi seguaci una questione molto «delicata» a tal punto che – afferma subito dopo – «così siete ancora più invitati a tacere e non parlare di queste cose». E spiega: «Ecco, è forse l’unica volta, forse un’altra volta che adesso non ricordo, che qui ho sentito una parola proprio forte, nell’anima, durante la meditazione. E che mi è suonata dentro subito come “ti cingo dentro” ma la parola era “incinta”. E io ho capito che Cristo prendeva posto nelle carni mariane, e che contemporaneamente capivo che le prendeva in me, le prendeva nell’anima delle pope». Un episodio che nella versione – assai più breve di quella dattiloscritta del 1974, pubblicata su Umanità Nuova dopo la morte della fondatrice viene in parte edulcorata: «Una volta, dopo la Consacrazione a Maria, avvertii una parola nell’anima che mi sifnificava “cinta dentro” e mi sembrò che Dio mi volesse misticamente ripetere con l’anima consacrata “Maria” un’incarnazione».

    https://www.adista.it/articolo/63104

  • PRETI PEDOFILI – In Italia i dati ci sono e fanno paura, ma nessuno ne parla e la paura raddoppia

    PRETI PEDOFILI – In Italia i dati ci sono e fanno paura, ma nessuno ne parla e la paura raddoppia

    Solo vedendo il nostro Panel dire che in Italia non esistano dati sul fenomeno della pedofilia nel clero mette davvero male. Tutt’al più si potrebbe dire che questi dati sono in difetto poiché incompleti, infatti sono quel classico 10% statistico che è emerso omogeneamente in tutto il mondo per denuncia spontanea delle vittime, decuplicato poi dopo le commissioni d’inchiesta governative.

    Vecchi dati raccolti nei 12 anni di attivismo della Rete L’ABUSO che oggi stiamo semplicemente raggruppando per rendere più leggibili al pubblico perché denunciano una situazione gravissima nell’intero contesto mondiale, dovuta anche alla chiesa ma in questo caso principalmente all’omertà dello Stato italiano.

    Arrivo immediatamente al punto citando alcuni dati che in questi mesi hanno fatto scalpore sui media di tutto il mondo, per poi paragonarli ai nostri.

    La recente commissione indipendente francese CIASE ha scatenato un vero e proprio tsunami in tutta Europa spingendo i governi che non avevano ancora messo mano al problema dei preti pedofili, a farlo.

    Abbiamo visto la Spagna attivarsi per un semplice dossier pubblicato dal quotidiano EL PAIS, nel quale si documentavano nell’arco di 70 anni 155 casi. Dossier che ha stimolato l’immediato intervento della Procura Generale che nella sua autonomia ha aperto un’indagine.

    Stessa cosa in Portogallo dove in poco tempo la commissione ha già raccolto più di 200 testimonianze, anche qui in un arco di circa 70 anni, coinvolgendo il mondo della politica e delle stesse Istituzioni.

    Stessa cosa per la chiesa tedesca che nella commissione indipendente di Monaco di Baviera conterà in un arco di circa 70 anni, ben 497 vittime, di cui anche in questo caso, la magistratura acquisirà i dati.

    Se guardiamo i dati appena esposti noteremo che in comune hanno tutti la fascia temporale di 70 anni presa in esame e balza subito all’occhio, che quanto meno nella fase preliminare di raccolta dati delle commissioni spagnola e portoghese,  parliamo di poco più di 2 casi all’anno per la Spagna e 3 per il Portogallo. Dato che tuttavia giustamente ha preoccupato e dietro al quale le istituzioni si sono responsabilmente attivate.

    Arriviamo ora al dato italiano, che non analizza una arco temporale di 70 anni, ma uno inferiore ai 20, nel quale però emergono più di 300 casi tra le denunce e le effettive condanne. Un dato che in Italia fa meno paura del silenzio delle Istituzioni che non vedono, non sentono e non leggono neppure più il giornale per riuscire non accorgersi che abbiamo un grosso problema.

    Per questo abbiamo pensato di allestire questo Panel sul quale sono esposti i vari dati, dagli storici database che contengono suddivisi tra “Denunciati” e “Condannati”, i più di 300 casi noti in Italia aggiungendo anche il conteggio delle “Nuove segnalazioni” che pervengono all’associazione.

    Sempre nel Panel, nella seconda riga, i “Casi impuniti” ovvero tutti quei casi in cui la Giustizia italiana ed il sistema hanno fallito per via di vuoti legislativi, prescrizione o quant’altro, lasciando di fatto libero un potenziale pedofilo, che forse non la farà franca alla prossima vittima, nei fatti dovrà produrne almeno un’altra per poter tentare di fermarlo, sempre che non intervengano le complicanze che lo hanno salvato in precedenza.

    Si aggiunge un nuovo database “Gli insabbiatori” ovvero tutti quei vescovi o prelati informati di casi, che non hanno esercitato la loro “facoltà morale” di denunciare all’autorità civile e in alcuni casi, neppure a quella canonica.

    L’ultimo contatore del Panel “Potenziale vittime” proietta in assenza di una commissione italiana lo studio di Mark Vincent Healy, che sulla base delle ricerche di A. W. Richard Sipe (monaco benedettino psicoterapeuta e scrittore nello stato del Maryland, che lavorò nelle case dove la chiesa afferma di curare i preti pedofili e produsse il famoso Rapporto Sipe), sulla base percentuale dei dati ottenuti dalle commissioni di inchiesta governative effettuate negli altri paesi e tenendo conto della popolazione cattolica media e del potenziale di sacerdoti, è riuscito a realizzare una proiezione statistica tristemente attendibile.

    Uno strumento innovativo da oggi disponibile sulla home page del portale, che in un colpo d’occhio ti permette un rapido quadro aggiornato della situazione in Italia, verificabile attraverso i diversi database messi a disposizione insieme alle fonti.

    Buona navigazione

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  • “Il grande silenzio: la difficile gestione degli abusi della chiesa in Italia”

    “Il grande silenzio: la difficile gestione degli abusi della chiesa in Italia”

    Francesco Zanardi è come un fiume in piena. Forse deve esserlo per forza, visto il silenzio che lo circonda. In molte parti del mondo, il tema degli “abusi sessuali da parte del clero” domina la cronaca della Chiesa cattolica. Non così in Italia. Se non fosse per la Rete l’abuso, si potrebbe pensare che in Italia questi reati non esistano. “Rete L’Abuso” è il nome dell’associazione fondata da Zanardi una decina di anni fa con sede a Savona, in Liguria. È l’unica organizzazione nel Paese a rappresentare le vittime del clero.

    “C’è un silenzio assoluto su questo argomento in Italia”, dice Zanardi, 51 anni. È stato violentato per la prima volta da un prete all’età di undici anni, per un totale di quattro anni. Zanardi ha detto al telefono di aver avuto consapevolezza del suo trauma solo all’età di 40 anni. “Poi ho iniziato a prendermi cura di me stesso e a cercare giustizia”.

    Ha denunciato il suo carnefice, che gli aveva fatto violenza nel gruppo di giovani cattolici nella località balneare ligure di Spotorno e durante le trasferte al campeggio. Ma quando Zanardi ha sporto denuncia alla Procura della Repubblica, i reati erano prescritti. “In quel momento ho capito che dovevo attivarmi e contribuire a garantire che cose del genere non si ripetessero più”.

    Zanardi e la sua cerchia di collaboratori hanno documentato i casi di 360 sacerdoti

    La Rete l’abuso esiste dunque ormai da oltre dieci anni. Il successo dell’organizzazione è notevole. Tuttavia, l’elaborazione in Italia è ancora agli inizi.

    Zanardi e la sua cerchia di collaboratori hanno finora documentato i casi di 360 sacerdoti che sono stati condannati per abusi o che sono stati oggetto di procedimenti penali negli ultimi 15 anni. Sul sito web dell’organizzazione sono elencati su una mappa dell’Italia alla voce “diocesi non sicure“. I contrassegni rossi stanno per gli autori condannati in via definitiva, gialli per procedimenti in corso o insabbiati. I luoghi in cui i molestatori sono stati trasferiti in Italia dall’estero sono contrassegnati in nero; il blu segna le 21 strutture della Chiesa di terapia per i preti perpetratori. La pratica del trasferimento dei colpevoli condannati e la speranza che la terapia possa porre fine alle loro tendenze pedofile hanno caratterizzato l’azione della Chiesa in Italia fino ad oggi.

    Zanardi spiega perché la questione viene affrontata con il disinteresse della stampa locale. Tra l’altro va aggiunto anche il groviglio di Chiesa, Stato e società in Italia, che è profondamente cattolica. Quando Francesco, a febbraio, è stato ospite di un talk show televisivo italiano, prima volta per un papa, il conduttore gli ha reso omaggio, ma non ha posto una sola domanda sulla più urgente di tutte le questioni ecclesiali, gli abusi. “I maggiori media italiani sono un porto sicuro per il Vaticano”, ha scritto il New York Times.

    Nessuna diocesi italiana ha ancora commissionato rapporti investigativi

    La Chiesa gode anche di alcuni privilegi giuridici. Ad esempio, con i Patti Lateranensi, che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, si è convenuto che la Procura della Repubblica informasse le diocesi delle indagini sui preti. “Quindi si devono presentare tutte le prove quando si denuncia, dice Zanardi, altrimenti viene tutto insabbiato.

    Nessuna diocesi italiana ha commissionato rapporti investigativi come quelli recentemente realizzati in Germania. I risultati sarebbero probabilmente drammatici: Zanardi presume che dal 1950 ci siano state fino a un milione di vittime di abusi. Questa stima si basa su un confronto: in Francia, secondo il rapporto di una commissione incaricata dalla stessa Chiesa, si contano 330.000 minori abusati, di cui 216.000 vittime di sacerdoti e 114.000 di laici. Mentre in Francia ci sono 21.000 sacerdoti, in Italia ce ne sono circa due volte e mezzo, con circa 52.000 sacerdoti.

    La vittima Zanardi chiede una commissione parlamentare d’inchiesta

    Secondo una ricerca, circa il 4 per cento di tutti i sacerdoti sono abusatori. “Si riflette in tutto il mondo, con una certa oscillazione, il fatto che negli ultimi 80 anni ci sono state denunce di abusi contro il 3-5% dei sacerdoti diocesani”, afferma padre Hans Zollner, gesuita nato a Ratisbona, a capo dell’Istituto di Antropologia presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma. Se si prendono come base le cifre della Francia e le si moltiplicano per un fattore pari a 2,5, si ottengono 825.000 vittime. “Un numero preoccupante”, dice Zanardi.

    Zanardi chiede l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta perché ha poche speranze nell’attività dei vescovi italiani. Nemmeno la metà di tutte le diocesi ha centri di ascolto per le vittime, che comprensibilmente diffidano del clero.

    Il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha escluso rapporti investigativi come quelli di Germania, Francia o Stati Uniti. “Non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri”, ha detto.

    https://www.augsburger-allgemeine.de/

  • Abusi sessuali sulle suore: l’altro scandalo nella Chiesa

    Abusi sessuali sulle suore: l’altro scandalo nella Chiesa

    “La verità libera. Finché non la diciamo, come pensiamo di salvare il mondo?”. Gli abusi sessuali sui minori sono stati a lungo una questione delicata per la Chiesa. Ma al di là degli scandali di pedofilia, altre rivelazioni stanno scuotendo le istituzioni del Cattolicesimo: in varie parti del mondo proliferano infatti le accuse da parte di religiose che sarebbero state abusate sessualmente da sacerdoti o avrebbero subìto oppressioni dalle strutture di potere clericale. Nel febbraio 2019, Papa Francesco ha riconosciuto per la prima volta gli abusi nei confronti delle religiose all’interno della Chiesa cattolica. Questo documentario, diretto da Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault, fornisce uno sguardo privilegiato su un tema spinoso che coinvolge le istituzioni ecclesiastiche e rimasto fino ad oggi lontano dai riflettori.

    Per anni, la Chiesa cattolica è stata corrosa da scandali, facendola precipitare in una profonda crisi. Inizialmente è stata fatta luce sugli abusi sessuali ai danni di bambini e adolescenti, mentre solo qualche anno fa ne è emerso un altro: suore e religiose, in varie parti del mondo, abusate sessualmente da uomini di Chiesa a livelli gerarchici superiori. Negli ultimi vent’anni il muro del silenzio ha cominciato a sgretolarsi, ma nonostante i resoconti espliciti indirizzati alla Santa Sede, due papi si sono alternati al soglio pontificio senza porre fine al fenomeno; finché nel febbraio 2019, Papa Francesco non ha finalmente spezzato il tabù.

    L’indagine oggetto di questo documentario era però iniziata tre anni prima: i documentaristi Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault sono andati alla ricerca delle religiose colpite dagli abusi tra Francia, Italia, Germania, Canada e Africa. La parola è stata data alle vittime, alle suore, ma anche a superiori, sacerdoti e collaboratori stretti di Papa Francesco. Gli abusi cambiano secondo il luogo in cui sono perpetrati, ma queste testimonianze forniscono un inquietante quadro d’insieme su uno scandalo nella Chiesa ancora ai margini del dibattito.

    Documento con sottotitoli in italiano 

  • Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    ROMA-ADISTA. La Cei istituisca una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero in Italia. Lo chiede ai vescovi un nutrito gruppo di teologi e teologhe italiane, in un appello pubblicato su Settimana News.

    «La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente – si legge nella lettera -. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze.

    In tale complessità vi è, però, un’evidenza: la vicenda epocale rimette in discussione un modo superficiale di declinare la tensione evangelica tra il pensiero del mondo e il pensiero di Dio: quello che identifica il primo con la cultura laica e secolarizzata e il secondo con la Chiesa cattolica che, divenuta minoritaria, avrebbe con ciò il compito di ergersi a principio critico della contemporaneità e di continuare, così, la sua opera di evangelizzazione.

    Tale semplificazione ha una storia antica, ma mostra oggi tutta la sua ambiguità. Proprio attorno alla vicenda degli abusi compiuti da membri del clero su minori, emerge come sia stata la pressione esercitata dal mondo a spingere la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera.

    Il paradigma mondo/Chiesa si trova così, in qualche modo, capovolto: ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro.

    Ciò che tutti noi, oggi, guardiamo con doloroso stupore, è proprio l’incapacità del corpo ecclesiale (in particolare nella sua componente ministeriale) di accorgersi del male e di farvi fronte. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da comprendere e, come teologi e teologhe, non verremo meno a questo compito.

    Una, tuttavia, è da subito evidente: la Chiesa cattolica deve oggi guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù.

    Di questo sguardo di giudizio, abbiamo ancora bisogno. Proprio per questa ragione riteniamo che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai «segni dei tempi». Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù.

    Al contrario, il coraggio con cui alcune conferenze episcopali hanno umilmente riconosciuto l’autorevolezza di uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

    Firmatari:

    Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore); Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Marcello Neri (Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Giuseppe Toniolo”, Modena); Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania – Università Milano Bicocca); Antonio Sichera (Università di Catania); Ernesto Borghi (ISSR Guardini, Trento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Umberto Rosario del Giudice (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano);Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano); Enzo Biemmi (Pontificia Università Lateranense); Claudio Margaria (ISST STI, Fossano); Luca Margaria (ISST STI, Fossano); Marco Gallo (ISST STI, Fossano); Ivo Seghedoni (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Luca Palazzi (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Massimo Faggioli (Villanova University, USA); Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo); Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna); Gaia De Vecchi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano); Vittorio Berti (Università di Padova); Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Riccardo Saccenti (Università degli Studi, Bergamo); Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia); Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze); Serena Noceti (ISSR della Toscana); Antonio Autiero (Università di Münster, Germania); Donata Horak (Studio Teologico Alberoni, Piacenza); Matteo Cavani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Silvia Zanconato (Scuola di Teologia Laura Vincenzi, Ferrara); Leonardo Paris (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica del Triveneto); Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma); Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli); Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena); Gianni Criveller (Studio Teologico Missionario del PIME, Monza); Giuseppe Noberasco (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alessandro Picchiarelli (Scuola Interdiocesana di Formazione Teologica, Foligno); Riccardo Battocchio (Facoltà Teologica del Triveneto); Grazia Tagliavia (Università di Palermo); Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona); Lucia Vantini (ISSR e Studio Teologico di Verona); Simona Segoloni Ruta (Istituto Teologico di Assisi)

    https://www.adista.it/articolo/67687

  • QUEL PRETE HA ABUSATO DI ME

    QUEL PRETE HA ABUSATO DI ME

    di MARCO GRIECO – Dopo i recenti casi di pedofilia emersi nella Chiesa cattolica in Francia, Germania, Portogallo e Spagna, sette associazioni hanno lanciato #ItalyChurchToo, il movimento “anche la Chiesa in Italia”. È una campagna antimolestie che chiede al mondo cattolico del nostro Paese una commissione indipendente perché si possano portare allo scoperto gli abusi con indagini esterne, aprendo gli archivi diocesani e facendo luce su eventuali insabbiamenti di preti pedofili.

    In Italia, gli abusi su minori da parte di sacerdoti sono un fenomeno ancora sottostimato. «Ci è bastato andare a una trasmissione televisiva e parlare della nostra storia perché, sulla strada del ritorno, ci chiamassero dieci vittime che si sono fatte coraggio», spiega Cristina Balestrini, che l’abuso di un prete non lo ha vissuto sulla propria pelle, ma su quella del figlio quindicenne. «Era il 2011 e don Mauro Galli ci aveva chiesto se nostro figlio avrebbe potuto dormire in oratorio», dice. «Noi abbiamo acconsentito senza immaginare che sarebbero rimasti da soli». La verità, cruda e violenta, arriverà l’indomani, quando Cristina, corsa a scuola perché il figlio versava in uno stato catatonico, mette in dubbio la fiducia nel prete malgrado gli anni da catechista: «“È successo qualcosa stanotte?”, gli ho domandato. Lui mi ha guardata negli occhi e ha ammesso». Scatta, così, la denuncia penale, ma le condanne in primo grado e in appello non sono sufficienti.

    «Mio figlio frequentava ancora l’ambiente parrocchiale, malgrado la ferita che aveva dentro. Per lui è stato devastante vedere in tribunale la diocesi difendere il prete. È come se fossimo noi i nemici», ammette la madre, ricordando di essere stata isolata anche da quelli che un tempo erano amici in parrocchia. In questa battaglia impari in nome della verità, spesso sono le stesse vittime a scavare una trincea di silenzio. «La Chiesa ci aveva offerto un accordo extragiudiziale, con la clausola del silenzio, da 100 mila euro più spese, ma non potevamo accettarlo», dice oggi Cristina. Come si fa a risarcire un adolescente come tanti altri, a cui una notte d’orrore stravolge la vita, gettandolo nella disperazione, curata con lunghe terapie? «C’è stato un tempo in cui noi non potevamo nemmeno sfiorarlo. Oggi mio figlio ha fatto grandi progressi, soprattutto identificandosi non più come vittima, ma come sopravvissuto».

    Ha ancora bisogno di cure Arturo Borrelli, 42 anni, per placare le conseguenze di anni di violenze. Il suo “orco”, don Silverio Mura, ha abusato per tre anni a mezzo di lui nel silenzio del quartiere di Napoli Ponticelli. «Era un amico di famiglia, era visto da tutti come una figura divina», racconta ripensando a quel prete che ha anche celebrato le sue nozze e ha battezzato due dei suoi figli. Poi, nel 2009, uno strano svenimento sul luogo di lavoro rivela le ferite che lacerano la sua psiche. «Lo psichiatra mi ha fatto capire i danni che ho. Da allora, ho perso il lavoro come guardia giurata e non riesco a vivere tranquillamente». Un primo, importante traguardo, però, arriva nell’ottobre scorso quando, al termine di un processo civile, con una sentenza storica il prete e la scuola sono condannati in primo grado a risarcire Arturo con 320 mila euro. È la prima conferma, dopo anni di silenzio, anche da parte della diocesi.
    «Alla richiesta di un colloquio nel 2012 con l’arcivescovo Lucio Lemmo, mi hanno risposto di non poter avere contatti con me, trattando il mio caso senza comprensione e umanità», dice l’uomo. Intanto, in questi anni di silenzi, il sacerdote è stato spostato in altre diocesi della regione, prima di lasciarla definitivamente. «Dopo un servizio in tv di Le Iene, abbiamo scoperto che il religioso è stato trasferito a Montù Beccaria (vicino a Pavia, ndr) con nome e cognome falsi e che c’è un processo penale in corso per sostituzione di persona. La curia mi ha assicurato che non dice più messa, anche papa Francesco mi ha promesso il suo interessamento. Ma la mia vittoria arriverà quando quell’uomo smetterà di essere prete».

    Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, oggi ricostruisce i volti degli autori di molestie e abusi che spesso la Chiesa lascia senza nome. Così, con un settimanale è stato creato un archivio per fare luce sui crimini in Italia, sul modello del quotidiano spagnolo El País. Francesco dice che era ancora un ragazzino quando un sacerdote ha abusato di lui nella pineta di Spotorno, in Liguria: «Non sono stato il solo, ho contato almeno 40 ragazzi. Sapevamo tutti che cosa accadeva quando, a turno, ci chiedeva di condividere con lui la tenda nel campeggio», racconta Zanardi. Dice di ritrovare la sua stessa esperienza in tanti sopravvissuti, persone per cui i ricordi di un’infanzia violata possono sopraggiungere improvvisi: soffrono della Sindrome da stress post traumatico, che rimuove il passato per poter continuare a vivere, ma a prezzo di sintomi gravi. «Conosco una persona in cui il trauma si è ripresentato a 36 anni dagli abusi, dopo la nascita del figlio. La vicinanza di un bambino piccolo ha risvegliato il dolore. Adesso è in terapia».

    Francesco ha tentato il suicidio quattro volte, l’ultima nel 2008: «Anche se realizzi che non hai colpe, i danni relazionali ti restano. Vivere diventa difficile. Almeno due persone del nostro gruppo di Spotorno si sono tolte la vita».

    Con Rete L’Abuso Francesco riceve l’appoggio anonimo di tanti sacerdoti: «Non vogliono esporsi perché temono le conseguenze». Dopo il summit sugli abusi in Vaticano nel 2019, la Chiesa di papa Francesco ha adottato la linea della cosiddetta “tolleranza zero”.

    Ma per le vittime non è ancora sufficiente: «Quando la Chiesa dice che si occupa delle vittime e dei familiari, non è credibile», afferma Cristina. Le fa eco Arturo, che ha incontrato lo stesso papa Francesco: «Mi ha invitato a non arrendermi. E io non mi darò pace fino a quando non avrò visto che chi mi ha rovinato la vita non fa più il prete».

    di MARCO GRIECO – GRAZIA del 10/03/2022

  • Intervento di Ludovica Eugenio – Agenzia ADISTA – #ItalyChurchToo

    Intervento di Ludovica Eugenio – Agenzia ADISTA – #ItalyChurchToo

    Uno strumento di pressione

    Si è trattato di un momento storico perché, ha detto Ludovica Eugenio, responsabile di Adista nella presentazione, «nel contesto della lotta contro gli abusi perpetrati all’interno della Chiesa cattolica, hanno deciso di unire le forze diverse realtà, ognuna dalla propria angolatura e con le proprie risorse: espressione del laicato cattolico impegnato per il cambiamento; della voce delle vittime; dell’informazione come servizio alla cittadinanza e strumento di trasformazione».

    Uno strumento, il Coordinamento, «di pressione e di espressione della volontà di contribuire ad abbattere il muro di omertà che ha protetto finora i responsabili diretti e indiretti degli abusi e ha favorito l’invisibilità delle vittime», voluto da gruppi di donne impegnate a vario titolo nella Chiesa cattolica e fuori di essa, con l’unica priorità di dare voce alle vittime e di chiedere strumenti in grado di garantire che nessuna persona debba mai più attraversare questo abisso».

    In molti Paesi del mondo si è intervenuti in modo efficace con inchieste e commissioni d’indagine indipendenti, che hanno fornito il quadro «di un fenomeno che sempre più ha rivelato il proprio carattere sistemico, che affonda le proprie radici nella cultura clericale, in una malintesa immagine del clero come ceto sacro e intoccabile, nel tentativo della gerarchia di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, la cui vita è stata spesso devastata in modo irreversibile».

    In Italia invece, ha detto ancora Eugenio, «la Chiesa e le istituzioni laiche non hanno mai voluto realizzare un’inchiesta su scala nazionale per far luce su un fenomeno criminale che si sa ampiamente diffuso in tutta la Penisola. Non è stata intrapresa finora nessuna iniziativa di indagine e ricerca indipendente che potesse fornire dati oggettivi, primo passo verso una prassi di giustizia cui hanno diritto in primo luogo le vittime e le loro famiglie, ma anche i membri della comunità cristiana, i cittadini e le cittadine».

    Il Coordinamento lavorerà «per promuovere richieste concrete, sollecitando la Chiesa cattolica a operare un cambio di mentalità e a fare luce sul passato, a guardare in faccia la realtà assumendosi le proprie responsabilità degli abusi, degli insabbiamenti e dell’abbandono delle vittime, restate senza ascolto e senza risarcimento. E facendo richieste allo Stato, ai rappresentanti dei cittadini in Parlamento, alle istituzioni, nonché operando sul piano della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, della presentazione di richieste precise e del monitoraggio dell’operato degli interlocutori istituzionali».

  • LA PEDOFILIA NELLA CHIESA

    LA PEDOFILIA NELLA CHIESA

    di Francesco Benigno Vincenzo Lavenia

    Il 6 gennaio del 2002 «The Boston Globe» usciva con un titolo sparato in prima pagina a caratteri cubitali: «La Chiesa ha permesso per anni abusi da parte dei preti». Lo scandalo che sorse allora non si è più fermato. In questi vent’anni la Chiesa è stata profondamente travagliata dalla pedofilia, sorta di male incurabile diffuso tra le file dei chierici, un fenomeno che ha assunto, dapprima negli Stati Uniti e poi in Europa e nel mondo, le dimensioni di una vera epidemia.

    Resisi conto della gravità dell’accaduto, i vescovi statunitensi avevano prontamente reagito convocando a giugno una Conferenza episcopale a Dallas, che si pronunciò per una vigorosa azione di risanamento, affidando a un importante studio di criminologia, il John Jay College of Criminal Justice della New York City University, la stesura di un rapporto sugli abusi sessuali i cui risultati furono resi noti nel febbraio del 2004. La linea di fermezza promossa dalla Conferenza episcopale statunitense si esaurì per le resistenze dell’ala tradizionalista e conservatrice del clero, ma da allora la richiesta di delineare un quadro dettagliato dell’abuso clericale sui minori ha sempre accompagnato la progressiva emersione del problema su scala globale.

    Se infatti al tempo di Giovanni Paolo II la Curia poteva ancora sostenere che gli abusi sui minori fossero un fenomeno essenzialmente statunitense, Benedetto XVI da subito (2005) dovette confrontarsi con l’esplosione del caso irlandese. Una serie di inchieste governative, confluite nei rapporti Ferns, Ryan e Murphy, produssero nell’opinione pubblica di uno dei Paesi più cattolici del mondo uno shock enorme, che causò una vistosa diminuzione del numero dei sacerdoti e cattolici praticanti.

    Il problema però, come si vide bene nel 2010, non era solo irlandese. In quell’anno, che può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa, si registrò la più grande serie di scandali del cattolicesimo moderno, capaci di coinvolgere numerosi cardinali, decine di vescovi e migliaia di preti e religiosi. La progressione dei casi rivelati di pedofilia si fece incalzante: dalla Svizzera al Belgio, dal Regno Unito ai Paesi Bassi, dall’Austria alla Germania, dappertutto si verificò un’esplosione di segnalazioni, che segnarono duramente la fase terminale del pontificato di Ratzinger e contribuirono forse a spingerlo alle dimissioni.

    Il 2010 può essere considerato un vero e proprio momento buio della storia della Chiesa: la progressione di casi rivelati di pedofilia si fece incalzante e furono coinvolti cardinali, vescovi, preti e religiosi

    Il nuovo papa, Francesco, per fronteggiare la situazione, e le accuse provenienti dalla Commissione per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite che continuava a chiedere alla Santa Sede di rispettare la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, modificando opportunamente il Codice di diritto canonico, ha tentato varie mosse – la nascita di una commissione per la tutela dei minori aperta alla partecipazione dei laici, riforme della normativa ecclesiastica e vari interventi morali e teologici, tra cui la lettera apostolica in forma di motu proprio Come una madre amorevole, del 2016 – caratterizzate da un notevole rigore.

    Ma intanto il tema della pedofilia aveva varcato i confini europei. Se nel caso australiano una commissione governativa dimostrava la consistenza, ampiezza e durata del fenomeno (di recente si è mossa anche la Nuova Zelanda), lo scandalo della pedofilia ecclesiastica si è propagato in tutta l’America Latina, trasmettendosi come un’onda sismica avvertita negli episcopati cileno, brasiliano, colombiano, argentino, ecuadoregno, costaricano, peruviano, e perfino in quello del piccolo San Salvador.

    Da allora taluni episcopati europei hanno preso l’iniziativa di promuovere indagini: è stato il caso della Polonia e poi della Chiesa francese. Quest’ultima, nel 2018, ha deciso di avviare un’inchiesta, diretta da un alto funzionario statale cattolico, Jean Marc Sauvé, che nel dicembre scorso ha consegnato il suo rapporto, suscitando enorme clamore per aver rivelato un fenomeno di grande ampiezza (300 mila vittime). Nel gennaio di quest’anno, poi, anche la Chiesa portoghese si è mossa in questa direzione, avviando un’indagine che è in corso. Negli stessi giorni, in Germania, vi è stato l’annuncio dei risultati dell’inchiesta promossa nelle sedi di Frisinga e di Monaco (centinaia di abusi perpetrati dal 1945 al 2019; dozzine di chierici coinvolti), con l’accusa mossa a Ratzinger di avere insabbiato alcuni casi al tempo in cui era arcivescovo della diocesi bavarese. Il papa emerito si è difeso in modo assai confuso, senza fugare i gravi sospetti di negligenza o di complicità.

    In altri contesti però gli episcopati sono riluttanti a mappare la questione: nel caso spagnolo, malgrado un’inchiesta condotta da «El País», la Chiesa locale non appare intenzionata a promuovere un’indagine, che – taluni vescovi temono – potrebbe travolgerla. Similmente, nel caso italiano, si osserva una forte resistenza all’apertura di un’inchiesta per valutare ampiezza e gravità di un fenomeno che potrebbe avere dimensioni ancora maggiori di quelle di altri paesi. Certo, è passato del tempo dal 2010, anno in cui il segretario della Cei, Giuseppe Betori, poteva dichiarare impunemente che la pedofilia tra le fila del clero è un «fenomeno estremamente limitato»: grazie soprattutto all’azione di papa Francesco, l’orientamento culturale è significativamente mutato. Ora anche nella Cei v’è chi si ripromette di lanciare un’indagine conoscitiva interna, ma tutto è stato rimandato a maggio, quando chi sostituirà Gualtiero Bassetti dovrà decidere il da farsi.

    A sollecitare un’inchiesta indipendente, pubblica e non condizionata dalle cautele dell’episcopato italiano, affidata a una commissione autorevole, è adesso un coordinamento di associazioni, in gran parte cattoliche, alcune delle quali, fin qui non troppo visibili, riuniscono le vittime degli abusi che hanno rotto il silenzio (Rete l?Abuso, Comitato Vittime e Famiglie).  Del coordinamento, che ha ricevuto l’appoggio di «Left» e dell’agenzia di stampa Adista – punto di riferimento dei fedeli più progressisti – fanno parte l’Osservatorio interreligioso dulle violenze contro le donne e Donne per la Chiesa. In modo significativo, il comunicato che ha chiesto a gran voce di avviare l’inchiesta, emanato il 12 febbraio di quest’anno, tre giorni prima della presentazione pubblica dell’iniziativa, si è avvalso dell’hashtag #ItalyChurchToo, con riferimento alla campagna mondiale contro la violenza sulle donne (#MeToo) che ha riscosso successo partendo dagli Stati Uniti. I promotori ricordano che ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica.

    Ad avere diritto a conoscere l’entità del fenomeno della pedofilia non sono solo le vittime e le loro famiglie, ma anche tutti i sinceri cristiani, le cittadine e i cittadini della nostra Repubblica

    Negli stessi giorni è stata resa nota su «Domani» una lettera del 2015, vergata dall’allora segretario e ora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Ladaria, che ha contribuito a suscitare indignazione, nonostante la distrazione di una parte della stampa italiana intorno a questo tema. Nella missiva, infatti, si suggeriva all’arcivescovo di Lione Philippe Barbarin di intervenire nel caso di don Bernard Preynart, che avrebbe travolto i vertici della diocesi francese, ma senza suscitare scandalo.

    «Scandalo» è la parola che torna in documenti analoghi che l’ex Sant’Uffizio – investito da secoli delle materie di adescamento sessuale del clero, e dunque anche dei peccati e delitti di pedofilia – ha indirizzato ai pastori d’anime di tutto il mondo, Italia compresa. Essa ci ricorda che il diritto canonico continua a mettere al riparo le colpe occulte, dei laici e del clero, tentando di risolverle e di riconciliarle senza clamore (e senza imporre la denuncia al magistrato civile). È una lunga storia, quella del segreto e della prassi penitenziale dei tribunali della Chiesa, che abbiamo provato a raccontare in un libro (Peccato o crimine. La Chiesa di fronte alla pedofilia, Laterza, 2021), cercando di mettere in luce come oggi l’opinione pubblica non sia più disposta a comprendere e a tollerare le norme canoniche, che appaiono come astute regole di tutela corporativa che coprono diffuse abitudini sessuali del clero in spregio alle vittime (le vittime fragili e non consenzienti di un abuso sentito come particolarmente grave perché tocca l’infanzia e l’adolescenza).

    Eppure, come si legge nel Vangelo (Mt 18,7; Lc 17,1), occorre che lo scandalo accada, che venga alla luce; e guai a chi lo provoca. Guai a chi tenta di tenerlo lontano dai riflettori, lasciando le vittime da sole. Perciò l’iniziativa di questa rete di associazioni ci sembra importante, e non deve essere lasciata cadere nel silenzio né stravolta con un’inchiesta interna della Cei. Perché anche in Italia, nel giardino di casa dei papi, si faccia piena chiarezza sull’entità di comportamenti che per troppo tempo la Chiesa ha faticato ad avvertire come criminosi.

    https://www.rivistailmulino.it/a/pedofilia-nella-chiesa

  • Intervento di Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Intervento di Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Le anomalie giuridiche italiane – «La Rete L’Abuso con 1.400 casi all’attivo da 12 anni è l’unico osservatorio di dati esistente in Italia», ha detto Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso. «Lavoro lungo e difficile, che non sarebbe spettato a noi, costato al sottoscritto decine di querele ma nel vuoto purtroppo ci siamo dovuti assumere l’impegno, per poter tutelare altri.

    Oggi siamo rappresentanti per l’Italia di ECA Global, presente in 42 Paesi, riconosciuti presso Nazioni Unite». Recenti casi di abusi dimostrano come gli sforzi di papa Francesco (in particolare con il motu proprio Vos estis lux mundi) si siano rivelati inutili, prosegue Zanardi: i vescovi non obbediscono alle prescrizioni ma non vengono puniti. Leggi deboli hanno favorito il trasferimento in Italia dei pedofili. Una commissione della Chiesa anche se perfetta oggi non è più credibile, ne serve una indipendente che assicuri imparzialità. L’imputato non può fare anche da giudice.

    «In Italia – ha spiegato Zanardi – la situazione è complessa in confronto ad altri Paesi; El País ha raccolto 250 casi in 7 decenni, la magistratura ha aperto un’indagine autonoma. In Italia il database della Rete l’Abuso dimostra 360 casi in 15 anni. Serve dunque un intervento dello Stato. Il Rapporto CIASE in Francia parla di 216.000 vittime e 3.000 preti coinvolti; in Francia i preti sono 22.000, in Italia 52.000; se la percentuale media del mondo è di 7-8% di preti pedofili, in Italia sono stimati un milione. Serve adeguare le leggi; sono state avanzate istanze allo Stato e all’ONU, ma il numero di indagini e azioni penali della magistratura è basso: se la vittima è prescritta non scatta nessuna indagine e salta la prevenzione».

    Serve poi estendere a tutti il certificato anti-pedofilia (che il datore di lavoro è obbligato a richiedere ai neoassunti nel campo di attività con minori), applicandolo a tutto l’indotto del volontariato che svolge attività con minori; la prescrizione, poi, «non è adeguata alla maturazione del trauma da parte della vittima»; si chiede al legislatore «di dare la possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco al catechista, a chiunque abbia dei sospetti ». Sarebbe già una svolta. Paradossalmente la soluzione risolverebbe ostacoli posti dai Patti lateranensi come l’art. 4.

    Se oggi il papa introducesse per i vescovi italiani l’obbligo di denuncia, questi non saprebbero come procedere. Bisogna inoltre attuare un programma di risarcimenti e di programmi di riabilitazione delle vittime. Gli sportelli diocesani non sono conformi alla Convenzione di Lanzarote, che prevede che la vittima, quando viene sentita in un tribunale, anche in quelli diocesani, sia accompagnata da un medico che ne attesta anche l’attendibilità. Nei tribunali diocesani non si portano neanche gli avvocati».

  • Intervento di Cristina Balestrini – Rete L’ABUSO Vittime & Famiglie – #ItalyChurchToo

    Intervento di Cristina Balestrini – Rete L’ABUSO Vittime & Famiglie – #ItalyChurchToo

    Centrale, nella presentazione del Coordinamento, è stata la testimonianza di alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’Abuso. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’Abuso ho dato la di- sponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma. Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza.

    Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore».

    La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subìto un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime.

    La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».