Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • FEDERICO TULLI: il primato della chiesa di Bergoglio

    FEDERICO TULLI: il primato della chiesa di Bergoglio

    «Dati attendibili valutano la pedofilia dentro la Chiesa al livello del 2%», disse papa Bergoglio a Eugenio Scalfari in una famosa intervista pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2014. In base all’autorevole stima, solo in Italia, dove vivono oltre 30mila ecclesiastici, i preti e le suore giudicati responsabili di abusi su minori in base al diritto canonico potrebbero essere almeno 600. Un’enormità considerando che il profilo criminale di un pedofilo è equiparabile a quello del serial killer.

    Diversamente dal Vaticano, in Italia non esiste una casistica istituzionale sulla diffusione della pedofilia. Il ministero delle Pari opportunità si avvale di un Osservatorio permanente che per ora si limita ad osservare. Nel 2007 il governo Prodi firmò i protocolli per la creazione di una banca dati per monitorare il fenomeno, con relativo stanziamento in finanziaria di 6mln di euro. Non è mai entrata in funzione. Con quali conseguenze? «In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi» si legge nel Dossier del Telefono azzurro sulla pedofilia pubblicato nel 2010. «Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati – conclude Telefono azzurro – ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini».

    In che misura è presente la pedofilia nella nostra società? Ci si può fare un’idea oggi pescando tra i dati Istat il totale delle persone detenute in Italia nel 2015 per “atti sessuali con minorenne” e “corruzione di minorenne”: 705. Se aggiungiamo “prostituzione minorile”, “pornografia minorile” e “detenzione di materiale pornografico attraverso sfruttamento di minori” arriviamo a 1152.

    In Italia le persone maggiorenni sono circa 47mln, vien da sé che il tasso di pedofilia nella popolazione (0,000024) seppur calcolato a spanne in base ai dati Istat è molto lontano da quel 2% del clero ecclesiastico. Certo, 1152 pedofili sono tanti, troppi. Ci sono preti statunitensi che hanno confessato da 130 a oltre 200 stupri. Serial killer, appunto. E poi c’è da considerare che raramente un pedofilo viene denunciato. Una volta su 100? Due su cento? Non si sa. Oltre alla capacità del pedofilo di mimetizzarsi, anche il contesto socio-familiare in cui si consuma di norma la violenza, secondo Telefono azzurro, fa sì che il fenomeno rimanga sostanzialmente “sommerso”. Ma il “sommerso” c’è anche nella Chiesa, come denunciò la Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza nel febbraio del 2014 (cfr. “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”, L’Asino d’oro ed., 2014, pp. 205-265).

    In attesa che la banca dati ministeriale cominci a monitorare, di certo c’è che anche se i detenuti in Italia fossero 10mila o 100mila rimarremmo a distanza di sicurezza dalle percentuali vaticane. Per pareggiare il mostruoso primato della Chiesa cattolica, ai tempi di papa Francesco, le nostre carceri dovrebbero ospitare un milione di pedofili.

    Federico Tulli

  • «Per anni ha abusato di me all’istituto Quel prete arrestato mi rovinò la vita»

    «Per anni ha abusato di me all’istituto Quel prete arrestato mi rovinò la vita»

    In Argentina monta lo scandalo su don Corradi. «Finalmente, lo denunciai già nel 2010»

    VERONA Non si è mai trincerato dietro l’anonimato, oggi come allora. Lo aveva già denunciato pubblicamente nel 2010, è tornato a uscire allo scoperto adesso che «uno dei miei molestatori è stato finalmente arrestato ». Lui è Gianni Bisoli, «nato a Sirmione il 15 settembre 1948. Sono diventato sordo a 8 anni , ho cominciato a frequentare l’Istituto Antonio Provolo di Verona all’età di 9. Tre mesi dopo la mia entrata e fino al quindicesimo sono stato fatto oggetto di attenzioni sessuali ». Un’infanzia dell’orrore, quella che ricorda ancora per filo e per segno: «Sono stato sodomizzato e costretto a rapporti orali e masturbazioni dai seguenti frati e fratelli laici – li enumerò uno a a uno in una lettera inviata ai mass media 6 anni fa – don Giuseppe, don Arrigo, don Aleardo, don Giovanni, don Alcide, don Luigi, don Rino e don Danilo, don Giovanni, don Basco, don Agostino, don Giuseppe, fratello Erminio, don Nicola».

    Un riferimento, quest’ultimo, a don Nicola Corradi: travolto con altri religiosi dallo scandalo esploso attorno al Provolo di Verona nel 2010, il prete era stato trasferito in Argentina. Ed è lì che, una settimana fa, è stato posto ai domiciliari per lo stesso tremendo sospetto: abusi a luci rosse sui piccoli ospiti dell’Istituto Provolo di Mendoza, vicino a Buenos Aires. E come già avvenne a Verona dove comunque non innescò conseguenze giudiziarie per l’avvenuta prescrizione dei crimini contestati ai sacerdoti implicati nelle violenze, anche in Sudamerica la vicenda sta tenendo banco in questi giorni. Accuse che si incentrano proprio su don Corradi: il portavoce dell’arcivescovado di Mendoza (ovest del paese), Marce de Benedectis, ha detto alla stampa che è arrivato nell’arcidiocesi proveniente da La Plata e che «non avevamo nessuna informazione, dato o nemmeno indicazioni » sul suo possibile legame con «i fatti gravissimi» che gli sono stati contestati. Tuttavia, il portavoce ha ammesso che «è possibile che, in altri tempi, esistesse una mala prassi dietro agli spostamenti di sacerdoti, in questo caso dall’Italia verso l’Argentina». Per la stampa locale, però, questa «mala prassi» più che una possibilità era un dato certo: a riprova, il quotidiano Clarin pubblicava ieri testimonianze di varie vittime di abusi pedofili a Verona, fra i quali appunto Gianni Bisoli, che identificano in «don Corradi come uno dei sacerdoti colpevoli di questi atti: il bagno della scuola era alla fine di un corridoio – si legge nelle sue ultime dichiarazioni appena rilas c iate ai media local i – . Quando Nicola ci ha visto andare verso stanza da bagno, è venuto dietro a noi e lì ha iniziato a costringerci…Sono rimasto paralizzato».

    Era solo l’inizio di un incubo senza fine: «A volte ci svegliava di notte, veniva nella nostra stanza e ci obbligava a fare tutto… ». Rivede tutto come fosse appena successo, il signor Bisoli: «Don Nicola e altri preti mi chiamavano “il bello”, mi dava fastidio, ho perso i miei esami, mi hanno rovinato la vita e impedito di avere un futuro ». Ma Gianni non demorde e adesso è tornato a puntare platealmente il dito contro «don Corradi e tutti quei sacerdoti che mi hanno compromesso l’intera esistenza. Da allora, ho avuto rapporti con uomini e donne, ma mai ho manifestato amore. Mi hanno impedito di provarlo».

    http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2016/6-dicembre-2016/per-anni-ha-abusato-me-all-istituto-quel-prete-arrestato-mi-rovino-vita-2401111737959.shtml#

  • Anche i vescovi sudafricani, dopo quelli francesi, fanno digiuno e preghiera per le vittime degli abusi. I vescovi italiani continuano a fare finta di niente

    Anche i vescovi sudafricani, dopo quelli francesi, fanno digiuno e preghiera per le vittime degli abusi. I vescovi italiani continuano a fare finta di niente

    Sudafrica: vescovi indicono triduo di digiuno e preghiera per vittime abusi

    Posted by Redazione Zenit on 30 November, 2016

    Nel messaggio – diffuso dall’agenzia Fides – si comunica l’indizione di un triduo di preghiera e di digiuno che inizierà la sera di venerdì 2 dicembre e si concluderà con la celebrazione della Messa della II Domenica di Avvento, il 4 dicembre. Nel testo, i presuli riconoscono “i propri errori sulle questioni degli abusi sessuali, soprattutto quando non siamo riusciti ad ascoltare il grido di coloro che hanno subito soprusi all’interno delle strutture della Chiesa e per la nostra incapacità di entrare in empatia con il loro dolore”.“Chiediamo perdono per noi stessi e per il nostro clero per non avere fatto abbastanza nel riconoscere il dolore e il trauma fisico, emotivo e psicologico sofferto dalle tante vittime di abusi sessuali per mano di membri della famiglia, della società in generale e all’interno della nostra Chiesa”. È quanto scrivono i vescovi della Southern African Catholic Bishops’ Conference (Sacbc) nel loro messaggio in risposta all’appello lanciato da Papa Francesco di pregare per le vittime degli abusi sessuali.

    “Vogliamo lavorare – prosegue il comunicato – con tutte le strutture della società e soprattutto con i nostri sacerdoti, il personale e gli operatori ecclesiali, nella creazione di un ambiente sicuro per i bambini e le persone vulnerabili e nel soddisfare le esigenze della giustizia nel correggere i crimini e gli errori del passato in materia di abusi sessuali”. In conclusione, i vescovi ribadiscono l’impegno “a seguire le disposizioni dei nostri protocolli ecclesiali in caso d’indagine di abuso sessuale all’interno delle nostre strutture e di attenerci alla legge del Paese in cui sono stati commessi i crimini”.

  • Don Inzoli abusava dei ragazzini anche durante le confessioni, giutificando la pedofilia con la Bibbia

    Don Inzoli abusava dei ragazzini anche durante le confessioni, giutificando la pedofilia con la Bibbia

    L’ostruzionismo del Vaticano è stata la principale ancora di salvezza per don Inzoli, un sacerdote che toccava i ragazzini anche durante le confessioni e tentava di convincerli della “bontà” delle sue molestie sessuali citando la Bibbia e sostenendo che la storia di Abramo e Isacco era la prova di come quello fosse il volere di Dio.
    Ai tempi tra i massimi dirigenti di Comunione e Liberazione, tornò alla ribalta delle cronache quando venne avvisato tra le autorità ad comizio anti-gay organizzato da Regione Lombardia per volere di Roberto Maroni e l’immancabile assessore Cappellini.
    Una denuncia di Sel fece riaprire le indagini e lo scorso giugno giunse la condanna a quattro anni e nove mesi di reclusione. Sul sacerdote pendevano infatti ben due condanne vaticane, ma il rifiuto della Santa Sede di trasmettere i documenti all’autorità giudiziaria lo salvò dalla legge italiana e fece cadere in prescirizione numerosi crimini. La condanna riguarda infatti solo le molestie sessuali compiute dal 2004 al 2008 su cinque ragazzini dai 12 anni ai 16 anni.
    Ora arriva la motivazione della sentenza, nella quale si spiega come don Inzoli abusava dei minori della Gioventù studentesca durante i soggiorni della comunità, in ospedale e persino durante le confessioni. I giudici osservano come tutto ciò accadesse «approfittando con spregiudicatezza della propria posizione di forza e di prestigio, tradendo la fiducia in lui riposta dai giovani nei momenti di confidenza delle proprie problematiche personali ed anche nel corso del sacramento della Confessione, ammantando talora le proprie condotte di significato religioso così confondendo ulteriormente i giovani».
    Il gup Letizia Platè ha anche osservato come le sue vittime si ritrovassero in una situazione di «forte sottomissione psicologica» e le indagini hanno appurato come le vittime siano state molto più di quante considerate ai fini del processo. Si parla di «una pluralità indiscriminata di soggetti, all’epoca minorenni», abusati «sin dalla metà degli anni Novanta» e ormai prescritti.
    Un ragazzo abusato nel nel 1996 da don Inzoli ha raccontato di essere stato toccato «nel corso della confessione» e dinnanzi alle sue rimostranze il sacerdote ha giustificato quegli atti sessuali «facendo riferimento ad una sorta di “battesimo dei testicoli” che gli aveva presentato come un rituale ebraico citato nell’Antico Testamento come segno dell’affetto del padre nei confronti del figlio».
    Gravissimo è come quegli abusi fossero conosciuti dalla comunità e come nessuno avesse fatto nulla per cercare di fermarlo. Un ragazzo ricorda che «quando, nell’estate del 2004, uno dei suoi amici aveva saputo di essere stato designato per dormire nella stanza d’albergo insieme a don Inzoli, aveva espresso il suo disappunto: “Che palle andare a dormire da don Mauro, ti tiene sveglio tutta la notte e continua a toccarti”».

    http://gayburg.blogspot.it/2016/11/don-inzoli-abusava-dei-ragazzini-anche.html

  • “Perdonare lo stupratore se sposa la vittima”: proposta di legge shock in Turchia

    “Perdonare lo stupratore se sposa la vittima”: proposta di legge shock in Turchia

    Proteste nel paese contro quella che viene vista come una “legittimazione delle spose bambine” e un “condono sessuale”. La proposta di legge è stata avanzata dal partito del presidente Erdogan.

    Suscita polemiche in Turchia una nuova proposta di legge avanzata dall’Akp, il partito del presidente Recep Tayyip Erdoğan, che permetterebbe all’autore di una violenza sessuale su minore di evitare la condanna se i rapporti sono avvenuti in maniera consensuale e se questi accetta di sposare la vittima.

    Dura la protesta sia delle opposizioni sia dell’opinione pubblica. In molti si sono scagliati contro quella che viene vista come una “legittimazione delle spose bambine” e un “condono sessuale”.

    Su Twitter migliaia di utenti hanno commentato con l’hashtag  #TecavuzMesrulastirilamaz, ovvero “lo stupro non può essere legittimato”. Il governo ha replicato alle critiche, definendole una “distorsione strumentale della finalità con cui è stato concepito il disegno di legge.

    Per il ministro della Giustizia, Bekir Bozdag, “l’obiettivo è scongiurare le conseguenze legali in cui si imbattono le coppie che hanno rapporti consenzienti e vogliono sposarsi prima della maggiore età”.

    “I matrimoni che coinvolgono i minori sono sfortunatamente una realtà in Turchia – ha aggiunto Bozdag – ma gli uomini coinvolti non sono violenti stupratori”.

    http://www.today.it/mondo/turchia-legge-depenalizzare-stupro-minori.html?er

     

  • La Cassazione conferma la condanna per don Desio: ora l’ex prete andrà in carcere

    La Cassazione conferma la condanna per don Desio: ora l’ex prete andrà in carcere

    Otto anni e otto mesi è la pena che dovrà scontare l’ex parroco di Casal Borsetti, condannato in via definitiva per atti sessuali su quattro minori e violenza sessuale su uno di loro

    Per Don Desio si aprono le porte del carcere, dopo la conferma della condanna da parte della Corte di Cassazione, che ieri sera ha dato lettura della sentenza, dichiarando inammissibile il ricorso avanzato dall’ex prete – come si legge sul Corriere di Ravenna in edicola oggi. L’uomo era stato arrestato il 4 aprile del 2014 per violenza sessuale e atti sessuali su quattro ragazzini minorenni che frequentavano la sua parrocchia.

    In primo grado era stato condannato a 10 anni e 8 mesi dal giudice del Tribunale di Ravenna nel 2015, dopo un processo svolto con rito abbreviato. Pena poi ridotta dalla Corte di Appello di Bologna ad 8 anni e 8 mesi nel novembre dello stesso anno, pena confermata dalla Cassazione.

    Ora l’ex sacerdote 55enne, che fino a ieri si trovava detenuto agli arresti domiciliari in una struttura di Saronno, sarà trasferito in carcere.

    Confermate anche le disposizioni relative ai risarcimenti: 200mila euro per il ragazzino oggetto dei fatti più gravi, 50mila agli altri due minori che si erano costituiti parte civile (non lo fece il quarto ragazzino coinvolto), 20mila euro ai genitori delle giovani vittime.

    Le indagini su Don Desio partirono dall’episodio che lo vide finire ubriaco con il suo Suv nelle acque del canale Candiano, salvato in extremis da alcuni passanti. Per riabilitare la sua immagine compromessa, Desio utilizzò anche i profili social di alcuni ragazzini che frequentavano la sua parrocchia pubblicando messaggi di fuoco contro la stampa locale, ma il padre di uno di loro se ne accorse e da lì partì un’inchiesta per sostituzione di persona, che portò poi alla luce i fatti ben più gravi in cui era coinvolto l’allora prete.

    http://www.ravennanotizie.it/articoli/2016/11/16/la-cassazione-conferma-la-condanna-per-don-desio-ora-lex-prete-andr-in-carcere.html

  • Atti sessuali su chierichetti, don Gianpiero condannato anche in Appello

    Atti sessuali su chierichetti, don Gianpiero condannato anche in Appello

    BRINDISI – Confermata in Appello la condanna di don Gianpiero Peschulli, ex parroco della chiesa di Santa Lucia, a Brindisi, a tre anni e otto mesi di reclusione per atti sessuali su chierichetti. La Corte si è pronunciata con sentenza nella tarda serata di ieri, 10 novembre, accogliendo la richiesta del procuratore generale che al termine della sua requisitoria aveva chiesto la condanna del sacerdote, già ritenuto colpevole dal gup Giuseppe Licci del Tribunale di Brindisi di fronte al quale era stato incardinato il processo con rito abbreviato. La difesa, affidata all’avvocato Roberto Cavalera, aveva impugnato la sentenza per chiederne la riforma, con pronuncia di assoluzione perché il fatto non sussiste.

    La pronuncia di secondo grado, quindi, conferma in toto l’impianto accusatorio sostenuto dal pubblico ministero Giuseppe De Nozza, il quale aveva indicato due ragazzi come vittime degli atti sessuali del prete, 74 anni, attualmente ai domiciliari in una comunità terapeutica, dopo essere stato arrestato il 20 maggio 2015.

    „Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, si legge che “I baci, gli abbracci, le carezze e i toccamenti ai chierichetti sono espressione di una personalità deviata del sacerdote, sensibile al fascino maschile: quel prete ha abusato dell’autorità morale e religiosa dell’essere il parroco della chiesa di Santa Lucia e della Santissima Trinità di Brindisi”.“ Il gup, inoltre, riportando alcuni stralci degli interrogatori, ha evidenziato come “mai siano caduti in contraddizione” nel corso dell’ascolto con la formula dell’incidente probatorio. I due all’epoca dei fatti non avevano ancora 14 anni, da qui la contestazione dell’altra aggravante. Sono diventati maggiorenni nel frattempo e uno si è costituito parte civile, con richiesta di risarcimento dei danni patiti, istanza ammessa dal gup.

    Il primo giudice ha rimarcato quanto evidenziato già nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Tea Verderosa, secondo la quale il “movente della condotta del parroco è da ascrivere alla sfera di eccitazione sessuale” e gli atti “venivano imposti o poco prima di servire la messa o dopo averlo fatto”. Stando a quanto si legge nelle motivazioni della sentenza, gli “atti sessuali sono consistiti nel dare al ragazzo baci sulle guance, nel farsi baciare lui stesso sulla guancia, nell’abbraccio dopo averlo tirato a sé con la forza, nel dargli la mano incrociando le sue dita con  quelle della mano del ragazzo, nell’accarezzargli le braccia e le gambe, nell’infilare la sua mano nei pantaloni”. Episodio quest’ultimo che secondo il gup è effettivamente avvenuto, così come ha ricordato il chierichetto “mentre si accingeva a prelevare calici e paramenti sacri.

    Il parroco ha sempre respinto le accuse, anche davanti alle immagini registrate dalle telecamere de Le Iene, la trasmissione di Mediaset. Il servizio venne firmato dall’inviato Giulio Golia che a Brindisi arrivò con alcuni attori per incontrare il sacerdote dopo aver ricevuto una mail tra aprile e maggio 2014, nella quale una “persona residente in città riferiva di essere stata vittima di avance sessuali di Peschiulli”. Le Iene lo chiamarono il prete “pomicione”. Quando tornarono per chiedere spiegazioni lui si chiuse in sacrestia e chiamò il 112, mentre su Facebook si registrò una valanga di commenti.

    Anche in udienza, davanti al gup, il parroco spiegò di aver dimostrato solo il proprio affetto. Secondo il difensore è  “aberrante” il movente, sono contraddittorie le testimonianze e la sentenza è carente di motivazione. In subordine, aveva l’esclusione delle aggravanti, il riconoscimento dell’ipotesi di minore gravità.
    http://www.brindisireport.it/cronaca/atti-sessuali-su-chierichetti-don-gianpiero-condannato-anche-in-appello.html
  • Don Luciano Cominotti; archiviato per mancanza di prove il procedimento in Mozambico

    Don Luciano Cominotti; archiviato per mancanza di prove il procedimento in Mozambico

    Nel marzo del 2014 il quotidiano portoghese Pùblico dava notizia che due sacerdoti italiani che dirigevano un orfanotrofio in Mozambico erano stati indagati con l’accusa di abuso.

    A dare il via alle indagini era stato João Paulo Gomes de Oliveira, un veterinario che nel 2010 insegnava nel Centro Polivalente Leão Dehon di Gurue, Mozambico.

    In una lettera pervenuta oggi presso la nostra sede di Savona, l’avvocato di don Luciano Cominotti, chiedendo rettifica comunica che la Procura Provinciale di Zambezia in Mozambico ha archiviato “per mancanza di legittimità riscontrata dal pubblico ministero nel proseguire l’azione penale per il crimine di attentato al pudore” nei confronti del suo assistito. Nella missiva si smentisce anche la notizia che il suo assistito sia stato denunciato in Italia, come invece aveva dichiarato João Paulo Gomes de Oliveira.

    Nel ribadire l’assoluta estraneità dei fatti imputati al suo assistito fornisce copia del documento ottenuto dalla Procura Provinciale di Zambezia dove si legge; “La informo che, in funzione della sua richiesta di chiarimento sul proscioglimento del procedimento penale instaurato per la denuncia di Joao Paulo Oliveira contro Luciano Cominotti, il pubblico ministero (Procura Provinciale da Zambezia) ha deciso per il non proseguimento del procedimento criminale per mancanza di prove sufficienti a determinare chi siano stati gli autori del crimine di tentato omicidio e furto praticato contro la vittima Joao Paulo Oliveira, da una parte e dall altra per la mancanza di legittimita del Pubblico ministero a continuare con l azione penale per il crimine di attentato al pudore nel quale la vittima è Aires G Muhuo”.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Caso Giada Vitale. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?

    Caso Giada Vitale. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?

    Non sarò breve.
    Non posso riassumere di più, perché il tema è delicato.
    Una ragazzina di 13 anni, Giada, che già ha perso il padre, e perde anche la nonna paterna, la sua figura di riferimento, si avvicina alla chiesa.
    Cerca conforto. E’ credente, si sente smarrita. E il sacerdote, che ha 55 anni, la inserisce nel coro. E nelle sue fantasie sessuali.
    Fantasie che non restano tali, e si concretizzano, purtroppo, in una storia di abusi, che va avanti da quando lei ha 13 anni, fino a quando ne compie 16.
    La ragazzina cresce, e solo dopo anni, trova la forza di fare denuncia.
    Non è affatto facile. Ci vuole coraggio. Vive in un piccolo paese. E la reazione della gente, è di istintiva difesa del parroco.
    Lui, si sa, pover’uomo…. Lei, si sa, l’avrà provocato…
    Insomma. A lei, toccano i commenti, le critiche, di chi avrebbe preferito il silenzio. “Eh, non sta bene… E poi, suvvia, se la sarà cercata? E allora, perché il prete non l’ha fatto anche con le altre?”.
    Il copione, lo conosciamo benissimo tutti. Pregiudizi da manuale.
    Tale è la reazione del paesino, che perfino il vescovo – che allontana subito il prete – è imbarazzato per quella sorta di gogna popolare, invita la gente a tacere, e – nel caso senta la necessità di parlare – a pregare.
    Com’è che cantava Fabrizio De André?
    “Si sa che la gente da buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio…”. Ecco. Appunto.
    Ciò che sconvolge, però, nella vicenda, non è tanto il contesto del paese: contesto purtroppo comune a tutte le vittime di violenza, in Italia, in specie se le accuse vanno a toccare un personaggio che sia in qualche modo “protetto” dal suo ruolo.
    In questo caso, siamo in provincia di Campobasso.
    Sconvolge il fatto che una volta a processo, la legge abbia diviso il processo in due parti: l’abuso compiuto sulla ragazzina a 13 anni, e quello successivo. E che – dopo questo sdoppiamento della vicenda – abbia stabilito che il prete non dovrà rispondere degli abusi commessi quando la vittima aveva fra 14 e 16 anni: ma solo di quelli relativi a quando ne aveva 13.
    Sia la pubblica accusa, sia il giudice per le indagini preliminari, hanno applicato evidentemente la legge alla lettera: sostenendo di fatto che la ragazzina sia stata abusata solo all’inizio, ma dopo… no.
    Insomma… Se il prete (o chiunque altro, sia chiaro) ti violenta a 13 anni, allora non sta bene. No, non si fa. E’ vietato.
    Però se continua, quando ne hai 14, allora è colpa tua. Eh, scusa… Sei diventata grande…
    Ora, è vero che la legge individua la soglia dei 14 anni, peraltro in modo del tutto arbitrario e opinabile, perché i 14 anni non sono uguali per tutti.
    Ma come si può distinguere l’abuso prima e dopo i 14 anni, in questo caso specifico? La ragazzina era la stessa.
    Quell’uomo aveva 55 anni! E lei era fragile, succube, impotente, paralizzata. Era sola. Sapeva di non poter parlare. Sapeva che sarebbe stata giudicata. Ma quale consapevolezza poteva avere, all’indomani del compimento dei suoi 14 anni?
    L’archiviazione mi indigna.
    Crea in me un senso di profonda sfiducia.
    Ci tengo, a scriverlo: ad esprimere vicinanza a Giada, attraverso Francesco Zanardi, alla Rete L’Abuso.
    Trovo orribile la figura di questo sacerdote, Don Marino Genova.
    Non lo conosco, non so niente di lui, e non c’entra niente, con la libertà di credo e con il fatto che esistano ottimi sacerdoti.
    So soltanto che è per me inaccettabile, che un uomo più che maturo, che peraltro indossa la tonaca, e che dovrebbe rivestire il ruolo di educatore, si comporti così.
    Sono contenta, del fatto che Giada lo abbia denunciato.
    Trovo giustissimo che venga giudicato – per lo meno – per il reato commesso quando la ragazzina aveva 13 anni: sempre che non intervenga una di quelle miracolose prescrizioni, che cancellano in un colpo fatti ignominiosi.
    E però: non approvo la decisione del tribunale.
    Non la condivido.
    Il procuratore Luca Venturi, e il giudice Daniele Colucci, del tribunale di Larino, avranno senz’altro fatto quello che la legge prevede. Ma non si sono chiesti quale messaggio hanno trasmesso, al di là dell’applicazione dei codici?
    Di fatto, archiviando le accuse per le violenze commesse dal prete quando la sua vittima aveva fra i 14 e i 16 anni, hanno lasciato intendere che violare una ragazzina (o un ragazzino) di 14 anni si può. E – fatto tremendo – hanno affermato che la vittima, Giada, all’improvviso avrebbe potuto dire di no.
    Come a dire che una ragazzina, che già da un anno è violentata da un uomo, appena spegne le 14 candeline sulla torta, si trasforma improvvisamente. Capisce la gravità della situazione, e dice: «Eh, no, padre caro: eh, fino a ieri avevo 13 anni, e non capivo, ma ora non mi deve violare più, perché sono consapevole…».
    Ora, la legge sarà di questo avviso: ma è pura teoria.
    Ma la vita reale, la vogliamo prendere in considerazione?
    Chi è abusato, ha paura. Vive in uno stato di soggezione. Addirittura, prova un senso di colpa, e di vergogna. Può perfino convincersi che la violenza sia una qualche forma di “considerazione”, di “affetto”.
    Ma stiamo scherzando? E sono ferite che restano per sempre.
    Per quello che conta, io sto con Giada. Non serve a niente, ma sto con Giada, come persona, e come donna.
    Sono io, che non capisco che la sentenza non poteva che essere questa? Sono io che sbaglio?
    Provo sgomento, per quei passaggi dell’ordinanza del tribunale, in cui si scrive che il prete “non è uno psicologo”, e non poteva “riconoscere uno stato di deficienza psichica” della vittima.
    Ma di cosa stiamo parlando?
    A parte i termini, che saranno anche scientifici, ma suonano davvero male, parliamo di un uomo avviato alla sessantina, un uomo che dovrebbe peraltro incarnare il messaggio cristiano del Vangelo, e invece abusa una ragazzina di 14.
    Ma come si fa a scrivere che un uomo di quell’età non è in grado di capire che sta sbagliando? Come poteva pensare che lei volesse essere abusata, che fosse d’accordo?
    E poi, cosa dobbiamo fare, allora, in tutti gli altri casi di violenze sui minori? Cosa significa questa ordinanza del Gip?
    Significa che se un violentatore non è uno psicologo, può abusare di qualsiasi ragazzino di 14 anni, perché non riesce a capire se il ragazzino è “psichicamente maturo”, e quindi lo viola, pensando che lui sia contento?
    No. Mi dispiace. Capisco che l’ordinanza sarà tecnicamente e giuridicamente perfetta, ma personalmente mi fa star male.
    E che diamine!
    Sto con Giada. Non serve a niente. Lo so.
    Però penso che sarebbe bello, se ci fosse una protesta generale, un’onda di indignazione, che potesse arrivare fino a Roma, a chi fa queste leggi, e non pensa che poi, una volta applicate, possano risultare tutto tranne che giuste.
    E – fatto ancora più grave – possano in qualche modo provocare gli effetti opposti a quelli desiderati.
    Siamo sinceri. Le sentenze fanno giurisprudenza. Questa è un’ordinanza, ma comunque è un atto ufficiale.
    Se un qualunque pervertito (sto trattenendo i termini, usando un eufemismo, ma vorrei dire di peggio) in età avanzata, prete o non prete, poco cambia, leggendo questo inquietante precedente, volesse molestare una ragazzina o un ragazzino di 14 anni, potrebbe poi avvalersi delle parole scritte per questo caso specifico di Giada, per alleggerire la sua posizione?
    E una vittima di 14 anni, leggendo quello che sta succedendo a Giada, si sentirà incoraggiata a denunciare il suo violentatore?
    O, al contrario, (ed è proprio questo che io temo) penserà che sia meglio tacere, perché potrebbe sentirsi dire che in fondo le piaceva, farsi rubare l’adolescenza da un vecchio laido?

    Di Sondra Coggio

  • Quel Decreto integrativo della Boschi e il dato sulla pedofilia dei preti, così imbarazzante per l’Italia

    Quel Decreto integrativo della Boschi e il dato sulla pedofilia dei preti, così imbarazzante per l’Italia

    Il  26/09/2016 l’ufficio di presidenza della Rete L’ABUSO Onlus inoltrava all’Ufficio del Ministro con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi formale istanza per l’inserimento della Rete L’ABUSO nell’Osservatorio nazionale per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.

    L’ufficio rispondeva in data 19/10 esprimendo l’impossibilità di inserire la Rete L’ABUSO nell’Osservatorio, ma senza spiegare il motivo. Fà però presente “che, per quanto concerne la componente associativa designata all’interno dell’osservatorio (DM 30 agosto 2016), l’attuale nomina è ricaduta su alcune tra le associazioni nazionali maggiormente rappresentative nel settore della lotta al fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale a danno dei minori”.

    Nella lettera si citano anche i decreti ministeriali di riferimento, l’articolo 2 del DM 240 del 30 ottobre 2007 e il Decreto del Ministro per le pari opportunità n. 254 del 21 dicembre del 2010 nel quale si legge che;

    «l’Osservatorio  opera   presso   il   Dipartimento   per   le   pari opportunita’, e’ presieduto dal Capo del Dipartimento  per  le  pari opportunita’ ed  e’  composto  da  cinque  componenti  designati  dal Ministro per le  pari  opportunita’,  di  cui  uno  con  funzioni  di coordinatore tecnico scientifico,  da  un  componente  designato  dal Ministro  o  Sottosegretario  di  Stato  presso  la  Presidenza   del Consiglio dei Ministri con delega per le politiche della famiglia, da tre componenti designati rispettivamente dal Capo della Polizia e dai Comandanti Generali dell’Arma dei  Carabinieri  e  della  Guardia  di Finanza  nonche’  da  tre  componenti  designati  dalle  associazioni nazionali maggiormente rappresentative nel  settore  della  lotta  al fenomeno dell’abuso  e  dello  sfruttamento  sessuale  in  danno  dei minori».

    L’unico apparente motivo della nostra estromissione dall’Osservatorio sembra essere il limite delle tre componenti associative, già completo, che vede nell’Osservatorio 1) Il prof. Ernesto CAFFO di  Telefono Azzurro S.O.S., 2) Cristiana De Paoli di  Save the Children Italia e 3) Federica Giannotta di  Terre des Hommes, come dal DM 30 agosto 2016 .

    Andando però sul sito del Dipartimento per le pari opportunità scopriamo che il 12 settembre 2016 il Ministro Maria Elena Boschi, dopo una nota di rammarico di don Fortunato Di Noto, firma un decreto integrativo nel quale si sostituisce il consigliere Michele Palma, del Dipartimento per le pari opportunità, con don Fortunato Di Noto, presidente dell’associazione Meter Onlus.

    Quindi le associazioni all’interno dell’osservatorio non sono più tre come prevede il Decreto del Ministro per le pari opportunità, ma quattro.

    Qual è allora il motivo dell’estromissione della Rete L’ABUSO e quale è l’utilità di inserire nell’Osservatorio don Fortunato Di Noto, che sicuramente fa un buon lavoro in appoggio alla Polizia Postale contro la pedofilia online, ma che difficilmente potrà fornire dati sui colleghi pedofili, perché in quanto prete è tenuto all’osservanza del segreto e delle varie direttive interne come la Crimen Sollicitationis.

    Paradossalmente rappresenta anche un’istituzione tutt’ora inadempiente, sia di fronte alle proprie responsabilità, sia a quelle che furono le richieste avanzate dall’Onu nel 2014. Negando alle vittime di preti pedofili una rappresentanza nell’osservatorio, ne viene di conseguenza negata la possibilità di entrare a rappresentare anche i numeri, mai censiti in Italia, dell’ampio e sommerso spettro nazionale della pedofilia clericale. Una estromissione che oltre alle cifre, al momento censite solo dalla Rete L’ABUSO, va anche a limitare la rappresentanza dello stesso Osservatorio.

    Nel 2014 l’ONU fece a riguardo precise raccomandazioni al Governo Italiano, tra queste la revisione dei Concordati nazionali (come quello del Laterano con l’Italia) nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia.

    Al Vaticano invece, l’Onu chiese che venissero immediatamente rimossi e consegnati alle autorità civili tutti i prelati che sono coinvolti in abusi su minori o sospettati di esserlo e che siano resi accessibili gli archivi del Vaticano in modo che chi ha abusato e “quanti ne hanno coperto i crimini” possano essere chiamati a risponderne davanti alla giustizia. Chiese anche di prendersi cura delle vittime e che queste venissero risarcite in maniera adeguata.

    Richieste rimaste senza risposta, come qualunque altra richiesta avanzata dalle più svariate commissioni nazionali in questi anni e, onestamente è difficile pensare che non continui così.

    Troviamo la scelta del Ministro Boschi un segnale distensivo un pò eccessivo data la drammatica situazione italiana, anche se di certo molto apprezzato dal Vaticano, un pò meno da quei cittadini in cerca di verità e giustizia, che da anni vedono una chiesa latitante e uno stato complice che non vuole affrontare il problema. Intanto il tempo passa e le vittime aumentano.

    Il Presidente

    Francesco Zanardi