Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, il Vaticano sbugiarda i vescovi: “Denunciare abusi all’autorità giudiziaria è obbligo morale”

    Pedofilia, il Vaticano sbugiarda i vescovi: “Denunciare abusi all’autorità giudiziaria è obbligo morale”

    La Pontificia Commissione istituita da Papa Francesco punta il dito contro le conferenze episcopali, Chiesa italiana in primis, che nelle loro linee guida non prevedono l’obbligo di denuncia. Il testo della Cei afferma che “il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità statuale”

    Sulla pedofilia il Vaticano e la Cei non parlano la stessa lingua. La Pontificia Commissione anti abusi istituita da Papa Francesco ha attaccato le conferenze episcopali, Chiesa italiana in primis, che nelle loro linee guida per combattere la pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia alle autorità civili. Nella dichiarazione dell’organismo presieduto dal cardinale di Boston, il cappuccinoSean Patrick O’Malley, infatti, si legge che “abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alleautorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società”.

    Il testo della Cei, bocciato dal Vaticano una prima volta proprio su questo punto e poi emendato senza recepire la modifica che era stata chiesta, afferma che “nell’ordinamento italiano il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico, salvo il dovere morale di contribuire al bene comune, di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti oggetto delle presenti Linee guida”.

    Una posizione contraria a quella ribadita recentemente dal Papa che ha sottolineato che “i crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più. Garantisco – ha precisato Bergoglio – la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti”. Eppure ci sono ancora numerosi casi di insabbiamento di questi reati, paragonati da Francesco a una “messa nera“. Ne è prova il fatto che il Papa ha istituito una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i vescovi che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti sui minori.

    Il cardinale O’Malley ha voluto anche ribadire che “negli Stati Uniti la charter dei nostri vescovi afferma chiaramente l’obbligo per tutte le diocesi e per tutto il personale di denunciare i sospetti abusialle autorità pubbliche. Ogni anno presso la nostra riunione di novembre, in una sessione di formazione per i nuovi vescovi, questo obbligo è ribadito, e durante ogni mese di febbraio la seconda conferenza propone un programma di formazione per i nuovi vescovi che ribadisce in modo chiaro ed esplicito questo obbligo. Come Commissione consultiva del Santo Padre per la tutela dei minori – ha aggiunto il porporato – abbiamo recentemente condiviso con Papa Francesco una panoramica estesa delle iniziative di educazione della Commissione per le Chiese locali nel corso degli ultimi due anni, e ribadito la volontà dei membri di fornire materiali per i corsi offerti a Roma, compreso tra gli altri il programma annuale di formazione per i nuovi vescovi e per gli uffici della Curia romana affinché possano utilizzarli nei loro sforzi per la protezione dei minori”.

    La precisazione della Pontificia Commissione anti pedofilia arrivadopo il duro scontro verificatosi proprio al suo interno con l’allontanamento di uno dei suoi 17 membri, l’ex vittima di abusiPeter Saunders. Quest’ultimo aveva duramente criticato il cardinale australiano George Pell, sotto inchiesta nel suo Paese con l’accusa di aver insabbiato la pedofilia del suo clero quando era arcivescovo di Melbourne. Ma Saunders aveva attaccato duramente anche il Papa definendo “oltraggiosa” la nomina di monsignorJuan de la Cruz Barros Madrid a vescovo di Osorno in Cile. Il presule, amico personale di Bergoglio, è infatti accusato di aver coperto la pedofilia di padre Fernando Karadima, un leader spirituale nella Chiesa cilena, che nel 2011 fu ritenuto colpevole di aver abusato sessualmente di minori.

    Twitter: @FrancescoGrana

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/16/pedofilia-il-vaticano-sbugiarda-vescovi-denunciare-abusi-allautorita-giudiziaria-e-obbligo-morale/2469130/

  • Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Prete italo-argentino complice dei torturatori di Videla non sarà estradato dall’Italia: nel codice non è reato

    Franco Reverberi è un sacerdote della diocesi di Parma e vive tranquillo a Sorbolo, a circa dieci chilometri dalla città emiliana. Ha 78 anni e origini argentine. Ma negli anni Settanta, durante il sanguinoso regime di Jorge Videla, era cappellano dell’esercito presso la “Casa dipartimentale”, nella località di San Rafael. Secondo il racconto di alcuni testimoni, e grazie alle prove raccolte dalla giustizia di Buenos Aires in questi anni, nelle celle di quell’edificio si sono compiuti atroci atti di tortura ai danni degli oppositori. Ben quattro persone hanno identificato in Reverberi il cappellano militare della “Casa dipartimentale”.

    Il 15 novembre 2012 il tribunale federale di San Rafael ha chiesto la “detenzione immediata” del sacerdote italo-argentino, per essersi negato alle domande che i giudici avrebbero voluto fargli, chiamandolo a rispondere di un’eventuale implicazione in quei crimini. Già nel 2010 don Franco aveva deposto in aula, quando i testimoni lo avevano identificato. Poi è tornato in Italia. Il tribunale argentino di San Rafael ha quindi sollecitato il nostro paese a estradare Reverberi, perché possa essere giudicato sul sospetto coinvolgimento nelle torture alla “Casa dipartimentale”. Dall’Italia, però, è arrivato un netto rifiuto: nel nostro codice penale il reato di tortura non è previsto, non ci sono pertanto i presupposti per un’estradizione. Don Franco dovrebbe rispondere anche del reato di lesioni; ma è stato prescritto, quindi niente da fare.

    Il caso di Reverberi è noto ai media argentini e spagnoli. In Italia solo un grande silenzio. Che Monica Bernabè, giornalista del quotidiano El mundo, ha provato a rompere, recandosi a Sorbolo per parlare con alcuni parrocchiani. Ma tutti si negano, nessuno si sbilancia: «No, non sappiamo», «Sì, qualcosa. Però è una storia passata, non lo hanno estradato. Don Reverberi è una persona buona e tranquilla, non possiamo giudicarlo per ciò che è avvenuto anni fa. Ci penserà Dio».

    Di anni ne sono trascorsi esattamente 40: era infatti il 1976 quando, nelle celle della “Casa dipartimentale”, si consumarono, anche grazie alla complicità di don Franco, le torture dei militari argentini. Questa è la tesi dell’accusa, che vorrebbe interrogare direttamente Reverberi, ma che finora ha ricevuto dall’Italia solo rifiuti. L’ambasciata argentina a Roma ha fatto ricorso presso la Corte di Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Bologna, che negava l’estradizione del sacerdote a Buenos Aires. Fonti ufficiali della rappresentanza diplomatica in Italia, inoltre, fanno sapere che la stessa richiesta è stata formulata per altri due generali italo-argentini, che vivono indisturbati nel nostro paese.

    Il tema dell’introduzione del reato di tortura in Italia non è nuovo nel dibattito pubblico e ha già suscitato polemiche e scontri tra chi ritiene che il nostro ordinamento dovrebbe colmare questa grave lacuna legislativa e chi si oppone strenuamente (come le sigle sindacali delle forze dell’ordine), giustificando la posizione contraria col timore che ciò porti a «criminalizzarle», dice Fabrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte da anni perché la tortura diventi un reato anche per il codice penale italiano. Nell’aprile 2015 la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro paese a risarcire di 45mila euro Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze compiute durante il G8 di Genova del 2001.

    Arturo Salerni, uno degli avvocati dell’ambasciata argentina a Roma che segue il caso, spiega che si potrebbe tentare la strada del diritto internazionale, ad esempio appellandosi alla Convenzione Onu contro la tortura, firmata anche dall’Italia. Ma la Corte di Cassazione su questo punto ha usato parole che più chiare non potrebbero: “È necessaria una legge che converta la proibizione internazionale della tortura in un delitto”.

    Tocca quindi al Parlamento italiano pronunciarsi. Un’altra strada, in realtà, sarebbe percorribile e l’Assemblea permanente per i diritti umani di San Rafael non la esclude a priori. A Roma, infatti, vive un illustre argentino, che potrebbe facilitare una soluzione del caso. Sì, è proprio Papa Francesco. In Vaticano sono stati inviati alcuni documenti, in due distinte occasioni: nella prima, è stata comunicata l’avvenuta ricezione; nella seconda, neanche questo. Padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha dichiarato: «Tutti ricorrono a Papa Francesco come se potesse risolvere ogni problema. Se la giustizia italiana non ha concesso l’estradizione, che possiamo fare?».

    http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/prete_italo_argentino_torture_videla_estradizione_reato-1552591.html

  • Pedofilia, la Commissione pontificia: obbligo di denunciare gli abusi alle autorità civili

    Pedofilia, la Commissione pontificia: obbligo di denunciare gli abusi alle autorità civili

    L’Organismo guidato dal cardinale Sean O’Malley dopo le dichiarazioni di monsignor Anatrella: c’è «responsabilità morale ed etica» di segnalare i presunti crimini.

    IACOPO SCARAMUZZI – CITTÀ DEL VATICANO

    C’è la «responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti», compiuti da sacerdoti su minori, «alle autorità civili»: lo puntualizza la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, guidata dal cardinale statunitense Sean O’Malley, dopo che nei giorni scorsi la stampa anglofona aveva dato risalto alle dichiarazioni di un esponente vaticano secondo il quale – è stato il titolo che ne ha tratto per esempio il britannico Guardian – per il «Vaticano», i vescovi cattolici «non sono obbligati a denunciare gli abusi del clero sui bambini».

    La Santa Sede ha diramato oggi una «dichiarazione» scritta dal cardinale Seán O’Malley insieme agli altri membri, «che riguarda l’obbligo di segnalare sospetti abusi sessuali alle autorità civili».

    «Come papa Francesco ha così chiaramente affermato» lo scorso 27 settembre, si legge nel testo: «I crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più. Garantisco la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti». La dichiarazione prosegue: «Noi, il Presidente e gli altri Membri della Commissione, desideriamo affermare che i nostri obblighi ai sensi del diritto civile devono essere rispettati, certamente, ma anche al di là di tali vincoli, abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società». Prosegue la dichiarazione del Cardinale O’Malley, «negli Stati Uniti, la Charter dei nostri Vescovi afferma chiaramente l’obbligo per tutte le diocesi/eparchie e per tutto il personale di denunciare i sospetti abusi alle autorità pubbliche. Ogni anno presso la nostra riunione di novembre, in una sessione di formazione per i nuovi vescovi, questo obbligo è ribadito, e durante ogni mese di febbraio la seconda Conferenza propone un programma di formazione per i nuovi vescovi che ribadisce in modo chiaro ed esplicito questo obbligo. Come Commissione consultiva del Santo Padre per la Tutela dei Minori, abbiamo recentemente condiviso con papa Francesco una panoramica estesa delle iniziative di educazione della Commissione per le Chiese locali nel corso degli ultimi due anni, e ribadito la volontà dei membri di fornire materiali per i corsi offerti in Roma, compreso tra gli altri il programma annuale di formazione per nuovi vescovi e per gli uffici della Curia romana affinché possano utilizzarli nei loro sforzi per la protezione dei minori».

    In merito ad alcuni articoli che ipotizzavano nuove «guidelines», o addirittura un nuovo documento vaticano, in materia di abusi sessuali da parte di membri del clero, era già intervenuto nei giorni scorsi padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana: l’articolo del Guardian e altri articoli usciti in quei giorni negli stessi giorni «si riferiscono a una relazione fatta da monsignor Tony Anatrella sul tema: “La relation pastorale, l’équilibre de la vie affective des pretres, et problèmes de déviances” pubblicata nel volume collettivo “Testimoni del Risorto. Atti del corso annuale di formazione per i nuovi Vescovi”», ricapitolava Lombardi, ricordando inoltre che il corso «è organizzato dalla Congregazione dei Vescovi ogni anno, questi sono gli atti del corso del 2015». Anatrella, proseguiva il Gesuita, «è un esperto in psichiatria e psicologia e sui problemi della famiglia, ecc. Non si tratta quindi in alcun modo – come erroneamente qualcuno ha interpretato – di un nuovo documento vaticano o di una nuova istruzione o di nuove “guidelines” per i vescovi, ma di una conferenza di un esperto, pubblicata insieme a diverse altre su diversi argomenti. Anatrella non dice nulla di nuovo o di diverso da quanto detto finora dalle competenti istituzioni ecclesiastiche». La Commissione è stata protagonista, nel corso dell’ultima riunione avvenuta nei giorni scorsi, quando ha deciso l’uscita di uno dei suoi membri, il britannico Peter Saunders, ex vittima di abusi sessuali. Sul tema è intervenuta, con una presa di posizione sul National Catholic Reporter, un altro membro della Commissione, l’irlandese Marie Collins, a sua volta sopravvissuta ad abusi sessuali di un sacerdote quando era bambina.

  • Blitz anti pedofilia in Lombardia, 11 arresti: anche prete e malato Aids

    Blitz anti pedofilia in Lombardia, 11 arresti: anche prete e malato Aids

    Intercettati sms tra il sacerdote e alcuni minorenni. I ragazzini si presentavano come maggiorenni sui social network dove organizzavano gli incontri a pagamento

    Undici persone, tra cui un sacerdote della Bergamasca, un malato di Aids, un allenatore di calcio delle giovanili e un vigile urbano, sono state arrestate tra Lombardia ed Emilia con l’accusa di aver avuto rapporti sessuali a pagamento con ragazzi minorenni. L’operazione dei Carabinieri di Brescia, che ha portato a galla un’altra storia di pedofilia, ha interessato, oltre alla provincia di Brescia, quelle di Bergamo, Milano, Monza e Brianza e Parma.

    I ragazzi si presentavano come maggiorenni sui social network e, una volta stabilito il contatto, gli indagati avevano con loro rapporti sessuali in luoghi appartati in cambio di regali o piccole somme di denaro. Un arresto è stato eseguito anche in provincia di Pavia. E’ inoltre emerso che alcuni dei soggetti arrestati avrebbero fornito ad alcuni ragazzini dei telefoni cellulari da utilizzare per scambi di sms erotici. In base alla prestazione gli arrestati pagavano dai 20 ai cento euro oltre a regali di vario genere. In un caso anche una catenina d’oro con lo stemma dell’Inter, ma anche biglietti per il parco divertimenti di Gardaland, gelati, cene al McDonald’s.

    Tra gli arrestati un malato di Aids – Tra gli undici arrestati c’è anche Claudio Tonoli, un 56enne arrestato già nelle scorse settimane dalla polizia locale di Montichiari (Brescia): affetto da Hiv chiedeva di consumare rapporti sessuali non protetti.

    Il sacerdote via sms a un ragazzo: “Abbiamo appena cominciato” – Il prete coinvolto, don Diego Rota, che prestava servizio a Solza, ai ragazzi si presentava come “Marco”. Il primo incontro con loro è avvenuto presso il cimitero di Seriate, nella Bergamasca. Il sacerdote a due di loro il 10 settembre aveva regalato altrettanti telefoni cellulari che costavano complessivamente 399 euro. In uno scambio di sms intercettati un ragazzino chiede al sacerdote: “Ma quante volte lo dobbiamo ancora fare gratis?”. E don Diego Rota risponde: “Abbiamo appena cominciato, ce ne hai per 15 volte su 20 pattuite. Se fai meglio e se non mi bidoni sempre potrei scontarne qualcuna”.

    Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge che il 28 ottobre il fratello di uno dei ragazzini aveva affrontato il sacerdote chiedendo come si chiamasse e il suo numero di cellulare. L’uomo aveva risposto Marco e fornito il numero. Il giovane che aveva avuto rapporti con il sacerdote, nel tentativo di allontanare il fratello, aveva manifestato “grande agitazione” e tornando a casa si era sentito male accusando una crisi di pantoclastia (l’impulso a rompere tutto) che aveva reso necessario l’intervento di un’ambulanza.

    La Curia di Bergamo: sgomento e dolore – La vicenda ha suscitato “nel vescovo e nella nostra comunità diocesana stupore, sgomento e profondo dolore”, scrive la Curia di Bergamo sulla vicenda, che esprime alle famiglie interessate “la nostra vicinanza”.

    Una ventina gli indagati – L’inchiesta ha coinvolto venti persone: oltre agli undici arrestati, almeno altri dieci risultano indagati. Il sacerdote, l’allenatore e il vigile urbano risultano i soggetti maggiormente coinvolti. I tre sono tutti residenti in provincia di Bergamo. Non si conoscevano tra loro, ma frequentavano gli stessi ragazzini che conoscevano online.

  • Se io fossi una madre

    Se io fossi una madre

    di Raffaella Catalano
    Gli abusi sessuali sui bambini, la mancata denuncia dell’ex arcivescovo di Palermo e quelle mille domande a cui, disgraziatamente, non saprei rispondere

    Se io fossi madre, cercherei di non immaginare mai che mio figlio possa diventare vittima di pedofilia. Sarebbe uno dei miei peggiori incubi. Se fossi madre, meno che mai potrei concepire l’idea che questo abuso il mio bambino lo subisse da chi si fida. Da un sacerdote che conosce da sempre, che lo ha accolto in parrocchia, che lo ha battezzato quand’era appena nato, oppure che lo ha preparato per la prima comunione.

    Se fossi madre, saprei però che questi orrori accadono, che così inconcepibili purtroppo non sono. Che bisogna avere mille occhi, mille orecchie e mille sensibilità per cogliere anche i più flebili segnali di allarme, di turbamento. Se fossi madre e, nonostante i sensi in perenne stato di allerta, capissi che qualcuno ha molestato mio figlio, mi sdoppierei e correrei nello stesso istante da uno psicologo infantile e da un magistrato. Per aiutare il piccolo e per punire l’orco.

    Se fossi madre, mi aspetterei che una volta individuato l’irresponsabile-responsabile, quest’ultimo venisse arrestato subito. Che lui – vestito di una tonaca o di un clergymen, i quali forse più a lungo che a una persona comune garantiscono l’“inaccusabilità” e l’invisibilità come pervertito – fosse additato dagli altri uomini di chiesa come il demonio che in teoria da sempre combattono. E non penserei mai di dover sentire un alto prelato attaccarsi ad articoli e codicilli di Diritto canonico per giustificare l’assenza non dico di un pubblico sputtanamento (va atteso il giudizio definitivo della legge, è ovvio), ma della doverosa e immediata denuncia di un pedofilo libero di continuare a molestare.

    Se fossi madre, non concepirei mai che una lettera confessoria, in cui il mostro ammette di essere mostro, possa essere passata di mente a un superiore o giacere tra gli atti polverosi di un’arcidiocesi. Né potrei mai credere che il debosciato, nel frattempo, resti ancora in grado di molestare altri bambini, nelle infinite pieghe e lungaggini di procedure ecclesiastiche che quasi mai saltano fuori dalla chiesa. Perché alla fine è quasi sempre la giustizia laica a strappare il pedofilo in abito talare da dietro un altare, da un confessionale, da un campetto di calcio parrocchiale, da un oratorio e da ovunque eserciti la sua libidine impazzita.

    Se fossi madre mi aspetterei che qualche altro approfittatore di bambini, ormai in galera perché condannato in via definitiva, venisse sospeso a divinis almeno dopo la pronuncia dell’ultima sentenza, se non è consentito prima. Benché, è evidente, non eserciti più da tempo il proprio ministero. Ma questa non è una giustificazione per non eliderlo.

    Per fortuna, non sono madre. Perché tutto questo non succede quasi mai, o troppo raramente. I preti pedofili, assai spesso, semplicemente li si ammonisce (e forse non sempre, o solo in modo blando, a mo’ di “consiglio”) quando ormai l’abuso è saltato fuori. E di rado quell’abuso emerge per imperio del loro “habitat”. Troppo di frequente questi “scandalizzatori dei più piccoli” non li si rinchiude in un eremo: li si trasferisce e basta, talvolta lontano dagli occhi di chi sa, magari all’estero. Dove altrettanti bambini ignari gireranno con fiducia intorno alle loro vesti, come molte cronache ci informano. In altri casi, non li si caccia nemmeno via dalla città in cui hanno violato l’infanzia e continueranno a farlo.

    Per fortuna, ripeto, non sono madre. Non ho voluto esserlo. Forse anche per questo. Per non illudere un figlio, per non liberarlo in un mondo spesso dimentico della coscienza, di regole morali e materiali, omertoso (che si tratti di violenze sessuali o di altre storture), accondiscendente e tollerante nei confronti dell’intollerabile. Per fortuna che non sono madre. Che non sono madre di un bambino abusato. Altrimenti, con tutta la rabbia e il dolore che avrei… Beh, forse è meglio che mi fermi qui.

    Tratto da: dipalermo.it

    Foto: Erik Ravelo è un fotografo e un artista, questa è una delle immagini della sua campagna chiamata Los, contro la pedofilia.

    http://www.antimafiaduemila.com/home/opinioni/236-societa/58849-se-io-fossi-una-madre.html

  • La Commissione australiana sulla pedofilia: ok alla testimonianza di Pell via video

    La Commissione australiana sulla pedofilia: ok alla testimonianza di Pell via video

    Il Cardinale Segretario vaticano per l’Economia dovrà rispondere all’accusa di insabbiamento in un antico caso di abusi. Polisca: problemi di salute impediscono il volo aereo

    La Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse, commissione creata nel 2013 dal Governo australiano per indagare i casi di pedofilia perpetrati, tra l’altro, da sacerdoti, ha accettato la richiesta del cardinale George Pell, ex-arcivescovo di Sidney e attuale prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia, di intervenire via video, anziché viaggiando in Australia, per motivi di salute, in un’audizione relativa a un caso nel quale è accusato di insabbiamento delle denunce.

    «Il cardinale George Pell – si legge in una nota del giudice Peter McClellan diramata stamane in Australia che ripercorre la vicenda – è stato prete a Ballarat e per un certo periodo è stato uno dei consulenti del vescovo della diocesi, monsignor Mulkearns. In quel ruolo ha avuto responsabilità insieme a un altro consulente per consigliare il vescovo in merito alla nomina dei preti nelle parrocchie e di fornire consigli in più generali questioni amministrative della diocesi. Pell è stato consulente in un periodo nel quale alcuni preti della diocesi hanno abusato bambini ed era presente agli incontri nei quali si è discusso della nomina di almeno un parroco noto per gli abusi. Pell è poi divenuto vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Melbourne nel 1987. È rimasto in quel ruolo fino al 1996 quando è stato nominato Arcivescovo di Melbourne. I fatti attualmente a disposizione della Commissione indicano che ha avuto responsabilità come Vescovo ausiliare per aree dell’Arcidiocesi dove è stato sistemato almeno un prete abusatore. In quanto Vescovo ausiliare era membro del comitato di consulenza personale dell’arcivescovo e membro della curia. Nel suo periodo da Arcivescovo aveva ovviamente la responsabilità ultima per il management dell’arcidiocesi. A causa del ruolo del cardinale Pell a Ballarat e Melbourne i commissari considerano essenziale che Pell testimoni e spieghi le sue azioni nei periodi rilevanti. A parte i suoi ruoli a Ballarat e Melbourne, Pell è stato arcivescovo di Sidney. A Melbourne è stato responsabile per la il programma della Melbourne Response ed ha testimoniato quando essa è stata esaminata in un caso di studio. Quando era arcivescovo di Sidney, è stato discusso il caso di John Ellis e Pell ha testimoniato a questo proposito e sull’operazione del programma “Verso la guarigione” dell’arcidiocesi di Sidney. Le questioni per le quali ora i commissari chiedono l’assistenza del cardinale Pell sono distinte da quelle sulle quali ha già testimoniato».

    «Quando Pell ha testimoniato davanti alla Commissione reale abitava a Sidney. Nella seconda occasione, quando è stata discussa la Melbourne Response, ci si è accordati affinché egli potesse testimoniare in collegamento video da Roma, dove ora risiede. La testimonianza che gli si chiederà di dare nelle prossime audizioni è più estesa che in passato».

    «All’audizione a Melbourne l’11 dicembre dell’anno scorso un rappresentante del cardinale Pell ha indicato che a causa della sua attuale salute al cardinale era stato consigliato di non intraprendere lunghi viaggi in aereo e per quella ragione il cardinale ha chiesto di dare la sua testimonianza in collegamento video. I commissari non hanno avuto accesso a questa richiesta. Io – prosegue il giudice McClellan – dissi: “Data la complessità delle questioni toccate, e il fatto che ci sono due casi di studio attualmente all’attenzione della Commissione che coprono un periodo di tempo esteso, oltre alle difficoltà tecniche registrate nell’ultima testimonianza video quando il Cardinale era a Roma, è preferibile che egli testimoni personalmente in Australia”. Nella speranza che la salute del Cardinale potesse migliorare, abbiamo rinviato altre considerazione sulla procedura da adottare».

    «Da quando la questione è stata esaminata a dicembre mi è stato riferito che le difficoltà tecniche registrate nell’ultima occasione sono state affrontate e ora il collegamento video da Roma dovrebbe essere soddisfacente. Tuttavia, in ragione delle altre questioni che ho indicato sarebbe preferibile, ma non essenziale, che Pell testimoni personalmente in Australia».

    «Il signor Myers, che rappresenta Pell, ha rinnovato la richiesta che Pell possa testimoniare via video da Roma. In sostegno di questa richiesta ha fornito un rapporto medico di Patrizio Polisca, direttore del pronto soccorso medico presso l’università di Tor Vergata, datata Roma 29 gennaio 2016».

    Fino a luglio scorso, peraltro, Polisca era medico del Papa. «Il rapporto conferma le informazioni precedentemente fornite alla Commissione reale e indica che Pell soffre di ipertensione (per la quale si sottopone a un trattamento medico), malattia ischemica cardiaca, complicata da un precedente infarto miocardio, disfunzioni cardiache correlate all’ipertensione arteriosa e una precedente ischemia, oltre ad altre questioni di non immediata rilevanza».

    «Il Professore conclude come segue: “Tutti i summenzionati cambiamenti funzionali e clinici hanno un effetto sinergico negativo in merito alla sua capacità funzionale cardiovascolare e respiratoria, in particolare per una breve camminata o un esercizio fisico anche lieve, quando si prepara a trascorrere periodi prolungati in un depressurizzato ambiente (volo aereo), con conseguente ipossia relativa e aumento della pressione sanguigna ematica. A causa di quanto sottolineato, intraprendere un lungo viaggio potrebbe innescare un episodio di insufficienza cardiaca e se ciò avvenisse in colto sarebbe difficile da trattare. In conclusione, i problemi clinici che Sua Eminenza presenta rendono difficile per lei fare un volo in Australia, che potrebbe creare seri rischi alla Sua salute».

    «Sebbene – conclude la nota del magistrato – persone con le condizioni che ha Pell possono volare su lunghe distanze è evidente che dal rapporto medico nel caso del cardinale Pell c’è un rischio alla sua salute se intraprende un tale lungo viaggio in questo momento. Vista la natura dei suoi disturbi non ci si può attendere che la sua salute migliori probabilmente eliminando questi rischi. Sebbene sarebbe preferibile se egli testimoniasse in Australia, poiché è disponibile l’alternativa che egli testimoni via video i commissari sono soddisfatti di questa procedura».

    Poiché «non ci sarà tempo per raccogliere la testimonianza video del Cardinale nel periodo che precede la prossima audizione a Ballarat», la Commissione, che organizza ogni udienza in una diversa città australiana, programmerà la testimonianza di Pell «a partire da lunedì 29 febbraio quando la Commissione si riunirà a Sydney. Ci si attende che tale testimonianza possa durare tre giorni di seduta. Lo staff della commissione discuterà con i rappresentanti di Pell l’esatto orario che differirà dall’orario usuale per le sedute» a causa del fuso orario.

    In passate udienze il Prelato è stato nominato più volte da vittime di pedofilia, secondo le quali avrebbe ignorato e anche coperto per decenni abusi commessi da sacerdoti, permettendone il trasferimento da una parrocchia all’altra. Affermazioni che Pell ha più volte respinto e smentito.

    http://www.lastampa.it/2016/02/08/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-il-cardinale-pell-potr-deporre-in-videoconferenza-7PRs5PZrHsSNh6UbR4swQO/pagina.html

  • Preti pedofili, ex vittima fuori dalla Commissione vaticana anti abusi

    Preti pedofili, ex vittima fuori dalla Commissione vaticana anti abusi

    Nei mesi scorsi Peter Saunders aveva attaccato il Papa e il cardinale Pell accusandolo di aver insabbiato alcuni casi. Ora, tra i 16 membri nell’organismo voluto da Bergoglio, rimane solo una ex vittima, l’irlandese Marie Collins. Comunicato del Vaticano: “Prenderà un periodo di aspettativa”
  • Sui preti che molestano i bambini scusarsi non basta

    Sui preti che molestano i bambini scusarsi non basta

    Basta chiedere scusa senza criticare chi aveva trasferito il parroco palermitano, accusato di violenza sessuale, evitando però di denunciarlo alla magistratura? Me lo chiedo mentre ascolto l’omelia che don Corrado Lorefice, vescovo di Palermo, rivolge nel giorno della Candelora ai consacrati religiosi, una platea composta al novanta per cento di monache anziane. Nell’omelia il vescovo non fa cenno all’ultimo gravissimo fatto, a Palermo almeno altri due casi simili sono arrivati alle cronache. Tre casi per i quali la chiesa di Palermo, così come succede nel vituperato mondo della politica, ha atteso procura e forze dell’ordine senza fare nessun passo verso l’una o le altre. Caro don Corrado, che percorso pensa di proporre alla diocesi che guida affinché la questione possa essere affrontata, magari portando alla luce del sole altri casi adesso ignoti?

    A proposito di luce del sole (il titolo di un film che parla di Puglisi), anche per don Pino la chiesa di Palermo mostrò una netta chiusura dopo il suo omicidio nei confronti di chi indagava, non costituendosi parte civile nel processo e per questo venne pesantemente redarguita dal pubblico ministero. Del resto nel periodo in cui il parroco di Brancaccio veniva minacciato e anche aggredito fisicamente, nessuna richiesta di protezione verso gli organi preposti, partì da Via Matteo Bonello, nelle cui stanze certamente si conoscevano le angustie, via via sempre crescenti in cui don Pino era costretto a dibattersi nella sua solitaria lotta al potere mafioso. Insomma, una chiesa che si rivolge allo Stato quando ci sono da chiedere e mettere dentro finanziamenti e nel momento in cui, vedi l’intervista al Giornale di Sicilia di domenica 31 gennaio al vescovo di Monreale, c’è da difendere la cosiddetta famiglia tradizionale. Definendo, come dichiarato letteralmente dal prelato, un “grave regresso antropologico ” la legge sulle unioni civili in discussione nel parlamento della Repubblica.

    Se proprio si vogliono preservare la tranquillità e la serenità delle famiglie, e soprattutto i bambini, si guardi bene la chiesa siciliana, e non solo questa ovviamente, di non comprometterne la vita quotidiana con comportamenti che cominciano ad essere troppi per essere considerati casi isolati. Da questo punto di vista, caro don Corrado, il suo pur apprezzabile comunicato dopo l’arresto del suo confratello, sembra rimandare ad una richiesta di scuse per un’eccezione. Quando invece bisognerebbe, a nostro avviso, prendere atto che occorre formare meglio e con più oculatezza i propri ministri.

    Cosa non sempre facile, ce ne rendiamo conto, vista la difficoltà nel trovare vocazioni. Allora, più che guardare alle famiglie e sentenziare, senza ben conoscere l’esperienza genitoriale, le chiese locali, e lei

    sicuramente, don Corrado, ne ha le capacità, comincino a guardare le proprie famiglie di fede e capire se non è meglio dare, più che buoni consigli, ottimi esempi di vita. E un buon esempio, don Corrado, potrebbe essere quello di annunciare la volontà di costituirsi parte civile in ogni processo, presente e futuro, che veda implicati presbiteri o religiosi della diocesi di Palermo. Sarebbe un primo concreto modo di passare dalle belle e condivisibili parole ai fatti.

    http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/02/04/news/sui_preti_che_molestano_i_bambini_scusarsi_non_basta-132764557/

  • Pedofila, polemica in Vaticano: Peter Saunders lascia Commissione della Santa Sede

    Pedofila, polemica in Vaticano: Peter Saunders lascia Commissione della Santa Sede

    CITTA’ DEL VATICANO – Peter Saunders, attivista inglese nella lotta contro la pedofilia, egli stesso vittima di abusi da parte di un sacerdote cattolico, lascia per ora la Commissione vaticana per la protezione dei minori nella quale lo aveva inserito Papa Francesco.

    “La Commissione Pontificia per la Protezione di minori – si legge in una nota diffusa dal portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi – nell’incontro di oggi ha discusso l’orientamento e gli scopi della Commissione stessa. Come risultato della discussione si è deciso che il signor Peter Sunders prenderà un periodo di aspettativa dalla sua partecipazione come membro per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro della Commissione”.

    La decisione, assunta all’interno dell’organismo, arriva a seguito ad affermazioni dello stesso Saunders che ha criticato il cardinale George Pell,superministro vaticano dell’Economia, per aver risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla Commissione governativa australiana che deve far luce sugli abusi nel grande paese, riguardo alla gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’arcivescovo.

    Saunders aveva dichiarato, durante la trasmissione televisiva australiana 60 Minutes, che Pell proverebbe “disprezzo” nei confronti dei bambini vittime di abusi sessuali ad opera dei preti pedofili locali. “Si sta prendendo gioco della commissione contro gli abusi, del Papa stesso – aveva detto Saunders – ma, soprattutto, di tutte le vittime e dei sopravvissuti”. Sopravvissuti come lui, ad esempio, che fu a suo tempo vittima di preti pedofili. Saunders ha aggiunto che Pell dovrebbe “farsi da parte, soprattutto perché ha fallito nel proteggere i bambini dagli abusi da parte di ecclesiastici nella chiesa australiana”. Ma alla fine, e per il momento, ad essersi fatto da parte è proprio lui.

    Da parte sua il porporato aveva emesso un comunicato descrivendo le accuse di Saunders come “false”, “fuorvianti” e “oltraggiose”. Il cardinale, che è stato poi anche arcivescovo di Sydney, aveva spiegato che le indagini hanno riportato alla luce vecchie accuse di cui è già stato scagionato da tempo. Tutto ciò evoca un po’ l’immagine biblica di Davide contro Golia, anche per la gigantesca statura fisica di Pell, che soprattutto è il prefetto  del nuovo super dicastero istituito da Bergoglio.

    Ma Saunders non c’è andato leggero, se davvero ha qualificato il cardinale australiano come “sociopatico” per non aver preso i necessari provvedimenti a difesa dei bambini ed essere rimasto “freddo” davanti alla sofferenza delle vittime e dei parenti, sottraendosi alle richieste di chiarimenti. Alla vicenda Pell si è aggiunta poi quella dei preti pedofili della diocesi cilena di Osorno, dove recentemente il vescovo non ha assunto i necessari provvedimenti. E Saunders è nuovamente insorto.

    In particolare, il vescovo cileno Juan Barros viene accusato di aver coperto un sacerdote, Fernando Karadima, che nel 2011 è stato riconosciuto colpevole di abusi su minori dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Monsignor Barros, di cui Karadima ha accompagnato il cammino vocazionale e che apparteneva alla sua cerchia di amici più stretti.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2016/02/06/news/vaticano_commissione_pedofilia_saunders-132841482/

  • Prete palermitano pedofilo  I messaggi ‘intercettati’ su whatsapp

    Prete palermitano pedofilo I messaggi ‘intercettati’ su whatsapp

    Le tendenze di Roberto Elice, il prete palermitano finito in manette per aver molestato tre bambini, non erano un mistero. I genitori dei piccoli avevano scoperto cosa succedeva nei ritiri spirituali e ne avevano chiesto conto e ragione al prete che forse per questo era stato allontanato a trasferito a roma in una comunità per preti in difficoltà.

    A dimostrare questa ‘coscienza rabbiosa’ dei genitori ci sarebbero i messaggi scambiati con i genitori dei bambini molestati, nei quali le mamme chiedevano spiegazioni. e le spiegazioni arrivavano ma erano principalmente conferme. Il prete, infatti, non si nascondeva.

    “Gli ho fatto male nell’animo con il mio modo di amarlo, gli ho distrutto il cuore a poco a poco… per il suo bene ho accettato di stargli sempre lontano” rispondeva Don Elice a una madre che gli chiedeva spiegazioni su Whatsapp. Messaggi fin troppo chiari “Troppi abbracci e il desiderio di ricevere affetto lo hanno fatto entrare nel caos e a me mi hanno fatto perdere la bussola…Non ci sono finito a letto” concludeva Elice.

    Gli inquirenti hanno acquisito questi messaggi, ma anche tanti sms nei quali il prete confessava “Sono un servo di Satana, non di Dio”. Ma quella del prete era una vera e proprio malattia. Una lotta fra la sua coscienza e i suoi istinti che emerge chiaramente proprio da queste comunicazioni con una amica in parrocchia: “Prega per me. Sto male davvero”.

    L’intera vicenda risale al mese di ottobre del 2014 quando Elice era sacerdote di Maria Santissima Assunta. Il conflitto interiore era esploso dopo che una delle vittime, un ragazzino di 13 anni, aveva raccontato tutto alla madre.

    Don Roberto era disperato, tanto da pensare al suicidio: “Quante cose tengo nel mio cuore, io mi toglierei la vita” scriveva ancora all’amica che cercava di convincerlo a non farlo e annunciava preghiere per il parroco. La donna, che frequenta la parrocchia di via Perpignano, non ha mai negato di sapere. ha raccontato tutto agli inquirenti quando si sono presentati da lei. ha raccontato come ha cercato di sostenere l’uomo che lottava contro i suoi istinti.

    La posizione di tutte le persone coinvolte in questa vicenda è al vaglio degli investigatori ma il quadro che emerge da interrogatori e messaggi recuperati è veramente a tinte fosche. Non è solo quello dell’orco ma di un prete tormentato e cosciente di fare del male ai bambini tanto da essere preoccupato per le sue vittime “Spero solo che possa essere felice e sereno” – scriveva in un altro sms acquisito anche questo dagli investigatori.

    Don Elice appare come un uomo che ha commesso dei reati contro la legge, contro la morale, contro la chiesa ma un uomo che ha bisogno di aiuto anche se gli inquirenti non sono certi che la preoccupazione fosse solo di natura ‘solidale’ e temono che alcuni di quei messaggi nascondano, in realtà, la volontà di far sparire le prove, far tacere i testimoni e i suoi accusatori. Ma ormai era troppo tardi.

    http://palermo.blogsicilia.it/prete-palermitano-pedofilo-i-messaggi-intercettati-su-whatsapp/324444/