Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

    Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

    Con i quattro giorni di testimonianza del cardinale George Pell di fronte a una commissione d’inchiesta governativa australiana, si può dire che lo scandalo degli abusi sui minori nella chiesa sia arrivato a toccare il cuore del sistema. È il ruolo ricoperto dal porporato australiano nella curia romana, e nella nuova governance vaticana voluta da papa Francesco, a dimostrarlo.

    Pell, infatti, dal 2014 è il prefetto della segreteria per l’economia della Santa Sede, il dicastero che coordina buona parte delle finanze vaticane. L’ex arcivescovo di Sydney ha assunto l’incarico con l’obiettivo di rendere trasparenti ed efficienti i bilanci dei dicasteri, di superare le opacità, di applicare princìpi moderni e internazionalmente riconosciuti nella gestione dell’economia. La sua presenza nel C9, il ristretto gruppo di nove cardinali che aiuta Bergoglio nel governo della chiesa universale e nella riforma della curia, non è episodica né casuale.

    D’altro canto, le accuse rivolte a Pell dalle vittime degli abusi e poi da diverse commissioni statali che hanno indagato sullo scandalo pedofilia, sono precedenti alla sua chiamata a Roma. Il cardinale aveva già testimoniato in Australia in merito a diversi episodi del passato, e lo ha fatto di nuovo nei giorni scorsi per quattro giorni da un albergo della capitale italiana.

    Un aspetto che va compreso subito è quello relativo alle responsabilità. Se gli autori degli abusi sono ormai noti, il nodo irrisolto è quello delle coperture, degli insabbiamenti orchestrati dalle gerarchie con la complicità non di rado del clero locale. Il senso di quanto successo a Roma, dunque, è – in primo luogo – quello di ricostruire la catena di comando che ha permesso di nascondere i colpevoli e poi di accertare la verità, anche se non più penalmente rilevante.

    I casi contestati al cardinale durante la deposizione riguardano in particolare il periodo che va dagli anni settanta agli anni ottanta, quando Pell era viceparroco nella cittadina di Ballarat e poi collaboratore del vescovo Ronald Mulkerns. Altri episodi toccano la stagione in cui Pell fu alla guida della diocesi di Melbourne.

    Il cardinale ha ammesso la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti

    La strategia difensiva seguita da Pell in questa occasione non è stata molto diversa da quella già adottata di fronte alla commissione d’indagine dello stato di Victoria, in Australia, nel 2013. Il cardinale ha ammesso varie cose: la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti, il fatto che all’epoca si pensasse prima alla reputazione dell’istituzione che alle vittime, in generale gli enormi errori commessi nell’affrontare il problema. Ha riconosciuto come la gestione del caso del sacerdote predatore seriale Gerald Ridsdale (protetto e spostato da una parrocchia all’altra), sia stata catastrofica e ha detto fin dall’inizio: “Non sono qui per difendere l’indifendibile”. D’altro canto ha però escluso ogni sua responsabilità diretta, anche se alla fine ha detto che almeno in un caso di cui era venuto a conoscenza non agì denunciando il prete coinvolto.

    È stato contraddittorio – in un primo tempo ha affermato che queste storie o voci che circolavano non erano per lui così interessanti, suscitando la rabbia delle vittime – poi ha chiesto scusa, ha riconosciuto di aver fatto poco, di essersi fidato delle persone sbagliate. Quindi ha chiamato in causa altri preti e vescovi come il suo predecessore a Melbourne, scaricando su questi una parte considerevole di responsabilità.

    La consulente legale della commissione, Gail Furness, ha incalzato il cardinale, lo ha messo alle strette con riferimenti puntuali e ha giudicato “non plausibili” le spiegazioni date. È difficile credere, era il senso dell’obiezione, che tutti sapessero tranne lui, considerato tra l’altro che conosceva personalmente almeno alcuni dei colpevoli e che prese parte a riunioni in cui vennero prese decisioni in merito allo scandalo.

    Tradimento e verità

    E tuttavia il fatto forse più significativo è avvenuto alla fine dei quattro giorni, quando alcune delle vittime hanno incontrato il cardinale non tanto per parlare del passato, come ha spiegato uno di loro, ma del futuro, di cosa farà la chiesa per proteggere i bambini. Pell ne è uscito provato, leggendo poche righe di fronte ai giornalisti di tutto il mondo in cui si impegnava a collaborare con quanti erano stati colpiti dagli abusi e facendo riferimento ai troppi suicidi causati dalle violenze.

    È stato un passaggio importante che spiega un elemento: almeno una parte delle vittime non puntava alla vendetta – altra storia sono i risarcimenti materiali che potranno essere stabiliti anche in base alle conclusioni della commissione – ma a una sorta di operazione verità, all’ammissione, fatta da uno dei più alti funzionari della chiesa cattolica, del danno immenso provocato da comportamenti atroci.

    Una scelta che non si comprende se non si tiene presente quanta fiducia queste persone riponessero nella chiesa, quanto fossero profondamente cattoliche; solo partendo da questo si può misurare il senso di smarrimento, di tradimento vissuto, e la ricerca di una redenzione dell’istituzione, oltre che di giustizia.

    In questo senso la testimonianza di Pell va valutata con un minimo di distacco per comprenderne le implicazioni. Se il cardinale ha cercato di salvare se stesso, o quantomeno le apparenze, ha allo stesso tempo tracciato un quadro senza precedenti di responsabilità da parte di vescovi e clero di fronte alle centinaia di casi avvenuti a Ballart.

    Di fatto si tratta di un insieme di dichiarazioni con le quali uno dei principali cardinali alla guida della chiesa ha ammesso che c’era un sistema di coperture dello scandalo e di protezione dei colpevoli per salvaguardare il buon nome dell’istituzione, a scapito delle vittime. Un sistema che però, alla lunga, ha prodotto tragedie personali e portato la credibilità della chiesa a livelli minimi.

    È possibile dire che in futuro, su tutta questa vicenda, ci sarà un prima e un dopo i quattro giorni di interrogatorio-testimonianza a cui è stato sottoposto il cardinale all’hotel Quirinale di Roma. Altro aspetto rilevante è che il tutto sia avvenuto alla presenza di quindici vittime o genitori di vittime, in videoconferenza con l’Australia e con molti dei maggiori mezzi d’informazione di lingua inglese che trasmettevano l’evento in streaming su internet o in diretta tv.

    La frattura tra le due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – si accentua

    La situazione del cardinale australiano resta in bilico: a giungo compie 75 anni, l’età del pensionamento secondo la legge canonica; la sua immagine è macchiata; lo stesso pontefice non esce indenne da questo passaggio. Il rischio evidente è che l’ondata emotiva sulla quale si è retto il pontificato bergogliano rientri, che la spinta si spenga e torni a prevalere l’immagine di un potere che si vuole intoccabile.

    Il papa ha inasprito il codice penale vaticano in merito ai reati di pedopornografia, ha istituito un dicastero per la tutela dei minori e un tribunale ad hoc per affrontare i casi di abuso. Ma di certo le opposizioni interne sono molte, in curia ma anche nelle conferenze episcopali locali dove moltissimi vescovi – si guardi in primis proprio all’Italia – si rifiutano di collaborare con la giustizia civile.

    La frattura tra due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – è emersa sempre di più in questi tre anni, via via che il papa provava a dare corpo a una riforma basata in primo luogo sulla rinuncia ai privilegi, ai simboli del potere, al segreto e sulla scelta in favore di una sobrietà di costumi e comportamenti. Questa frattura ora si accentua.

    Lo scandalo dei preti pedofili, del resto, lungi dal concludersi nella sfera giudiziaria, chiede risposte su temi fondamentali come la sessualità, il celibato obbligatorio, la formazione dei preti, l’emarginazione delle donne e dei laici, il clericalismo di tanti vescovi, l’incapacità di misurarsi con le sensibilità nuove dei fedeli. In fondo questo secondo “caso Spotlight” tra Roma e l’Australia, oltre la cronaca, ci dice soprattutto quanto sia profonda la crisi di una chiesa incapace, finora, di riprendere il cammino cominciato con il concilio Vaticano II.

    http://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2016/03/04/george-pell-pedofilia-chiesa

  • Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Preti pedofili, scandalo anche italiano: sono 117 i sacerdoti condannati per le violenze

    Era nudo. Era davanti a Gesù crocefisso. Dietro di lui un’ombra che lo sovrastava. Una voce che rassicurava quel piccolo undicenne che tratteneva le lacrime. «Non avere paura, sono le mani di Dio», gli diceva il frate mentre accarezzava il suo corpicino. Un caso, uno delle centinaia quello di Mario. Che a lezione di catechismo, in un monastero della Toscana, ha perduto la propria innocenza. Molto è cambiato nella Chiesa italiana, da quando papa Ratzinger condannò duramente la pedofilia nella lettera pubblica ai cattolici di Irlanda che nel 2010 invertì definitivamente la rotta prima che giungesse irreparabile lo schianto. Ma molto c’è ancora da fare. La prova è nell’incertezza dei numeri, che sembrano ancora velati da quella stessa «riservatezza», che ha scagliato la Chiesa in un vortice di accuse e di scandali.

    «Oportet ut veniant scandala», dice Marco nel Vangelo. Che tradotto vuol dire: è bene che gli scandali scoppino. Eppure tentare di conoscere le dimensioni del fenomeno italiano, è assai complicato. Innanzitutto perché in Italia non esiste a oggi uno studio ufficiale che renda conto di quanti siano gli abusi su minori consumati in ambienti religiosi. E poi perché tra casi denunciati e casi segnalati, c’è un ampio discrimine. Basti pensare che nel 2010, il Telefono Azzurro raccolse 105 segnalazioni di abusi su minori che nel 3-4 per cento dei casi aveva visto come protagonista un religioso. Segnalazioni che tuttavia non hanno trovato riscontro in sede giudiziaria. A spiegare il discrimine, non è solo la reticenza delle vittime. Ma anche la cornice delle regole.A livello globale, sono state 3420 le denunce che la Congregazione per la dottrina della fede ha ricevuto tra il 2004 e il 2013. Di queste, ben 401 facevano riferimento a fatti accaduti nel 2013. Denunce spesso incanalate nell’alveo canonico, e cioè in un ambito non sempre comunicante con quello dell’autorità giudiziaria che conferisce ai casi e ai reati evidenza pubblica.Secondo quanto previsto dalla legge italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero».

    In forza di ciò, le Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici elaborate dalla Cei nel 2012 non impongono dunque ai vescovi l’obbligo di denunciare i preti pedofili alla magistratura. E la situazione italiana? Tra il 2002 e il 2012 sono emersi in Italia 135 casi di pedofilia tra i sacerdoti, che si sono tradotti in 77 denunce ai magistrati, 22 condanne in primo grado e 17 in secondo, 21 patteggiamenti, 12 archiviazioni, e 5 assoluzioni.Tutto ciò a fronte di 20mila episodi di pedofilia all’anno che secondo il presidente de «La Caramella buona on lus», Roberto Mirabile, si verificano nel nostro Paese a opera di religiosi e non religiosi che mediamente danno luogo a mille processi per reati sessuali ogni 12 mesi. Secondo quanto riferito da monsignor Mariano Crociata nel 2010 «un centinaio di casi sono stati rilevati dal punto di vista dei procedimenti canonici nel corso dell’ultimo decennio».

    Cifre che circoscrivono la responsabilità dei reati commessi da religiosi al 2 per cento del totale. Secondo la Rete L’Abuso, associazione nata da un gruppo di vittime di preti pedofili, sono 65 i sacerdoti attualmente indagati in Italia, in attesa di giudizio o di sentenza definitiva. Tra questi alcuni sono a piede libero, o hanno soltanto obbligo di dimora. Altri, viste le aggravanti, sono custoditi in carcere. Un esempio su tutti il caso di don Dino, prete di Fiumicino finito in cella perché era in possesso di 1686 file ritraenti minori di 18 anni. Gli inquirenti hanno ritrovato nella sua casa un memoriale («frutto di fantasia», si difende il don), che racconterebbe 50 anni di abusi su minori, dal titolo piuttosto esplicito: «Vi ho amato tutti e mai vi scorderò: Cinquant’anni di sesso 1956-2006».

    Altri preti sono stati indirizzati in comunità di recupero nelle more di nuove valutazioni da parte della Congregazione per la dottrina della fede o del giudizio del tribunale. Alcuni di loro sono ospiti di due centri gestiti dalla congregazione dei Padri Venturini, villa Iride a Verbania e la casa madre di Trento, e affidati alle cure di un terapeuta religioso, padre Franco Fornari. Villa Iride, in particolare, rappresenta per i legali di alcuni religiosi condannati per abusi sessuali un’importante alternativa in caso di arresti domiciliari per i loro clienti. In questo centro, dal maggio del 2012 è recluso don Marco Mangiacasale, accusato di violenza sessuale a danno di alcuni adolescenti quando era parroco di San Giuliano di Como, in attesa del verdetto definitivo della Cassazione.

    Secondo Rete L’Abuso, sono 117 i sacerdoti che dal 2000 a oggi sono stati condannati in via definitiva o hanno confessato reati sessuali e molestie a danno di minori. Numeri certamente striminziti, rispetto alla portata del fenomeno. «Occorre che gli scandali avvengano», dice San Marco nel Vangelo, «ma guai a colui che li produce». L’ammonimento del Nazareno, dopo duemila anni, ha il suono di una profezia incompiuta.

    Martedì 1 Marzo 2016, 11:42
    http://www.ilmattino.it/primopiano/cronaca/preti_pedofili_scandalo_italiano_117_sacerdoti_condannati_le_violenze-1582840.html
  • Preti pedofili, il vero volto del cardinale Pell

    Preti pedofili, il vero volto del cardinale Pell

    Il braccio destro di papa Francesco è accusato da molte vittime e sopravvissuti di aver protetto i sacerdoti che avevano compiuto abusi sui bambini quando era in servizio in Australia. Tra lussi sfrenati e un passato ingombrante, ecco chi è il porporato chiamato a Roma da Bergoglio per fare trasparenza nei conti del Vaticano

    DI EMILIANO FITTIPALDI
    Il cardinale George Pell ha cambiato strategia. «Non sono qui a difendere l’indifendibile: la Chiesa cattolica ha commesso enormi errori, ma sta lavorando per rimediare». Così ha detto solenne, testimoniando in videoconferenza dall’Hotel Quirinale a Roma davanti alla Commissione d’inchiesta voluta dal governo australiano per far luce sulle violenze dei pedofili durante gli anni ’70, ’80 e ’90. «È vero, in quel periodo la Chiesa era fortemente propensa a smentire gli abusi per proteggere l’istituzione», ha aggiunto. Un cambio di rotta rispetto all’ultima deposizione di un anno fa, quando paragonò i sacerdoti pedofili agli autotrasportatori: «Da un punto di vista legale non credo che una compagnia di trasporti possa essere considerata responsabile delle azioni dei suoi camionisti», disse sconcertando giudici e vittime. Un passo avanti, ma non decisivo: Pell continua infatti a negare di essere stato a conoscenza di abusi a minori, nonostante uno dei preti in carcere, condannato per aver violentato 53 bambini, fosse suo amico, e con lui avesse condiviso l’alloggio a Ballarat.

    «Il mio predecessore Little ha nascosto le lettere di denuncia delle vittime? Di certo in alcune occasioni non ha agito come avrebbe dovuto. Io ho ancora il pieno sostegno del papa».

    Eppure è noto che i rapporti tra i due siano peggiorati già un anno fa, quando qualcuno inviò al papa tutte le voci di spesa della neonata segreteria per l’Economia, che Bergoglio aveva affidato qualche mese prima proprio a Pell, il cardinale chiamato dall’Australia per raddrizzare usi e abitudini nefaste della curia che ha spadroneggiato durante l’era di Benedetto XVI. Bergoglio inforcò gli occhiali, scorse la lista, una ventina di pagine fitte di numeri e fatture, e raggiunta l’ultima pagina scosse la testa sconsolato: il suo protetto – oltre alle beghe australiane – aveva investito centinaia di migliaia di euro per voli in business class, vestiti su misura, mobili di pregio, perfino per un sottolavello da 4600 euro.

    Un elenco di spese pazze che ha raggiunto per appena sei mesi di attività del nuovo dicastero un totale di oltre mezzo milione di euro. Il prelato venuto da Melbourne per mettere a posto i conti del Vaticano, però, non ha battuto ciglio di fronte ai mugugni. E a chi lo criticava ha risposto secco di fidarsi di lui, di aver comprato solo quello che serviva per il suo lavoro. Eppure le carte raccontate in anteprima da “L’Espresso” e poi pubblicate integralmente nel libro inchiesta “Avarizia” parlano chiaro, e Oltretevere sono in tanti a essere rimasti di stucco davanti alle uscite del centro di costo del ministero (numero D70000) nato con l’obiettivo dichiarato di moralizzare il corrotto clero di Roma.

    Da luglio 2014 a gennaio 2015 gli esborsi hanno infatti toccato i 501 mila euro, tra computer, stampati interni, stipendi monstre per amici degli amici, vestiti messi in conto al Vaticano, affitti, biglietti aerei, arredi di lusso e tappezzeria su misura. Non male, per un ente che non era ancora operativo (gli statuti sono stati approvati solo il 22 febbraio 2015) e per un ufficio dove lavoravano appena tre persone. Per fare un confronto, il neo consiglio per l’Economia ha speso nello stesso periodo 95 mila euro, meno di un quinto, nonostante sia composto da ben 15 membri. Le cifre sono un paradosso per chi, come Pell, in un rapporto interno sulle “Politiche di Financial Management” ha invitato gli altri cardinali a capo di ministeri vaticani a “rafforzare il processo di pianificazione affinché le risorse economiche siano destinate alla missione della Chiesa secondo criteri di efficienza, efficacia e una gestione saggia e ragionevole delle risorse”.

    Il primo atto di George è stato quello di assumere il suo economo personale, Danny Casey, con un appannaggio da 15 mila euro al mese. Esentasse, naturalmente. Il monsignore per il suo commercialista di fiducia vuole il meglio. Così la segreteria gli ha pure affittato una casa da 2900 euro al mese a via dei Coronari e ha pagato arredi di qualità per l’ufficio e per l’abitazione: le tabelle segnano alla voce “tappezzeria” 7292 euro, quasi 47 mila euro per “mobili e armadi” (tra cui il “sottolavello” da 4600 euro), oltre a lavoretti vari da 33 mila euro.

    Spulciando i rendiconti di spesa si scopre che il cardinale (o uno dei suoi segretari) ha messo in nota spese anche gli acquisti fatti al negozio Gammarelli, sartoria storica che dal 1798 veste la curia della città eterna: in genere i porporati pagano di tasca loro tuniche e berretta, ma stavolta la segreteria ha fatturato direttamente abiti per 2508 euro. Il nuovo boss del Vaticano non ha risparmiato nemmeno per i viaggi. Il “Ranger” per andare da Roma a Londra lo scorso 3 luglio ha speso 1103 euro. Un prezzo da business class.

    Quando vola, il cardinale al lusso non rinuncia mai: quattro giorni dopo si è fatto rimborsare dal suo ministero un volo Roma-Dresda, in Germania, da 1150 euro, un altro per Monaco da 1238, mentre lo scorso settembre la Scuola dell’Annunciazione del Devon, di cui l’ultraconservatore è diventato “patrono”, ha dovuto sganciare per un Roma-Londra 1293 euro. Pell e Casey si accomodano in business anche quando devono partire per Malta, dove vanno ad ascoltare i consigli del finanziere Joseph Zahra. Ma sono tutti gli uomini vicini al cardinale a volare in business, da lord Christopher Patten (ex presidente della Bbc che dovrebbe riformare la comunicazione della Santa Sede) all’industriale di Singapore George Yeo, membro della Commissione per la riforma del Vaticano.

    “Su Pell, Bergoglio ha preso un granchio colossale”, è il refrain ripetuto all’ombra delle sacre mura. “L’avevamo avvertito subito dell’inchiesta sulla pedofilia in Australia. Lui ha fatto di testa sua. Così, mentre da un lato il papa ha fatto arrestare l’ex nunzio polacco Józef Wesolowski, accusato di pedofilia (poi deceduto a fine agosto del 2015), abbiamo Pell che paragona i preti maniaci ai camionisti che molestano le autostoppiste. È imbarazzante.”

    L’ex vescovo di Melbourne e di Sydney (che Bergoglio ha voluto prima dentro il C9 – il gruppo dei “magnifici” chiamati a consigliare il pontefice nel governo della Chiesa universale – poi come prefetto del nuovo superministero che gestirà tutte le finanze vaticane) nell’agosto del 2014 è stato interrogato una prima volta dalla Commissione d’inchiesta creata dal governo di Canberra, a causa di alcune decisioni prese quando era arcivescovo, e per lo schema di risarcimenti da lui introdotto a partire dal 1996, il cosiddetto “Melbourne Response”, che stabilì un protocollo con cui la diocesi doveva affrontare ogni caso di pedofilia gli si profilasse davanti.

    “In realtà si trattava di un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa,” ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni di Pell volte – più che ad aiutare i sopravvissuti – a “minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime”. Di certo uno studio di un avvocato australiano, Kieran Tapsell, dimostra che in media le famiglie che hanno accettato lo schema di Pell hanno avuto solo 33 mila dollari australiani (circa 22 mila euro), mentre coloro che hanno ottenuto giustizia attraverso i tribunali ordinari hanno intascato risarcimenti molto più alti, di circa 382 mila dollari. Chiamato a rispondere del suo operato, Pell s’è giustificato paragonando i sacerdoti pedofili ad autotrasportatori e la Chiesa a un’azienda di tir: “Da un punto di vista legale non credo che una compagnia di trasporti possa essere considerata responsabile delle azioni dei suoi camionisti”. Una frase che ha choccato le vittime presenti all’udienza e i giornali di mezzo mondo (tranne quelli italiani, che al tempo non hanno scritto una riga sulla vicenda), provocando un diluvio di polemiche.

    Se le persone violentate da preti australiani hanno firmato lettere in cui parlano di “vergogna e oltraggio”, Tapsell ha ipotizzato che il cardinale voglia solo proteggere i soldi della diocesi “nascosti in un trust che controlla immobili” da possibili risarcimenti milionari ordinati dai giudici. Le prime controversie sulla figura di Pell risalgono a oltre dieci anni fa.

    Nel 2003, quando Giovanni Paolo II decise di promuoverlo con la porpora, furono molti a biasimare apertamente Wojtyla.

    Ultraconservatore, oratore schietto dotato di grande ironia, Pell qualche mese prima era stato infatti costretto ad autosospendersi dalla carica di arcivescovo dopo essere stato accusato di abusi sessuali su un ragazzino di dodici anni. Un’infamia da cui fu scagionato nel 2002 per mancanza di prove. Non solo. Se nel 2008 un’altra presunta vittima incolpò il cardinale di aver coperto un sacerdote maniaco (alcune lettere assai imbarazzanti firmate da Pell furono rese pubbliche da un programma d’inchiesta della tv nazionale Abc), i progressisti ricordano che il presule ex campione di football australiano è stato portato in tribunale anche da un ex chierichetto, John Ellis. Nel 2007 i legali del cardinale furono costretti ad ammettere gli abusi compiuti da un prete poi deceduto, ma riuscirono a convincere la Corte d’Appello che “la Chiesa non esiste come entità legale”. La causa è costata alla diocesi di Pell la bellezza di 750 mila dollari, ma la sentenza ha permesso alla Santa Sede di risparmiare milioni di dollari di risarcimenti.

    Difficile battere uno come Pell. Furbo, intelligente e scaltro, è figlio di un barista di Ballarat, città di ottantamila anime a cento chilometri da Melbourne. Affabile con tutti (capacità appresa servendo alcolici dietro il bancone del pub di famiglia), riuscì da bambino a sopravvivere a un tumore al collo, appassionandosi negli anni al football australiano, al canottaggio e al pugilato. Iniziò a frequentare il seminario nel 1960, poi volò a Oxford dove ottenne un dottorato in Storia della Chiesa. Nel 1996 il grande salto, quando viene nominato – su volere della gerarchia vaticana che ne apprezzava l’intransigenza dottrinaria – vescovo di Melbourne. Dopo aver risanato i conti della diocesi grazie all’aiuto del suo economo di fiducia Danny Casey che ora ha voluto con sé a Roma, negli anni si fa notare anche per dichiarazioni sorprendenti: da quelle sui preti pedofili (“È colpa anche del celibato e della diffusione della pornografia”) alle battute sull’Islam (“È una religione guerresca per natura”), fino alle aspre critiche rivolte al dimissionario Benedetto XVI. Ma sono le indagini della Commissione speciale a far finire il nome di Pell sui giornali anglosassoni: davanti ai giudici sono molte le vittime a tirarlo in ballo per i suoi modi spicci e intransigenti.

    Tra loro c’è Anthony Foster, padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo) che definì a verbale Pell come un uomo con “una sociopatica mancanza di empatia”. Visto il clima, il ragazzo che nei sogni del padre doveva diventare un medico o un grande avvocato decide che è arrivato il momento di lasciare l’emisfero australe. Nel 2010 prova a trasferirsi a Roma per la prima volta, pregando Ratzinger di nominarlo prefetto della Congregazione per i vescovi. L’operazione non riesce. Arrivato Francesco, l’ex atleta gioca davanti al nuovo papa nuove carte, e si presenta come esperto di finanza in grado di mettere in ordine la babele vaticana: dopo gli scandali, il suo piano di rifondazione dello Ior e dell’Apsa convince Bergoglio, che lo nomina di fatto suo braccio destro. Prima delle deposizioni di questi giorni, le ultime tegole cadute in testa a Pell risalgono all’inizio del 2015: il cardinale amante del buon vino quando era vescovo di Melbourne non avrebbe agito da buon cristiano, negando con forza le accuse delle vittime e offrendo risarcimenti ridicoli in sede civile.

    “Pell così facendo voleva scoraggiare altri potenziali querelanti dal citare in giudizio la Chiesa per abusi sessuali,” si legge sul rapporto preliminare della Commissione nazionale d’inchiesta sulla pedofilia voluta dal governo australiano. “Il prelato mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano. L’arcidiocesi preferì difendere il suo patrimonio piuttosto che dare giustizia e compassione”. Ma Pell è stato attaccato anche da Peter Saunders, un laico irlandese abusato da ragazzo, che Francesco in persona ha voluto come membro della neonata Pontificia commissione per la tutela dei minori e che poi è stato allontanato proprio per le critiche rivolte al cardinale: “Personalmente penso che la posizione di Pell sia insostenibile, perché ora ha un catalogo di smentite. Ha ripetutamente denigrato le persone e ha agito con insensibilità, durezza di cuore, in modo quasi sociopatico”.

    Anche un vescovo in pensione, Geoffrey Robinson, parlando ai giudici australiani a fine agosto 2015, ha spiegato non solo che in Australia gli abusi venivano coperti sistematicamente e che i preti sospettati erano trasferiti da una parrocchia all’altra, ma che Pell – ideando il Melbourne Response – aveva “distrutto” la possibilità di risposta unitaria della Chiesa nei confronti dello scandalo delle violenze sessuali nel paese. Per replicare alle dichiarazioni giurate di testimoni e vittime, Pell non è volato in Australia per rendere testimonianza giurata, ma ha mandato un comunicato stampa in cui nega di essere stato complice o di aver coperto sacerdoti pedofili.

    “I suicidi di tante vittime sono una tragedia enorme, i crimini commessi contro di loro da preti e fratelli sono profondamente malvagi e completamente ripugnanti per me”. È improbabile che Pell perda oggi la poltrona di prefetto della segreteria per l’Economia. Ed è impossibile che possa essere inquisito dal tribunale vaticano, a cui recentemente Francesco ha dato nuovi poteri per perseguire i vescovi insabbiatori. Non solo perché a Roma nessuno ha mosso, nemmeno nei media, critiche formali a Pell, ma perché è stato Bergoglio in persona a promuoverlo prima tra i membri del cosiddetto C9 (il gruppo di cardinali che deve consigliare il papa nel governo della Chiesa universale) e poi prefetto del nuovo dicastero. È probabile che quando compirà 75 anni lascerà l’incarico andando in pensione. Sarebbe difficile per la Chiesa fare marcia indietro dopo le deposizioni di queste ore: i contraccolpi, anche mediatici, rischierebbero di essere devastanti.

    http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/01/news/preti-pedofili-ecco-il-vero-volto-del-cardinal-pell-1.252270
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    Bimbi maltrattati a scuola, chiesti 3 anni per la suora

    La religiosa era l’insegnante cui erano affidati i piccoli

    A soli 6 anni soffrivano di un «disturbo post traumatico da stress». Secondo la procura di Roma non si tratta di un caso. Gli inquirenti ritengono infatti che quel trauma, capace di creare problemi psicologici ai due bimbi, si sarebbe verificato all’interno della scuola paritaria d’infanzia dove tutti i giorni, i genitori delle vittime, accompagnavano i loro figli. Si trattava di un istituto religioso e la persona che gli inquirenti considerano essere l’artefice dei numerosi maltrattamenti inflitti ai piccoli, era proprio la persona che avrebbe dovuto occuparsi di loro, un’insegnante, una suora di origini asiatiche. Per questo motivo, ieri, il sostituto procuratore Silvia Santucci, ha richiesto che la religiosa, venga condannata a scontare 3 anni di reclusione perché accusata di aver maltrattato i due bambini. Contestualmente il pubblico ministero ha chiesto alla corte di assolvere la suora, per «insufficenza di prove», dall’accusa di abusi sessuali su minori. La vicenda sarebbe accaduta tra il settembre del 2008 e l’estate del 2009. In quel periodo l’imputata, una donna di 39 anni, lavorava presso un istituto religioso che sorge vicino via della Pisana, a Roma. Anche due gemelli frequentavano la stessa scuola. Ma il periodo più spensierato della loro vita, si era presto trasformato in un incubo. La procura di Roma sostiene infatti che la donna «sottoponeva i minori – si legge nel capo d’imputazione – a quotidiane violenze sia fisiche che psicologiche». Non si trattava di un metodo d’insegnamento severo perché le violenze contestate dai magistrati sarebbero consistite nello «sculacciarli, nel percuoterli, nello sgridarli – continua l’atto a disposizione della procura – mettendoli anche per punizione all’interno della scatola di “Houdini”». Il risultato dei maltrattamenti è descritto negli atti: «provocando (ai bambini ndr) una malattia nel corpo e nella mente consistita in “disturbo post traumatico da stress”»”. Sono questi i motivi che hanno indotto gli inquirenti a richiedere la condanna della religiosa. E alla donna è andata anche bene visto che, data l’assenza di prove certe, la procura ha sollecitato l’assoluzione per quanto riguarda il secondo capo d’imputazione: violenza sessuale. L’imputata infatti, era stata rinviata a giudizio anche perché il pubblico ministero sospettava che «in tempi diversi ed in esecuzione di un medesimo disegno criminoso – recitano gli atti – nella sua qualità di insegnante (….) ed abusando della stessa, costringeva i gemelli di 6 anni, affidati per ragioni di educazione e cura alla sua custodia, a subire atti sessuali». In particolare, oltre a palpeggiarli, avrebbe fatto sdraiare i bambini a terra nudi, durante l’ora di ginnastica, e li avrebbe molestati con un pennarello. Per queste accuse la procura ha chiesto l’assoluzione. Adesso la palla passa ai giudici che, nelle prossime settimane, emetteranno la sentenza.

    Andrea Ossino

    http://www.iltempo.it/roma-capitale/2016/02/24/bimbi-maltrattati-all-asilo-chiesti-3-anni-alla-suora-1.1512415

  • Sesso con minori, parroco condannato a 5 anni: “Invitava studenti per massaggiarli”

    Sesso con minori, parroco condannato a 5 anni: “Invitava studenti per massaggiarli”

    Ha risarcito le vittime e ha ringraziato la procura per essere intervenuta a fermarlo, ma non è bastato. Il gup Luca Del Colle del Tribunale di Torino ha condannato a cinque anni di carcere don Massimo Iuculano, 47 anni, parroco e direttore dell’Istituto salesiano “Sacro cuore di Gesù” di Vercelli, accusato di diversi episodi di violenza sessuale su minori. All’uscita dal palazzo di giustizia il religioso ha preferito non rilasciare dichiarazioni. “Prendiamo atto – ha detto il suo avvocato, Carlo Blengino – e valuteremo se presentare appello”.

    Il caso era emerso il 24 aprile 2015, quando la squadra mobile dellaQuestura di Vercelli ha arrestato il sacerdote per aver obbligato alcuni minorenni che frequentano le scuole e l’oratorio vercellese a subire atti sessuali. Nei giorni dopo l’arresto l’inchiesta del sostituto procuratore Francesco Pelosi ha scoperto altri casi compiuti tra il 2014 e il 2015. In totale sono sette le vittime di don Iuculano, tutti nati tra il 1997 e il 2000.

    Il parroco invitava gli studenti dell’istituto professionale deisalesiani o i giovani frequentatori dell’oratorio in una “sala massaggi” all’interno della struttura scolastica, li depilava e li massaggiava con dell’olio. Da lì, poi, il prete andava oltre e li costringeva a subire palpeggiamenti nelle parti intime erapporti orali. A un ragazzo di 14 anni aveva offerto delle scarpe da calcio in cambio della sua disponibilità. In altri casi, invece, il prete aveva obbligato due giovani di origine nordafricana a subire rapporti orali all’interno della sua auto in cambio di denaro. Un quindicenne è stato anche abbordato tramite Facebook, prima facendogli dei complimenti e poi “proponendogli di praticargli unmassaggio, spacciandosi per un esperto massaggiatore”, si legge in un atto.

    Prima dell’udienza di oggi il religioso ha chiesto del tempo per poter risarcire le sue vittime. “C’è stato un grande lavoro interiore da parte dell’imputato – ha spiegato l’avvocato Blengino – e ha provveduto a risarcire quanto possibile”. Uno dei ragazzi, quello che ha subito più molestie, ha ottenuto 14mila euro. Il giudice Del Colle ha anche stabilito dei risarcimenti a titolo di acconto per due dei minorenni, assistiti dall’avvocato Anna Ronfani eGiuseppina Mauri, che si sono costituiti parte civili nel processo. Don Iuculano resterà ancora ai domiciliari nella casa di accoglienza per sacerdoti “Villa Sacro Cuore” di Città di Castello.

    Twitter @AGiambart

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/26/sesso-con-minori-parroco-salesiano-condannato-a-5-anni-invitava-studenti-per-massaggi/2498050/

  • George Pell, ministro delle finanze del Vaticano accusato di abusi su un bimbo di 12 anni

    George Pell, ministro delle finanze del Vaticano accusato di abusi su un bimbo di 12 anni

    Il prossimo 29 febbraio il cardinale testimonierà via video da Roma davanti a una commissione australiana su distinte accuse di insabbiamento. «Oltraggiosa» fuga di notizie false.

    Il cardinale George Pell, arcivescovo emerito di Sidney e prefetto della Segreteria dell’Economia, respinge risolutamente le accuse di abusi sessuali su minori accreditate da un giornale australiano, Herald Sun, e, a una settimana dall’audizione in video-collegamento da Roma con una commissione governativa sugli abusi dove gli viene contestata da alcune vittime non già di aver compiuto abusi ma di avere insabbiato le accuse rivolte nei decenni scorsi contro alcuni sacerdoti sotto la sua responsabilità, critica la sospetta tempistica di questa fuga di notizie.

    «Il cardinale Pell deve testimoniare davanti alla commissione reale tra una settimana. La tempistica di queste fughe di notizie è chiaramente finalizzata a fare il massimo danno al cardinale e alla Chiesa cattolica e a minare il lavoro della commissione reale», si legge in una dichiarazione diramata dai suoi uffici. «Queste accuse sono senza fondamento e assolutamente false».

    Il Herald Sun ha scritto che il cardinale Pell è sotto inchiesta da parte dalla taskforce Sano della polizia dello stato australiano di Victoria per aver compiuto diversi abusi su minori sia stabilmente che occasionalmente all’epoca in cui era semplice prete a Ballarat e vescovo a Melbourne.

    «E’ oltraggioso che queste accuse siano state portate all’attenzione del cardinale tramite una fuga di notizia sulla stampa», si legge nella nota. «Il cardinale ha sollecitato un’inchiesta pubblica sulla fuga di notizia di queste accuse false dall’interno della polizia di Victoria chiaramente tesa a screditare il cardinale in un caso nel quale i fallimenti della polizia di Victoria sono stati evidenti».

    Nella sua nota il card. Pell fa riferimento all’inchiesta Southwell, una indagine indipendente della Chiesa in merito all’accusa di abusi che il porporato avrebbe commesso a danno di un chierichetto nel corso di un campo estivo a Phillip Island nel 1962. L’indagine, che fu condotta dal giudice in pensione della corte suprema Alec Southwell si concluse con l’assoluzione del porporato. «Le accuse relative a Phillip Island sono pubbliche da 15 anni e il rapporto Southwell che scagiona il cardinale Pell è di pubblico dominio dal 2002», si legge nella nota di oggi. «La polizia di Victoria non ha mai preso l’iniziativa in tutto questo periodo per perseguire le false accuse che allora vennero fatte, tuttavia il cardinale certamente non ha obiezioni all’ipotesi che essi rivedano il materiale che ha portato il giudice Southwell a scagionarlo. Il cardinale è certo che la polizia raggiungerà velocemente la conclusione che le accuse erano false». Ad ogni modo, «la polizia di Victoria non ha mai cercato di interrogarlo in relazione ad alcuna accusa si abusi sessuali su minori e a parte la falsa accusa indagata dal giudice Southwell il cardinale non è a conoscenza di nessuna accusa o incidente che lo riguarda.

    Pell «respinge ogni accusa di aver compiuto errori. Se la polizia vuole interrogarlo, egli coopererà, come ha sempre fatto con ogni indagine pubblica». Poiché c’è la chiara indicazione che diversi mass media hanno ricevuto «informazioni confidenziale filtrate da qualcuno all’interno della polizia di Victoria», il cardinale chiede «al premier e alla polizia ministeriale di indagare immediatamente la fuga di notizie di queste accuse senza fondamento».

    Il cardinale Pell testimonierà in video davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori) il prossimo 29 febbraio. Con una raccolta fondi di «crowdfunding», 15 vittime si apprestano a viaggiare a Roma per assistere all’audizione del cardinale. «Come arcivescovo per circa venti anni egli ha avuto un ruolo di guida nel porre fine agli insabbiamenti, nel proteggere le persone vulnerabili e nel tentare di portare giustizia alle vittime», si legge in una distinta nota diramata nei giorni scorsi dagli uffici del porporato 74enne, che ha ottenuto di non recarsi in Australia per l’audizione per gravi motivi di salute. «Come il cardinale Pell ha fatto dopo le prime audizioni, è pronto a incontrare ed ascoltare le vittime ed esprime il suo continuo sostegno».

    http://www.lastampa.it/2016/02/19/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pell-respinge-accuse-di-abusi-e-denuncia-la-tempistica-sospetta-ivZmNClqmL2VNMVIeeeqwK/pagina.html

  • Quei preti pedofili protetti dalla Chiesa nella casa sul mare

    Quei preti pedofili protetti dalla Chiesa nella casa sul mare

    In sala dal 25 “Il club” di Pablo Larrain: la vita senza castigo dei sacerdoti cileni sottratti alla giustizia terrena.

    di Natalia Aspesi

    “Venivanoa prenderci… la bocca mi faceva male… poi mi dava una mentina e faceva meno schifo… diceva, sei stato con un messaggero del Signore, è la strada per la Santità”. Della lunga tremenda litania che il vagabondo che dice di chiamarsi Sandokan grida verso il cielo, la terra, il mondo, Dio, non si riesce a ripetere altro, anche in tempi di parole spericolate, ed è forse già troppo. È un’ossessione affannosa, certamente indecente, dura da sopportare, cantata come una nenia dall’uomo che da bambino è stato abusato da chi si era preso cura della sua solitudine, del suo bisogno d’amore, di famiglia: un sacerdote.

    È Sandokan a sconvolgere la vita quieta e protetta degli abitanti anonimi di un’anonima casa gialla isolata vicino a La Boca, sulle coste cilene, quando, accompagnato da un prete, arriva un nuovo ospite, anche lui in età, ammutolito dalla disperazione e dalle sconnesse parole di Sandokan che gli ricorda il suo inferno e gli chiede ancora amore, quel tipo d’amore che lui confonde con la santità. La casa, come tante altre nel mondo, è il rifugio, la prigione, l’ospizio dei preti spretati perché peccatori per la fede cattolica e criminali per la legge; la Chiesa li nasconde per sottrarli alla giustizia terrena affinchè nessuno sappia e il suo imperio non solo spirituale non ne venga sporcato.

    “Il club”, vincitore dell’Orso d’argento alla Berlinale 2015 (però escluso dai finalisti stranieri all’Oscar) del venerato regista cileno non ancora quarantenne Pablo Larrain, è l’altra faccia, quella nera e vergognosa del film americano “Il caso Spotlight” già nei nostri cinema, dove si racconta la vera storia di un gruppo di giornalisti del Boston Globe che nel 2001-2002 riuscì a rendere pubblici i tanti casi di preti pedofili nordamericani fino ad allora protetti dalle gerarchie. Larrain ci mostra invece la vita dei colpevoli dopo che la Chiesa li ha scoperti e allontanati ma non denunciati: non solo i troppi pedofili, ma anche i preti che commerciavano vendendo ai ricchi i bambini strappati ai poveri, o gli ex cappellani dell’esercito di Pinochet, che coprirono in silenzio torture e assassinii.

    La loro casa sta sopra una spiaggia piena di rifiuti, davanti a un mare in tempesta, in un grigiore costante e gelido, mai il colore del sole e neppure quello delle ombre. Li serve e li sorveglia una ex suora dal passato cupo: il suo costante sorriso, la dolcezza mite, il suo umile servire nascondono un cuore di tenebra, una volontà ricattatrice, un’abitudine a mentire. Mentono tutti, i quattro anziani ospiti della casa, quando padre Lazcano, il nuovo arrivato, si spara: alla polizia, a padre Garcia (Marcelo Alonso), il gesuita dal bel viso tormentato e dalla fede punitiva che pare un santo dipinto da El Greco, mandato da Roma per capire cosa è successo, e soprattutto per chiudere quella e le altre case lasciando gli ospiti al loro destino.

    Ma padre Vidal (Alfredo Castro, attore preferito da Larrain), padre Silva, padre Ortega, padre Ramirez, serviti da sorella Monica (Antonia Zegres, moglie del regista), si sono abituati a quella vita protetta, mangiare, cantare, pregare, dire messa, passeggiare sulla spiaggia, allevare un levriero con cui vincono alle corse locali. Una bella vita serena, senza pentimento, senza castigo, senza ricordi, senza peccato, senza redenzione, in piena impunità. Una vita da difendere per non affrontare la realtà dei loro crimini, una vita nascosta e secolare che li ha resi più bugiardi, più indifferenti, privandoli di ogni misericordia, di ogni bisogno di espiazione e perdono, anche della fede.

    Il Vaticano ha giudicato positivo “Il caso Spotlight” che racconta benissimo una realtà già nota, e per ora non è insorto contro questo “Il club”, che con crudeltà e ironia espone una sua tragica piaga che Papa Francesco sta cercando di guarire, la scelta ipocrita del silenzio verso i sacerdoti pedofili. Del resto nel marzo 2014, quindi solo due anni fa, il cardinale Bagnasco aveva pubblicamente ricordato che secondo le linee guida della Cei, i vescovi, non essendo pubblici ufficiali, non erano obbligati a denunciare alla giustizia i casi di pedofilia “per rispetto delle vittime e dei loro familiari”.

    Pablo Larrain è autore di una trilogia molto politica, da festival, situata ai tempi della dittatura di Pinochet (Tony Manero, Post mortem, No). Cattolico ma non più praticante, si dichiara di sinistra mentre i suoi genitori sono stati sostenitori della dittatura, il padre presidente del Senato di allora, la madre ministro. “Il club” non ha immagini che possano scandalizzare (il solo nudo è quello di una donna, una prostituta) ma le parole che descrivono minuziosamente l’atto pedofilo subito come un avvicinamento alla fede possono ferire. Però si tratta di un film di grande seduzione, girato e interpretato benissimo, cui non si dovrebbe rinunciare.

  • Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Chiesa e pedofilia: grosso guaio in Vaticano

    Il film di Tom McCarthy, “Il caso Spotlight”, arriva in Italia in uno dei periodi più controversi della lotta alla pedofilia clericale annunciata dalla Chiesa di Bergoglio.

    di Federico Tulli

    Massima trasparenza e tolleranza zero. Da tre anni sono le parole d’ordine di papa Bergoglio quando c’è di mezzo la storica e drammaticamente attuale questione della pedofilia nel clero cattolico. Ma queste parole corrispondono a fatti concreti? L’occasione per capire a che punto è l’opera di rinnovamento della Chiesa guidata dal pontefice gesuita è venuta in questi giorni da due vicende scollegate tra loro, almeno in apparenza.

    Della prima è stato protagonista nella totale indifferenza dei media italiani un alto esponente della Compagnia di Gesù, monsignor Tony Anatrella. «I vescovi non sono obbligati a denunciare gli abusi sui minori compiuti da preti» ha tuonato il prelato francese dal pulpito del Pontificio Consiglio per la Famiglia di cui è consulente in qualità di psicoterapeuta. Di fatto negando uno dei capisaldi della Lettera circolare pubblicata il 3 maggio 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede con l’obiettivo di suggerire la traccia da seguire da parte di tutte le diocesi del mondo nelle rispettive Linee guida antipedofilia. «L’abuso sessuale di minori – si legge al punto 1e) della Lettera della Cdf – non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile.

    Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche».

    L’esternazione di mons. Anatrella è stata rilanciata dalla stampa in (quasi) tutto il mondo occidentale – dal Guardian al Washington post – proprio nelle ore in cui si consumava una clamorosa rottura all’interno della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori creata da papa Francesco nel 2014. Dopo diversi mesi da separato in casa, uno dei membri laici, il britannico Peter Saunders, è stato messo in “aspettativa” per “meditare” sul contributo che può portare alla Commissione. Qual è il compito specifico di questo organismo lo ha spiegato lo stesso Francesco all’atto della fondazione: «…. sarà quello di propormi le iniziative più opportune per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, sì da realizzare tutto quanto è possibile per assicurare che crimini come quelli accaduti non abbiano più a ripetersi nella Chiesa».

    Come riporta Repubblica, la decisione di allontanare Saunders, che in patria svolge la professione di avvocato di vittime di sacerdoti pedofili, è legata alle sue critiche nei confronti del cardinale George Pell. Dalla scorsa primavera il super ministro vaticano dell’Economia è accusato da Saunders di sottrarsi con dei certificati medici agli interrogatori della Commissione governativa australiana che deve far luce sugli abusi nel suo Paese d’origine, riguardo alla gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di pedofilia nella diocesi di Melbourne, quando Pell ne era l’arcivescovo. Tuttavia l’avvocato inglese non è stato il solo a puntare il dito contro la scarsa propensione di Pell a fare chiarezza sugli scandali pedofili di cui si è macchiata la Chiesa cattolica australiana. Emiliano Fittipaldi nel suo libro inchiesta “Avarizia” (Feltrinelli) racconta di diversi mal di pancia scoppiati nell’entourage di papa Francesco quando il pontefice argentino ha chiamato Pell a ripulire l’immagine internazionale della Chiesa sporcata da decenni di gestione opaca (in alcuni casi criminale) delle finanze vaticane. Data la fama che si porta appresso dall’emisfero australe, per alcuni confidenti di Bergoglio Pell non sembra la persona più indicata a riflettere nel mondo l’immagine di pulizia e trasparenza che richiede un ruolo del genere.

    Tutti elementi inducono a pensare che, sebbene la commissione antipedofilia sia stata presentata urbi et orbi come un chiaro segnale di discontinuità rispetto ai pontificati precedenti, la Santa Sede ha ancora delle notevoli contraddizioni interne da risolvere.

    A cominciare proprio dalla svolta rispetto al passato, come si evince da un’affermazione di Saunders: «Nulla è cambiato in questi anni in termini di trasparenza quando in Vaticano si devono affrontare casi di abusi su minori» ha detto l’avvocato durante la conferenza stampa di “commiato” dalla Commissione che si è svolta a Roma il 6 febbraio.

    Con questo scenario sullo sfondo va sottolineata la tempistica con cui la Bim distribuzione porta nelle sale italiane “Il caso Spotlight”. Candidato a sei Oscar e tre Golden globe, il film di Tom Mc Carthy esce giovedì 18 febbraio. Spotlight era il nome della squadra di giornalisti del Boston Globe che nel 2001 indagarono su alcuni casi di pedofilia segnalati in precedenza anche al giornale e mai finiti nel mirino dell’autorità giudiziaria. Per mesi i coraggiosi giornalisti, guidati da un direttore per nulla intimorito dalle pressioni più o meno velate di illustri abitanti della città più europea e cattolica degli Stati Uniti, intervistarono le vittime, passando in rassegna migliaia di pagine di documenti fino a scoprire anni di insabbiamenti da parte delle gerarchie cattoliche guidate dal potente arcivescovo Bernard Law. Il 6 gennaio 2002 la svolta. Dopo aver sistemato tutti i tasselli, il Globe apre con il primo articolo dall’eloquente titolo a nove colonne: “Church allowed abuse by priest for years”. Alla fine del 2002 si conteranno altri 600 articoli, in cui furono ricostruiti circa 1000 casi di abusi psicofisici nei confronti di altrettanti bambini da parte di 70 preti della diocesi di Boston. Su tutti spicca padre Geoghan, ucciso in prigione nel 2003 dove si trovava per una condanna a dieci anni, al quale sono attribuiti ufficialmente 130 stupri.

    Lo scoop, che nel 2003 fruttò il Pulitzer al Boston Globe, fu per la Chiesa cattolica americana l’equivalente del Watergate. Non solo costò il posto a mons. Law che ammise di aver nascosto per anni gli abusi dei suoi sacerdoti, ma dette la forza a migliaia di vittime rimaste in silenzio e isolate dalla Chiesa di cui si fidavano ciecamente (questo genere di abusi avviene quasi sempre all’interno di ambienti profondamente religiosi) di denunciare quanto subito alle autorità civili. Emerse così che l’insabbiamento delle segnalazioni e il trasferimento dei sacerdoti sospettati di pedofilia erano la norma negli Usa. Ben presto, grazie alla lezione universale di giornalismo realizzata dall’inchiesta Spotlight e magistralmente ricostruita da Mc Carthy, si scoprirà che lo stesso accadeva da decenni anche in Europa, Australia, Sud America e Africa.

    Una lezione ignorata a tutti i livelli in Italia se pensiamo che la Conferenza episcopale in piena sintonia con mons. Anatrella e ignorando il suggerimento della Cdf di cui si è parlato all’inizio, nelle proprie Linee guida antipedofilia stabilisce che i vescovi italiani non sono obbligati a denunciare i sacerdoti pedofili alla magistratura. Perché? «Per tutelare la privacy delle vittime» ha spiegato senza imbarazzo il capo della Cei, card. Bagnasco, il 30 marzo 2014. Una presa di posizione che finalmente la Pontificia commissione antipedofilia si è decisa a criticare, con inspiegabile ritardo, proprio in queste ore. “Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili che hanno il compito di proteggere la nostra società” si legge in una nota diramata il 15 febbraio dall’organismo presieduto dal cardinale di Boston, il cappuccino Sean Patrick O’Malley.

    A tal proposito, tra i tanti meriti de “Il caso Spotlight”, nel cui cast troviamo Michael Keaton, Mark Ruffalo, Rachel McAdams e Stanley Tucci, c’è quello di aver reso con estrema precisione l’idea di quanto sia importante la trasparenza nella gestione dei casi di abusi clericali e al tempo stesso quanto sia distruttiva per la salute psico fisica delle vittime qualsiasi strategia “istituzionale” che non vada in questa direzione. In questo contesto, occorre ribadirlo, la pellicola di Tom Mc Carthy dimostra quanto sia decisivo il ruolo di un’informazione libera e indipendente. Ma non solo.

    La chiave per capire come i giornalisti di Spotlight siano riusciti a sbaragliare il potentissimo avversario sta nel fatto che si sono posti con un approccio laico, affettivo, nei confronti dei loro interlocutori sopravvissuti alle violenze. Vale a dire senza innalzare la barriera del giudizio morale che scatta con il pensiero religioso fondato sulla convinzione violentissima che sia il bambino (cioè il diavolo che sarebbe la sessualità umana) a indurre in tentazione l’uomo di fede. Una idea perversa che annulla la realtà del bambino (che non ha sessualità, la dimensione psicofisica che si realizza nella consapevolezza di sé con la pubertà), e che da un lato ha sempre alimentato il senso di colpa e di oppressione delle vittime riducendole al silenzio e dall’altro ha fornito alla Chiesa cattolica la giustificazione ideologica su cui poggia la garanzia di impunità ai pedofili in tonaca e crocifisso al collo.

  • Ecco come vengono reintegrati i Testimoni di Geova che abusano sessualmente dei bambini

    Ecco come vengono reintegrati i Testimoni di Geova che abusano sessualmente dei bambini

    Così vengono riammessi i Testimoni di Geova autori di crimini sessuali sui bambini.

    Un anziano dei Testimoni di Geova in Australia è finito dietro le sbarre la scorsa settimana per  abusi sessuali su minori, secondo il The West Australian.

    Nel corso di sette anni, David Frank Pople  ha aggredito sessualmente due adolescenti che ha incontrato in una congregazione vicino a Perth. Una delle sue vittime nel 1997 ha riferito agli anziani dell’abuso, ma nessuno lo ha comunicato alla polizia finché una delle vittime nel 2014 ha presentato una denuncia. Pople è stato dichiarato colpevole e condannato a tre anni di carcere.

    I dettagli della vicenda di Pople rispecchiano quelli di altri casi di abuso che coinvolgono i Testimoni di Geova in tutto il mondo. Gli anziani non hanno segnalato alle autorità secolari gli abusi sessuali su minori. L’autore del reato è stato espulso dell’organizzazione, solo per essere reintegrato in seguito.

    Inoltre, la storia rientra nello schema costante dell’espulsione di membri dei Testimoni di Geova che abusano dei bambini, non per l’abuso stesso, ma per non aver dimostrato sufficiente pentimento.

    Dopo che Pople ha ammesso agli anziani nel 1997, che aveva aggredito uno dei ragazzi, è stato disassociato – versione della scomunica nei Testimoni – per  non essere sufficientemente pentito, secondo il racconto del giornale. Un anno più tardi, dopo che Pople ha richiesto il ripristino, la comunità lo ha riaccolto.

    L’anno scorso, Reveal ha riportato la storia di Debbie McDaniel, una ex Testimone in Oklahoma che ha affermato che un anziano di nome Ronald Lawrence aveva abusato sessualmente di lei per cinque anni, a partire da quando ne aveva 8. Nel 1990, la McDaniel e altre due vittime, ormai cresciute, hanno detto agli anziani che Lawrence aveva abusato di loro.

    Gli anziani non hanno avvisato la polizia; alla fine disassociarono Lawrence, non perché aveva abusato delle bambine, ma per averlo negarlo. Come Pople, Lawrence è stato reintegrato un anno più tardi.

    La responsabilità di decidere come gli anziani gestiscono gli abusi sui minori spetta ai funzionari della società madre della religione, la Watchtower Bible and Tract Society di New York. La Torre di Guardia sin dal 1989 ha istruito gli anziani a non segnalare gli abusi sui minori alle autorità secolari a meno che la legge del loro stato non lo richieda.

    In sostituzione, gli anziani sono incaricati di formare comitati giudiziari interni per giudicare i pedofili come spiriti ribelli, non come criminali. Anche se gli autori impenitenti sono a volte disassociati, possono essere ripristinati dopo un anno o poco più, se chiedono scusa.

    In Oklahoma, a Lawrence è stato concesso il reintegro dopo che per mesi ha negato di aver abusato dei bambini, a condizione scrivesse lettere di scuse alle sue vittime. Quando si fecero avanti altre vittime, è stato espulso di nuovo – questa volta per aver mentito su quanti bambini avesse abusato – , solo per essere poi reintegrato per la seconda volta.

    In tutti i casi di disassociazione e reintegrazione, la Torre di Guardia ha l’ultima parola. Nei casi di abusi sui minori, la Torre di Guardia si riserva il diritto di decidere quali abusatori devono essere messi alla porta e quali riaccolti. I funzionari sostengono che prendono tali decisioni dopo aver determinato quali pedofili sono pericolosi e quali no.

    In risposta a una inchiesta del Governo australiano che l’anno scorso ha appurato che i Testimoni di Geova non avevano segnalato alla polizia oltre 1.000 casi di pedofilia, i funzionari dei Testimoni di Geova hanno scritto: “La sola presenza di un pedofilo all’interno di una comunità non comporta necessariamente che gli altri bambini di una comunità o la comunità siano a rischio “.

    La Torre di Guardia ha sottolineato quel punto ancora più esplicitamente tre anni prima, in una lettera riservata a tutti gli anziani negli Stati Uniti.

    <<Non ogni persona che ha abusato sessualmente di un bambino in passato è considerato un ‘predatore‘>>, dice la lettera. <<La Torre di Guardia, non il locale corpo degli anziani, determina se un individuo che ha abusato sessualmente dei bambini in passato sarà considerato un ‘predatore’>>.

    In Australia, Pople potrà beneficiare della libertà vigilata in 18 mesi.

    In Oklahoma, dopo che la McDaniel nel 2013 ha riferito del suo abuso alla polizia, Lawrence ha evitato il processo a causa della prescrizione. Fino allo scorso anno, lui era ancora un rispettabile Testimone di Geova.

    FONTE:  Reveal

    https://www.revealnews.org/blog/how-child-sex-abusers-get-reinstated-as-jehovahs-witnesses/

    Articolo originale a firma del giornalista investigativo Trey Bundy

    Libera traduzione a cura favisonlus

  • Abusi sessuali, in tribunale le vittime non trovano né giustizia né solidarietà

    Abusi sessuali, in tribunale le vittime non trovano né giustizia né solidarietà

    Signora non sarà mica di primo pelo lei? Queste sono le parole che un  giudice ha rivolto a una donna, vittima di stupro, colta da un attacco di panico mentre testimoniava.  Eppoi ci sono quei magistrati che giudicano “seduttivi” i comportamenti di bambine, anche di 4 anni, vittime di stupro.

    Nel luogo che  dovrebbe  restituire  dignità alle vittime di violenza spesso si consuma il tradimento della fiducia nella giustizia. Vergognose sentenze  girano le spalle alla ragione e alla  legge, lasciando impunito chi si macchia di stupri, perchè sono fondate su  stereotipi e pregiudizi  che appannano la libertà di giudizio di magistrati  non adeguatamente formati e, loro malgrado, portatori sani di sessismo.

    Il 15 febbraio scorso  a Firenze, durante il convegno La legge contro la violenza sessuale vent’anni dopo organizzato da D.i.Re donne in rete contro la violenza, in collaborazione con Artemisia e il Cismai, si è fatto il punto della situazione attuale nei tribunali italiani e non c’è da essere molto ottimisti. Avvocate, magistrate, psicologhe, ginecologhe, operatrici dei Centri Antiviolenza, docenti universitarie, assistenti sociali si sono incontrate per riflettere sul rispetto dei diritti delle donne, delle bambine e dei bambini all’interno dei percorsi giudiziari e per domandarsi  perché si è tornati indietro.

    Nel 1979 la Rai trasmise Processo per stupro, documentario seguito da 9 milioni di spettatori che assistettero alla  colpevolizzazione della vittima (difesa dall’avvocata Tina Lagostena Bassi). Oggi quel filmato è conservato al MoMA di New York  ed appartiene ad un passato che, in un eterno ritorno, abita  ancora i tribunali e le sentenze. Trascorsero quasi vent’anni dalla trasmissione di quel filmato perché nel 1996, finalmente, la legge fortemente voluta dal movimento delle donne (la n. 66), sancisse che lo stupro non  fosse più un reato contro la morale ma un reato contro la persona. Ci si illuse che finalmente si potesse porre fine al processo alle vittime. Non è andata così.

    L’apertura del convegno è stata dedicata ai bambini e alle bambine con la presentazione di alcuni dati: su 100mila bambini seguiti dai servizi sociali con problemi di maltrattamento, il 4% ha subito abusi sessuali. Il fatto che l’analogo dato internazionale si aggiri intorno al 7%  fa pensare che il fenomeno sia ancora in gran parte sommerso. Per i minori la legge 66 rappresentò una riforma importantissima nelle aule di tribunale, perché, al diritto di tutela nell’ascolto della testimonianza, si aggiunse il diritto all’accompagnamento psicologico. A questa legge seguì la Convenzione di Lanzarote, un altro strumento di difesa dei minorenni dall’abuso e dallo sfruttamento sessuale. Eppure, ancora oggi, il trauma del bambino e il suo essere testimone della violenza viene messo continuamente in discussione e Gloria Soavi, presidente del Cismai, ha detto che, a volte, viene considerata un’attenuante la presenza della bambina in rete con profili che sono giudicati seduttivi dagli inquirenti e dai giudici.

    Se ci sono pregiudizi sulla violenza sui minori con le donne non va meglio. Le vittime finiscono per essere colpevolizzate perché indagate con lo sguardo della cultura moralista e misogina del sospetto “perché lei ci stava”, “perché lei era uscita la sera”, “perché lei era ubriaca”, “perché era disinibita”.  La situazione è  problematica anche per il maltrattamento familiare. Fabio Roia, magistrato, ha  affermato che ancora oggi nei tribunali  non si conoscono le dinamiche e le caratteristiche della violenza domestica ed è emerso un dato inquietante da  una ricerca condotta dalla Seconda Università degli Studi di Napoli:  il 70% delle donne uccise da uomini, aveva sporto denuncia.  E allora cosa non funziona nel sistema?

    La giudice Paola Di Nicola ha detto che le donne non sono credute e sono vittime di pregiudizi di genere mentre Fabio Roia ha stigmatizzato la cultura sessista che ancora impera tra i magistrati: “La forza dello stereotipo è una profezia che si autoavvera. La narrazione fondata sul pregiudizio è quella ritenuta più attendibile perché ilpregiudizio è diffuso. In molti casi la vittima è anche unico testimone di quanto avvenuto e dunque è molto importante il modo in cui viene raccolta questa testimonianza, e anche che la sua testimonianza sia tienuta affidabile. Invece spesso viene richiesto che la vittima si discolpi da attteggiamenti considerati troppo disinvolti, o da una vita libera, prima di essere creduta. Questo è un paradosso perché mentre la vittima testimonia sotto giuramento, l’imputato non giura e ha diritto di costruirsi una strategia difensiva volta a screditare la vittima”.

    L’approccio alla testimonianza  della parte lesa continua ad essere la ripetizione di un racconto dettagliatissimo fin nei minimi particolari delle violenze subite, esponendo le vittime ad una sorta di prova ordalica (può accadere anche a bambine o bambini) e a ciò si aggiunge l’esperienza terribile di sentire stravolgere nel processo la narrazione di ciò che in prima persona si è vissuto. Eppure ci sono gli strumenti per modificare il modo di condurre le indagini e di valutare la testimonianza delle vittime. Le ricerche scientifiche, per esempio, hanno da tempo scoperto che il trauma impedisce la capacità di memorizzare in maniera lineare gli eventi, e quei “punti oscuri” che vengono usati contro la credibilità delle donne dovrebbero essere letti, invece, come un indizio che il trauma c’è stato.

    Spesso la libertà di giudizio dei magistrati è anche limitata da illazioni o cattive interpretazioni di fatti scollegati dal reato o da aspettative irrealistiche sui comportamenti che dovrebbe avere una vittima dopo la violenza: come il caso della donna che non venne creduta perché il giorno seguente lo stupro aveva avuto un rapporto sessuale col proprio compagno. La lancetta del tempo ci ha riportato indietro anche nella società. Molte donne non sanno riconoscere la violenza anche se avvertono disagio e sofferenza e molti uomini, soprattutto giovani, non sanno nemmeno che ciò che hanno commesso sia un reato e sono stupiti di dover affrontare un processo. Se i comportamenti sessuali delle donne sono cambiati  rispetto a trent’anni fa, non è cambiato il modo di guardare alla sessualità femminile e ai corpi delle donne percepite non come soggetti desideranti che hanno diritto di scegliere come vivere la loro sessualità ma come oggetti che si rendono disponibili e che quindi devono accettare lo stupro come conseguenza dei loro comportamenti.

    Quando le porte del tribunale si chiudono davanti alla richiesta di giustizia delle donne restano fuori le loro parole: “Non mi riconosco più, non sarò più la stessa persona che ero, non mi fido nemmeno di chi amo, a volte ho paura anche di loro. In certi momenti non riesco a sentirmi, a provare un sentimento, mi sento sola come in un deserto piatto senza fine. Mi è stato tolto qualcosa che non potrò più riavere, chi me l’ha tolto nega di averlo fatto, o forse nemmeno lo sa. Ho paura che nessuno mi creda, mi sento sporca indegna nessuno potrà più amarmi, a volte io stessa non riesco a credere a quanto è successo, penso di impazzire”.

    Chi  subisce violenza, ha spiegato Teresa Bruno, psicologa dell’associazione Artemisia, “si percepisce privo di senso e di valore e, spesso, se ne assume la colpa. E’ un attacco maligno al senso d’identità e ai legami che permettono un pensiero coerente su se stessi e il mondo. L’impunità dei persecutori è garantita dalla vergogna e dal silenzio delle vittime e dal volgere lo sguardo altrove dei testimoni. Studi e ricerche individuano il sostegno socialecome primo fattore di guarigione dal trauma, sia esso collettivo o individuale”.

    La comprensione e la solidarietà degli esterni, l’ascolto non giudicante, la capacità di non voltarsi dall’altra parte relegando nella solitudine, nel silenzio e nell’impotenza le vittime e i testimoni coinvolti, sono le prime medicine.

    Questo è ciò che dovrebbero trovare le vittime di violenza nei tribunali.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/18/abusi-sessuali-in-tribunale-le-vittime-non-trovano-ne-giustizia-ne-solidarieta/2474827/