Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

    Dopo Rupnik, l’affanno dei gesuiti per la trasparenza nei casi di abuso

    42001 ROMA-ADISTA. Padre Sauro De Luca, gesuita, morto nel 2012 all’età di 85 anni, è stato accusato da almeno cinque donne di abusi sessuali, perpetrati in vari luoghi d’Italia quando erano minorenni. Il prete, infatti, dal 1967 al 1998 è stato il responsabile nazionale del Meg, Movimento Eucaristico Giovanile, ossia il ramo giovanile della Rete Mondiale di Preghiera del papa, l’opera pontificia affidata alla Compagnia di Gesù «che accompagna bambini e ragazzi, dalla terza elementare fino alla fine del tempo universitario, lungo un cammino integrato di formazione umana e spirituale», come si legge sul comunicato inviato dall’attuale responsabile, p. Renato Colizzi. Non solo: p. De Luca è stato anche superiore dei gesuiti dell’Aquila e rettore del Collegio universitario d’Abruzzo tra il 1999 e il 2005, e ha seguito nella formazione spirituale gruppi di famiglie e guide Agesci. Un personaggio dipinto dalle cronache dell’epoca come dinamico ed entusiasta, caratterizzato da «un amore infinito verso i piccoli, grande senso missionario e cuore dilatato verso il mondo» (ilcentro.it, 8/6/12)

    I fatti, che sembrano affidati a tavolino a due testate come Avvenire e Repubblica il 25 settembre, con tanto di interviste rilasciate da p. Colizzi, che ha diffuso un comunicato su tutta la vicenda, si sarebbero verificati negli anni ‘90, quando le vittime avevano tra i 14 e i 16 anni, nel contesto di incontri spirituali personali, e in alcuni casi sarebbero durati a lungo. Mentre però tre di esse hanno deciso di denunciare lo scorso marzo, si scopre che le prime due vittime avevano già raccontato i fatti criminosi subìti nel 2010, 14 anni fa, quando sulla scia degli scandali di pedofilia in tutto il mondo i Gesuiti si dotarono di un responsabile per gli abusi e quando De Luca era ancora vivo: la cosa però restò tutta interna al Meg, venne risolta con discrezione, con un’indagine del delegato, la confessione dell’abusatore, misure restrittive e un trasferimento da Pescara a Gallarate dove, si legge nel comunicato, visse «da recluso» e morì due anni dopo.

    Ma lo stesso Colizzi è consapevole delle carenze nell’azione della Compagnia di Gesù, perché già negli anni Duemila le voci sugli abusi di p. De Luca erano circolate: «Siamo consapevoli che non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato», aggiunge su Avvenire. È evidente che le segnalazioni orali dell’epoca «sono state sottovalutate perché non ci risulta ad ora, da una prima indagine, che sia stato fatto qualcosa per appurare o capire meglio la vicenda». «A lungo, abbiamo risposto alle richieste di chi si palesava, mettendo, però, in primo piano, la tutela dell’istituzione. Questo istinto ci porta, a volte, anche inconsciamente, a minimizzare, ignorare, autoassolverci». Stavolta, almeno nelle intenzioni, c’è la “nuova” volontà di «essere noi a rivolgerci a eventuali vittime-sopravvissute di cui non sappiamo niente perché, con la loro testimonianza, quando e come vorranno darla, ci consentano di fare emergere la verità».

    «Voglio innanzitutto chiedere perdono alle vittime/sopravvissute e alle loro famiglie e dirvi che per noi del Centro Nazionale, che abbiamo la responsabilità del Movimento, è molto penoso prendere atto di tutto questo. Ci tocca profondamente il dolore di chi ha subito abusi e, anche se consapevoli che nulla basterà a rimarginare pienamente la ferita, ci sta a cuore fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per accogliere, ascoltare e assistere chi lo vorrà». È quanto si legge nel comunicato di Colizzi, diffuso sul sito dei gesuiti. «La sofferenza segnalata è per noi un appello urgente ad un “cammino di verità” sulla nostra storia e sulla nostra identità, senza il quale la nostra missione educativa oggi perderebbe di significato». Poiché, data l’estensione temporale e geografica del ministero di De Luca, si sospetta che possano esserci altre vittime, «come Centro Nazionale e, in accordo con il Provinciale dei gesuiti (p. Roberto Del Riccio, ndr) siamo quindi arrivati alla decisione di aprire una fase di ascolto di chiunque abbia qualcosa da dire in proposito, per conoscere se eventuali altri fatti si sono verificati nel passato, recente e no, del Movimento».

    L’impressione è che questa volta i gesuiti – a differenza di quanto avvenuto con il caso Rupnik – vogliano dare pubblicamente l’impressione di “fare le cose per bene”: hanno nominato «una delegata per questo “cammino di verità” nella persona della dott.ssa Grazia Villani» – definita «indipendente dalla Compagnia di Gesù e dal Movimento», ma con un curriculum interno al Vaticano, con più di 20 anni presso il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita – la quale sarà coadiuvata dall’Associazione METER di don Fortunato Di Noto (anche lui personaggio istituzionale, presente anche nell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile del Dipartimento per le politiche della famiglia del Governo). Villani si dedicherà «all’ascolto di chiunque ritenga di aver subito, quando era minorenne, qualsiasi forma di abuso nel corso delle attività del MEG, oppure di chi sia a conoscenza di fatti simili». «Sarà nostra cura – prosegue Colizzi nel comunicato – garantire la riservatezza delle informazioni e delle testimonianze e, nello stesso tempo, assicurare che verranno prese le misure necessarie anche attraverso gli strumenti giuridici più adeguati. Inoltre, in questa fase di primo ascolto, si potrà individuare insieme alle vittime, anche il tipo di supporto opportuno che il Movimento potrebbe offrire». Poi, la delegata redigerà un report «che ci consentirà di rendere noti al Movimento, tutelando la riservatezza, gli abusi di cui siamo venuti a conoscenza». Come è ovvio, si affronta anche il tema dei risarcimenti: «Pensiamo a una forma di riparazione da concordare con le vittime sopravvissute qualora lo desiderano», ha detto Colizzi a Repubblica.

    https://www.adista.it/articolo/72627

  • Pedofilia: l’arcidiocesi cilena consiglia ai sacerdoti di non “baciare i bambini in bocca”

    Pedofilia: l’arcidiocesi cilena consiglia ai sacerdoti di non “baciare i bambini in bocca”

    Nel pieno dello scandalo di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica cilena, l’arcivescovado di Santiago ha pubblicato brevemente su Internet una guida destinata ai sacerdoti consigliando loro di “evitare” di praticare “massaggi”, di “baciare sulla bocca” dei bambini o di “toccare i loro genitali”. ”.

    Questo documento, intitolato “Orientamenti per lo sviluppo di buone relazioni e di una sana convivenza pastorale” e firmato dall’arcivescovo della capitale cilena Ricardo Ezzati, è stato pubblicato sul sito ufficiale dell’arcidiocesi, prima di essere ritirato alla fine della settimana scorsa di fronte di grido.

    Mons. Ricardo Ezzati dovrà essere ascoltato mercoledì dalla procura regionale di Rancagua per rispondere alle accuse di aver coperto le violenze sessuali, nel pieno dello scandalo di pedofilia e omertà che scuote il clero cileno. La sua udienza in tribunale, inizialmente prevista per agosto, è stata rinviata su richiesta dei suoi avvocati.

    “Modi inappropriati di mostrare affetto”

    In queste nove pagine un passaggio è dedicato ai “segni di affetto”. Vi si legge: «se la nostra missione consiste nel mostrare l’amore del Padre e favorire l’incontro con Cristo, ci sono modi inappropriati di manifestare il suo affetto e la sua vicinanza, che vanno evitati».

    Il testo raccomanda quindi di “evitare” “abbracci eccessivamente prolungati”, “schiaffi sulle natiche, toccare i genitali o il petto”, “sdraiarsi o dormire accanto a bambini o adolescenti”.

    L’arcidiocesi sconsiglia inoltre di “praticare massaggi”, “giochi che comportano contatti inappropriati”, “baciare sulla bocca bambini, adolescenti o persone vulnerabili”.

    “Stato di choc”

    L’avvocato cileno per l’infanzia Patricia Muñoz si è dichiarata in “stato di shock” dopo aver letto questo documento. “Abbiamo commesso un errore e provvederemo a rimediare”, ha spiegato il vescovo ausiliare di Santiago, Cristian Roncagliolo.

    “Abbiamo chiesto perdono. Ci sono stati degli errori (nella versione ritirata della guida), forse il nostro errore è stato quello di voler portare cose di altre culture. Stiamo riparandoli, molto presto potremo portarlo (di nuovo) all’attenzione dell’opinione pubblica”, ha aggiunto l’arcidiocesi.

    La Chiesa cattolica cilena è in subbuglio dopo la visita di Papa Francesco a gennaio e il proliferare di indagini legali – attualmente 119 – su presunte aggressioni sessuali commesse da membri della Chiesa su minori e adulti a partire dagli anni ’60.

    https://www.20minutes.fr/monde/2346643-20181002-pedophilie-archeveche-chilien-deconseille-pretres-embrasser-bouche-enfants

  • In Germania il Parlamento valuta la richiesta di considerare la pedofilia un’identità di genere

    In Germania il Parlamento valuta la richiesta di considerare la pedofilia un’identità di genere

    Il parlamento tedesco ha votato giovedì 26 settembre per prendere in esame la petizione proposta da un gruppo pro-pedofilia, suscitando preoccupazioni tra chi si batte per la tutela dei minori. Ne dà notizia Genevieve Gluck su Reduxx.  A proporre l’emendamento è Krumme-13, un gruppo di pressione che sostiene l’abbassamento dell’età del consenso e la legalizzazione della pornografia infantile. Se la misura proposta passasse la “pedosessualità” diventerebbe un’identità sessuale protetta nella Costituzione tedesca.

    Dieter Gieseking (nella foto), fondatore di Krumme-13, ha annunciato l’imminente voto parlamentare ai suoi sostenitori in un post pubblicato sul sito web del gruppo la scorsa settimana.

    “K13online chiede il divieto di discriminazione contro gay e lesbiche e pedofili nella costituzione – si legge nella dichiarazione – Il voto… sarà trasmesso in diretta sulla TV parlamentare”.

    Nel post si sottolinea che Krumme-13 intende continuare a fare pressione sul governo affinché normalizzi la pedofilia tramite lo strumento delle petizioni del Bundestag, una strategia che gli attivisti pedofili hanno intrapreso per diversi anni. Ma il fatto incredibile è che la petizione che il Bundestag ha deciso di inviare alla commissione competente era stata firmata soltanto da 37 persone.

    “Stiamo già annunciando ulteriori petizioni su argomenti rilevanti. Il tema della pedofilia/pedosessualità deve essere costantemente al centro del dibattito politico. I diritti umani di questa minoranza sessuale stanno diventando sempre più limitati. La lotta politica per l’accettazione e il riconoscimento non finirà mai. La nuova generazione di persone amanti dei pedofili sta solo crescendo”, ha scritto Gieseking.

    Krumme-13 sembra essere stato incoraggiato dal successo di una precedente petizione redatta sempre dal suo fondatore sui “diritti dei bambini”.

    Lo scorso ottobre, il Bundestag ha accettato, infatti, un emendamento presentato da Gieseking per modificare l’articolo 6, paragrafo 2 della Carta Costituzionale ed  affermare che “il benessere del bambino è fondamentale”. Un principio su cui nessuno avrebbe da eccepire se non fosse che lo scopo è sostenere che i bambini dovrebbero essere trattati come “soggetti giuridici” e avere il diritto di avere “voce in capitolo in tutte le questioni riguardanti il ​​loro benessere spirituale, mentale e fisico, nonché il diritto di sviluppare liberamente la loro personalità”.

    Gieseking si è assicurato di sottolineare ai suoi follower sul suo sito web che lo scopo è creare un quadro giuridico per stabilire che la sessualità è un diritto dei bambini. La frase “autodeterminazione sessuale” è inclusa nell’articolo 2 della Costituzione nell’ambito del “libero sviluppo della personalità”.

    “L’autodeterminazione sessuale (anche per i bambini) deriva dal libero sviluppo della personalità nell’articolo 2″, aveva scritto Gieseking nel 2021. Su questo punto sia la petizione che il Bundestag tedesco citano la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia.

    L’emendamento di Krumme-13 è stato sostenuto dai Socialdemocratici, dal Partito Liberale Democratico e dai Verdi.

    Elena Bandiera

    In Germania il Parlamento valuta la richiesta di considerare la pedofilia un’identità di genere

  • Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

    Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

    Quando il sacerdote Abbé Pierre noto per il suo impegno verso i poveri e simbolo di religiosità e sacrificio, viene accusato da ventiquattro donne di aggressioni sessuali, l’intera comunità e le istituzioni coinvolte si trovano a fare i conti con una realtà scioccante. E uno degli aspetti più gravi è che dai documenti sembra la Chiesa fosse a conoscenza di questi episodi.

    Cosa accade quando un prete noto per la sua dedizione ai poveri e agli esclusi, che ha trascorso oltre cinquant’anni aiutando i senzatetto e gli emarginati, che per sedici anni è stato votato «personalità preferita dai francesi» e che è diventato un’icona emblematica di religiosità e sacrificio viene accusato da ventiquattro donne di abusi sessuali dopo la sua morte? L’abbé Pierre, il sacerdote esemplare scomparso nel 2007, all’età di novantaquattro anni, si trova ora al centro di due inchieste che includono testimonianze, dettagli concreti e dichiarazioni di numerose donne.

    Gli indennizzi, le scuse e il cambio di nome della nota Fondation Abbé Pierre, fondata dallo stesso sacerdote, riusciranno a risarcire i dolori, la vergogna e il silenzio accumulati in più di cinquant’anni? L’abbé Pierre, il cui vero nome è Henri Grouès, nato nel 1912 e scomparso nel 2007, ha dedicato tutta la sua vita ad aiutare i poveri, con la missione di garantire a tutti una casa. Nei suoi racconti, descrive come a sedici anni, nel 1928, abbia avuto un «colpo di fulmine per Dio» durante un pellegrinaggio a Roma, e di come poco dopo sia entrato nell’ordine dei francescani. Ordine che però ha lasciato l’ordine l’anno successivo a causa di problemi di salute. In seguito, ha ricoperto i ruoli di cappellano e viceparroco e, nel 1942, è entrato nell’esercito. Durante gli anni della guerra, ha aiutato alcuni ebrei e numerosi perseguitati politici a fuggire dalla Polonia verso la Svizzera. Ed è in questo periodo che ha adottato lo pseudonimo di abbé Pierre.

    Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, Henri Grouès decide di entrare in politica e, eletto deputato, propone una legge per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, ossia il diritto di rifiutare di obbedire a una legge che contrasta con principi e convinzioni personali. Successivamente, abbandona la carriera politica e dedica il resto della sua vita a dare voce ai poveri, ad aiutarli e a utilizzare varie forme di lotta non violenta per attirare l’attenzione sulle cause che intende difendere.

    Nello stesso periodo, l’abbé Pierre fonda Emmaus, inizialmente come una comunità di accoglienza e ritrovo giovanile in una grande casa abbandonata nei pressi di Parigi. Successivamente, Emmaus si trasforma in un’associazione caritatevole dedicata ad accogliere poveri, senzatetto, sfrattati e bisognosi. La notorietà di Emmaus cresce in Francia anche grazie a un appello radiofonico lanciato dallo stesso prete, in cui chiede coperte, tende e cibo per la comunità. Dal 1954, l’abbé Pierre diventa una celebrità, un «Robin Hood» religioso, conosciuto non solo in Francia, ma anche a livello internazionale.

    Nel corso della sua vita, il sacerdote viaggia, organizza raccolte fondi, incontra politici e rappresentanti di tutto il mondo, e porta la sua comunità all’estero, trasformandola in Emmaus International. Nel 1987, Henri Grouès e i suoi collaboratori fondano la Fondation Abbé-Pierre con l’obiettivo di garantire a tutti un alloggio decente e una vita dignitosa, e di combattere contro ogni forma di esclusione. L’organizzazione, molto conosciuta in Francia, si finanzia principalmente attraverso le donazioni dei cittadini.

    Il 22 gennaio 2007, l’abbé Pierre muore a novantaquattro anni a causa di un’infezione polmonare. Nel corso degli anni, diventa un’icona di reverenza nazionale e sacrificio, e dal 1988 viene eletto «personalità preferita dai Francesi» per ben diciassette anni consecutivi. Le sue azioni sociali, le frequenti apparizioni in televisione e nei media, e persino un film dedicatogli dal regista Frédéric Tellier lo consacrano come una figura centrale nella bontà sociale per molti anni.

    Fino al 17 luglio scorso, quando Emmaus International pubblica un rapporto contenente sette testimonianze di aggressioni e abusi sessuali commessi dall’abbé Pierre tra gli anni Cinquanta e il 2005. L’inchiesta, condotta dall’ufficio di esperti Egaé, specializzato in uguaglianza di genere, lotta alla discriminazione e prevenzione delle violenze sessiste e sessuali, è stata richiesta da Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e religiose di Francia, dopo aver raccolto diverse testimonianze nei mesi precedenti.

    «Atti sessuali di penetrazione», «un contatto sessuale con una bambina», una donna «forzata a guardare l’abbé Pierre masturbarsi e performare atti sessuali in un appartamento di Parigi». E ancora un’altra donna, che a metà degli anni Settanta, all’epoca dei fatti aveva nove anni, era stata costretta a baciare il prete e a farsi toccare il seno. Ci sono altre testimonianze, alcune anonime, altre troppo crude per scriverne i dettagli.

    Sia la Fondation Abbé Pierre, sia Emmaus France e Internazionale hanno espresso profondo rammarico per le testimonianze e la gravità dei fatti emersi, sottolineando che l’intera situazione ha sconvolto tutti e tre gli enti. Il 7 settembre 2024, il cabinet Egaé ha pubblicato altre diciassette testimonianze di abusi sessuali perpetrati dal prete, in un rapporto richiesto dalla Fondation Abbé Pierre. Anche in questo caso, le vittime, al momento dei fatti, avevano tra gli otto e i quindici anni. «L’abbé Pierre era un’entità, un’aura. Nessuno mi avrebbe creduto», racconta Pascale durante la trasmissione “A l’air libre”, ricordando il suo primo incontro con il prete all’inizio degli anni Novanta. Lo stesso vale per le decine di testimonianze, molte delle quali rimangono anonime, per la paura di non essere creduti o di veder sminuito il proprio racconto.

    Il problema non riguarda solo il fatto che un’icona di reverenza nazionale, simbolo di sacrificio per il cristianesimo e per il lavoro umanitario, sia diventata un mostro nel giro di due mesi. La questione più grave è che sembra che la Chiesa (non solo quella francese, ma anche il Vaticano a Roma), fosse a conoscenza della situazione già da molto tempo. Alcuni documenti d’archivio rivelano che diversi preti e figure di spicco erano a conoscenza del comportamento anomalo del sacerdote già dagli anni Cinquanta.

    Durante una conferenza stampa al ritorno da un viaggio a Singapore, Papa Francesco ha dichiarato a  Le Monde che i comportamenti del sacerdote erano noti fin dalla sua morte nel 2007. Inoltre, è emerso che diversi abusi sessuali sono avvenuti durante i viaggi dell’abbé in Svizzera, Marocco e Stati Uniti.

    Ma è stato fatto ben poco per rimettere il prete al suo posto: qualche spostamento di diocesi e un anno di ritiro per convalescenza psichiatrica in Svizzera, tra il 1957 e il 1958. Questo anche perché l’abbé aveva già costruito una solida reputazione grazie ai suoi trascorsi di guerra, alla sua elezione a deputato e al suo impegno nell’aiutare ai senzatetto. Il clero non voleva rischiare di perdere l’immagine positiva che il sacerdote conferiva all’istituzione ecclesiastica. Ora, la Conferenza episcopale francese ha annunciato che esaminerà gli archivi e i rapporti, rivedendo tutte le accuse contro l’abbé Pierre, senza attendere i consueti 30 anni dalla morte di una persona.

    Emmaus International, che opera attraverso quattrocentoventicinque filiali in quarantuno paesi del mondo, sta prendendo le distanze dal suo fondatore e voterà nella prossima assemblea generale di dicembre per rimuovere il suo nome dal logo. La Fondation Abbé Pierre, dal canto suo, ha già cambiato nome, come confermato dal suo direttore generale all’inizio di settembre.

    Anche numerosi comuni, come Nantes e Alfortville, stanno valutando se sia opportuno rimuovere il nome Abbé Pierre da vie, piazze e altri luoghi pubblici a lui dedicati. Ma non è eliminando un nome che si cancellano le decine di abusi subiti dalle ventiquattro donne coinvolte. Al momeno, l’attenzione mediatica e sociale è focalizzata sul risarcimento morale ed economico delle vittime di un personaggio che ha avuto un impatto tanto positivo quanto negativo. Finora, la crisi è stata gestita abbastanza bene, ma bisogna mantenere questo slancio per affrontare adeguatamente la situazione.

    Lo strano caso del prete francese in odor di santità accusato di abusi

  • Preti pedofili abbandonati nel Pacifico

    Preti pedofili abbandonati nel Pacifico

    L’eredità degli abusi sessuali da parte del clero cattolico e la tattica di spostare gli abusatori in nuove diocesi senza affrontare il problema sono state ampiamente documentate per decenni. Ma l’ultima storia è vicina a casa: clero cattolico o missionari accusati di abusi sessuali, che sono stati trasferiti nelle isole del Pacifico.

    Alcuni hanno continuato ad abusare di altre vittime.

    Il neozelandese Pete McKenzie è un giornalista freelance che ha raccontato la storia al New York Times e, nell’episodio odierno di The Detail, spiega la tendenza a usare il Pacifico come “discarica” ​​per gli autori di abusi accusati o addirittura condannati.

    I suoi reportage coprono i casi di 34 uomini provenienti da Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Regno Unito. Di questi, 13 erano noti per aver abusato al momento del loro trasferimento, dimostrando ciò che McKenzie dice essere noto come la “cura geografica”, ovvero spostare l’imputato per evitare l’esame.

    “Si tratta di una soluzione temporanea ai problemi che questi uomini devono affrontare in termini di applicazione della legge”, afferma.

    “In Nuova Zelanda, ad esempio, sappiamo che molti sacerdoti sono stati spostati da una comunità all’altra, da una parrocchia all’altra, dopo che sono state sollevate accuse di abusi nei loro confronti.

    “Alcuni di quei sacerdoti che furono dislocati in Nuova Zelanda, negli Stati Uniti, in Australia , furono poi trasferiti all’estero, nelle isole del Pacifico”.

    Il reportage di McKenzie dimostra inoltre che, anche nei casi in cui non ci sono prove di una deliberata insabbiatura, i bambini sono stati messi in pericolo da preti o missionari violenti trasferiti in una regione che, a suo dire, è particolarmente vulnerabile .

    “La natura profondamente religiosa delle isole del Pacifico; il fatto che siano così lontane dalle autorità che potrebbero perseguire questi uomini per essere perseguiti; il fatto che siano così lontane dagli alti preti cattolici che teoricamente avrebbero potuto applicare un certo livello di controllo; il fatto che siano stati spesso trasferiti senza che i funzionari locali fossero informati del loro background, senza che fossero informati delle accuse contro di loro, tutto ciò ha creato il tipo di condizioni perfette per la recidiva, con pochissime protezioni contro ciò che accade.

    “In molti di questi casi non possiamo sapere perché i sacerdoti o i missionari vennero trasferiti, ma sappiamo che vennero trasferiti in un luogo che era il posto perfetto in cui nascondersi”.

    In alcuni casi, ci sono prove evidenti che gli alti preti sapevano che il sacerdote che stavano trasferendo aveva precedenti di abusi.

    “In alcuni casi sappiamo che sono stati spostati deliberatamente per non causare ulteriori problemi”, afferma McKenzie.

    In questo episodio, fa riferimento a un prete australiano di nome Denis McAlinden, che aveva precedenti di abusi su ragazzine .

    “Per risolvere il problema gli comprarono un biglietto aereo per la Papua Nuova Guinea e gli dissero di trasferirsi lì, e di conseguenza trascorse cinque anni in Papua Nuova Guinea.”

    Uno dei documenti letti da McKenize nel corso del suo reportage era un’inchiesta sulle accuse di abusi sessuali nella diocesi cattolica di Maitland-Newcastle (Australia).

    Il rapporto riporta i dettagli di una lettera su McAlinden, inviata da un monsignore a un vicario nel 1976. Il monsignore scrisse:

    “Lentamente, molto lentamente, [McAlinden] ha ammesso alcune indiscrezioni, ma poi ha ammesso che si trattava di una condizione che lo accompagnava da molti anni. Non prova alcuna inclinazione verso le donne mature, ma solo verso le più piccole.”

    McKenzie afferma che le reazioni della chiesa al suo reportage sono state varie: alcuni non hanno risposto, altri si sono rifiutati di commentare, alcuni hanno affermato di non essere responsabili e altri ancora hanno affermato di aver scoperto i presunti abusi solo dopo che gli uomini avevano lasciato il Pacifico.

    Papa Francesco è arrivato ieri a Singapore, ultima tappa del suo tour di 12 giorni attraverso il Sud-Est asiatico e l’Oceania. Si dice che abbia brevemente affrontato il tema degli abusi in un discorso ai funzionari di Dili, Timor Est, dicendo:

    “Non dimentichiamo i tanti bambini e adolescenti la cui dignità è stata violata. Il fenomeno si sta manifestando in tutto il mondo

    “Siamo tutti chiamati a fare tutto il possibile per prevenire ogni tipo di abuso e garantire a tutti i giovani un’infanzia sana e serena”.

    Paedophile priests dumped in the Pacific

  • Il Vaticano sapeva degli abusi sessuali commessi dall’Abbé Pierre

    Il Vaticano sapeva degli abusi sessuali commessi dall’Abbé Pierre

    Sì, il Vaticano sapeva, da anni, della condotta dell’Abbé Pierre, accusato di violenza sessuale da diverse donne (anche minorenni). Lo ha rivelato Papa Francesco, oggi, di ritorno dal suo lungo tour in Asia scrive Le Monde. «Non so quando il Vaticano l’abbia scoperto» le parole di Francesco in risposta a una precisa domanda del quotidiano francese sul volo che, da Singapore, ha riportato il pontefice a Roma. «Non lo so. Non lo so perché non ero qui e non mi è venuto in mente di fare ricerche. Ma certamente, dopo la morte dell’Abbé Pierre, nel 2007, questo è sicuro. Ma prima di allora, non lo so». E ancora: «Gli abusi sessuali su bambini e minori sono un crimine. È una vergogna». La più giovane vittima dell’Abbé Pierre, secondo quanto appreso, aveva all’epoca dei fatti 8 anni.

    Il Papa ha invitato all’apertura sul tema, approvando implicitamente il lavoro investigativo avviato su iniziativa dell’organizzazione Emmaus. Organizzazione all’origine delle rivelazioni sulle aggressioni commesse dal suo fondatore. «Dobbiamo essere chiari su questi fatti, non nasconderli» ha aggiunto Francesco. «Lavorare contro gli abusi è qualcosa che dobbiamo fare tutti. Sono felice quando questi casi vengono alla luce».

    Il Papa si è espresso per la prima volta dopo le testimonianze raccolte da Véronique Magron, presidente della Conférence des religieux et religieuses de France (CORREF) e soprattutto dopo che Emmaus ha commissionato un’indagine alla società indipendente Egaé. I risultati, pubblicati lo scorso 17 luglio, hanno rivelato ripetute violenze sessuali da parte dell’ex esponente della Resistenza, divenuto deputato e difensore dei poveri all’indomani della Seconda guerra mondiale. La maggior parte delle vittime erano dipendenti o volontari di Emmaus. Le vittime hanno riferito di essere state toccate e baciate forzatamente tra il 1970 e il 2005, due anni prima della morte dell’Abbé Pierre all’età di 94 anni. La pubblicazione di questo primo rapporto ha convinto altre vittime a testimoniare. Il 6 settembre, Emmaüs e la Fondation Abbé Pierre hanno pubblicato un nuovo rapporto che rivela episodi sempre più gravi: la vittima più giovane aveva appena 8 anni. È stato denunciato anche un caso di fellatio forzata, considerata uno stupro dalla legge francese.

    Le prime testimonianze risalgono al 1956 e sollevano la questione dell’omertà che regnava intorno all’Abbé Pierre. «I vescovi informati e i responsabili di Emmaus hanno taciuto» hanno scritto al riguardo i quattro ricercatori del gruppo di ricerca socio-storica della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE), in un articolo pubblicato su Le Monde lo scorso 20 luglio, dopo la pubblicazione dell’inchiesta Egaé. «Approfittando dei suoi reali problemi di salute, i vescovi informati gli imposero una cura medica e poi psichiatrica in Svizzera (1957-1958). I sacerdoti devianti sono di solito curati in Francia dal Secours Sacerdotal, quindi il trasferimento suggerisce che il caso è stato preso sul serio», spiegano i ricercatori, che a loro volta hanno ricevuto tre testimonianze «credibili» durante la loro lunga indagine, commissionata dalla Chiesa di Francia.

    Il numero e la posizione nella gerarchia cattolica delle persone che furono informate negli anni Cinquanta dei numerosi «incidenti» causati dal comportamento del sacerdote con diverse donne rendono improbabile che il Vaticano non sia stato informato all’epoca. Nel 1955, i cardinali di Chicago e New York furono informati delle lamentele di due donne che l’Abbé Pierre aveva incontrato durante una visita negli Stati Uniti. La sua visita a New York fu interrotta. Gli fu poi chiesto di lasciare il Québec dopo un altro scandalo a Montréal, «risolto in via extragiudiziale tra la polizia locale e le autorità ecclesiastiche», secondo lo storico e teologo André Paul. La Conferenza episcopale francese, scrive sempre Le Monde, riconosce che «già alla fine degli anni Cinquanta», «le autorità ecclesiastiche francesi» avevano «identificato» un problema di «violazione della castità».

    Il caso dell’Abbé Pierre, in queste settimane, sta scuotendo la Francia poiché parliamo di un personaggio non solo conosciuto, ma anche rispettato e amato per le sue buone azioni all’epoca: era stato votato come «personalità preferita dai francesi» per diciassette volte dopo il lancio dell’apposito sondaggio, nel 1988. Di qui la sorpresa da parte dell’opinione pubblica, che in buona parte sembra non voler accettare i fatti descritti. Il motivo? Sono in netto contrasto con l’operato dell’uomo. «Lei ha toccato un punto molto doloroso, molto delicato: persone che fanno del bene e che poi si scoprono gravi peccatori» ha risposto a tal proposito Papa Francesco all’inviato del quotidiano francese. «Non dobbiamo dire copriamolo, copriamolo perché non si veda. I peccati pubblici sono pubblici. E devono essere condannati. Per esempio, l’Abbé Pierre è un uomo che ha fatto tanto bene, ma è anche un peccatore». Riferendosi ad altri tipi di abuso, «sociale, educativo, che cambia la mentalità delle persone», Francesco ha spiegato: «L’abuso, ai miei occhi, è una cosa demoniaca. Perché qualsiasi tipo di abuso distrugge la dignità di una persona. Qualsiasi tipo di abuso cerca di distruggere ciò che tutti noi siamo: l’immagine di Dio».

    In Francia, dopo anni di silenzio, l’atteggiamento della Chiesa è cambiato nel 2018, con l’accumularsi degli scandali legati agli abusi. La Conferenza episcopale francese, concretamente, ha istituito il citato CIASE per indagare sulla violenza sessuale contro i minori e le persone vulnerabili. Sulla base di 1.627 testimonianze dettagliate e di una vasta indagine sulla popolazione generale, ha concluso che si tratta di un fenomeno «massiccio» e «sistemico».

    https://www.cdt.ch/news/mondo/il-vaticano-sapeva-degli-abusi-sessuali-commessi-dallabbe-pierre-363273

  • TIVOLI – Mirko Campoli, altri sei anni e 10 mesi di carcere per l’orco dell’Azione Cattolica

    TIVOLI – Mirko Campoli, altri sei anni e 10 mesi di carcere per l’orco dell’Azione Cattolica

    Sei anni e 10 mesi di reclusione per aver abusato di un altro minore.

    È la sentenza emessa oggi, mercoledì 11 settembre, dal Tribunale di Tivoli nei confronti di Mirko Campoli, 47enne di Villa Adriana, ex prof di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Enrico Fermi” di Tivoli, segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente dell’Azione cattolica della Diocesi di Tivoli, già condannato lo scorso 7 marzo a 9 anni di reclusione per violenza sessuale su due ragazzini di 13 e 16 anni, oggi rispettivamente di 20 e 23 anni.

    Nel processo celebrato oggi davanti al Giudice per l’udienza preliminare Sabina Lencioni, secondo la formula del rito abbreviato, Mirko Campoli è stato riconosciuto colpevole di violenze sessuali sul fratellino del 20enne, figlio di amici di famiglia.

    L’ex insegnante, invece, è stato prosciolto da una seconda accusa di abusi nei confronti di un bambino di 10 ospite di una casa famiglia a Boccea dove l’ex Presidente dell’Azione Cattolica lavorava.

    Secondo la ricostruzione degli investigatori del Pool antiviolenza del commissariato di Tivoli coordinati dal sostituto commissario Davide Sinibaldi e diretti dal sostituto procuratore Arianna Armanini, l’ex insegnante avrebbe approfittato del ragazzino mentre era a letto e dormiva per oltre tre anni dal 2018 a marzo 2020.

    Nel processo di oggi si sono costituiti parte civile, attraverso l’Avvocato Michele De Stefano, l’Associazione “No Child abuse Aps” fondata a Tivoli dai genitori delle prime due vittime, Matteo e Edoardo, oltre al Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Regione Lazio rappresentato dall’Avvocato Pasquale lattari, e l’Avvocato Mario Caligiuri per “Rete l’abuso”, associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero.

    L’Avvocato Michele de Stefano, difensore delle due vittime nel primo processo, e di Alessandro nel secondo, ha ritenuto doveroso dichiarare che, nonostante la consapevolezza che nessuna condanna e nessun risarcimento potranno mai ripagare il dolore subito, quello raggiunto oggi è un verdetto di cui ritenersi assolutamente soddisfatto.

    “Ritengo inoltre importante sottolineare la partecipazione dell’Associazione “No Child Abuse Aps” che, ovunque ne sarà legittimata, si costituirà parte civile a fianco delle vittime di reati di pedofilia”, afferma l’Avvocato De Stefano.

    Anche l’Associazione “No Child Abuse Aps”, attraverso un comunicato stampa sulla propria pagina ufficiale, ha evidenziato l’importanza del risultato raggiunto oggi.
    “No Child Abuse Aps – si legge – esprime un profondo ringraziamento a tutti gli Organi Giudiziari che hanno portato alla sentenza di condanna a 6 anni e 10 mesi di reclusione nel secondo filone del processo a Mirko Campoli. Certi che questo sia solo l’inizio di un percorso che ci porterà ad essere sempre in prima linea nella lotta contro la Pedofilia, la pedopornografia e ogni altra forma di violenza”.

    La condanna di oggi, sommata a quella del primo processo, vede un resoconto finale di oltre 15 anni di reclusione in carcere per Mirko Campoli.

    Claudia Santolamazza

    TIVOLI – Mirko Campoli, altri sei anni e 10 mesi di carcere per l’orco dell’Azione Cattolica

  • «Sono 1.200 i preti pedofili»: il report sulle violenze nascoste nella chiesa

    «Sono 1.200 i preti pedofili»: il report sulle violenze nascoste nella chiesa

    Francesco Peloso DOMANI – Il sistema di protezione dei minori dagli abusi sessuali in Italia è particolarmente fragile. Le leggi sulla carta in parte ci sono, ma certo la volontà di fare sul serio fino a ora non è emersa.
    Secondo uno studio di Rete l’abuso che verrà presentato oggi, dal 2000 ad oggi si contano circa 1.200 preti che sono stati coinvolti in molestie sessuali sui minori, ma è un dato ottimistico. Il problema è che finora non è mai stata condotta un’indagine nazionale con criteri scientifici e statistici adeguati tale per disegnare un quadro generale su una tematica che, per sua stessa natura, tende a rimanere sommersa.
    Si pensi solo a quanto è difficile per un minore, bambino o ragazzo, denunciare un abuso subito o semplicemente parlarne con qualcuno. Per questo la conoscenza della realtà è fondamentale, anche per capire la reale entità dei reati commessi.
    È questo uno dei punti, fra gli altri, sui quali batte da tempo l’associazione Rete l’abuso, impegnata da anni nella denuncia dei reati di abuso commessi dai preti e nella messa a punto di una aggiornata banca dati degli abusatori e delle vittime dei pedofili in ambito ecclesiale. Ora, però, l’associazione guidata da Francesco Zanardi ha deciso di andare oltre e ha lavorato a un “report” che affronta il tema non limitandosi allo scandalo nella chiesa.

    Numeri da rivedere
    La vulgata vuole che la maggior parte degli abusi avvenga in famiglia, ma mancano i numeri per un raffronto reale con quanto avviene nelle scuole, nelle associazioni sportive e ricreative, nelle parrocchie. Certo, in Italia è stato istituito dal 2006 (anche se la legge cui fa riferimento è del 1998) un Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile.
    Attualmente si trova sotto il ministero delle Politiche per la famiglia e, ciclicamente, viene ricostituito nella sua composizione. L’ultima a farlo è stata la ministra Eugenia Roccella nel giugno scorso. Ma, guardando da vicino la storia quasi ventennale di questo organismo, si ha l’impressione di una struttura che vive soprattutto sulla carta.
    Fra i compiti dell’Osservatorio c’è anche quello di redigere una relazione annuale sul fenomeno pedofilia nel suo complesso e presentarla al parlamento. Nella relazione del 2021 i dati raccolti si basano essenzialmente sulle denunce arrivate alle forze di sicurezza, cioè la punta dell’iceberg del problema. Ma, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità risalenti a qualche anno fa, in Europa, il 9,6 per cento dei bambini subisce abusi sessuali. Cioè circa 18 milioni di minori.

    L’Italia e la chiesa
    C’è comunque, in questa storia, un punto di svolta. Nel 2019 il comitato delle Nazioni unite per i diritti dell’infanzia ha pubblicato le sue raccomandazioni all’Italia dopo aver svolto una serie di audizioni con istituzioni e realtà associative, fra le quali Rete l’abuso.
    Fra le varie indicazioni ve n’era una assai significativa, con la quale si chiedeva al nostro paese di «modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della chiesa cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione».
    L’Italia, pur avendo recepito la Convenzione per la protezione dei minori nel 2012, aveva poi “aggiustato” la legge nel 2014, escludendo il volontariato e la chiesa dall’obbligo di presentare il certificato antipedofilia per chi lavorava a stretto contatto con i minori. La norma restava in vigore solo per chi era dipendente in senso formale.
    Ancora, il comitato dell’Onu indicava la necessità di «istituire una Commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della chiesa cattolica». Raccomandazione che conserva la sua validità e che potrebbe essere estesa al fenomeno nel suo complesso.

    D’altro canto, il comitato rilevava come, a fronte di «numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della chiesa cattolica nel territorio dello stato membro», fosse particolarmente «basso il numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana».
    Ancora, si chiedeva di rendere obbligatoria per tutti la denuncia «di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti», superando il limite imposto dalla legge attuale che prevede l’obbligo solo per un pubblico ufficiale. Ma, se certamente la chiesa, con le sue omissioni, resta il grande convitato di pietra istituzionale di questa vicenda, è evidente che il problema ha una consistenza assai più ampia e, semmai, quanto avviene in rapporto alla chiesa, è la spia di un modo di agire più generale che investe la società italiana nel suo complesso.
    Ne è riprova la clamorosa protesta messa in scena dai fedeli di Enna, in Sicilia, presso due chiese: la parrocchia di San Giuseppe e il santuario di Valverde, dove, lo scorso 23 agosto, officiavano prelati coinvolti nella vicenda di don Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 4 anni e mezzo di carcere per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Una protesta silenziosa si è svolta anche davanti alla cattedrale di Piazza Armerina, la diocesi guidata da don Rosario Gisana che sarebbe stato a conoscenza degli abusi di don Rugolo e lo avrebbe coperto. Intanto ieri il papa ha allontanato, in Germania, il vescovo ausiliare della diocesi di Hildesheim, Heinz-Günter Bongartz, 69 anni. Era accusato da un parroco di aver coperto gli abusi su minori da parte di un sacerdote.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/chiesa-italiana-abusi-sessuali-pedofilia-report-rete-abuso-violenze-nascoste-v7zsbnlw

  • Rete l’Abuso, per lotta alla pedofilia troppi vuoti legislativi

    Rete l’Abuso, per lotta alla pedofilia troppi vuoti legislativi

    (ANSA) – ROMA, 12 SET – La lotta alla pedofilia in Italia èdifficile a causa delle “inerzie dei governi che si sonosusseguiti, più volte richiamati dagli organi sovranazionali. Adoggi sono ancora inadempienti di fronte alle raccomandazioni”.

    E’ quanto afferma la Rete L’Abuso che oggi in una conferenzaonline ha fatto il punto della situazione. “Paradossalmente ildato meno inquietante che emerge dal report, sono le migliaia divittime prodotte ogni anno nel paese. Più preoccupante invecequella ‘free zone’ prodotta da vuoti legislativi, tanto evidentiche non esiste possibilità di ragionevole dubbio; lo Stato perinerzia è il diretto responsabile”, denuncia l’associazione chequesta volta mette sotto la lente non solo il clero masoprattutto l’ampio mondo del volontariato e delle associazionisportive, che hanno un contatto diretto con migliaia di bambini.

    “I report governativi ogni anno restituiscono dati come ilnumero di vittime, spesso preso dai report della Polizia diStato (le sole denunce quindi, a vedere pure poche) chetuttavia, se pur a nostro avviso risulti sottostimato nelpanorama europeo, restituisce diverse migliaia di vittime afronte delle quali però, non si legge sulla cronaca di indaginio di arresti. La domanda ovvia – si chiede l’associazione – chesorge è: dove sono i pedofili che le hanno prodotte? Un reportprodotto in mesi di lavoro analizzando i dati a nostradisposizione che disegnano un quadro davvero inquietante.

    Questavolta non sul clero – si sottolinea – ma il quadro generaledell’Italia, paese che si può tranquillamente definire il terzomondo europeo in materia di tutela di minori e personevulnerabili”. (ANSA).2024-09-12 13:25RTU

  • LIVE CONFERENZA STAMPA  – Report REGIONALI sugli abusi sessuali su minori. L’enorme potenziale dell’Italia

    LIVE CONFERENZA STAMPA – Report REGIONALI sugli abusi sessuali su minori. L’enorme potenziale dell’Italia

    L’Osservatorio della Rete L’ABUSO scoperchia il vaso di Pandora italiano sugli abusi a danno di minori e persone vulnerabili, le inerzie dei Governi susseguiti e più volte richiamati dagli organi sovranazionali, ad oggi ancora inadempienti di fronte alle raccomandazioni.

    Paradossalmente il dato meno inquietante che emerge dal report, sono le migliaia di vittime prodotte ogni anno nel paese. Più preoccupante invece quella “FREE ZONE” prodotta da vuoti legislativi, tanto evidenti che non esiste possibilità di ragionevole dubbio; lo Stato per inerzia è il diretto responsabile.

    I report governativi ogni anno restituiscono dati come il numero di vittime, spesso preso dai report della Polizia di Stato (le sole denunce quindi, a vedere pure poche) che tuttavia, se pur a nostro avviso risulti sottostimato nel panorama europeo, restituisce diverse migliaia di vittime a fronte delle quali però, non si legge sulla cronaca di indagini o di arresti.

    La domanda ovvia che sorge è; dove sono i pedofili che le hanno prodotte?

    Un report prodotto in mesi di lavoro analizzando i dati a nostra disposizione che disegnano un quadro davvero inquietante. Questa volta non sul clero ma il quadro generale dell’Italia, paese che si può tranquillamente definire il terzo mondo europeo in materia di tutela di minori e persone vulnerabili.

    Lo illustreremo nella presentazione del Report giovedì 12 settembre, ore 10 e ne discuteremo con i tecnici ed alcuni Garanti regionali.

    Potete seguirci a partire dalle ore 10 su tutti i social della Rete L’ABUSO o direttamente dal nostro sito web.

    Per accrediti – SOLO GIORNALISTI; accrediti@retelabuso.org

    Interverranno:

    Francesco Zanardi – Presidente Rete L’ABUSO

    Federico Tulli – Giornalista e autore

    Mario Caligiuri – Avvocato e coordinatore legale della Rete L’ABUSO, supervisore dell’Osservatorio permanente

    Monica Sansoni – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza del Lazio

    Carla Pugligheddu – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Sardegna

    Fabio Biasi – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Provincia autonoma di Trento e la consulente dott.sa. Manuela Paganini

    Guia Tanda – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Liguria

    Giovanni Galano – Garante dell’infanzia e dell’adolescenza della Campania e la dott.sa Antonella D’Andrea

    Ludovica Eugenio – Coordinamento Italy Church Too

    Giorgio Barone – CBI – Pres. Commissione Medica e Antidoping – PCSOS Project Mgr. – Protezione dei Bambini nello Sport – Compliance Lead Auditor FMSI / CONI-NADO / IAAF

    Luca Battaglieri – Avvocato che collabora con Rete L’ABUSO e in ambito sportivo

    Giorgio Toselli – Presidente “No Child Abuse”, padre di due sopravvissuti, Maurizio Gualerni vice Presidente “No Child Abuse”

    Dante Ghezzi – psicologo, psicoterapeuta, supervisore Emdr, membro dell’équipe Tiama e membro del coordinamento italiano CISMAI