Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • IL VANGELO SECONDO ANDREA FILLORAMO: la pedofilia e gli abusi sessuali

    IL VANGELO SECONDO ANDREA FILLORAMO: la pedofilia e gli abusi sessuali

    di ANDREA FILLORAMO

    Rispondo a un’email di un prete, che mi suggerisce di non rivelare il suo nome, in cui fra l’altro mi dice, riferendosi al mio ultimo articolo su IMG PRESS del 6 giugno u.s: “sono pochi i casi di preti pedofili che… La responsabilità non è della Chiesa…”.

    Sono passati 17 anni – eravamo l’8 luglio 2004 – da quando si leggeva in “La Repubblica: “Il macigno che il Vangelo promise al collo di coloro che danno scandalo, trascina la prima diocesi cattolica americana nella Geenna della bancarotta finanziaria. Il vescovo di Portland, la grande città dell’Oregon, è il primo ad arrendersi, e non sarà l’ultimo, travolto dalle richieste di risarcimenti dalle vittime vere o presunte di molestie e di abusi sessuali che le casse delle diocesi non possono più tacitare. Dichiara bancarotta, lasciando il diritto canonico per cercare rifugio sotto la protezione del codice civile. E c’ era quasi un’eco tristissima e forse inconscia dello smarrimento e dello sconforto di Gesù sulla croce, quando John Vlasick, il vescovo in fallimento, ha detto in pubblico allargando le braccia: «Le compagnie di assicurazione ci hanno abbandonato, tutti ci hanno abbandonato». Ci sono sessanta cause pendenti contro il clero della diocesi di Portland, e 155 milioni di dollari di danni pendenti, mentre i bussolotti della questua si inaridiscono, in una regione, l’Oregon, che per la Chiesa di Roma è frontiera, non certo paragonabile alle cattolicissime Boston, Tucson in Arizona o Los Angeles, dove pure le casse di monsignore sono esauste”. 

    Da allora, in tutto il mondo, si è scatenata la caccia al prete pedofilo, i cui risultati ormai sono noti a tutti. Non sappiamo quanti sono i preti che si sono macchiati di pedofilia, conosciamo soltanto qualche dato approssimativo, come quello che ci ha rivelato il Vaticano davanti al 52esimo Comitato Onu contro la tortura.

    Secondo il Vaticano tra il 2004 e il 2013 il totale di preti pedofili sarebbe di 4000 membri del clero; alcuni di essi sono stati ridotti dalla Chiesa allo stato laicale, ad altri sono state applicate misure disciplinari; ma facilmente si capisce che tale numero è sicuramente diventato molto più esteso dal 2013 ad oggi.

    Diciamolo chiaramente: il fenomeno della pedofilia dei preti, dei vescovi e anche dei cardinali e degli abusi sessuali – l’ho più volte scritto –   è così esteso che lascia senza parole quei preti che affannosamente si sforzano di dimostrare senza, però, riuscire, che la castità è una virtù praticata dalla maggioranza degli uomini di Chiesa e che, quindi, la pedofilia deve essere considerata una patologia , che può colpire e colpisce inaspettatamente anche i sacerdoti, che, perciò, debbono essere solo opportunamente curati.

    Ribadisco ancora con piena convinzione: la pedofilia e gli abusi sessuali di cui si macchiano molti preti sono le immancabili conseguenze di un’errata dottrina della sessualità praticata da secoli dalla Chiesa, imposta e inculcata ai suoi ministri, fin dagli anni giovanili del seminario, che nella sessualità ancora individua il “remedium concupiscentiae”, che,  prima del Concilio Vaticano Secondo, era inteso come una sorta di “legittimazione” della sessualità disordinata, da esercitare, quindi, solo nell’ambito matrimoniale, al quale per legge ecclesiastica i preti, però, non possono accedere,  

    La sessualità per la Chiesa è stata sempre vista quasi come un mostro che morde le nostre carni, una serpe-immagine di Satana, che ci minaccia.

    Non dimentichiamo che con la trinomia: sesso-serpe-Satana si ripete sempre  l’identificazione del serpente con Satana, implicita nella Apocalisse di Giovanni e in Genesi, dove il Serpente è rappresentato come creatura infida e ingannatrice, che subdolamente consiglia ciò che Dio ha direttamente proibito (Genesi 3,4-5.3,22)

    Se è ancora così come per molti preti formati in quei seminari anni fa e ancora in esercizio, non so se ha ragione don Mazzi quando dice: “le rispo­ste della Chiesa in merito ai casi di pedofilia che sono emersi in questi ultimi tempi non mi hanno convinto. Andrebbero aboliti i seminari. L’errore inizia da lì. Il seminario (…) è un luogo che castra, non è un luogo naturale”.

    Esprimo in piena libertà il mio pensiero: credo che siano, oggi, pochi i preti convinti con la Chiesa che la castità sia come si vuol far credere e come leggo in un foglio cattolico: “l’affermazione gioiosa di chi sa vivere il dono di sé, libero da ogni schiavitù egoistica, che rende armonica la personalità, la fa maturare e la riempie di pace interiore; che rende capaci di rispettare gli altri, perché fa vedere in essi persone da venerare in quanto create a immagine di Dio e per la grazia figli di Dio, ricreate da Cristo che «vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce ammirabile” (1 Pt 2,9)»”.

    Penso che pochi preti pensino – come affermano – che la castità sia un’energia spirituale che sa difendere l’amore dai pericoli dell’egoismo e dell’aggressività e sa promuoverlo verso la sua piena realizzazione.

    È importate, a mio parere, affermare che il riconoscimento alla estrinsecazione della dimensione “sessuale”, razionalmente guidata, sia anche per i preti, un “diritto” assoluto, intangibile ed illimitato, la cui negazione non può essere imposta per legge, per prassi, per tradizione, per promessa o anche per voto che impegna per tutta una vita.

    Si tenga conto che la sessualità, dono di Dio, è un ciclo organico, un impulso fisiologicamente insopprimibile, un bisogno di vita, un elemento costitutivo della struttura esistenziale dell’uomo, espressione personale, comunicazione; essa rappresenta una dimensione naturale, di scambio: negarla equivale a negare la persona.

    La castità, oltretutto, se inculcata per mezzo della persuasione o facendo ricorso a un’insistente opera di convincimento durante uno stato di vita ancora giovanile, com’è quello del periodo della formazione seminaristica, è una violenza veramente inaccettabile.

    Chi rinuncia – e può farlo solo liberamente – deve sapere che, nel deserto della comunicazione emotiva, in cui si può trovare a vivere, possono esserci distorsioni, aggressività, dolore, abiezioni, solitudini, patologie. Le pulsioni primarie, infatti, legate alla libido, costituiscono momenti fondamentali della realtà biopsichica di ognuno: la loro negazione o frustrazione può condurre a forme di sessualità deviata, ad alterazioni anche patologiche. La sessualità inibita può persino arrivare ad erotizzare l’intera vita, diventando una vera e propria ossessione, esasperata da fantasie che alla lunga possono divenire quasi maniacali. Il soggetto, infatti, rischia di ritrovarsi “simbolicamente castrato dal suo celibato”, da una castità coatta che lo può portare a percepirsi come un essere asessuato.

    Per reagire all’astinenza forzata può finire così per ritagliarsi un proprio mondo sessuale, connotata da innaturalità, oltreché da degrado ed avvilimento personale, giungendo anche alla pedofilia, il cui accesso è facilitato dall’innocenza della giovane età della vittima.

    La natura con la sua intrinseca, inarrestabile potenza, dopo essere stata imprigionata, umiliata, ridotta a monologhi solitari, lavora, infatti, contro la volontà, disintegrando e neutralizzando le diverse barriere ed ambientando la sessualità sul terreno che è costretta a vivere.

    Concludendo: la rinuncia forzata alla sessualità è una realtà, con i suoi effetti degenerativi che iniziano con inquietudine e frustrazione, passano per la deviazione, con il rischio assai probabile di cristallizzarsi nella violenza, o nella malattia fisica o psichica, nelle perversioni.

    IL VANGELO SECONDO ANDREA FILLORAMO: la pedofilia e gli abusi sessuali

  • Siamo dalla parte di Giada, senza se e senza ma

    Siamo dalla parte di Giada, senza se e senza ma

    Di Fabrizio Ortis 👇 – Sul caso di Giada Vitale, giovane molisana abusata dal parroco di Portocannone dai 13 fino ai 17 anni di età, ho presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia, Marta Cartabia.
    La vittima non fu mai sottoposta né a una perizia né a un incidente probatorio. Ma dopo la riapertura delle indagini nel 2018, emersero elementi di grande rilievo sotto il profilo probatorio. Il 29 marzo scorso è stata e presentata un’ulteriore richiesta di riapertura delle indagini; nella quale non solo era condannato il parroco per i fatti avvenuti fino ai quattordici anni d’età della vittima, ma criticata altresì la decisione della Procura della Repubblica di Larino di non aver approfondito i fatti inerenti agli abusi avvenuti successivamente.
    Pensare che una ragazzina di tredici e poi quattordici anni possa avere una relazione con un uomo di 55 è un oltraggio al diritto, alla psicologia e soprattutto all’infanzia. Una posizione che può far pensare ai pedofili sia lecito manipolare e poi abusare una vittima. Il disinteressamento della Procura si è palesato inoltre anche quando la Vitale, dopo aver denunciato don Marino, è stata vittima di bullismo e diffamazione. La ragazza ha sporto più volte querela, ma le sue denunce sono state sistematicamente ignorate.
    Alla luce di una vicenda divenuta un caso di cronaca nazionale, chiedo al Governo di estendere alla magistratura e ai pubblici ministeri i corsi di formazione già previsti per il personale della polizia di Stato, dell’Arma dei carabinieri e della polizia penitenziaria dalla legge conosciuta come #CodiceRosso.
    Infine il ministro Cartabia dovrà chiarire se si intenda o meno potenziare gli organici dei tribunali periferici, inadeguati alla mole di lavoro loro richiesta che da troppo tempo sta affossando la nostra regione.
  • Da Berlino al Vaticano. Cosa succede dopo la scossa di Marx

    Da Berlino al Vaticano. Cosa succede dopo la scossa di Marx

    Di Riccardo Cristiano

    C’è ancora qualcuno che ama la Chiesa e può contribuire a cambiarne il cammino. È il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga. La lettera con cui  ha chiesto a Francesco di accogliere le sue dimissioni dalla guida di quell’importantissima diocesi, è molto importante oltre che toccante. Bisogna dunque partire dalle sue parole, o almeno dai punti decisivi che contiene, per capire il senso della missiva e soprattutto le sue possibili conseguenze.

    Il cardinale Marx parte dal disastro degli abusi sessuali: “Per me si tratta di assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni. Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale che errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico”.

    Le polemiche e discussioni più recenti hanno dimostrato che alcuni rappresentanti della Chiesa  non vogliono accettare questa corresponsabilità e pertanto anche la co-colpa dell’Istituzione. Di conseguenza rifiutano qualsiasi tipo di riforma e innovazione per quanto riguarda la crisi legata all’abuso sessuale. Io la vedo decisamente in modo diverso.”

    Per fronteggiare un simile fallimento vede la necessità di un sinodo, che non sembra proprio analogo a quello in corso, visto che non si legge di rilevanti autocritiche da parte delle attuali gerarchie. Ecco come lo dice: “Non è possibile relegare le rimostranze semplicemente al passato e ai funzionari di allora e in tal modo “seppellirle”.

    Personalmente avverto la mia colpa e la corresponsabilità anche attraverso il silenzio, le omissioni e al troppo peso dato al prestigio dell’Istituzione […] La trascuratezza e il disinteresse per le vittime è stata certamente la nostra più grande colpa in passato. A seguito del progetto scientifico (studio MHG) sull’abuso sessuale sui minori commissionato dalla Conferenza Episcopale Tedesca nel duomo di Monaco ho affermato che abbiamo fallito, ma chi è questo “noi”? Certamente vi faccio parte anch’io. E questo significa che devo trarre delle conseguenze personali”.

    Questo è l’approccio che molte vittime avrebbero voluto, in tutto il mondo. È prevalso invece uno stile diverso, attento alla “gloria dell’Istituzione”. L’approccio sinodale di cui parla il cardinale Marx rende le vittime degli abusi parti concrete della Chiesa. Questo  nodo è emerso chiaramente nella polemica di tempo fa tra l’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e una componente della commissione pontificia per la tutela dell’infanzia che chiedeva alla Congregazione di ascoltare anche le vittime.

    Le fu risposto, ineccepibilmente, che i processi canonici della Congregazione riguardano i sacerdoti coinvolti, delle vittime dovrebbero occuparsi le diocesi. È così. Ma può funzionare davanti a un’emergenza del genere? Rendere la Chiesa di tutto il Popolo di Dio comporta che gli abusi sono stati commessi sulla carne della Chiesa… L’Istituzione ferita comprende i feriti. Quelle ferite sono ferite che fanno sanguinare la sua carne. In una lettera al popolo di Dio che vive in Cile, dopo aver convocato tutti i vescovi cileni proprio per lo scandalo degli abusi, Francesco disse che gli unti del Signore sono tutti i battezzati. E chiunque abbia partecipato a un battesimo lo sa che è così.

    La questione posta dal cardinale Marx non riguarda solo la Germania. Lo scandalo, esploso anni fa negli Stati Uniti, riguarda anche gli Stati Uniti, dove i tetragoni depositari dell’ortodossia vorrebbero negare la comunione al secondo Presidente cattolico della storia americana, Joe Biden, perché pur essendo personalmente contrario all’aborto ha votato la legge che consente la scelta, ma poco hanno fatto  per curare la ferita degli abusi. Quegli abusi non hanno danneggiato la fede più degli orientamenti di Biden?

    Nel caso Mc Carrick, il cardinale rimosso dal sacro collegio e poi dallo stato clericale da Francesco, sono emerse tendenze a  delegittimare il Papa per legittimare se stessi. Il cambio di paradigma non riguarda, ovviamente, soltanto tedeschi e americani, riguarda tantissime Chiese particolari. Ma Germania e Stati Uniti sono i due pomi dell’oggi. La gerarchia tedesca, che cerca di recuperare il terreno perduto andando molto avanti su temi forti come il celibato e il sacerdozio femminile, cosa dirà sugli abusi? E quei vescovi americani pronti a un tutto nuovo “assalto” alla Casa Bianca non percepiranno che l’asticella si alza per tutti? Si può chiedere senza chiedersi?

    La lettera del cardinale Marx è stata pubblicata integralmente sul sito della diocesi di Monaco, con il benestare di Francesco. Se lui accetterà o meno le dimissioni nessuno lo sa, ma quello che è chiaro è che da oggi più che di scisma di tedesco si comincerà a parlare dei veri problemi della Chiesa in Germania, e allora anche quelli che esistono altrove potrebbero trovare una diversa rappresentazione. Forse la scelta di fare della Chiesa un partito sarà salda in alcuni: ma in quanti?

    Da Colonia sembra cominciata una stagione nuova, quella che potrebbe dimostrare cosa sia davvero una “Chiesa sinodale”, non clericale. Potrebbe non essere così, ma difficilmente il coraggio  del cardinale Marx potrà rimanere nei confini diocesani.

    Da Berlino al Vaticano. Cosa succede dopo la scossa di Marx

  • Ipocrisia vaticana. Francesco inserisce la “pedofilia” nel Diritto Canonico, Bergoglio nasconde i pedofili

    Ipocrisia vaticana. Francesco inserisce la “pedofilia” nel Diritto Canonico, Bergoglio nasconde i pedofili

    Con la Costituzione apostolica Pascite Gregem Dei (Pasci il gregge di Dio), papa Francesco martedì ha dato un duro colpo alla sua presunta “lotta contro la pedofilia” nel clero, incorporando l’abuso sessuale di minori e il possesso di materiale pedopornografico come “reati contro la vita, la dignità e la libertà dell’uomo”.

    Oltre a sacerdoti, vescovi e cardinali, saranno colpiti dalla punizione i laici (cattolici senza tonaca) che occupano funzioni all’interno delle varie istituzioni della Chiesa.

    L’ipocrisia del Vaticano non ha limiti. La nuova incorporazione nel Diritto Canonico, “canone 1398” prevede che “il sacerdote, vescovo o cardinale che abbia commesso «un delitto contro il sesto comandamento del Decalogo con un minore o con persona abitualmente dotata di un uso imperfetto della ragione o alla quale la legge riconosce uguale tutela”.

    Ma il sesto comandamento è quello che dice “non commettere adulterio”. E per la Chiesa adulterio è sinonimo di “impurità sessuale”, non di aggressioni all’integrità fisica, psicologica e sessuale di persone indifese. È legato a quando un uomo sposato o una donna sposata ha rapporti con un’altra persona, qualcosa che “contamina” il proprio corpo e non che annienta l’integrità degli altri.

    È molto dimostrativo che proprio ora la Chiesa contenga nel suo “diritto interno” la punizione di chi “arruola o induce un minorenne, o una persona che ha abitualmente un uso imperfetto della ragione, o alla quale la legge riconosce uguale tutela, per questo è esposto in modo pornografico o partecipa a mostre pornografiche, sia reali che simulate”. Fino ad oggi gli abusi sessuali commessi da rappresentanti della Chiesa erano inquadrati nel diritto canonico come “reati contro obblighi speciali”.

    Quasi come una confessione di parte, Francesco inquadra le riforme canoniche “nel contesto di un rapido cambiamento sociale”. Secondo la sua visione, «non stiamo solo vivendo un tempo di cambiamento, ma un cambiamento di tempo» e, «per rispondere adeguatamente alle esigenze della Chiesa in tutto il mondo, era evidente anche la necessità di rivedere la disciplina penale. ” Chiaramente il papa non è commosso dalla valanga di denunce in tutto il mondo che, da anni, affligge l’istituzione da lui guidata. Si tratta solo di “accomodarsi” ai “cambiamenti sociali” per cercare di non continuare a perdere prestigio e la loro presunta “autorità morale”.

    Secondo il portavoce pontificio Matteo Bruni, queste modifiche al diritto canonico hanno richiesto “dodici anni di lavoro” da parte dei gerarchi della Chiesa e le modifiche presentate entreranno in vigore solo a partire dall’8 dicembre. Non solo si sono presi il tempo per “pensarci” ma l’hanno annunciato sei mesi prima che entrasse in vigore.

    Fai quello che dico, ma non quello che faccio

    Se la riforma canonica ha “poco sapore” per migliaia di vittime nel mondo che per anni sono state messe a tacere, disprezzate e persino criminalizzate dal Vaticano per aver deciso di denunciare pubblicamente gli abusi e le altre torture commesse da uomini in tonaca per decenni (se non secoli), è ancora più provocatorio che la persona che guida la riforma sia un insabbiamento provato per gli abusatori sessuali, sia nel suo paese che altrove

    Jorge Bergoglio non è ricordato in Argentina solo per “bancario” fino ad oggi (spiritualmente e materialmente) Julio César Grassi, protagonista del primo caso di abuso ecclesiastico di risonanza locale da parte di una figura riconosciuta della Chiesa, ma lui stesso è stato denunciato penalmente per coprendo vescovi e sacerdoti a Salta .

    Sebbene in termini legali ci sia una sola denuncia nel potere giudiziario argentino contro Francisco, il suo insabbiamento sistematico di preti e suore protagonisti di vari crimini sessuali è dimostrato in innumerevoli casi. Vale la pena ricordare che è stato a capo della Chiesa in Argentina per un decennio e mezzo e quando è stato nominato papa ha terminato di suggellare il patto di impunità con tutte le diocesi del Paese.

    Gustavo Zanchetta , José Decuyper, Nicola Corradi e Horacio Corbacho del Provolo , Raúl Sidders , Eduardo Lorenzo , Marcelino Moya , Emilio Lamas , Justo José Ilarraz , Tulio Mattiussi , Héctor Ricardo Giménez sono solo alcuni dei nomi di vescovi e sacerdoti denunciati penalmente in Argentina , alcuni già condannati, dove il ruolo di Bergoglio e della sua coorte ha compiuto strenui sforzi per raggiungere l’impunità.

    A livello internazionale, un esempio paradigmatico è quello dell’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick , protagonista di uno dei più grandi scandali di abusi sessuali nella Chiesa americana, bandito dal papa fino a quando non poté più sostenerlo a causa della stessa imposizione del fatti riportati dalle vittime.

    Si può citare anche il caso del cardinale George Pell , braccio destro del papa, condannato in Australia per abusi su due minorenni e ricoperto fino all’ultimo dall’incarico di “ministro dell’economia” vaticano dal monarca di Roma.

    Molti di questi casi sono stati riflessi e contestualizzati da La Izquierda Diario nel documentario You will not abuse. Il comandamento negato nella chiesa di Francesco , pubblicato nel 2017. Lì, oltre alle storie personali riflesse, include un’analisi della struttura sistemica progettata dal Vaticano e perfezionata nei decenni per garantire l’impunità per i crimini sessuali e contro l’integrità. del popolo da preti, vescovi e cardinali.

    Un sistema che non cambierà sostanzialmente con alcune riforme cosmetiche al diritto canonico, come quelle annunciate questo martedì con gli alleluia. Questo diritto è parallelo alle leggi degli Stati, che in alcuni casi (come in Argentina) arriva addirittura a negarle e superarle all’interno delle mura ecclesiali.

    https://www.laizquierdadiario.com/Francisco-incorpora-la-pedofilia-al-Derecho-Canonico-Bergoglio-encubre-a-pedofilos

  • Vaticano cambia il codice: da pedofilia a mala gestio, a rischio stipendi e pensioni

    Vaticano cambia il codice: da pedofilia a mala gestio, a rischio stipendi e pensioni

    Mai più “rilassatezze” nell’applicazione delle sanzioni penali nella Chiesa. La misericordia non può essere esercitata a detrimento del diritto e della tutela delle vittime. Nei casi di pedofilia, certamente . Ma anche nell’amministrazione dei beni ecclesiastici, nella mala gestio dei soldi, dei beni e degli investimenti e nei casi di violazione del segreto pontificio (come avvenne nei casi Vatileaks). Gli ecclesiastici coinvolti, ma anche i laici che svolgano funzioni nella Chiesa, (su tutto il pianeta e in Vaticano) rischiano lo stipendio o la pensione che potrà essere ridotta fino a garantire la pura sussistenza. Mentre i vescovi avranno l’obbligo di denuncia in relazione a tutti i reati di cui vengono a conoscenza, pena gravi sanzioni.

    Non l’aveva fatto Giovanni Paolo II, Benedetto XVI aveva solo iniziato, adesso Francesco porta a compimento la revisione del libro VI del Codice di diritto canonico: quello appunto che riguarda le sanzioni e le pene.

    “Negli ultimi anni, come è stato evidenziato da più parti durante il lavoro di revisione dell’apparato normativo, il rapporto di compenetrazione tra giustizia e misericordia, ha subito, talvolta, un’erronea interpretazione, che ha alimentato un clima di eccessiva rilassatezza nell’applicazione della legge penale, – ha osservato monsignor Filippo Iannone, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi – in nome di una infondata contrapposizione tra pastorale e diritto, e diritto penale in particolare”.

    “La presenza all’interno delle comunità di alcune situazioni irregolari – ha continuato – ma soprattutto i recenti scandali, emersi dagli sconcertanti e gravissimi episodi di pedofilia, hanno, però, fatto maturare l’esigenza di rinvigorire il diritto penale canonico, integrandolo con puntuali riforme legislative; si ”è avvertita l’esigenza – spiega in conferenza stampa – di riscoprire il diritto penale, di utilizzarlo con maggior frequenza, di migliorarne le possibilità di concreta applicazione”, per meglio definire “un quadro sistematico e aggiornato della realtà in continua evoluzione”. Questa riforma, necessaria e da lungo tempo attesa, ha lo scopo di rendere le norme penali universali sempre più adatte alla tutela del bene comune e dei singoli fedeli, più congruenti alle esigenze della giustizia e più efficaci e adeguate all’odierno contesto ecclesiale, evidentemente differente da quello degli anni ’70 del secolo scorso, epoca in cui vennero redatti i canoni del libro VI, ora abrogati”.

    Monsignor Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, segretario dello stesso Pontificio Consiglio, ha spiegato i criteri adottati. Innanzitutto una maggiore precisione e determinatezza sia dei reati, sia delle sanzioni e delle pene, che prima erano lasciate troppo alla discrezionalità dei vescovi (ed era per questo che in materia di pedofilia, la Santa Sede sede aveva dovuto avocare a sé i giudizi, stante le pesanti lacune di procedimenti nelle singole Diocesi). Il secondo criterio è la protezione della comunità dei fedeli e l’attenzione alla riparazione dello scandalo e al risarcimento del danno.

    Sono stati inseriti nel codice di diritto canonico reati che durante il Pontificato di Giovanni Paolo II erano rimasti fuori come la corruzione in atti d’ufficio, oppure nuovi reati come: l’omissione dell’obbligo di eseguire una sentenza penale e appunto l’omissione dell’obbligo di dare notizia della commissione di un reato. Tra i delitti puniti anche la tentata ordinazione sacerdotale di donne. Quanto alla pedofilia i reati saranno catalogati sotto la voce dei reati contro gli obblighi speciali dei sacerdoti, ma come reati contro la dignità della persona. E potranno essere perseguiti anche nei confronti dei religiosi non sacerdoti e di laici che occupano ruoli nella Chiesa. Verranno puniti anche gli abusi sessuali contro persone adulte, commessi con violenza o abuso di autorità.

    Il Papa ha promulgato il nuovo testo nella forma di una Costituzione apostolica “Pascite gregge Dei” e entrerà in vigore l’8 dicembre prossimo. Per i reati commessi prima dell’entrata in vigore, varranno le leggi più favorevoli al reo, di cui si ribadisce l’innocenza fino alla condanna. Mentre si sollecitano i giudici a processi rapidi.

    Intanto l’Aula giudiziaria grande allestita nella Sala polifunzionale dei Musei Vaticani è ultimata. Entrerà in funzione per le ultime battute del processo per i presunti abusi sessuali che si sarebbero svolti nel preseminario Pio X ad opera di seminari. Sarà quella la sede del processo ( o dei processi) che riguardano l’ultimo scandalo finanziario: la compravendita del palazzo di Sloane Ave 60 a Londra che a settembre è costato il posto e la berretta ad Angelo Becciu.

  • ENNA – 17 mila firme per chiedere che si applichi il Motu proprio alle omissioni di mons. Gisana

    ENNA – 17 mila firme per chiedere che si applichi il Motu proprio alle omissioni di mons. Gisana

    La petizione lanciata da Rete l’Abuso sulla piattaforma change.org  “Il Vaticano sia coerente con il volere di Papa Francesco e rimuova monsignor Gisana” ha raccolto 17 mila e 800 firme.

    La petizione diretta al Papa e alla Congregazione per la dottrina della fede chiede che sia rimosso il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana per la gestione della vicenda che riguarda Giuseppe Rugolo, il sacerdote agli arresti domiciliari dal 27 aprile, con l’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni di minori .

    A quella petizione il giornale della Diocesi , Settegiorni degli Erei al Golfo, aveva risposto con un’altra petizione, sempre sulla stessa piattaforma, change.org,, che ha capitalizzato solo 1300 firme.

    Non c’era nessuna voglia, da parte di Rete l’Abuso di misurarsi con la pletora di fedeli ma il risultato racconta che anche i fedelissimi cominciano ad avere qualche sospetto sulla rettitudine dei comportamenti di Gisana. “Il  vescovo ha agito con rettitudine di coscienza, nel pieno rispetto delle regole, avendole a cuore e avendo soprattutto a cuore ogni persona – scrive il prelato, in una lettera pastorale che tutti i parroci delle chiese della Diocesi cono stati ”invitati” a leggere ad ogni messa –  Da sempre condanno – continua Gisana-  ogni forma di abuso come delitto di estrema gravità e di potenza distruttiva proprio per loro, per i più deboli.

    Nello stesso tempo valuto necessario l’ascolto dell’accusato e ancor di più necessario che la giustizia faccia il suo corso”. E già, ascoltare l’accusato. Dettaglio, questo, che  purtroppo non si è verificato durante il procedimento ecclesiastico dopo la denuncia di un giovane di Enna,  che accusava Rugolo di avere abusato di lui quando era minorenne.

    Insieme alla denuncia formale di questo ragazzo, che lo scorso dicembre si è rivolto alla Squadra mobile di Enna, altre vittime  avevano inviato a Gisana mail per raccontare di essere stati abusati sempre dal sacerdote. A quel procedimento, che si è tenuto al Tribunale Ecclesiastico di Palermo, però Rugolo non si presenta. Non viene ascoltato.

    E non avviene proprio nulla. Un accusato di un reato così grave ed infamante che viene convocato dai giudici ecclesiastici e non si presenta. Ecco che fa bene ora Gisana a ricordare ai fedeli che l’accusato va ascoltato. Il Vescovo, comunque, non ha applicato il dettato del Motu Proprio di Papa Francesco  che il I° giugno del 2019 è diventata legge.

    Avrebbe dovuto sospendere immediatamente Rugolo, invece , con una mascherata ed una presunta malattia l’ha spostato a Ferrara dove il sacerdote ha continuato ad occuparsi di giovani.

  • Preseminario San Pio X, la “scuola” dei chierichetti del Papa lascia il Vaticano. È al centro di un processo per violenze sessuali

    Preseminario San Pio X, la “scuola” dei chierichetti del Papa lascia il Vaticano. È al centro di un processo per violenze sessuali

    Francesco trasferisce il Preseminario San Pio X fuori dal Vaticano. La decisione, nell’aria da diverso tempo, arriva proprio mentre il luogo dove finora si sono formati i chierichetti del Papa è al centro di un processo penale per violenze sessuali. Gli imputati sono due preti: don Gabriele Martinelli, all’epoca dei fatti seminarista, che è accusato di abusi sessuali, e don Enrico Radice, ex rettore del Preseminario, accusato di favoreggiamento. Un processo analogo a quello che da mesi si sta svolgendo presso il Tribunale Vaticano è iniziato parallelamente anche presso il Tribunale penale di Roma. “Da tempo – si legge in un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede – si stava studiando l’ipotesi di un trasferimento del Preseminario San Pio X al di fuori delle Mura Vaticane, anche per favorire la vicinanza dei giovani studenti ai luoghi dove svolgono i loro studi e praticano le loro attività ricreative. In una recente udienza, il Santo Padre Francesco ha comunicato al rettore, don Angelo Magistrelli, la decisione che il Preseminario, a partire dal prossimo mese di settembre, sposti la sua sede all’esterno della Città del Vaticano, in luogo conveniente”.

    Nella nota si precisa, inoltre, che “Sua Santità non ha mancato, nell’occasione, di esprimere viva gratitudine a don Magistrelli per l’opera compiuta in questi 75 anni dalla fondazione dell’istituzione, riconoscendo che essa conserva la sua validità educativa e chiedendo che possa continuare l’apprezzato servizio liturgico svolto dai giovani studenti nella Basilica di San Pietro in Vaticano. Si tratta, dunque, di una nuova tappa della vita e dell’attività del Preseminario San Pio X, che offrirà senz’altro ad esso nuove opportunità di crescita e di sviluppo soprattutto nell’ambito della promozione delle vocazioni al sacro ministero”. Sarà interessante vedere quale sarà la futura collocazione di questa istituzione, che non dovrebbe essere comunque molto distante dal Vaticano visto che Bergoglio vuole che i suoi allievi continuino a svolgere il servizio di chierichetti del Papa a San Pietro.

    Fondato nel 1956 per volontà di Pio XII e don Giovanni Folci, il Preseminario, che dipende dalla diocesi di Como, è un istituto di orientamento vocazionale dove sono nate quasi duecento vocazioni sacerdotali e religiose e di moltissimi laici impegnati. La sua principale finalità è quella del servizio liturgico nella Basilica Vaticana accogliendo ragazzi adolescenti e giovani provenienti da tutte le diocesi d’Italia e del mondo. Negli ultimi anni, però, questa realtà è stata travolta dallo scandalo degli abusi sessuali. Don Martinelli, nato nel 1992, è accusato di aver usato violenza e minaccia, abusando della sua autorità e approfittando delle relazioni di fiducia in qualità di frequentatore anziano del Preseminario, tutore e coordinatore delle attività dei seminaristi, costringendo la sua vittima, di un anno più piccola, a subire ripetuti abusi all’interno del Vaticano. Violenze, che sempre secondo l’accusa, sono avvenute fino al 2012. Don Radice, classe 1949, è accusato, invece, di avere più volte, come rettore del Preseminario, in Italia e anche all’estero, aiutato Martinelli a eludere le investigazioni dopo i reati di violenza carnale e libidine. Su queste accuse sarà il Tribunale Vaticano presieduto da Giuseppe Pignatone a pronunciarsi nelle prossime settimane. La decisione del Papa, però, anticipa di fatto la sentenza con un giudizio non certamente positivo su ciò che è avvenuto nel Preseminario negli anni precedenti.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/25/preseminario-san-pio-x-la-scuola-dei-chierichetti-del-papa-lascia-il-vaticano-listituto-al-centro-di-un-processo-per-violenze-sessuali/6209561/

  • Francia abusi: cambia il paradigma

    Francia abusi: cambia il paradigma

    Questo testo è di Alessandra Pozzo, “Chargée de recherche” al Centre National de la Recherche Scientifique in Francia. Sollecitata dal nostro redattore Francesco Strazzari, ci ha inviato questo testo sul tema degli abusi in Francia e sul cammino che, in questo ambito, ha compiuto la Chiesa d’oltralpe.

    Tra i mesi di febbraio e marzo 2021 almeno due date testimoniano un importante progresso riguardante la lotta contro gli abusi sessuali, spirituali e di potere che hanno dolorosamente segnato la Chiesa francese negli ultimi tempi.

    La posizione della Chiesa cattolica francese rispetto agli abusi

    Il 18 febbraio 2021 l’associazione La Parole libérée annunciava la sua dissoluzione, prevista a fine marzo 2021, motivata dal fatto di aver raggiunto l’obiettivo che si era prefissata al momento della fondazione: che le vittime della pedofilia e degli abusi compiuti da alcuni preti cattolici e in particolar modo dal padre Preynat, fossero ascoltate, che la loro sofferenza fosse presa in considerazione e che i colpevoli fossero giudicati dalla giustizia penale e non soltanto da un tribunale ecclesiastico.[1]

    Il comunicato ribadisce che «dal 17 dicembre 2015, data di creazione de La Parole libérée, la visione della violenza sessuale è notevolmente evoluta, sia nella Chiesa che su un registro più ampio e globale (culturale, sociale, civico…). Per il caso che ci riguarda prima di tutto, cioè quello della Chiesa e della sua gestione disastrosa di un problema che si annuncia come sistemico, l’ampia liberazione della parola, pur rimanendo sempre giusta nei toni, ha costretto la Chiesa cattolica francese a fare la dovuta autocritica e da ciò è nata la “Commission indipendente contre les abus sexuels dans l’Eglise” (CIASE).

    Questa è l’occasione per ribadire, senza timore alcuno, la nostra ammirazione incondizionata per questa commissione, dopo diversi anni di osservazione e di collaborazione attiva. Mai prima d’ora in Francia è stato realizzato un lavoro così esaustivo sulla realtà dell’abuso sessuale sui minori e le sue conseguenze umane e sociali. Al momento in cui scriviamo, siamo tra coloro che credono che questa operazione sarà un modello e un riferimento mondiale per gli anni a venire, talmente la sua autorevolezza è stata in grado di fornire un lavoro serio e completo sulla realtà di questo flagello».[2]

    La Parole libérée ha permesso a degli adulti che erano stati vittime di crimini sessuali quando erano bambini di esprimere pubblicamente la sofferenza subita. Solo in rari casi, infatti, i piccoli erano stati ascoltati e aiutati dalle loro famiglie a gestire il trauma che ne è conseguito. La maggior parte dei genitori non ha preso sul serio le accuse dei figli non osando mettendo in dubbio l’affidabilità dei sacerdoti. Per questa ragione alcune vittime di pedofilia soffrono ancora in età adulta di disturbi di ordine psichiatrico a causa delle conseguenze del trauma subito.

    Altre associazioni si occupano invece degli abusi sessuali commessi nell’ambito della vita religiosa o della Chiesa. L’associazione C’est à dire,[3] per esempio, compie questo tipo di missione da vent’anni, in sordina, senza pubblicità se non quella del passaparola tra le vittime, nel rispetto per quelle persone che sono ancora sottomesse all’autorità deviante dei loro superiori oppure che rischiano di farsi denunciare per diffamazione quando segnalano le angherie subite.[4]

    La CIASE[5] è stata incaricata dalla Conferenza episcopale francese (CEF) e dalla Conférence des religieux et religieuses en France (CORREF), di indagare su tutti i tipi di abusi perpetrati da persone aventi qualche responsabilità nella Chiesa cattolica e di ricevere le testimonianze delle vittime di abusi che si sarebbero manifestate. Ha iniziato il suo mandato nel giugno 2019 e fornirà un documento finale riguardante tutti i lavori compiuti nel suo ambito nell’autunno 2021.

    Perché la Chiesa francese riuscisse a prendere delle decisioni a tal punto drastiche e a mettere a disposizione dei mezzi efficaci per far emergere gli abusi e le testimonianze delle vittime, ci sono voluti anni di progressiva presa di coscienza. I primi indizi di una reazione da parte delle persone lese dalle derive spirituali e sessuali nella Chiesa si sono manifestati negli anni ’90 quando il libro Les Naufragés de l’Esprit[6] e altri scritti[7] che davano la parola alle vittime hanno denunciato le derive settarie nella Chiesa cattolica. Qualche avvenimento saliente verificatosi intorno all’anno 2000 ha contribuito a far avanzare l’inchiesta.

    Tra gli eventi decisivi per la presa di coscienza dei vescovi francesi, si ricorda l’allarme lanciato dalla professoressa Marie-Jo Thiel,[8] medico specialista in etica e teologa, insegnante all’università Cattolica di Strasburgo che, in un articolo pubblicato su Documents Épiscopat (n. 10, luglio 1998), denunciava la realtà di abusi sessuali sistemici nella Chiesa fino ad allora passati sotto silenzio.

    In seguito, nel 2000, un processo è stato celebrato contro mons. Pican, vescovo di Bayeux e Lisieux, che è stato denunciato e condannato per non aver denunciato i crimini sessuali del padre Bisset.

    Per la prima volta dopo la Rivoluzione Francese, un vescovo è stato processato davanti a un tribunale penale! In precedenza, tali accuse avrebbero interessato soltanto un tribunale ecclesiastico.

    Un articolo del quotidiano cattolico La Croix testimonia il prospettarsi di un mutamento che ha impiegato un po’ meno di una ventina d’anni per affermarsi: «A novembre del 2001 i vescovi riuniti a Lourdes applaudirono a lungo mons. Pican, condannato due mesi prima a tre mesi di prigione con la condizionale per non aver denunciato un prete della sua diocesi che aveva commesso degli abusi sessuali su alcuni minorenni. Nel mese di novembre del 2018, nel corso di un’assemblea analoga, gli stessi vescovi ascoltavano silenziosamente sette vittime raccontare i traumi vissuti in circostanze analoghe».[9]

    Nonostante questi eventi abbiano teoricamente segnato l’inizio di un nuovo orientamento, concretamente la prassi attuata nella Chiesa cattolica francese fino a tempi recenti, salvo rare eccezioni, è consistita nel coprire con un velo di silenzio i crimini sessuali che giungevano all’orecchio di prelati e di vescovi.

    Il libro di Sophie Ducrey,[10] per esempio, testimonia dettagliatamente le sofferenze che le vittime di un religioso della Comunità di Saint Jean, predatore sessuale e manipolatore, hanno subito e che sono raddoppiate di intensità nel momento in cui esse hanno deciso di denunciarlo tra l’inizio degli anni 2000 e il 2019. In tale contesto gli abusi di potere, spirituali e sessuali si trovavano combinati in un miscuglio inestricabile. Tuttavia, l’argomento che attualmente attira l’attenzione delle inchieste in corso è senza dubbio alcuno l’esito traumatico della perversione sessuale dei sacerdoti e dei religiosi devianti.

    Un lavoro di fondo sulle condizioni che permettono di fuorviare l’ascendente che la figura del consacrato e del sacerdote emana intorno a sé in favore di obiettivi perversi sarebbe auspicabile e la CIASE ha iniziato a trattare il problema anche sotto questo aspetto.

    Nel caso riferito da Sophie Ducrey, lo spirito del clan e la censura praticati dalla congregazione a cui appartiene il religioso in questione hanno prevalso sull’applicazione dei principi evangelici più elementari nell’ambito dei rapporti con le vittime. Neanche il clero diocesano, allertato nella medesima occasione, ha brillato per la sua sollecitudine.

    Crimen sollicitationis

    L’atteggiamento assunto dai religiosi e dagli ecclesiastici in questo frangente corrisponde a consuetudini tramandate nei secoli e che consistono nella pratica di una mal riposta “misericordia” nei riguardi del predatore.[11] La défaillance del consacrato, inoltre, deve restare segreta perché l’istituzione non ne risulti infamata.

    Nel materiale fornito nel passato dal magistero ai responsabili della Chiesa per trattare il problema degli abusi, la situazione di sofferenza delle vittime è stata da sempre omessa come fatto non pertinente. Al trauma e al suo mancato riconoscimento si aggiunge il fatto che il diritto canonico e le lettere circolari sul tema degli abusi non hanno adeguatamente provveduto a rendere giustizia alle vittime di questi crimini.[12]

    Le prime tracce di un cambiamento di prospettiva appaiono nei testi più recenti,[13] che necessiterebbero tuttavia di alcuni ritocchi per assicurare un pieno riconoscimento delle responsabilità degli autori di abusi e di coloro che li proteggono in relazione agli atti commessi.[14]

    Eppure, non sono mancati nel corso del tempo i documenti del magistero della Chiesa cattolica che denunciano gli abusi sessuali commessi da prelati. Il primo, infatti, risale al IV secolo.[15] Se si consultano i canoni del Concilio di Elvira (la cui data è imprecisa: probabilmente si svolse nel mese di maggio del 305), si trovano le posizioni che la Chiesa prese in quell’occasione riguardo ai crimini sessuali.

    I canoni dedicati a questo argomento[16] sono laconici ma lapidari: i ministri della Chiesa di qualsiasi grado riconosciuti come predatori sessuali, così come gli stupratori di bambini, saranno privati della comunione (scomunicati?) fino alla morte. L’argomento verteva sull’abuso sessuale commesso da un ecclesiastico nel primo caso e sulla pedofilia nel secondo. Tuttavia, in entrambi i casi la sanzione riguardava l’esclusione dalla comunione e, in definitiva, la privazione della salvezza eterna del trasgressore.

    Pare interessante notare che nel canone 18 l’accento è stato messo sul carattere scandaloso e sacrilego dell’atto. Entrambi i termini si focalizzano sul danno che la Chiesa subisce a causa dalle “sbandate” di persone consacrate. Non compare alcun accenno alla condizione delle vittime.

    I testi del magistero che hanno seguito queste prime sanzioni[17] hanno aggiunto alle Istruzioni sul “crimine di sollecitazione”[18] una serie di corollari determinati da una casuistica consolidata nel corso del tempo.[19] Non mancano delle brevi ma categoriche argomentazioni sulla discrezione, la confidenzialità, la riservatezza con cui trattare l’argomento[20] già a cominciare dal sottotitolo[21] dell’Istruzione e da osservare da parte di tutte le persone coinvolte nel processo. Il lessico del segreto vi è declinato sotto molteplici forme e si applica a tutte le persone coinvolte nella querela a partire dai denuncianti, passando dal personale che si occuperà della burocrazia legata alla causa e, per finire, dall’accusato. Anche «gli ordinari[22] sono vincolati da questa stessa legge (del silenzio), vale a dire in virtù della loro responsabilità».[23]

    Pare ora chiara la causa dell’atteggiamento assunto nel corso degli anni da parte delle persone coinvolte negli abusi sessuali nella Chiesa. La pratica dell’omertà ha influenzato le modalità di denuncia della perversione sessuale di un sacerdote, quasi negandolo come evento pubblico, perché lo si considerava come un caso privato, interno alla Chiesa. Infatti, alla vittima di adescamento nel corso della confessione o del colloquio spirituale, l’articolo 15 del decreto Crimen sollicitationis impone, pena la scomunica,[24] di denunciare l’abuso nel corso di una confessione al vescovo locale oppure al Sant’Uffizio (ora Congregazione per la dottrina della fede), ma non si fa cenno di ricorso alla giustizia civile. Il contesto in cui compaiono tali istruzioni è quello di una Chiesa cattolica vista come religione predominante e detentrice di una relativa autorità morale nella società occidentale, ciò che poteva corrispondere alla realtà di una cinquantina di anni fa, ma che non coincide più con la situazione odierna.

    Per quanto riguarda le misure adottate nei confronti del sacerdote imputato di crimine sessuale che attualmente vengono denunciate da parte della stampa come insufficienti e deleterie, purtroppo esse appaiono citate nel decreto 4 come esortazioni da concretizzare:

    «(…) qualora si scopra che un loro subordinato ha commesso un reato nell’amministrazione del sacramento della Penitenza, possano e debbano vigilare su di lui, ammonirlo e correggerlo, anche mediante penitenze salutari, e, se necessario, rimuoverlo da qualsiasi ministero. Potranno anche trasferirlo in un altro luogo (…)».[25]

    Le rivendicazioni attuali da parte delle vittime di abusi sessuali commessi venti o trent’anni fa derivano dalla leggerezza con cui tali delitti sono stati trattati nel passato in riferimento ai testi sopracitati. Infatti, proprio il suggerimento di spostare l’ecclesiastico predatore sessuale in un altro luogo e con una diversa responsabilità non ha fatto altro che causare ulteriori danni moltiplicando le vittime.

    Se, in passato, le malefatte di un perverso potevano essere circoscritte a un campo d’azione limitato nello spazio e conosciute da una ristretta cerchia di persone, con i mezzi di comunicazione e di emancipazione espressiva attuali risulta più difficile impedire a chicchessia di ricostruire i percorsi e le malefatte di un individuo sospettato. Su queste basi, le organizzazioni sorte in difesa delle vittime hanno contribuito a spostare il luogo in cui si svolgevano le indagini dai tribunali ecclesiastici a quelli penali.

    Grazie alla progressiva focalizzazione dell’attenzione sulla sofferenza della vittima, alcuni nuovi decreti, bolle e documenti vari sono stati prodotti dal Vaticano all’attenzione degli ecclesiastici con posti di responsabilità[26] con direttive precise sui reati sessuali.

    Nelle circostanze sopra descritte, un’insoddisfazione di fondo ha spinto le vittime di abuso a reagire contro delle normative consolidate in ambito ecclesiastico e ordinate a uno spirito di clan. Come si è detto, alcune associazioni in loro difesa sono sorte, dei casi isolati hanno allertato l’opinione pubblica senza che un reale cambiamento si affermasse.

    Questa fase, che Lotman[27] chiamerebbe “graduale”, ha preparato il terreno con sporadiche notizie sul tema che sono state pressoché ignorate dall’opinione pubblica.

    L’evento “esplosivo”[28] si è verificato il 5 marzo 2019. Quella sera un documentario sugli abusi sessuali subiti dalle religiose è stato trasmesso contemporaneamente in Francia e in Germania dal canale televisivo Arte. Delle suore vittime di abusi sessuali hanno raccontato i dettagli raccapriccianti degli stupri e delle manipolazioni subite da parte di ecclesiastici e religiosi.

    A partire da questa data, una mutazione culturale ha avuto luogo e ha visto lo studio degli abusi nella Chiesa sotto tutte le forme diventare un terreno di ricerca per le scienze umane. Gli studi compiuti a partire da questo momento hanno permesso di sistematizzare e attribuire una coerenza ad episodi riguardanti ogni sorta di abuso che in precedenza erano stati giudicati non pertinenti. Si può quindi affermare che la diffusione del documentario del canale Arte ha provocato un cambiamento di paradigma nel mondo cattolico francese.[29]

    Le reazioni a queste notizie hanno preso essenzialmente due forme.

    Una parte dei fedeli crede fermamente che queste informazioni siano false e che siano state diffuse da correnti religiose o politiche che agiscono per screditare la Chiesa.

    L’altra porzione di fedeli ha preso atto dell’entità della catastrofe e si sta chiedendo per quale motivo nessuno se n’era mai accorto durante tutti questi anni. In realtà, molti se n’erano accorti, avevano denunciato derive e perversioni e non erano stati ascoltati. Le loro accuse erano state giudicate esagerate e infondate perché dirette verso personalità o comunità che riscuotevano l’ammirazione delle folle raccogliendo un vasto consenso e un successo popolare.

    Una piccola percentuale di cattolici smaliziati, invece, aveva fiutato l’imbroglio e aspettava il momento favorevole perché la verità venisse alla luce.

    Dal 5 marzo 2019 in poi non è più stato possibile coprire un prete maniaco sessuale e chiedere alle sue vittime di non parlare. I contesti che hanno coperto gli abusi stanno progressivamente uscendo dall’omertà e i responsabili sono in gran parte smascherati. Le vittime che non erano state ascoltate prima finalmente prendono la parola in pubblico e si esprimono nei media chiedendo giustizia.

    Il “caso Preynat” diventato poi il “caso Barbarin”

    In tale circostanza l’episodio che ha coinvolto Preynat e Barbarin si presenta come un caso da manuale. Tra il 1972 e il 1991 l’ormai ex padre Bernard Preynat è stato responsabile dei giovani scout in un paese della periferia di Lione.[30]

    La sua fama di prete dai metodi severi ma paterni ispira fiducia alle famiglie che gli affidano volentieri i loro figli. Invece, tra il 1986 e il 1991, compie aggressioni sessuali su alcuni ragazzi di cui era responsabile, che avevano un’età compresa tra i 7 e i 10 anni. I fatti si svolgono nell’archivio della chiesa o in tenda, durante i campi scout. Nel 1991 alcuni genitori delle vittime lo denunciarono ai suoi superiori, che lo trasferirono senza informare la giustizia, anche se immediatamente Preynat riconosce le sue colpe.

    In seguito, a partire dal 2015 le rivelazioni pubbliche di questi fatti, diffuse dall’associazione La Parole libérée, avevano provocato un’enorme ondata di indignazione contro la Chiesa cattolica e, in particolare, contro il card. Barbarin allora arcivescovo di Lione.

    Il card. Barbarin è stato successivamente denunciato, processato, condannato (e infine scagionato), per non aver denunciato gli abusi sessuali su un minore di 15 anni compiuti da Preynat.[31]

    Il film Grâce à Dieu di François Ozon[32] narra questa vicenda. Il titolo del film è la citazione di una gaffe fatta in diretta televisiva dal cardinale durante una conferenza stampa in cui parlava del processo Preynat. «Grazie a Dio, la maggior parte dei fatti è soggetta a prescrizione»,[33] ha detto Barbarin.

    Questa frase maldestra ma rivelatrice non gli è stata perdonata. Le vittime e la stampa lo hanno attaccato per anni fino a quando non ha dato le dimissioni e non si è allontanato da Lione.

    In realtà, Barbarin, oltre alla tragica gaffe, non ha fatto altro che reiterare il comportamento dei suoi predecessori, ispirato – come abbiamo visto – dal decreto 11 dell’Istruzione Crimen sollicitationis che prevede di trattare con il più gran riserbo i fatti di abuso e di allegarli al diritto canonico.

    I suoi predecessori, responsabili della diocesi di Lione nel periodo in cui i criminali sessuali si sono svolti, osservando i principi del decreto n. 4 della medesima Istruzione, hanno invece provveduto a spostare il colpevole affidandogli semplicemente un’altra responsabilità, senza che la missione sacerdotale di Preynat ne risultasse compromessa, nonostante la gravità della situazione.

    Il processo Barbarin ha le medesime caratteristiche di quello celebrato nel 2000 nei confronti di mons. Pican, che ha senza dubbio scosso le coscienze senza pertanto diventare concretamente un evento mediatico. La differenza è che il caso Barbarin si è verificato nel periodo di “esplosione”[34] e di mutazione del paradigma culturale degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. Questo fatto ha reso la posizione di Barbarin nettamente più delicata perché ha gettato in pasto all’opinione pubblica una serie di episodi che per secoli la Chiesa aveva passato sotto silenzio e gestito in privata sede.

    En mon âme et conscience

    Nel mese di marzo 2020 il papa accetta le dimissioni del card. Barbarin che pubblica qualche mese dopo un libro dal titolo En mon âme et conscience.[35] Il volume aspirerebbe a iscriversi al genere letterario apologetico: un’accorata difesa, generalmente postuma, prestata a chi non ha avuto il tempo di scagionarsi prima di essere giustiziato. Nel nostro caso, l’autore si difende da solo dopo che, effettivamente, una parte della sua identità, quella a cui probabilmente teneva parecchio, è stata “giustiziata” dalla condanna dell’opinione pubblica piuttosto che dalla giustizia penale che, al termine del processo in appello, lo ha assolto.

    Il risultato dell’operazione consiste in un monologo senza soluzione di continuità che si apparenta all’eloquio disordinato che si pronuncerebbe allungati sul divano dello psicanalista.

    Il card. Barbarin non riesce a capacitarsi dell’accaduto e invoca la sua sincera rettitudine nonché l’attenzione rivolta ad altri casi di abuso verificatisi nella sua diocesi che non ha esitato a impedire.[36] Racconta poi dei momenti commoventi della sua vita di sacerdote, di vescovo, di cardinale, la sua significativa esperienza in Madagascar, l’incontro con alcune vittime di violenze sessuali…

    Adotta, insomma, un’incessante retorica della captatio benevolentiae dalla prima all’ultima riga del libro, per convincere il lettore che lui ce l’ha messa tutta e qualcosa di indipendente dalla sua volontà è andato storto. Infatti, una parte dei fedeli della diocesi di Lione, che gli è rimasta, per l’appunto, fedele al momento del processo e nel corso delle umiliazioni subite in quel frangente, non riesce a capacitarsi dell’accaduto. Si tratta di rappresentanti del mondo cattolico francese che vivono la loro religiosità in una dimensione atemporale in cui i valori tradizionali della fede restano svincolati dalla realtà e dall’evolvere della cultura e dei costumi della società umana.

    In questo orientamento il clericalismo trova la sua migliore espressione, poiché questo tipo di credenti nutre un’ammirazione sconfinata per la figura centrale del prete e gli ruota attorno come un satellite intorno al suo pianeta. Generalmente sono coloro che credono che le rivelazioni sugli abusi compiuti dai sacerdoti costituiscano un complotto contro la Chiesa per screditarla.

    All’opposto si trova lo schieramento di coloro che analizzano il comportamento e il discorso di Barbarin e li confrontano con il messaggio evangelico senza trovare dei nessi comuni. I più spietati arrivano ad accusare il cardinale di Lione di nutrire l’unica preoccupazione di difendere il sistema a cui appartiene e di esibire l’assenza permanente di compassione per coloro che giudica inutili.

    Il lessico riferito agli abusi sessuali che compare nel libro nonché nelle interviste televisive del cardinale si richiama più spesso a quello formale, distante e impersonale dell’istruzione Crimen sollicitationis che non a quello della sentita partecipazione ad un dramma. Il riferimento a questo lessico e ad un comportamento di tipo corporativo corrisponde al vecchio stato di cose in cui, in caso di abuso compiuto da un ecclesiastico, si puntava alla protezione dell’istituzione.

    Tenuto conto del cambiamento di paradigma sopra segnalato, il lettore di buon senso, sfogliando En mon âme et conscience, percepisce un leggero malessere, un errore di attitudine, una strategia narrativa obliqua che indica come vittima non tanto coloro che subirono violenza sessuale, ma colui che scrive, perché le sue buone intenzioni sono rimaste incomprese.

    Questo libro si concentra insomma sul cardinale ingiustamente accusato, immagine del Cristo umiliato che ha conosciuto, come lui, il Calvario. Sotto queste insegne del tutto ragguardevoli, però, piuttosto che trasparire l’umiltà del Figlio di Dio, s’intravede qualche traccia della smisurata autostima dell’autore.

    La Lettera dei vescovi francesi ai cattolici sulla lotta contro la pedofilia

    Il 25 marzo 2021, in seguito alla riunione plenaria della Conferenza episcopale francese, è stata resa pubblica la Lettre des évêques de France aux catholiques sur la lutte contre la pédophilie.[37]

    Il contenuto di questo testo è sorprendente se si pensa alla tradizionale lentezza con cui il pensiero della Chiesa evolve nel corso del tempo. Fin dalle prime righe si legge: «Potete essere sicuri della nostra determinazione a fare tutto il possibile per accogliere le testimonianze, capire cosa è successo, agire per la giustizia e attuare le misure preventive necessarie». Una ventina di anni fa la CEF non sarebbe stata capace di formulare un documento simile.

    La lettera procede descrivendo la progressiva presa di coscienza dei fatti avvenuti da parte dei vescovi, grazie ai rapporti periodici dei lavori che la CIASE svolge da un paio d’anni. «La nostra Chiesa non è sempre stata un luogo sicuro. Preti e religiosi hanno abusato sessualmente di minori, sia ragazzi che ragazze. I preti hanno abusato della loro posizione sacramentale per avere un ascendente sui giovani e talvolta per abusare sessualmente di loro. Questi fatti sono provati e innegabili».

    Le dichiarazioni dei vescovi sono caratterizzate da una reale franchezza e il testo della lettera si ispira al genere letterario della “cronaca” dei fatti avvenuti, in questo caso l’analisi delle vicende che hanno costretto i vescovi ad adottare il registro della trasparenza.

    La consapevolezza si estende alla comprensione dei traumi subiti dalle giovani vittime e degli sconvolgimenti che questi hanno provocato nel corso della loro vita. Medici, psichiatri, vittimologi sono intervenuti nel corso degli ultimi anni per esaminare l’estensione dei danni che le aggressioni sessuali hanno causato.

    Ma il passaggio più inaspettato della Lettera è quello in cui i vescovi riconoscono che la condizione favorevole agli abusi è proprio quella che il clericalismo stesso ha prodotto: «Spesso, come abbiamo detto, (i ragazzi) non hanno potuto parlare o, avendo parlato, non sono stati ascoltati perché il loro aggressore era stimato, persino venerato, dai loro genitori o dalla loro cerchia familiare e sociale, dalla comunità cristiana.

    È estremamente coraggioso e impegnativo testimoniare ciò che hanno sofferto. Coloro che osano farlo hanno diritto alla nostra ammirazione e gratitudine».[38] Concretamente ciò significa che gli abusi hanno potuto prodursi perché alcune precise strategie manipolatorie più o meno implicite erano già in atto nel settore culturale, religioso e sociale in cui l’abuso si è prodotto.

    Se un cambiamento di paradigma si è inaugurato attraverso lo shock prodotto nella società francese nel marzo 2019 in seguito alla programmazione del documentario sugli abusi sessuali subiti dalle religiose programmato dal canale Arte, la Lettre des évêques de France aux catholiques sur la lutte contre la pédophilie testimonia di una complessiva affermazione di questa nuova tendenza nella Chiesa cattolica francese, almeno sulla carta.

    Il problema della pedofilia, esaminato accuratamente attraverso cause ed effetti da tutti gli operatori incaricati dalla Conferenza episcopale francese, pare quindi teoricamente predisposto per attuare un’imminente e adeguata forma di prevenzione.

    Una volta ultimata questa operazione, è auspicabile che anche l’ambito degli abusi di potere e degli abusi spirituali, che sono certamente presenti nella Chiesa cattolica francese, diventino rapidamente un campo di indagine, di ulteriore presa di coscienza nonché di applicazione di risoluzioni preventive adeguate a un modo di vivere il cattolicesimo possibilmente in accordo con i tempi e con la società.


    [1] https://www.youtube.com/watch?v=aADoN5hJCfE

    [2] Cf. https://www.laparoleliberee.org/ (tr.d.a.).

    [3] Cf. https://www.la-croix.com/Religion/Catholicisme/France/Face-abus-sexuels-lEglise-abus-silence-abus-transparence-2018-11-07-1200981559

    [4] https://www.golias-editions.fr/2020/07/09/derives-sexuelles-et-manipulations-leglise-catholique-se-remettrait-elle-en-cause-aujourdhui/

    [5] https://www.ciase.fr/

    [6] Thierry Baffoy, Antoine Delestre, Jean-Paul Sauzet, Les Naufragés de l’Esprit. Des sectes dans l’Eglise Catholique, Seuil, 1996.

    [7] Cf. Laurent Grzybowski, Jean Mercier et Bernadette Sauvaget, «Des gourous dans les couvents», La Vie, 5/02/2001.

    [8]  Marie-Jo, Thiel, L’Eglise catholique face aux abus sexuels sur mineurs, Paris, Bayard, 2019.

    [9] «En novembre 2001, les évêques réunis à Lourdes applaudissaient longuement Mgr Pican, condamné deux mois avant à trois mois de prison avec sursis pour ne pas avoir dénoncé un prêtre de son diocèse auteur d’abus sexuels sur mineurs. En novembre 2018, au cours de la même assemblée, ils écoutaient en silence sept victimes raconter les traumatismes vécus, avant d’engager avec elles des pistes de réflexion». Celine Hoyeau, «Abus sexuels : en vingt ans, la lente prise de conscience des évêques», La Croix, 21.3. 2021. https://www.la-croix.com/Religion/Abus-sexuels-vingt-ans-lente-prise-conscience-eveques-2021-03-23-1201147130

    [10] Cf. Sophie Ducrey, Etouffée. Récit d’un abus spirituel et sexuel, Paris, Tallandier, 2019.

    [11] Ci sono state delle singole reazioni a questo stato di cose che hanno contribuito a denunciare l’errore ma non sono servite a cambiare immediatamente lo stato di cose, come la posizione di Monsignor Luc Ravel, arcivescovo di Strasburgo: https://www.la-croix.com/Religion/Catholicisme/taire-proteger-lEglise-erreur-theologique-2018-09-10-1200967649

    [12] Cf. la Lettera circolare della Congregazione per la dottrina della fede alle conferenze episcopali sulle linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici, 16.05.2011: https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2011/05/16/0295/00714.html

    Come Thiel (op. cit. p. 408) fa notare in questa sede nel riferimento all’articolo 6 del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II, si fa riferimento al «delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di 18 anni». Per trattare un crimine sessuale ai giorni nostri si invoca la… legge mosaica. E giustamente Marie-Jo Thiel si chiede: «e se il predatore è un laico, o un religioso non ordinato?» (ibidem, tr. d. a.).

    [13] Cf. la Lettera di papa Francesco ai vescovi del Cile:

    http://www.vatican.va/content/francesco/it/letters/2018/documents/papa-francesco_20180408_lettera-vescovi-cile.html

    [14] Cf. Marie-Jo Thiel, op. cit., p. 423.

    [15] Cf. Charles-Joseph Hefele, Histoire des Conciles d’après les documents originaux, Paris, Letouzey et Ané, 1907, p. 232; Dizionario storico dell’Inquisizione, Adriano Prosperi ed., Edizioni della Normale, 2010.

    [16] Charles-Joseph Hefele, op. cit. p. 232 : Can. 18. — De sacerdotibus et ministris si moechaverint. Episcopi, presbyteres et diacones si in ministerio positi detecti fuerint quod sint moechati, placuit propter scandalum et propter profanum crimen nec in finem eos communionem accipere debere. (Dei sacerdoti e dei ministri riconosciuti come predatori sessuali. Se dei vescovi, preti o diaconi nell’esercizio del loro ministero saranno sorpresi a commettere abusi sessuali, a causa dello scandalo e a causa del crimine sacrilego, si decreta che siano scomunicati (non si dia loro la comunione neanche) fino alla morte. tr.d.a.); Charles-Joseph Hefele, op. cit. p. 259. : Can. 71. — De stupratoribus puerorum. Stupratoribus puerorum nec in finem dandam esse communionem. (Sugli stupratori di bambini. I violentatori di bambini saranno scomunicati (privati della comunione) fino alla morte. tr.d.a.)

    [17] In epoca moderna cf. la “Constitutio” Cum sicut nuper di papa Pio IV del 1551 che ha subito molteplici modificazioni fino alla versione del 1922 di Crimen sollicitationis e alla sua variante corretta e corredata di un’aggiunta che verte sui “graviora delicta”.

    [18] Crimen sollicitationis nei testi si configura come un abuso sessuale compiuto da un ecclesiastico o da un laico con mandato ecclesiale nel contesto di un colloquio di carattere spirituale o di una confessione.

    [19] Cf. Cum sicut nuper, op. cit.

    [20] Il paragrafo 11 riporta infatti: «(…) nel trattare queste cause, si deve mostrare una cura e una preoccupazione più che abituale affinché esse siano trattate con la massima riservatezza, e che, una volta decise e la decisione eseguita, siano coperte dal silenzio permanente (Istruzione del Sant’Uffizio, 20 febbraio 1867, n. 14), tutte le persone in qualsiasi modo associate al tribunale, o a conoscenza di tali questioni a causa del loro ufficio, sono tenute ad osservare inviolabilmente la più stretta riservatezza, comunemente detta segreto del Sant’Uffizio, in ogni cosa e con ogni persona, sotto pena di incorrere nella scomunica automatica» (tr. d. a.). Cf: http://www.vatican.va/resources/resources_crimen-sollicitationis-1962_en.html

    [21] «Da conservare con cura nell’archivio segreto della Curia per uso interno. Da non pubblicare né ampliare con commenti». (tr. d. a.)

    [22] Con il termine  “ordinario” il lessico del diritto canonico indica, oltre al pontefice, i vescovi diocesani e coloro che, anche se soltanto interinalmente, sono preposti a una Chiesa particolare o a una comunità ad essa equiparata, compresi i superiori degli istituti religiosi.

    [23] Ibidem.

    [24] Cf. Ibidem, al paragrafo 18.

    [25] Instruction On the Manner of Proceeding in Causes involving the Crime of Solicitation, to be kept carefully in the secret archive of the curia for internal use, (Crimen sollicitationis, decreto 4, tr.d.a.)

     http://www.vatican.va/resources/resources_crimen-sollicitationis-1962_en.html

    [26] http://www.vatican.va/resources/index_fr.htm

    [27] Jurij M. Lotman, La cultura e l’esplosione. Prevedibilià e imprevedibilità, Milano, Feltrinelli, 1993.

    [28] Sempre secondo la terminologia di Jurij Lotman.

    [29] Anche la pubblicazione quasi contemporanea del libro di Frédéric Martel, Sodoma. Enquête au cœur du Vatican, Paris, Lafont, nel febbraio 2019, ha contribuito alla trasformazione culturale e all’idea che la società francese si faceva del clero cattolico.

    [30] Cf. https://www.reforme.net/actualite/2020/01/13/affaire-preynat-sept-questions-pour-comprendre-le-proces/

    [31] https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/03/07/l-heure-du-verdict-pour-le-cardinal-barbarin_5432549_3224.html

    [32] Cf. https://www.reforme.net/societe/2019/07/04/abus-sexuels-le-pere-preynat-reconnu-coupable/ (tr. d. a.)

    [33] https://www.youtube.com/watch?v=7r71RiLbUlo

    [34]Cfr. nota 22 e 23.

    [35] Cardinal Philippe Barbarin, En mon âme et conscience. L’affaire, l’Eglise, la vérité d’un homme, Paris, Plon, 2020.

    [36] Presso le suore contemplative di Saint Jean.

    [37] https://eglise.catholique.fr/actualites/dossiers/assemblee-pleniere-de-mars-2021/514454-lettre-des-eveques-de-france-aux-catholiques-sur-la-lutte-contre-la-pedophilie/

    [38] Ibidem, (tr.d.a.)

    http://www.settimananews.it/chiesa/francia-abusi-cambia-paradigma/

  • Petizione di “Solidarietà al Vescovo Gisana”. “L’ipocrisia di una Chiesa che, ad Enna, crolla a pezzi”. Chi sta accanto alle vittime si appella a Papa Francesco di intervenire

    Petizione di “Solidarietà al Vescovo Gisana”. “L’ipocrisia di una Chiesa che, ad Enna, crolla a pezzi”. Chi sta accanto alle vittime si appella a Papa Francesco di intervenire

    Articolo tratto da korazym.org- di Vik van Brantegem

    In un post Facebook ieri sera Pierelisa Rizzo ha scritto: “Grazie a chi crede ancora in un Dio giusto, a chi sta accanto alle vittime, a chi non si arrende, a chi persegue la verità, a chi non si gira dall’altra parte, a chi sa distinguere ancora il bene dal male. Grazie. Puoi aiutarmi firmando anche tu questa petizione?” [QUI]. Pierelisa Rizzo è una giornalista ennese che da 30 anni lavora per l’ANSA. Ha studiato all’Università degli Studi di Catania e all’ UKE Università Kore Enna..

    Arresti domiciliari per Don Rugolo. Gip Bruno: “Agire caratteristico del pedofilo”. Vescovo Gisana: “Fatti gravi, se accertati”. Presunzione di innocenza. Difesa di minori e persone fragili – 3 maggio 2021

    Alcune ore prima, nel pomeriggio di ieri Pierelisa Rizzo aveva postato: “I miei genitori mi hanno insegnato per prima cosa la dignità. La dignità è un sentimento che passa dalla lealtà, dall”onestà, dalla verità. Ebbene credo che anche i parroci, i monsignori, i vescovi dovrebbero avere Dignitá. Leggo di una petizione. SOLIDARIETÀ AL VESCOVO GISANA. Ma solidarietà di che? Che ha offerto 25 mila euro della Caritas alla famiglia della vittima? Che ha ammesso che sapeva delle violenze seppure quando Rugolo era seminarista e, dunque, ampiamente maggiorenne, e la vittima era certamente minorenne? Solidarietà perché ha provato ad insabbiare tutto? Solidarietà perché non avendo sospeso il parroco, come dice invano il Motu proprio di Papa Francesco, dopo che era venuto a conoscenza del reato, non ha impedito che altri ragazzi venissero abusati? Mi chiedo perché di fronte a queste prove, che non ho certo costruito io, la Chiesa continui a coprire? Ho atteso ore per incontrare l’avvocato di Rugolo. Ho atteso perché, credo giusto, sentire tutti i protagonisti. Ho atteso perché volevo raccontare l’altra faccia della medaglia. Ma mi interrogo cosa serve raccontare una verità che sembra non servire. Faccio la giornalista da 30 anni, da oltre 30 lavoro per ANSA. Mi sono occupata di tantissimi casi, brutti, pieni di orrore ma mai mi ero imbattuta in un caso in cui le evidenze dei fatti vengono negare così. Per prima cosa c’è un arresto. La procura non arresta così, a cuor leggere. Ci vogliono fatto gravi, che siano comprovati. E poi c’è l’inchiesta che racconta l’orrore allo stato puro. Questi i fatti che coinvolgono non solo il vescovo della diocesi di piazza Armerina, Rosario Gisana, due monsignori di Enna, e tanti e tantissimi preti ad Enna ed in tutta la diocesi. E questi sono responsabili come e quanto Rugolo. Che si sarebbe potuto fermare e, forse aiutare. Dunque cari parroci, animatori parrocchiali, chierici perpetue, monsignori e quanti altri che state condividendo anche sui gruppi privati la petizione di solidarietà a Rugolo, guardate dentro, interrogatevi sul perché, 20 o 40 anni fa avete indossato quell’abito e servire quel Dio che ora vi guarda con dolore. Non il vostro. Ma quello delle vittime che state sacrificando per il potere, per l’indifferenza, per l’ipocrisia di una Chiesa che, ad Enna, crolla a pezzi” [QUI].

    Di seguito il testo della petizione che la Rete L’ABUSO ha lanciato e diretta a Papa Francesco e alla Congregazione per la Dottrina della Fede [QUI].

    Il Vaticano sia coerente con il volere di Papa Francesco e rimuova monsignor Gisana

    Il 1° giugno 2019 il Motu proprio di Papa Francesco VOS ESTIS LUX MUNDI diventa legge.
    Un testo che introduce precise procedure interne alle quali i Vescovi devono attenersi rigidamente nel caso di una denuncia, anche anonima, che riguardi episodi di molestie sessuali da parte di un sacerdote.
    Un testo che per funzionare, deve anche essere applicato, diversamente diventa di totale inutilità.
    Già nel 2014, una delle tre presunte vittime di don Giuseppe Rugolo, segnalò gli abusi alla chiesa di Enna, che però non intervenne e lo invito a desistere anche alla sola denuncia ecclesiastica, che se fatta forse non avrebbe prodotto due ulteriori vittime.
    Ma veniamo al Motu proprio di Papa Francesco che entra in vigore proprio nel giugno 2019, come tutte le leggi non retroattivo, ma da rispettare da quel momento in poi, ed è questo l’arco temporale che prenderemo in esame.
    All’ Art. 1 del Motu proprio – Ambito di applicazione – punto. “ b) condotte poste in essere dai soggetti di cui all’articolo 6, consistenti in azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso in merito ai delitti di cui alla lettera a) del presente paragrafo.”
    Lo stesso documento papale, che ricordiamo ha valore di legge per la chiesa e le sue gerarchie, all’Art. 2 – Ricezione delle segnalazioni e protezione dei dati – “ §3. Salvo quanto stabilito dall’articolo 3 §3, l’Ordinario che ha ricevuto la segnalazione la trasmette senza indugio all’Ordinario del luogo dove sarebbero avvenuti i fatti, nonché all’Ordinario proprio della persona segnalata, i quali procedono a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico.”
    Contrariamente alla norma in vigore dal 1° giugno, nell’ottobre 2019  invece monsignor Rosario Gisana trasferisce “furtivamente” il sacerdote accusato a Ferrara dove viene accolto dal vescovo locale e ancora una volta, gli verranno affidati minori e adolescenti.
    Fino al gennaio 2021 la presunta vittima verrà ignorata totalmente da mons. Gisana (che nel frattempo cercò di comprare il suo silenzio offrendo 25.000€), dopo aver scritto alla fine del 2020 a Papa Francesco denunciando non solo i fatti, ma anche le omissioni del vescovo, compresa la sua prima ed inascoltata denuncia alla chiesa di Enna. La prima denuncia del giovane, infatti risale al 2014, finita nel nulla per difetto di competenza: don Giuseppe Rugolo era seminarista al tempo delle violenze. Che se pur accertate, non gli hanno impedito di diventare prete.
    Per questo chiediamo che monsignor Rosario Gisana venga immediatamente sospeso dal servizio, che vengano avviati nei suoi confronti come prevede il Motu proprio, tutti gli accertamenti del caso e perseguiti tutti coloro che verranno ritenuti responsabili.
    È impensabile che la collettività possa ancora affidare dei minori in un simile contesto di pericolosità alle cure del clero, dove al di la delle leggi, del Papa e di tutta la sua buona volontà, poi si trovino vescovi senza scrupoli ne coscienza, che malgrado le denunce, nel 2021 continuino ad ignorare chi ha il coraggio di denunciare, mettendo così a rischio altri potenziali minori.
    Ci auguriamo l’imminente ed esemplare intervento della Santa Sede, anche in virtù della stessa sua credibilità, con questo caso, davvero ridotta all’osso.
    Se sei d’accordo con noi firma e diffondi questa petizione: QUI.

    http://www.korazym.org/60713/petizione-di-solidarieta-al-vescovo-gisana-lipocrisia-di-una-chiesa-che-ad-enna-crolla-a-pezzi-chi-sta-accanto-alle-vittime-fa-appella-a-papa-francesco-di-int/

  • Motu proprio – Altro che rigide regole per impedire alle gerarchie di insabbiare.

    Motu proprio – Altro che rigide regole per impedire alle gerarchie di insabbiare.

    La vicenda di don Giuseppe Rugolo finisce in un parapiglia tra Vaticano, CDF e il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana, che adesso scarica il barile sui superiori, che però fanno scena muta.

    Un quadro davvero inquietante quello che emerge a due anni dall’entrata in vigore (1 giugno 2019) del Motu Proprio Vos estis lux mundi, che come abbiamo scritto qualche giorno fa, vede la sua disapplicazione un po’ ovunque. Una legge vaticana che invece doveva dare un secco STOP agli insabbiamenti da parte delle gerarchie ecclesiastiche, accusate in tutto il mondo di aver insabbiato sistematicamente i casi.

    L’accusa parte proprio dal vescovo Rosario Gisana, che si sfoga sulle pagine del RESTO DEL CARLINO e accusa il quartier generale – Vaticano e Congregazione per la Dottrina della Fede – al quale imputa il fallimento.

    Stando a quanto afferma mons. Gisana, avrebbe fatto tutto ciò che prevede il Motu proprio, anche se diventa opinabile – nel contesto Gisana – il fatto che don Rugolo fosse stato trasferito dopo la denuncia e messo a contatto con minori, come lui stesso dichiara annunciando un campeggio durante la messa del 15 agosto 2019. Su questo punto sarebbe importante capire anche la posizione del vescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, che al momento diffida noi della Rete l’ABUSO ma non spiega (in virtù della proclamata trasparenza) se al di la che in quel momento “non esisteva alcun impedimento canonico”, sapeva o meno di cosa fosse accusato don Rugolo a Enna.

    Sempre secondo mons. Gisana – intercettato al telefono dalla procura di Enna nel gennaio 2021 – sia la Segreteria di Stato, che la Congregazione per la Dottrina della Fede, il caso “non interessa perché il giovane è stato… quando era seminarista ha avuto questo abuso con un minore ma quando poi è diventato prete, se c’è stata una continuazione, era maggiorenne il minore…”. Risposta davvero anomala, in quanto il Vos estis lux mundi non copre solamente i minori, ma anche le persone c.d. fragili.

    In tutto ciò, ad inquietare ulteriormente sono i silenzi del papa, di fatto il promotore del Motu proprio che a fronte del problema annuncia sulle pagine de L’OSSERVATORE ROMANO di aver finalmente capito che l’abuso su un minore ha l’effetto di un omicidio psicologico.

    Peccato non abbia ancora capito che è proprio per questo che dovrebbe essere intransigente. Quattro belle parole su un foglio di carta, se poi non si applicano non servono a nulla e i silenzi cancellano anche qualunque buon proposito.

    Francesco Zanardi