Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

    Il cappellano di Corzano, don Francesco Piccinotti, vanta un record di cui non andar fieri. È lui il protagonista del primo caso noto di pedofilia di matrice clericale dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Era il 30 aprile 1864. In base all’accusa «del crimine di libidine contro natura», nei confronti di diverse persone, tra cui un bimbo di 7 anni, la Corte d’Assise di Milano lo condannò a sette anni di reclusione. Notizie di questo tipo in quegli anni erano rare. La profonda trasformazione dell’assetto geopolitico della Penisola in seguito alla breccia di Porta Pia e alla fine dello Stato Pontificio, nel 1870, contribuì a ridurre sensibilmente le possibilità che in Italia accadessero crimini del genere. Grazie al progressivo radicamento di un “sentimento” laico nell’opinione pubblica, il controllo da parte delle autorità civili nei confronti della popolazione clericale fu profondo e capillare.

    Nell’Archivio centrale dello Stato a Roma ci sono centinaia di faldoni dedicati alla schedatura, predisposta dai prefetti, di altrettanti sacerdoti con i “vizi” più disparati: gioco d’azzardo, alcool e così via. Si andò avanti così per alcuni decenni fino a quando, tra il 1904 e il 1907, una serie di scandali travolsero diversi istituti cattolici lungo tutto lo Stivale. Citiamo ad esempio il collegio dei Marianisti di Pallanza sul Lago Maggiore, il collegio Greco-Milanese dove erano state violentate delle ragazzine, una scuola di Trani in Puglia, l’Asilo della Consolata di Milano con il cosiddetto “Scandalo Fumagalli” (dal nome della sedicente suora Giuseppina Fumagalli che gestiva l’asilo), che vide l’arresto di cinque donne e di un prete, tale don Riva, per abusi sessuali su una fanciulla, e l’educatorio di Alassio in cui don Bretoni viene accusato di sevizie “sessuali” ai danni di un tredicenne. Stupri, maltrattamenti, abusi su adolescenti, fanciulle e bambini prepuberi: le accuse nei confronti di sacerdoti, educatori e, nel caso di Trani e Alassio, anche di suore, erano pesantissime. Sebbene non sempre risultassero del tutto verificate, le accuse evidenziavano un diffuso malessere anticlericale e antireligioso, e una pretesa di laicità dello Stato, che partivano da molto lontano nel tempo e che si propagarono grazie anche al fatto che gli spazi per la Chiesa nella scuola pubblica erano sempre più ridotti. Cosa di cui il Vaticano era perfettamente consapevole. Tanto è vero che il 5 agosto 1907, dopo l’ennesimo scandalo, questa volta al collegio dei Salesiani di Varazze, passò al contrattacco con un comunicato al vetriolo che accusava «la propaganda massonica e socialista di aver imbastito una campagna anticlericale e contro papa Pio X». A far saltare in aria la “polveriera” era stato il nipote quattordicenne dell’ex console francese presso il Regno di Sardegna, Alessandro Besson, il quale in un diario aveva descritto gli abusi subiti, messe nere in costume «interamente adamitico» e rapporti sessuali tra i frati, le suore del vicino collegio di Santa Caterina da Siena e alcuni alunni.

    Ben presto anche la stampa cattolica entrò nella mischia senza risparmiare colpi. E fu come gettare benzina sul fuoco. In quasi tutte le grandi città si svilupparono violenti moti anticlericali. Roma, Milano, Venezia, Pisa, Torino, e ancora Mantova, Livorno, Genova, Firenze e Palermo furono teatro delle proteste con un bilancio di un morto e 20 feriti. Un fatto inusuale nell’Italia di Giolitti, il quale di sicuro non poteva essere definito ostile alla Chiesa, ma che rientrava nel più ampio quadro della feroce disputa tra le istituzioni ecclesiastiche, che ambivano (come oggi) a conservare il monopolio secolare dell’educazione dei bambini, e la giovane scuola pubblica dello Stato italiano. La gestione esclusiva dell’educazione e dell’istruzione da parte della Chiesa si era bruscamente interrotta con l’unità d’Italia. Grazie anche a leggi come la Casati del 1859 e la Coppino del 1877 con cui, eccetto per le elementari, si decretò l’abrogazione dell’insegnamento della religione. Non a caso lo Stato unitario fu riconosciuto dal papa solo con l’avvento del fascismo. Come è noto, Mussolini ridette linfa al controllo ecclesiastico della società ripristinando subito l’insegnamento della religione attraverso la riforma Gentile (1923) e mettendo una pietra tombale sullo Stato laico nel 1929 con il Concordato.

    Dopo la fine della guerra e con il ripristino della democrazia, la saldatura tra clero e fascismo – foraggiata dai miliardi dei cittadini italiani regalati da Mussolini al papa come risarcimento per la breccia di Porta Pia e centrata sulla visione comune di una società patriarcale dove, solo per dirne qualcuna, la donna gode di diritti molto limitati e i figli sono di proprietà del padre (non vi ricorda il congresso sulla famiglia organizzato a Verona dalla Lega lo scorso marzo?) – fu solo in parte intaccata dai lavori dell’Assemblea costituente. La disputa tra laici e cattolici non produsse solo l’articolo 7 della Costituzione, che di fatto ha blindato i Patti lateranensi di cui il Concordato fa parte e i privilegi che da esso derivano per il mondo clericale. C’è difatti anche l’articolo 33 che riguarda la scuola e lascia la possibilità di istituire scuole private «senza oneri per lo Stato», demandando alla legge l’applicazione. Come ci ricorda la Uaar, «nel dopoguerra la quasi ininterrotta serie di ministri democristiani alla Pubblica istruzione lasciò più o meno invariata la situazione», e dopo il Concilio e il Sessantotto la discussione si incentrò soprattutto sulla qualità della scuola. «Ma l’elezione di Wojtyla a papa, e il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione (sono gli anni dell’ascesa di Ruini, ndr), hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato nel 1985, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico» prontamente soddisfatte da governi di ogni colore a scapito della scuola pubblica e in spregio alla Costituzione.

    Si parla tanto di discontinuità del Conte 2 dal Conte 1, molto meno, per non dire mai, di discontinuità con tutto ciò che rappresenta il passato fascista (e in varie forme anche il presente) del nostro Paese. L’abolizione del Concordato, il trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, sarebbe un importante segnale in questa direzione. E con una fava si prenderebbero i classici due piccioni, o forse anche di più. L’eliminazione dell’articolo 4 del Concordato – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – segnerebbe infatti anche la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni, la storia d’Italia è attraversata da vicende come quella di don Piccinotti. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista all’AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Queste dichiarazioni sono state completamente ignorate dai media italiani (tranne Left), ma per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che Stato e Chiesa non vogliono affrontare basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone.

    Il 2019 si è chiuso con l’annuncio della Santa sede dell’eliminazione del segreto pontificio sui processi per pedofilia. D’ora in poi, se abbiamo interpretato correttamente la dichiarazione ufficiale del segretario di Stato il cardinale Parolin, le magistrature civili di qualsiasi Paese potranno richiedere l’accesso agli atti dei processi canonici e agli archivi delle diocesi. Il segreto pontificio è uno dei principali “responsabili” della diffusione esponenziale della pedofilia di matrice clericale nel mondo. Pertanto, siamo in presenza di un importante segnale in direzione della trasparenza e della collaborazione con le istituzioni straniere e internazionali. Quale migliore occasione per il governo italiano di alzare il telefono e chiedere a papa Francesco un incontro per rivedere gli accordi del 1929-85? L’articolo 7 della Costituzione lo permette: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Quindi, contrariamente a quello che alcuni sostengono, il Concordato può essere abolito o modificato. In questo caso i Patti subirebbero una modifica, come del resto è accaduto nel 1985 rispetto a quelli del 1929. Insomma, rivedere un trattato internazionale non è un’impresa impossibile. Anzi. Occorre per prima cosa la volontà politica dei nostri “governanti”, dopo di che si alza il telefono e si chiede alla controparte di incontrarsi per avviare una trattativa. Tanto più ora è possibile farlo dato l’avanzato processo di secolarizzazione della società italiana. Se non altro lo è molto di più rispetto al 1929 e al 1985. Quindi la “volontà politica” avrebbe le spalle coperte dal sentire popolare. In tal senso, l’abolizione (o una modifica significativa) del Concordato avrebbe anche una profonda valenza di ordine “socio-culturale”. Significherebbe rimettere in discussione, in coerenza con il processo di secolarizzazione della società italiana, il peso – enorme e ingiustificato – dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola pubblica. Si darebbe così un enorme contributo a riportare l’articolo 33 nei binari di una visione laica della scuola e della società in generale, quindi dello Stato. Laicità che non a caso la Corte costituzionale in ben tre sentenze ha definito uno dei pilastri della nostra democrazia. Aggiungiamo noi: insieme all’antifascismo.

    Come (e perché) farla finita con il Concordato, e con l’interferenza del Vaticano sulla nostra vita

  • In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    In Francia al via il processo contro il prete pedofilo che fa tremare il cardinale Barbarin

    Si è aperto in Francia il processo a carico dell’ex sacerdote e cappellano scout della diocesi di lione, Bernard Preynat, accusato di violenze sessuali su decine di minori, per le quali è stato destituito dal tribunale ecclesiastico. Il sacerdote, 74 anni, è al centro di una vicenda che da mesi sta facendo tremare la Chiesa cattolica d’oltralpe e, in particolare, i destini del cardinale Philippe Barbarin.

    Barbarin infatti, tuttora arcivescovo di Lione, sebbene abbia preso un periodo di ritiro e sia coadiuvato da un amministratore apostolico che ne svolge le funzioni, è in attesa della sentenza di appello dopo che, a marzo dell’anno scorso, il tribunale correzionale lionese lo ha condannato a sei mesi, con la condizionale, per non avere denunciato padre Preynat, colpevole di aggressioni sessuali quando era responsabile del gruppo scout Satin Luc di Sainte-Foy-les-Lyon, negli anni Settanta e Ottanta, dunque quando arcvivescovo di Lione era monsignor Albert Decourtray.

    Preynat fu denunciato nel 2015 da una delle vittime, Alexandre Hezez, ma Barbarin era al corrente da tempo delle molestie, perché era stato proprio Hezez a parlagliene l’anno prima, nel 2014. Ma addirittura, in un’intervista alla Croix del 2016, Barbarin disse di essere stato messo al corrente dei “comportamenti” di Preynat “verso il 2007-2008”. Un sacerdote ha anonimamente raccontato a Le Parisien di aver parlato della questione all’arcivescovo “dal 2002”. Le prime denunce giunte alla diocesi, ad ogni modo, rimontano al 1979. Il porporato, arcivescovo dal 2002, ne ha poi parlato allo stesso sacerdote nel 2010, che gli avrebbe riferito di non aver più compiuto molestie dal 1991. Ma ancora nel 2013 il sacerdote riceve dall’arcivescovo una promozione e continua a svolgere attività da parroco, sebbene lontano dagli scout. Solo nel 2015, quando parte la denuncia civile, il sacerdote, oggi 73enne, viene sottoposto al controllo giudiziario e, in attesa che si esaurisca un processo canonico, sospeso dalle sue funzioni. In prima linea nelle denunce, un’associazione di ex vittime che ha preso il nome La parole liberée perché, da quando ha preso l’iniziativa di denunciare pubblicamente gli abusi, ha permesso che la “parola si liberasse” e che venissero a galla molte altre denunce.

    Lo scorso luglio, Bernard Preynat è stato “giudicato colpevole di aver commesso reati sessuali contro minori di 16 anni” da un tribunale ecclesiastico. “Alla luce dei fatti e del loro ripetersi, del gran numero di vittime, del fatto che padre Bernard Preynat ha abusato dell’autorità conferitagli dalla sua posizione all’interno del gruppo scout da lui fondato e guidato fin dalla sua creazione, assumendo la doppia responsabilità di capo e cappellano, il tribunale ha deciso di applicare la massima pena prevista dalla legge della Chiesa in un caso del genere, cioè la dimissione dallo stato clericale”, si legge in una dichiarazione rilasciata al termine del processo penale e riportata da Vatican News.

    Il tribunale sta attualmente esaminando le richieste di risarcimento finanziario presentate da una ventina di vittime. E ora, un tribunale ha aperto per la prima volta un processo civile. Dovrà valutare se i crimini sono caduti in prescrizione, ma, secondo la stampa francese, il sacerdote rischia fino a dieci anni di prigione. La vicenda è al centro di un film di successo, “Grace a Dieu” di Francois Ozon, che prende il titolo, Grazie a Dio, da un’espressione utilizzata in una conferenza stampa da Barbarin, quando disse che “la maggioranza dei fatti grazie a Dio è prescritta ma altri forse no, sarà la giustizia a decidere”. La giornalista Isabelle de Gaulmyn, lionese, caporedattrice del giornale cattolico La Croix, ha scritto un libro che ricostruisce con precisione l’intera vicenda e, in particolare, il silenzio che ha lungamente circondato, a tutti i livelli, gli abusi (“Histoire d’un silence”, storia di un silenzio).

    https://globalist.it/world/2020/01/13/in-francia-al-via-il-processo-contro-il-prete-pedofilo-che-fa-tremare-il-cardinale-barbarin-2051586.html

  • Testimoni di Geova: il paradiso (in terra) per pedofili

    Testimoni di Geova: il paradiso (in terra) per pedofili

    Dall’Australia agli Stati Uniti le migliaia di pedofili dei Testimoni schedati eppure liberi di abusare, ma non tutti, non ovunque, malgrado il negazionismo della società religiosa. In Italia tutto tace

    Nel mondo è in atto un’evoluzione etica delle società, un salto ‘quantico-morale’.
    Riguarda il futuro, la speranza, la tutela della meraviglia, la risorsa più preziosa dell’umanità: i bambini. Una spinta propulsiva a questo processo la si è avuta in Australia.

    La Commissione Reale Australiana

    Tutto esplode l’8 novembre 2012. L’ispettore capo della Polizia del New South Wales,  Peter Fox, scrive una lettera, pubblicata dal ‘Newcastle Herald’, intitolata ‘Non tapparti le orecchie sugli abusi, Signor Premier’. In men che non si dica, dopo quattro giorni, il 12 novembre 2012, il Primo Ministro, Julia Gillard, annuncia l’istituzione della ‘Commissione Reale Australiana per le risposte istituzionali agli abusi sessuali sui minori’.

    La Commissione indaga sui modi in cui le istituzioni (chiese, club sportivi, scuole, boy-scout, eccetera) hanno gestito i casi di abusi sessuali su minori.  I lavori iniziano il 7 marzo 2013 e si concludono nel dicembre 2017. Il sito ufficiale ne mostra la portata mastodontica: gestite oltre 40mila chiamate, tenute oltre 8mila sessioni private, tenute 444 giorni di audizioni pubbliche, indagate 3.489 istituzioni, tra le quali condotti 30 casi studio sulle organizzazioni religiose.

    Tra questi 30 casi afferenti alle organizzazioni religiose ci sono i Testimoni di Geova. Il loro caso è singolare. Proietta un’ombra sinistra che genera interrogativi inquietanti. Dalle audizioni emerge che la Watch Tower Society (società che fa capo ai Testimoni di Geova) aveva prodotto 5.000 documenti tra cui 1.006 fascicoli relativi alle accuse di abusi sessuali su minori riferiti agli anziani di Testimoni di Geova in Australia dal 1950, per un totale di 1.006 pedofili e di oltre 1.800 vittime, un numero esorbitante se confrontato con l’esiguo numero di Testimoni di Geova australiani (nel 1950 erano appena 5mila e oggi circa 68mila), e se confrontato con il rapporto procapite con altre istituzioni (nella Chiesa Cattolica in Australia, ad esempio, ne sono emersi 4.444). Questi numeri non tengono conto del sommerso: di tutti coloro che non hanno parlato e che porteranno nella tomba il proprio doloroso segreto.

    La Commissione dimostra che i Testimoni di Geova gestivano i casi di pedofilia in conformità con le politiche e le procedure disciplinari interne e basate sulla propria interpretazione della Bibbia, anziché lasciare che se ne occupasse la legge. I documenti mostrano che dei presunti responsabili, «nessuno è stato denunciato dall’organizzazione alle autorità secolari».

    Sul sito ufficiale della Commissione è disponibile un database con i dettagli di tutti i 1.006 pedofili trovati tra i Testimoni di Geova australiani. Tra i dati riportati per ciascun pedofilo (genere, numero di vittime abusate, ruolo nella chiesa, eccetera) vi è anche la colonna ‘denunciato alle autorità dai Testimoni di Geova’. La risposta è costantemente: no.

    La Commissione ha dichiarato che  «è prassi della Chiesa dei Testimoni di Geova conservare le informazioni riguardanti i reati di abusi sessuali su minori, ma non denunciare le accuse di abusi sessuali su minori alla Polizia o ad altre autorità competenti». Questo anche quando il pedofilo confessa di sua spontanea volontà.

    La Commissione ha rilevato che l’Ufficio legale della Watch Tower Society forniva regolarmente informazioni errate agli anziani, sulla base di una comprensione errata di ciò che costituisce un obbligo legale di denunciare i crimini in Australia.

    La Commissione ha inoltre rilevato: «non consideriamo l’organizzazione dei Testimoni di Geova un’organizzazione che risponde adeguatamente agli abusi sessuali su minori…  l’applicazione continua di politiche come la regola dei due testimoni in caso di abuso sessuale su bambini mostra una grave mancanza di comprensione della natura degli abusi sessuali su minori».
    La regola dei due testimoni fa parte delle politiche interne che tutt’oggi la Watch Tower continua a seguire. Se qualcuno è accusato di pedofilia da un confratello Testimone, affinché l’accusa sia creduta devono esserci: o la confessione del pedofilo o due testimoni del reato. Come se il pedofilo abusasse del minore in presenza d’altri.

    Nel Rapporto Finale, la Commissione Reale ha aggiunto: «Finché l’organizzazione dei Testimoni di Geova continuerà a [basarsi su un’interpretazione letterale della Bibbia e dei principi del I secolo per stabilire pratiche, politiche e procedure]nella sua risposta alle accuse di abusi sessuali su minori, rimarrà un’organizzazione che non risponde adeguatamente agli abusi sessuali su minori e che non protegge i bambini».

    Il 22 ottobre 2018 viene proclamato ‘Apologize Day’ (il Giorno delle Scuse). Scott Morrison, Primo Ministro dell’Australia, in un memorabile discorso alla Nazione, chiede scusa, commosso, a nome di tutti gli australiani a tutte le vittime della pedofilia. Il suo discorso merita di essere riascoltato, Morrison tra il resto afferma: «Altrove in questo edificio e in Australia, ci sono altri che stanno guardando e ascoltando silenziosamente questi procedimenti, uomini e donne che non hanno mai raccontato a un’anima viva cos’è successo loro. A questi uomini e donne dico che queste scuse sono anche per voi. E più tardi, quando i discorsi saranno finiti, resteremo in silenzio e ricorderemo le vittime che non sono più con noi, molte, troppe, per la loro stessa mano. Come Nazione, li abbiamo respinti, li abbiamo abbandonati. Questa sarà sempre la nostra vergogna. Questa scusa è per loro e anche per le loro famiglie».

    Quello stesso giorno, dopo il discorso del Primo Ministro, seguono le scuse da parte di altri leader politici, religiosi e delle istituzioni coinvolte dalle indagini della Commissione Reale. I leaders dei Testimoni di Geova non ci sono. Non solo, ad oggi non hanno neppure aderito agli Schemi di Risarcimento stabiliti dalla Commissione. Ciò che è allarmante è proprio questa politica della Watch Tower (e società affiliate).

    La politica del silenzio e della negazione
    Oltre alla condanna pubblica da parte della Commissione Reale Australiana, in numerosi altri processi nel mondo la Watch Tower è stata condannata a pagare risarcimenti cospicui a causa della mala gestione dei casi di pedofilia all’interno delle sue congregazioni. Parliamo di milioni di dollari. Oltre a ricorrere sistematicamente in appello per non pagare le vittime quanto stabilito dalle Corti, la Watch Tower ha manifestato in diversi casi di non collaborare neppure con la Giustizia.

    È recentissimo il caso in Olanda in cui la società religiosa si è rifiutata di fornire la documentazione richiesta a seguito di indagini sugli abusi sui minori. A seguito di questo comportamento, la professoressa di diritto penale Henny Sackers, dell’Università di Nijmegen, ha affermato: «Sembra quasi una sorta di arrogante disprezzo per l’ordine legale olandese».

    A seguito di questa reticenza (che, lo ricordiamo, è reato) la Polizia ha fatto irruzione nella loro sede nazionale olandese (detta Filiale o Betel) ed è in corso un’indagine a livello nazionale che ha visto anche la collaborazione dell’Università di Utrecht. Un’indagine analoga è stata avviata in Belgio, dove, il 25 aprile, la Polizia ha effettuato un raid nella Filiale nazionale.

    Una Commissione Reale è stata avviata anche nel Regno Unito ed anche qui sono indagati i Testimoni di Geova, così com’è in corso una medesima Commissione in Nuova Zelanda. Il 27 febbraio 2019 il Giudice della Corte Suprema del Quebec, Chantal Corriveau, ha approvato una Class Action da 60 milioni di dollari contro la Watch Tower Bible and Tract Society of Canada.

    Negli Stati Uniti, sono emersi altri particolari agghiaccianti. Tra le decine di processi in cui è coinvolta la Watch Tower Society ce n’è uno nello Stato del Montana in cui la società è stata condannata a pagare danni punitivi e compensativi per un totale di 35 milioni di dollari. Anche qui la Watch Tower segue una politica negazionista, presentando appello e non informando i propri adepti di nessuna di queste cause.
    Sul sito ufficiale dei Testimoni di Geova, esiste infatti la sezione Sala Stampa, con la specifica sottosezione ‘Sviluppi Legali’. Non troviamo un solo accenno a questi casi. Non esiste accenno alla Commissione Reale Australiana, a quella della Nuova Zelanda, del Regno Unito, ai processi statunitensi, alle condanne milionarie, alle ispezioni delle forze dell’ordine nelle filiali olandesi e belga.
    Il Testimone di Geova medio viene tenuto all’oscuro di tutto questo, come se non stesse accadendo nulla, in perfetto stile negazionista.

    Le risposte alle centinaia di richieste di chiarimento (scritte o telefoniche) inoltrate anche alla Filiale italiana dagli stessi Testimoni, sul perché non viene scritto nulla su questi casi specifici, sono evasive. Spesso sono semplicemente un «grazie per la domanda, ti manderemo un nostro rappresentante per risponderti». Abbiamo decine di queste lettere di risposta. E non è tutto.

    Paradisi per pedofili

    ‘The Atlantic’, rivista statunitense di approfondimento culturale e politico fondata nel 1857, pubblica il 22 marzo 2019 un articolo che scuote le coscienze.  L’articolo rivela che la Watch Tower possiede quello che forse è il più grande database al mondo di pedofili. Si tratta di dati accuratamente raccolti in seguito ad un sondaggio interno fatto nel 1997 nelle oltre 10mila congregazioni americane.

    Si tratta di dati occultati ai fedeli e alle autorità. Dati che conterrebbero una lista di circa 20mila pedofili che si aggirano nelle congregazioni dei Testimoni di Geova nei soli Stati Uniti, nella maggioranza dei casi nella totale ignoranza dei confratelli. Rapportati al totale dei Testimoni attivi negli Stati Uniti, sono circa 2 pedofili ogni 100 Testimoni, ovvero un paio per congregazione.
    Il dato è spaventoso. Ma ancor più spaventosa è la politica di gestione interna.
    Non sorprende che le comunità dei Testimoni di Geova siano state macabramente definite ‘paradisi per pedofili’. Adottando la stessa proporzione, ci sarebbero almeno 4.300 pedofili tra le congregazioni dei Testimoni italiani. Una cinquantina per provincia. Ma i dati non li abbiamo, né sappiamo se identica indagine sia stata condotta in Italia.

    Come detto, stiamo assistendo a un’evoluzione culturale nella difesa dei diritti umani, dove finalmente si tutelano le creature più vulnerabili e indifese, quelle senza voce (in-fanti).
    Forse tutto prese il via nel 2002, quando il team Spotlight del ‘Boston Globe’ portò alla luce gli scandali sulla pedofilia nelle gerarchie della Chiesa Cattolica.

    Le Commissioni Reali nel Commonwealth ne sono state l’enzima

    Gli Stati Uniti stanno ora facendo da locomotiva mondiale: in diversi Stati negli USA stanno estendo la prescrizione per il reato di pedofilia. Nello Stato di New York lo statuto criminale delle limitazioni per l’abuso sessuale di minore è stato esteso a 28 anni. Per i casi civili, contro persone e istituzioni, la prescrizione ora si estende fino ai 55 anni.
    Il ‘New York Child Victim Act’, a partire dal 14 agosto 2019, ha aperto una finestra temporale di un anno, durante la quale chiunque abbia subito un abuso da organizzazioni o individui sotto lo Stato di New York, potrà denunciare l’abuso al tribunale competente. Lo Stato di New York ha riservato 45 giudici per la gestione di quello che si prospetta essere un vero e proprio diluvio di denunce. La sede mondiale dei Testimoni si trova proprio nello Stato di New York.
    Il 12 agosto 2019, gli 8 membri del Corpo Direttivo dei Testimoni di Geova sono stati citati in giudizio, per responsabilità dirette legate alle politiche che hanno favorito e coperto abusi sessuali su minori.

    E l’Italia?

    Dove si pone l’Italia in questo percorso? Che cosa hanno fatto i governi multicolore di questi anni a favore delle vittime di abuso? Quale commissione è stata istituita per indagare in maniera concertata e sistematica sulla gestione dei casi di abuso sessuale su minore da parte delle istituzioni religiose e non?

    Quali accertamenti sono stati fatti in merito a sette od organizzazioni come quella dei Testimoni di Geova dove il problema è aggravato dalla mala gestione e dove i bambini sono ancora più in pericolo? Proprio come nel resto del mondo, secondo le testimonianze che abbiamo raccolto (testimoni che ci siamo impegnati a proteggere in quanto a rischio ostracismo) anche in Italia i leader dei Testimoni di Geova hanno gestito ‘in proprio’ i reati di pedofilia consumati all’interno delle congregazioni senza denunciarli alle autorità. In alcuni casi, la loro gestione ha previsto solo dei ‘comitati giudiziari’ interni.
    Come da istruzioni date ai pastori, di queste udienze vengono conservate registrazioni scritte negli ‘archivi confidenziali’ delle congregazioni. In alcuni casi si sta ora cercando di cancellare queste prove.

    In una recente lettera inviata agli anziani dell’Australia, datata 28 agosto, la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova dell’Australasia ordina agli anziani di distruggere i verbali delle udienze giudiziarie interne e alcune note della congregazione. «Chiediamo a ciascun anziano di controllare il proprio personal computer, i file cartacei e persino la propria borsa per le adunanze, per assicurarsi che non venga conservata corrispondenza confidenziale al di fuori dell’archivio confidenziale della congregazione», si legge nella lettera.

    Il Governo italiano è consapevole del fatto che anche nel nostro Paese è stata prodotta questa documentazione? È consapevole di come la Watch Tower ha gestito negli anni la questione pedofilia? È consapevole delle udienze giudiziarie interne? Dei verbali che ne vengono redatti e conservati in appositi archivi confidenziali?

    È consapevole di come vengono gestite queste informazioni nel nostro Paese? È consapevole del fatto che molti temono di parlare per via di un ricatto morale quale è l’ostracismo, ovvero l’esclusione dalla vita sociale dell’unico gruppo di riferimento e spesso anche dalla famiglia?

    In Australia è bastata una lettera sul ‘Newcastle Herald’ per attivare una risposta in quattro giorni. Quanto passerà in Italia prima di vedere una risposta istituzionale? Chi salva una vita salva il mondo intero. Proveremo girare tutte queste domande all’Ufficio Stampa dei Testimoni in Italia, così come proveremo interpellare il Governo. Nel caso non ricevessimo risposta pubblicheremmo i dettagli del silenzio.

    ***AGGIORNAMENTO DEL 20 SETTEMBRE***

    In risposta alla richiesta per l’intervista di cui sopra abbiamo ricevuto, ieri 19 settembre, la nota che integralmente pubblichiamo qui di seguito, come da richiesta, e in spazio a parte con le considerazioni della Redazione.

    «Gentile Direttore,
    Vorremmo rispettosamente farle presente che la posizione dei Testimoni di Geova in materia di tutela dei minori è liberamente consultabile sul loro sito ufficiale, JW.ORG. Sarebbe probabilmente bastata un’analisi di tali informazioni per smontare la tesi diffamatoria dell’articolo pubblicato nel suo giornale. I Testimoni di Geova, noti in tutto il mondo per i loro alti valori morali, aborriscono gli abusi sui minori e li considerano un reato grave. Gli anziani delle congregazioni non proteggono dalle autorità chi commette abusi su minori. In tutti i casi di abusi su minori le vittime e i loro genitori (o chiunque altro sollevi l’accusa) hanno il diritto di sporgere denuncia alle autorità competenti. Per ulteriori informazioni, si veda il documento “La posizione dei Testimoni di Geova in materia di tutela dei minori in armonia con la Bibbia”: https://www.jw.org/it/news/sviluppi-legali-diritti-umani/risorse-legali/informazioni/materiale-posizione-testimoni-di-geova-tutela-minori/
    Con preghiera di pubblicazione in calce all’articolo diffamatorio.
    Cordiali saluti
    Ufficio Stampa
    Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova»

  • PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    PRETI PEDOFILI; il Vaticano apre gli archivi, adesso tocca all’Italia rimuovere gli impedimenti legislativi

    Nessun elogio a papa Francesco, a mio avviso, ha fatto l’azione di trasparenza che avrebbe dovuto fare ai tempi Wojtyla, di questo gliene diamo certamente il merito.

    Il Punto di Francesco Zanardi

    Molti lamentano il fatto che il papa abbia si, aperto gli archivi, ma non inserito, l’obbligo della denuncia per i vescovi.

    Ma spetta al papa farlo ? Soprattutto, sarebbe stato applicabile nel nostro ordinamento?

    A nostro avviso no, proprio partendo dal principio di sovranità dello Stato, spetta allo Stato stesso intervenire per stabilire regole sul proprio territorio e per i propri cittadini. Come hanno fatto gli altri paesi industrializzati, Francia, Svizzera e via dicendo.

    Mettiamo pure che il papa avesse anche inserito per i vescovi l’obbligo della denuncia, con le leggi attuali dello Stato italiano, troveremmo impossibile l’applicazione.

    Per esempio; la legge prevede fino ai 14 anni la facoltà di avvio di procedimenti autonomi da parte dell’Autorità Giudiziaria, la quale però, nel caso di segnalazione di terzi (per esempio un vescovo, la stessa Rete L’ABUSO o altra associazione), a meno che questi non siano dei Pubblici Ufficiali, non ha l’obbligo, ma facoltà di intervenire d’ufficio e per esperienza personale, posso dirvi che raramente accade.

    Dopo i 14 anni invece, necessita anche la querela di parte.

    Ed è qui che si materializza il macroscopico vuoto italiano, che oggi, dopo la rimozione del segreto pontificio da parte di Bergoglio, emerge ancora più evidente come il maggior impedimento, che troppo spesso non permette alla vittima di accedere alla giustizia, perchè si trova sola, perchè non si tiene conto dell’età e della capacità di un bambino, di comprendere prima, che ha subito un reato, poi, di denunciarlo. Per questo motivo i minori vanno maggiormente assistiti.

    A 15 anni dall’inizio dello scandalo italiano, malgrado le molteplici istanze fatte dall’Associazione, nelle quali si denunciano le gravi lacune del sistema e le inadempienze dello Strato italiano ( Interrogazione parlamentare – Diffida al Governo – Denuncia al Governo), l’ultima arrivata lo scorso febbraio dal Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, che espressamente chiede all’Italia di mettere mano al problema (par. 21), ad oggi, il Governo non ha ancora proferito parola in merito.

    Ancor meno ha suscitato l’interesse di alcuna forza politica in Italia, tranne quello dell’allora Deputato, oggi Senatore Matteo Mantero, che nel 2017 depositò l’interrogazione parlamentare di cui sopra, che giace tutt’ora inevasa sul sito della Camera dei Deputati, vittima dell’assordante silenzio degli Onorevoli colleghi.

    Ma perché l’apertura del Vaticano, ne esce penalizzata dallo Stato italiano e non concretizza giustizia per le vittime ?

    Per comprendere, è il caso di spiegare perché noi tecnici distinguiamo nettamente la pedofilia, dalla pedofilia clericale, dettagli che chi non è dentro spesso ignora, ma nei fatti, oltre a confondere le idee al pubblico, portano la vittima a non potere o a non riuscire ad accedere alla giustizia civile, spesso ritrovandosi prescritta.

    È importante capire che quando gli abusi sono commessi da un uomo di chiesa, si innesta una situazione che io definisco “eccezionale”.

    Questo accade perché nei casi di religiosi pedofili – a differenza dei normali pedofili – abbiamo due tribunali giudicanti, con due diverse finalità.

    Quello della chiesa, che si occupa del solo aspetto morale-religioso, che sana l’offesa a Dio, sulla base del sesto comandamento del decalogo, “non commettere atti impuri”.

    Spesso si pensa erroneamente che tutto si possa risolvere con il solo rito del tribunale canonico, ignorando che invece, serve anche quello parallelo dello Stato per rendere giustizia, questa volta alla vittima, ed infliggere una pena al colpevole.

    Per questo spesso si resta delusi dai soli processi canonici e dalle lievi pene inflitte dalla chiesa, perché ignoriamo la loro finalità, che non è quella di rendere giustizia alla vittima per il crimine subito, ma è quella di riparare il solo l’affronto a Dio. Per questo la pena per il sacerdote non va mai oltre la sospensione a divinis, nel peggiore dei casi la dimissione dallo stato clericale.

    Viene da se che i due tribunali, convivendo parallelamente, debbano essere entrambi informati, in modo da poter procedere nel raggiungimento dei rispettivi obbiettivi.

    La rimozione del segreto pontificio è un passo importante per la trasparenza della chiesa, che oggi si adegua agli altri stati, condividendo dati con la vittima e all’autorità giudiziaria, che finalmente potranno accedere agli atti.

    Passo importante ma non risolutivo.

    Ci sono infatti passi che vanno fatti anche da parte dell’Italia se non si vuole vanificare lo “strumento” offerto dal Vaticano.

    Inserire l’obbligo della denuncia che citavo prima, è fondamentale e, già da se, permetterebbe un grosso salto di qualità nel garantire concreta giustizia alla vittima, oltre a un maggiore contrasto alla pedofilia clericale.

    Per un fatto che definirei quasi “biologico”, la vittima di un reato, tendenzialmente denuncia nell’ambiente in cui lo subisce. In questi casi, indicativo il fatto che spesso si scopre che sacerdoti oggi chiamati a rispondere alla giustizia civile, in precedenza erano già stati giudicati per i medesimi reati dalla chiesa.

    La chiesa, per il fatto “biologico” di cui parlavo prima e, aggiungerei in questo caso, anche per deformazione cattolica, resterà sempre il primo luogo dove la vittima andrà a denunciare, oggi ancor di più, anche grazie agli sportelli per le vittime che si stanno attivando in tutte le diocesi.

    Ma manca il modo perché ne venga informata anche l’Autorità Giudiziaria, mancano i più basilari strumenti di prevenzione, come il certificato anti pedofilia, dalla cui esibizione il legislatore ha pensato bene di sollevare non solo i sacerdoti, ma l’intera categoria del volontariato, quella da sempre statisticamente più a rischio.

    Ad oggi, in barba a tutti i trattati ratificati, il nostro paese resta l’unico tra quelli più industrializzati, a non avere ancora attuato una politica concreta ed efficace per la protezione dei suoi piccoli cittadini.

    Un paese così arretrato che nel 2020 vive ancora episodi grotteschi, come quello avvenuto pochi mesi fa a Trentola Ducenta, dove una bimba di 11 anni, per essere creduta, si è trovata costretta a registrare col telefonino, le molestie del parroco.

    Zanardi

  • Il Vaticano apra davvero le segrete stanze

    Il Vaticano apra davvero le segrete stanze

    Panorama un anno fa ha raccontato decine di casi di abusi e pedofilia nella Chiesa, che pare oggi aver cambiato atteggiamento. Ma serve una rivoluzione vera

    Maurizio Belpietro

    Il Papa ha tolto il segreto di Stato (Vaticano) sui preti pedofili. D’ora in poi la magistratura italiana potrà chiedere di ottenere dalle diocesi i documenti riservati sulle denunce ricevute nei casi di molestia sessuale. Giornali e televisioni, di fronte all’annuncio della Santa sede, hanno parlato di una svolta epocale, perché fino a ieri gli abusi erano coperti da una spessa cappa di piombo. Anche molte delle associazioni di molestati hanno applaudito, sebbene con minor entusiasmo di certa stampa.
    Di fronte alle denunce, finora vescovi e alti prelati preferivano opporre il silenzio, qualche volta rimuovendo il sacerdote accusato di comportamenti inappropriati, altre semplicemente insabbiando i casi, come se non parlandone questi non fossero mai esistiti. Il risultato è che quasi sempre i pedofili in tonaca hanno potuto continuare indisturbati a comportarsi da predatori sessuali.
    Quando divenni direttore di Panorama, all’incirca un anno fa, scandalizzando qualche lettore, affidai ad Antonio Rossitto un’inchiesta sulla pedofilia nella Chiesa, raccontando spesso casi già passati in giudicato o comunque già oggetto di sentenza della magistratura. L’elenco era lungo e non di rado mi è capitato di leggere di sacerdoti ormai condannati che pure continuavano a esercitare nelle parrocchie d’Italia. Per la legge italiana erano colpevoli, ma per le diocesi no e infatti non erano stati ridotti allo stato laicale, ma potevano continuare a dire regolarmente messa come un normale parroco.
    Mi viene in mente il nome di «Don Lu», così lo chiamavano i parrocchiani. Primo grado, appello e Cassazione: per tre volte gli atti processuali furono concordi nel ritenere il prete ligure responsabile di violenza sessuale su una chierichetta, tanto da condannare il sacerdote a una pena di sette anni e otto mesi di carcere, oltre a 200 mila euro di risarcimento nei confronti della ragazzina, che all’epoca dei fatti aveva solo 11 anni. Tuttavia, quella sentenza inappellabile non fu ritenuta sufficiente dalla Chiesa, tanto che il tribunale ecclesiastico riabilitò «Don Lu», con l’incredibile decisione che «non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti».
    Un caso limite? Non proprio. Basti ricordare la vicenda che ebbe per protagonista don Giorgio Carli, un prete bolzanino. Nel 2003 una giovane parrocchiana lo accusò di molestie per un periodo di almeno cinque anni. La vicenda finì in tribunale e in primo grado il sacerdote fu assolto, poi in appello fu condannato a sette anni e mezzo, mentre quando si arrivò in Cassazione il procedimento fu dichiarato estinto per intervenuta prescrizione. Il caso avrebbe potuto avere strascichi civili, ma prima che arrivassero, don Giorgio trovò un accordo extragiudiziale con la vittima e, a spese anche della diocesi, pagò una cifra che secondo alcuni giornali fu di 760 mila euro, a causa anche dei danni biologici provocati alla giovane parrocchiana. Fin qui la cronaca di una faccenda scabrosa. Ma poi un inviato de La Stampa scoprì che il prete, lungi dall’essere stato allontanato dalla diocesi, era stato semplicemente spostato in un’altra parrocchia, ossia non più a Bolzano, ma a Vipiteno.
    Se racconto questi due casi non è per riesumare vicende che hanno provocato dolore e orrore, ma per dire che non basta aprire gli archivi vaticani e delle diocesi, serve un’opera di denuncia alla quale nei sacri palazzi non sembrano essere abituati.
    Certo, è giusto consegnare alla magistratura i fascicoli sul tal sacerdote se il pm li richiede: la trasparenza innanzitutto. Ma forse, prima della collaborazione con le Procure, servirebbe un lavoro di pulizia che comporti anche la prevenzione. Per troppo tempo le lettere e le testimonianze di denuncia sono rimaste ferme nelle segrete stanze vescovili, consentendo dunque al pedofilo non solo di farla franca, ma di continuare la sua opera di corruzione dei giovani.
    Lo testimonia proprio il caso di «Don Lu». Una suora andò dal parrocco a segnalare gli abusi sulla chierichetta, ma questi, dopo aver promesso di parlare al vescovo del comportamento del curato, la obbligò al silenzio. Un’omertà che ha consentito a «Don Lu» di celebrare messa come se gli abusi non ci fossero mai stati.
    Condannato dalla giustizia terrena, benedetto da quella vescovile.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/vaticano-apra-davvero-le-segrete-stanze/

  • Cancellazione del Segreto Pontificio, poco cambierà alle vittime di abuso

    Cancellazione del Segreto Pontificio, poco cambierà alle vittime di abuso

    Nei giorni scorsi una straordinaria euforia ancora più avvincente e globalizzata di quella che può far sentire l’avvento del Natale ha inondato tutte le agenzie di stampa, dopo che la santa sede decide di rendere nota casualmente nella commovente data dell’ ottantatreesimo compleanno di Papa Francesco la cancellazione del famoso Segreto Pontificio ( Secreta continere), nelle cause che coinvolgono la pedofilia all’interno della chiesa cattolica. Non vi era altra notizia che potesse sovrastare questa, ovunque si potevano visionare video, interviste di testate giornalistiche con titoloni a caratteri cubitali pari alla scritta Hollywood sulle colline statunitensi, dichiarando così che una nuova storia fosse stata finalmente scritta. Si, perché in effetti per l’ennesima volta possiamo confermare che l’ufficio stampa del Vaticano ci ha saputo fare anche questa volta.

    Segnaliamo inoltre una news dell’ ultima ora in cui si dichiara da richiesta effettuata da Papa Francesco l’allontanamento dalla santa sede di un cardinale di rilievo, Angelo Sodano a causa dei suoi trascorsi di abusi su minori.

    Imponenti e devastanti sopra questa notizia, arrivano poche ore dopo l’annuncio come un fulmine a ciel sereno le parole di monsignor John Kennedy, membro della commissione disciplinare della Santa Sede, dichiarando infatti che solo nel 2019 salgono a 1.000 le denunce arrivate da svariate parti del mondo nel coinvolgimento chiesa e pedofilia, asserendo inoltre la possibilità di vedersi triplicare le denunce nell’arco del 2020. “So che la clonazione è contro l’insegnamento cattolico, ma se potessi davvero clonare i miei funzionari e farli lavorare tre turni al giorno o lavorare sette giorni alla settimana, potrebbero fare il necessario passo avanti” afferma monsignor John Kennedy, capo della congregazione sezione disciplinare. “Al momento stiamo assistendo effettivamente a uno tsunami di casi.” Asserisce monsignor Kennedy, riferendosi alle accuse di abuso denunciate oggi ma che fanno riferimento anche a decenni fa. Denunce che pervengono soprattutto da Argentina, Messico, Cile, Italia e Polonia che si sono uniti agli Stati Uniti tra i paesi con il maggior numero di casi che arrivano alla congregazione, nota come CDF. Kennedy in questi giorni ha addirittura permesso l’ ingresso con conseguente video riprese ad un fotografo di AP e giornalisti da varie parti del mondo nelle camere interne del CDF , un evento mai accaduto prima all’ interno del tribunale ecclesiastico. Vien da pensare quindi che ad oggi anche l’istituzione più segreta del Vaticano senta il bisogno di mostrare un po’ di trasparenza, mentre la gerarchia della chiesa cerca di ricostruire la fiducia con i cattolici di fila oramai disillusi da decenni per gli abusi perpetrati dal clero con conseguenti insabbiamenti.

    La verità sulla cancellazione del Segreto Pontificio

    E’ bene precisare che per comprendere ciò che sta realmente accadendo in questi giorni non bastino una competenza giornalistica o legale penale, bensì qualcuno di grado superiore, quindi un legale specializzato in diritto canonico, nel mondo sono infatti ordinati tra gli avvocati più competenti e preparati in assoluto ma soprattutto, gli unici a comprendere realmente quali siano le differenze tra stato italiano e Vaticano. Ringraziamo dunque l’Avvocato Federica Metta esperta di diritto canonico, per averci concesso una breve intervista che troverete a fine articolo.

    Le chiedo quale sia in realtà il cambiamento che avverrà da ora in poi grazie alla cancellazione del segreto pontificio, essendo rimasti invariati il segreto d’ ufficio e quello della confessione?

    Per noi legali non cambia sostanzialmente nulla, nel processo canonico come nei casi di annullamento nella Sacra Rota, per permettere che le persone come ad esempio nell’annullamento dei matrimoni siano coperte da segreto e da tutela non vi è la possibilità di accesso agli atti. Più specificatamente c’ è addirittura impedimento anche nel fotocopiare gli atti, azione limitata altresì ad una autorità civile. Questo avviene per questioni limitate al foro interno, importante distinguere infatti per comprendere meglio la situazione, quale sia la differenza tra foro interno e foro esterno. Il foro interno è quello della coscienza e dell’anima, questo è il motivo per cui la confessione e determinati reati penali vengano gestiti solo da loro, quindi all’ interno dello stato del Vaticano. Mentre nel foro esterno vi è un rischio maggiore di pubblicità mediatica e conseguente inquinamento delle prove.

    La santa sede ha infatti tenuto a sottolineare che questi atti non verranno mai resi pubblici, cosa significa?

    Questa è una prerogativa che serve appunto alla tutela delle anime, la Legge Suprema che tutela tutto il diritto canonico è la salus animarum cioè la salvezza delle anime, quindi è importante capire come tutto il diritto canonico si fondi su questo concetto. Occupandomi di entrambe le giurisdizioni mi rendo conto di quanto questo pensiero sia complesso visto dall’ esterno, a differenza del civile, parliamo di un processo inquisitorio, quindi gestito spesso da un prelato.

    Di che giudice stiamo parlando, di un ufficiale giudicante eletto dallo stato del Vaticano?

    Esatto, sono giudici ecclesiastici, quindi nominati dall’autorità ecclesiastica, i vescovi sono i principali, ma in genere delegano… personalmente non ho mai visto un vescovo tenere un processo. Ultimamente vi è stata anche la riforma con il motu proprio ( di propria iniziativa) richiesto personalmente da Papa Francesco che esigeva la possibilità che fossero direttamente i vescovi a gestire tutti i processi, nel penale, quindi nelle cause di abusi invece vi sono dei prelati dediti solo a questo con delle commissioni ad hoc. Vi è inoltre la penitenzieria che si trova sempre all’ interno del tribunale della Rota che si occupa esclusivamente di gestire le cause del foro interno, dove vi sono infatti le prigioni, con fascicoli segretissimi a cui sarà impossibile accedere.

    Mettiamo caso io sia una persona che ha subito abusi, qual’ è l’ iter che devo seguire per poter accedere ai fascicoli?

    Assolutamente no, parlando di diritto canonico lei non potrà accedere a questi fascicoli. Se lei volesse accedere ad un fascicolo riguardante un sacerdote che è stato processato dalla chiesa, lei se volesse accedere a questi atti non ha possibilità alcuna di poterlo fare.

    Anche dopo la cancellazione del segreto pontificio?

    No, potrebbero esserci delle eccezioni, normalmente ai laici possono dare solo l’ eventuale possibilità di gestire gli spostamenti di parrocchia ed eventuali trasferimenti in relazione a dei reati, mai la gestione di un processo sullo stesso reato. Il criterio rimane questo, se riflettiamo infatti il loro pensiero è corretto, chiedono solo che ciascuna giurisdizione nomini i propri magistrati, applicando le proprie pene ai propri cittadini, quindi il loro messaggio è semplicemente quello di gestire la legge a livello interno come qualsiasi altro stato.

    Molti tendono infatti a dimenticare che il Vaticano sia comunque uno stato a parte, giusto?

    Esattamente, quindi dal loro punto di vista è corretto perché non intervengono nei processi come ad esempio politici, ogni stato ha i propri strumenti per mantenere l’ ordine, loro fanno lo stesso.

    Le faccio un esempio: se un avvocato inglese chiedesse l’accesso agli atti per un penale allo stato italiano, il nostro stato consegnerebbe l’ intera documentazione?

    Probabilmente non tutto, ad esempio le indagini preliminari resterebbero secretate. Importante sapere che anche prima della cancellazione del segreto pontificio, la sentenza è sempre stata comunicata, il procedimento assolutamente no. Questi sono provvedimenti che hanno poi una risonanza anche all’ interno del foro esterno come ad esempio la conseguente richiesta di un trasferimento.

    Cancellazione del Segreto Pontificio, poco cambierà alle vittime di abuso

  • Angelo Sodano, Papa Francesco fa uscire di scena il cardinale travolto dallo scandalo abusi

    Angelo Sodano, Papa Francesco fa uscire di scena il cardinale travolto dallo scandalo abusi

    Città del Vaticano – Papa Francesco sceglie gli auguri natalizi alla Curia romana – una cerimonia simbolica e solenne al tempo stesso, che serve a fare il punto della situazione interna – per mandare definitivamente in pensione il cardinale, Angelo Sodano che di fatto conclude bruscamente l’incarico di decano del Collegio cardinalizio. La carica di Decano ha una funzione di primus inter pares nel collegio e fino ad oggi non prevedeva una scadenza.  Con un Motu Proprio diffuso stamattina il Papa ha stabilito che il decano avrà cadenza quinquennale. La scelta di fare uscire di scena Sodano è legata soprattutto alle ultime vicende legate alla questione della pedofilia e alle coperture che in passato hanno avuto in passato tanti criminali, come per esempio padre Maciel Marcial Degollado, un abusatore seriale, che aveva proprio in Sodano un punto di appoggio interno.

    Recentemente anche il cardinale di Vienna, Shoenborn, ha apertamente accusato Sodano di avere portato avanti sotto il pontificato di Wojtyla una linea di governo troppo morbida, che tendeva a proteggere il buon nome della Chiesa a scapito delle tante vittime degli abusi che avrebbero dovuto avere più ascolto da parte delle istituzioni. «Adesso tocca ai cardinali eleggere il nuovo decano. Spero scelgano uno che si occupi a tempo pieno di questa carica importante» ha detto Bergoglio alla cerimonia degli auguri natalizi.

    Il discorso del Papa è stato lungo e articolato e ha affrontato il grande tema del processo di cambiamento che è in atto la Chiesa. Ha citato il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per mettere in guardia da finti cambiamenti. Quello che occorre alla Chiesa, ha detto Francesco, è qualcosa di profondo e radicale. Bisogna avviare processi e non occupare spazi: «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa’. Da ciò siamo sollecitati a leggere i segni dei tempi con gli occhi della fede, affinché la direzione di questo cambiamento ‘risvegli nuove e vecchie domande con le quali è giusto e necessario confrontarsi’».

    I cambiamenti che auspica Francesco sono quelli affiorati in questi anni. Non solo la riforma della curia, ma le aperture sui divorziati risposati, il matrimonio dei preti, il diaconato per le donne, il dialogo serrato con le diverse religioni, una radicalità tesa a mettere in pratica il Vangelo sul fronte della povertà, dei cambiamenti climatici, delle migrazioni. Naturalmente al centro c’è la fede. «Affrontando oggi il tema del cambiamento che si fonda principalmente sulla fedeltà al depositum fidei e alla Tradizione, desidero ritornare sull’attuazione della riforma della Curia romana, ribadendo che tale riforma – ha continuato il Papa – non ha mai avuto la presunzione di fare come se prima niente fosse esistito; al contrario, si è puntato a valorizzare quanto di buono è stato fatto nella complessa storia della Curia. È doveroso valorizzarne la storia per costruire un futuro che abbia basi solide, che abbia radici e perciò possa essere fecondo. Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento».

    «Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza. Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano: ‘Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

    «La vita cristiana in realtà – ha aggiunto il Papa – è un cammino, un pellegrinaggio. La storia biblica è tutta un cammino, segnato da avvii e ripartenze; come per Abramo; come per quanti, duemila anni or sono in Galilea, si misero in cammino per seguire Gesù. La storia del popolo di Dio – la storia della Chiesa – è segnata sempre da partenze, spostamenti, cambiamenti. Il cammino, ovviamente, non è puramente geografico, ma anzitutto simbolico: è un invito a scoprire il moto del cuore che, paradossalmente, ha bisogno di partire per poter rimanere, di cambiare per potere essere fedele».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/angelo_sodano_abusi_papa_francesco_cardinale_sodano-4940683.html?fbclid=IwAR3cx8Ieh-6KCkhAq6Uc74_PsLLuBnVT_-HUSULlZbu3UoKvoxC328dzZ04

  • Eva ora riposa in pace

    Eva ora riposa in pace

    Confermata in Cassazione la pena di tre anni e mezzo alla ex suora Maria Angela Farè

    È calato il silenzio tombale su Eva Sacconago e suor Maria Angela Farè: la cassazione ha confermato la condanna a tre anni e sei mesi per la religiosa accusata di violenza sessuale.

    La sentenza è definitiva, le parole, le congetture, le ricostruzioni non servono più.

    L’imputata – che è difesa dagli avvocati Fabrizio Busignani e Raffaella Servidio – potrebbe presto finire in carcere perché il reato di cui rispondeva è ricompreso in quelli ostativi, quindi anche se la pena è inferiore a quattro anni non sono previste scappatoie.

    Le conclusioni a cui erano giunti i giudici della corte d’appello di Milano – che a loro volta avevano recepito la decisione del tribunale di Busto Arsizio – hanno trovato quindi conferme non più scalfibili. «L’imputata, totalmente priva di alcun senso morale allorquando ha mischiato e piegato il tema religioso a quello amoroso per coinvolgere in un’insana relazione una giovane con carenze affettive, ha certamente esercitato un fascino malevolo e perverso su Eva, al quale lei si è sottratta solo quando ha potuto trovare appoggio e conforto in un’altra figura di riferimento. Indice questo non certo di disturbo della personalità, ma di fragilità emotiva della ragazza».

    Eva si suicidò impiccandosi il 22 giugno del 2011 ma «ogni tentativo di ricondurre il gesto estremo della ragazza ai reati commessi dalla religiosa è stato vanificato dalla mancanza di contestazione in tal senso», osservò la corte di secondo grado.

    A dicembre del 2015 il collegio giudicante presieduto da Renata Peragallo riconobbe un unico capo di imputazione, quello di violenza sessuale aggravata dall’uso delle manette.

    La ex responsabile del centro Primavera di Sant’Edoardo venne assolta dalle accuse di abusi sessuali, violenza privata e stalking.

    Alle motivazioni della sentenza arrivata da Roma, che verranno depositate entro i termini di legge, si potrà aggiungere la parola «fine».

    Sarah Crespi

    https://www.prealpina.it/pages/eva-ora-riposa-in-pace-212185.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

  • Violenza sessuale su disabili, arrestato il sacerdote vicedirettore dell’Istituto Don Orione

    Violenza sessuale su disabili, arrestato il sacerdote vicedirettore dell’Istituto Don Orione

    Arrestato con l’accusa di violenza sessuale un sacerdote della Congregazione di don Orione che si occupa di riabilitazione di persone disabili: è gravemente indiziato di violenza sessuale continuata commessa abusando dello stato di inferiorità psichica della vittima, nell’interesse della quale svolgeva la funzione di amministratore di sostegno.

    È su delega della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, che la Squadra Mobile di Napoli ha dato esecuzione ad un’ordinanza di applicazione della misura coercitiva della custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip di Napoli, a carico di Roberto Gerolamo Filippini, sacerdote della Congregazione di don Orione all’epoca dei fatti contestati vicedirettore dell’Istituto Don Orione di Ercolano.

    L’Istituto, secondo quanto si legge sul loro sito, nasce nel 1981, «con la finalità precisa di dare accoglienza a ragazzi bisognosi di cure e di attenzione particolare». Attualmente l’opera Don Orione promuove servizi alla persona in ambito sanitario, socio-assistenziale ed educativo, ed è sostenuta da religiosi, laici e volontari, si legge on line.

    In tale ambito «si inserisce l’Istituto Piccolo Cottolengo Don Orione di Ercolano, che da qualche anno ha avviato la revisione dei vari servizi per rispondere ai requisiti strutturali previsti dalla normativa vigente, e parallelamente, ha intrapreso un’importante azione di riorganizzazione e differenziazione della propria offerta di servizi per rispondere meglio ai nuovi bisogni assistenziali e sanitari della popolazione disabile, pur rimanendo nella tradizione tracciata dal fondatore».

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/sacerdote_violenza_sessuale_disabili_arrestato_vicedirettore_dell_istituto_don_orione-4938747.html

  • Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    Senza la legge che obblighi alla denuncia il blitz del Papa vale poco – pronta la richiesta degli atti sugli abusi coperti da Delpini

    di Giorgio Gandola

    Manca l’ultimo metro. Ma non è un dettaglio, è l’essenza di tutto, il colpo di reni per vincere le Olimpiadi o il pezzo di fibra che serve a far funzionare un wifi. Con l’abolizione del segreto pontificio sui dossier, la rivoluzione di papa Francesco per contrastare la pedofilia in tonaca è finalmente concreta, va ben oltre l’omelia vuota del motu proprio Vos estis lux mundi. Il Pontefice passa dal puro marketing all’azione energica, ma per compiere il definitivo salto di qualità serve ancora il metro che fa la differenza: l’obbligo di denuncia.

    È un gesto semplice, quasi banale: chiedere ai vescovi o ai sacerdoti che vengono a conoscenza di casi di pedofilia di denunciare i reati alla magistratura. Un piccolo passo per lui, ma ci sono duemila anni di consuetudini a impedirlo. Ci si avvicina, si appoggia la mano alla maniglia ma quella porta rimane chiusa. Con l’abolizione del segreto pontificio è crollato un muro, da domani gli atti delle indagini previe (obbligatorie per il diritto canonica a carico di preti accusati di violenza sessuale) non saranno più coperti da sigilli di ceralacca e le famiglie delle vittime sapranno almeno quali sono stati i provvedimenti presi a carico dei responsabili. Una decisione storica che va incontro alle richieste delle associazioni mondiali delle vittime degli abusi del clero. Il problema è che, se nessun carabiniere o nessun pm viene a conoscenza di quelle inchieste, le preziose carte non servono a nulla. Di conseguenza, il metro mancante riguarda anche il Parlamento italiano che dovrà far sua la materia (fin qui lasciata completamente alla Chiesa) e legiferare, adeguandosi all’ordinamento di numerosi Paesi europei. Cioè studiare una legge che obblighi a sua volta il sacerdote, come cittadino italiano, a denunciare il colpevole strappando il sipario dell’omertà scambiata per carità cristiana. Basterebbe copiare Svizzera e Francia, ma l’iter potrebbe essere lungo e accidentato. E presupporre perfino una revisione del Concordato. Campa cavallo.

    IL CASO DON GALLI

    Un’obiezione legittima a questa sottolineatura ce la facciamo da soli: ma non è la famiglia della vittima a dover denunciare il prete pedofilo? Vero, però questo non accade spesso, soprattutto se quella famiglia è molto cattolica, crede profondamente negli insegnamenti della Chiesa e si affida alla gerarchia ecclesiastica per avere giustizia lontano dai procedimenti penali, che sempre costituiscono un trauma psicologico ulteriore per le vittime. Un esempio illuminante è quello di Alessandro Battaglia, giovane abusato da un sacerdote (don Mauro Galli) a Rozzano, in provincia di Milano. Il fatto accadde nel 2011, per anni la famiglia bussò all’arcidiocesi chiedendo giustizia ma si trovò di fronte al classico muro di gomma fatto di lettere consolatorie, di dilazioni con benedizione incorporata, di ipocrisie curiali.

    Solo nel 2014, in assenza di fatti concreti, i genitori si decisero a denunciare ai carabinieri lo scandalo e qualche mese fa don Galli è stato condannato a oltre sei anni di carcere in primo grado. La vicenda non ha impedito che Mario Delpini – allora vicario episcopale che invece di aprire l’indagine previa si limitò a spostare il chiacchierato sacerdote a Legnano, sempre in mezzo agli adolescenti – diventasse arcivescovo di Milano. Con queste nuove norme non solo non sarebbe successo, ma il monsignore sarebbe stato messo sotto inchiesta per omissione d’atti d’ufficio. A questo proposito, la famiglia della vittima è la prima a muoversi dopo la decisione del Papa e chiederà ufficialmente alla Congregazione per la dottrina della fede gli atti del processo canonico a carico di don Galli e il fascicolo riguardante la gestione di Delpini. Un modo concreto per sapere se alle linee di principio seguiranno i fatti.

    ANCHE GENOVA SI MUOVE

    Anche il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, vuole subito “approfittare dell’abolizione del segreto pontificio” per ottenere i dossier relativo a un parroco del quartiere Albaro accusato di abusi su minori e già indagato dalla diocesi nel 1998. L’obbligo di denuncia aiuterebbe inoltre nella realizzazione di un certificato antipedofilia per il sacerdote che viene trasferito in una parrocchia. Sarebbe equiparabile al casellario giudiziario, se ci sono pendenze è giusto saperlo. Ma se l’obbligo non esiste, il certificato risulterebbe forzatamente lacunoso o inattendibile. Senza contare che la Chiesa, per sua natura, si occupa con maggiore profondità dei peccati morali più che dei reati.

    Ecco perché manca l’ultimo metro, nella rivoluzione di Francesco. E manca anche qualcosa di molto cristiano: l’impegno a prendersi cura delle vittime concretamente. “Significa intervenire presto con indennizzi adeguati” spiega Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso. “Parliamo di persone che vivono vite sfasciate a causa delle violenze subite, soffrono di gravi problemi psicosomatici, hanno la necessità di sottoporsi a lunghi percorsi di riabilitazione. E spesso non riescono a reinserirsi, avere un lavoro e relazioni normali, perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere”. L’ultimo metro significa tutto.

    (trascrizione da La Verità del 19 dicembre 2019)