Cinque anni di reclusione per don Ciro Panigada, sacerdote bresciano accusato di abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi che frequentavano le parrocchie in cui prestava servizio.
Lo ha stabilito il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Brescia al termine del processo celebrato con rito abbreviato.
L’imputato, 49 anni, era accusato di episodi avvenuti tra il 2011 e il 2014 ai danni di sette minori, all’epoca di età compresa tra gli 11 e i 13 anni, nelle parrocchie di Adro e di San Paolo, in provincia di Brescia.
La Procura aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi. Secondo l’accusa, il sacerdote avrebbe compiuto e fatto compiere ai ragazzi atti di natura sessuale approfittando del rapporto di fiducia instaurato nell’ambito delle attività parrocchiali. Le presunte vittime, pur non avendo presentato denuncia, hanno confermato i fatti durante le indagini.
Il giudice ha pronunciato una sentenza di condanna per parte delle contestazioni, mentre per altri cinque episodi ha dichiarato il non luogo a procedere. Sulla determinazione della pena potrebbero aver inciso la prescrizione di alcuni fatti risalenti al 2011 e all’inizio del 2012 e la diversa qualificazione giuridica di alcune condotte. Le motivazioni saranno depositate entro 90 giorni.
Nel corso delle indagini, la Procura ha acquisito anche il contenuto dei dispositivi elettronici in uso al sacerdote e raccolto, tra gli altri elementi, la testimonianza dell’allora vescovo della diocesi, che aveva rimosso il religioso dall’incarico dopo le prime segnalazioni. Il sacerdote si trova agli arresti domiciliari dall’aprile 2025.
La difesa ha annunciato ricorso in appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza.
Portava i ragazzini nel suo letto, baciandoli a lungo sulla bocca e strusciandosi su di loro con la scusa di parlare di Dio, li faceva spogliare e li accarezzava mentre facevano il bagno nudi insieme a lui durante i campi estivi. Cene a lume di candela in cui i ragazzi venivano incoraggiati dal prete a toccarsi a vicenda, manipolazioni durate anni, fra elogi e promesse di far parte di una élite spirituale in cui le regole comuni non valgono.
Eppure tutto questo non è bastato a portare a processo l’abusatore: si è conclusa con l’archiviazione penale ed ecclesiastica la vicenda di don Valentino Salvoldi, prete della diocesi di Bergamo, responsabile di aver molestato e abusato sessualmente almeno 21 ragazzi, fra cui diversi minorenni. Il 3 settembre 2024 la pm Elena Torresin, sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Udine, aveva già stabilito di non procedere nei confronti del sacerdote, oggi ottantenne, perché i reati erano risultati prescritti, decisione poi confermata nel 2025 dal Dicastero per la Dottrina della Fede, che ha deciso di «non derogare all’intercorsa prescrizione».
Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e che si rinuncia sempre alla prescrizione in questi casi, ma i giudici del Dicastero guidato dal prefetto Tucho Fernandez devono avere la memoria corta. D’altronde anche l’esortazione di Bergoglio alla “tolleranza zero” sugli abusi è rimasta una dichiarazione di intenti, qualcosa che è giusto dire ma che poi non si ha davvero intenzione di mettere in pratica, certo non a spese del buon nome della Chiesa e dei suoi vescovi. Proprio sugli abusi e sul mancato ascolto delle vittime è tornato anche papa Leone a inizio gennaio, nell’intervento conclusivo del primo concistoro straordinario del suo pontificato, tenuto davanti a 170 cardinali:
«L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori».
Alla piena consapevolezza del problema da parte del Vaticano non corrisponde però un’adeguata reazione: le autorità ecclesiastiche, a tutti i livelli, continuano a tenere sigillati i cassetti con i documenti sui casi di violenza sessuale e non vedono l’ora di chiudere le spinose pratiche di pedofilia clericale, in modo da poter proseguire indisturbati, come dimostra l’inamovibile vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana (di cui abbiamo raccontato nel podcast La Confessione), oggi a processo per falsa testimonianza.
Il caso processuale di don Salvoldi è quindi molto interessante perché evidenzia il comportamento omertoso, la totale mancanza di trasparenza e il colpevole ritardo della Chiesa nei casi di abuso. Non solo: i preti e i vescovi sono talmente indifferenti alla condizione di sofferenza delle vittime che non si preoccupano nemmeno di salvare l’apparenza e succede persino che facciano condurre le indagini sui preti pedofili alle stesse persone che si occupano dei Servizi diocesani di tutela dei minori.
Ci arriviamo. Prima, però, bisogna sottolineare che, ancora una volta, se siamo venuti a conoscenza della vicenda di un sacerdote abusante non è certo grazie a un gesto di trasparenza della Chiesa, che pure ne è la diretta responsabile, ma soltanto per il coraggio delle vittime, che lo hanno denunciato alla magistratura e alla stampa. Primo fra tutti Stefano Schiavon, che aveva 17 anni all’epoca dei fatti e che ha rintracciato decine di ragazzi che frequentavano i campi estivi organizzati dal carismatico prete bergamasco fra gli anni ‘90 e duemila, ricostruendo con precisione la dinamica degli approcci, della manipolazione e degli abusi. Avevo raccontato la storia di Valentino Salvoldi, predatore seriale di ragazzini, in due articoli apparsi su Domani, il 27 dicembre 2023 e il 10 febbraio 2024. Ecco come Salvoldi interpretava la sua vocazione sacerdotale:
Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. È un predicatore appassionato, che dedica la sua vita a liberare il messaggio evangelico dai lacci in cui una chiesa, a suo dire troppo rigida, lo ha imbrigliato: parla di gioia del corpo, invita a sostituire il segno di pace al termine della messa con lunghi abbracci. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni ‘90 comincia ad organizzare campi per giovani adulti in cui si cala nel ruolo del prete progressista, aperto al confronto e critico della società capitalista. Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel letto “per un riposino” o per la confessione. Sono ragazzini, alcuni hanno appena tredici anni, e l’esperienza di un campo-scuola con un sacerdote che osa dire cose trasgressive li affascina. Lui li ricompensa con complimenti e incoraggiamenti e se si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, subito li rassicura: «quel che facciamo qui è buono».
«Era il ‘96 o il ‘97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.
Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta. Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice. «La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.
Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo. Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano. Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro. «Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.
E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni – racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato». Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia». Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».
Il prete si muove fra la Lombardia, Roma e l’Africa, dove ama predicare l’amore in tutte le sue forme (almeno finché non lo cacciano) e dove l’alta considerazione di sé lo porta a indulgere in qualche peccato di vanità:
Sul suo sito, i dati biografici sono generici: scrive che ha studiato per venticinque anni e per altrettanti ha insegnato filosofia e teologia morale, soprattutto come visiting professor nei paesi del terzo mondo. «Ora sono al servizio della Santa Sede per la formazione del clero delle giovani Chiese», aggiunge, senza specificare in cosa consista questo “servizio”. È un “fidei donum”, cioè un sacerdote mandato a esercitare il ministero in terra di missione, ma è soprattutto un autore molto prolifico: pubblica con diverse case editrici (Paoline, Elledici, Gabrielli editori, Città Nuova e altre) saggi divulgativi di morale, raccolte di preghiere, biografie, alcuni tradotti anche all’estero. Lo stile è enfatico, zeppo di frasi ad effetto, e il tema ricorrente è l’amore in tutte le sue espressioni. Dal sito della Gabrielli editori apprendiamo che è stato docente di filosofia e teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma e che «per il suo impegno è stato espulso da sette stati africani, due volte è stato davanti al plotone di esecuzione in Nigeria ed è sfuggito alla lapidazione in Bangladesh». In realtà, la sua docenza all’Alfonsiana si limita a un solo semestre, nel 1988-1989, «come invitato, con un corso su “Il sacro nelle culture africane”», come attesta padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica nello stesso istituto.
È così attento a costruire la sua immagine di studioso e missionario devoto da investire qualche centinaio di dollari per l’inserimento del suo nome nell’annuario “Distinguished leadership” («per i suoi eminenti contributi come scrittore e come promotore di giustizia e di pace») pubblicato a pagamento dall’American Biographical Institute di Raleigh, North Carolina, ente più volte segnalato per truffa. Un dettaglio che conferma l’egocentrismo del sacerdote, che durante una lezione in Etiopia nel 2002 non temeva di definire sé stesso troppo «bello e intelligente» per piacere alla chiesa; una chiesa che «ha paura di lui» e preferisce invece ordinare persone «più normali».
Non pago dell’attività dei campi scuola, Salvoldi all’inizio del Duemila decide di pensare più in grande e fonda la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Il suo motto è «i giovani salvano i giovani» e promette «la gioia di sentir rullare i tamburi, mentre i piedi si muovono lieti nella danza al sogno di “cieli nuovi e terra nuova”», come si legge in un volantino di presentazione. Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.
Fratello di un ex deputato, Salvoldi è dunque un prete evanescente, un missionario senza parrocchia dalla biografia vaga e poco chiara persino alla sua stessa diocesi, che sembra conoscerlo ben poco. Don Francesco Airoldi, vicedirettore del Servizio diocesano Tutela minori di Bergamo e cancelliere vescovile, alla richiesta di informazioni sul prete da parte dei carabinieri risponde con una lettera che abbonda di “ci risulta”, sottolineando che Salvoldi «svolge la sua attività prevalentemente al di fuori dell’aerea territoriale della diocesi di Bergamo, e per altri enti ecclesiastici». Insomma se ne lava le mani, e altrettanto evasivo si mostra quando viene sentito il 14 novembre 2023 come persona informata sui fatti, tanto che la polizia, nel rapporto conclusivo sull’indagine inviato al Sostituto Procuratore della Repubblica, definirà «pilatesco» il comportamento dei vertici della curia bergamasca, «pronta a disconoscere in toto gli agiti del prete Salvoldi e a trincerarsi dietro a delle capziose competenze di carattere burocratico-statuale al solo fine di salvaguardare l’estraneità dai fatti della stessa diocesi».
Il Servizio diocesano Tutela minori di Bergamo aveva risposto non senza imbarazzo alla segnalazione su Salvoldi ricevuta il 18 ottobre 2023 da parte di Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso, che si faceva portavoce di «una decina di vittime» e chiedeva l’apertura di una indagine previa sul prete. «Questo Servizio diocesano è certamente disponibile all’ascolto diretto delle persone interessate» – scriveva la referente del Centro di ascolto del Servizio diocesano Tutela minori Rosaria Cavallaro, e specificava: «per aprire con efficacia e frutto un’indagine previa è fondamentale conoscere l’identità dei segnalanti e raccogliere direttamente il loro racconto». Lo stesso giorno, Zanardi inoltra la segnalazione anche al presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, e sei giorni dopo deposita un esposto in Procura.
La notizia del prete missionario troppo attento ai ragazzini arriva comunque alla stampa e il 24 dicembre sul sito della diocesi compare una nota stringata:
«In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».
Il 27 dicembre esce l’articolo su Domani e due giorni dopo Salvoldi replica dalle colonne del Corriere della Serache è innocente e che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».
La diocesi di Bergamo e la Cei sono quindi informate sin dall’ottobre 2023 che il prete missionario Salvoldi ha il vizio dei ragazzini ma attendono più di un anno prima di mettere in moto un’indagine su di lui. Stefano Schiavon viene infatti contattato dalla diocesi di Bergamo soltanto il 15 novembre 2024 come «persona potenzialmente informata sui fatti», 367 giorni dopo la deposizione di don Airoldi ai carabinieri. Ma se la diocesi ci ha pensato su a lungo, la testimonianza della vittima deve invece arrivare subito, al più tardi entro sei giorni, festivi compresi. Vale la pena riportare integralmente la mail per apprezzare l’empatia della chiesa nei confronti di una potenziale vittima:
Egregio Dott. Schiavon
nel procedimento canonico che la diocesi di Bergamo sta svolgendo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi è emerso il Suo nome quale persona potenzialmente informata sui fatti oggetto dell’accertamento ai sensi della legge canonica.
Per questo motivo, la diocesi di Bergamo La invita a rendere testimonianza in merito ai fatti oggetto di accertamento nel suindicato procedimento canonico, precisando sin da ora che in questa sede Lei non è obbligato a comparire e a rendere testimonianza. Qualora Lei decidesse di testimoniare, saranno a tal fine concordati data e ora della Sua audizione; qualora Lei decidesse di non aderire all’invito, il procedimento canonico farà regolarmente il suo corso.
Nel caso in cui Lei non avesse la possibilità di recarsi in Italia per rendere la testimonianza, se vorrà potrà far pervenire alla diocesi di Bergamo eventuale documentazione in Suo possesso che ritenga utile per fare verità sul caso, ovvero un Suo scritto redatto secondo verità e con modalità tali da garantirne la autenticità (ad esempio, mediante sottoscrizione digitale), entro sei giorni dalla ricezione della presente.
Con la presente si precisa che la testimonianza in ambito canonico non comporta né implica in alcun modo la privazione o la limitazione di alcun diritto avanti alla competente autorità giudiziaria dello Stato italiano, trattandosi di due ordinamenti (quello canonico e quello civile) indipendenti e autonomi e ciascuno disciplinato da proprie normative.
In attesa di un cortese riscontro, si ringrazia e si porgono distinti saluti.
Ma il bello viene ora. La mail è firmata «dottoressa Arianna Dutto, delegata all’indagine» e arriva direttamente dalla Tutela minori della curia di Bergamo (tutelaminori@curia.bergamo.it), un indirizzo mail abbastanza singolare per una persona che deve occuparsi di un’indagine su un prete pedofilo. Altrettanto singolare è la professione dell’incaricata stessa: infatti Arianna Dutto, avvocata del foro di Milano, non solo fa parte, come si è capito, del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, ma è anche componente di diverse commissioni di tutela dei minori e consulente di enti ecclesiastici e ordinari della Chiesa cattolica; fa anche parte del Servizio Regionale Tutela minori del Lazio. Un curriculum rimarchevole – non a caso viene chiamata sovente a fare formazione in ambito ecclesiastico – ma certamente non proprio una garanzia di terzietà in un’indagine per abusi su minori.
ROMA – La Rete L’Abuso, che tutela le vittime di pedofilia, ha presentato i risultati ottenuti sugli sportelli diocesani, a seguito di “un viaggio per le diocesi italiane durato quasi due anni“. Attraverso i sopravvissuti è riuscita ad entrare dentro gli sportelli, documentando quanto accade. Il dossier è stato illustrato dal portavoce Francesco Zanardi insieme a un sopravvissuto del clero di Bolzano (caso canonicamente chiuso nel 2025) e all’avvocato Mario Caligiuri.
“Quello che abbiamo rilevato è omogeneo, in 32 sportelli diocesani analizzati si riscontrano preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, molti sacerdoti che restano ancora anonimi, e soprattutto pratiche di spostamento da una diocesi all’altra” omettendo di “fare in modo che questi non tornino a contatto con minori”.
Pedofilia e sportelli diocesani: la Rete L’Abuso
In alcuni casi, spiega Zanardi, “lo abbiamo fatto anonimamente mentre in altri ci siamo presentati come Associazione, insieme al sopravvissuto, per capire quale fosse il differente approccio”. Attualmente in Italia sono presenti sportelli in 130 diocesi su 226. L’indagine ha toccato Lombardia, Toscana, Calabria, Basilicata, Lazio, Sicilia, Veneto, Emilia Romagna, Campania, Liguria e la diocesi di Bolzano, ritenuta tra le più avanzate nella prevenzione. “Qual era l’aspettativa della vittime? Quella del manifesto di papa Francesco: tolleranza zero, prevenzione e controllo. Ma non è così”.
Il ruolo del vescovo e le procedure
Secondo l’Associazione, quella degli sportelli appare “una estensione di una struttura blindata”. “È lo sportello che comunica i dati al vescovo e così non ci va più la vittima dal vescovo ma i dati mandati appunto attraverso lo sportello. Tuttavia è sempre il vescovo a decidere se fare o no l’indagine previa”.
Le vittime, viene spiegato, devono firmare un consenso informato che non farebbe riferimento ai due procedimenti, quello canonico e quello civile. L’operatore che raccoglie la testimonianza sarebbe spesso un volontario, e la deposizione resterebbe allo sportello senza rilascio di copia.
“Non si chiedono le circostanze dell’abuso”
“Spesso – continua Zanardi – non viene chiesto nemmeno il nome del prete presunto abusatore. Vengono fatte domande come, erano informati i genitori? Quali altre persone sono informate? Mentre non chiedono molto sul fatto in sé, sembra quasi non interessare l’argomento, si chiede quando sono accaduti questi fatti, e viene fatto notare che c’è la prescrizione, quindi che cosa accade psicologicamente alla vittima? Per la vittima che va allo sportello facendosi forte di quello che ha subìto, cambia la situazione psicologica, chi è allo sportello ha il coltello dalla parte del manico”. Zanardi insiste sul fatto che dall’indagine emerge che “non ci sono domande sulle circostanze dell’abuso”.
Supporto psicologico e contributi economici
“Tranne l’accompagnamento alla denuncia, in nessun caso abbiamo visto che sia stato proposto un supporto psicologico o un qualche intervento per la vittima”. Nei casi di richiesta di contributo per spese mediche o psicologiche, in pochi episodi sarebbe stata offerta una somma di cinquemila euro, ma con accordo di riservatezza tra le parti e “a titolo di aiuto per esempio per gli studi non per gli abusi (non come risarcimento)”. Una denuncia che riaccende il dibattito sulla gestione delle segnalazioni di abusi nelle diocesi italiane e sull’effettiva applicazione della linea della “tolleranza zero”.
il report che illustra l’indagine dell’osservatorio della Rete L’Abuso, durata due anni, sugli sportelli diocesani per le vittime di abusi sessuali da parte del clero.
L’indagine ha utilizzato un ampio campione. Su un totale di 130 sportelli in Italia (su 226 diocesi) ne ha potuti censire ben 32.
Sono stati utilizzati tre criteri di accesso;
1- la sola vittima;
2- la vittima accompagnata dalla Rete L’ABUSO;
3- l’avvocato e lo psicologo della vittima, che in questo caso la rappresentano in sua assenza.
Di seguito l’elenco degli sportelli che abbiamo censito in un arco temporale limitato, ovvero da quando papa Francesco avviò la campagna di “Tolleranza ZERO”, quindi a partire teoricamente dal 2012. Dico teoricamente perché in realtà, se pur gli esiti non cambino, abbiamo escluso per correttezza 2 casi, uno del 2013 e l’altro del 2016, in quanto ancora fuori dalle riforme vaticane.
(N.B. In alcuni casi non citeremo la diocesi ma solo la regione in cui risiede lo sportello. Questo per tutelare la stessa vittima)
Parliamo quindi di 30 casi recenti. Elencherò prima quelli col “veto” della privacy;
Calabria, 2 casi, 2 sportelli, uno 2024 e il secondo 2019 – Accesso vittima
Sanremo, 2 casi 1 sportello, entrambi deo 2024 – Seminarista – Segnalazione – Accesso Rete e vittima
Piemonte, 1 caso del 2025 – Accesso vittima e Rete
Bolzano, 3 casi del 2024, 1 sportello – Accesso Rete e avvocato della vittima + psicologo
-QUALI le aspettative che di fatto hanno attirato le vittime agli sportelli?
2012, campagna di “TOLLERANZA ZERO”, il manifesto di papa Francesco è;
Rimozione del prete; prevenzione e controllo; processo e condanna.
Per la vittima; giustizia e riconoscimento dello status di vittima; accompagnamento; sostegno anche psicologico
-Esposizione dei dati raccolti dall’Osservatorio della Rete L’ABUSO nell’indagine
Strutturazione degli sportelli diocesani
Rileviamo 3 strutture blindate tra loro. La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale, deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima, ignorando però se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.
Tuttavia va detto che lo sportello è un “optional”, le diocesi senza sportello fanno ugualmente processi. Nei fatti resta il vecchio sistema di comando, il vescovo, che a differenza di prima non riceve più le vittime ma le relazioni che gli passa lo sportello.
Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo, se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che la ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma.
In questa sede – lo sportello – le vittime devono firmare un consenso “informato”, diversamente lo sportello non procede. Nel consenso notiamo tra le varie carenze che non si fa cenno alle diversità tra un processo canonico e uno giudiziario italiano. Viene quindi omessa l’informazione utile e tutelante per la vittima che dà il consenso ovvero, che in una sede canonica, l’obbiettivo di giustizia (la vittima in sostanza) è Dio e non colei che ha subito l’abuso, che in quella sede, è invece il testimone di quanto il prete ha commesso verso Dio stuprandola (6° comandamento del decalogo “non commettere atti impuri).
Informazione fondamentale MA POCO INFORMATA in questo caso, che di conseguenza nega la consapevolezza alla vittima di avviare parallelamente o ancora meglio, prima che si celebri il processo canonico, un eventuale procedimento presso la giustizia italiana.
Le domande poste in questa sede dall’operatore – tolto il nome del prete che nel più dei casi è stato comunicato al primo contatto con lo sportello – sono per lo più volte a sapere in quale anno sono accaduti i fatti, chi ne è a conoscenza, se si è a conoscenza di altre vittime.
Poche o nessuna le domande che circostanziano quello che è accaduto, che dovrebbe invece essere l’oggetto della denuncia e quindi l’interesse della diocesi.
Poco dopo verrà fatto notare alla vittima che il caso è prescritto – come per la legge italiana – contrariamente a quanto invece dichiara la stessa Conferenza Episcopale Italiana CEI.
Sostanzialmente decade completamente il motivo per il quale la chiesa invita le vittime a rivolgersi agli sportelli…
-Contributo tratto dalla presentazione del 2022 degli sportelli diocesani.
Qui va notata la pressione violenta che subisce la vittima, che si è recata allo sportello FORTE di quanto ha subito e che in un attimo, si trasforma da FORTE, in speranzosa che la sua denuncia comunque sia proceda. Il suo stato psicologico viene completamente ribaltato, ora è DEBOLE e sottomessa.
Redatto il verbale, l’operatore dello sportello lo farà leggere e sottoscrivere alla vittima, la quale però non ne avrà una copia.
Qui si conclude quella che abbiamo rilevato essere nel concreto, l’unica delle varie fasi del “manifesto” iniziale, quella che chiamano accompagnamento.
In nessuno dei casi, contrariamente al “manifesto”, è stato offerto un sostegno di nessun tipo.
Nei casi in cui la vittima, come da “manifesto” ha chiesto un contributo per le cure, in qualche caso è stato concesso, ma sempre dietro un accordo con il vincolo della riservatezza. Si parla comunque di cifre irrisorie, massimo 5.000€.
In altri rari casi invece, sempre con il vincolo della riservatezza e senza aver più nulla a pretendere, l’offerta proposta – questa volta dalla diocesi – sale a 25.000€.
In entrambi i casi, oltre al vincolo imposto, tuttavia negli accordi non si accenna mai a un indennizzo per l’abuso subito. Le motivazioni dell’accordo sono del tipo, “aiuto per gli studi”, per le “difficoltà familiari” ecc.
Nei successivi contatti, la vittima verrà informata che il fascicolo è sato inviato al Dicastero per la dottrina della fede e che in pratica lo sportello ha concluso la sua funzione e ora dipenderà tutto dal Dicastero.
Qui inizierà la lunga agonia per la vittima, che non riceverà mai risposte dal Dicastero e di conseguenza dalla stessa diocesi, che in pratica la ha già scaricata dopo la deposizione allo sportello, scaricando sul Dicastero l’intera vicenda e gli eventuali sviluppi.
-Ma vediamo un attimo cosa dice la procedura canonica ufficiale;
“La trasmissione al DDF compete al vescovo, dopo l’indagine previa.
Dal DDF non può uscire nulla prima di una eventuale sentenza, che viene trasmessa al vescovo, all’abusatore e alla vittima.”
A questo punto cominciamo a notare parecchie discrepanze nelle procedure, riassumiamole un attimo:
La prima è la prescrizione, sollevata da tutti e 32 gli sportelli censiti, smentita però dalla Conferenza Episcopale, che dichiara “non esserci prescrizione”.
Sembra mancare anche l’indagine previa, che non solo andrebbe comunicata alla presunta vittima, ma che prevede anche che la vittima venga ascoltata, soprattutto sulle circostanze in cui ha subito l’abuso. Indagine previa che in nessuno dei 32 casi è stata mai comunicata alla vittima. Forse in alcuni casi per mancanza di trasparenza, ma per esempio, a Bolzano ma non solo, non è stata sentita nessuna delle tre presunte vittime. Come si è potuta quindi fare una indagine previa? Su quali basi?
Dopo l’indagine previa il tutto dovrebbe essere inviato dal vescovo al Dicastero per la dottrina della fede. Cosa che è stata dichiarata dagli sportelli in tutti i 32 casi, se pur in molti di questi, non solo Bolzano, ci si chieda COSA SIA STATO INVIATO, dal momento che le vittime in molti casi non sono state sentite.
Infine, stando alla procedura, il Dicastero per la dottrina della fede, sarà suo compito informare dell’esito il Vescovo, l’abusatore e la vittima.
Ebbene, nessuna delle 32 vittime ha mai ricevuto dal Dicastero alcuna comunicazione, contrariamente a quanto prevede invece la stessa procedura.
-A questo punto non possiamo fare altro che delle ipotesi.
Una di queste è che non sia stata fatta nessuna indagine previa e che nulla in realtà sia stato inviato al Dicastero. In questo caso mentendo persino alla vittima.
Ad avvalorare la tesi non solo il fatto che in tutti e 32 i casi il prete è sempre rimasto ed è tuttora al suo posto, ma anche le stesse risposte ottenute dagli sportelli.
Tornando al caso di Bolzano citato pocanzi, è proprio dalla relazione della stessa diocesi che sembrano concretizzarsi i nostri dubbi.
Questa infatti relaziona alla vittima, nella seconda pagina, a conclusione del rapporto, che;
“Con lettera del 02.12.2025, il Superiore generale comunica al Vescovo diocesano che il Dicastero per l’insegnamento della fede lo ha informato con lettera del 12.11.2025 che ha chiuso il caso davanti alla Diocesi pro nunc (per il momento). La motivazione è che i “fatti precedenti rimangono fuori i limiti della punibilità” e anche non “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”. Se nuove accuse dovessero emergere, queste devono essere comunicate alla Diocesi affinché possa esaminare la riapertura del caso.”
Dal documento emergerebbe che il Dicastero abbia risposto alla sola diocesi e non alla vittima –contrariamente alle procedure quindi– riferendo che il 12/11/25 ha chiuso il procedimento, sulla base di una prescrizione che però la stessa Conferenza episcopale afferma non esserci.
Documento mai pervenuto alla vittima, né dal dicastero, né dalla diocesi che invece ne dichiara l’esistenza.
La relazione Continua affermando che “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati” quelli che sono gli abusi che ben tre persone MAI ASCOLTATE dalla diocesi di Bolzano, lamentano.
Certo, per essere la diocesi più esperta e longeva in materia di tutela di minori e persone vulnerabili, parlare di poca trasparenza, a questo punto è persino superfluo.
Da questa relazione, stando alla presunta risposta data dal Dicastero riguardo le accuse di abuso (dico presunta perché non vi è traccia, dobbiamo quindi fidarci delle quattro righe di risposta rese alla vittima) “con la necessaria sicurezza potrebbero essere provati”, il dubbio che si solleva è; Ma al Dicastero è stato detto che ci sono tre vittime che accusano il sacerdote?
-Si ritorna quindi alla precedente domanda, è stata fatta l’indagine previa?
Ma il caso di Bolzano sul quale mi soffermo, trova altre anomalie. Per esempio la denuncia fatta all’autorità giudiziaria italiana da parte di Gottfried Ugolini, fino allo scorso dicembre responsabile dello stesso sportello.
Va detto che l’accesso a questo sportello, in questo specifico caso, non è stato effettuato direttamente dalle tre presunte vittime ma dall’avvocato e dallo psicologo di una di loro.
Ma la denuncia fatta dalla diocesi all’autorità giudiziaria italiana, malgrado la presenza del legale di una delle presunte vittime col quale la diocesi avrebbe potuto/dovuto collaborare, è stata in realtà fatta a loro insaputa.
Qui non è valsa come è uso nel clero, la scusa che la chiesa non denuncia alla giustizia per tutelare la privacy della vittima. Qui proprio non si sono posti la domanda.
Ci si chiede anche in questo caso il motivo di querelare alla giustizia italiana, tanto più, che come anche la diocesi sa bene, il reato, per la giustizia italiana risulta ampliamente prescritto, quindi sarà palesemente archiviato. Non a caso la vittima, come tante altre, attratta dal “manifesto” degli sportelli, si è rivolta proprio alla chiesa.
Critica anche la posizione dell’avvocato di Monaco Ulrich Wastl, che aveva curato il report sugli abusi nella chiesa altoatesina, che durante conferenza stampa, lo scorso novembre, aveva apertamente criticato il fatto che la diocesi non avesse attuato nessuna delle strategie indicate dallo studio a lui commissionato.
-Le CONCLUSIONI
In tutti i 32 casi campionati (su 130 sportelli totali, esaminati all’incirca 1/4 del totale), la situazione che emerge è identica, tranne che per la denuncia all’autorità giudiziaria italiana, fatta solo in questo caso dalla diocesi di Bolzano.
Contrariamente a quello che è ancora oggi il “manifesto della CEI”, l’accompagnamento proposto alle vittime è ridotto nei fatti ad uno sportello che acquisisce dati di suo interesse. Il fatto che la vittima spesso non venga neppure ascoltata, o che quando è sentita non gli venga chiesto di circostanziare i fatti, ma piuttosto chi ne è a conoscenza, certo è inutile commentarlo, la risposta viene da sé.
In nessuno dei 32 casi emerge da parte dello sportello quello che è da “manifesto” il supporto per la vittima la quale, nei pochi casi in cui ha avuto un contributo per le cure, lo ha ottenuto a seguito di un accordo vincolato alla riservatezza, nel quale neppure si citerà il motivo, ovvero gli abusi.
In nessuno dei 32 casi il sacerdote è stato rimosso, ne dalla parrocchia, tantomeno dal contatto con i minori, venendo meno alla prevenzione e all’amore per quei minori, quotidianamente affidati alle cure del clero.
Dato che di fatto vanifica anche ogni rassicurante propaganda su corsi agli operatori e al personale cattolico che opera con minori, il quale, nei fatti, malgrado la denuncia della vittima, si ritrova poi di fatto l’accusato tra i bambini. Accusato di cui è verosimile pensare, non siano neppure messi a conoscenza.
-L’effetto traumatico che si ottiene sulla vittima è devastante.
Questa, dopo aver dovuto trovare la forza di riesumare il trauma nell’ottica di un “manifesto” di verità e giustizia, di un riconoscimento del suo “status” di vittima, di poter tutelare con la sua testimonianza bambine e bambini, vede svanire passo dopo passo qualunque proposito che in precedenza la aveva spinta ad intraprendere la via della denuncia canonica, che paradossalmente, come per la legge italiana alla quale la vittima non si è rivolta per l’intervento della prescrizione, a detta degli sportelli e contrariamente a quanto invece afferma la CEI, risulterebbe prescritta anche in nella sede canonica.
Nel contesto generale dell’operato della chiesa in Italia, oltre quanto emerge dalla nostra inchiesta sugli sportelli diocesani, che la Cei nel 2022 – a fronte dell’impegno di tutte le conferenze episcopali d’Europa che vedevano l’Italia come l’unica inadempiente– battezzò come “la via italiana”, presentando proprio in quella sede la realizzazione degli sportelli diocesani.
Nella stessa occasione la CEI dichiarò 613 casi italiani, già nella conoscenza del Dicastero per la dottrina della fede. Casi che sarebbero stati la base di una “commissione di inchiesta” dal 2000 al 2022, che Cei avrebbe avviato.
Casi scomparsi come la commissione d’inchiesta e come i 32 oggetto della nostra inchiesta.
Ora, premesso il paradosso italiano che vedrebbe soprattutto grazie alla totale assenza dello Stato italiano, che contrariamente a tutti gli altri d’Europa, unitamente alla chiesa non solo non ha mai riconosciuto i suoi cittadini rimasti vittime del clero, ma ad oggi, mentre in altri paesi la chiesa sta risarcendo le vittime, vede l’Italia non aver neppure mai discusso come altrove, su una commissione d’inchiesta indipendente.
La giustizia per chi è rimasto vittima del clero, la vediamo ancora oggi affidata allo stesso clero di cui, nel più dei casi, gli stessi vescovi che fino a ieri hanno coperto il prete ed insabbiato il caso, oggi sarebbero coloro che paradossalmente dovrebbero rendere giustizia alla vittima.
Un evidentissimo ed inconciliabile conflitto di interessi che è difficile pensare possa portare mai ad una reale giustizia.
Tuttavia sarebbe disonesto non spezzare una lancia in favore dei vescovi italiani omertosi, che disapplicano il Motu proprio Vos Estis Lux Mundi in quanto, a disapplicarlo per primo, è stato proprio colui che lo ha voluto e ratificato.
Lo stesso papa Francesco infatti, a fronte di questa sua stessa norma, malgrado le evidenze tra cui gli audio delle intercettazioni prodotti dalla Procura della Repubblica di Enna, nelle quali, è lo stesso vescovo di Enna Rosario Gisana – oggi sotto processo insieme a monsignor Vincenzo Murgano per aver mentito al processo a carico di un loro sottoposto, don Giuseppe Rugolo, condannato in appello per gli abusi ai danni di Antonio Messina – ad ammettere di aver insabbiato il caso. Malgrado papa Francesco fosse stato ampiamente informato dai media e dalla stessa vittima, la quale inviò anche al Dicastero dei vescovi l’intero carteggio, fu il primo ad omettere qualunque provvedimento previsto dalla sua stessa norma.
Documento, come detto, inviato nel 2022 anche al Dicastero per i vescovi, allora presieduto dal Cardinale Robert Prevost, oggi papa e monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano.
Ebbene, mentre oggi la giustizia italiana sta procedendo col processo del vescovo Gisana e del collega, da parte della chiesa non vi è stato alcun provvedimento noto a riguardo.
Sul tema degli sportelli e sui progressi della CEI, è intervenuta anche la commissione pontificia per la tutela dei minori che nel panorama internazionale ha definito la Conferenza Episcopale italiana “Maglia nera nella lotta agli abusi“.
Tutto pare in perfetta linea con quanto si rileva anche nei 32 sportelli censiti.
FINE del report
Di seguito la situazione dei casi rilevati nelle diocesi italliane
“Abbiamo riscontrato criticità omogenee in 32 sportelli diocesani analizzati: preti non sanzionati, difficoltà di accesso agli atti, sacerdoti che restano anonimi e pratiche di spostamento da una diocesi all’altra senza adeguate misure per evitare il contatto con minori”. È questa la denuncia lanciata da Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’Abuso, nel corso di una conferenza stampa che ancora una volta ha acceso i riflettori sui casi di abusi sessuali da parte del clero. Nello specifico, l’organizzazione ha posto l’attenzione sul funzionamento degli sportelli diocesani per le segnalazioni di abusi riportando anche la testimonianza di Christian, un bolzanino che in passato è stato abusato per due anni da un prete che – secondo quanto riporta la Rete – risulta essere ancora in servizio nella Diocesi di Bolzano – Bressanone e aveva abusato di altre due persone.
In merito, era partita un’inchiesta da parte del Vaticano che è stata chiusa nel 2025 perché (secondo il documento riportato dalla Rete) i “fatti precedenti rimangono entro i limiti della punibilità” e non hanno “la necessaria sicurezza” per “essere provati”. “È stato di fatto ammesso – evidenza Zanardi – che tre vittime non bastavano come testimonianza”. Prima dell’inchiesta vaticana, il caso era stato segnalato dalla Diocesi alla Procura della Repubblica che, in seguito alle indagini, ne aveva chiesto l’archiviazione.
“Alle denunce non seguono fatti”
Il monitoraggio della Rete, durato quasi due anni, ha attraversato diverse regioni italiane – dalla Lombardia alla Sicilia, dal Veneto alla Campania – e ha coinvolto anche la Diocesi altoatesina, spesso indicata come modello nella prevenzione vista la pubblicazione nel 2025 del Report sugli abusi. In totale, la Rete è riuscita ad accedere a 32 sportelli sui 130 attivi nelle 226 diocesi italiane. Secondo quanto riferito, le aspettative delle vittime – “tolleranza zero, prevenzione e controllo”, in linea con il manifesto di Papa Francesco – si scontrerebbero con prassi opache e scarsa trasparenza.
“Gli sportelli appaiono come un’estensione di una struttura blindata. Alle denunce delle vittime, per una scusa o per l’altra, non seguono poi dei fatti. Ad esempio viene spesso ripetuto che è andato tutto in prescrizione ma, come ha detto il Cardinale Zuppi, nella Chiesa non c’è prescrizione”, ha detto Zanardi.
Il racconto della vittima
Durante la conferenza ha preso la parola Christian, 49 anni, altoatesino, sopravvissuto ad abusi subiti da bambino da parte di un sacerdote tuttora in servizio. “Mi chiamo Christian, sono nato a Bolzano. Sono di madrelingua tedesca. Dopo il trasferimento della mia famiglia in un paese di montagna nei dintorni del capoluogo, la parrocchia per me ha rappresentato il centro della vita sociale. Provengo infatti da una famiglia molto credente e per noi, ad esempio, era un onore ricevere la visita del prete in casa”. Le circostanze hanno infatti portato Christian a diventare chierichetto: “Era il modo più semplice per trovare amici”, racconta oggi. Ed è proprio in quel contesto che a partire dai dieci anni di età per Christian sono iniziati gli abusi. “Alla fine delle visite a casa, il prete insisteva perché lo accompagnassi dal quarto piano fino al portone del condominio. Nello spazio vicino alle cassette della posta sono avvenuti gli assalti. Più volte. Per circa due anni”, racconta.
“Fare il chierichetto era il modo più semplice per trovare amici”
Successivamente, durante le estati, Christian ha lavorato come tuttofare in un tipico maso altoatesino. “Quando il parroco ha scoperto dove mi trovavo, è arrivato al maso con la scusa di salutare la famiglia che mi ospitava. Poi mi invitava spesso ad accompagnarlo in macchina fino alla strada principale del paese. Davanti agli adulti era impossibile rifiutare l’invito per rispetto del prete”, prosegue ancora Christian. In auto si ripeteva però lo stesso schema. “Il prete mi diceva che eravamo visti e benedetti da Dio, che Dio era il terzo elemento del nostro rapporto. Mi ha parlato anche di un altro ragazzo della mia età, raccontandomi di un legame simile, immagino per togliermi l’ansia. Mi adulava. Le sue parole erano fatte per farmi sentire speciale. Ma se non accettavo subito diventava invadente”. L’ex chierichetto ricorda ancora: “In quei momenti restavo congelato. Non riuscivo a reagire”. Gli abusi sono proseguiti fino a che Christian, un giorno, è scappato dalla macchina. “Lo schifo che sentivo per la situazione era più forte di lui. Sono scappato dalla macchina e sono corso al maso”, ricorda. Ma il ritorno in paese, in autunno, non è facile. “A scuola e in parrocchia per lui non esistevo, non mi considerava. E io mi sentivo in colpa. Avevo rifiutato lui e, nella mia testa di bambino, avevo rifiutato anche Dio”.
“La vergogna è un sentimento silenzioso ma fortissimo. E purtroppo protegge il pedofilo, non la vittima”
E qui Christian arriva a parlare di un sentimento spesso comune tra le vittime: la vergogna. “La vergogna è un sentimento silenzioso ma fortissimo. E purtroppo protegge il pedofilo, non la vittima. Per questo voglio dire alle altre vittime: non vergognatevi degli abusi subiti. Non c’è proprio nulla di cui vergognarsi. Eravamo bambini innocenti, non conoscevamo i nostri diritti”. Rivolgendosi ancora alle vittime, dice: “Consiglio di rivolgersi il prima possibile a uno psicologo”. E infine Christian dice la sua sul sistema di ascolto nella Chiesa. “Secondo me la prima fase di ascolto dovrebbe avvenire fuori dalla chiesa. Servono indipendenza, trasparenza e controllo esterno. Non si può chiedere alla stessa istituzione di essere giudice di sé stessa”. E raccontando le criticità riscontrate con lo sportello della Diocesi, dice: “Ho dovuto inviare io le dichiarazioni di altre due persone con esperienze simili. Mi chiedo come possa lavorare bene uno sportello se non ha pieno accesso agli atti”.
E conclude con un’ultima riflessione: “Se non accettiamo l’abuso da parte di un insegnante o di un allenatore, perché dovremmo accettarlo da un prete? Chiunque sa, deve parlare, non può stare in silenzio altrimenti diventa complice”.
Interpellata da SALTO, la Diocesi ha fatto sapere tramite il portavoce che si esprimerà a breve sulla vicenda denunciata. Peter Unterhofer
Tre giornate dedicate al Premio Nazionale Lea Garofalo, la giovane donna di origine calabrese che si è ribellata alla ‘ndrangheta, diventando testimone di giustizia e pagando con la vita la sua scelta di libertà e legalità. Quest’anno sarà Cremona la location scelta per celebrare questi tre giorni che tra cerimonie e momenti di riflessione, porteranno la memoria di Lea come esempio ancora vivo e vitale di legalità e di libertà, ma anche come momento di riflessione anche sul tema della violenza contro le donne, proprio in occasione della giornata contro la violenza sulle donne che si celebra domani.
Organizzata dall’associazione Dioghenes A.p.s, l’iniziativa è stata presentata stamattina presso la Biblioteca “Pier Paolo Pasolini” del Liceo Ginnasio Statale “Daniele Manin” in una conferenza stampa per illustrare il programma delle tre giornate. “Un paese senza memoria è un paese senza storia, per citare proprio Pasolini -ha esordito Paolo de Chiara, presidente di Dioghenes- Questa quarta edizione è qui a Cremona, a un’ora da Milano, da quel viale Montello, strappato alla mafia e dedicato a lei“.
presente per l’occasione anche Marisa Garofalo, sorella di Lea, che ha presentato la sua commossa e toccante testimonianza diretta: “Lea è sempre stata una donna coraggiosa, fin da bambina. La sua è una storia di coraggio e di denuncia, ma anche una storia di amore per la figlia. Lea ha denunciato, ma ha dovuto morire per essere creduta. Sono felice oggi di essere qui –ha commentato Marisa, ripercorrendo i momenti drammatici vissuti da quel 24 novembre 2009– ho capito sin sa subito dopo la scomparsa di Lea che le era accaduto qualcosa di tragico. Il processo ha portato a 4 ergastoli, ma in realtà non c’è stata giustizia: manca la certezza della pena, quegli uomini tra permessi premio e altro hanno potuto tornare anche a casa. Ma non mi meraviglio di ciò, perchè Lea non è stata tutelata nemmno quando era ancora in vita” parole amare e taglienti come lame, che raccontano ancora una volta il dramma di una vita spezzata per mano malavitosa e di una giustizia che non sempre tutela le vittime.
“Emozione e commozione” sono state le parole della Dirigente scolastica del “Manin” Maria Grazia Nolli “Un’iniziativa che incoraggia noi scuole a promuovere la legalità ed a sensibilizzare gli studenti verso una cittadinanza attiva, consapevole e monitorante. Lea, donna e madre coraggiosa, ha gettato un seme di speranza, che i giovani colgono con entusiasmo e passione nel promuovere la cultura della legalità e della giustizia”.
Presente anche il sindaco Andrea Virgilio, che ha ringraziato la scuola per la sensibilità nel cogliere ed accogliere questa iniziativa : “E’ importante e faticoso trasmettere una storia come questa. C’è differenza tra storia e memoria: la memoria è ancora calda e scottante, mentre la storia ci permette di razionalizzare il racconto. Siamo davanti anche ad una sfida di carattere culturale, per sgretolare una società patriarcale. Anche in ambito politico, dobbiamo dare il giusto valore al tema della sicurezza, andando a scardinare quelle infiltrazioni malavitose di cui non si parla quasi mai, lasciando spazio a notizie “minori”, quando invece si dovrebbe aprire un dibattito politico allargato anche su queste tematiche”.
Dopo le riflessioni di apertura, la parola è passata a Giusi Rosato, docente del Manin e responsabile nazionale Scuole e Università Dioghenes APS, che ha spiegato nel dettaglio i dati relativi al concorso, partendo dal numero cospicuo di lavori svolti, ben 88, giunti da tutta Italia, molti dalla Lombardia e molti anche da regioni come Calabria, Puglia e Campania, terre in cui le associazioni malavitose sono particolarmente infiltrate. “La mafia teme più la scuola che la giustizia”, una citazione del magistrato Antonino Caponnetto e ripresa per sottolineare come la vera differenza si faccia proprio partendo dai ragazzi e dalla cultura. Rosato ha quindi elencato i nomi delle scuole e delle classi premiate.
SCUOLA DELL’INFANZIA
1° classificato: Scuola dell’infanzia “Sant’Angelo” – Cremona – Titolo del lavoro: “AL.LEA.TI: Lea, piccola storia, grande cuore”
SCUOLA PRIMARIA
1° classificato: Istituto Comprensivo Rocca Bovio Palumbo D’Annunzio plesso Primaria “Papa Giovanni XXIII” – Trani (BA) – Titolo del lavoro: “Rosario Livatino, testimone di legalità”
2° classificato: Istituto Comprensivo Ugo Foscolo di Vescovato, Scuola Primaria G. Lonati di Ca’ de Mari – Gadesco Pieve Delmona (CR) – Titolo del lavoro: “Parole idelebili”
3° classificato: Istituto Comprensivo Rocca Bovio Palumbo D’Annunzio plesso Primaria “Papa Giovanni XXIII” – Trani (BA) – Titolo del lavoro: “Testimoni della legalità”
SCUOLA SECONDARIA DI PRIMO GRADO
1° classificato: Istituto Comprensivo G. Diotti- Casalmaggiore (CR) – Titolo del lavoro: “Nel silenzio il suono dei tamburi”
2° classificato: Istituto Comprensivo Denza – Castellammare di Stabia (NA) – Titolo del lavoro: “Uno scrigno foriero di parole salvifiche”
3° classificato: Istituto Comprensivo Cremona 2 – Scuola secondaria di I grado “Virgilio” – Cremona – Titolo del lavoro: “La voce di Lea”
SCUOLA SECONDARIA DI SECONDO GRADO
1° classificato: Liceo Ginnasio Statale D. Manin – Cremona – Titolo del lavoro: “La chiamata”
2° classificato: IIS G. Falcone – Palazzolo sull’Oglio (BS) – Titolo del lavoro: “La sedia vuota”
3° classificato: IIS J. Torriani – Cremona – Titolo del lavoro: “Lea! Una donna, una testimone!”
MENZIONI SPECIALI
– Istituto Comprensivo Ugo Foscolo di Vescovat, scuola secondario di I grado “Don gaetano Portioli, Ostiano (CR), gruppo interclasse (classi 2A e 2B): Lea Garofalo, un nome che non tace. Affinchè la memoria diventi futuro
– IIS G. Romani – Casalmaggiore, Gruppo di studenti della classe 5A Classico: Diario, la storia di Emanuela Loi
– Liceo Ginnasio Statale D. Manin – Cremona: La parola come atto di resistenza
– IIS G. Falcone – Palazzolo sull’Oglio (BS): La sedia vuota
– IIS J. Torriani – Cremona: Lea! Una donna, una testimone!
– IC Dedalo 2000 – Scuoal secondari di I grado “A. Roncalli” – Gussola: Intervista a un mafioso.
Nel corso della presentazione sono stati elencati anche i nomi dei “Testimoni del nostro tempo“, familiari vittime di mafie, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati e procuratori della Repubblica, Testimoni di Giustizia, giornalisti di organi di stampa nazionali, rappresentanti sindacali e rappresentanti di associazioni:
Michelangela Barba
Marco Rizzollo
Giancarlo Costabile
Corrada Pomilio
Giorgio Mogola
Maurizio Landini
Mauro Esposito
Pellegrino Passariello
Silvia e Claudia Pinelli
Pasquale Chirichella
Elia Milani
Francesco Zanardi
Vincenzo Infantino
Mario Coppetti
Il programma si articola in tre giornate, da oggi a mercoledì, in diverse location della città, dal liceo Manin al Teatro Monteverdi, dalla premiazione nell’Aula Magna del Campus Santa Monica a Palazzo Comunale fino all’ex chiesa di San Vitale.
In Italia oltre quattromilaquattrocento persone hanno segnalato abusi sessuali commessi da sacerdoti o religiosi.
È uno dei dati che emergono dal report di Rete L’Abuso, l’associazione fondata da Francesco Zanardi, sopravvissuto da ragazzo agli abusi di un prete a Savona e oggi tra le principali voci italiane ed europee sul tema.
Secondo il database di Rete L’abuso, i casi totali di autori di violenze sessuali segnalate (presunte e accertate) nella Chiesa italiana sono 1.296, di cui 1.154 rappresentati da sacerdoti. Le vittime note sono 4.674, di cui 4451 di età inferiore ai 18 anni: 4.444 abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. Di queste, 2.414 sono seguite direttamente dall’associazione.
L’incidenza dei preti coinvolti – il 3,72% dei circa 31 mila sacerdoti italiani – è considerata “molto alta”, soprattutto tenendo conto che si tratta di un censimento non ufficiale. Le segnalazioni raccolte da Rete L’Abuso coincidono quasi perfettamente con quelle riconosciute da fonti cattoliche nello stesso arco di tempo: uno scarto di soli 60 casi su più di mille censiti.
Nel panorama regionale, il Piemonte con i suoi 106 segnalati è al secondo posto in Italia dopo la Lombardia che ne ha 174. Dal 2020 a oggi le segnalazioni in Piemonte riguardano 106 abusatori presunti o conclamati. Le vittime piemontesi note sono 388: 40 donne, 348 uomini, di cui 10 adulti vulnerabili e una persona con disabilità; 377 sono minori.
La distribuzione per provincia mostra: Asti 6 abusanti, Biella 8, Cuneo 24, Novara 12, Torino 31, Verbano 6, Vercelli 8. Tra questi: 91 preti, 4 catechisti, 10 laici, 1 scout.
Riguardo ai processi canonici ne risultano 5 avviati, 3 mai avviati, dei restanti 98 non si hanno dati, 0 risultano condannati in sede canonica.
Per quanto riguarda la giustizia penale: 73 casi sommersi (casi noti e mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana), 1 denuncia, 4 indagati, 2 condanne in primo grado, 1 in secondo grado, 18 condanne definitive, 3 prescrizioni, 2 confessioni, 2 patteggiamenti. Rete L’Abuso pubblica sul proprio sito i dati che raccoglie. Esiste anche una sezione dedicata ai dati forniti dalla CEI, nei cui report ufficiali tuttavia non compaiono i nomi dei segnalati, né le diocesi di appartenenza, né i luoghi dei reati, né i provvedimenti adottati, né il numero di vittime coinvolte da ciascun caso.
«Le scienze psicologiche definiscono gli abusi un vero e proprio omicidio psichico» afferma Zanardi. «Per questo non dovrebbero essere soggetti a prescrizione. E per questo la legge italiana dovrebbe prevedere l’obbligo di denuncia alla magistratura anche per i vescovi, come avviene negli altri paesi. Ma ciò non è possibile finché, in base al Concordato, non sono considerati pubblici ufficiali».
La Sicilia è al secondo posto in Italia, dietro soltanto alla Lombardia, per violenze sessuali consumate in ambito ecclesiastico. È questo lo spaventoso quadro che emerge con forza dal secondo report della Rete L’Abuso, associazione italiana che opera per la tutela delle vittime di abusi clericali. Palermo la provincia con il maggior numero di episodi. Messina al secondo posto.
Il dossier, presentato nelle scorse settimane e riferito a un arco temporale approssimativamente ventennale, segnala in Sicilia 103 casi documentati di abusi in ambito ecclesiastico. Il bilancio è drammatico: sono 270 le vittime accertate.
Nella sola provincia di Palermo vengono segnalati 20 casi, valore più alto dell’Isola. Le altre province evidenziano sedici casi a Messina, 14 a Catania, sono 11 quelli di Trapani, 10 ad Agrigento e Siracusa, 9 a Caltanissetta, 7 a Enna e 6 a Ragusa. Nel calcolo della onlus non rientrano le vittime di pedopornografia.
Il profilo delle vittime e degli autori
Il rapporto della Rete L’Abuso consente di tracciare anche alcuni elementi riguardanti l’identikit delle vittime e degli autori. A livello nazionale si stimano 1.250 casi complessivi di violenza sessuale nell’ambito clericale, di cui 1.106 perpetrati da sacerdoti, secondo l’ultimo aggiornamento del dossier. Le vittime note risultano circa 4.625, di cui 4.395 abusate da preti.
I contorni dell’abuso riguardano soprattutto vittime minorenni. Non è dunque un caso se delle 270 vittime accertate in Sicilia, ben 256 di queste non avevano ancora compiuto i 18 anni al momento dell’abuso. Il dato è netto anche rispetto alla predilezione per il genere: 242 sono le vittime di sesso maschile, solo 14 quelle femminili.
Le restanti 14 vittime erano adolescenti o adulte al momento della violenza. Gli autori risultano nella maggioranza sacerdoti (82 sui 103 casi in Sicilia), con una minoranza affidata a catechisti, laici o scout (4 catechisti, 16 laici, 1 scout) nella rilevazione dell’associazione.
Quali cause? Quali meccanismi?
I dati, di per sé, spiegano solo in parte l’entità del problema. Occorre guardare ai meccanismi che ne hanno favorito la diffusione e la persistenza, e alla specificità del contesto siciliano. Ma i dati sono estremamente parziali e fanno riferimento solo a casi accertati e/o denunciati.
La dimensione mafiosa del silenzio – culturale, istituzionale, anche territoriale – incide fortemente: in Sicilia, come altrove, le relazioni personali, le reti ecclesiali, la centralità dell’istituzione religiosa costituiscono un contesto che rende più difficile la denuncia e la trasparenza sui contorni del fenomeno.
Qualche episodio emblematico
Nel contesto palermitano sono emersi casi che illustrano tragicamente la dimensione concreta del problema. Tra questi: un frate – originario della Colombia ma residente a Palermo, dell’Ordine dei Frati Minori Rinnovati – per il quale risultano contestati cinque casi di violenza su donne e minori (quattro bambine, una ragazza maggiorenne).
Secondo le indagini della squadra mobile di Palermo, alcuni episodi sarebbero avvenuti anche nell’ambito della confessione, altri durante gite turistiche organizzate dallo stesso religioso. L’inchiesta è però ancora in corso. Un altro caso riguarda un sacerdote incardinato nell’Arcidiocesi di Palermo, che è stato “condannato” in sede ecclesiastica per molestie su un seminarista.
Le criticità dell’azione istituzionale
Un altro nodo che emerge è la mancanza di una mappatura nazionale esaustiva: in Italia non è stata realizzata finora una commissione indipendente che indaghi il fenomeno su base nazionale con poteri analoghi a quelli attivati in altri Paesi a tradizione cattolica.
La Rete L’Abuso ricorda che Stato e Chiesa non hanno mai affidato a un ente esterno la guida dell’inchiesta. Tradotto: non esistono quindi statistiche ufficiali e definitive sulla diffusione della pedofilia in generale, men che meno su quella di matrice clericale.
Dal versante ecclesiastico, la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha avviato dal 2021 un sistema di rilevazione tramite i servizi diocesani per la tutela dei minori, raccogliendo dati circa l’attività di prevenzione e ascolto, che resta fondamentale. Tutti i servizi di aiuto messi a disposizione dalla Chiesa sono consultabili qui: https://tutelaminori.chiesacattolica.it/
Quali prospettive?
Per comprendere la portata del fenomeno sarebbe necessaria una mappatura puntuale di tutti i casi, con trasparenza anche da parte delle diocesi siciliane, un potenziamento dei servizi di ascolto e tutela a livello provinciale (Palermo si è mossa in tal senso, ndr), una formazione obbligatoria e costante per tutti gli operatori religiosi e laici che lavorano con minori e una maggiore collaborazione tra autorità civili e ed ecclesiastiche al fine di garantire che gli abusi non vengano dimenticati.
Il caso di Bolzano
Per mostrare trasparenza sul fenomeno, invitando anche eventuali vittime a non doversi nascondere per paura di non essere credute o per vergogna dell’atto subito, un caso emblematico giunge dal Trentino Alto Adige. Qui, negli scorsi mesi la diocesi di Bolzano-Bressanone ha ricevuto trenta nuove segnalazioni di presunti abusi sessuali su minori e persone vulnerabili.
I reati sarebbero stati commessi principalmente da sacerdoti e soprattutto tra gli anni Settanta e gli Ottanta. Le persone che hanno subito gli abusi hanno cominciato a denunciare a partire dallo scorso gennaio, in seguito alla pubblicazione dei risultati della prima indagine condotta dalla stessa diocesi locale e che aveva portato alla luce il numero di molestie.
Il rapporto – di 631 pagine e che analizza un arco temporale di sessant’anni – realizzato da uno studio legale tedesco su input della diocesi, rappresenta l’indagine indipendente più approfondita promossa fino ad oggi dalla Chiesa cattolica italiana. Il report non si limita soltanto alla menzione del numero di abusi sessuali subiti, ma evidenzia anche la dimensione sistemica delle violenze all’interno del mondo ecclesiastico.
Rete L’Abuso: “Il problema resta il sommerso”
“I 30 casi emersi in Trentino Alto Adige si aggiungono ai 69 che erano già stati segnalati”, spiega al QdS il presidente dell’associazione Francesco Zanardi, che da quindici anni monitora ogni segnalazione attraverso la Onlus. Spostandoci in Sicilia esistono anche “63 casi che sono sommersi, cioè occasioni nelle quali la vittima ha parlato, ma senza procedere con una denuncia formale. Sono episodi accertati, quantomeno verificati nella loro attendibilità, ma non denunciati”.
Il dato più rilevante riguarda però la scarsa – e spesso nulla – trasparenza della Chiesa rispetto ai procedimenti interni. “In Sicilia registriamo 5 processi canonici avviati e 4 chiusi. Degli altri 94 non sappiamo nulla. Non c’è alcun esito, nessuna comunicazione, nessuna informazione”. Un buco nero che, secondo Zanardi, non dipende solo dalla struttura ecclesiastica, ma anche da un quadro normativo nazionale.
“In Italia non c’è l’obbligo di denuncia per i vescovi. Non puoi definirli ‘insabbiatori’, perché la legge non impone loro la denuncia”, aggiunge il presidente di Rete L’Abuso. Il database dell’associazione permette anche di ricostruire i profili degli autori.
“In Sicilia i casi riguardano 82 sacerdoti, 1 suora, 4 catechisti, 16 laici e 1 scout”. Numeri che, sottolinea Zanardi, non esauriscono il fenomeno: mancano sia i casi non notificati dalle diocesi, sia quelli per cui non viene rilasciata la liberatoria dalla vittima.
Secondo Zanardi, a preoccupare è soprattutto il contrasto fra la mole di testimonianze raccolte e l’assenza di azioni concrete da parte della Chiesa. “Non c’è trasparenza”, ribadisce ricordando che i procedimenti canonici vengono spesso solo annunciati per poi svanire nel nulla. “Cinque vittime ci hanno riferito che sarebbe stato avviato un processo interno, ma non se n’è più saputo niente”.
Nel frattempo, il sommerso continua a crescere. E la Sicilia resta una delle regioni in cui la distanza tra vittime e istituzioni – ecclesiastiche e civili – rimane tra le più profonde “anche a causa della vicinanza di credo tra la popolazione e la chiesa”. Sul tema abbiamo provato a più riprese anche a sentire la Curia di Messina: non ci hanno mai risposto.
“La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174, il cui sommerso è più della metà: 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana”. È quanto emerge da “Tolleranza zero?”, secondo “report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero“, a cura dell’osservatorio permanente della Rete L’abuso che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025.
Rispetto al dato lombardo, secondo l’Osservatorio, 23 casi riguardano la “provincia di Bergamo, 16 quella di Brescia, 12 quella di Como, 9 quella di Cremona, 10 quella di Lecco, 5 per Lodi, 8 per Mantova, 48 per Milano, 9 per Monza, 9 per Pavia, 8 per Sondrio e 17 per quella di Varese”.
“Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 per Torino, 6 per Verbano Cusio Ossola e 8 per Vercelli”, sottolinea l’osservatorio.
Tra le regioni più colpite anche la Sicilia con “un totale di 103 casi di cui, 10 nella provincia di Agrigento, 9 in quella di Caltanissetta, 14 in quella di Catania, 7 in quella di Enna, 16 per quella di Messina, 20 per Palermo, 6 per Ragusa, 10 per Siracusa e 11 per Trapani”.
Ottantotto i casi in Veneto “di cui 5 nella provincia di Belluno, 16 in quella di Padova, 7 in quella di Rovigo, 11 in quella di Treviso, 9 per quella di Venezia, 32 per Verona e 8 per Vicenza”. Ottantuno i casi in Toscana di cui “6 nella provincia di Arezzo, 19 in quella di Firenze, 6 in quella di Grosseto, 6 in quella di Livorno, 9 per quella di Lucca, 6 per Massa, 9 per Pisa, 8 per Pistoia, 8 per Prato e 4 per Siena”.
Per il Trentino Alto Adige il report registra “un totale di 80 casi di cui 71 nella provincia di Bolzano e 9 in quella di Trento”. Stesso dato per il Lazio “di cui 9 nella provincia di Frosinone, 13 in quella di Latina, 8 in quella di Rieti, 38 in quella di Roma e 12 per quella di Viterbo”.
Negli ultimi 25 anni i casi di abusi sessuali per mano del clero in Liguria sono stati 69, di questi 24 nella provincia di Imperia; 20 in quella di Savona; 15 nell’area metropolitana di Genova; 10 in quella di La Spezia. E’ questo il risultato dell’analisi effettuata dall’Osservatorio permanente della Rete “L’Abuso” da inizio secolo.
I numeri in Liguria
Nel report si legge che in Liguria “le vittime sopravvissute, prevalentemente minorenni, sono un totale di 209 di cui 25 donne e 184 uomini. Di queste 9 sono adulti vulnerabili e 200 sono minorenni”. L’analisi approfondisce anche chi sono gli autori di abusi: in 59 casi si è trattato di sacerdoti, in otto casi di laici e in due di scout.
L’analisi portata avanti dall’associazione fa emergere che su 69 casi rilevati, 50 sono sirsultati sommersi alla giustizia, in tre casi invece ci sono delle denunce ancora in corso, sono due inve e le persone indagate al momento dall’autorità giudiziaria italiana; si registra poi una condanna in primo grado mentre sono cinque, tra sacerdoti e laici, condannati in via definitiva. Il repor riporta anche tre casi di sopravvenuta prescrizione e una condannato in sede civile. Per quanto riguarda il processo parallelo in sede canonica risultano: in sei casi risultano avviati, in cinque invece non è stato preso alcun provvedimento mentre per i restanti 58 casi non si hanno dati spiega la Rete “L’Abuso”.
I condannati in via definitiva
Sono cinque i condannati in via definitiva per abusi. Si tratta del laico Domenico Soldano di Genova condannato a un anno e nove mesi. Soldano aveva convinta la sua vittima offrendole delle caramelle, la vittima si era poi confidata con i genitori. La vicenda è sempre rimasta segreta e il religioso era finito ai domiciliari. Da tempo Soldano ha lasciato Genova.
Altro condannato in via definitiva è Giorgio Barbacini, sacerdote della diocesi di Savona-Noli condannato a 3 anni e 5 mezzi per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario con l’aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. Latitante fino al 2015. Poi è stato arrestato. La diocesi lo ha spretato.
A Pietra Ligure il sacerdote Italo Casiraghi è stato condannato in via definitiva. Arrestato a Gondola, nel Canton Ticino in flagranza di reato, con l’accusa di atti sessuali e molestie sui fanciulli, in particolare su una ragazzina di 14 anni.Condannato a 6 mesi con sospensione condizionale della pena.Segnalato in attività sacerdotale in provincia di Varese, a Sesto Calende dopo la condanna. Casirachi è stato spostato dalla diocesi di Albenga-Imperia.
E’ stato condannato in via definitiva anche il sacerrdote di Albenga Luciano Massaferro. Per lui 7 anni e 8 mesi di carcere per abusi su una bimba. La diocesi di Albenga-Imperia non ha adottato misure nei suoi confronti.
L’ultimo dei condannati in via definitiva in questi ultimi 25 anni in Liguria è il sacerdote Riccardo Seppia della diocesi di Genova. E’ stato condannato a 4 anni, dieci mesi e venti giorni per tentativo di violenza sessuale su bambini di sesso maschile, tentata induzione alla prostituzione minorile, offerte plurime di droga e cessione di cocaina di modica quantità.
Ecco chi ha patteggiato
Poi ci sono anche i casi di chi ha patteggiato. Si tratta del sacerdote di Sanremo Alessandro Ghersi della diocesi di Ventimiglia-Sanremo. Don Ghersi “veniva condannato in tribunale per aver inviato e-mail a luci rosse a una ragazzina di diciott’anni”.
Il sacerdote Nello Giraudo ha patteggiato per abusi sessuali su numerosi bambini di sesso maschile al di sotto dei 14 anni. Ha ammesso la colpa e patteggiato una condanna pari a un e sei mesi di carcere. La diocesi di Savona-Noli lo ha spretato.
La situazione a livello nazionale
Sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. Sono i dati che emergono dal nuovo Rapporto nazionale 2025 di Rete L’Abuso – associazione promossa dai sopravvissuti ad abusi -, che segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57 per cento dei 31.000 sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento.
Sui circa 31 mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi. La Rete L’Abuso rileva una grave carenza di strumenti di prevenzione e di tutela dei minori nel Paese ed evidenzia che la Chiesa Cattolica è da tempo al corrente del problema, “endemico e noto al Vaticano almeno dal 1962”, quando fu regolamentato segretamente con la direttiva ‘Crimen sollicitationis’. In ogni caso, prosegue l’associazione, “ciò non toglie nulla alla gravità della situazione”, e mostra quanto sia urgente “un intervento deciso del Garante nazionale e dei Garanti regionali” per coinvolgere cittadini e politica in un’azione di responsabilità collettiva.
Sempre secondo il Rapporto, è la Lombardia la regione con il maggior numero di casi censiti dalla Rete L’Abuso: 174 sacerdoti e laici coinvolti e 562 vittime, in gran parte minori. Seguono Veneto (88 casi e 572 vittime), Toscana (81 e 292) e Sicilia (103 e 270). Il Molise e la Valle d’Aosta risultano invece le regioni meno colpite, rispettivamente con 16 e quattro casi.
Più del 75 per cento dei sacerdoti coinvolti in abusi sessuali non è mai stato denunciato alla magistratura italiana. Secondo la Rete L’Abuso, il “sommerso” ammonta a 839 casi su 1.106 sacerdoti segnalati. Molti episodi, si legge nel rapporto non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o perché affidati a procedimenti interni della Chiesa.