Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. Sono i dati che emergono dal nuovo Rapporto nazionale 2025 di Rete L’Abuso – associazione promossa dai sopravvissuti ad abusi -, che segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57 per cento dei 31.000 sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento.

    Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi. La Rete L’Abuso rileva una grave carenza di strumenti di prevenzione e di tutela dei minori nel Paese ed evidenzia che la Chiesa Cattolica è da tempo al corrente del problema, “endemico e noto al Vaticano almeno dal 1962”, quando fu regolamentato segretamente con la direttiva ‘Crimen sollicitationis’. In ogni caso, prosegue l’associazione, “ciò non toglie nulla alla gravità della situazione”, e mostra quanto sia urgente “un intervento deciso del Garante nazionale e dei Garanti regionali” per coinvolgere cittadini e politica in un’azione di responsabilità collettiva.

    Sempre secondo il Rapporto, è la Lombardia la regione con il maggior numero di casi censiti dalla Rete L’Abuso: 174 sacerdoti e laici coinvolti e 562 vittime, in gran parte minori. Seguono Veneto (88 casi e 572 vittime), Toscana (81 e 292) e Sicilia (103 e 270). Il Molise e la Valle d’Aosta risultano invece le regioni meno colpite, rispettivamente con 16 e quattro casi.

    Più del 75 per cento dei sacerdoti coinvolti in abusi sessuali non è mai stato denunciato alla magistratura italiana. Secondo la Rete L’Abuso, il “sommerso” ammonta a 839 casi su 1.106 sacerdoti segnalati. Molti episodi, si legge nel rapporto presentato ieri, non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o perché affidati a procedimenti interni della Chiesa.

    https://tgverona.telenuovo.it/home/2025/10/25/abusi-sessuali-del-clero-in-italia-oltre-mille-preti-coinvolti-in-veneto-88-casi-e-572-vittime

  • Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

    La Calabria, pur non essendo tra le regioni italiane con il numero più alto di episodi, presenta dati allarmanti sul fronte degli abusi sessuali riconducibili a esponenti del clero.

    Secondo il secondo Rapporto nazionale diffuso dalla Rete L’Abuso, nel territorio regionale sono stati documentati 51 casi: 48 riguardano sacerdoti, due catechisti e un laico.

    Le vittime accertate sono complessivamente 156, di cui 149 minorenni — in prevalenza di sesso maschile — oltre a cinque adulti vulnerabili, una suora e una persona disabile. Il rapporto, curato dalla Rete presieduta da Francesco Zanardi, evidenzia una realtà “ancora in gran parte sommersa” e punta il dito contro la mancanza, in Italia, di un sistema di prevenzione efficace per la tutela dei minori.

    Zanardi sottolinea la necessità di introdurre norme più stringenti, come l’obbligo di denuncia per ogni cittadino e l’adozione di strumenti europei come il certificato anti-pedofilia, oggi non applicabile nel nostro Paese. A livello nazionale, il documento registra 1.250 casi accertati — 1.106 dei quali commessi da sacerdoti — per un totale di 4.625 vittime, in gran parte minorenni. In questo quadro, la Calabria, pur con numeri inferiori rispetto a regioni come Lombardia (174 casi) e Piemonte (103), resta una delle aree più colpite in proporzione alla popolazione.

    Ancora più inquietante il dato sulle denunce: oltre il 75% dei casi non arriva mai all’autorità giudiziaria. Molte vittime scelgono di non parlare, scoraggiate dai tempi lunghi dei procedimenti canonici e dal rischio di prescrizione dei reati.

    Gli abusi, secondo il rapporto, avvengono soprattutto in ambienti parrocchiali, scolastici o educativi legati alla Chiesa, e le condanne, sia penali che canoniche, restano esigue rispetto alla gravità del fenomeno.

    «Non si tratta più di una questione interna alla Chiesa — avverte Zanardi — ma di un problema di salute pubblica e giustizia sociale». La Calabria, con i suoi 51 casi, rappresenta così un ulteriore segnale d’allarme sulla necessità di riforme strutturali e strumenti di prevenzione realmente efficaci.

    Abusi sessuali legati al clero, la Calabria tra le regioni più colpite: 51 casi e 156 vittime

  • Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    Romagna, la mappa degli abusi nel clero: Forlì-Cesena in testa, seguono Rimini e Ravenna

    La nuova rilevazione dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO, pubblicata il 1° ottobre 2025, consegna una fotografia senza precedenti della violenza sessuale commessa da appartenenti al clero e dal relativo indotto in Italia: 1.250 casi complessivi, di cui 1.106 sacerdoti; 4.625 le vittime note, 4.451 delle quali minorenni.

    Solo sui sacerdoti, l’incidenza stimata è del 3,57% (1.106 su 31.000 attivi), mentre il “sommerso” – i casi noti alla Chiesa ma mai denunciati all’autorità giudiziaria – isola 839 episodi su 1.106. Un dato che dialoga con 155 condanne definitive sul totale dei 1.250 casi mappati.

    Dentro questo quadro nazionale, l’Emilia-Romagna conta 75 casi e 192 vittime prevalentemente minorenni; 71 sono sacerdoti, poi un catechista e tre laici. Le posizioni penali registrano 53 episodi nel sommerso, con poche denunce attive e 10 condanne definitive. È in questa cornice che la Romagna spicca per numerosità relativa.

    Forlì-Cesena: il baricentro romagnolo

    La provincia di Forlì-Cesena è la più colpita della Romagna: 10 casi censiti. Il dato, pur numericamente contenuto rispetto ai grandi hub regionali del Nord, pesa nel bilancio romagnolo e segnala catene di eventi spesso rimaste senza un approdo giudiziario. Nel quadro regionale, infatti, oltre due terzi dei procedimenti risultano “sommersi” o privi di esito pubblico, una dinamica che ostacola sia la giustizia sia la prevenzione.

    Rimini e Ravenna: numeri vicini, stessa vulnerabilità

    A Rimini e Ravenna il report conta 7 casi ciascuna. Anche qui il tratto comune è l’asimmetria tra il danno registrato e l’effettiva risposta giudiziaria: poche denunce formali, scarsi approdi a sentenza e un ricorso alla giustizia canonica che, secondo la rilevazione, non si traduce quasi mai in condanne note. È un pattern che ricalca il disegno regionale – 2 procedimenti canonici avviati, 3 mai avviati e nessuna condanna nota – e che suggerisce l’urgenza di strumenti di tutela più trasparenti, coordinati con l’autorità civile.

    Il peso della Romagna nell’Emilia-Romagna

    Sommando Forlì-Cesena (10), Rimini (7) e Ravenna (7), la Romagna raggiunge 24 casi, cioè quasi un terzo del totale regionale (75). Considerando che il report attribuisce all’Emilia-Romagna 192 vittime (di cui 185 minorenni), il contributo romagnolo diventa ancor più significativo in rapporto alla densità demografica e alla capillarità delle strutture ecclesiastiche sul territorio.

    Cosa dicono i “macro-numeri” nazionali

    I dati complessivi – 1.250 casi, 4.625 vittime, 3,57% di incidenza tra i sacerdoti attivi, 839 episodi nel sommerso – descrivono un fenomeno strutturale. Nelle regioni più popolose il volume cresce (la Lombardia guida con 174 casi), ma il tasso di sommerso resta elevato ovunque, segno che la trasparenza interna e l’obbligo di segnalazione non sono ancora prassi consolidate. In assenza di una commissione d’inchiesta statale – strumento adottato in diversi paesi europei – il report evidenzia come le stime italiane possano essere per difetto sul versante delle vittime.

    Le falle del sistema: denuncia, prevenzione, risarcimenti

    Il documento rimarca che, tra le 4.621-4.625 vittime citate nelle diverse sezioni, solo una risulta risarcita spontaneamente dalla Chiesa; quando arriva un indennizzo, proviene in prevalenza dalla giustizia italiana. Nel frattempo, il sostegno medico-psicologico appare lacunoso, mentre 22 strutture terapeutiche risultano attive per i sacerdoti, nessuna specificamente per i sopravvissuti da abusi. Il divario tra strumenti per gli autori e tutela delle vittime è uno dei punti dolenti messi nero su bianco.

    Che cosa significa per la Romagna

    Per Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna i numeri non sono solo contabilità del passato. La quota di sommerso, il limitato ricorso a percorsi giudiziari e la quasi totale assenza di condanne canoniche note rendono urgente un’azione su tre livelli: obbligo effettivo di segnalazione all’autorità civile; rafforzamento dei servizi di supporto alle vittime; trasparenza degli esiti, inclusa la tracciabilità dei trasferimenti interni. La Romagna, proprio perché esprime una fetta importante del dato regionale, può diventare un laboratorio di pratiche migliori, dalla formazione nelle parrocchie alla collaborazione strutturata con centri antiviolenza e procure.

    Un indicatore per misurare il cambiamento

    Il confronto fra numero di casi e condanne definitive (10 in Emilia-Romagna su 75) suggerisce un indicatore semplice da monitorare: quota di procedimenti che arrivano a sentenza, tempi medi di definizione e accesso a misure riparative. Portare alla luce il sommerso non è solo questione statistica: significa consentire alle vittime di Romagna – e del Paese – di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, e alle comunità di ricostruire fiducia su basi verificabili.

    Metodologia – Il report copre l’arco 2000-2025, aggrega casi trattati direttamente dall’associazione e materiale documentale pubblico, con schede regionali e provinciali di dettaglio. I numeri citati nel pezzo provengono dal report alle sezioni “Dato censito dall’Osservatorio”, “Dettaglio integrale delle schede regionali” e “Conclusioni”.

    https://lavocedicesenatico.it/romagna-la-mappa-degli-abusi-nel-clero-forli-cesena-in-testa-seguono-rimini-e-ravenna/

    2° Report Rete L’ABUSO

  • Pedofilia e clero: nel Vco segnalati 6 casi negli ultimi 25 anni

    Pedofilia e clero: nel Vco segnalati 6 casi negli ultimi 25 anni

    “La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana”. È quanto emerge da ‘Tolleranza zero?’, secondo ‘report sui casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero e il suo indotto’ a cura dell’osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025.

    Rispetto al dato lombardo, secondo l’Osservatorio, 23 casi riguardano la “provincia di Bergamo, 16 quella di Brescia, 12 quella di Como, 9 quella di Cremona, 10 quella di Lecco, 5 per Lodi, 8 per Mantova, 48 per Milano, 9 per Monza, 9 per Pavia, 8 per Sondrio e 17 per quella di Varese”.

    “Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 per Torino, 6 per Verbano Cusio Ossola e 8 per Vercelli”, sottolinea l’osservatorio.

    Tra le regioni più colpite anche la Sicilia che indica “un totale di 103 casi di cui, 10 nella provincia di Agrigento, 9 in quella di Caltanissetta, 14 in quella di Catania, 7 in quella di Enna, 16 per quella di Messina, 20 per Palermo, 6 per Ragusa, 10 per Siracusa e 11 per Trapani”.

    Ottantotto i casi in Veneto “di cui 5 nella provincia di Belluno, 16 in quella di Padova, 7 in quella di Rovigo, 11 in quella di Treviso, 9 per quella di Venezia, 32 per Verona e 8 per Vicenza”. Ottantuno i casi in Toscana di cui “6 nella provincia di Arezzo, 19 in quella di Firenze, 6 in quella di Grosseto, 6 in quella di Livorno, 9 per quella di Lucca, 6 per Massa, 9 per Pisa, 8 per Pistoia, 8 per Prato e 4 per Siena”.

    In Trentino Alto Adige il report registra “un totale di 80 casi di cui 71 nella provincia di Bolzano e 9 in quella di Trento”. Stesso dato per il Lazio “di cui 9 nella provincia di Frosinone, 13 in quella di Latina, 8 in quella di Rieti, 38 in quella di Roma e 12 per quella di Viterbo”.

  • Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Clero e pedofilia, in Piemonte 103 casi da inizio anni Duemila: 31 nella provincia di Torino

    Sono 31 i casi di violenza sessuale commessi in Italia dal clero (e il suo indotto) nella provincia di Torino. Questo il dato che emerge dal report “Tolleranza Zero” a cura dell’Osservatorio permanente della ‘Rete L’abuso’ e che censisce casi sollevati nell’arco temporale 2000-2025. 

    A livello nazionale i casi sono 1.250, di cui 1.106 risultano commessi da sacerdoti. Le vittime prodotte note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout.

    Tutti i numeri (anche del sommerso)

    Delle 4.625 vittime sopravvissute, 2.414 sono nella disponibilità dell’associazione, delle restanti 2.211 non è stato possibile acquisire nessun dato, tranne quello che le cataloga come sopravvissuti. L’incidenza percentuale dei soli sacerdoti è pari al 3,57%, 1.106 su un totale di 31.000 sacerdoti attualmente attivi in Italia.

    Il sommerso della chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana -spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti).

    I dati delle province del Piemonte

    La Lombardia è la Regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 174 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria italiana.

    Il Piemonte registra un totale di 103 casi di cui 10 nella provincia di Alessandria, 6 in quella di Asti, 8 in quella di Biella, 22 in quella di Cuneo, 12 per quella di Novara, 31 come detto per Torino, 6 per il Verbano e 8 per il Vercellese.

  • Abusi nella Chiesa: dati allarmanti. Il II report di Rete L’Abuso

    Abusi nella Chiesa: dati allarmanti. Il II report di Rete L’Abuso

    SAVONA-ADISTA. Al 1 ottobre 2025, «la situazione degli abusi in Italia è la seguente: si contano tra sacerdoti e indotto laico 1.250 casi di cui 1.106 risultano sacerdoti (e di cui soltanto 155 sono arrivati a una condanna in via definitiva dell’autore della violenza). Le vittime prodotte note risultano 4.625, di cui 4.395 per mano di sacerdoti, 9 per mano di suore, 91 per mano di catechisti, 76 dell’indotto laico, 54 di scout. Delle 4.625 vittime sopravvissute, 2.414 sono nella disponibilità dell’associazione, delle restanti 2.211 non è stato possibile acquisire nessun dato, tranne quello che le cataloga come sopravvissuti. L’incidenza percentuale dei soli sacerdoti è pari al 3,57%, 1.106 su un totale di 31.000 sacerdoti attualmente attivi in Italia». Sono i dati emergenti dal 2° Report, presentato in conferenza stampa venerdì 24 ottobre, della Rete l’Abuso, fondata e animata da Francesco Zanardi. Il primo Report era stato presentato il 12 settembre 2024, primo traguardo di un’associazione impegnata da sempre nella denuncia della pedofilia nella Chiesa e punto di riferimento per le vittime, ma anche uno dei pochissimi strumenti sui quali possono contare media e operatori istituzionali che lavorano sul fenomeno degli abusi nella Chiesa (v. Adista Notizie n. 32/24).

    Il dato percentuale che si rileva quest’anno «è molto alto per essere quello che si ravvisa “spontaneamente”», avverte Zanardi: percentuali di questo tenore in genere sono esito di inchieste governative, e non di una raccolta di casi già emersi. «Il sommerso della Chiesa, ovvero i casi noti e mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana – spesso a causa dei termini prescrittivi maturati dalla vittima nell’attesa di un esito dai tribunali canonici – è di 839 casi su 1106 (dato sempre riferito ai soli sacerdoti)».

    I dati sono elaborati a partire dal database di Rete L’Abuso – l’unico esistente in Italia – dal servizio iCODIS (Central Operating Data Information Service), e producono alcune “immagini” di portata macroscopica: «La Lombardia è la regione italiana con il più alto numero di casi censiti, ben 173 il cui sommerso è più della metà, 101 casi mai denunciati all’Autorità giudiziaria italiana».

    Femminicidi e pedofilia: stessa matrice, stessa indifferenza

    Ha ampliato lo sguardo su un piano politico Mario Caligiuri, avvocato di Rete L’Abuso, che durante la conferenza stampa ha sottolineato la stretta connessione tra pedofilia nella Chiesa e, più in generale violenza contro i minori e violenza di genere, e ha ribadito come la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia già condannato il nostro Paese per violazione dell’art. 2 e 3 della Convenzione di Lanzarote. «L’Italia – ha detto – dispone di un articolato sistema normativo e potrebbe essere chiamata a rispondere non soltanto moralmente ma anche giuridicamente se non garantirà meccanismi di cooperazione tra giurisdizione civile e autorità ecclesiastiche»; una cooperazione fatta di contatti, confronti, coordinamento di azioni, che tra due Stati dovrebbero esserci. Deve esserci, ha detto «un cointeresse a unirsi e a uscire fuori dalla endemica supponenza di poter risolvere da soli problemi di questa portata». Il nodo è intricato, ma ciò che appare con chiarezza è «la sistematica carenza di tutela delle vittime di violenza in Italia, di donne e minori. La rete più volte ha sollevato questo legame intrinseco. Gli obblighi della Convenzione di Istanbul (Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica del 2011, ndr) sono ancora ampiamente disattesi».

    Pedofilia clericale e violenza di genere, ha sottolineato, hanno la stessa radice. «Le norme internazionali ci chiedono di prevenire, coordinare, denunciare e accompagnare le vittime in un percorso di giustizia e di guarigione. Questo va ripensato, tanto nella Chiesa quanto nello Stato. La cultura della prevenzione e della corresponsabilità lo impone. Serve la traduzione sostanziale in protocolli e prassi operative e trasparenza».

    I garanti delle vittime di reato

    In Italia è presente per ora soltanto in quattro regioni la figura del garante delle vittime di reato, una figura di garanzia e assistenza istituita in conformità alla Direttiva europea 2012/29, che ha lo scopo di tutelare i diritti delle vittime di reato, offrendo assistenza gratuita e vigilando sull’attuazione delle norme. Per ora, in assenza di una figura a livello nazionale, i garanti sono presenti in Liguria, Lombardia, Calabria, Basilicata. E un tributo al lavoro fatto da Rete L’Abuso, faro sulle problematiche poste dalla questione degli abusi nella Chiesa, è venuto da Tiziana Silletti, garante per le vittime di reato della Regione Basilicata. Laureata in un’università cattolica, un precedente percorso accademico in Scienze religiose, Silletti ha ricordato che ci sono metri diversi di giustizia, tra tribunali canonici e civili. Lavorando anche nelle carceri come garante anche dei detenuti, sa bene che ci sono sezioni per i reati di pedofilia abusi sessuali e trattamenti specifici. «Che differenza c’è un uomo comune che commette questi reati e un’autorità spirituale? Qual è la differenza?», ha chiesto, facendo riferimento all’impunità e alla protezione degli abusatori clericali.

    «Nel tribunale ecclesiastico c’è misericordia per l’autore di reati. E alla vittima? Chi restituisce la dignità?». Concordando sull’accostamento del problema della pedofilia clericale all’interno del discorso più ampio sulla violenza sui minori e sulla violenza di genere, Silletti ha detto che «quando un bambino viene toccato, viene toccata la famiglia e tutta la comunità e la società. Una persona abusata potrebbe diventare una persona violenta e deviata, la ferita sommersa prima o poi verrà alla luce se non si fa un percorso di guarigione. Si parla tanto di giustizia riparativa, ma la Chiesa non sembra averla avviata».

    Il II Report della Rete L’Abuso è consultabile online: https://shorturl.at/g2Ko8.

  • Il “caso Iwaszczonek”, il prete teatino sotto processo a Napoli tra accuse di abusi e sospensione

    Il “caso Iwaszczonek”, il prete teatino sotto processo a Napoli tra accuse di abusi e sospensione

    La storia di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino di origine polacca, ha attraversato in poche settimane i confini della cronaca giudiziaria per diventare un caso simbolo di un sistema ecclesiastico ancora incerto di fronte alle accuse di abuso. Ordinato presbitero dal segretario personale di Benedetto XVI, monsignor Georg Gänswein – che gli ha fatto anche pervenire come dono “personale” lo zucchetto del defunto pontefice -, Iwaszczonek ha svolto il suo ministero prima nel Mezzogiorno, a Napoli, e successivamente al Nord, a Vicenza, dove risiede attualmente. È a Napoli, tuttavia, che si sta celebrando in queste settimane il processo penale a suo carico, con l’accusa di violenza sessuale e maltrattamenti nei confronti di un giovane che, all’epoca dei fatti, si preparava alla vita religiosa.

    La storia di Mirco

    Tutto comincia nel 2022, durante i mesi ancora segnati dall’isolamento post-pandemico. “Mirco” – questo il nome di fantasia della presunta vittima, oggi ventitreenne – è un ragazzo fragile, alla ricerca di un equilibrio tra fede e identità personale. Cresciuto in un ambiente familiare complesso, si avvicina alla Chiesa in cerca di sostegno spirituale e trova accoglienza tra i Teatini, un antico e prestigioso ordine clericale fondato nel 1524 e da sempre dedito alla vita comunitaria e alla preghiera.

    Nella basilica napoletana, San paolo Maggiore, dove si celebra la messa in rito antico, Mirco conosce padre Aleksander, allora trentottenne, stimato per la sua cultura liturgica e la sua devozione. Tra novembre 2022 e Natale dello stesso anno, il giovane frequenta la comunità con sempre maggiore assiduità, fino a essere invitato a vivere nel convento teatino di Napoli, “a tempo indeterminato”. È lì, secondo l’accusa, che sarebbero avvenuti gli abusi fisici e psicologici.

    Mirco racconta di un rapporto di dipendenza e manipolazione, in cui il sacerdote alternava momenti di rassicurazione a episodi di umiliazione e controllo. Il consenso, sostiene il ragazzo, era spesso estorto, sfruttando la sua condizione di sottomissione e la venerazione nei confronti del prete. Dopo mesi di disagio e confusione, il giovane lascia la comunità, inizia un percorso di psicoterapia e, sostenuto dal suo legale, presenta denuncia.

    Il processo a Napoli

    L’indagine della Procura di Napoli si conclude nel 2024 con il rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale aggravata dall’abuso di condizioni di inferiorità psichica e maltrattamenti. Il processo è entrato nella fase dibattimentale lo scorso autunno. Il 17 settembre 2025 si è tenuta una nuova udienza davanti al collegio penale partenopeo.

    L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco e legale di parte civile, ha ribadito la gravità delle accuse, parlando di “una relazione di dominio spirituale e psicologico sfociata in abusi sessuali reiterati”. La difesa del sacerdote, invece, continua a sostenere che tra i due vi fosse un rapporto consensuale e che le accuse sarebbero il frutto di una rilettura distorta dei fatti.

    Padre Aleksander, trasferito nel frattempo a Vicenza dopo l’apertura dell’indagine, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche. Anche l’Ordine dei Teatini, fino a non poche settimane fa, aveva mantenuto il riserbo, difendendo la presunzione di innocenza del proprio confratello.

    Lo spostamento e la “promozione”

    Nel frattempo, la vicenda si è intrecciata con un altro elemento destinato a suscitare clamore. Nonostante il rinvio a giudizio, nel luglio 2025 padre Iwaszczonek era stato eletto ai vertici dell’Ordine dei Teatini d’Italia, come membro del governo provinciale per il triennio 2025-2028. Una nomina avvenuta mentre il procedimento penale era già in corso.

    Secondo fonti interne, la decisione era stata presa in base al principio di innocenza e alla reputazione di Iwaszczonek, considerato “uomo di grande integrità e zelo apostolico”. La notizia, tuttavia, ha suscitato indignazione non solo tra le associazioni delle vittime di abusi del clero, ma anche all’interno dello stesso mondo cattolico, dove si è parlato di “mancanza di prudenza pastorale”.

    La Provincia Teatina d’Italia “Bambin Gesù”, con sede a Palermo, è poi intervenuta ufficialmente con un comunicato datato 18 settembre 2025, firmato dal preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski, rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini nel capoluogo siciliano. Nel testo, l’Ordine annuncia la sospensione immediata da ogni incarico di padre Iwaszczonek “nel rispetto della dignità di tutte le parti coinvolte” e “per tutelare la sua stessa incolumità personale”.

    “Alla notizia dell’indagine penale e del rinvio a giudizio – si legge nel comunicato – la nostra Provincia ha scelto di confidare nella giustizia civile, non avendo strumenti per una indagine interna. Finché non ci sarà sentenza definitiva, il confratello deve essere considerato presunto innocente. Tuttavia, di fronte alla diffusione della notizia e al rischio di aggressioni o linciaggi mediatici, si ritiene necessario sospendere padre Aleksander da qualsiasi incarico, in attesa che il tribunale di Napoli si pronunci.”

    Un caso non isolato

    Il caso Iwaszczonek si inserisce in un quadro più ampio di scandali che, negli ultimi anni, hanno scosso la Chiesa italiana. Secondo l’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, sono oltre 1.200 i preti accusati di violenze o comportamenti inappropriati dal 2000 a oggi, mentre circa 840 vicende sarebbero state insabbiate o risolte con semplici trasferimenti.

    L’Italia, diversamente da altri Paesi europei, non dispone di una commissione indipendente d’inchiesta. “Il sommerso è enorme,” spiega Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, “perché molte vittime impiegano anni a trovare il coraggio di denunciare, e spesso quando lo fanno i termini di prescrizione sono già scaduti.”

    Numerosi casi, come quello dei fratelli Lucchina in Lombardia o del sacerdote polacco che molestò un minore chiedendogli di dormire “nella cuccia del suo cane”, mostrano un pattern ricorrente: spostamenti di sede, silenzi prolungati, promozioni inopportune.

    Il silenzio delle istituzioni ecclesiastiche

    Il governo generale dei Teatini, interpellato dopo la pubblicazione dell’articolo di Today.it (che ha fatto scoppiare lo scandalo), ha ribadito che “i processi si fanno nelle aule di giustizia e non sulla pubblica piazza”. Tuttavia, anche dentro l’ordine serpeggiano malumori. Alcuni religiosi, rimasti anonimi, hanno espresso disagio per la gestione iniziale del caso, definendola “troppo attendista” e poco rispettosa delle esigenze delle vittime.

    Padre Kowalczykowski, oggi a Palermo, ha cercato di riportare equilibrio: “Non posso giudicare ciò che è accaduto prima del mio mandato, ma non accetterò che l’Ordine sia associato all’omertà o alla complicità. Attendiamo la verità dal tribunale di Napoli.”

    Tra diritto e fede

    Il caso Iwaszczonek interroga profondamente la Chiesa sul rapporto tra misericordia e giustizia. È giusto sospendere un sacerdote prima della condanna definitiva? È lecito, invece, mantenerlo in ruoli di responsabilità mentre pende un’accusa così grave? Il confine tra garantismo e tutela delle vittime rimane sottile, ma è proprio su quel margine che si misura la credibilità ecclesiale.

    Il processo di Napoli proseguirà nei prossimi mesi con l’audizione dei testimoni e delle parti civili. Solo allora si saprà se le accuse troveranno conferma o se il sacerdote verrà assolto. Intanto, padre Aleksander Iwaszczonek vive a Vicenza, dove si è ritirato in una comunità teatina, lontano dai riflettori, in attesa del verdetto.

    Oltre il caso singolo

    Qualunque sia l’esito giudiziario, la vicenda di Napoli rimane un banco di prova per la Chiesa italiana, chiamata a scegliere tra l’autotutela istituzionale e la trasparenza. Il comunicato del 18 settembre segna, almeno formalmente, una svolta di responsabilità: per la prima volta, la sospensione di un sacerdote accusato avviene non come conseguenza della condanna, ma come misura di cautela e di tutela di tutti.

    Resta tuttavia la domanda più scomoda: perché la sospensione arriva solo dopo la pubblicazione della notizia sui giornali? È il potere mediatico, ancora una volta, a supplire alle lentezze del discernimento ecclesiale?

    Padre Aleksander, da parte sua, continua a proclamarsi innocente. La giustizia farà il suo corso. Ma per Mirco e per molti altri come lui, il processo più lungo sarà quello interiore: quello che serve per ricostruire la fiducia, in sé stessi e in una Chiesa che non può più permettersi di guardare altrove.

    Fonti: https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    COMUNICATO: Provincia Teatina d’Italia detta del “Bambin Gesù”

  • Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    Il caso padre Aleksander: abusi, promozione e il silenzio della Chiesa. Una vicenda che squarcia il velo sul sistema degli abusi ecclesiastici in Italia

    di Diego La Matina – La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek, sacerdote teatino accusato di violenza sessuale e maltrattamenti, rappresenta uno dei tanti drammatici capitoli della crisi degli abusi all’interno della Chiesa cattolica italiana. Una storia che ha inizio a Napoli, dove il giovane sacerdote polacco operava celebrando messe secondo il rito antico in latino nella basilica di San Paolo Maggiore nel centro storico della città. È qui che incontra Mirco, nome di fantasia di un ragazzo che cerca rifugio spirituale in un momento di profonda fragilità.

    L’incontro fatale: quando la vulnerabilità incontra il potere

    La pandemia ha lasciato cicatrici profonde nella vita di molti giovani. Per Mirco, all’epoca ventenne, l’isolamento forzato si è sommato agli studi interrotti e alla difficoltà di accettare la propria omosessualità in un contesto familiare poco accogliente. In quel periodo buio, il ragazzo arriva a considerare il proprio orientamento sessuale come una malattia da cui guarire. È in questo stato di estrema vulnerabilità che si aggrappa alla Chiesa.

    Deluso dalla modernità della liturgia contemporanea, Mirco inizia a frequentare le messe in rito antico celebrate da padre Aleksander Iwaszczonek nella basilica napoletana. È novembre 2022. Dietro l’altare c’è questo sacerdote polacco dei Teatini, ordinato da uno degli arcivescovi più vicini a Benedetto XVI, del quale è profondo ammiratore. Un dettaglio significativo: padre Aleksander avrebbe ricevuto in dono lo zucchetto dello stesso Ratzinger, un privilegio considerato unico.

    L’avvicinamento è graduale, quasi studiato. Prima l’invito a partecipare con maggiore assiduità alle celebrazioni, poi le cene con la comunità, infine la proposta che cambierà tutto: restare “a tempo indeterminato” nel convento teatino di Napoli, giorno e notte. Mirco accetta. È fragile, dilaniato dal senso di colpa, terrorizzato dal giudizio altrui. I Teatini diventano la sua nuova famiglia.

    Gli otto mesi dell’orrore: abusi tra le mura sacre

    Quello che doveva essere un luogo di protezione e crescita spirituale si trasforma in una prigione psicologica. Per otto mesi, Mirco vive all’interno del monastero napoletano il suo periodo di iniziazione alla vita religiosa. Padre Aleksander è il suo riferimento principale, la guida per tutti i giovani novizi. Ma dietro la facciata dell’autorità spirituale si nasconde una dinamica di manipolazione e sopraffazione.

    Il rapporto tra i due si fonda su un’alternanza devastante tra rassicurazioni e umiliazioni. Padre Aleksander sembra pienamente consapevole del potere che esercita sul ragazzo, della sua capacità di plagiarlo attraverso una figura quasi idealizzata. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – fatica a distinguere cosa sia giusto da cosa sia sbagliato, cosa sia consenso autentico da cosa sia sottomissione.

    Secondo quanto emerso dalle indagini e dalle testimonianze, gli abusi sessuali avverrebbero nella camera del sacerdote. Mirco sostiene che il suo consenso veniva spesso estorto, che dipendeva dalla condizione di totale sottomissione in cui si trovava. La manipolazione psicologica si intreccia con quella fisica, creando una spirale da cui il giovane non riesce a liberarsi.

    Dopo diversi mesi di questo inferno, Mirco entra in una crisi profonda. Arriva a pensare al suicidio. Solo dopo aver lasciato la comunità, nel novembre 2023, e dopo aver iniziato un percorso con uno psicologo, trova il coraggio di denunciare. La sua denuncia dà il via a un’indagine della Procura di Napoli che porta al rinvio a giudizio di padre Aleksander Iwaszczonek per violenza sessuale tramite abuso della debolezza della vittima e maltrattamenti psicologici.

    Il processo a Napoli: la giustizia in azione

    Il 17 settembre 2025 si è tenuta un’udienza cruciale del processo davanti al Tribunale di Napoli. L’avvocato Massimo Calò, difensore di Mirco costituitosi parte civile, conferma: “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”. Il processo è in fase dibattimentale, iniziato nell’autunno del 2024.

    La difesa di padre Aleksander – che insieme al suo avvocato ha preferito non rilasciare dichiarazioni trattandosi di un processo in corso – presumibilmente continuerà a sostenere la tesi del consenso da parte della vittima. Una linea difensiva che ignora completamente la dinamica di potere, la condizione di fragilità psicologica del giovane e il ruolo di autorità spirituale del sacerdote.

    Nel frattempo, l’ordine dei Teatini, per bocca del suo provinciale, il padre Adam Marek Kowalczykowski, ha rilasciato una dichiarazione che suona come una difesa d’ufficio: “Nella comunità teatina padre Aleksander è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale”.

    L’uso dell’espressione “sedicente vittima” è già di per sé significativo e rappresenta un pattern ricorrente nelle risposte ecclesiastiche di fronte alle denunce di abuso.

    La promozione paradossale: premiato mentre è sotto processo

    Quello che rende questa vicenda ancora più sconcertante è quanto accaduto durante le indagini e dopo il rinvio a giudizio. Invece di sospendere padre Aleksander da ogni incarico, i vertici dell’ordine dei Teatini hanno deciso di trasferirlo in una sede del Nord Italia. Qui ha continuato tranquillamente a celebrare l’eucarestia e gli altri sacramenti, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”.

    Un obbligo che suona beffardo: un sacerdote accusato di abusi sessuali su un giovane viene semplicemente invitato ad essere “prudente” con i potenziali nuovi giovani che incontra. Nella nuova sede gli è stato persino concesso di continuare gli studi religiosi e tenere lezioni online con i novizi della sua famiglia religiosa.

    Ma il culmine dell’incredulità arriva a luglio 2025. In pieno processo penale, il governo provinciale dell’ordine dei Chierici Regolari Teatini d’Italia elegge padre Aleksander Iwaszczonek tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. Una sorta di promozione che lascia attoniti: un sacerdote sotto processo per violenza sessuale viene elevato ai vertici del suo ordine.

    Solo dopo che la vicenda è stata portata all’attenzione dei media, il 18 settembre 2025, il nuovo preposito provinciale padre Adam Marek Kowalczykowski è stato costretto a emettere un comunicato ufficiale sospendendo padre Aleksander da qualsiasi incarico. Nel comunicato si legge una giustificazione che appare contraddittoria: da un lato si rivendica il principio della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, dall’altro si ammette che la diffusione della notizia alla stampa rende necessaria la sospensione per tutelare “la dignità di tutti i soggetti coinvolti” e “la incolumità personale” dello stesso padre Aleksander.

    In sostanza, l’ordine ammette implicitamente che la sospensione è dovuta più alla pressione mediatica che a una reale presa di coscienza della gravità delle accuse.

    Un sistema malato: i numeri dell’orrore

    Il caso di padre Aleksander non è affatto isolato. Secondo i dati raccolti dall’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, dal 2000 ad oggi in Italia si contano 1.236 casi documentati di abuso e ben 840 situazioni insabbiate. E questi numeri, sottolinea Francesco Zanardi, presidente dell’associazione, non sono affatto esaustivi. In Italia non esiste un monitoraggio ufficiale del fenomeno.

    In regioni come la Lombardia, e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia a fronte di oltre 100 episodi insabbiati. La sproporzione è evidente e drammatica.

    “In altri paesi europei i numeri ufficiali sono molti meno. Non perché il fenomeno sia meno diffuso, ma perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”, denuncia Zanardi. La mancanza di volontà politica è evidente: “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”.

    Storie parallele: Giorgio e la fuga dalla Polonia

    La testimonianza di Giorgio Babicz, raccolta da MilanoToday, mostra come il meccanismo degli abusi segua pattern tristemente ricorrenti. Anche lui, come Mirco, proveniva da una famiglia disfunzionale – madre anaffettiva, padre alcolista e violento – quando a 13 anni un sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia.

    Giorgio accetta e va a vivere nella casa canonica di un piccolo paese. “Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni rifiuto veniva seguito da minacce di rimandarlo in Polonia.

    “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, confessa Giorgio, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento. Nessuna vera conseguenza.

    I fratelli Lucchina e il sistema dei trasferimenti

    A Milano è nota la vicenda dei fratelli Lucchina, entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato tre anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a cinque anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, con l’interruzione di qualunque attività con minorenni.

    Eppure, nonostante il provvedimento, don Alberto è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solo alcuni mesi dopo, dove è rimasto a contatto con dei minori. Il fratello invece ha beneficiato dell’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo e i pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    Il problema dei tempi: quando la giustizia arriva troppo tardi

    “È un problema ricorrente”, spiega Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare, ormai è troppo tardi” per i termini di prescrizione.

    Questo meccanismo protegge di fatto gli abusatori, che beneficiano del silenzio imposto dal trauma alle loro vittime. È un circolo vizioso che perpetua l’impunità.

    Due giustizie, due velocità

    Bisogna distinguere tra il procedimento davanti alla magistratura italiana e il processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure che i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è considerata verso Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, denuncia Zanardi.

    Questa differenza è fondamentale per comprendere perché così tanti casi vengono insabbiati. Il processo canonico, gestito internamente dalla Chiesa, spesso non porta a condanne significative. I sacerdoti accusati vengono trasferiti, come se cambiare parrocchia potesse risolvere il problema, invece di essere effettivamente allontanati dal ministero.

    Il confronto europeo: l’Italia fanalino di coda

    Il confronto con altri paesi europei è impietoso. In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta.

    In Francia, Germania, Belgio e altri paesi si sono costituite commissioni indipendenti che hanno prodotto rapporti dettagliati sul fenomeno, portando alla luce migliaia di casi e forzando la Chiesa locale a confrontarsi con la realtà degli abusi. In Italia, invece, regna il silenzio istituzionale.

    L’ordine dei Teatini: tra ideali e realtà

    L’ordine dei Chierici Regolari Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la Riforma protestante, con l’intento di riformare la Chiesa dall’interno. Tra i valori fondanti ci sono il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    L’ironia è amara: un ordine nato per purificare la Chiesa si trova oggi a dover rispondere di come ha gestito – o meglio, non ha gestito – le accuse di abuso contro uno dei suoi membri, arrivando persino a promuoverlo mentre era sotto processo.

    Il nuovo preposito provinciale, padre Adam Marek Kowalczykowski, ha dichiarato di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, ha affermato. Una dichiarazione vaga che non fornisce risposte concrete.

    Le conseguenze sulla vittima

    Mentre padre Aleksander continuava il suo ministero e veniva promosso, Mirco affrontava le conseguenze devastanti di quanto subito. Il percorso terapeutico, la difficoltà di elaborare il trauma, il coraggio necessario per denunciare sapendo che avrebbe dovuto affrontare l’incredulità, il giudizio, l’esposizione mediatica.

    Denunciare un prete non è come denunciare un qualsiasi altro cittadino. C’è il peso della comunità religiosa, spesso solidale con l’accusato. C’è la difficoltà di far comprendere le dinamiche di manipolazione psicologica e di abuso di potere. C’è il rischio di essere considerato la “sedicente vittima”, come recita il comunicato dei Teatini.

    Cosa aspettarsi dal processo

    Il processo a Napoli proseguirà nei prossimi mesi. Mirco, costituitosi parte civile, dovrà ripercorrere davanti al tribunale i momenti più dolorosi della sua vita. La difesa di padre Aleksander continuerà probabilmente a sostenere la tesi del consenso, ignorando la giurisprudenza consolidata sull’impossibilità di un consenso libero e consapevole in situazioni di asimmetria di potere così marcate.

    L’esito del processo sarà importante non solo per Mirco, ma per tutte le vittime di abusi ecclesiastici in Italia. Una condanna potrebbe rappresentare un precedente significativo. Un’assoluzione rischierebbe di scoraggiare altre potenziali denunce.

    Le responsabilità sistemiche

    Quello che emerge con chiarezza da questa vicenda è che il problema non è mai solo individuale. Non si tratta solo di “mele marce” da eliminare. Il sistema stesso è complice quando: trasferisce i sacerdoti accusati invece di sospenderli; li promuove mentre sono sotto processo; minimizza la gravità delle accuse; utilizza espressioni come “sedicente vittima”; agisce solo quando c’è pressione mediatica; e rivilegia la tutela della reputazione dell’istituzione rispetto alla protezione delle vittime.

    L’ordine dei Teatini ha ammesso nel suo comunicato di non avere “alcuno strumento effettivo per lo svolgimento di una efficace indagine interna”. Se è così, è gravissimo. Significa che ordini religiosi che hanno la responsabilità di giovani in formazione non hanno gli strumenti per proteggerli.

    La strada da percorrere

    La vicenda di padre Aleksander Iwaszczonek mostra quanto lavoro ci sia ancora da fare in Italia. Serve una commissione d’inchiesta indipendente, come è avvenuto in altri paesi europei. Serve un registro nazionale degli abusi e delle condanne. Serve formazione specifica per chi lavora a contatto con giovani e persone vulnerabili.

    Serve soprattutto un cambio di cultura: smettere di proteggere l’istituzione a scapito delle vittime, ascoltare chi denuncia invece di etichettarlo come “sedicente vittima”, riconoscere che gli abusi sono facilitati da dinamiche di potere che vanno smantellate.

    Fino a quando questi cambiamenti non avverranno, continueranno ad esserci nuovi Mirco, nuovi Giorgio, nuove vittime che pagheranno il prezzo del silenzio istituzionale. E continueranno ad esserci sacerdoti abusanti che, invece di essere allontanati, verranno trasferiti e persino promossi, perpetuando un sistema malato che tradisce proprio quei valori di carità e misericordia che dovrebbe incarnare.

    Il processo di Napoli è in corso. La giustizia farà il suo corso. Ma la vera domanda è: quando la Chiesa cattolica italiana deciderà di fare davvero i conti con questa piaga invece di limitarsi a gestirne le conseguenze mediatiche?

    Fonti:

    https://www.agensir.it/quotidiano/2025/7/12/religiosi-teatini-ditalia-eletto-il-nuovo-governo-provinciale-guida-affidata-a-p-kowalczykowski/

    https://www.today.it/dossier/societa/abusi-sessuali-prete-promosso.html

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webp2025/09/19/il-prete-accusato-di-abusi-sessuali-riceve-una-promozione-e-viene-eletto-ai-vertici-del-suo-ordine/

    https://teatinos.org/it/comunicado-provincia-teatina-de-italia-bambin-gesu/

  • Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Preti pedofili, il report choc: solo nel Milanese ci sono stati 48 casi, in Lombardia 562 vittime

    Milano, 2 ottobre 2025 – C’è il nome di don Emanuele Tempesta, ex parroco vicario di Busto Garolfo che dopo la condanna in primo grado a 6 anni e 6 mesi di reclusione punta a “patteggiare“ in appello una pena di 4 anni e a evitare il carcere con lavori socialmente utili, per la gravissima accusa di abusi sessuali su bambini che all’epoca avevano tra 7 e 11 anni. Poi il sacerdote di Rozzano Mauro Galli – anche lui ha evitato il carcere concordando in appello una pena di 3 anni per pedofilia contro un ragazzo di 15 anni – e altri nomi che si perdono nel passato. Violenze sessuali in ambiente ecclesiastico su bambini o adolescenti finite davanti al Tribunale, casi rimasti nel silenzio ed emersi dopo anni, il dramma vissuto dalle vittime e dai loro familiari.

    I numeri dell’orrore  

    Solo in Lombardia, secondo gli ultimi dati raccolti dall’associazione Rete L’Abuso, dal 2000 si contano 174 sacerdoti coinvolti in abusi sessuali, per un totale di 562 vittime: 519 di sesso maschile, e 43 donne. È il numero più alto in Italia, dove l’associazione ha censito incrociando diverse fonti 1.102 casi, una sessantina in più rispetto ai 1.049 dichiarati invece dalla Conferenza Episcopale Italiana, e 4.619 “sopravvissuti”. Gravitavano o gravitano nel Milanese 48 preti pedofili, territorio seguito da Bergamo (23) e Varese (17). 

    Risarcimenti col contagocce 

    “Risulta che su 4.619 sopravvissuti da noi censiti – spiega Francesco Zanardi, fondatore di Rete L’Abuso – solo due abbiano ottenuto la giustizia promessa/attesa dai tribunali canonici, solamente una è stata risarcita spontaneamente dalla chiesa, mentre le altre poche che hanno ancora potuto recuperare un indennizzo prima della prescrizione maturata nel tempo intercorso in attesa dell’esito canonico, lo hanno ottenuto tutte grazie ai tribunali italiani”. Il report, di cui ieri è stata pubblicata un’anticipazione, punta a denunciare il fenomeno di fronte “a un dato fornito dalla Cei incredibilmente fumoso, privo di date dei crimini, luoghi dove sono avvenuti, dove la chiesa ha ricollocato l’offender e quali cure abbia affrontato prima del ricollocamento, la loro identità e quante vittime abbiano prodotto”. 

    Casi sommersi 

    Analizzando il focus sulla Lombardia realizzato dall’associazione, emerge che fra i “sopravvissuti agli abusi” ci sono anche 148 sacerdoti, 14 catechisti, 13 adulti vulnerabili, una suora, uno scout e due disabili. Il report cerca anche di fornire uno spaccato degli esiti sul fronte giudiziario: si sono registrate, sempre in Lombardia, solo 28 condanne definitive di sacerdoti o persone dell’ambiente parrocchiale accusate di abusi. Nove casi sono stati dichiarati prescritti, in tre hanno patteggiato, altrettanti sono stati archiviati. Ben 101 casi, secondo l’associazione, sono stati “sommersi dalla Chiesa”, e in tutti questi anni è arrivata una sola condanna canonica.

    Denunciare sempre”  

    Altri episodi sono al centro di segnalazioni arrivate all’associazione che lancia un appello, perché “la tempestività della denuncia è fondamentale” per evitare il rischio di prescrizione. “Per poter fare un paragone tra il dato della Rete L’Abuso e quello della Cei, la Conferenza episcopale italiana, che è privo di sopravvissuti ma che nel numero di offender in abito talare è in linea con il nostro – sottolinea Zanardi – abbiamo utilizzato, a parità di offender, quello dei sopravvissuti censito dall’associazione.

    Parliamo anche in questo caso di un dato in grave difetto che oggi conta sole 4619 vittime sopravvissute: diciamo “sole“ perché il dato è in pesante discordanza con il numero di vittime censite nelle commissioni d’inchiesta governative fatte negli altri stati”. In particolare bambini e adolescenti, divenuti adulti con la vita rovinata dalle violenze sessuali subite.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/preti-pedofili-rete-l-abuso-milano-lombardia-jtnqybj1

  • “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    “Il prete accusato di abusi sessuali riceve una promozione e viene eletto ai vertici del suo ordine”

    di Irene Fassini – Si è appena tenuta l’udienza del processo penale a carico di un giovane sacerdote dei Teatini. La presunta vittima è un ragazzo all’epoca 20enne. In Italia i preti abusanti sono più di 1.200, ma c’è un sommerso enorme, tra insabbiamenti e nessuna conseguenza né penale né canonica. Abbiamo raccolto numeri e testimonianze. “Il prete aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”, ci viene detto in un’altra vicenda

    La pandemia. L’isolamento forzato. Gli studi interrotti. E la difficoltà ad accettare la propria sessualità in un contesto familiare poco accogliente. A un certo punto, Mirco ha pensato che la sua omosessualità fosse una malattia e voleva guarire. Mirco è il nome di fantasia di un ragazzo che ha 22 anni quando decide di aggrapparsi alla Chiesa. Deluso dalla tradizione moderna, inizia a partecipare alle messe che seguono il rito antico, in latino, in una basilica del centro storico di una città del Sud. Dietro all’altare c’è padre A., quasi 40 anni, appartenente all’ordine dei Teatini. Da novembre del 2022 fino a Natale, Mirco è in chiesa tutte le domeniche. Non sa ancora quello che lo aspetta. Tutto inizia con l’invito a partecipare alla messa, poi arrivano gli inviti alle cene con la comunità e alla fine la proposta di restare “a tempo indeterminato” nel convento di Napoli. Giorno e notte.

    Gli abusi

    All’epoca Mirco è fragile, ha paura di tutto ed è dilaniato dal senso di colpa. I Teatini diventano la sua famiglia, ma è proprio tra le mura del monastero che subisce abusi fisici e psicologici. Con un consenso che, come sostiene Mirco, spesso gli veniva estorto e dipendeva dalla sua condizione di sottomissione. Mirco – che non aveva mai avuto relazioni prima di allora – faticava a capire cosa fosse giusto e cosa sbagliato. Dopo diversi mesi entra in crisi e arriva a pensare al suicidio. Ci metterà del tempo per confidarsi con il suo psicologo e denunciare. Con l’udienza di ieri, davanti al tribunale di Napoli, è iniziata la fase dibattimentale del procedimento penale di primo grado a carico di A. Le accuse sono di violenza sessuale tramite l’abuso della debolezza della vittima.

    Non è un caso isolato. L’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero ha contato dagli anni Duemila a oggi 1.236 casi di abuso e 840 situazioni insabbiate. Non sono dati esaustivi, ma in Italia non esiste un monitoraggio ufficiale. In alcune regioni, come la Lombardia e in particolare a Milano, il sommerso supera di gran lunga il numero di condanne definitive. Spesso i procedimenti che si svolgono davanti ai tribunali ecclesiastici regionali non portano a delle condanne e nel frattempo i sacerdoti accusati vengono promossi oppure trasferiti.

    Lo spostamento di sede e la promozione

    È quello che è successo a padre A. In attesa della conclusione delle indagini, i vertici dell’ordine hanno deciso di spostarlo in un’altra sede nel Nord Italia, dove ha continuato a celebrare l’eucarestia, la messa e la penitenza, “con l’obbligo di adottare particolare prudenza con giovani e bambini”. Nella nuova sede, gli è stato concesso di continuare gli studi religiosi e le lezioni online con i novizi.

    A luglio del 2025 sarebbe arrivata persino una sorta di promozione. Il governo provinciale dell’ordine dei chierici regolari Teatini d’Italia ha eletto padre A. tra le figure al vertice per il triennio 2025-2028. L’ordine dei Teatini è stato fondato nel 1524, subito dopo la riforma protestante. Tra i valori fondanti c’è il tentativo di vivere come gli apostoli e la rinuncia a beni e rendite, dedicandosi solo alla carità e alla misericordia di Dio.

    Padre A. è arrivato in Italia dalla Polonia e ha iniziato a esercitare in una parrocchia del centro. Laureato in liturgia, ha proseguito gli studi post-universitari. Con una profonda ammirazione per Benedetto XVI, è stato ordinato sacerdote da uno degli arcivescovi più vicini a Ratzinger. Avrebbe anche ricevuto in dono il suo zucchetto. Un privilegio unico

    Le accuse di abuso fisico e psicologico

    Padre A. è la prima persona che Mirco incontra durante le celebrazioni della messa, mentre fa i conti con le sue insicurezze e il bisogno di approvazione. Durante gli 8 mesi di iniziazione alla vita relgiosa, padre A. è il riferimento per tutti i giovani novizi. Il loro rapporto si fonda su un’alternanza tra rassicurazioni e umiliazioni. A. sembra consapevole del potere che esercita sul ragazzo.

    Mirco è quasi plagiato da questa figura, spesso idealizzata. Dopo alcuni mesi arrivano gli appuntamenti nella camera del prete, dove Mirco sostiene avvenissero gli abusi sessuali. A novembre del 2022, il ragazzo decide di lasciare la comunità, inizia un percorso con uno psicologo e trova il coraggio di denunciare.

    Il processo, in fase di dibattimento, va avanti dall’autunno del 2024. Il 17 settembre, l’ultima udienza. “Tra le accuse ci sono la violenza sessuale, abusando delle condizioni di fragilità del ragazzo, e i maltrattamenti psicologici avvenuti durante il periodo di formazione”, riferisce a MilanoToday Dossier l’avvocato Massimo Calò, difensore della vittima, che si è costituita parte civile.

    Padre A. e il suo avvocato, raggiunti da MilanoToday Dossier, non rilasciano dichiarazioni in merito, trattandosi di un processo in corso, ma presumibilmente continueranno a sostenere che ci fosse il consenso da parte della vittima. “È una vicenda ancora aperta e ci sono tante cose che non combaciano”, dichiara a MilanoToday Dossier padre Adam Marek Kowalczykowski, il nuovo capo della Provincia dei Teatini, attualmente rettore della chiesa di San Giuseppe dei Teatini a Palermo, che sostiene di non conoscere nei dettagli la storia, essendo subentrato in un secondo momento.

    “Nella comunità teatina padre A. è indicato da sempre, per la sua onestà, la sua integrità e la sua rettitudine, come persona al di sopra di ogni sospetto. Non comprendiamo le ragioni che hanno spinto la sedicente vittima alla denuncia penale. Allo stato, vista la pendenza di un giudizio penale, riteniamo opportuno non rilasciare alcuna dichiarazione particolare: i processi si fanno nelle aule di giustizia non nella pubbliche piazze o sui giornali, lasciando all’opinione pubblica il compito di giudicare gli imputati”, replica l’ordine dei Teatini a MilanoToday Dossier.

     Dalla Polonia a Milano in fuga dal prete pedofilo

    “Capisco cosa prova Mirco”, dice a MilanoToday Dossier Giorgio Babicz, che è dovuto scappare a Milano per ricostruirsi una vita dopo le molestie sessuali di un prete, che gli aveva fatto da padre. La sua storia inizia a Lublino in Polonia, in una famiglia che definisce disfunzionale: madre anaffettiva, padre alcolista e violento. Le sue fragilità erano simili a quelle di Mirco. Anche in  questo caso, la chiesa diventa un riferimento. E quando il sacerdote italiano che frequentava la sua famiglia in Polonia gli offre l’opportunità di raggiungerlo in Italia, non ci mette molto ad accettare. “Avevo 13 anni e abitavo nella casa canonica di un piccolo paese”.

    Non parlavo ancora l’italiano e non capivo cosa stesse succedendo”, ricorda. “Il prete era pedofilo e aveva diverse perversioni. Mi chiedeva di dormire nella cuccia insieme al suo alano”. Ogni volta che Giorgio rifiutava, il sacerdote lo minacciava di rimandarlo in Polonia. “Sono passati 20 anni, ma sono ancora in cura da uno psicologo”, dice. “Quegli episodi hanno sempre avuto ripercussioni pesanti sulla mia vita sentimentale”, sottolinea. Il prete è stato denunciato, ma anche in questo caso ha ricevuto soltanto un ordine di trasferimento.

    I fratelli Lucchina

    “A Milano è abbastanza famosa la storia dei fratelli Lucchina”, racconta Francesco Zanardi, presidente dell’Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero a MilanoToday Dossier. Entrambi sacerdoti, entrambi accusati di abusi sessuali. “Don Alberto Lucchina avrebbe abusato di una bambina negli anni Novanta quando era sacerdote nel Varesotto. È stato condannato 3 anni fa dal Tribunale ecclesiastico della Lombardia a 5 anni di esercizio del sacerdozio in una Casa di riposo per anziani, interrompendo qualunque attività con minorenni”, prosegue Zanardi. Eppure è stato trasferito dalla parrocchia del quartiere Isola – dove esercitava – all’ex seminario di Seveso solamente alcuni mesi dopo. “Nonostante il provvedimento, era rimasto a contatto con dei minori”. Per il fratello invece, c’è stata l’archiviazione del processo per violenza sessuale nei confronti di una donna disabile. I fatti risalgono al 2016, ma la denuncia è arrivata solo qualche anno dopo. I pubblici ministeri hanno chiesto l’archiviazione perché non c’erano più i termini temporali per procedere.

    I ritardi di denunce e processi

    “È un problema ricorrente”, afferma Zanardi. Il percorso di rielaborazione da parte di una vittima è lungo e complesso. Può innescarsi una rimozione del trauma che cancella per anni le violenze subite. “Quando le vittime acquisiscono consapevolezza e sono pronte a denunciare ormai è troppo tardi”.

    Peraltro è ben diverso un procedimento che prende il via da una denuncia fatta alla magistratura italiana rispetto al processo canonico davanti al tribunale ecclesiastico. Cambiano sia le procedure sia i potenziali esiti. “Nel processo canonico, l’offesa è a Dio e la vittima non viene nemmeno sentita”, spiega Zanardi. In circa 20 anni, sono emersi oltre mille episodi di violenze sessuali e pedofilia che hanno coinvolto il clero. “In altri paesi d’Europa sono molti meno. Perché vengono aperte commissioni d’inchiesta e tavoli di discussione. In Italia, invece, non si fa nulla”.

    “Tra l’altro non si conosce la portata del sommerso che presumibilmente gonfia i numeri che rileviamo noi come associazione”, precisa Zanardi. In poco più di due decenni, l’associazione ha registrato solamente 28 condanne definitive in Lombardia e oltre 100 episodi insabbiati.

    “Non ci sono interventi da parte della politica né da parte della magistratura”, prosegue Zanardi. “In Spagna, paese cattolico quanto l’Italia, la Procura generale della Repubblica ha richiesto recentemente tutti i dati delle aggressioni sessuali nei confronti di minori all’interno di istituzioni religiose. La Procura è arrivata dove non ha agito la Politica, che è stata di fatto costretta ad aprire una commissione d’inchiesta”.

    di Irene Fassini (MilanoToday, 18 settembre 2025) Alexander Iwasvczonek

    https://www.milanotoday.it/dossier/sociale/prete-abusi-sessuali-promozione.html