Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Marino Genova

  • Giada Vitale a papa Francesco “altro che tolleranza zero! Zero credibilità!”

    Giada Vitale a papa Francesco “altro che tolleranza zero! Zero credibilità!”

    A Sua Santità, Papa Francesco

    Non vorrei importunarLa, non vorrei rubarLe del tempo che forse è più importante di quello che Le sto chiedendo per leggere la mia missiva che fa seguito e si riferisce a quella scrittaLe nel 2013.

    Mi vedo costretta, mio malgrado, a farLe arrivare “il mio grido di dolore” che si leva da un calvario durato sei anni dalla denuncia alla Magistratura relativa alla violenza da (altro…)

  • Abusi in sagrestia, sentenza a maggio. L’avvocato Carlo Taormina ‘interroga’ la vittima di don Marino

    Abusi in sagrestia, sentenza a maggio. L’avvocato Carlo Taormina ‘interroga’ la vittima di don Marino

    CAMPOBASSO. Stretta nel suo giubbino nero, con lo zainetto sulle spalle ha affrontato oggi un’altra giornata di quelle con il cuore a mille. Due ore, tanto è stata seduta lì Giada Vitale: di fronte la Corte di Appello (presidente Vincenzo Pupilella, giudici a latere Giuseppina Paolitto e Giovanni Fiorilli, procuratore generale Elio Fioretti). Udienza a porte chiuse per ripercorrere quei mesi in cui ha subito le attenzioni del parroco di Portocannone, don Marino Genova.

    Sono stati i legali del parroco, che non è stato ridotto allo stato laicale sebbene condannato a 6 anni di reclusione per atti sessuali su minore, a chiedere di ascoltare e interrogare la vittima degli abusi, compiuti prima e dopo il compimento dei 14 anni. Ma per il Tribunale di Larino, che ha emesso la condanna di primo grado, la storia di Giada si ferma al 20 giugno 2009 quando, appunto, compie 14 anni. E per quegli abusi commessi, e anche ammessi dal parroco, dall’aprile al giugno 2009 don Marino Genova è stato condannato in primo grado.

    Due ore di domande, di richieste di chiarimenti e spiegazioni non solo dal team che difende il sacerdote (gli avvocati Carlo Taormina, famoso per i tanti ‘clienti’ famosi, e Ciro Intino, entrambi nella foto) ma anche del presidente della Corte d’Appello e del
    procuratore generale.

    E anche il legale che assiste Giada, l’avvocato Giuseppe D’Urbano, ha posto alcune domande alla sua assistita. “Sono stata molto precisa, ho ricostruito tutto quello che mi è
    accaduto. Ho detto la verità” dice al termine dell’udienza.

    Non la pensano così gli avvocati del sacerdote che rimarcano come qualche contraddizione ci sia stata e che, proprio per delineare il quadro, sia stato utile ascoltare di nuovo Giada, prima che venga emessa la sentenza.

    Prevista per il 16 maggio, quando ci sarà il dibattimento e poi la Camera di Consiglio. Giada aspetta quel giorno da tanto tempo, chiede con forza giustizia e sebbene abbia il cuore a mille, si siede di fronte ai giudici, li guarda negli occhi e risponde a tutte le domande, anche quelle più dolorose. E’ l’unico modo per uscirne: parlarne, non nascondere per paura o per pudore. Raccontare la verità.

    Don Marino Genova non assiste all’udienza, contrariamente a quanto fatto nel corso del processo di primo grado. Non si sa dove sia, di certo esercita ancora il suo ruolo di sacerdote. Dice Messa. Fino ad un paio di anni fa era in un paese in provincia di Roma, a Subiaco, ma oggi gli avvocati fanno spallucce, sorridono. Nessuno vuole rispondere alle domande sulla sua residenza attuale. Di certo don Marino indossa ancora il suo abito sacerdotale, celebra la Messa e impartisce i sacramenti. Lontano dai clamori del suo caso giudiziario.

  • Processo a don Marino, Giada Vitale interrogata nell’udienza di appello

    Processo a don Marino, Giada Vitale interrogata nell’udienza di appello

    CAMPOBASSO. Anche questa mattina due ore di discussione dinanzi ai giudici della Corte d’Appello di Campobasso, per la seconda udienza del processo di secondo grado a carico di don Marino Genova, l’ex parroco di Portocannone condannato dal Tribunale di Larino a 6 anni per atti sessuali su minore.

    Protagonista dell’udienza è stato un principe del foro, l’avvocato 78enne Carlo Taormina, che da questa fase della vicenda giudiziaria che scosse tutta la diocesi di Termoli-Larino affianca il legale Ciro Intino, che ha difeso don Marino anche dinanzi al collegio frentano di primo grado, formato dal presidente Russo e dalle giudici Di Nino e Testa. A rappresentare la parte civile di Giada Vitale, la ragazza che subì le attenzioni di don Marino da quando aveva 13 anni, fino alla maggiore età, l’avvocato guglionesano Giuseppe D’Urbano.

    A deporre proprio la Vitale, che ha risposto alle domande poste dalle parti.
    I giudici dell’Appello si esprimeranno con la sentenza di secondo grado il prossimo 16 maggio, alle 11.30, data a cui è stata aggiornata l’udienza.

    https://www.termolionline.it/news/cronaca/793167/processo-a-don-marino-giada-vitale-interrogata-nelludienza-di-appello

  • Il grido di Giada: abusata a Termoli dal prete “dolce” e “premuroso”

    Il grido di Giada: abusata a Termoli dal prete “dolce” e “premuroso”

    Mai più atteggiamenti passivi nei confronti delle vittime. Mai più coperture dei vescovi. Mai più casi come quello di Giada Vitale, 24 enne di Termoli, in provincia di Campobasso, abusata da un sacerdote, Don Marino Genova, ex parroco della chiesa SS. Pietro e Paolo di Portocannone, con cui ha avuto rapporti sessuali dai 13 ai 17 anni.

    Dal summit in Vaticano emerge questa linea di indirizzo assai emblematica nei confronti di casi come quello della ragazza molisana.

    “Sei la mia stellina…”

    Giada nel 2013 ha denunciato gli abusi subiti e ha provato anche a scrivere al Vaticano, senza ricevere alcuna risposta, sostiene lei. «Don Marino nei miei confronti è stato sempre molto dolce. Mi abbracciava spesso, diceva di “volermi bene” ricorda Giada “e un giorno mi prese la mano e mi ha portò in sagrestia, con i suoi modi molto dolci. ‘Sei la mia stellina, ti voglio bene’ mi disse. Dopo quella frase mi spinse verso il muro e strusciò le sue parti intime sul suo corpo. Mi toccava, mi baciava. Poi andò in bagno».

    Quel giorno iniziò il suo calvario: «Ogni volta mi rivestiva lui, perché io ero immobile. Mi congedava con la benedizione, facendomi il segno della croce sulla fronte. Non doveva più fare il prete perché era un porco, ma è stato protetto».

    Il processo

    La sua storia è stata raccontata su Servizio Pubblico (20 febbraio) il sito di Michele Santoro.  Don Marino è stato condannato in primo grado dal tribunale di Campobasso a 6 anni di reclusione per abusi sessuali, con l’interdizione dai pubblici uffici e un risarcimento provvisionale di 15.000 euro. Il processo è stato diviso in due tronconi: il primo riguardante i fatti successivi al momento in cui Giada ha compiuto 14 anni, che è finito con un’archiviazione; il secondo, per i fatti precedenti al compimento dei 14 anni , che si è concluso con la condanna del sacerdote.

    Il trauma

    «Dopo la mia denuncia alla procura – sottolinea Giada – è iniziato un altro calvario perché il pubblico ministero ha stabilito che si trattava di atti sessuali con minore consenziente anziché violenza su minore. Io avevo 13 anni e lui 58. Non ho mai più avuto un ragazzo, una relazione, anche se adesso mi hanno fatto passare per la prostituta del prete, mentre lui è diventato la vittima».

    Il sacerdote non ha voluto commentare. In un messaggio ha scritto: «È tutta colpa mia, dovevo proteggerla. Io ero il suo sacerdote, lei una ragazza».

    https://it.aleteia.org/2019/02/22/vittima-abusi-sessuali-prete-ragazza-termoli-pedofilia-chiesa/

  • Pedofilia, il calvario di Giada: “Io abusata da Don Marino, ma per la giustizia dai 14 anni sono stata consenziente”

    Pedofilia, il calvario di Giada: “Io abusata da Don Marino, ma per la giustizia dai 14 anni sono stata consenziente”

    “Non avrei mai pensato di scrivere o di cercare di avere un contatto epistolare con una personalità grande come la sua. Prima vivevo felice, non mi mancava niente. Ma all’improvviso, sul mio orizzonte esistenziale, mentre frequento la terza media, si staglia una figura nelle sembianze di un prete. E di colpa il padre si trasforma in un mostro che fagocita la mia mente, il mio cuore, la mia innocenza”

    Inizia così la lettera che Giada Vitale, 24 enne di Termoli, in provincia di Campobasso, ha scritto a Papa Francesco per denunciare l’inerzia della chiesa rispetto alle vicende di pedofilia.

    “Ho scritto due lettere a Papa Francesco ma non ho mai ricevuto risposta. Parla di tolleranza zero, ma perché non li caccia a calci nel sedere? Fa solo chiacchiere”.

    Giada nel 2013 ha denunciato di essere stata abusata per anni da Don Marino Genova, ex parroco della chiesa SS. Pietro e Paolo di Portocannone, con cui ha avuto rapporti sessuali dai 13 ai 17 anni. “Don Marino nei miei confronti è stato sempre molto dolce. Mi abbracciava spesso, diceva di volermi bene” ricorda Giada “e un giorno mi prese la mano e mi ha portò in sagrestia, con i suoi modi molto dolci. ‘Sei la mia stellina, ti voglio bene’ mi disse. Dopo quella frase mi spinse verso il muro e strusciò le sue parti intime sul suo corpo. Mi toccava, mi baciava. Poi andò in bagno”.
    Quel giorno iniziò il suo calvario: “Ogni volta mi rivestiva lui, perché io ero immobile. Mi congedava con la benedizione, facendomi il segno della croce sulla fronte. Non doveva più fare il prete perché era un porco, ma è stato protetto”.

    Don Marino è stato condannato in primo grado dal tribunale di Campobasso a 6 anni di reclusione per abusi sessuali, con l’interdizione dai pubblici uffici e un risarcimento  provvisionale di 15.000 euro. Il processo è stato diviso in due tronconi: il primo riguardante i fatti successivi al momento in cui Giada ha compiuto 14 anni, che è finito con un’archiviazione; il secondo, per i fatti precedenti al compimento dei 14 anni , che si è concluso con la condanna del sacerdote.
    “Dopo la mia denuncia alla procura è iniziato un altro calvario perché il pubblico ministero ha stabilito che si trattava di atti sessuali con minore consenziente anziché violenza su minore. Io avevo 13 anni e lui 58. Non ho mai più avuto un ragazzo, una relazione, anche se adesso mi hanno fatto passare per la prostituta del prete, mentre lui è diventato la vittima”
    Le nostre telecamere hanno raggiunto Don Marino, che si è rifiutato di rispondere a qualunque domanda.
    In un messaggio ha scritto: “È tutta colpa mia, dovevo proteggerla. Io ero il suo sacerdote, lei una ragazza”.

    Vaticano, il primo vertice sulla pedofilia

    Si apre domani in Vaticano il vertice sugli abusi nel Clero che radunerà fino al 24 di febbraio i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo ala presenza di Papa Francesco. Padre Federico Lombardi, che avrà il ruolo di moderatore, ha fornito alcuni dati in conferenza stampa: in totale, i partecipanti saranno 190, fra cui 114 presidenti conferenze episcopali o loro rappresentanti, 14 capi delle Chiese orientali cattoliche, 15 vescovi che operano in territori di missione, 22 religiosi e religiose membri dei consigli delle unioni generali. I tre giorni di lavori saranno divisi per temi, Responsibility, Accountability, Transparency.

  • È TEMPO DI PARLARE DELLE VIOLENZE SESSUALI COMMESSE DAI PRETI

    È TEMPO DI PARLARE DELLE VIOLENZE SESSUALI COMMESSE DAI PRETI

    Una sera di marzo del 2015, una volante di polizia era impegnata a pattugliare alcune strade di campagna nei dintorni di Reggio Calabria, quando i poliziotti scorsero una macchina appartata e si avvicinarono per fare un controllo. Al suo interno trovarono Don Antonello Tropea, sacerdote quarantaquattrenne di Oppido Mamertina, in compagnia di un ragazzino di 17 anni. Si erano conosciuti su Grindr, la “prima e più diffusa app per incontri tra gay e bisessuali”. Il ragazzo riferiva di aver ricevuto dal prete un compenso di 20 euro per un rapporto sessuale orale, consumato in macchina poco prima che i poliziotti li controllassero. Oltre a questo, sul pc del prete la polizia scovò materiale pedopornografico, oltre a numerose chat con richieste di incontri sessuali con soggetti minori, a pagamento e non, alcuni dei quali consumati. Nel giugno scorso, il religioso è stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione, per prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico.

    La storia di Don Tropea è il piccolo tassello di un triste mosaico italiano fatto di abusi silenziosi e storie venute a galla. Basta perdere qualche minuto su Google, impostando come parametro il 2016, per leggere del prete arrestato a Palermo per violenza sessuale su minori; del sacerdote di Vibo Valentia arrestato per aver fatto sesso con un quindicenne in cambio di cinquanta euro; del prete arrestato a Brindisi per abusi su un bimbo di dieci anni; del parroco di Solza arrestato perché coinvolto in un giro di prostituzione minorile; del sacerdote del bresciano arrestato per violenze sessuali nei confronti di un dodicenne.

    Questi sono solo alcuni esempi di articoli usciti l’anno scorso, a cui se ne aggiungono molte altre decine, che diventano in fretta centinaia se si allarga la ricerca agli anni precedenti. Gli abusi sessuali di personale religioso sono un problema, non lo si scopre ora, ma ciò che stupisce è che l’unico metodo per quantificare questi episodi è proprio quello della ricerca incrociata su Google. Nel nostro Paese, infatti, manca ogni tipo di statistica annuale, biennale, quinquennale o decennale sul tema.

    «In Italia non esiste una quantificazione del fenomeno, mentre all’estero molti Paesi hanno creato commissioni d’inchiesta sugli abusi sessuali perpetrati da preti», mi spiega Francesco Zanardi, Presidente di L’Abuso Onlus, associazione che riunisce persone abusate in giovane età da personale religioso e che si batte quotidianamente contro il fenomeno della pedofilia all’interno degli ambienti clericali. «I primi sono stati Irlanda e Belgio e a giro ci sono arrivate altre nazioni. In non tutti i Paesi i dati sono pubblici, ma comunque c’è possibilità di accesso a essi». Eclatante l’esempio dell’Australia, dove la Royal Commission, istituita ad hoc per studiare la portata del fenomeno degli abusi clericali nel paese, ha concluso che il 7% dei preti cattolici australiani è stato accusato di abusi tra il 1950 e il 2010, mentre i casi quantificabili corrispondo a 4.440 violenze tra il 1980 e il 2010. In Irlanda invece, la Child Abuse Commission istituita dall’allora primo ministro Bertie Ahern ha realizzato uno studio sul tema durato nove anni, che si è concluso con un dossier contenente  le testimonianze di 2.500 vittime di violenze, avvenute tra gli anni ’40 e gli anni ’80 negli istituti gestiti da preti e suore.

    Di tutto ciò in Italia non c’è traccia, e combattere il fenomeno senza statistiche in grado di quantificarlo è un’impresa ardua. Ecco perché alcune realtà hanno deciso di muoversi da sole cercando di stimare il numero di violenze sessuali commesse da preti e sacerdoti nel nostro Paese.

    L’Abuso Onlus ha creato una mappa in continuo aggiornamento che racchiude tutti i casi che è riuscita a raccogliere. La cartina è disseminata di puntini con colori diversi: il rosso rappresenta i casi di condanna in terzo grado, rei confessi o coloro che hanno patteggiato; il giallo i casi in attesa di giudizio e quelli di cui non si è più saputo nulla; il nero gli episodi di sacerdoti indagati all’estero e rifugiatisi in Italia; il verde le comunità di recupero per preti con “problemi” di vario tipo – tra cui quelli relativi a pedofilia e abusi sessuali. La mappa si presenta come una distesa di oltre duecento spunte multicolore, questo il numero di casi di abuso raccolti dalla Onlus negli ultimi 15 anni. Oltre a questa sezione, l’associazione ha creato anche un vero e proprio elenco con tutti i dettagli relativi a ciascuno di questi casi: nome del prete, luogo di esercizio, accuse e iter del processo.

    «La nostra mappa mostra gli abusi degli ultimi quindici anni, che sono solo i casi noti e quelli che siamo riusciti a recuperare», mi spiega Zanardi. «Non esiste un database, se vuoi scovare un elenco dei preti pedofili o vai sul nostro sito o non li trovi. È impossibile avere dati sugli stupri o sugli abusi in altro modo, in Italia c’è un osservatorio antipedofilia che però non fornisce statistiche. In passato abbiamo fatto una grossa polemica con l’ufficio perché si sono rifiutati di darci i dati attaccandosi alla privacy. Noi però non avevamo chiesto nomi, solo numeri».

    Chi ha fatto un lavoro simile a quello de L’Abuso Onlus sono stati I Bambini di Satana, associazione atea che ha realizzato un database che racchiude tutti gli episodi di abusi sessuali clericali noti, con allegati dettagli su generalità del prete e diocesi di riferimento. Come spiega sul proprio sito l’associazione: “Riteniamo che gli individui che ricoprono un ruolo sociale delicato e approfittano di questo ruolo per porre violenza di natura sessuale sui bambini, debbano essere ben riconosciuti ed identificabili in maniera di potere tutelare l’incolumità dei ragazzi”.

    France, Paris, Roman catholic and orthodox bishops

    Dunque sono solo realtà extra-parlamentari ed extra-vaticane a cercare di quantificare il fenomeno degli abusi sessuali da parte di personale clericale, e dalle poche informazioni disponibili sembra che il trend sia in costante peggioramento. Come spiega Emiliano Fittipaldi in un recente articolo per L’Espresso, “il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi ‘verosimili’ di predatori e molestatori di minorenni. Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009”.

    Alla luce di questa situazione e delle costanti critiche rivolte dall’opinione pubblica a una Chiesa troppo spesso passiva sul tema, nel 2014 Papa Francesco ha istituito la Pontificia commissione per la tutela dei minori. In questi tre anni di lavori del nuovo organo vaticano, di numeri relativi agli abusi sessuali clericali nel nostro paese non ne sono usciti. In compenso ci sono stati dissapori interni sin dall’inizio, fino alle dimissioni nel febbraio scorso di Marie Collins, membro irlandese della Pontificia Commissione, lei stessa vittima di abusi in passato. Come motivazione principale, in un comunicato stampa, la Collins parla di “resistenza da parte di alcuni membri della Curia vaticana al lavoro della Commissione. La mancanza di cooperazione, in particolare da parte del Dicastero più strettamente coinvolto nel trattamento dei casi di abuso, è stata vergognosa”.

    A causa dell’ostruzionismo interno, l’organo vaticano non è riuscito a introdurre, tra le altre, la norma che obbliga la denuncia di abusi sessuali alla magistratura ordinaria, lasciando dunque ancora tutto nelle mani dei tribunali canonici. Secondo Francesco Zanardi de L’Abuso, sta proprio nella contrapposizione tra giustizia ordinaria e giustizia ecclesiastica il pilastro che permette agli abusi sessuali dei preti di restare un tema vago e fosco. «Le vittime di abusi sono quasi sempre cattoliche e dunque spesso vogliono presentarsi davanti ai tribunali canonici,» mi spiega Zanardi. «Spesso e volentieri la vittima è però costretta a presentarsi senza il suo avvocato, mentre l’avvocato del prete è presente e coglie tutti i punti deboli della persona, studiando la controparte e preparandosi a “farla a pezzi” durante il processo penale vero e proprio». In un articolo comparso a dicembre su Left, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma spiega che attraverso questo iter “viene generato da un altro tribunale [quello canonico], in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante”. Oltre a questo, l’avvocato sottolinea il fatto che durante questi processi ecclesiastici “viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi”. Tutto questo procedimento, oltre a rendere difficile che venga effettivamente fatta giustizia, rischia anche di insabbiare in termini statistici i casi di abuso stessi.

    Un episodio eclatante è quello di Giada Vitale di Portocannone. Secondo quanto la stessa riferisce, la ragazza sarebbe stata abusata da Don Marino Genova per tutto il corso della sua adolescenza; decise poi di denunciare il prete all’età di diciassette anni. Nel farlo, passò prima dai tribunali ecclesiastici e secondo Zanardi de L’Abuso Onlus fu proprio questo a compromettere l’esito giudiziario del successivo procedimento penale relativo agli atti sessuali commessi quando la ragazzina aveva già compiuto 14 anni. Nel giugno 2015 il gip presso il Tribunale di Larino ha infatti disposto l’archiviazione di tale posizione perché “la Vitale era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino”. Proprio il 3 ottobre è però arrivata la condanna in primo grado a sei anni di reclusione per l’altro filone del processo, quello relativo agli abusi commessi dal prete prima che Giada Vitale compisse 14 anni. Don Marino Genova era stato in realtà già sanzionato nel processo ecclesiastico per questi fatti, la pena consisteva però “nella sola sospensione a divinis fino al pronunciamento definitivo del Tribunale italiano, nell’interdizione all’ufficio di parroco e nell’invito a vivere in una casa religiosa”.

    Oggi, in Italia, mancano numeri ufficiali sul tema degli abusi di stampo clericale, ma mancano soprattutto gli sforzi da parte delle istutuzioni per far sì che questi stessi numeri possano venire a galla. Fino a ora sono stati fatti tanti proclami per debellare quello che è un problema endemico alla Chiesa, a cui però è corrisposto poco o nulla di concreto, se non procedimenti con più ombre che luci, come quelli dei tribunali canonici. «Papa Francesco ha fatto una grande campagna mediatica sui tribunali della Chiesa, per intenderci tribunali che non valutano l’abuso sessuale come reato penale quanto piuttosto come offesa a Dio», conclude Zanardi. «Per un tribunale di questo tipo la vittima e il prete sono sullo stesso piano. Anzi, la vittima appare come un peccatore che ha indotto in tentazione, mentre il prete resta, in fin dei conti, un ministro di Dio».

    https://thevision.com/attualita/abusi-preti/

  • Processo Giada Vitale: abusata dal prete pedofilo Don Marino Genova, chiede giustizia

    Processo Giada Vitale: abusata dal prete pedofilo Don Marino Genova, chiede giustizia

    Don Marino Genova è stato condannato a 6 anni di reclusione in primo appello per gli abusi sessuali a Giada Vitale.

    Gli abusi sono cominciati quando Giada aveva solo 13 anni, e si recava nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Portocannone per suonare l’organo.

    Per quasi 3 anni il prete ha abusato della ragazza, ma i giudici hanno ritenuto don Marino responsabile per i soli fatti accaduti quando Giada non aveva ancora compiuto 14 anni: da quel momento e per i due anni successivi il pubblico ministero ha considerato Giada consenziente. Giada non ci sta, e chiede giustizia.

    Il verdetto definitivo per il processo cominciato con la denuncia nel 2012, è atteso ora per il prossimo febbraio 2019.

  • Parroco a processo per abusi sessuali: in aula protagonista l’avvocato Taormina

    Parroco a processo per abusi sessuali: in aula protagonista l’avvocato Taormina

    Il famoso legale ieri ha assunto la difesa, assieme all’avvocato Intino, del parroco di Portocannone condannato per abusi su minore; la sua richiesta è stata respinta e la prossima udienza si terrà a fine febbraio. Negli anni Novanta andò nello stesso modo: parcella a parecchi zeri per difendere l’ex rettore D’Alessandro che in primo grado fu condannato. Ma chi pagherà il suo onorario per l’udienza di ieri?

    CAMPOBASSO. Si dice Carlo Taormina e si legge ‘parcella a parecchi zeri’.

    Ieri il famoso legale romano ha difeso – assieme all’avvocato Ciro Intino – don Marino Genova, parroco di un piccolo centro molisano, condannato in primo grado a sei anni di reclusione per atti sessuali su minore.

    Un caso mediatico da non farsi scappare, avrà pensato il legale famoso per le sue uscite fumantine, per la mole di personaggi pubblici che hanno voluto farsi rappresentare in giudizio da lui e per i processi di spessore che ha seguito. Del resto, il terribile caso degli abusi commessi in danno di una minorenne dal parroco di Portocannone, condannato un anno fa, ha trovato spazio, prima e dopo la sentenza di primo grado, in quasi tutte le più seguite trasmissioni televisive.

    A Campobasso, ieri mattina, ha chiesto ed ottenuto che la prima udienza del processo d’appello si celebrasse a porte chiuse, quindi in camera di consiglio.

    Riferiscono i beneinformati che, al suo ingresso in aula, avrebbe evitato di salutare il Procuratore generale della Corte d’Appello, Antonio La Rana, e che i due si sarebbero, in seguito, guardati in cagnesco. Ma sono indiscrezioni.

    Nel corso della sua arringa a porte chiuse ha avanzato richiesta di non luogo a procedere relativamente alla querela che la vittima di quegli atti orribili mise nero su bianco poco prima di compiere i 18 anni di età. Un problema di improcedibilità, ha sostenuto con il solito piglio. Ma i giudici della Corte d’Appello hanno respinto la sua richiesta, così come era avvenuto in primo grado quando fu avanzato lo stesso problema relativo al periodo in cui si sarebbero consumati gli abusi e alla tardività della denuncia, e hanno fissato la data della prossima udienza che si terrà a fine febbraio.

    Carlo Taormina conosce il Molise: nel 2012, ad esempio, si registra un suo autorevole endorsement al candidato sindaco di Isernia Gianni D’Uva (non eletto) ma la sua ‘prima volta’ avvenne sul finire degli anni Novanta quando scoppiò lo scandalo dell’ex rettore dell’Università del Molise, Lucio D’Alessandro. Costosi Rolex in cambio di una assunzione all’Unimol del figlio di un noto medico campobassano: questa in sintesi la vicenda che coinvolse, anzi travolse, l’allora Rettore che decise di affidarsi all’avvocato Taormina per difendere l’onore, la reputazione e la carriera.

    In primo grado D’Alessandro fu condannato, nonostante la parcella da 150 milioni di lire che pare abbia dovuto versare al suo famoso legale. Cambiò avvocato e fu assolto. Nel corso delle udienze, un giovane pm di nome Nicola D’Angelo ebbe l’ardire di salutarlo e ricordargli, sottolineando l’onore di averlo di fronte in quel momento, di aver sostenuto un esame con lui.

    Taormina, mostrando il solito garbo, risposte: “Sarà stato un onore per lei”. Erano gli anni in cui Tangentopoli e i magistrati non godevano di enorme apprezzamento fra alcuni avvocati che difendevano importanti personaggi pubblici finiti in “Mani Pulite”. Di lì a poco Carlo Taormina si convertì al berlusconismo, pur provenendo dalla sinistra extraparlamentare (ora le cronache lo danno vicino alle posizioni del Movimento 5 Stelle).

    Campobasso non gli porta bene, anche ieri non ha avuto il riscontro che sperava, ma al cronista resta una domanda: come può don Marino Genova permettersi di pagare la parcella di un legale come Carlo Taormina?

    ellesse

  • Atti sessuali con 13enne, l’avvocato Taormina prova a smontare il processo a don Marino. Richiesta respinta

    Atti sessuali con 13enne, l’avvocato Taormina prova a smontare il processo a don Marino. Richiesta respinta

    Un avvocato di grido per don Marino Genova, il parroco accusato di atti sessuali con Giada Vitale, ragazza di Portocannone che all’epoca dei fatti aveva appena 13 anni. Si tratta del legale Carlo Taormina, noto per essersi occupato di casi eclatanti della cronaca italiana e internazionale, che ha provato a stoppare sul nascere il processo d’appello, senza riuscirci.

    Si è svolta questa mattina, giovedì 11 ottobre, in Corte d’Appello a Campobasso, l’udienza di secondo grado del processo che vede coinvolti l’ex parroco di Portocannone Don Marino Genova e Giada Vitale. A richiedere una revisione della sentenza del processo sono stati i legali dell’ex parroco, il quale in primo grado era stato condannato a 6 anni di reclusione per atti sessuali su minore dai giudici Russo, Di Nino e Testa del Tribunale di Larino.

    La difesa, questa mattina, si è avvalsa anche dell’esperienza dell’avvocato Carlo Taormina che ha affiancato l’avvocato Ciro Intino. Carlo Taormina è famoso per essersi occupato, tra gli altri, della difesa di Anna Maria Franzoni nel delitto di Cogne, del caso Ustica e dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. In passato è stato anche deputato e sottosegretario con Forza Italia.

    I legali di Marino Genova puntavano di ottenere il non luogo a procedere in merito alla querela fatta dalla Vitale nel 2013.  Denuncia, secondo gli avvocati, fatta in ritardo rispetto al periodo nel quale si sono stati consumati i presunti rapporti sessuali, dal 2009 al 2012, quando la vittima non aveva ancora compiuto 14 anni.

    Una relazione accorata e puntuale nella quale Taormina ha sollevato un problema di improcedibilità facendo riferimento al fascicolo relativo alla precedente archiviazione. Ma, così come già successo al Tribunale di Larino durante il processo di primo grado, la richiesta della difesa è stata respinta al termine della camera di consiglio.

    “Fondamentalmente i giudici – afferma l’avvocato Giuseppe D’Urbano, legale della Vitale – hanno ritenuto valida la denuncia perché unica nonostante il filone processuale fosse stato diviso in due tronconi”. Il filone relativo agli atti sessuali dai 14 ai 17 anni è stato archiviato, come aveva chiesto l’ex Pubblico Ministero del caso Luca Venturi e come aveva disposto con ordinanza il giudice Daniele Colucci.

    Se questa mattina i giudici avessero ritenuto valido il non luogo a procedere come richiesto dall’avvocato Taormina, l’udienza di secondo grado si sarebbe conclusa oggi. “Siamo soddisfatti di quanto deciso oggi”, conclude D’Urbano. Prossima tappa il 28 febbraio 2019 quando tornerà a parlare Giada Vitale, e molto probabilmente sarà emessa anche la sentenza.

    La sentenza di primo grado era arrivata il 3 ottobre del 2017 secondo la Pm Ilaria Toncini, la quale aveva chiesto e ottenuto 6 anni di reclusione ai sensi di quanto previsto dal codice penale per il 609 quater, ovvero il reato di atti sessuali con minorenne, con l’aggravante che in quel frangente il parroco era anche il tutore di Giada Vitale, che aveva perso il padre e stava attraversando un momento particolarmente difficile della sua esistenza. “Ha compiuto in occasioni – hanno motivato i giudici in primo grado – atti sessuali con Giada Vitale da quando la stessa aveva 13 anni e 10 mesi fino a quando la medesima, il 20 giugno del 2009, compiva 14 anni”.

    La relazione tra Giada Vitale e il Genova si sarebbe protratta dal 2009 fino al 2012, anno in cui la ragazzina, non ancora diciottenne, ha sporto querela. Ma il processo penale di primo grado è stato incentrato solo sui rapporti sessuali tra il sacerdote e la giovanissima parrocchiana in un mese e mezzo precedente il compimento del quattordicesimo anno di età di Giada. Il filone relativo agli atti sessuali dai 14 ai 17 anni è stato infatti archiviato, come aveva chiesto l’ex Pubblico Ministero del caso Luca Venturi e come aveva disposto con ordinanza il giudice Daniele Colucci.

    https://www.primonumero.it/2018/10/sesso-con-13enne-respinte-le-richieste-della-difesa-si-torna-in-aula-il-prossimo-28-febbraio/1530529577/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

  • Quegli abusi in sagrestia dopo la scuola: “Ma per i giudici a 14 anni ero consenziente”

    Quegli abusi in sagrestia dopo la scuola: “Ma per i giudici a 14 anni ero consenziente”

    di Angela Marino

    È cominciato tutto un pomeriggio di aprile, quando lui l’ha portata in sagrestia e le ha stampato un bacio sulla bocca. Lei è rimata impietrita, come se guardasse quella scena fuori dal suo corpo, se ne è stata ferma come un vegetale finché lui ha non ha finito e le ha dato la benedizione. La storia di Giada Vitale, abusata a 13 anni da don Marino Genova, ex parroco di Portocannone oggi condannato in primo grado dal tribunale di Larino a sei anni di reclusione, è tragicamente identica a tutte le storie di pedofilia, tranne che per un particolare snodo della vicenda giudiziaria che ha segnato il suo caso. Lo racconta la stessa Giada, a Fanpage.it.

    Raccontaci di quel giorno

    G. “Era aprile 2009, avevo 13 anni e studiavo per l’esame di licenza media. A quel tempo ero timida e senza molti amici, ma mi piaceva la musica e per questo andavo regolarmente in chiesa per suonare l’organo. Quel pomeriggio stavo tornando a casa dalle ripetizioni e passai davanti all’ingresso della chiesa Santi Pietro e Paolo, a Portocannone. Vidi don Marino sulla soglia intento a chiudere i battenti della porta, mi vide anche lui e mi fece cenno di entrare”.

    Tu lo hai seguito?

    G. “Ovviamente sì, non ci vedevo nulla di male. Prese la mia mano intrecciandola con la sua e mi guidò in sagrestia, dove iniziò ad abbracciarmi forte e a spogliarmi. Restai impietrita e lo lasciai fare finché non ebbe finito. Poi mi diede la benedizione e mi lasciò andare”.

    Come ti sei sentita?

    G. “Come in un sogno, una bolla, sembrava non fosse reale, quella sera restai sveglia fino a notte fonda a piangere. .

    Quell’episodio si è ripetuto?

    “Altroché, don Marino ha cominciato a fare quelle cose due o tre volte alla settimana arrivando fino ai rapporti completi. Era dolce, mi diceva: “Ti voglio bene stellina”. E quando aveva finito mi rivestiva e mi dava sempre la benedizione”.

    Che impatto hanno avuto gli abusi sulla tua vita di adolescente?

    G. “Il mio corpo mi dava dei segnali di malessere. Avevo sempre mal di stomaco, crisi di pianto e difficoltà di concentrazione a scuola, tanto che più in là ho dovuto lasciare. Volevo che smettesse e per un po’ ho finto di stare con un ragazzo perché lui (don Marino, ndr) mi lasciasse stare. La situazione, però, non ha retto a lungo e ha ricominciato a fare quelle cose”.

    Hai chiesto aiuto a qualcuno?

    G. “Mia madre (vivevamo da sole da quando mio padre è morto molti anni prima) una notte mi chiese cosa avessi, perché non smettevo di piangere. Quando le dissi la verità non mi credette, così rinunciai a parlargliene ancora. Più in là, però, una corista che frequentava la parrocchia ha intuito qualcosa dai miei atteggiamenti, ero arrabbiata e delusa. Quando ho trovato la forza di parlare con lei, pian piano le ho raccontato tutto quello che avevo patito, ci sono voluti giorni. Alla fine lei mi ha convinto a denunciare don Marino al vescovo della diocesi di Termoli-Larino, monsignor Gianfranco De Luca”.

    Il vescovo ha preso provvedimenti?

    G. “Ha allontanato don Marino dalla chiesa di Portocannone. A quel punto, a 17 anni, ho deciso di denunciare alla magistratura, volevo giustizia”.

    L’hai avuta?

    G. “Non direi proprio. Il pubblico ministero ha diviso il fascicolo in due parti: una riguardante gli abusi subiti quando avevo 13 anni, l’altra, quelli avvenuti dai 14 ai 16 e per questo secondo fascicolo ha chiesto l’archiviazione”.

    Perché?

    G. “Perché dai 14 anni in su, sono stata considerata ‘consenziente’, in pratica secondo il pubblico ministero, io e don Marino eravamo da considerare ‘una coppia’. La cosa più grave, tuttavia, è che il fascicolo per cui si è proceduto riguarda solo due mesi, da aprile al 20 giugno, quando ho compiuto 14 anni”.

    Don Marino è stato condannato?

    G. “È stato condannato sei anni di reclusione con sentenza di primo grado, attendiamo l’udienza d’appello che avrà luogo l’11 ottobre prossimo. Per l’altro fascicolo, ovviamente abbiamo fatto ricorso contro l’archiviazione”.

    Dove si trova oggi?

    G. “Non so dove sia, so sole che è stato fotografato dai giornalisti di Pomeriggio Cinque, mentre, nonostante l’interdizione, celebrava messa”.

    Come ti fa sentire il fatto di essere stata considerata consenziente?

    G. “Don Marino mi ha distrutto la vita, ma la giustizia ci ha messo sopra una pietra tombale”.

    https://www.fanpage.it/quegli-abusi-in-sagrestia-dopo-la-scuola-ma-per-i-giudici-a-14-anni-ero-consenziente/