Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Mauro Inzoli

  • Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

    Accogliendo una proposta elaborata dalla pontificia commissione per la Tutela dei minori, papa Francesco ha stabilito che è un reato canonico «l’abuso di ufficio episcopale», la prassi cioè, da parte dei vescovi, di non dare seguito alle denunce raccolte su presunti abusi compiuti da sacerdoti appartenenti alle loro diocesi. Al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di eventuali responsabili, il papa ha quindi creato una sorta di commissione ad hoc all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia così come è stato stabilito nel 2010 dalle norme emanate da Benedetto XVI.

    La decisione di Francesco, che colma un vuoto procedurale della Crimen sollicitationis del 1962, è stata annunciata con enfasi dalla sala stampa vaticana e presentata dalla stampa italiana come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio in materia di lotta alla pedofilia clericale. Indubbiamente il messaggio recapitato ai vescovi di tutto il mondo è in sintonia con l’intenzione espressa più volte dal successore di Joseph Ratzinger sin dalle prime settimane di pontificato, di estirpare la pedofilia dalle parrocchie, dagli oratori, dalle scuole e dai seminari cattolici di tutto il pianeta. Quanto però questa mossa potrà rivelarsi efficace (o «rivoluzionaria») è difficile dirlo oggi. In quanto l’obbligo per il vescovo di dare seguito a una denuncia non va inteso come obbligo di denunciare e collaborare con le autorità civili, ma solo di informare la Cdf riguardo eventuali situazioni critiche. Cosa che peraltro era già prevista, solo che in Vaticano mancava un organo giudicante ad hoc per i vescovi.

    Quindi, per fare un esempio, in Italia non cambia nulla. La denuncia di un reato di questo tipo è obbligatoria solo per i pubblici ufficiali, pertanto la Conferenza episcopale italiana nelle sue linee guida ha stabilito che i vescovi non sono obbligati a informare l’autorità giudiziaria. Un eventuale abuso compiuto da un sacerdote della diocesi di Crema potrà essere denunciato dal vescovo solo in Vaticano, come del resto è accaduto nel caso di don Mauro Inzoli, ex vice presidente della Compagnia delle opere (il braccio operativo di Comunione e liberazione). Se non lo facesse scatterebbe per lui il processo canonico in Cdf. E qui c’è una seconda criticità da segnalare.

    Il testo del decreto di Bergoglio non è ancora pubblico e quindi al momento si conosce solo quanto riporta dichiarato dalla sala stampa vaticana. Ma è noto che per quanto riguarda i procedimenti canonici in generale e quelli che si occupano della pedofilia in particolare, non c’è trasparenza amministrativa. Nel senso che quanto viene deciso dalla Cdf e soprattutto le motivazioni della sentenza sono coperte dal segreto. Pertantosemmai si venisse a sapere che un vescovo è stato “punito” dall’ex Sant’Uffizio, difficilmente in Italia sapremo di che natura è il “crimine” compiuto. Quindi solo accidentalmente un prelato che si dovesse rendere complice di un sacerdote pedofilo, evitando di segnalarlo alle autorità preposte, finirebbe sotto la lente della magistratura.

    @federtulli

    Bergoglio e la pedofilia: ecco cosa accadrà ai vescovi che insabbiano le denunce

  • Commissioni e tribunali vaticani. Grande assente, la magistratura

    Commissioni e tribunali vaticani. Grande assente, la magistratura

    Non che si voglia essere critici su quanto il Papa stia cercando di fare a livello canonico in materia di pedofilia, ma è sufficiente ?

    Va intanto detto che la massima pena che un tribunale canonico può infliggere è la riduzione allo stato laicale, la scomunica. Come vediamo però viene usata solo in casi che sono balzati all’onore delle cronache, come ad esempio il caso di don Mauro Inzoli.

    Il più delle volte viene invece applicata la sospensione a divinis, che altro non è che una sospensione temporanea dal sacerdozio, giusto il tempo di redimersi dai peccati per poi ritornare a fare il sacerdote, magari in un posto lontano dal precedente.

    Manca però sempre un passaggio di fondamentale importanza, la denuncia e la collaborazione con la giustizia civile. Nel caso di don Inzoli che accennavamo prima per esempio, malgrado la riduzione allo stato laicale, il Vaticano ha negato alla magistratura la rogatoria per ottenere i documenti che avrebbero potuto costringere don Inzoli, non solo ad un processo civile, ma anche a risarcire le vittime, le quali avrebbero magari potuto affrontare un percorso terapeutico.

    Stessa cosa è accaduta con Jòsef Wesolowski, anche lui sottratto dal paese che lo avrebbe dovuto giudicare e rifugiato in Vaticano. Per lui è stata chiesta l’estradizione, ma il Vaticano l’ha negata.

    Come vediamo i casi trattati dal Vaticano producono sempre una sorta di impunità per i pedofili e per i loro protettori, mentre quando i casi vengono trattati dalla giustizia civile, si arriva spesso ad una condanna e a un risarcimento del danno alla vittima. Questa disparità nel risultato è spesso dovuta anche al fatto che per la chiesa la pedofilia è un peccato morale e quindi non si va a vedere il danno subito dalla vittima, ma si guarda la vergogna per l’istituzione. Per la magistratura invece è un reato penale, un reato contro la persona e non solo va punito ma va anche risarcito.

    Per questo che le associazioni delle vittime in tutto il mondo, non danno particolare rilevanza alle varie commissioni e ai vari tribunali istituiti dal Vaticano, non per mancanza di rispetto, ma perché insufficienti ad affrontare civilmente il problema.

    Una forma efficace e funzionale al fine di fare giustizia, sarebbe anziché il tribunale Vaticano per i vescovi, l’obbligo di denuncia per i vescovi all’autorità civili e anche a quella religiosa. Il solo procedimento canonico non tutela le vittime e le potenziali nuove vittime dal pedofilo, perché senza denuncia all’autorità civile il pedofilo resta libero. L’unica differenza è che non è più un pedofilo che di mestiere fa il sacerdote.

    L’unica strada accettabile quindi resta sempre quella della denuncia all’autorità giudiziaria del paese dove è stato commesso il crimine.

    Il Portavoce

    Francesco Zanardi

  • Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Pedofilia, la grave timidezza della Chiesa in Italia

    Papa Francesco ha istituito una sorta di ministero per combattere gli abusi. Ma sono ancora tanti che faticano a collaborare con le autorità civili

    Negli Stati e nei casi in cui i reati di abuso sui minori siano caduti in prescrizione e non è quindi possibile un’azione giudiziaria contro un religioso responsabile di simili atti «non è accettabile che le autorità ecclesiastiche sostengano che, se le autorità civili sono state informate ma non possono agire, la Chiesa non è obbligata a rispondere. Se lo stato è incapace di agire, la Chiesa deve investigare e risolvere il caso di abuso attraverso le sue proprie norme e procedure, rimuovendo i colpevoli e prendendosi cura delle vittime quando l’abuso è stato commesso».

    Sono parole estremamente chiare quelle pronunciate lo scorso febbraio dal cardinale Sean Patrick O’ Malley, presidente della Pontificia commissione per la protezione dell’infanzia creata su impulso di papa Francesco. Nel frattempo l’organismo è stato dotato dei necessari Statuti normativi così da entrare in una fase definitivamente operativa; in poche parole, in Vaticano c’è ora un dicastero per combattere la piaga della pedofilia in primo luogo nel clero e poi per difendere i minori in generale.

    Un bel passo avanti, certo, rispetto a un passato fatto di negazioni, insabbiamenti, fughe. E, d’altro canto è stato lo stesso O’ Malley a invocare un principio importantissimo: ovvero quello di mettere a punto «sanzioni» per «le autorità ecclesiastiche» che avessero fallito nel compito di proteggere l’infanzia. Insomma: basta protezioni dai vertici, fine dei segreti e dell’occultamento dei fatti. L’organismo vaticano, del resto, è nato coinvolgendo non solo le vittime degli abusi ma anche le conferenze episcopali sparse per il mondo. Tutto bene dunque? Non esattamente.

    Molti Paesi non sono pronti a recepire in modo automatico una politica di trasparenza su un tema tanto delicato, e – guarda caso – l’Italia rientra in questa sfera. Nei giorni e nelle settimane scorse, diverse indagini dal nord al centro Italia hanno portato alla luce l’ennesima rete di pedofili. In particolare, un prete è stato incastrato ad Alassio, in Liguria; un altro caso invece è emerso a Fiumicino, vicino a Roma. E ancora, un terzo episodio recentissimo riguarda un sacerdote di 73 anni di una parrocchia di Brindisi, in Puglia, una vicenda pure quest’ultima conclusasi con l’intervento delle forze dell’ordine. Un altro prete prete attivo nel quartiere dei Parioli a Roma e in precedenza operativo in Argentina (dove avrebbe commesso i reati), è finito sotto inchiesta – contro di lui è intervenuta l’Interpol – qualche mese fa per violenze, sesso di gruppo, corruzione di minorenni.

    Abusi commessi su chierichetti, su ragazzi che frequentano la parrocchia o adescati per strada, nelle zone della prostituzione minorile, video e fotografie pornografiche, scambio di materiale pedopornografico sul web, violenze filmate e messe in rete. Il catalogo dei reati e delle perversioni conosce ormai dei punti fermi e col passare del tempo si moltiplicano anche in Italia i casi e gli arresti di sacerdoti e religiosi. Se ormai da diversi anni pure nel nostro Paese è crollato il muro dell’omertà grazie alle denunce delle vittime, nelle 225 diocesi che compongono la galassia della Chiesa italiana, si continua a far finta di niente.

    Raramente un ordine religioso, un vescovo, per non dire della conferenza episcopale guidata dal cardinale presidente Angelo Bagnasco e dal Segretario, considerato più vicino a Bergoglio, monsignor Nunzio Galantino, hanno diffuso note di denuncia, prese di distanza, o anche semplicemente di informazione rivolte ai fedeli e all’opinione pubblica. Più raramente ancora si registra qualche parola in favore delle vittime. Si preferisce il silenzio.

    Una delle poche eccezioni ha toccato don Mauro Inzoli, ex pezzo grosso di Comunione e liberazione, “condannato” a una vita di riservatezza e preghiera dal Vaticano il cui provvedimento è stato reso noto dalla diocesi di Crema a cui faceva riferimento il sacerdote (detto don Mercedes). Tuttavia don Inzoli venne poi fotografato in mezzo ad autorità politiche di rango, seduto nelle prime file di un convegno – dedicato neanche a dirlo alla difesa della famiglia tradizionale – svoltosi a Milano. Altri casi, ancora, si sono accumulati negli anni passati, qualcuno finito nel dimenticatoio mediatico, qualcun altro conclusosi con una condanna esemplare come nel caso di don Ruggero Conti, parroco di Selva Candida, vicino Roma, al quale la Cassazione solo un paio di mesi fa, ha dato in via definitiva 14 anni e due mesi; una pena di particolare gravità.

    Dietro queste vicende segnate da omertà, da confessioni indicibili di adulti ex vittime che trovano il coraggio di parlare, di genitori che intuiscono qualcosa, di vescovi che si voltano dall’altra parte, c’è però un nodo istituzionale che riguarda in modo specifico la conferenza episcopale italiana. Quest’ultima negli ultimi anni, ottemperando a fatica alle richieste della Santa Sede, ha cercato di adottare linee guida antipedofilia in sintonia con gli standard richiesti dal Vaticano già prima che venisse creato il nuovo dicastero per la tutela dei minori. Ma nel redigere il documento la Cei ha sempre cercato di negare o attutire un principio fondamentale stabilito nelle norme quadro affermate dal Vaticano: quello della collaborazione con le autorità civili; concetto limitato in tutti i modi nei testi preparati dai vescovi italiani nei quali invece ampio spazio era dedicato alla tutela dell’indagato. Un garantismo che assomiglia un po’ troppo a una difesa della propria corporazione.

    Da ultimo, sui recenti casi di sacerdoti italiani arrestati e coinvolti in indagini relative ad abusi, don Fortunato di Noto, il prete da anni impegnato a combattere la pedofilia (fondatore di Meter), ha affermato: «Chi si macchia di questi reati non può fare il prete. Non possiamo giocare con i termini, sono fatti gravissimi, ancora più se a commetterli sono sacerdoti. Se un padre che abusa del figlio perde la patria potestà, è chiaro che un prete non può continuare a svolgere il suo ministero. Un prete non può permettersi questo scivolone». «È vero – ha aggiunto – che la legge permette percorsi di riabilitazione, va tutto bene. Ma un pedofilo non deve più fare il prete».

    http://www.linkiesta.it/vaticano-lotta-contro-pedofilia

  • La “tolleranza zero” di Papa Francesco. Una realtà o solo una farsa mediatica?

    La “tolleranza zero” di Papa Francesco. Una realtà o solo una farsa mediatica?

    Di pochi giorni fa la classifica sulla libertà di stampa in Italia, secondo Il Fatto Quotidiano siamo al 73° posto alla pari di Moldavia e Nicaragua.

    La Rete L’ABUSO si occupa sul territorio nazionale di pedofilia clericale ed è proprio su questo che vorremmo fare una valutazione per capire davvero se quanto viene detto dalla stampa è vero e se si fino a che punto.

    DICONO I GIORNALI

    Secondo i giornali Papa Francesco è stato rivoluzionario nella lotta alla pedofilia, tra i casi più clamorosi quello di Jozef Wesolowski, il nunzio apostolico polacco che papa Francesco ha fatto “arrestare” in Vaticano e ridotto allo stato laicale, o il caso di don Mauro Inzoli “don mercedes”anche lui condannato dal Vaticano e “esiliato” ad una vita di ritiro e di preghiera, poi ci sono i casi come quello del parroco di Napoli don Silverio Mura per il quale papa Francesco ha chiesto un supplemento di indagine, il caso di don Marino Genova, il parroco di Portocannone (CB) momentaneamente sospeso a divinis.

    Stando quindi a ciò che i giornali ci raccontano, sembrerebbe che non solo i provvedimenti del pontefice siano efficaci, ma anche che la commissione antipedofilia creata da lui sia davvero efficiente. Ma noi abbiamo voluto fare gli avvocati del diavolo e così siamo andati a vedere un po’ più a fondo sia la materia del codice canonico, sia lo stato effettivo di questi casi.

    IL CODICE CANONICO

    Per quello che riguarda i provvedimenti canonici in effetti troviamo si una vasta applicazione ma non possiamo non notare anche una infinità di limiti.

    Va detto intanto che la massima pena che un provvedimento canonico può infliggere ad un prete pedofilo è la riduzione allo stato laicale, ovvero non essere più un prete. Notiamo anche una serie infinita di carenze nel codice canonico, rispetto alla legge civile. Per esempio, la mancanza di un risarcimento per la vittima, l’assenza dell’obbligo di denuncia all’autorità civile del pedofilo, nessun arresto o provvedimento che obblighi il pedofilo ad una terapia di recupero, al massimo l’obbligo di seguire una “terapia” basata su  esercizi spirituali, cosa che di fronte ad una grave devianza come la pedofilia, lascia davvero il tempo che trova.

    I FATTI NEL CONCRETO

    Proviamo quindi a vedere nei fatti cosa è accaduto nei casi che abbiamo citato prima.

    Monsignor Jozef Wesolowski, arrestato in Vaticano il 23 settembre 2014 per ordine di papa Francesco, il 28 novembre era già libero di girare indisturbato. Il suo arresto, di fatto è stato una fortuna per Wesolowski perché non solo lo ha sottratto alla giustizia dei paesi dove aveva commesso i crimini e “costretto” ad un lussuosissimo soggiorno nelle stanze Vaticane, ma gli ha anche garantito l’immunità, infatti, alla richiesta di estradizione da parte dei paesi dove Wesolowski aveva commesso i crimini, il Vaticano risponde con un secco no. Nella sostanza quindi, il nunzio Wesolowski per ora ha subito solamente la riduzione allo stato laicale, alla quale però ha chiesto di fare ricorso e tuttavia non credo importi molto se Wesolowski è prete o no, le accuse contro l’alto prelato non erano di dire male la messa, ma di violenza sessuale sui minori, quindi per quello che ci riguarda può tranquillamente continuare a dire messa.

    Don Mauro Inzoli, accusato di vari reati tra cui la violenza sessuale su minori (canone 1720), ridotto allo stato laicale dal Vaticano, condannato ad una vita di ritiro e preghiera. Ma anche per don Inzoli, il ritiro e la preghiera durano poco più di un batter d’occhio infatti, il 20 gennaio 2015 viene sorpreso al convegno sulla famiglia e sarà proprio in quella occasione che smentirà quanto dichiarato dalla chiesa, “sono libero di andare dove voglio”. Ma il caso di don Mauro Inzoli smentirà poco tempo dopo anche le dichiarazioni del Vaticano il quale aveva assicurato piena collaborazione con la giustizia civile. E’ infatti a seguito di due esposti fatti alla procura di Crema, uno dalla Rete L’ABUSO e  l’altro dall’Onorevole Franco Bordo, che il procuratore, Roberto di Martino, il 18 ottobre 2014 chiede attraverso una rogatoria al Vaticano l’acquisizione della documentazione che ha portato alla condanna canonica il potente prelato. Come da consolidata consuetudine però, al di la delle rassicuranti dichiarazioni del Vaticano, il 3 marzo 2015 il Vaticano nega i documenti alla procura di Crema garantendo così l’impunità a don Mauro Inzoli che resta tutt’ora libero.

    Don Silverio Mura, il cui caso è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica dalla Rete L’ABUSO nel luglio 2013 e recentemente anche dalla trasmissione Chi l’ha visto, è l’unico caso in Italia, almeno al momento, nel quale il Vaticano risponde alla vittima, un uomo di Napoli ormai 40enne. L’uomo che chiamiamo con un nome di fantasia Diego, si era prima rivolto alla diocesi, la quale aveva nascosto altrove il prete. Diego aveva successivamente sporto denuncia all’autorità civile, la quale però non era intervenuta in quanto il reato era prescritto. Diego allora, si rivolge alla Rete L’ABUSO la quale, grazie anche all’aiuto sul posto dell’avvocato Sergio Cavaliere, che collabora con la Onlus, nel giro di qualche giorno riescono a rintracciare il sacerdote. Era stato spostato dalla diocesi pochi chilometri distante da dove aveva abusato di Diego, la cosa paradossale è che continuava a lavorare con i bambini nelle scuole, insegnava religione, proprio come quando aveva adescato Diego. Poche settimane dopo però, don Silverio Mura viene nuovamente spostato e sparisce definitivamente. Diego allora scrive a papa Francesco, il quale risponde.  Oggi sappiamo che è in corso un’indagine canonica nei confronti di don Silverio Mura, un processo che se ci sarà è bene ricordare potrà avere come massima pena la riduzione allo stato laicale del sacerdote. Nei fatti don Silverio Mura se sarà ridotto allo stato laicale, resterà comunque libero, la vittima che negli anni ha dovuto sostenere costose sedute terapeutiche per superare i traumi successivi agli abusi subiti, non sarà in alcun modo risarcita dalla chiesa per il danno subito da quel prete che la stessa diocesi, malgrado le segnalazioni, ha sempre reiteratamente nascosto.

    Don Marino Genova, è un caso di cui ci stiamo occupando, anche questo seguito sotto l’aspetto legale dall’avvocato Sergio Cavaliere. La storia si svolge sempre al sud, questa volta a Portocannone, un piccolo paesino della diocesi di Termoli. La vittima, Giada Vitale, abusata dai 13 ai 16 anni, anche lei si è rivolta al papa, è riuscita a consegnare proprio nelle sue mani una lettera. Ma a lei papa Francesco non ha mai risposto. Nel caso di Giada probabilmente ci sarà un risarcimento grazie al fatto che Giada oggi ha 19 anni, quindi non è prescritta e del suo caso quindi se ne occuperà la magistratura. La chiesa per il momento si è limitata a sospendere a divinis il sacerdote, che quindi per il momento è solo sospeso dal servizio, ma resta prete e senza alcuna restrizione, può muoversi tranquillamente. Si attende a breve la pronuncia della magistratura sul caso di don Marino Genova che sta seguendo per Rete L’ABUSO l’avvocato Sergio Cavaliere.

    Alcuni altri casi nei quali al di là della condanna, cioè al fatto che la magistratura abbia accertato i reati, non sono stati presi provvedimenti dalla chiesa ai tempi della così detta “linea dura di Papa Francesco”, ne citiamo solo alcuni, i più noti.

    Don Pietro Tosi, a denunciare il fatto, suo figlio Erik concepito durante lo stupro del prete nei confronti di una ragazzina di 13 anni, la mamma di Erik. Pietro Tosi non ha mai voluto riconoscere quel figlio malgrado l’esame del DNA non lasciasse dubbi sulla paternità. La famiglia di Erik aveva chiesto a Papa Francesco che quel prete (reo confesso) fosse ridotto allo stato laicale. Grazie alla segnalazione della Rete L’ABUSO si interessarono al caso anche Le Iene ma non bastò. Tosi morirà da prete nel 2014 lasciando l’amaro in bocca alla famiglia di Erik Zattoni.

    Don Renato Giaccardi, ex parroco di Mondovì, che ha patteggiato l’accusa per prostituzione minorile, trasferito a Loano (SV), diocesi di Albenga. Il caso emerge nel giugno del 2014 e si scopre che il prete è lì già da circa 3 anni. Malgrado le lamentele dei cittadini la diocesi minimizza e difende il prete. Nessun provvedimento da parte del Vaticano.

    Don Riccardo Seppia, da maggio sarà libero: e tornerà a fare il prete. Tornerà libero per la legge, ma dovrà recitare le lodi e coltivare l’orto, ospite di una «comunità di recupero e sostegno» per sacerdoti a Verbania. È il futuro di don Riccardo Seppia, ex parroco della chiesa dello Spirito Santo a Genova Sestri Ponente, condannato per abusi sessuali e droga con ragazzini. Il caso era deflagrato nel maggio 2011 e però nei giorni scorsi, nel silenzio generale, si è materializzato il passaggio giudiziario che in pochi prevedevano. La Cassazione, che a fine 2014 aveva in parte annullato la condanna a otto anni e mezzo inflitta sia in primo che secondo grado, ha depositato le motivazioni della sua decisione. Spiegando che la pena va ricalcolata tenuto conto di alcune variabili decisive.

    Monsignor Dante Lafranconi, salvato nel 2012 dalla prescrizione. Il giudice Fiorenza Giorgi del Tribunale di Savona lo definì «Assolutamente omissivo», si legge nell’ordinanza, è da considerarsi prescritto, ma ciò non implica af­fatto [‘innocenza del vescovo di Cremona. Anzi, dal dispositivo emergono chiaramente due fatti: Lafranconi non poteva non sapere e ha protetto l’istituzione a scapito della tutela delle vittime. Malgrado il clamore della vicenda rimasta per mesi agli onori della cronaca, il Vaticano non ha mai preso alcun provvedimento nei confronti del vescovo Dante Lafranconi, malgrado le decine di vittime abbiano più volte scritto, anche a papa Francesco, chiedendo giustizia. Il sacerdote in questione è don Nello Giraudo nei confronti del quale la chiesa non prenderà mai provvedimenti, sarà il sacerdote a seguito dello scandalo a chiedere nel 2009 la dispensa allo stato clericale. Patteggerà nel 2012 l’accusa di violenza su una sola di quelle vittime, per le altre, a causa delle negligenze del vescovo Dante Lafranconi, era intervenuta la prescrizione.

    La lista dei casi è ancora lunga, poco rassicurante l’atteggiamento della chiesa che nella maggioranza dei casi si è limitata a sospendere il sacerdote per poi trasferirlo poco dopo in una nuova parrocchia, lontano da dove erano stati commessi i crimini. La Rete L’ABUSO ha stilato un elenco di preti condannati in Italia in via definitiva dal 2000 a oggi. Quasi 150 solo in Italia in soli 15 anni, sembrano tanti ma in realtà sono solo una minima parte perché restano esclusi da quella lista tutti coloro nei confronti dei quali, causa l’intervento della prescrizione, l’autorità giudiziaria non ha mai indagato, tutti quelli ancora sottoposti ad indagine o in fase di giudizio e quelli trasferiti altrove e di cui si sono fatte perdere le tracce.

    In nessuno dei casi emersi, non solo nel nostro paese, la chiesa non ha denunciato spontaneamente un solo caso all’autorità giudiziaria. Nessuna vittima, anche ai tempi di Papa Francesco è mai stata risarcita volontariamente dalla chiesa, tranne in quei casi dove il risarcimento è stato imposto dal tribunale.

    Alla luce di quella che è la realtà è difficile dire che oggi, i provvedimenti di papa Francesco siano efficaci, si può dire solo che la chiesa ha cambiato le modalità per tutelare la propria istituzione ma non le vittime le quali vengono ancora viste dalla stessa chiesa come un problema da risolvere e non come persone da aiutare a seguito del danno subito. Difficilmente vedremo un successo nei provvedimenti di papa Francesco perché malgrado le buone intenzioni, in Italia i primi a non denunciare, neppure alla chiesa sono i vescovi, i quali continuano ad omettere le denunce.

    L’unica via per risolvere seriamente il problema sarebbe che il papa obbligasse i vescovi a denunciare questi reati direttamente all’autorità giudiziaria, ma forse questa è una via troppo semplice ed efficace, forse la chiesa non è molto motivata nel voler risolvere il problema. La stessa linea dura annunciata da papa Francesco e tanto esaltata dalla stampa, basta rifletterci è totalmente insufficiente, per non dire una farsa. Il solo fatto che la massima condanna prevista dal codice canonico sia la sola riduzione dallo stato clericale del pedofilo e non la reclusione come prevede la legge civile, è indicativo della debolezza dei provvedimenti presi dalla chiesa. A tutto ciò si aggiunge il fatto che non è minimamente previsto un risarcimento per la vittima, la quale nella maggior parte dei casi non potrà mai accedere ad una terapia, spesso molto costosa, che gli permetta di superare questo trauma indelebile.

    Io ci andrei davvero molto cauto prima di esaltare i grandi cambiamenti della chiesa in materia di pedofilia, a quanto pare dovuti solo al fatto che una certa stampa sta adottando una linea poco etica e parecchio disinformante.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Papa Francesco, don Mauro Inzoli e le carte sulla pedofilia negate ai giudici

    Papa Francesco, don Mauro Inzoli e le carte sulla pedofilia negate ai giudici

    Don Mercedes la fa franca con i PM di Cremona grazie all’aiuto della Chiesa

    Ve lo ricordate Don Mauro Inzoli, plenipotenziario di Comunione e Liberazione poi costretto a lasciare le proprie cariche dalla Chiesa dopo un processo per atti impuri e accusato di pedofilia dalla procura di Cremona, che aveva aperto su di lui un’indagine? Era tornato alle luci della ribalta per la sua partecipazione tra il pubblico al convegno per la famiglia organizzato con il patrocinio della Regione Lombardia, e per la foto che gli venne scattata dal Corriere della Sera, mentre qualche tempo dopo rivelò di essere stato invitato da amici di Costanza Miriano, l’autrice di “Sposati e sii sottomessa”.

    Ebbene, ieri Franco Bordo, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà che aveva riconosciuto Inzoli nella foto pubblicata dal Corriere ha fatto sapere che il Vaticano ha scelto di non trasmettere alla Procura di Cremona gli atti inerentii casi di abusi su minori che hannovisto protagonista don Mauro Inzolie accertati dalle stesse autorità ecclesiastiche. «La decisione della Santa Sede di apporre ai carteggi richiesti dalla giustizia italiana il sub secreto pontificio, una sorta di segreto di Stato, è una contraddizione rispetto al nuovo corso che aveva annunciato lo stesso Papa Francesco», dice Bordo. Il deputato, autore a Crema di un esposto che ha avviato l’inchiesta giudiziaria nei confronti del sacerdote dice: «Auspichiamo –prosegue l’esponente di Sel – che ci sia un ripensamento al riguardo e che si sia trattato di una decisione burocratica e non di una cosciente e precisa scelta politica da parte delle autorità vaticane, che non sarebbe compresa e accettata dai cittadini italiani. I tempi dell’omertà sutemi del genere sono finiti e oggi ancorpiù di ieri il silenzio non è accettabilené comprensibile. Confidiamo ora checomunque le indagini proseguano e siamo fiduciosi che la magistratura italiana riesca ad accertare anche autonomamente i fatti».

    http://www.nextquotidiano.it/papa-francesco-don-mauro-inzoli-carte-pedofilia-negate-giudici/

  • Il segreto pontificio salva don Inzoli: negata la rogatoria alla Procura

    Il segreto pontificio salva don Inzoli: negata la rogatoria alla Procura

    Cremona, atti istruttori non rivelabili al pm per gli abusi sui minori
    di Gabriele Moroni

    Cremona, 3 marzo 2015 – Il Vaticano «chiude» alla Procura di Cremona sulla rogatoria chiesta per conoscere cosa sia stato accertato dal procedimento ecclesiastico a carico di don Mauro Inzoli, per un trentennio potente e carismatico prete di Comunione e Liberazione, raggiunto da drastici provvedimenti del Vaticano per una storiaccia di abusi su minori.Lo scorso ottobre il procuratore Roberto di Martino si era rivolto alla Santa Sede, attraverso il ministero della Giustizia, con una richiesta di rogatoria.Con la data del 20 febbraio è arrivata al procuratore una comunicazione del ministero che a sua volta, il 23 gennaio, aveva ricevuto dal Vaticano il testo (con più di un «omissis») del provvedimento preso per don Inzoli e la risposta negativa alla richiesta: gli atti istruttori e processuali sull’«affare» Inzoli non possono essere rivelati perché «sub secreto pontificio». Non occorre avere studiato Cicerone per tradurre: il procedimento ecclesiatico è segreto.

    Questo non ha fermato l’inchiesta su don Inzoli, 64 anni, conosciuto anche come «don Mercedes» o «don Marcinkus», fondatore del Banco Alimentare, che si occupa della raccolta di generi alimentari destinati ai più bisognosi, nonché animatore della onlus cremasca «Fraternità». Di Martino ha ascoltato diversi testimoni e altri sono attesi. A mettere in movimento le pale della giustizia ordinaria è un esposto presentato da Franco Bordo, deputato di Sel. La denuncia contro il prete (al vescovo e non all’autorità giudiziaria) verrebbe invece dal presidente di un istituto religioso. Lo scandalo deflagra in pubblico il 9 dicembre del 2012, quando il sito della curia cremasca pubblica la decisione del Vaticano di ridurre don Mauro allo stato laicale, un provvedimento contro cui il sacerdote ricorre nel febbraio del 2013.

    Il 12 giugno del 2014 la Congregazione della Dottrina della Fede trasmette al vescovo di Crema il decreto che infligge a don Inzoli una «pena medicinale perpetua». Conserva tecnicamente lo status di prete, ma la responsabilità è stata riconosciuta. Così, «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseuente scandalo provocato da abusi su minori», il prete è «invitato ad una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e penitenza». Bandito da Crema (la sua città), «deve intraprendere, per almeno cinque anni, una terapia adeguata». Non può «celebrare o concelebrare in pubblico l’eucaristia e gli altri sacramenti né predicare, ma solo celebrare l’eucaristia privatamente». L’inosservanza degli obblighi comporterà «la dimissione dallo stato clericale». I riflettori su don Inzoli riaccendono, fra le polemiche, nello scorso gennaio, quando compare a Milano a un convegno organizzato dalla Regione Lombardia sulla «famiglia naturale». Viene fotografato seduto in seconda fila, dietro Maroni e Formigoni (che subito dopo dichiarano di non essere stati informati della scomoda presenza).

    gabriele.moroni@ilgiorno.net

    http://www.ilgiorno.it/cremona/cronaca/abusi-minori-prete-1.724836

  • Pedofilia, stop all’inchiesta su don ‘Mercedes’: il Vaticano mette il segreto sugli atti

    Pedofilia, stop all’inchiesta su don ‘Mercedes’: il Vaticano mette il segreto sugli atti

    I pm di Cremona non avranno gli atti sui presunti casi di abusi: la denuncia del deputato Sel, Franco Bordo. Don Inzoli era stato al centro delle polemiche per aver partecipato a Milano al convegno sulla famiglia tradizionale

    di MATTEO PUCCIARELLI

    Il Vaticano stoppa tutto: la procura di Cremona non potrà avere i documenti richiesti su Mauro Inzoli, alias ‘don Mercedes’, il prete già ai vertici di Comunione e Liberazione e sospeso dalla Congregazione per la Dottrina delle Fede per pedofilia, lo scorso anno. La denuncia arriva dal deputato di Sel Franco Bordo, autore dell’esposto che aveva dato il via all’inchiesta della giustizia italiana, per una volta in ritardo rispetto a quella vaticana. “La scelta della Santa Sede di non trasmettere gli atti ci delude profondamente – spiega Bordo – ed è una contraddizione rispetto al nuovo corso annunciato da papa Francesco”.

    Per questo motivo Sel si augura che ci sia un ripensamento, “i tempi dell’omertà sono finiti”. Su don Inzoli, per anni presidente del Banco Alimentare e famoso per il suo elevato stile di vita, è stato apposto il sub secreto pontificio, una specie di segreto di Stato della Santa Sede. La quale aveva speso parole durissime nell’imporre al dirigente di cielle una vita riservata e non più al contatto con i fedeli. “In considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza. Gli è inoltre prescritto di sottostare ad alcune restrizione la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale”, spiegò il decreto del vescovo di Crema, Oscar Cantoni.

    Don Mercedes era salito di nuovo alla ribalta poche settimane fa, quando venne immortalato a Milano seduto in seconda fila, dietro a Roberto Maroni e a Roberto Formigoni, durante il convegno per la famiglia tradizionale al Pirellone. Convegno che aveva scatenato un vespaio perché organizzato dalla Regione con una associazione che si propone l’obiettivo di curare i gay (o perlomeno gli omosessuali che ne fanno richiesta). Il giorno dopo tutti i vertici del centrodestra lombardo fecero finta di non averlo visto, o addirittura di conoscerlo di sfuggita.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2015/03/03/news/pedofilia_stop_all_inchiesta_su_don_mercedes_il_vaticano_pone_il_segreto_sugli_atti-108650809/

     

  • Pedofilia, il caso italiano e i silenzi della Chiesa

    Pedofilia, il caso italiano e i silenzi della Chiesa

    Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento i pedofili spretati dal Vaticano? Se ne parla con Federico Tulli il 20 febbraio alla Libreria Lovat di Trieste.

    I casi di Don Maks Suard a Trieste, Don Mauro Inzoli a Crema e del vescovo polacco Józef Wesolowski in Repubblica Dominicana sono solo gli ultimi di una lunga serie di scandali dalle radici antiche. E dimostrano come ancora oggi, nonostante i proclami di Papa Francesco, il Vaticano sia ben lontano dal comprendere cosa sia l’abuso su un bambino, come si affronta, come si previene e come ci si “occupa” di chi ne è riconosciuto responsabile.

    Quattro anni dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, Federico Tulli getta nuova luce sull’orrore della pedofilia all’interno del clero cattolico, concentrandosi questa volta sul caso italiano. Un’inchiesta che legandosi alle durissime accuse rivolte dall’Onu alla Santa Sede nel 2014, i cui atti nel libro sono per la prima volta tradotti integralmente, chiama ancora di più in causa le responsabilità dei Papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla nella gestione di un crimine dalle conseguenze devastanti diffuso in maniera capillare anche nel nostro Paese.

    Sebbene siano circa 150 i sacerdoti finiti sotto processo negli ultimi anni, l’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? “Perché non ce n’è bisogno”, si è sentito rispondere Tulli da mons. Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: secondo la Santa Sede si tratta di episodi sporadici, non esiste un caso Italia.

    È davvero così? Nel 2014 Trieste è stata scossa dal suicidio di Don Maks Suard che aveva ammesso un abuso compiuto 17 anni prima. Si tratta di una vicenda isolata? Si direbbe di no pensando a Don Andrea Agostini (Bologna), Don Turturro (Palermo), Don Cantini (Firenze), Don Ruggero Conti (Roma), agli stupri accertati all’istituto per sordomuti del Provolo (Verona), solo per citare le storie più note e più recenti. Dunque, cosa intende nascondere la Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti è la più “popolosa” al mondo? A questo e ad altri quesiti di stretta attualità risponde il libro di Tulli. Fino a che punto pesano le ambiguità di decine di vescovi mai collaborativi con la autorità “civili”? Perché la Conferenza episcopale – il cui capo è l’unico al mondo nominato direttamente dal Papa – non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana? E ancora, quanto incide l’accondiscendenza dei media verso i gerarchi della Chiesa sulla possibilità di continuare a negare le reali dimensioni di questo fenomeno criminale? E cosa comporta l’assenza di spirito critico dei giornalisti italiani nei confronti di qualsiasi dichiarazione sul tema rilasciata da Papa Bergoglio? Siamo sicuri che la “tolleranza zero” invocata dal Pontefice corrisponda a fatti concreti? Perché la Santa Sede rifiuta di fornire all’Onu i nomi dei sacerdoti dimessi dallo stato clericale dopo essere stati giudicati colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede? Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento?

    Riannodando i fili con la storia dell’Inquisizione per indagare sulla matrice culturale e “politica” dell’atteggiamento complice mostrato dai vertici della Chiesa, con l’aiuto di esperti e studiosi, documenti alla mano l’autore riporta fuori da un inquietante cono d’ombra gli efferati crimini di pedofilia clericale commessi in Italia dal 1860 fino ai nostri giorni senza soluzione di continuità. E con l’aiuto di alcuni psichiatri traccia l’identikit del pedofilo, molto simile a quello di un serial killer, evidenziando le particolarità che contraddistinguono la pedofilia di matrice clericale.

    “I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali”, afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=69468&typeb=0

  • Il legale di don Inzoli diffida ‘La Repubblica’

    Il legale di don Inzoli diffida ‘La Repubblica’

    “Non può definirlo prete pedofilo perché la giustizia italiana non lo ha mai stabilito”

    CREMA – Don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e Liberazione e per 15 anni presidente del Banco Alimentare, condannato dalla Chiesa cattolica per abusi su minori, ha denunciato il giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli per l’intervista al parlamentare cremasco di Sel Franco Bordo, pubblicata dopo la partecipazione del sacerdote ad un convegno in difesa della famiglia tradizionale. Pucciarelli ha ricevuto una diffida dal legale di don Inzoli per aver scritto due articoli sulla sua presenza al convegno milanese organizzato dalla Regione Lombardia. Articoli che l’interessato ritiene gravemente diffamatori e per i quali chiede una smentita.

    La diffida non rappresenta una querela né una citazione in giudizio: don Inzoli non ha iniziato nessun procedimento, né penale né civile, contro Pucciarelli. Il difensore di Inzoli afferma però che il cronista non può scrivere che il suo assistito è un prete pedofilo, perché la giustizia italiana non lo ha mai stabilito. Ma la Congregazione per la dottrina della fede sì, e in via definitiva. Per farlo ha svolto un’istruttoria, ha raccolto e valutato delle prove. Quindi, ritenendo fondata l’accusa, ha irrogato una pena nell’esercizio dei poteri che le competono.

    Il provvedimento sanzionatorio è stato emesso da un’autorità riconosciuta dall’Italia, tanto che le restrizioni alla libertà di movimento (divieto di svolgere attività di accompagnamento di minori, divieto di entrare nella diocesi di Crema) che il decreto vaticano impone ad Inzoli si applicano sul territorio italiano. Gli articoli di Repubblica rientrano quindi nell’esercizio del diritto di cronaca.

  • Don Inzoli al finto papa: ‘Convegno su famiglia? Invitato da amici della Miriano’. VIDEO

    Don Inzoli al finto papa: ‘Convegno su famiglia? Invitato da amici della Miriano’. VIDEO

    “Al convegno di Milano sulla famiglia sono stato invitato da una famiglia. Sono amici di Costanza Miriano (giornalista di Rai Vaticano e autrice del discusso libro ‘Sposati e sii sottomessa’ ndr)“. Sono le parole di don Mauro Inzoli, l’ex parroco di Crema accusato di abusi sessuali su minori, nel corso di uno scherzo telefonico di un imitatore di papa Francesco organizzato dalla trasmissione radiofonica “La Zanzara”, su Radio24. L’ex sacerdote, esponente di Comunione e Liberazione, ha partecipato al convegno anti-gay organizzato dalla Regione Lombardia e sedeva dietro il presidente della Regione, Roberto Maroni, il senatoreRoberto Formigoni, il presidente del Consiglio Raffaele Cattaneo e l’assessore alla Cultura, Cristina Cappellini. Don Inzoli aggiunge: “Due giorni dopo la mia partecipazione a quell’incontro, è successo un problema di comunicazione. Un onorevole di Sel (Franco Bordo, ndr) ha visto la mia foto e ha detto quel che ha detto. Sono umiliatissimo“. Il finto pontefice poi chiede a bruciapelo: “La Chiesa ha deciso, ma io voglio sapere: hai fatto qualcosa ai bambini?“. “Ma Santità” – risponde l’ex parroco – “lei ha visto e lo sa. Lei ha visto la documentazione e lei lo sa per cui è lei che mi ha…”. Ma alle insistenze dell’imitatore di papa Francesco, don Inzoli interrompe la comunicazione telefonica  di Gisella Ruccia