Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Scozia, suore arrestate per presunti abusi su minori nell’orfanotrofio di Smyllum Park

    Scozia, suore arrestate per presunti abusi su minori nell’orfanotrofio di Smyllum Park

    Ci sono 12 clamorosi arresti nell’ambito della maxi inchiesta sui presunti abusi sessuali ai danni di minori che, sino al 1981 (anno della definitiva chiusura), alloggiavano presso lo storico orfanotrofio cattolico scozzese di Smyllum Park, nella città di Lanark. Tra le persone finite in manette ci sono alcune suore che, secondo l’accusa, avrebbero contribuito a innumerevoli reati, tra cui stupri e brutali pestaggi.

    Aperta nel 1864, la struttura avrebbe ospitato circa 10mila bambini nel corso della sua attività, oggi uomini, alcuni dei quali hanno trovato il coraggio di denunciare gli orrori che si sarebbero consumati nel silenzio della loro innocenza violata.

    Fonti di polizia, stando a quanto diffuso dal Daily Record, avrebbero confermato che 11 donne e un uomo sono stati raggiunti dalla misura cautelare e si trovano ora in stato di arresto. L’età degli indagati è compresa tra i 62 e gli 85 anni, ma nel fuoco investigativo, da diverso tempo, sarebbe finita anche una monaca oggi 93enne.

    Nel gennaio scorso, sentita dal giudice titolare dell’inchiesta, la religiosa aveva rigettato ogni addebito in merito al suo presunto coinvolgimento nel caso, posizione tuttora al vaglio degli inquirenti.

    Tutte le suore arrestate facevano parte dell’ordine delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, che ha gestito sino la Casa per l’infanzia di Lanark sino alla chiusura.

    Le accuse degli ex ospiti

    Gli ex ospiti dell’orfanotrofio di Smyllum Park hanno raccontato le loro personali esperienze alla polizia, dando l’input all’avvio di una indagine che tiene occupati gli inquirenti da circa un anno.

    Stando a quanto ricostruito dalla stampa britannica, altre 4 persone sarebbero prossime destinatarie di un provvedimento da parte dei pubblici ministeri.

    L’ispettore capo Sarah Taylor, dell’Unità investigativa nazionale sugli abusi sui minori, ha dichiarato che il lavoro investigativo prosegue nella massima riservatezza, trattandosi di ipotesi di reato gravissime su cui non si placa l’attenzione dei media. Ogni sfumatura nel resoconto delle presunte vittime viene attentamente sezionata e vagliata dalle autorità, al lavoro in una complessa ricerca di verità e responsabilità.

    Morti sospette

    Tra i testimoni chiave, in mano all’accusa, ci sarebbe un uomo che ha denunciato rituali a sfondo satanico, nel corso dei quali si sarebbero consumati i più efferati dei crimini contro alcuni dei minori presenti nella struttura. Avrebbe dichiarato che uno di questi, la cui scomparsa è un giallo ancora irrisolto, potrebbe essere morto dopo essere stato lasciato nudo, per circa tre ore, sotto la pioggia battente, in seguito a un’abominevole punizione corporale.

    Il cadavere del piccolo non sarebbe mai stato ritrovato.

    I resti di 400 bambini, nel 2017, furono trovati in una fossa comune in una delle sezioni del cimitero di St. Mary, a Lanark. Per l’accusa si sarebbe trattato di vittime degli abusi di Smyllum Park, ma la notizia non è stata ancora pienamente confermata. Occorrerà ancora del tempo per capire se effettivamente i decessi fossero correlati ai crimini contestati.

    Bambini costretti a mangiare vomito

    Fra le atrocità di cui sono accusate le 12 persone finite in carcere, oltre alla violenza sessuale reiterata su minore, ci sono anche abusi che si sarebbero replicati negli anni con la stessa efferata condotta, quasi una prassi punitiva di cui i testimoni ancora in vita avrebbero dato una lucida testimonianza. Sotto accusa anche alcuni membri del personaledell’orfanotrofio, che avrebbero costretto i più piccoli a mangiare il loro vomito e a subire stupri e percosse con la connivenza delle suore.

    https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/08/scozia-suore-arrestate-per-presunti-abusi-su-minori-nellorfanotrofio-di-smyllum-park-002694693.amp.html

  • Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    “L’ho letto e non dirò una parola. Leggetelo voi [giornalisti] e fate voi il vostro giudizio. Quando sarà passato un po’ di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò”.

    È così che papa Francesco – la sera del 26 agosto sull’aereo di ritorno da Dublino – ha risposto a chi l’interpellava sull’atto d’accusa che la mattina stessa gli aveva rivolto l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò.

    Una risposta molto elusiva. Al pari di altre sue precedenti reazioni, ogni volta che si è visto attaccato. Come nel caso dei “dubia” sulla sua correttezza dottrinale sollevati nel 2016 da quattro autorevoli cardinali, che egli non ha mai voluto né ricevere né degnare di un chiarimento.

    Questa volta però, oggetto dell’accusa non è una controversia dottrinale “ad intra”, di scarso impatto sull’opinione pubblica laica, ma una questione di sesso, anzi, di omosessualità praticata per decenni, con decine di partner, da un ecclesiastico americano di prima grandezza, arrivato ad essere arcivescovo di Washington e cardinale, Theodore McCarrick.

    In sostanza Viganò accusa papa Francesco di essere stato informato da lui delle malefatte di McCarrick fin dal 23 giugno del 2013, ma di non aver poi agito di conseguenza, anzi, di aver tenuto il reprobo vicino a sé come suo primo consigliere nelle nomine che stanno ridisegnando la gerarchia cattolica negli Stati Uniti, promuovendo i suoi protetti. Solo quest’anno, a seguito della denuncia di un suo abuso anche su un minorenne, il papa avrebbe deciso di sanzionare McCarrick e di spogliarlo del cardinalato.

    L’accusa è di una pesantezza inaudita ed è difficilmente contestabile nella sua sostanza, anche per i ruoli chiave ricoperti in passato da Viganò in curia e in diplomazia. Ma, appunto, papa Francesco ha scelto anche in questo caso di non reagire. Ha lasciato ai professionisti dei media il compito di giudicare. Sicuro che molti si pronuncino in sua difesa, come è già avvenuto con i “dubia”, dove in effetti la successiva battaglia si è risolta di fatto a suo favore.

    Che però la vittoria gli arrida anche questa volta, è tutto da vedere.

    Il caso McCarrick non è l’unico, nel suo genere, a mettere in difficoltà Jorge Mario Bergoglio.

    Ce n’è un altro che gli somiglia come un gemello. Riguarda monsignor Battista Ricca (nella foto), direttore della Casa di Santa Marta scelta da Francesco come sua residenza e da lui promosso il 15 giugno 2013, all’esordio del pontificato, prelato dello IOR, cioè referente del papa nella “banca” vaticana, con facoltà di presenza a tutte le riunioni del board e di accesso a tutta la documentazione.

    Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede. Ed è in quell’occasione che Viganò, all’epoca nunzio a Washington, incontrò Francesco e gli disse delle malefatte di McCarrick.

    Ma anche la nomina di Ricca a prelato dello IOR, avvenuta pochi giorni prima, aveva creato forte sconcerto in un buon numero di nunzi, che l’avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay, ovunque con una condotta tutt’altro che illibata, specie nell’ultima destinazione.

    A Montevideo, tra il 1999 e il 2001, Ricca conviveva con il proprio amante, l’ex capitano dell’esercito svizzero Patrick Haari, che l’aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d’appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un’altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana.

    Finì che Ricca fu ritirato dal servizio diplomatico sul campo e richiamato a Roma, dove, però, miracolosamente, la sua carriera ricominciò con successo, portandolo a divenire consigliere diplomatico di prima classe nell’organico della segreteria di Stato e soprattutto direttore delle tre residenze vaticane per i cardinali e i vescovi in visita a Roma, tra cui quella di Santa Marta, con l’opportunità di tessere eccellenti rapporti, anche di amicizia, con ecclesiastici di mezzo mondo tra i quali Bergoglio, che appena eletto papa lo ammise nella sua cerchia più intima, di cui continua a far parte ancor oggi.

    Ebbene, tra i nunzi convenuti a Roma in quel mese di giugno del 2013 c’erano anche quelli che sapevano degli scandalosi precedenti di Ricca e ritenevano che papa Francesco non ne fosse al corrente, vista la sua promozione del personaggio, pochi giorni prima, addirittura a prelato dello IOR.

    Ci fu quindi chi, in quei giorni, volle mettere in guardia Francesco informandolo sui trascorsi di Ricca.

    Non solo. Tra i numerosi testimoni della scandalosa condotta di Ricca a Montevideo c’erano anche dei vescovi uruguayani, uno dei quali, dopo la nomina dello stesso Ricca a prelato dello IOR, ritenne doveroso scrivergli una lettera accorata in cui lo pregava, “per amore del papa e della Chiesa”, di dimettersi.

    E in effetti Francesco volle veder chiaro nella documentazione sui trascorsi di Ricca che si trovava nella nunziatura di Montevideo. Se la fece recapitare a Roma attraverso suoi canali personali, senza passare dalla segreteria di Stato.

    Nel frattempo, sull’Espresso, era uscito un servizio molto dettagliato su Ricca. Il quale pubblicamente non reagì in alcun modo, mentre però in privato liquidava come “chiacchiere” tutti quei fatti riportati contro di lui, e teneva a far sapere che anche il papa, da lui incontrato, li riteneva “chiacchiere” prive di fondamento.

    Interpellato nel luglio del 2013 dalla stampa uruguayana e argentina sulla sorte del prelato, l’allora nunzio a Montevideo, Guido Anselmo Pecorari, si limitò a questa dichiarazione laconica: “Ritengo che la questione sia nelle mani della Santa Sede. E sicuramente il Santo Padre, nella sua saggezza, saprà come fare”.

    Sta di fatto che alla fine del mese di luglio, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro, dove si era recato per la giornata mondiale della gioventù, papa Francesco fu effettivamente interrogato da una giornalista brasiliana sul caso Ricca e sulla cosiddetta “lobby gay”. E questa fu la sua risposta testuale, trascritta così nel bollettino ufficiale della Santa Sede:

    “Quanto a mons. Ricca ho fatto quello che il diritto canonico manda a fare, che è la ‘investigatio previa’. E da questa ‘investigatio’ non c’è niente di quello di cui l’accusano, non abbiamo trovato niente di quello. Questa è la risposta. Ma io vorrei aggiungere un’altra cosa su questo: io vedo che tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso, si vanno a cercare i ‘peccati di gioventù’, per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? i delitti sono un’altra cosa: l’abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante. Quando noi andiamo a confessarci e diciamo davvero: ‘Ho peccato in questo’, il Signore dimentica e noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che il Signore non si dimentichi dei nostri [peccati].  È un pericolo quello. Questo è importante: una teologia del peccato. Tante volte penso a San Pietro: ha fatto uno dei peggiori peccati, che è rinnegare Cristo, e con questo peccato lo hanno fatto papa. Dobbiamo pensare tanto. Ma, tornando alla sua domanda più concreta: in questo caso, ho fatto l’’investigatio previa’ e non abbiamo trovato. Questa è la prima domanda. Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con ‘gay’. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice – aspetta un po’, come si dice… – e dice: ‘Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società’. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E la ringrazio tanto per aver fatto questa domanda”.

    Tre annotazioni e proposito di quanto detto qui da papa Francesco.

    1. Sostenendo di non aver “trovato niente” di riprovevole nella “investigatio previa” alla nomina di Ricca a prelato dello IOR, Francesco ha confermato che il dossier personale su di lui conservato in segreteria di Stato era stato accuratamente ripulito dai suoi trascorsi scandalosi. Francesco però aveva avuto a disposizione nelle settimane precedenti anche la documentazione accusatoria conservata nella nunziatura di Montevideo, documentazione inoppugnabile, visto che sulla base di essa la segreteria di Stato aveva ritirato Ricca dal servizio diplomatico sul campo. Eppure l’ha ignorata.

    2. Francesco ha applicato a Ricca la tipologia di chi ha commesso dei “peccati di gioventù” e poi si è pentito. Ma non è questa l’immagine che Ricca ha mai dato di sé, ma piuttosto quella di chi ha sempre respinto come “chiacchiere” senza fondamento le accuse contro la sua condotta.

    3. Ed è riferendosi proprio a Ricca che Francesco ha pronunciato la famosa frase che è diventata il marchio del suo pontificato: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. Con questa frase Bergoglio ha rovesciato a suo totale favore presso l’opinione pubblica mondiale una vicenda che altrimenti avrebbe potuto seriamente minare la sua credibilità.

    È questa l’impresa che papa Francesco sta ritentando oggi, dopo che la vicenda di McCarrick è stata messa a nudo dalla testimonianza dell’ex nunzio Viganò.

    Anche questa volta Bergoglio si è astenuto dal giudicare. Ha rilanciato il gioco nel campo dei media. Dove la pedofilia non è ammessa, ma i rapporti omosessuali sì. Non importa se commessi da uomini di Chiesa che praticandoli violano in pieno l’impegno di castità che hanno assunto pubblicamente con il sacramento dell’ordine.

  • Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano

    Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano

    Tatiana Santi

    Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla. Anche se è un tabù riemergono regolarmente sulla stampa casi di abusi su minori perpetrati dai preti in Italia. Delitti che segnano per sempre una vita, ma rimangono impuniti. Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano.

    Dall’Irlanda durante il suo recente viaggio in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie, Papa Francesco ha chiesto scusa alle vittime degli abusi perpetrarti dai sacerdoti. La Chiesa, secondo le parole del Papa, non ha saputo in passato affrontare in modo adeguato questi crimini.

    Quanto è diffuso il fenomeno dei preti pedofili in Italia? Perché questi crimini non vengono puniti e soprattutto le vittime ricevono un sostegno? Sputnik Italia ne ha parlato con Francesco Zanardi, presidente della Rete di sopravvissuti alle molestie del clero in Italia “L’Abuso”.

    — Francesco Zanardi, riguardo all’ultimo scandalo di pedofilia nella Chiesa, cosa ne pensa della lettera di scuse di Papa Francesco?

    — Per quanto riguarda le scuse di Papa Francesco, a prescindere dal fatto che le scuse non bastano, sono talmente tante queste scuse che iniziano ad essere irritanti dal punto di vista delle vittime, servirebbero dei provvedimenti più che delle scuse… Sono ormai anni che le sentiamo e diventano quasi inaccettabili.

    — Lei ha fondato “L’abuso”, una rete di sopravvissuti alle molestie del clero. Quali sono le vostre attività, di cosa vi occupate nello specifico?

    — Iniziamo col dire che non siamo un’associazione finanziata perché in Italia nessuno finanzia un’associazione percepita contro la Chiesa, anche se poi in realtà noi non siamo affatto contro la Chiesa, poiché le vittime sono quasi tutte cattoliche. Per quanto riguarda le attività abbiamo 16 avvocati in Italia e riusciamo a dare assistenza legale gratuita alle vittime dando loro la possibilità di costruirsi una vita. Offrire un aiuto economico alle vittime dà loro la possibilità di effettuare terapie che le possano in qualche modo riabilitare. La nostra è un’associazione piuttosto grossa in quanto siamo più di 700 associati ed abbiamo creato anche una rete di auto aiuto, grazie alla quale le vittime possono conoscere altre vittime vicine a casa loro con cui passare il momento di crisi.

    — Ovviamente parliamo di fortissimi traumi, una storia che le vittime si porteranno dietro tutta la vita…

    — Sono dei traumi da cui generalmente si esce. Il vero problema però è che quando un bambino è molestato da un laico generalmente parte la denuncia e grazie a questo ha una buona capacità di recupero; purtroppo invece quando si è vittima di un prete, a causa della cultura dell’omertà, questi abusi emergono dopo dieci, venti o anche trent’anni! Come può immaginare, rivivere un trauma dopo trent’anni è molto più complicato e finisci per accorgerti che quell’esperienza ha profondamente condizionato i tuoi rapporti sociali e familiari. Voglio insistere sulla necessità che le denunce vengano fatte subito non solo per evitare che ci siano altre vittime ma anche per il recupero di coloro che vittime già lo sono.

    — Ho visto che avete predisposto una mappa sul vostro sito sugli abusi in Italia, ma quanto è diffuso questo fenomeno? 

    — In Italia c’è un grosso problema con lo Stato e con il governo che finiscono per spalleggiare sempre la Chiesa. In Italia non è mai stata fatta una commissione di inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno. Noi con la nostra mappa sul sito abbiamo tentato di quantificare il fenomeno, ma deve tener presente che raccoglie solo gli ultimi 15 anni di informazioni che sono uscite sui media. Bisogna comunque tener presente che parliamo di circa 300 preti pedofili in soli 15 anni! Secondo me anche solo aggiungendo un 20%, a esagerare, di sommerso diventerebbero veramente tanti.

    — Vediamo quindi come funziona generalmente quando si scopre un caso di pedofilia nella Chiesa. Solitamente il prete non viene arrestato, denunciare è molto difficile… ma che cosa avviene in questi casi in Italia?

    — Generalmente non avviene quasi niente! Adesso noi stiamo seguendo il caso particolarmente importante dei chierichetti del Papa abusati in Vaticano da Gabriele Martinelli: nonostante il caso sia avvenuto ad un metro dalle porte di casa del Papa non è successo nulla. Gabriele Martinelli non è stato sospeso e si è ripetuta la solita routine: scoppia il caso, esce quindi sui giornali, ma finita l’ondata mediatica si cerca di far finta di niente. A Malta invece abbiamo il caso di don Felix Cini che nonostante sia già stato stracondannato per abusi sui minori è in mezzo ai bambini ed è ancora prete. Questa purtroppo è la modalità della Chiesa…

    Vede, irritano le parole di Bergoglio che dice di voler fare ma non ha ancora abrogato la famosa direttiva segreta del 1962, che fu scoperta nel 2004 dagli americani, in cui si spiega come gestire i casi di abusi sessuali. Perciò Bergoglio dovrebbe iniziare ad eliminare questa direttiva ed avrebbe una soluzione semplicissima per risolvere il problema: ordinare ai propri vescovi di denunciare questi casi alle autorità civili dei paesi dove avvengono. Invece non lo fa continuando a gestire invece a livello interno la questione. Se andiamo poi a vedere quali sono le sanzioni vediamo che sono la sospensione del prete o la riduzione allo stato laicale che non cambia niente poiché in questo caso pur non avendo più un pedofilo prete avremo comunque un pedofilo libero!

    Alla vittima non viene data quindi alcuna possibilità di recupero e né vengono dati dei risarcimenti. Le vittime non possono così usufruire di strutture che permettano loro di riprendersi. Per tutto questo, insisto, le scuse sono veramente molto irritanti.

    — Siamo quindi di fronte ad un sistema bloccato, secondo lei perché non si riesce ad interrompere questo circolo e dopo tutti questi anni non si riesce a fare niente?

    — Il perché è piuttosto semplice: se la Chiesa decidesse di dare in gestione alle autorità civili il problema della pedofilia le vittime otterrebbero dei risarcimenti. Tutto ciò porterebbe a quello che è successo negli Stati Uniti dove decine di diocesi sono fallite. Un caso interessante è poi la Svizzera, dove il governo ha fatto una cosa molto intelligente e civile togliendo la prescrizione su questo tipo di reati, mettendo la Chiesa di fronte al dilemma se pagare subito le vittime o se aspettare che fosse un tribunale a dir loro quanto avrebbero dovuto pagare. Grazie a questo espediente la Chiesa in Svizzera ha proposto i risarcimenti alle vittime.

    — La pedofilia nella Chiesa è un problema che si conosce ma di cui non se ne parla, secondo lei quando smetterà di essere un tabù e si comincerà ad agire realmente? Qual è il suo auspicio?

    — Dove i governi si sono mossi anche la Chiesa s’è mossa, ne sono degli esempi l’Australia, gli Stati Uniti e l’Argentina. Purtroppo il grosso problema della Chiesa in Italia è il governo che non muove un dito, cosicché la Chiesa poi agisce di conseguenza. È ovvio che se lei parcheggia in divieto di sosta non va a cercare il vigile che le faccia la multa, la Chiesa fa la medesima cosa con la pedofilia: se non viene messa in riga ad affrontare questo problema difficilmente essa cambierà da sola. Siamo di fronte ad un paradosso italiano: le vittime non chiedono giustizia alla giustizia ma la chiedono al Papa… e questo dovrebbe far capire molto bene in che situazione siamo.

  • La catastrofe del viaggio del Papa si estende oltre i confini d’Irlanda

    La catastrofe del viaggio del Papa si estende oltre i confini d’Irlanda

    La Chiesa qui era l’istituzione totale e gli abusi hanno provocato un rigetto radicale, spiega Colm O’Gorman, la cui denuncia ha aperto la crisi. Il viaggio papale non ha aiutato: “Zero azioni concrete, solo un cambio di linguaggio”. E il dissenso da Francesco ha avuto un’esposizione globale

    Sabrina Provenzani

    Doveva essere una missione di riconciliazione con il gregge irlandese a 40 anni dal trionfo di Giovanni Paolo II, che nel 1979 attrasse, al grande raduno in Phoenix Park, a Dublino, 1.25 milioni di persone.

    È finita in una catastrofe che rischia di estendersi oltre i confini dell’Eire.

    Premessa: fra le due visite pastorali ci sono 40 anni di enormi cambiamenti culturali, sociali ed economici, con un’isola che oggi, più che con San Patrizio, ama identificarsi con il quartier generale europeo di Google.

    Lo sviluppo economico e culturale tende a provocare secolarizzazione. Nel caso irlandese il rapporto con la Chiesa cattolica, fino agli anni Settanta istituzione totale, è stato ridefinito dall’esplosione di una serie di scandali che hanno fatto implodere l’autorevolezza delle gerarchie ecclesiastiche.

    Pochi giorni prima della visita di Papa Francesco l’Arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin, che di quegli scandali si occupa dal 2010, ha dichiarato che il numero delle vittime di abusi da parte della Chiesa irlandese è “immenso”. Di cosa parliamo?

    «Solo fra il 1930 e il 1970 sono state 173mila le vittime dirette, cioè i bambini in istituzioni cattoliche e soggetti ad ogni sorta di abuso, sessuale, fisico e psicologico, incluso lavoro minorile e tortura, su base quotidiana» ricorda Colm O’Gorman, oggi direttore esecutivo di Amnesty International ma, soprattutto, sopravvissuto alla violenza sessuale subita per due anni da un prete della diocesi di Fern nei primi anni Ottanta. «A questi vanno aggiunte le circa 10mila donne ragazze Magdalene Laundries, quelle a cui le suore hanno tolto la libertà e i figli; e poi le fosse comuni come quella di Tuam. Deve pensare che questi abusi hanno ripercussioni permanenti, L’impatto complessivo è incalcolabile».

    O’Gorman ha tradotto la sofferenza in attivismo: ha denunciato, contribuito all’apertura di una delle primissime inchieste, fatto causa al Vaticano, al nunzio apostolico a Dublino, a Papa Giovanni Paolo II, protetto, come tutti i pontefici, dall’immunità diplomatica garantita ai capi di Stati di Paesi sovrani, ottenuto giustizia e un risarcimento di circa 300mila sterline. Ha poi fondato One in Four, specializzata nel supporto ai sopravvissuti di abusi e violenze sessuali, in particolare minori.

    Ma la sua denuncia ha provocato una slavina che non si è più fermata e che ha cambiato radicalmente il rapporto degli irlandesi con la chiesa, se non con la fede. I dati sono stati raccolti ed elaborati in un report speciale intitolato What happened to Catholic Ireland? pubblicato sul sito della BBC subito prima dell’arrivo di Papa Francesco. Racconta di chiese vuote, drammatico calo di vocazioni e numero sempre decrescente di credenti.

    Scenari visti altrove, con una specificità irlandese: la Chiesa è stata per centinaia di anni una istituzione così pervasiva nella società, nel sistema educativo, nella sanità, nella cultura del Paese, che le rivelazioni sulla natura endemica del suo sistema di abusi hanno provocato un rigetto radicale, improvviso e probabilmente ineluttabile.

    A questo si è aggiunto un profondo disgusto per il fatto che la stragrande maggioranza delle compensazioni alle vittime siano a carico dei contribuenti, con la Chiesa d’Irlanda che ne ha pagato solo una frazione.

    Qualcuno ha detto che un cinico è un idealista deluso.

    Gli irlandesi non sono cinici: al contrario, hanno dimostrato di sapere investire risorse ideali nel cambiamento del proprio Paese. Ma sono credenti traditi.

    Se si capisce questo non ci si sorprende del successo, per molti osservatori inatteso, del referendum che nel 2015 ha approvato a stragrande maggioranza il matrimonio omosessuale, né di quello che poche settimane fa, con il 66% dei consensi, ha legalizzato l’aborto. Referendum sostenuto fortemente dal giovane premier Leo Varadkar, dichiaratamente omosessuale.

    Viene da pensare che l’Irlanda non sia un Paese di “cattolici adulti”, ma già un Paese post cattolico.

    La visita del Papa era, quindi, difficile già nelle premesse. L’occasione ufficiale era la celebrazione del World Meeting of Families, che si tiene ogni tre anni. Da quello che abbiamo potuto ricostruire, inizialmente il tema degli abusi doveva essere tenuto sottotono, tanto che l’Arcivescovo di Dublino ha dovuto insistere con il Papa perché accettasse di incontrare una rappresentanza di sopravvissuti.

    Ed è stata preceduta da una drammatica accelerazione del tema, con l’esplosione dello scandalo in Pennsylvania – 300 preti accusati, 16 anni di abusi, un migliaio di presunte vittime.

    Di conseguenza, con una virulenza non gestibile dal Vaticano, la visita è stata completamente dominata da una domanda: Papa Francesco ha davvero intenzione di cambiare registro sulla gestione degli scandali sessuali e avviare davvero la tolleranza zero promessa dal suo predecessore?

    Lunedì 20 agosto, Francesco aveva reso nota una lettera aperta ai fedeli cattolici nel mondo in cui per la prima volta aveva chiamato quegli abusi “crimini”, chiesto perdono, parlato apertamente di coperture e promesso tolleranza zero. La reazione degli attivisti irlandesi avrebbe dovuto essere osservata con più attenzione in Vaticano. La loro sintesi era stata: troppo tardi, troppo poco.

    Ancora Colm O’Gorman: «Ora parlano tutti di grande svolta… sí, li ha chiamati crimini invece che peccati. Dovremmo accontentarci? Io vedo solo un cambio di linguaggio, nuove promesse e zero azioni concrete. Nella su lettera il Papa chiede perdono, ma non dice cosa dovremmo perdonare. Parla di coperture, ma non indica i responsabili. Sono i vescovi? Se è cosí, è a lui che devono dare conto di quelle coperture. Ma lui non chiede conto, perché non si è trattato di iniziative individuali, ma di persone che hanno eseguito direttive dei vertici, basate su leggi e norme del diritto canonico».

    I due giorni in Eire sono stati una catastrofe. Non solo per i numeri: 500k biglietti in vendita, 130 mila presenza, molte da oltremare. Ma anche perché, con queste premesse, il dissenso al Papa. sia da parte di gruppi di attivisti che della gente comune, ha ottenuto una estrema esposizione mediatica da parte dei più autorevoli organi d’informazione del mondo. Le richieste di perdono, la condivisione del dolore, le promesse di agire cadono nel vuoto.

    Per O’Gorman: «Niente di nuovo. Cinismo inaugurato da Benedetto XVI a beneficio dei media, che fanno i titoli sul Papa che ascolta, piange, condivide il dolore. Se davvero fosse dalla parte delle vittime non verrebbe a Dublino, sarebbe in Pennsylvania a sfondare porte, a costringere i suoi vescovi a rendere pubblici i loro dossier. Nulla cambierà finché il Papa non dirà la verità, con un breve comunicato in cui si assume pubblicamente la responsabilità del male inflitto, oggi e in passato, a centinaia di migliaia di vittime in tutto il mondo».

     @permorgana

    La catastrofe del viaggio del Papa si estende oltre i confini d’Irlanda

  • Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

    «Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».
    Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
    Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
    «Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
    E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
    La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
    «Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
    Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
    In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
    In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
    Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
    Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
    È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
    È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
    Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
    Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
    Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
    Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
    Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
    Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.
    L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
    Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
    Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
    È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
    Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
    Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
    Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
    A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».
    Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
    «Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».
    «Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
    All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
    Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
    Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
    La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».
    Aldo Maria Valli
    Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

    Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

  • Pedofilia, monsignor Viganò: “Papa Francesco si dimetta. Ha seguito consigli dei perversi e operato il male”

    Pedofilia, monsignor Viganò: “Papa Francesco si dimetta. Ha seguito consigli dei perversi e operato il male”

    A La Verità l’ex nunzio apostolico negli Usa – allontanato da Benedetto XVI per volontà del cardinale Bertone – rivela di aver comunicato personalmente a Bergoglio, tre mesi dopo la sua elezione, gli abusi sessuali commessi dall’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick, al quale recentemente il Papa ha tolto la porpora

    “In questo momento estremamente drammatico la Chiesauniversale riconosca i suoi errori e in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, Papa Francesco sia il primo a dare il buon esempio a cardinali e vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro”. A chiederlo è monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Usa, in un lungo e durissimo atto di accusa contro Bergoglio pubblicato su La Verità. Il diplomatico vaticano rivela di aver comunicato personalmente a Francesco, appena 3 mesi dopo la sua elezione al pontificato, ovvero nel giungo 2013, gli abusi sessuali su minori commessi dall’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick, al quale recentemente il Papa ha tolto la porpora.

    Secondo Viganò, Francesco “nel caso di McCarrick non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo”.

    Parole durissime e inequivocabili. Ma c’è di più. Viganò mette nero su bianco i nomi di tutti i cardinali e vescovi che, a suo giudizio, si sono resi complici coprendo la pedofilia di McCarrick. La lista è lunghissima. “Vescovi e sacerdoti, – scrive il nunzio apostolico – abusando della loro autorità, hanno commesso criminiorrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati”.

    Nelle parole di Viganò, che ripercorre in maniera precisa tutti gli avvenimenti del caso McCarrick, si legge anche, però, il suo forte risentimento per essere stato allontanato da Roma da Benedetto XVI per volontà del cardinale Bertone con il quale era entrato in forte contrasto. Il diplomatico, infatti, come è emerso quando furono pubblicati alcuni documenti riservati di Ratzinger nello scandalo Vatileaks 1, nutriva la certezza che sarebbe diventato cardinale presidente del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Un desiderio che neanche Francesco ha esaudito limitandosi a mandarlo nel 2016 al compimento dell’età canonica delle dimissioni.

    Nel suo atto di accusa il diplomatico rivela che già “Papa Benedetto aveva comminato al cardinale McCarrick sanzioni simili a quelle ora inflittegli da Papa Francesco: il cardinale doveva lasciare il seminario in cui abitava, gli veniva proibito di celebrare in pubblico, di partecipare a pubbliche riunioni, di dare conferenze, di viaggiare, con obbligo di dedicarsi ad una vita di preghiera e di penitenza”. Sanzioni, però, che, come l’ex nunzio negli Usa riporta di aver costatato personalmente, non erano state minimamente rispettate. “Papa Francesco – scrive Viganò – ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il Papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto Papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga”.

    La lettera di Viganò arriva mentre il Papa è in Irlanda dove, nel 2010, scoppiò in modo sconvolgente lo scandalo della pedofilia del clero. Una vicenda talmente grave che fu perfino chiusa per 4 anni l’ambasciata della Santa Sede nel Paese, poi riaperta nel 2014. Francesco, sulla scia della lettera che aveva scritto nel 2010 Benedetto XVI ai cattolici irlandesi, ha voluto chiedere perdono per “il fallimento delle autorità ecclesiastiche, vescovi, superiori religiosi, sacerdoti e altri, nell’affrontare adeguatamente questi crimini ripugnanti che ha giustamente suscitato indignazione e rimane causa di sofferenza e di vergogna per la comunità cattolica”.

    Proprio alla vigilia del viaggio, Bergoglio, che in Irlanda ha incontrato anche 8 vittime degli abusi, aveva indirizzato una lettera ai fedeli di tutto il mondo sulla piaga della pedofilia del clero. Lettera scritta di getto dopo l’ennesimo scandalo avvenuto proprio negli Stati Uniti, in Pennsylvania, dove 301 sacerdoti hanno abusato di oltre mille minori dagli anni ’40 in poi.

    Non a caso, Viganò scrive che “ora negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale. Occorre sradicare le reti di omosessuali esistenti nella Chiesa”.

    Da qui l’appello del diplomatico vaticano: “Imploro tutti, in particolare i vescovi, a rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza”. E aggiunge: “Voglio ricordare questa verità indefettibile della santità della Chiesa ai tanti che sono rimasti così profondamente scandalizzati degli abominevoli e sacrileghi comportamenti del già arcivescovo di Washington, Theodore McCarrick, dalla grave, sconcertante e peccaminosa condotta di Papa Francesco e dall’omertà di tanti pastori, e che sono tentati di abbandonare la Chiesa deturpata da tante ignominie”.

    @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/26/pedofilia-monsignor-vigano-papa-francesco-si-dimetta-ha-seguito-consigli-dei-perversi-e-operato-il-male/4582449/

  • La fine del silenzio delle vittime della pedofilia della Chiesa cattolica italiana

    La fine del silenzio delle vittime della pedofilia della Chiesa cattolica italiana

    ANA MARQUES MAIA

    Francesco. Diego. Emilio. Roberta. Hanno un nome, hanno una faccia. Sono stati vittime di pedofilia da parte del clero italiano ed hanno condiviso le loro storie con il fotografo Tommaso Clavarino, che li ha riuniti nel progetto Confiteor (Io confesso), un documento che vuole causare disagio.

    Il fotografo italiano Tomaso Clavarino è interessato a soggetti controversi, poco documentati, difficili da tradurre in immagine. Per questo motivo, ha deciso di concentrarsi sul tema della pedofilia in un contesto ecclesiastico in Italia. L’influenza del Vaticano su Roma, che il fotografo dice: “contaminare tutti i livelli della società italiana”, fa sì che la cosa abbia poca presenza nei media del paese – una tendenza che ci piacerebbe infrangere con la pubblicazione del progetto di Confiteor (I Confess) nei media e poi nel formato del fotolibro. Decine di casi e testimonianze di vittime di atti di pedofilia da parte dei membri del clero saranno raccolte in un documento che desidera causare disordini all’interno della società italiana e il Vaticano.

    “Era il prezzo da pagare per l’affetto”

    Francesco Zanardi aveva 12 anni quando ha subito il primo abuso sessuale. “Siamo andati tutti nella stessa parrocchia di Savona”, ha detto al fotografo italiano. “Eravamo tre ragazzi e venivamo tutti da famiglie non strutturate: c’erano quelli che non avevano un padre, che avevano una madre alcolizzata; io non avevo né uno nè l’altro “. I minori erano accolti della chiesa locale e il prete li portava regolarmente al campo. “Era normale pernottare e lui ci ha chiesto di dormire con lui. Pensavamo che fosse il prezzo che dovevamo pagare per l’affetto che ci dava. Dopotutto, ci ha dato una famiglia, ci ha ascoltato, ci ha trattato come se fosse nostro padre …  noi che non avevamo nessuno … “

    Per anni, Francesco visse “con la vergogna di questi ricordi”. “Ancora oggi”, aggiunge, “alcune vittime considerano sbagliato denunciarlo perché ci ha amato, anche se in modo distruttivo; perché ci ha dato l’affetto che un ragazzo ha bisogno per crescere “. Francesco ha mantenuto il segreto di questo passato per 30 anni ma, nel 2009, dopo aver condiviso la storia con un amico, ha deciso di renderlo pubblico. “Oltre a riferire il suo caso alle autorità, Francesco ha fondato l’associazione Rete L’Abuso, che descrive come” un gruppo di attivisti volontari, vittime e professionisti “, che si dedicano a segnalare casi di abuso violenza sessuale perpetrata dai sacerdoti della Chiesa cattolica e alla protezione legale e psicologica delle vittime.

    Senza l’aiuto di Francesco e del suo voluminoso archivio di casi in Italia negli ultimi decenni, il progetto fotografico Confiteor (I Confess) non avrebbe mai conosciuto la luce del giorno. Tomaso Clavarino ha detto a P3, tramite Skype, che ha dedicato due anni e mezzo di lavoro continuo al lavoro che sta pubblicando per la prima volta su un supporto di comunicazione sociale. “Non è stato facile trovare vittime di abusi ed è stato ancora più difficile convincerli a partecipare”, ha affermato. “Non si fidano delle persone, per non parlare di fotografi e giornalisti. Si vergognano, hanno paura, non vogliono rivivere o condividere i loro ricordi. In molti casi, anche la stessa famiglia non conosce il loro passato. “

    Clavarino ha fatto decine di contatti per poter dare forma al suo progetto. “In ogni dieci persone, in media solo tre hanno accettato di partecipare.” Il primo ritratto è stato Francesco. “Dopo gli abusi sessuali di cui era stato vittima, ha iniziato a usare droghe. È una fuga comune tra le vittime della pedofilia “, dice il fotografo. Tossicodipendenza, alcolismo, depressione, tentativi di suicidio sono alcune delle conseguenze a lungo termine dell’abuso sessuale infantile.

    Diego, ad esempio, anche lui vittima di pedofilia da un membro della Chiesa cattolica italiana, prende un “cocktail di compresse antidepressive al giorno” e nessuno di questi è in grado di liberarlo dai sintomi del dolore. Non c’è lavoro. “Le sue condizioni cliniche hanno fatto sì che gli fosse ritirato il porto d’armi, uno strumento necessario per l’adempimento della sua funzione, quello della guardia privata”, spiega il fotografo. “Nella vita delle persone, tutti gli eventi sono intrecciati. Le cicatrici dell’abuso sessuale infantile non scompaiono mai “.

    “L’abbraccio è diventato una porta chiusa”

    Emilio ha lo stesso sogno ogni notte: “La mano pelosa del prete lo afferra e lo porta in una stanza buia”. È cresciuto in Calabria, nel sud Italia, in una piccola città di montagna, con il sogno di diventare un giorno un prete. È stato in seminario che ha incontrato il suo aggressore. “È stato il primo insegnante a prestare maggiore attenzione ai bambini”, ha detto Emilio al fotografo. “L’attenzione si è trasformata in un abbraccio e l’abbraccio è diventato una porta chiusa di notte”.

    Emilio era solo uno dei tanti ragazzi che il sacerdote segretamente visitava. “Ci sono molte vittime che mi raccontano di preti che li hanno abusati come persone molto importanti nella loro vita”, spiega il fotografo. “Per il bambino, è bello essere tra i preferiti del sacerdote, è qualcosa che lo rende felice. Significa che puoi andare a casa sua, guardare la TV in sua compagnia. Forse il prete li ha persino nominati il suo capitano o capitana di una partita di calcio. C’è un gioco di potere, di privilegio, stabilito nel tempo tra il prete e il minore.”

    “L’abuso sessuale che sorge nella relazione costituisce un atto di violenza fisica, sì, perché il contatto è fisico, ma la violenza psicologica alla base di quell’atto è ugualmente rilevante. È particolarmente seria perché i bambini si fidano di quest’uomo. Oltre l’abuso sessuale, vengono traditi. E quando viene da qualcuno che è spesso il sostituto del padre o della madre, il danno diventa esponenziale. È molto importante non dimenticarlo. “

    “Il lupo caccia sempre le pecore più deboli”

    Secondo la ricerca di Tommaso Clavarino, ci sono tratti comuni tra tutte le vittime di abusi sessuali che ha conosciuto: “All’epoca erano bambini poveri che vivevano in piccoli villaggi o villaggi dove la Chiesa e il sacerdote giocavano ancora un ruolo di grande rilevanza sociale “.

    “Quando penso in questi casi, ricordo sempre la storia che i miei genitori mi hanno detto da bambino sulle pecore e il lupo” racconta. “Il lupo caccia sempre le pecore più deboli della mandria, dicevano. I bambini più poveri, quelli meno istruiti, che hann una storia di problemi familiari, in questo contesto verranno sempre scelti.  La ragione è semplice:” Perché è più facile “. Nei villaggi e borghi italiani,” il sacerdote è una delle persone più importanti della comunità “, afferma il fotografo. “Attraverso l’istituzione, distribuisce beni per le famiglie, li aiuta. Inoltre, gode di uno status che facilita la loro integrazione : E ‘una persona di benvenuto nei pranzi domenicali, è l’illustre ospite di un pranzo di Natale “e lascia un avvertimento:” A volte, le persone sanno che il prete è il ‘lupo’, ma non possono – o non vogliono – cacciarlo fuori perché i legami creati con esso sono troppo importanti. Ci sono casi in cui la Comunità è, infatti, consapevole degli abusi, ma sceglie di non vedere, non sentire, non reagire. Perché è meglio per tutti che non cambi nulla. “Il fattore economico può essere decisivo nel seno di una comunità svantaggiata. “E ‘più facile per un prete pedofilo ‘cacciare’ in questo ambiente che nel bel mezzo della alta società di Milano, dove non c’è necessità e dove i fedeli non dipendono dalla Chiesa o dal rapporto con il sacerdote in alcun modo.”

    Roberta, una siciliana di Augusta – una città che Clavarino ha definito “difficile” – aveva 16 anni quando è stata vittima di abusi sessuali. “È stata violentata all’interno della chiesa dal prete”, ha detto Tomaso. “Ha deciso di andare alla polizia per denunciarlo. La polizia ha suggerito di portare con sé una telecamera nascosta e filmare il nuovo abuso. Lo ha fatto. Il prete è stato arrestato “. Quello che è successo al suo arresto è stato inaspettato. “La comunità di Augusta ha isolato Roberta, l’ha disprezzata. È stata la sua stessa famiglia a dare il via ad una manifestazione di sostegno del sacerdote. La gente le gridava per strada che era una prostituta, che aveva denunciato il prete per soldi. Questo è un caso illustrativo del sostegno che un sacerdote colpevole può ricevere da una comunità. E dagli effetti collaterali imprevisti che possono derivare da una denuncia, per una vittima di abusi sessuali “.

    “Essere un prete aiuta a non essere arrestato”

    Tommaso Clavarino non sa se essere un prete è un vantaggio per un molestatore sessuale, ma è sicuro che “essere un prete aiuta a non essere arrestato” quando commette tali crimini. Il potere economico della Chiesa e del Vaticano è, secondo il fotografo, un fattore importante ma non sempre decisivo. “Il potere finanziario determina la qualità della difesa”, spiega. “E quando dico che le vittime provengono da ambienti socio-economici svantaggiati, significa che non hanno mezzi per sostenere le spese di una difesa forte e competente. Gli avvocati d’ufficio sono quasi sempre assegnati alle vittime e il risultato è prevedibile “.

    Ma, in realtà, pochi casi arrivano nei tribunali italiani. Perché? “Perchè la Chiesa, l’istituzione, è la prima ad essere informata quando accade un caso di pedofilia che coinvolge un religioso in Italia.” Secondo l’accordo tra lo Stato italiano e la Santa Sede nel 1984 (addendum al punto 2 , comma b), “la Repubblica italiana provvede affinché l’autorità giudiziaria comunichi all’autorità ecclesiastica dell’area in cui si svolgono i procedimenti penali contro gli ecclesiastici”. Questo preavviso con l’azione impostata dal documento rilasciato dal Vaticano nel 1962, dal titolo Crimen Sollicitationis – un documento inviato a tutti i vescovi italiani che indica il modus operandi in casi cattiva condotta sessuale da parte dei membri del clero -, ostacola il progresso del processo giudiziario. “Quello che succede di solito è che il prete viene trasferito in un altro distretto. Di solito è collocato in un’altra città, dove non è conosciuto. Tuttavia, il nuovo parroco e gli altri membri della Chiesa intervengono per convincere la vittima a ritirare la denuncia o per dissuaderli dal fare la denuncia, anche ricorrendo ad un risarcimento monetario in cambio del silenzio. “

    La dichiarazione del fotografo è corroborata dal rapporto del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, pubblicato il 25 febbraio 2014, nel quale si afferma che, nel contesto in questione, “i bambini e le loro famiglie erano spesso accusate e screditate dalle autorità religiose, scoraggiate dal presentare una denuncia e, in alcuni casi, umiliate pubblicamente “. “Il silenzio e la riservatezza sono imposte alle vittime e alle loro famiglie come precondizione per il risarcimento finanziario”.

    Casi “volontariamente dimenticati”

    Nel caso in cui il processo sia strettamente interno – quando il bambino e la famiglia comunicano solo con l’istituzione ecclesiastica e non con le autorità civili – la possibilità di lasciare il parroco della sua professione o il verificarsi di una punizione può diventare ancora più remota. Il summenzionato rapporto delle Nazioni Unite afferma che “grazie a un codice di silenzio imposto [dalla Santa Sede] a tutti i membri del clero – a pena di scomunica – i casi di abusi sessuali su minori sono stati segnalati raramente alle autorità dei paesi in cui sono stati commessi i crimini “. “Al contrario”, continua, “ci sono stati casi di suore e preti che sono stati ostracizzati, retrocessi, allontanati dall’istituzione, per non aver rispettato l’obbligo del silenzio; così come ci sono stati casi di sacerdoti che sono stati congratulati o premiati per aver rifiutato di denunciare i loro colleghi violentatori sessuali “.

    Le Nazioni Unite accusano anche la Santa Sede di ” dare sistematicamente priorità alla conservazione della reputazione della Chiesa e del presunto autore del reato a scapito dell’interesse e della protezione delle vittime minorenni [degli abusi sessuali]”.

    C’è un altro fattore nel diritto italiano che è un deterrente alla denuncia e che riguarda lo statuto delle limitazioni. “Molte delle vittime capiscono quello che è successo solo quando sono adulti. Capiscono di essere stati vittime di un atto criminale solo molti anni dopo il verificarsi dell’evento. In molti casi, il coraggio e la volontà di denunciare questi crimini vanno contro la legge italiana, che ritiene che, dopo 20 anni, un atto di pedofilia smette di essere un crimine.

    “In Italia ci sono materie intoccabili”

    Secondo l’autore di Confiteor (I Confess), i media italiani sono condizionati a trattare “attentamente” tutte le questioni che coinvolgono la Chiesa e il Vaticano, motivo per cui in così tanti paesi già “esploderanno scandali” legati alla pedofilia e la Chiesa cattolica e in Italia c’è il silenzio. “Esiste una sorta di censura più profonda e complessa di un divieto”, afferma Tommaso Clavarino. “Fa parte della cultura italiana. È inscritto subliminalmente nel nostro modo di pensare, come se il suo adempimento dipendesse dalla nostra stabilità sociale. In Italia, ci sono questioni che sono intoccabili. È così che si vive da secoli. “

    In 10 anni (tra il 2004 e il 2014), “il Vaticano ha ricevuto oltre 3.400 denunce credibili di abusi sessuali su minori”, ha detto l’osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, Silvano Maria Tomasi, nel maggio 2014 davanti al comitato di organizzazione mondiale. “Solo nel 2013 sono stati segnalati 401 casi”.

    Nel luglio 2015, Papa Francisco avrebbe raccontato al controverso giornalista di La Repubblica Eugenio Scalfari, in una conversazione informale, che “il due percento dei pedofili sono preti, vescovi e cardinali”. L’affermazione non sarebbe mai contestata o corretta dal pontefice; il Vaticano doveva pronunciarsi ufficialmente poche ore dopo la pubblicazione del notiziario: “Le frasi che Scalfari attribuisce al Papa, che sono poste tra virgolette, sono un prodotto della sua memoria [della conversazione che hanno tenuto] e non di una trascrizione accurata o di una registrazione. “

    Confiteor (I Confess), ancora in formato modello, può essere ordinato dal sito Web dell’editrice Zine Tonic Editions. Il progetto, che non è ancora terminato, è stato recentemente premiato dal Festival di fotografia di Atene, il Festival europeo della fotografia (Italia) ed è stato proiettato nella settimana di apertura degli incontri fotografici di Arles nel luglio 2018. Di recente è stato vincitore del Zine Tonic Dummy Award e del Voglino Young Talent Award in Italia. Il fotografo torinese ha già ricevuto una borsa di studio dal Pulitzer Center su Crisis Reporting e il suo lavoro è già stato pubblicato su giornali e riviste di tutto il mondo, come The Atlantic, Der Spiegel, Al Jazeera, The Guardian, Courrier International, PUBLIC, Newsweek Japan , La Repubblica, tra gli altri.

    Casi di pedofilia in altri paesi

    Australia, 2017. In un’indagine iniziata nel 2013, la Commissione reale australiana sulle risposte istituzionali all’abuso sessuale di bambini ha rivelato che 4444 bambini sono stati oggetto di abusi sessuali in più di 1.000 istituzioni della Chiesa cattolica in tutta l’Australia tra il 1950 e il 2010 Ha anche concluso che il 7% dei preti cattolici nel paese ha commesso atti di pedofilia.

    Paesi Bassi, 2011. Una commissione d’inchiesta indipendente ha concluso che tra il 1945 e il 2010 “più di 20.000 minori sono stati abusati da 800 sacerdoti della Chiesa cattolica olandese”.

    Irlanda, 2009. Dopo tre anni di inchiesta, la Commissione dell’Arcidiocesi di Dublino ha concluso che la Chiesa cattolica irlandese aveva tentato di nascondere migliaia di casi di pedofilia perpetrati dai sacerdoti dell’istituzione tra il 1975 e il 2004.

    Stati Uniti, 2004. Un rapporto pubblicato il 27 febbraio riporta l’esistenza di oltre 11.000 accuse di abusi sessuali su minori da parte di 4450 preti della Chiesa cattolica – circa il 4% dei 110.000 sacerdoti che hanno prestato servizio tra il 1950 e il 1950 nel paese.

    https://www.publico.pt/2018/08/05/p3/noticia/o-fim-do-silencio-das-vitimas-de-pedofilia-da-igreja-catolica-italiana-1836142

  • I vescovi Usa: “Rabbia per gli abusi, vergogna per le mancanze della Chiesa”

    I vescovi Usa: “Rabbia per gli abusi, vergogna per le mancanze della Chiesa”

    Nota della Conferenza episcopale statunitense dopo il caso McCarrick: «Le vittime si facciano avanti. In un modo o nell’altro siamo determinati a trovare la verità»

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Le accuse contro l’arcivescovo Theodore McCarrick rivelano una grave mancanza morale all’interno della Chiesa e provocano da parte di noi vescovi rabbia, tristezza e vergogna. Ciò costringe noi vescovi a chiedere cosa si potrebbe fare di più per proteggere il popolo di Dio». Mea culpa dell’episcopato statunitense a pochi giorni dalle clamorose dimissioni di sabato scorso dell’88enne arcivescovo emerito di Washington al quale Papa Francesco ha tolto la porpora dopo le accuse di aver abusato in passato di minori.

    Una vicenda turbolenta, esplosa a giugno con la rimozione di McCarrick da ogni ministero pubblico , e che in queste settimane ha suscitato un vespaio di polemiche da parte dei media Usa che accusano la Chiesa di aver insabbiato i crimini del porporato, figura influente nel panorama ecclesiastico e sociale americano – crimini di cui peraltro si parlava già da decenni nelle diocesi di Metuchen e Newark dove era stato pastore – e di mancare totalmente di una strategia nella lotta agli abusi.

    I vescovi incassano le critiche e loro stessi ammettono «manchevolezze della Chiesa a tutela del popolo di Dio» nella nota diffusa nelle scorse ore e firmata dal presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Daniel N. DiNardo. Nel testo i presuli rivolgono a loro stessi i quesiti che molti – dalle autorità civili ai semplici fedeli – si pongono in queste ore: «Gli insuccessi da parte della Chiesa sollevano domande serie. Perché queste accuse di peccato contro la castità e la dignità umana non sono state rivelate quando sono state portate a conoscenza per la prima volta ai funzionari della Chiesa? Perché questa situazione non è stata affrontata decenni prima e con giustizia?». Da qui un’altra domanda, quasi un esame di coscienza per le gerarchie ecclesiali: «Che cosa devono fare i nostri seminari per proteggere la libertà di discernere una vocazione sacerdotale senza essere oggetto di abuso di potere?».

    Sul caso specifico di McCarrick, DiNardo sottolinea che l’arcivescovo «dovrà giustamente affrontare il giudizio di un processo canonico riguardante le accuse contro di lui, ma ci sono anche dei passi che dovremmo compiere come Chiesa qui negli Stati Uniti». A riguardo, il presidente dei vescovi annuncia di aver convocato il Comitato esecutivo della Conferenza episcopale Usa, per un primo incontro che si estenderà con la riunione del Comitato amministrativo a settembre e con l’Assemblea generale a novembre. Tutti appuntamenti «orientati a discernere la giusta linea d’azione per l’episcopato».

    In tal senso DiNardo indica quattro «punti importanti»: anzitutto richiama i vescovi a «prepararsi a rispondere con compassione e giustizia a chiunque sia stato vittima di abusi sessuali o molestato da qualcuno nella Chiesa. Dovremo fare tutto il possibile per accompagnarli». Poi, assicura che «la Conferenza episcopale per quello che concerne la sua autorità seguirà le numerose questioni che riguardano il comportamento dell’arcivescovo McCarrick». E «dove tale autorità troverà i suoi limiti, l’episcopato sosterrà coloro che hanno l’autorità».

    Infine il presidente dell’episcopato si rivolge direttamente alle vittime di molestie o violenze da parte di qualche membro del clero: «Fatevi avanti», esorta. «In un modo o nell’altro – conclude il cardinale – siamo determinati a trovare la verità. Infine, noi vescovi siamo convinti che una conversione spirituale sia necessaria mentre cerchiamo di ristabilire la giusta relazione tra noi e il Signore. La strada da percorrere deve coinvolgere la presa di coscienza dai peccati del passato».

    http://www.lastampa.it/2018/08/02/vaticaninsider/i-vescovi-usa-rabbia-e-tristezza-per-gli-abusi-vergogna-per-le-mancanze-della-chiesa-T5r0BTrxIEgds1YQkQdh9K/pagina.html

  • Dal cardinale McCarrick al Cile: si allarga lo scandalo pedofilia

    Dal cardinale McCarrick al Cile: si allarga lo scandalo pedofilia

    L’ex arcivescovo di Washington accusato di abusi su minori verso il processo canonico. Il cardinale asutraliano Wilson rinuncia alla carica. Mentre fa scalpore il filone sudamericano. 

    iù che tolleranza zero nei confronti di chi abusa, nella Chiesa ha prevalso, per lungo tempo, un meccanismo di occultamento costante dei colpevoli delle aggressioni sessuali contro i minori. Un ingranaggio fatto di coperture e complicità che, pur essendo stato colpito negli ultimi anni da una generale presa di coscienza delle gerarchie ecclesiastiche a seguito di imponenti campagne mediatiche, sembra aver infine subito una ulteriore stretta negli ultimi mesi. Il 30 luglio papa Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Adelaide, in Australia, di monsignor Philip Edward Wilson condannato il 3 luglio scorso a 12 mesi di carcere per aver coperto alcuni abusi sessuali su minori perpetrati da un sacerdote suo collega negli Anni 70.

    LA RINUNCIA ALLA PORPORA CARDINALIZIA DI MCCARRICK

    Sempre in questa direzione va la rinuncia alla porpora cardinalizia dell’ex arcivescovo di Washington (2000-2006), Theodore McCarrick, accompagnata dall’obbligo – stabilito dal papa – «di rimanere in una casa che gli verrà indicata, per una vita di preghiera e di penitenza, fino a quando le accuse che gli vengono rivolte siano chiarite dal regolare processo canonico». L’ormai ex cardinale, per lunghi anni una delle personalità più influenti della Chiesa americana, è sotto indagine in seguito alla denuncia presentata contro di lui per abusi sessuali su un minore che avrebbe commesso 45 anni fa nella diocesi di New York quando ancora era un semplice prete. Una commissione d’indagine della stessa diocesi ha riconosciuto «fondate e credibili» le accuse rivoltegli.

    LE DENUNCE INASCOLTATE DI PADRE RAMSEY

    Successivamente, tuttavia, è emerso un quadro assai più complesso: McCarrick, passato attraverso diverse diocesi degli Stati Uniti nel corso della sua carriera, era in realtà ‘noto’ in vari ambienti ecclesiastici per comportamenti scorretti – sotto il profilo sessuale – con adulti, seminaristi, ragazzi. Un altro capitolo riguarda poi il modo in cui lui stesso ha trattato i casi di pedofilia accaduti sotto il suo governo nei vari incarichi che ha ricoperto. Non solo, sono pure emersi i tentativi interni alla Chiesa di fermare la carriera di McCarrick: sia la nunziatura negli Stati Uniti che lo stesso Vaticano vennero avvertiti dei comportamenti e degli abusi commessi dall’arcivescovo quando quest’ultimo venne nominato da Giovanni Paolo II, nel 2000, alla guida della strategica diocesi di Washington. A mettere nero su bianco la denuncia fu un sacerdote, padre Boniface Ramsey, come riportato dalla stampa americana, che non esitò a lanciare l’allarme, ma la cosa non ebbe alcun seguito.

    L’ALLONTANAMENTO E IL PROCESSO CANONICO

    Nelle ultime settimane, il caso McCarrick è diventato per i media e l’opinione pubblica d’Oltreoceano, l’ennesimo episodio di questa infinta galleria degli orrori che ha scosso la Chiesa statunitense; la novità, tuttavia, è costituita dal fatto che, questa volta, la denuncia è arrivata dall’interno delle stesse diocesi coinvolte, un segnale importante. Da qui, del resto, i primi provvedimenti presi dal Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, nei confronti dell’arcivescovo emerito di Washington cui veniva indicato di non esercitare più pubblicamente il proprio ministero sacerdotale. Quindi, il 28 luglio, il provvedimento più duro con pochi precedenti nella storia: le dimissioni da cardinale. Tutto bene? Quasi: perché McCarrick – che in ogni caso si è sempre dichiarato innocente – ha ormai 88 anni e in base alla legge della Chiesa i porporati che superano gli 80 anni non possono più votare in un eventuale conclave. Resta comunque il clamoroso allontanamento dal sacro collegio, la perdita dello status. Ora ci sarà un processo canonico.

    MEMBRI DEL COLLEGIO CARDINALIZIO NEL MIRINO

    La vicenda americana ha una sua gravità incontestabile: negli Stati Uniti, infatti, una ventina di anni fa è scoppiato sotto forma di bomba mediatica lo scandalo degli abusi sui minori da parte del clero provocando un terremoto le cui conseguenze nefaste per la credibilità della Chiesa sono tuttora vive. Da allora di acqua ne è passata sotto i ponti, e certamente l’episcopato americano ha reagito, stabilito procedure, adottato politiche nuove, costituito commissioni d’indagine interne. Molto è stato fatto anche dalla Santa Sede. E però il bubbone ha radici profonde nella Chiesa: col passare del tempo, infatti, i nuovi casi che vengono alla luce sempre più frequentemente coinvolgono, per responsabilità dirette o indirette (gli insabbiamenti), membri del collegio cardinalizio.

    IL CASO DEL CARDINAL PELL SCUOTE L’AUSTRALIA

    Non è una buona notizia per la Chiesa che proprio su un terreno tanto drammatico e complesso (anche sotto il profilo dei comportamenti sessuali, della morale, della disciplina) non sembra trovare – almeno per ora – una soluzione alla vicenda, e probabilmente sarà ancora così per diverso tempo. Si tenga presente che in Australia oltre alla rinuncia di Wilson, è sotto processo l’ex prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano, il cardinale George Pell, anche lui indagato per episodi avvenuti qualche decennio addietro. Lo stesso Pell era stato chiamato in causa da almeno due commissioni d’indagine governative australiane sugli abusi sui minori per aver coperto e insabbiato alcuni episodi gravi in passato. La vicenda di McCarrick, tuttavia – come altre simili – dimostra quanto l’omertà e il silenzio siano durati, e quanto sia stato difficile e faticoso romperli.

    IL FILONE CILENO: IL CASO JARADIMA ED EZZATI

    Lo stesso, del resto, è avvenuto con il filone cileno dello scandalo pedofilia, nato intorno alle coperture che il vescovo Juan Barros aveva dato agli abusi commessi da un prete influente e legato al potere, Fernando Karadima (leggi anche: abusi su minori, i fantasmi cileni che tormentano Francesco). Il papa, in un primo tempo, ha difeso Barros, poi è tornato sui suoi passi, ha ammesso di essersi sbagliato, ha fatto compiere nuove indagini su questo e altri simili accaduti in Cile e infine nel Paese sudamericano si è aperto un vaso di Pandora di vicende oscure. In questo caso giustizia civile e canonica si sono incrociate e lo faranno ancora. Da ultimo la Procura ha indagato il cardinale Ricardo Ezzati, arcivescovo di Santiago del Cile, per non aver denunciato i gravissimi reati di stupro commessi da un sacerdote, Oscar Munoz, suo stretto collaboratore. L’ipotesi di reato – perché di questo si tratta – è di nuovo quella che l’arcivescovo abbia coperto i reati. Fra l’altro la giustizia cilena chiederà al Vaticano gli atti delle indagini condotte dagli inviati del papa in questi mesi.

    DAL 1960, 158 MEMBRI DEL CLERO SOTTO INCHIESTA E 267 VITTIME

    Si tenga presente che nel Paese sudamericano sono aperte numerose indagini per abusi sui minori: in un arco temporale, ha spiegato di recente la Procura generale cilena, che va dal 1960 a oggi, un totale di 158 membri del clero sono finiti sotto inchiesta fra sacerdoti, vescovi, diaconi, religiosi appartenenti a ordini o congregazioni. Le vittime identificate sono 267, di queste 178 bambini e adolescenti. Il Cile, insomma, sembra avviato ad accodarsi a quel gruppo di altri Paesi in cui lo scandalo ha avuto dimensioni enormi: gli Stati Uniti, appunto, poi l’Irlanda e l’Australia. La rivista dei gesuiti America ha scritto sul caso McCarrick un severo editoriale nel quale ha chiesto alla leadership della Chiesa di assumersi ogni responsabilità, cosa che fino a ora non ha fatto, senza scaricare le responsabilità sulla «cattiva stampa» ma cercando di promuovere davvero «una cultura nella quale le vittime di abusi e molestie vengano sostenute nella loro decisione di affrontare coloro che le hanno maltrattate». Al contempo ha invitato l’opinione pubblica cattolica, includendo se stessa, a non esitare più di fronte a questa vicenda.

  • Abusi, il Papa accetta le dimissioni di McCarrick: non è più cardinale

    Abusi, il Papa accetta le dimissioni di McCarrick: non è più cardinale

    Pervenuta ieri sera al Pontefice la lettera rinuncia dell’arcivescovo emerito di Washington. Sospeso da ogni ministero pubblico, condurrà una vita di preghiera e penitenza fino a quando le accuse rivoltegli non saranno chiarite nel processo canonico

    SALVATORE CERNUZIO

    CITTÀ DEL VATICANO

    Theodore McCarrick non è più cardinale. Dopo le accuse di abusi su minorenni, l’88enne arcivescovo emerito di Washington, tra le più influenti figure della Chiesa negli Stati Uniti, ha presentato al Papa la rinuncia da membro del Collegio Cardinalizio. Francesco ha accettato le dimissioni. È la Sala Stampa vaticana a riferirlo con un comunicato – anticipato in mattinata da una breve nota della Conferenza episcopale americana (Usccb) – in cui si spiega che la lettera di rinuncia di McCarrick è pervenuta al Papa nella serata di ieri, 27 luglio.

    «Papa Francesco – si legge nel comunicato – ne ha accettato le dimissioni da cardinale ed ha disposto la sua sospensione dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico, insieme all’obbligo di rimanere in una casa che gli verrà indicata, per una vita di preghiera e di penitenza, fino a quando le accuse che gli vengono rivolte siano chiarite dal regolare processo canonico».

    Lo scorso 20 giugno il porporato, era stato rimosso dal ministero pubblico dopo l’accusa di aver violentato un adolescente 45 anni fa mentre era sacerdote a New York , dove nel 1977 divenne vescovo ausiliare. Arcivescovo di Metuchen e di Newark, entrambe nel New Jersey, fino al 2000, anno in cui fu scelto alla guida della diocesi della capitale federale americana da Giovanni Paolo II che l’anno dopo lo creò cardinale, McCarrick era stato in passato già al centro di polemiche, quasi sempre rimaste sopite, per essere coinvolto in relazioni sessuali con adulti. 

    Alcune fonti consultate da Vatican Insider rivelano che in tanti, soprattutto nelle due diocesi del New Jersey, già dagli anni Novanta erano a conoscenza di alcuni comportamenti sconvenienti del cardinale nei confronti di seminaristi più giovani, ai quali chiedeva di accompagnarlo nelle sue trasferte negli Usa o in Europa o in gruppo dentro ad appartamenti. McCarrick – ci riferiscono – in alcune occasioni avrebbe avanzato richieste esplicite di prestazioni sessuali a giovani maggiorenni, approfittando del suo ruolo di potere. Le vittime, oltre ai seminaristi, sarebbero anche componenti di famiglie che il prelato frequentava abitualmente tanto da chiamarlo “zio Ted”. In particolare, i media statunitensi riferivano il mese scorso di un report che conteneva la testimonianza di un uomo abusato dal cardinale quando aveva 11 anni, le violenze sarebbero proseguite per i successivi vent’anni.

    Lo stesso cardinale Joseph Tobin, attuale arcivescovo di Newark, nella nota di giugno pubblicata sul sito della diocesi in cui annunciava la sospensione di McCarrick, affermava che: «In passato, ci sono state accuse secondo le quali egli che era coinvolto in relazioni sessuali con adulti. Questa arcidiocesi e la diocesi di Metuchen hanno ricevuto tre accuse di cattiva condotta sessuale con adulti decenni fa; due di queste accuse hanno portato a dei risarcimenti».

    Nella stessa occasione, l’arcivescovo di New York, il cardinale Timothy Dolan, affermava che l’accusa di abusi di giugno nei confronti del cardinale era stata «la prima segnalazione di una violazione della Carta per la protezione dei bambini e dei giovani mai fatta contro di lui di cui l’arcidiocesi sia a conoscenza». I risultati dell’indagine erano stati forniti all’Arcidiocesan Review Board, un gruppo di professionisti tra giuristi, esperti di forze dell’ordine, genitori, psicologi, un prete e una religiosa: tutto il comitato aveva ritenuto «le affermazioni credibili e fondate».

    Non sono pochi i vescovi americani che, interpellati in queste settimane, hanno affermato di non esser mai venuti a conoscenza né di aver mai sospettato della cattiva condotta dell’arcivescovo. Anche il cardinale Kevin Farrell, vescovo ausiliare di McCarrick a Washington nei primi anni 2000, ora prefetto del Dicastero per laici, famiglia e vita, in una intervista al Catholic News Service ha affermato di non aver avuto «nessun indizio» a riguardo, «nessuno, in nessun modo».

    Da parte sua McCarrick ha sempre dichiarato la propria innocenza, dicendo di non avere memoria dell’abuso di cui era stato accusato in quanto sarebbe avvenuto quasi mezzo secolo fa, ma di essere pronto a collaborare con le indagini e di accettare «con obbedienza» la decisione della Santa Sede a non esercitare più alcun ministero pubblico. Dopo un mese di infuocate polemiche, specie sui media statunitensi, il porporato ha deciso lui stesso di rinunciare al posto all’interno del Collegio cardinalizio, dove rientrava nel gruppo di cardinali non elettori in caso di eventuale Conclave.

    È di pochi giorni fa la nota firmata dal cardinale di Boston Sean O’Malley su McCarrick , nella quale il presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei minori, stretto collaboratore del Papa come membro del C9, affermavano che considerando il caso dell’arcivescovo emerito di Washington «le scuse non bastano», ma che esso offre l’occasione per ribadire l’urgenza di individuare procedure chiare e definite riguardanti le accuse di abusi sessuali a carico di vescovi e cardinali.

    Non si ha memoria recente di un caso di rinuncia di un cardinale per casi legati ad abusi. L’unica effettiva dimissione di un porporato risale al 1927, novantuno anni fa, quando il francese Louis Billot depose la porpora ma per disaccordi di natura “politica” con Pio XI, noto anche per la sua severità nei confronti dei suoi collaboratori.

    Ben diversa anche la vicenda del cardinale scozzese Keith O’Brien, il quale alla vigilia del Conclave del 2013 che elesse Bergoglio, aveva presentato la «rinuncia ai diritti e alle prerogative del cardinalato» dopo esser stato accusato ed aver lui stesso confessato violenze sessuali su tre sacerdoti e un ex seminarista negli anni Ottanta e Novanta. O’Brien, morto nel marzo 2018, non partecipò al Conclave ma non perse mai il titolo cardinalizio.

    http://www.lastampa.it/2018/07/28/vaticaninsider/mccarrick-non-pi-cardinale-il-papa-accetta-le-dimissioni-dopo-le-accuse-di-abusi-1nAghRGXJJx1wcg14AKPLI/pagina.html