Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Vaticano, Pell e le altre grane giudiziarie della Santa Sede

    Vaticano, Pell e le altre grane giudiziarie della Santa Sede

    Se il tribunale di Melbourne è chiamato a decidere se rinviare o meno a giudizio il porporato accusato di abusi sessuali, a Roma continua il procedimento Caloia. Mentre i bilanci della Santa Sede sono in un limbo. Il punto. 

    nelle mani di una giudice, l’australiana Belinda Wallington del tribunale di Melbourne, Stato di Victoria, almeno un pezzo del futuro delle finanze vaticane. Sarà infatti lei a dover decidere se avrà luogo o meno il processo contro il cardinale George Pell, 76 anni, accusato di aver commesso abusi sessuali su minori nella seconda metà degli Anni 90, quando era arcivescovo di Melbourne, e ancora molti anni prima, all’epoca in cui operava nella diocesi di Ballarat, località di cui è originario.

    LA SEGRETERIA PER L’ECONOMIA SENZA GUIDA. Il fatto è che Pell, fino a poco meno di un anno fa, si trovava alla guida della Segreteria per l’Economia del Vaticano, il nuovo dicastero della Curia romana incaricato di garantire una gestione corretta, trasparente ed efficiente delle risorse finanziarie di ogni organismo della Santa Sede e di chiudere la lunga stagione dell’opacità o, più semplicemente, della confusione finanziaria. Papa Francesco ha spedito il suo ‘ministro’ in Australia a rispondere delle gravi accuse che lo riguardavano, lo ha sospeso dall’incarico senza nominare un sostituto.

    OCCHI PUNTATI AL 17 APRILE. Dal 5 al 29 marzo davanti al Tribunale dello Stato di Victoria, nel frattempo, si sono svolte numerose udienze – in gran parte a porte chiuse – durante le quali sono stati ascoltati più di 50 testimoni e ora si attende la decisione del giudice Wallington. Il 17 aprile accusa e difesa presenteranno le loro conclusioni e successivamente il magistrato dovrà prendere una decisione: o valuterà che vi siano sufficienti elementi per far proseguire il processo, oppure il procedimento si concluderà. Un’ipotesi, quest’ultima, che non è così remota.

    LE CARTE DELLA DIFESA. Le testimonianze contro Pell, che fanno riferimento a fatti molto lontani negli anni, non sempre sono coerenti, ma soprattutto la difesa del cardinale contesta una certa volontà persecutoria nei suoi confronti da parte degli investigatori, tradottasi nell’omissione di elementi che potevano indebolire l’impianto accusatorio. Inoltre, ci sono una serie di testimonianze importanti a favore del cardinale. D’altro canto è pure emerso che un’indagine sull’alto prelato australiano era iniziata già nel 2013, segno che un lungo e complesso lavoro giudiziario è stato portato avanti.

    Pell, per altro, era stato ascoltato negli anni scorsi da una commissione d’inchiesta governativa australiana che ha ricostruito i casi di abusi sessuali sui minori in vari ambiti educativi, compresa la Chiesa. Ne era emerso un quadro sconcertante, in particolare per le responsabilità del clero nell’arco di diversi decenni.

    IL LIBRO SCANDALO. In quel frangente il cardinale era stato chiamato in causa, insieme con altri prelati, per aver insabbiato casi anche gravi di violenze. A far da detonatore alle accuse rivolte questa volta direttamente al cardinale, era stato, giusto un anno fa, un libro della giornalista Louise Mulligan, The Cardinal: The Rise And Fall of George Pell (Il cardinale: ascesa e caduta di George Pell) nel quale si faceva riferimento a presunti abusi da parte di Pell su due coristi nella cattedrale di St. Patrick a Melbourne a metà degli Anni 90.

    UN CASO CONTROVERSO. Il caso, dal punto di vista giudiziario, appare piuttosto controverso. Settori dell’opinione pubblica hanno contestato la campagna condotta contro il cardinale da parte di alcuni media e commentatori; sul fronte opposto si sostiene che l’ex arcivescovo di Melbourne e Sydney deve rispondere dei propri comportamenti. Il clima generale non è certo favorevole al porporato australiano che, per altro, si è dichiarato sempre innocente in modo deciso. A suo favore gioca il fatto che non si sia sottratto al processo e che in questi anni abbia sempre risposto alle sollecitazioni delle autorità australiane. Tuttavia una parte significativa della verità risiede nel valore delle testimonianze ascoltate nelle ultime settimane dalla corte.

    IL LIMBO DEI BILANCI VATICANI. In ogni caso, se il giudice Wallington deciderà che non ci sono elementi sufficienti per processare il cardinale, potremmo assistere a un colpo di scena clamoroso. E cioè il ritorno di Pell in Vaticano. Il porporato, infatti, avrebbe manifestato, anche in questi giorni, la volontà di portare a termine il suo lavoro alla guida della Segreteria per l’Economia. Al contrario la decisione di un rinvio a giudizio costituirebbe la fine della carriera di Pell ai vertici vaticani e della Chiesa. A quel punto è probabile che Papa e Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, procedano alla scelta di un nuovo prefetto per il dicastero economico della santa Sede. Il tempo perso, infatti, è già molto, senza contare la turbolenta uscita di scena di Libero Milone, ex revisore generale dei conti vaticani, accusato di aver indagato indebitamente su alcune personalità di alto rango della Chiesa (Milone ha replicato di aver operato cercando di portare avanti la politica di trasparenza finanziaria). L’unica certezza è che i nuovi bilanci vaticani, redatti in base a principi contabili aggiornati, restano sepolti in qualche limbo.

    Sul fronte processuale ci sono però anche altre novità di rilievo in arrivo. Il 9 maggio, infatti, prenderà il via il procedimento – interno al Vaticano questa volta – contro Angelo Caloia, presidente dello Ior per un ventennio, dal 1989 al 2009. Gli succedette Ettore Gotti Tedeschi che restò in carica per altri tre anni, fino al 2012, quando si dimise per contrasti con il board laico dell’istituto e con il Segretario di Stato Tarcisio Bertone.

    IL VENTENNIO DI CALOIA ALLO IOR. Caloia è stato un protagonista della finanza ‘bianca’ italiana. La sua storia allo Ior è legata a una fase di riorganizzazione della banca vaticana dopo gli anni drammatici degli scandali del Banco Ambrosiano, di Michele Sindona, Roberto Calvi e monsignor Paul Marcinkus. Ma le cronache – come il lavoro di riforma avviato in questi anni nei sacri palazzi – hanno raccontato come pure nel ventennio di Caloia l’istituto non sia stato un modello di trasparenza finanziaria, anzi. L’ex presidente dello Ior è stato accusato – insieme con l’ex direttore generale dello ior Lelio Scaletti, scomparso qualche anno fa, e l’avvocato Gabriele Liuzzo – di peculato e autoriciclaggio.

    L’AVVERTIMENTO DEL MONEYVAL. In breve, i tre, dal 2001 al 2008, avrebbero svenduto pezzi importanti del patrimonio immobiliare dello Ior per ricomprarli tramite società fittizie a loro riconducibili e rivendere gli stessi immobili a prezzo di mercato (per un guadagno – e un danno per l’istituto – di circa 60 milioni di euro). Nel 2014, mentre era iniziata l’opera di revisione dei conti dello Ior, secondo l’accusa circa 17 milioni derivanti da quell’operazione sarebbero stati bloccati, da lì la denuncia interna. L’indagine ha un suo valore perché ha coinvolto altre giurisdizioni oltre quella vaticana, tuttavia il processo Caloia, come altri relativi a indagini per riciclaggio, si è rimesso improvvisamente in moto in seguito all’avvertimento che Moneyval – l’organismo vigilante su riciclaggio e finanziamento al terrorismo del Consiglio d’Europa – ha lanciato al Vaticano.

    IN GIOCO LA CREDIBILITÀ VATICANA. Nel suo ultimo rapporto risalente al dicembre scorso, Moneyval ha elogiato la normativa antiriciclaggio della Santa Sede ma ha chiesto soprattutto di passare dalle parole ai fatti visto che in questi anni non è stato avviato dalle autorità vaticane alcun processo in materia di contrasto al riciclaggio di denaro. Da qui l’accelerazione sul caso Caloia – pure annunciata dal promotore di giustizia vaticano, Gian Piero Milano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario un paio di mesi fa – che languiva da qualche anno. Quel che è certo è che si tratta di un procedimento delicato, ne va infatti della credibilità finanziaria e giudiziaria internazionale del Vaticano.

    LA CONDANNA DI CIPRIANI E TULLI. Infine, sempre a febbraio, è arrivata la condanna del tribunale vaticano di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, rispettivamente ex direttore generale dello Ior e il suo vice, per “mala gestione”. I due erano già stati condannati esattamente un anno prima dal tribunale di Roma per violazione della normativa antiriciclaggio.

    http://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2018/04/01/vaticano-finanze-pell-caloia-ior-santa-sede-papa-francesco/219116/

  • L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    L’articolo di Vatican Insider diffuso dalla Chiesa di Milano smontato nelle menzogne paragrafo per paragrafo. (contiene documenti)

    Di Francesco Zanardi

     Ritorno a parlare dell’articolo di Vatican Insider a firma di Andrea Tornielli a seguito di un così detto colpo basso della diocesi di Milano che, in data 26-3-18, ha diffuso tramite mailing-list privata (vedi allegato) – vendendolo come chiarificatore – l’articolo che di seguito riporterò rivedendolo in ogni passaggio con gli stralci delle prove documentali agli atti, le stesse sulle quali il vaticanista Andrea Tornielli, che sostiene di averli letti, basa la sua tesi ma che, ahimè, riportati per intero, danno un significato che, come vedrete, non è poco differente.

    Anche se forse è superfluo ritengo opportuno ricordare, per completezza, che stiamo parlando di violenza sessuale: un evento traumatico, devastante, che spesso la stessa vittima rifiuta e che richiede una rielaborazione non indifferente perché possa essere affrontato.

    Il fatto che chi ha subito un forte trauma non riesca ad esplicitare da subito, nel dettaglio, i particolari scabrosi ed imbarazzati è già la prova che il trauma c’è ed è importante (è un normale e sempre presente meccanismo di difesa e negazione). Sarebbe impossibile il contrario, ovvero se una persona, un ragazzino, fosse in grado di raccontare con lucidità e “serenità”, con una descrizione meticolosa, i particolari del proprio abuso subito, sarebbe verosimilmente falso perché non è compatibile con il trauma, con l’essere scioccato.

    Essere riuscito a dire “quello che si può immaginare” e il giorno stesso dire a don Alberto che si è sentito toccato, abbracciato (ovvero oltre ad aver raccontato di aver dormito nello stesso letto matrimoniale, ha da subito esplicitato il contatto fisico), tutto questo in uno stato di shock come quello raccontato da tutti i testimoni, sia in aula che in precedenza alla polizia, a partire dagli insegnanti, genitori, don Alberto, la fidanzata ecc.. ovvero tutti quelli che lo hanno realmente visto il giorno successivo al presunto abuso, è il modo con cui tutti quelli che hanno realmente subito un abuso sessuale pesante gridano al mondo il loro trauma, è il massimo che ci si può aspettare, soprattutto nei primi giorni.

    In questo caso peraltro ci sono delle aggravanti (che corrispondono anche inevitabilmente ad aumentare il trauma e la derivante difficoltà di esplicitarlo dettagliatamente): parliamo di un ragazzino di 15 anni, cattolico, che ha subito l’evento traumatico non da una persona qualunque, ma da colui che era la sua guida spirituale, nel suo mondo di ragazzino, una figura importante, di cui si fidava e a cui confidava la parte più intima di se.

    Il presunto abuso è, tra le altre cose, di carattere omosessuale, per pregiudizio ancora più difficile da ammettere, soprattutto per chi ha un orientamento etero sessuale.

    È oltremodo disonesto non tenere presente che proprio per la natura del trauma A. non avrebbe probabilmente denunciato per anni se non fosse stato per la caduta in stato di shock, che ha dato ai suoi familiari l’allarme, e costretto A. ad affrontare una situazione che, come leggeremo nella deposizione della sua neuropsichiatra e, come è normalità in tutti i casi simili, non era ancora “pronto” ad affrontare.

    n.b. le parti in rosso tra i paragrafi dell’articolo sono le mie annotazioni e riflessioni


    Abusi, il processo a don Galli: ecco ciò che dicono le carte

    di Andrea Tornielli

    Continua il processo penale che ha come imputato un giovane sacerdote milanese, don Mauro Galli, e con il passare delle settimane emerge il tentativo di coinvolgere nella vicenda l’attuale arcivescovo di Milano, attribuendogli responsabilità nella vicenda. Alcuni media e siti web infatti hanno affermato che monsignor Mario Delpini, all’epoca dei fatti vicario di zona, non si sarebbe comportato come previsto dalle norme canoniche* di fronte alle denunce di abusi sessuali. Vatican Insider ha letto il fascicolo con le testimonianze rese alla polizia giudiziaria e al pubblico ministero da tutte le parti in causa.

    *Norme canoniche relative all’INDAGINE PREVIA

    Don Galli è stato accusato  di violenza sessuale ai danni di un giovane che nel dicembre 2011, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni. Il sacerdote è attualmente sospeso dall’attività sacerdotale ed è in corso, oltre al processo penale, anche quello canonico secondo le procedure previste.

    Il fatto avviene nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 in una parrocchia di Rozzano. A. è un ragazzo emotivamente fragile e quella sera viene invitato da don Galli a dormire a casa sua, con il consenso dei genitori. Nè la vittima né i suoi genitori però si aspettano che il prete faccia dormire il ragazzo nel suo letto a due piazze.  Il giorno successivo, a scuola, A. denuncia un malessere e tornato a casa racconta ai suoi di essere sconvolto per quanto accaduto nella notte precedente. Non racconta però di aver subito un abuso, una tentata violenza sessuale.

    Quella stessa sera i genitori di A. chiamano don Alberto Rivolta, un sacerdote che conosce la famiglia e che ha un primo colloquio col ragazzo, il quale confermerà davanti al GIP di aver raccontato al prete «soltanto il preambolo e il dopo» di quanto accaduto. Successivamente lo zio del ragazzo contatta anche don Carlo Mantegazza, all’epoca parroco di Rozzano, per chiedere che don Galli venga subito allontanato. I familiari raccontano che A. è rimasto sconvolto per aver dormito insieme al giovane prete. Ecco un brano della testimonianza preliminare di don Mantegazza, resa il 7 ottobre 2014: «Lo stesso A. aveva raccontato loro (ai suoi genitori, ndr) che durante la notte non erano accaduti fatti di approcci sessuali e rapporti sessuali, ma che il solo fatto di aver dormito insieme lo aveva molto agitato e scompensato… I genitori e lo zio mi chiesero espressamente che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia per evitare ulteriori contatti con A.».


    Ci sono alcune riflessioni da fare, la prima: la reazione della famiglia, alla quale è possibile che A. non sia riuscito a dichiarare nell’immediato il rapporto sessuale per i motivi che abbiamo citato in premessa, ma lo stato di shock del ragazzo, come successivamente leggeremo nelle testimonianze, era tale al punto di allarmare la famiglia che interviene proprio nel tentativo di comprendere meglio cosa fosse successo quella notte, perché era evidente che qualcosa fosse successo, qualcosa di così devastante che già la mattina successiva costringeva la scuola a dover chiamare i genitori perché andassero a prendere A., in evidente stato di shock, così evidente che la sera stessa i genitori di A. chiesero al parroco, don Mantegazza, l’allontanamento di don Mauro Galli dalla parrocchia.

     

    A supporto della sua tesi il vaticanista Tornielli cita quanto dichiarato il 7 ottobre 2014 da don Carlo Mantegazza, ma non tiene in considerazione che quella dichiarazione, leggendo le carte, vacilla parecchio perché smentita dal diretto interessato, monsignor Delpini, che dichiarerà alla p.g. “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    In uno dei tanti audio inediti, è lo stesso don Mantegazza che, parlando con la famiglia, ribadisce quanto accaduto nel dicembre 2011, confermando la dichiarazione fatta agli inquirenti da Delpini e smentendo la sua del 7 ottobre 2014, rivelando anche un altro passaggio importantissimo che chiarisce l’assoluta malafede della diocesi in questa vicenda, spiegando il perché la denuncia fatta nell’immediato alla chiesa milanese sia stata formalizzata all’autorità giudiziaria solo anni dopo.

    Mantegazza nell’audio dirà “quando vi capita un’altra volta una famiglia che invece di denunciare viene a dirti, come avete fatto voi, è successa sta cosa”.


    Come conferma anche la neuropsichiatra infantile Benedetta Olivari, che ha in cura il ragazzo e che il 22 ottobre 2014 davanti al Pubblico ministero dichiara: «No, A. non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti… Quello che emergeva era una grande confusione rispetto a quello che ricordava esattamente o una sua rielaborazione o interpretazione di quanto ricordava.  Diceva che era andato a dormire con il sacerdote e che si era svegliato urlando, non ricordava però il motivo per cui aveva urlato». Anche i tre migliori amici di A. nelle loro testimonianze confermano che il loro compagno non aveva parlato di abuso sessuale.


    Questo passaggio è davvero forviante perché Tornielli estrapola da un contesto ben più ampio, della stessa risposta data agli inquirenti dalla psichiatra Benedetta Olivari, un solo passaggio che, letto così ahimè pare sostenere la tesi che A. non abbia affatto denunciato, ma se invece lo proponiamo integralmente dà una chiave di lettura parecchio differente.

    Intanto emerge che l’affermazione della psichiatra è strettamente personale, si comprende la sua cautela e, in quanto medico, tiene conto di quello che ho scritto in premessa riguardo allo stato di shock della vittima, infatti: non solo afferma che A. in quel momento non era “pronto” – quindi lei non cerca di fare pressioni – ma dichiara che A. “non ha mai riferito un chiaro episodio di abusi sessuali nei suoi confronti”, cioè non esclude affatto che questo non ci sia stato, anzi accresce, sottolineando che “verso l’inizio del 2012 (ovvero poco dopo i presunti abusi) A. ha cominciato a raccontare spontaneamente ed inaspettatamente un evento che era successo qualche mese prima” facendo un esplicito riferimento a quella notte.

    Come da manuale emerge l’ovvia confusione di A. e la difficoltà ad esternare – anche per via del peso che aveva la figura di don Mauro, suo padre spirituale – alternando la conseguente negazione dell’evento a tentativi di esternarlo.

    La stessa dottoressa sottolinea – anche se A. non aveva ancora dichiarato a lei personalmente – che “quella frequentazione e quell’evento in particolare era già conosciuto perlomeno dai suoi genitori”, cioè smentisce il fatto che A. non avesse detto o cercato di esternare a nessuno e in nessun modo gli abusi, dichiara che non ha riferito a lei personalmente “un chiaro episodio di abusi sessuali” dichiarazione tra le altre cose ovvia e corretta perché, qualora la dottoressa avesse appreso direttamente da A. degli abusi, in quanto pubblico ufficiale, avrebbe avuto l’obbligo di denunciare.

     

    Anche le deposizioni dei tre migliori amici di A. pur ammettendo che non vi è stata da parte sua una esplicita dichiarazione di abuso sessuale, non nascondono quanto era evidente, persino per degli adolescenti: ovvero il messaggio di A. riguardo a quella notte e la difficoltà ad ammetterlo esplicitamente era comprensibilmente legata allo stato di shock e alla vergogna di fare una simile ammissione.

       


    Va sottolineato che nell’immediatezza del fatto l’«abuso» che emerge da parte del prete è innanzitutto quello di aver fatto dormire il ragazzo nel suo letto. E poi – racconta don Galli – di averlo abbracciato per evitare che cadesse dal letto. A., a sua volta, racconta di essersi svegliato urlando e di essere stato abbracciato dal sacerdote. Le testimonianze di don Galli e del ragazzo nella sostanza dunque coincidono. A. per diversi anni non offre ulteriori chiarimenti sui fatti di quella notte e non racconta ad alcuno di aver subito un abuso sessuale.


    Qui rimando alle testimonianze dei tre amici e alla dichiarazione di Delpini già discussa prima, fatta alla p.g. e riferita al Natale 2011; “don Carlo Mantegazza mi disse al telefono che A. aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”.

    Trovo davvero volutamente ignorante e offensivo sindacare sul fatto che A. (un 15enne in quel momento sotto shock) non avesse nell’immediatezza chiaramente espresso alla psichiatra i fatti o non li avesse confidati interamente agli amici e gridati ai quattro venti.

    Qui si parla già chiaramente di abuso sessuale, e non è limitato al fatto che A. avesse semplicemente dormito con don Mauro. Come conferma persino l’allora fidanzatina di A., il giorno successivo all’evento il sospetto era cosi reale che persino una 15enne, con tutta l’inesperienza di quell’età, comprendeva chiaramente che il suo fidanzato era stato molto probabilmente vittima di un abuso sessuale, la situazione era così chiara da aver mandato tutti in allarme e aver preteso nell’immediato che don Mauro fosse allontanato dalla parrocchia.

     

    È davvero scorretto giocare su questo punto: esisteva non solo un più che ragionevole dubbio, ma oltre alla deposizione di Delpini che Tornielli, chissà perché, non ha citato, anche in quella della fidanzatina di A. che Tornielli nuovamente, chissà perché, non cita, c’è chiaramente scritto che: la sera successiva al fatto “i genitori di A. avevano chiamato al telefono mia madre alla quale avevano raccontato l’abuso fatto da don Galli su A.”.

    La conferma che A. avessero dormito nello stesso letto avvalorava la tesi e, non che l’aver dormito insieme fosse l’oggetto dell’abuso e del conseguente shock.


    Che cosa avviene subito dopo? Quali decisioni vengono assunte nei confronti del giovane prete? Appena vengono a conoscenza dell’accaduto, così come è stato presentato loro dai protagonisti (ricordiamo che nessuno parla di atti sessuali o di tentato abuso sessuale), i superiori di don Galli affidano il giovane sacerdote a uno psicologo perché inizi un percorso che lo aiuti a comprendere la grave imprudenza compiuta dormendo nello stesso letto con un ragazzo il quale – a detta del sacerdote – appariva bisognoso di conforto e protezione. Don Mauro viene quindi trasferito da Rozzano a Legnano con provvedimento dell’1 marzo 2012 firmato ufficialmente dall’allora vicario generale della diocesi di Milano, monsignor Carlo Redaelli, anche se l’allontanamento effettivo era avvenuto ben prima.


    Devo dire che sono davvero perplesso, riassumiamo fino a qui l’esposizione di Tornielli:

    nessuno avrebbe per il momento denunciato un abuso sessuale;

    nessuno avrebbe alcun sospetto di abuso sessuale;

    l’unico “abuso” che emergerebbe consisterebbe unicamente nel fatto che il minore ha dormito con il prete;

    il prete lo avrebbe soltanto abbracciato solo per evitare che cadesse dal letto…

    ma allora perché don Mauro viene affidato ad uno psicologo? Perché ha dormito nel letto con un 15enne quando, peraltro, aveva almeno altri tre letti disponibili tra la stanza degli ospiti e il divano letto in sala?

    Ma se dormire nel letto con un prete è un abuso, siccome in parrocchia si sapeva che quella notte A. avrebbe dormito da don Mauro, perché nessuno glielo ha impedito ?

     

    Siamo seri, ma quanti preti in gita o in campeggio dormono con adolescenti? Non mi risulta che, tornati dal campeggio, finiscano sulla poltrona di uno psicologo. Se i fatti stanno come dice Tornielli, qui dallo psicologo ci deve andare chi ha mandato don Mauro, non lui.

    Ma nulla, nel passaggio successivo, siccome non era successo nulla e non vi erano motivi neppure per avviare un indagine previa, oltre ad andare dallo psicologo don Galli viene affidato alla sorveglianza di due preti più anziani ? ? ?


    Il vicario di zona, monsignor Mario Delpini (in quel momento non ancora vicario generale della diocesi di Milano), affida don Galli alla cura e alla sorveglianza di due preti più anziani chiedendo loro di accompagnarlo e di vigilare su di lui. Rimane coinvolto nella pastorale giovanile. In quel momento non c’è alcun sospetto di abuso sessuale: il giovane sacerdote ha commesso una grave imprudenza, va seguito, sorvegliato e soprattutto deve prendere coscienza dell’errore che ha compiuto. L’accompagnamento psicologico deve servire per fare emergere le sue fragilità. La prima decisione della Curia ambrosiana non risponde alle procedure codificate da attuare nel caso di un sospetto abuso, semplicemente perché la vittima non ha denunciato abusi sessuali.

    Nel luglio 2012 Delpini viene scelto dal cardinale Angelo Scola come suo vicario generale. Nel settembre 2012 avviene un incontro tra la famiglia di A. e monsignor Delpini.   Il colloquio viene segretamente registrato dai genitori del ragazzo e la trascrizione è agli atti del processo. Proprio su questa trascrizione si fonda il tentativo di addossare responsabilità all’attuale arcivescovo di Milano. Di fronte ai familiari del ragazzo – persone molto religiose e molto attive nella vita della loro parrocchia – i quali si rammaricano per il fatto che don Galli sia stato trasferito di parrocchia, ma non allontanato dalla pastorale giovanile, il vicario generale spiega come ha agito.

    Afferma Delpini, nel dialogo con i genitori di A.: «Il tentativo che è stato fatto, è stato quello di metterlo (don Galli, ndr) nelle condizioni di essere vigilato e di essere seguito, quindi vuol dire affidamento ad un certo parroco, le informazioni su quello che è successo e quindi su quello che il parroco deve vigilare, insomma, per quanto è possibile. Il fatto che viva in un posto, e presti il ministero in un altro posto, il fatto che abbia questo accompagnamento psicologico evidentemente io penso che gli psicologi che l’hanno seguito sono professionisti, che possono aver dato delle risposte, posso anche risentire evidentemente il mio dovere, non è soltanto di accontentare voi, ma è di garantirmi… che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare».


    Un modo originale quello di mettere un prete, che pur sostenendo non abbia commesso alcunché, malgrado nessuno avesse sospetti minimi, sia finito tuttavia dallo psicologo e sia sorvegliato da due colleghi sacerdoti per oscuri motivi non comprensibili a noi comuni mortali, finisca ancora in mezzo a dei ragazzi per far sì che Depini abbia la garanzia “che non fosse nelle condizioni di replicare una leggerezza, un abuso, o una forma di comportamento certamente da condannare”, il buonsenso a me farebbe fare il contrario e a voi ?


    Qui Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato. L’abuso di cui parla il vescovo non equivale ad «abuso sessuale» semplicemente perché fino a quel momento né la vittima né altri hanno raccontato ai superiori di don Galli di presunti tentativi di violenza sessuale.

    Delpini continua ribadendo ai genitori che l’atteggiamento di don Galli è «certamente da condannare, cioè non è che io non sto dicendo che non ha fatto niente o che ha fatto poco, sto dicendo che è una cosa sciocca e stupida, e dolorosa oltretutto, anche per la vittima». Ancora una volta, il quadro dei fatti ai quali fa riferimento il vescovo è quello dei primi racconti, delle prime testimonianze peraltro concordanti nei fatti, della vittima e del giovane prete. Dalla registrazione si evince bene che anche il padre di A. ammette che non ci sia stata violenza sessuale, parlando soltanto di «vari abbracci». Ma senza mai far riferimento a tentativi di stupro, a tentata violenza sessuale.


    Doveroso !!! CHE COSA SIGNIFICA ABUSO SESSUALE SU MINORE?

    La definizione legale di molestia su minore considera abuso ogni atto di una persona (adulto o altro minore) che con la forza, la coercizione o le minacce costringa un minore ad avere qualsiasi forma di contatto sessuale o di attività sessuale. L’abuso sessuale include rapporti sessuali e/o  comportamenti che prevedono toccamenti sessuali del minore, molestie senza toccamento e utilizzo del minore a scopo sessuale. A volte può non esserci nessun contatto fisico e l’abuso può avvenire online, tramite chat e/o webcam.


    «Non abbiamo detto a don Mauro “guarda che hai fatto una stupidata adesso ricominciamo da capo”– continua ancora Delpini – gli abbiamo detto: “hai fatto una stupidata che rivela qualcosa che non va” perché nessuno vuol dire, non è grave, però qualcosa che non va c’è nel personaggio…». Dopo l’approfondito colloquio con i familiari di A., Delpini aggiunge (un’altra citazione dalla trascrizione della registrazione effettuata): «Possiamo anche dire che ci sono delle cose da rettificare, perché evidentemente la decisione è stata presa con gli elementi che avevo al mese di gennaio, di quando è stato mandato via, e quindi… e anche con le garanzie che avevo dello psicologo e del padre spirituale: insomma di tutto quello che la Chiesa può mettere in atto. Per dire, non è che adesso uno, va be’, ha fatto una stupidata, lo cambiamo e le continua a fare… questo evidentemente… io sono allarmato di tutto quello che può succedere, perché non è che vivo sulla luna».

    Delpini, dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie». E il mese successivo, il 31 ottobre 2012, don Mauro viene destinato alla Cappellania ospedaliera di S. Maria Annunciata in Niguarda, dunque lontano dal contatto con i minori. Passa qualche altro mese, e il 10 luglio 2013 viene inviato a Roma, ospite di istituto religioso abitato solo da persone adulte. Da allora non ha più ricoperto incarichi ecclesiali. Mentre nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica, il sacerdote viene allontanato dal contatto con i minori e mandato a centinaia di chilometri di distanza da Milano.


    Ma come? All’inizio di questo paragrafo Tornielli afferma che finalmente Delpini “dopo aver ricostruito bene il caso con i familiari di A., ammette che «i dati sono un po’ diversi da quelli che avevo quando ho deciso lo spostamento… adesso dobbiamo riprendere la questione e avere altre garanzie»” e poco più avanti ribadisce che “nessuno ha ancora denunciato don Galli per presunti abusi e neanche segnalato presunti abusi all’autorità ecclesiastica”.

    Ma povero don Galli: perché allora lo hanno prima mandato dallo psicologo, poi affidato a due sacerdoti per essere sorvegliato, adesso lo mandano a Roma, così, ancora una volta senza motivo?

    Stando alla ricostruzione di Tornielli, don Galli è indubbiamente vittima di mobbing da parte dei superiori !!!


    La situazione cambia radicalmente l’anno successivo, a metà del 2014, quando A. racconta una nuova versione, penalmente rilevante, descrivendo nel dettaglio quanto ricorda essere accaduto nel dicembre di tre anni prima. Dirà infatti che nel letto a due piazze, quella notte, don Galli ha tentato di abusare di lui , cercando di penetrarlo. Nel luglio di quattro anni fa i legali della famiglia di A. presentano una formale denuncia contro il sacerdote. Il 21gennaio 2015, dopo i primi accertamenti in loco, viene aperta l’indagine previa con la conseguente trasmissione dei risultati alla Congregazione per la dottrina della fede presso la Santa Sede. Il dicastero vaticano, esaminate le carte, affida la questione al Tribunale ecclesiastico lombardo (organismo regionale indipendente dalla diocesi di Milano) per l’apertura della formale causa canonica penale. Il 18 maggio 2015 a don Galli viene notificato il provvedimento di sospensione in modo cautelativo dall’esercizio del ministero sacerdotale.

    «Queste decisioni – affermava in un comunicato del dicembre 2017 la diocesi ambrosiana – mai hanno avuto l’intento di “coprire” il caso…  Testimoniano invece con evidenza l’intento di operare con scrupolo e coscienza, nel rispetto di tutte le parti, nell’ossequio delle prescrizioni canoniche e delle leggi italiane, decidendo ogni volta con gli elementi e le informazioni disponibili in quel momento». «Non a caso – continua la nota della Curia milanese – la decisione di trasferire don Mauro da Rozzano, fu presa soprattutto in accoglimento delle sollecitazioni della famiglia del ragazzo nel 2013, quando questi non avevano ancora denunciato alcunché». È infatti emerso dalle testimonianze preliminari, confermate anche da quelle rese fino ad oggi durante il dibattimento, che la famiglia di A. ha appreso i fatti con maggiore contezza soltanto nel 2014 quando don Galli era già stato trasferito a Roma da un anno.

    Proprio sul modo con cui viene usato dai protagonisti della vicenda il termine «abuso» e sulla mancata chiarezza tra ciò che era conosciuto nell’immediatezza del fatto e ciò che emergerà solo nel 2014, si gioca la partita mediatica di chi cerca di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e più in generale dei responsabili della Curia di Milano la responsabilità di non aver agito adeguatamente. Le decisioni che vennero prese subito dopo il fatto si possono ovviamente discutere, specialmente col senno di poi, ma non è corretto leggerle alla luce della denuncia formale del 2014 quando venne attestato per la prima volta che il ragazzo ricordava di aver subito un tentativo di violenza sessuale.


    Tra coloro quindi che secondo Tornielli cercherebbero “di sfruttare questa vicenda per caricare sulle spalle di Delpini e, più in generale, dei responsabili della Curia di Milano, la responsabilità di non aver agito adeguatamente” c’è anche un nome illustre, quello del cardinale Scola che, in una lettera ai familiari…

    I responsabili della diocesi ambrosiana non sono parte del processo penale. Mentre la famiglia ha rinunciato a costituirsi parte civile avendo concordato con don Galli un risarcimento. Né la parrocchia di Rozzano né la diocesi di Milano hanno avuto alcun ruolo nella transazione e dunque non hanno contribuito a pagare alcun risarcimento: si è trattato infatti di un accordo avvenuto tra la vittima e il sacerdote. Il processo stabilirà le responsabilità del giovane prete in questa triste vicenda. Il tentativo strumentale di «processare» mediaticamente l’arcivescovo ambrosiano, alla prova dei fatti, appare in tutta la sua inconsistenza.


    Personalmente, da vittima e anche da presidente di un’associazione di vittime, mi sento offeso da questo articolo e dalla disonestà intellettuale con la quale è stato scritto.

    Un articolo che il vaticanista Andrea Tornielli scrive omettendo i documenti di base come la deposizione del diretto interessato, monsignor Mario Delpini – che già da sola invalida sin dalla prima riga dell’articolo l’intero contenuto – basandosi invece su testimonianze di persone che pur avendo compreso l’accaduto non avevano avuto testimonianza diretta.  Calca la mano sulla fragilità del minore che come avete letto dalle testimonianze, soprattutto quelle che Tornielli ha omesso, dà chiari ed espliciti segnali sin da subito, tant’è che persino i tre adolescenti che lo stesso Tornielli cita – omettendone però la deposizione – dichiarano di aver capito fin da subito, anche senza la conferma della presunta vittima, quanto fosse accaduto.

    Quello che è imperdonabile è che senza alcun rispetto Tornielli fa leva su un ragazzino 15enne, presunta vittima di stupro, per non essere riuscito immediatamente ad esternare ancora più chiaramente di quanto avesse fatto i dettagli di quella notte. Al tempo stesso, a fronte della dichiarazione dello stesso mons. Delpini che ammette che SUBITO gli fu comunicato l’abuso sessuale, nessuna critica sul fatto che per tre anni non sia intervenuto e non abbia avviato alcuna procedura canonica, se non solo dopo la denuncia della presunta vittima all’autorità civile.

    Francesco Zanardi Presidente Rete L’ABUSO

  • Nuova bufera su don Silverio, accusato di pedofilia: “Usava i bambini come corrieri della droga”

    Nuova bufera su don Silverio, accusato di pedofilia: “Usava i bambini come corrieri della droga”

    Una delle presunte vittime di don Silverio Mura, il parroco accusato di aver abusato sessualmente di alcuni bambini a Ponticelli, lancia una nuova accusa. Don Silverio avrebbe usato uno dei bambini abusati per trafficare armi e droga.

    Dopo aver soggiogato le sue vittime le usava per consegnare armi e droga alla malavita locale. Si nasconderebbero addirittura rapporti con la camorra nell’oscuro passato di don Silverio Mura, il parroco di Ponticelli accusato di aver abusato sessualmente di almeno due bambini quando insegnava religione alla scuola media del quartiere napoletano, negli anni Ottanta. È sempre Diego Esposito (nome di fantasia), l’uomo che con la sua denuncia ha sollevato il caso, a diffondere tramite la pagina Facebook una nuova accusa al sacerdote.

    La denuncia: trafficava armi e droga usando i bambini
    Come si legge negli atti depositati presso l’avvocato Carlo Grezio, legale di entrambe le vittime, Silverio Mura avrebbe:  dato incarico almeno due volte a settimana di trasportare con la sua bicicletta, una cartella o uno zaino a Pollena Trocchia presso delle case o dei circoli e gli diceva che contenevano bibbie o libri del catechismo. Ebbe modo di fermarsi durante il percorso verso i luoghi di destinazione delle cartelle e di constatare che contenevano armi (pistole automatiche e revolver) chiuse in asciugamani a mo’ di pacchettini e confezioni di sostanze stupefacenti

    Così si spiegano, secondo Diego Esposito, le ingenti somme di denaro in possesso del prete e con le quali comprava costosi regali alle sue vittime a titolo di ‘ricompensa’. Tra questi doni c’era anche un costosa motocicletta.

    La protesta della comunità dove insegnava religione
    La settimana scorsa don Silverio Mura si è allontanato dalla diocesi di Montù Beccaria, dove, nonostante le denunce che pensano a suo carico, ospite della congregazione, insegnava religione in una scuola. Sotto falso nome. Don Silverio Mura era diventato don Saverio Aversano. Dopo che un servizio televisivo aveva trattato nuovamente il caso, ormai riconosciuto dalle mamme  degli alunni, il parroco ha lasciato la comunità lombarda.

    https://napoli.fanpage.it/nuova-bufera-su-don-silverio-accusato-di-pedofilia-usava-i-bambini-come-corrieri-della-droga/

  • Irlanda, una trasmissione tv costringe il Papa ad accettare le dimissioni del vescovo insabbiatore

    Irlanda, una trasmissione tv costringe il Papa ad accettare le dimissioni del vescovo insabbiatore

    Città del Vaticano – Papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo di Dromore (Irlanda), monsignor John McAreavey. Lo rende noto un Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede. Ancora una volta le dimissioni sono arrivate dopo che una trasmissione televisiva aveva evidenziato che in passato il vescovo dimissionario aveva occultato il caso di un prete pedofilo seriale.

    Il vescovo McAreavey si era dimesso il 2 marzo scorso, dopo che una trasmissione della BBC dal titolo «Spotlight» aveva ricostruito il caso di padre Malachy Finnegan, un frate che nel periodo in cui si trovava al St. Colman’s College di Newry aveva abusato di dodici vittime. Le accuse al sacerdote erano ben note alle autorita’ della Chiesa in Irlanda fin dalla meta’ degli anni ’90. Anche McAreavey sapeva degli abusi ma nonostante questo aveva celebrato i funerali di Finnegan nel 2002. Il vescovo ha ammesso l’evidenza: «Ho compreso dalle vittime che ho fatto uno sbaglio nel celebrare i funerali di padre Malachy.

    Nel novembre del 2002 una vittima mi ha raccontato quanto questa mia decisione gli avesse fatto del male. Ho compreso di aver fatto un errore di giudizio. E’ qualcosa di cui mi pento e che non ripetero’ mai piu’», disse il vescovo McAreavey. Dopo la trasmissione televisiva, McAreavey ha scritto: «A seguito delle notizie riportate dai media che hanno scosso molte persone della diocesi e non solo ho deciso di dimettermi». La Chiesa cattolica in Nord Irlanda in questi anni ha compiuto un processo di avvicinamento e sostegno delle vittime degli abusi. Nell’HIA report, Historical Institutional abuse inquiry, si e’ fatta luce sui casi di abuso che ci sono stati nelle scuole, negli istituti professionali e negli orfanotrofi, non solo di strutture cattoliche

    https://www.ilgazzettino.it/esteri/pedofilia_vaticano_irlanda_papa_mcareavey_vittime_preti_papa_francesco-3630734.html

  • Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

    Giuro di dire tutta la verità nient’altro che la verità… Pedofilia, caso don Mauro: la ricostruzione di don Carlo Mantegazza non reggerebbe il confronto in aula!

    “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione, mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza“, sono più o meno le parole che ciascun testimone è invitato a leggere prima di iniziare l’interrogatorio vero e proprio in Tribunale.

    Anche don Carlo Mantegazza, lo scorso 8 Marzo 2018, presso il Tribunale di Milano nella Quinta sezione penale è stato chiamato in aula per essere interrogato.

    Il Giudice Ambrogio Moccia ha richiamato più di una volta l’attenzione dei testimoni nell’essere precisi quando rispondevano alle domande del PM Lucia Minutella: l’aula di giustizia è infatti la sede in cui le parole, i termini esatti che vengono utilizzati nella esposizione dei fatti, hanno il loro peso, non si può lasciare spazio alla libera interpretazione e i testimoni ne devono essere consapevoli.

    Ma qualcosa non torna. Io ero presente in aula, ero presente all’udienza precedente, ed ho assistito personalmente a tutte le audizioni.

    Ho sentito i familiari della presunta vittima che con la Rete L’ABUSO sto assistendo, ho sentito don Alberto Rivolta – che ha reso testimonianza proprio prima di don Carlo – ho letto i documenti inerenti la dichiarazione rilasciata alla polizia da mons. Mario Delpini: tutto torna, tutto corrisponde tranne, inspiegabilmente, la deposizione di don Carlo Mantegazza.

    Si tratta di ricostruire i fatti accaduti nei giorni immediatamente dopo il presunto abuso.

    La madre della presunta vittima racconta che la mattina del 20 dicembre 2011, dopo la fatidica notte in cui il prete aveva dormito nella propria abitazione insieme al minorenne, mentre era al lavoro riceve due telefonate dalla scuola frequentata dal minore che le chiedevano di andare a prendere il ragazzo.

    Una vota arrivata, trova il figlio in uno stato di shock, non parla, non risponde ad alcuno stimolo, lo sguardo perso nel vuoto, nel disperato tentativo di comprendere cosa potesse aver turbato il minore, mentre è in macchina per tornare a casa, la madre pone diverse domande senza ottenere alcuna risposta: avevi un’interrogazione? hai litigato con qualche compagno o professore? ecc. nulla, nemmeno una parola fino alla fatidica domanda: “è successo qualcosa questa notte in oratorio?” RISPOSTA LAPIDARIA DEL RAGAZZO: “QUELLO CHE SI PUO’ IMMAGINARE”.

    Il gelo… per un attimo si ferma il mondo.

    Non riuscendo ad avere ulteriori dettagli in quella agghiacciante mattinata, si tratta delle prime ore dopo il presunto abuso, entrambi i genitori si rivolgono immediatamente a don Alberto Rivolta, coadiutore della parrocchia di Rozzano dove la famiglia era inserita, entrambi i genitori infatti erano in quel periodo catechisti.

    Si rivolgono al prete per chiedere aiuto, hanno disperatamente bisogno di aiuto e bisogno di capire, il figlio sotto shock e la sua unica affermazione che risuona nel cervello: “quello che si può immaginare”. Chiedono dunque a don Rivolta di cercare di capire “cosa si può immaginare”, cosa significa, occorre cercare di delinearlo.

    Don Alberto si impegna ad indagare per quanto da lui possibile, vede il ragazzo e prova a chiedere direttamente a don Mauro, suo collaboratore nella gestione dei piccoli e dei ragazzi che frequentano l’oratorio… e così avviene, avviene repentinamente, lo confermano tutte le testimonianze, don Mauro stesso lo ammette.

    Don Alberto riferisce che ha parlato subito, il giorno successivo, con don Mauro.

    Cosa si sono detti i due sacerdoti? Don Alberto riferisce che don Mauro ha confessato di aver dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale, non riferisce molto di più in quella circostanza, riferisce che il minore ha urlato, e che lui, don Mauro, durante la notte ha preso fisicamente il minore per evitare che cadesse dal letto.

    Contemporaneamente un parente del minore, avvisato immediatamente dai genitori, si rivolge al parroco di Rozzano don Carlo Mantegazza, lo chiama e riferisce le medesime cose, avverte il sacerdote che, la notte  del 19 dicembre, suo nipote aveva dormito insieme a don Mauro, era sconvolto: ma, rispetto a ciò che era successo, il ragazzo era riuscito a dire solo la famosa frase “quello che si può immaginare”.

    Alla stessa stregua dei genitori, dunque, il parente chiede aiuto al parroco.

    Don Carlo riferisce in Aula che aveva quindi intenzione di sentire nell’immediatezza don Mauro, che durante la cena con don Mauro non c’era nemmeno stato bisogno di introdurre il discorso in quanto don Mauro stesso, “di sua spontanea volontà”, aveva confessato di aver dormito con il minorenne nello stesso letto matrimoniale, a casa di don Mauro, ma che non era successo niente.

    Don Carlo riferisce quindi di aver avvisato subito i propri superiori insieme a don Alberto, superiori che, oramai è già stato appurato, essere mons. Mario Delpini (all’epoca dei fatti vicario di zona in cui è sita la parrocchia di Rozzano, poi vicario generale del cardinale Angelo Scola e oggi suo successore Arcivescovo di Milano per volontà di papa Francesco) e mons. Pierantonio Tremolada (allora vicario responsabile della formazione del clero e in particolare dell’accompagnamento dei giovani preti come don Mauro, oggi promosso Vescovo di Brescia).

    Fino a qui tutte le versioni coincidono, persino la deposizione rilasciata da mons. Mario Delpini quando, nel 2014, veniva interrogato dalla Polizia in pieno svolgimento delle indagini preliminari.

    Ma don Carlo non si limita ad affermare quanto sopra esposto: ha voluto fare una precisazione, evidentemente ci ha tenuto in modo particolare in quanto l’ha ripetuta parecchie volte, e cioè che “la versione rilasciata da don Mauro coincideva esattamente con quanto riferito dai familiari in quei frangenti”.

    E qui i conti non tornano più:

    SE FOSSE VERO CHE LA VERSIONE DI DON MAURO COINCIDEVA CON QUELLA DEI GENITORI, OVVERO CHE I DUE AVEVANO DORMITO INSIEME MA CHE “NON ERA SUCCESSO NIENTE”, SI PONGONO DELLE DOMANDE QUANTOMENO IMBARAZZANTI:

    • Che bisogno aveva la scuola di chiamare la mamma del minore descrivendo uno stato di malessere, poi riscontrato, talmente grave da sollecitare l’arrivo del familiare con due telefonate ravvicinate?
    • L’unica frase del ragazzino (riferita a cosa fosse successo quella notte) “quello che si può immaginare” non lascia certo immaginare che NON FOSSE SUCCESSO NULLA.
    • La richiesta dei genitori a don Alberto, da lui confermata in Tribunale, è stata quella di “CAPIRE COSA ERA SUCCESSO, DI APPROFONDIRE”: dunque nulla faceva presupporre che non fosse successo niente.
    • Sempre don Alberto, in Tribunale, descrive esaurientemente lo stato del minore, VISTO DA LUI IL GIORNO STESSO, come “profondamente scosso, angosciato, impaurito, che non parlava con tranquillità e libertà”. Come avrebbero potuto i genitori escludere, e riferire a Don Carlo Mantegazza, che NON ERA SUCCESSO NULLA? Perché i genitori avrebbero scomodato Don Alberto, che prontamente si era presentato a casa, se parliamo di una tranquilla notte passata dal minore fuori casa?
    • L’incontro dei familiari con don Carlo è avvenuto nei giorni immediatamente successivi a quella notte: ancora non si avevano particolari ulteriori perché il ragazzino non riusciva a parlare, non vi erano ulteriori elementi. Ma non era possibile, valutando anche gli elementi emersi durante il dibattimento, che i genitori avessero detto a don Carlo che NON ERA SUCCESSO NULLA.
    • Anche una ulteriore testimonianza in Aula, quella della fidanzata che il ragazzino aveva nel 2011: dichiara e conferma, avendo visto il minore il pomeriggio immediatamente successivo a quella notte, descrive bene in aula, in modo commovente, lo stato in cui ha trovato il proprio fidanzato, “scioccato”, aggiunge che “era vulnerabile quando si trovava con don Mauro”, e che “mentre prima era un ragazzo espansivo ed affettuoso, ora non poteva nemmeno avvicinarsi per abbracciarlo”, riferisce che il ragazzino le aveva detto che “era successo qualcosa di brutto”, sempre la ragazza dichiara che “ricordava di aver pensato che don Galli avesse abusato del fidanzato anche se non glielo aveva detto esplicitamente”.

    Da notare che stiamo parlando della settimana prima del Natale 2011, la fatidica notte tra il 19 e 20 dicembre quando Delpini si era già precipitato, lui stesso, a Rozzano per sentire don Mauro, raccogliere la sua diretta ammissione.

    Come potevano quindi coincidere le versioni? Non c’erano stati nuovi elementi in quei pochi giorni. Come ha potuto don Carlo affermare, sotto giuramento, che la versione di don Mauro e quella dei familiari coincidevano esattamente?

    Dunque loro, proprio loro, i familiari, non potevano escludere assolutamente alcun ché, anzi, chiedevano ai due sacerdoti di cercare di capire cosa potesse essere successo, avevano domande, atroci domande, non certezze!

    Paradossalmente, non solo tutte le testimonianze dei familiari, ma anche quella di don Alberto, smentiscono don Carlo. Persino lo stesso Delpini lo smentisce inequivocabilmente affermando alla polizia che “don Carlo gli aveva subito detto (ancora prima che si recasse personalmente a Rozzano il 24 dicembre 2011) che si trattava di un presunto abuso sessuale“, NON che le versioni coincidevano nel descrivere che non era successo nulla.

    Dunque don Carlo avrebbe mentito al Giudice?

    Perché don Carlo avrebbe bisogno di mentire, sotto giuramento, quando lo stesso Giudice lo esortava ad essere preciso?

    Una distrazione così macroscopica da non essere sfuggita nemmeno al copioso “pubblico” che borbottava nel merito?

    Tuttavia don Carlo non si limita a queste gravi imprecisioni: racconta dettagli e particolari che lasciano perplessi…

    Nella sua illustrazione dei fatti, precisa che non c’era nemmeno stato bisogno di chiedere qualcosa a don Mauro perché quest’ultimo, ancora prima che don Carlo potesse introdurre l’argomento a cena, aveva spontaneamente confessato che la notte aveva dormito insieme al minore nel proprio letto matrimoniale aggiungendo che, però, non era successo nulla.

    Il Giudice, forse stupito rispetto a questa spontaneità, chiede precisamente a don Carlo come se la spiegava la “spontaneità” nell’affrontare il discorso,  e don Carlo riferiva che, probabilmente, don Mauro si era rivolto a lui come una sorta di richiesta di aiuto per gestire la situazione, essendo don Carlo il suo diretto superiore.

    Il Giudice quindi chiede di precisare meglio e don Carlo riferisce che secondo lui probabilmente don Mauro aveva il timore che si sarebbe potuto sapere…

    Ma sapere cosa?

    La motivazione non regge, e non può reggere: se il ragazzo era andato a dormire in oratorio con il consenso preventivo dei genitori, richiesto da don Mauro stesso, e se “non era successo nulla”: COSA POTEVA “VENIRE FUORI”? Che timore poteva avere don Mauro tanto da anticipare il discorso con il parroco?

    Don Alberto Rivolta in udienza, mezz’ora prima, affermava che lo stesso giorno, prima di cena, aveva chiesto a don Mauro “cosa fosse successo, se si rendeva conto”.

    Dunque la “spontaneità” di don Mauro descritta sotto giuramento da don Carlo vacilla: era stato incalzato poco prima da don Alberto, pertanto don Mauro aveva già la certezza che “era emerso qualcosa”.

    Da notare inoltre, curiosamente, che don Carlo specifica bene la questione del divano letto in sala quando il Giudice gli chiede se potevano esserci soluzioni differenti per dormire separatamente, oltre alla camera degli ospiti.

    Don Carlo descrive meticolosamente (stranamente per questo particolare con estrema precisione), il divano letto di buona fattura: lo avevano scelto insieme (don Carlo e don Mauro), lo hanno acquistato insieme e, precisa, “lo aveva pagato la Parrocchia”.

    Viene da pensare giustamente che, a farsi carico delle spese sia la Parrocchia stessa e non il singolo sacerdote che, nel caso specifico, come da dichiarazione di don Mauro (riportato dai media) risulta essere nullatenente, però è anche lecito domandarsi “come possa aver transato don Mauro”, come riferito dal comunicato ufficiale della chiesa di Milano “Un comunicato per aiutare a comprendere la verità dei fatti” in riferimento alla rinuncia della costituzione di parte civile da parte della presunta vittima e dei suoi familiari nei confronti di don Mauro, della diocesi di Milano e della parrocchia di Rozzano.

    Si è appreso nella scorsa udienza che solo per il risarcimento sono stati spesi centomila euro.

    Comunque va anche detto che, giustamente, don Carlo riferiva a mons. Delpini che, per lui, il fatto stesso che don Mauro avesse portato un minore nel proprio letto era di per sé grave, assai grave, un abuso, non ricordo le parole esatte, bisognerà attendere le trascrizioni.

    di Francesco Zanardi

  • Incredibile ma vero, don Saverio Aversano è don Silverio Mura, il prete accusato di abusi a Napoli e protetto dal cardinale Sepe.

    Incredibile ma vero, don Saverio Aversano è don Silverio Mura, il prete accusato di abusi a Napoli e protetto dal cardinale Sepe.

    La storia di don Silverio diventa di dominio pubblico nel 2012 quando la sua presunta vittima, Diego Esposito, stanco delle sue denunce alla diocesi rimaste inascoltate, disperato ed in cerca di risposte si rivolge alla Rete L’ABUSO.

    Circa 2 giorni dopo rintracciammo il sacerdote, con grande stupore di Diego scopriamo che insegna ancora religione come quando adescò lui. Lavora a poco più di un chilometro dalla sua abitazione, presso l’Istituto alberghiero C. Russo di Cicciano (NA), anno 2012 – 2013.

    Pochi giorni dopo scompare dall’istituto e anche dal palinsesto degli orari grazie al quale eravamo riusciti a rintracciarlo.

    Si perdono temporaneamente le tracce ma l’anno scolastico successivo 2013 – 2014, questa volta grazie alla segnalazione di alcuni studenti che avevano visto le foto segnaletiche che l’associazione aveva diffuso, lo troviamo sempre come docente di religione, questa volta presso una scuola media di Napoli.

    Da quì in poi interromperà l’insegnamento e di lui perderemo le tracce sino al novembre 2016 quando viene segnalato presso una comunità per sacerdoti con problemi in provincia di Perugia. I motivi di quella sua interruzione dell’insegnamento e il suo trasferimento a Perugia, dalla segnalazione sembrerebbero non essere dovuti alle accuse di pedofilia, ma bensì a problematiche legate all’anziana madre che accudirà fino alla morte che risale a poco più di un anno fa, proprio in concomitanza con il suo incarico a  Montù Beccaria dove scopriremo essere diventato don Saverio Aversano (cognome della madre).

    Non si sa se ridere o se piangere, certo è imbarazzante, secondo alcuni giornali la Santa sede avrebbe riaperto il caso e questo sarebbe avvenuto all’insaputa della vittima e circa un mese prima che si scoprisse che invece era nascosto sotto falso nome a Montù Beccaria, dove continuava a stare a stretto contatto con minori e da dove per l’ennesima volta scomparirà, ancora protetto dai suoi superiori e dalla tolleranza di papa Francesco.

     Redazione

  • PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    PESCARA; Presunti abusi durante una gita nel veronese, la presunta vittima affronta il prete, lui lo querela.

    “Allora io avevo 14 anni e avevo appena conseguito la licenza media e mia madre per premiarmi mi mando li”.

    Di Francesco Zanardi

    Inizia così il racconto di Giorgio (nome di fantasia) oggi trentenne, il ricordo di quella gita che oggi, dopo la nascita di suo figlio è riemersa nei suoi ricordi.

    I fatti risalgono alla metà degli anni 90 e sarebbero avvenuti durante una gita estiva con la parrocchia in una villa del veronese e non riguarderebbero solo Giorgio, ma anche un suo amichetto di allora che verso gli ultimi giorni di quella settimana in gita con la parrocchia, fu invitato insieme a Giorgio a dormire nella camera del prete.

    Dal racconto della vittima fatto alla Rete L’ABUSO emerge che il prete era piuttosto chiacchierato tant’è che quando abbiamo verificato le testimonianze fornite dalla presunta vittima, è emerso, proprio da una di quelle persone che in quella gita erano i responsabili dei ragazzi, il ricordo chiaro proprio di quella sera. La prima risposta che da il testimone appena gli viene fatto il nome del prete è “ il maniaco? ”, poi racconta che ci fu un’accesa discussione quando il prete comunicò allo staff che i due ragazzi avrebbero dormito con il prete, lui si oppose, ma poi intervennero altri due persone dello staff e finirono a dormire con il prete. Ricorda che la mattina successiva Giorgio e il suo amico erano “sconvolti”.

    Dopo quella gita neppure Giorgio fu graziato dalle tante problematiche che l’abuso sessuale porta a chi lo subisce, ma poco dopo la nascita del figlio, il riemergere di quel ricordo lo ha portato a voler approfondire ed è così che ha affrontato il prete.

    Qui il racconto si fa quasi rocambolesco perché dopo quella visita nella quale Giorgio non cercava nulla di più che l’ammissione del prete, viene convocato dai carabinieri e scopre che il prete lo ha querelato.

    Al momento ci riserviamo di fare il nome del prete nei confronti del quale è stata sporta formale querela, ci limitiamo a dire che il sacerdote è ancora in servizio e sia lui, sia la diocesi di Pescara – Penne sono state messe in mora, quindi sono informate.

    Francesco Zanardi

  • Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Udienza choc al processo per abusi – Il vescovo di Milano sapeva del caso

    Confermata la rivelazione della “Verità”: monsignor Delpini fu informato subito dopo

    di Giorgio Gandola

    “Ho avvertito subito il mio vicario episcopale e ho chiesto che don Mauro venisse spostato”. Allora il giudice Ambrogio Moccia, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano chiede: chi era il vicario episcopale? E il teste don Alberto Rivolta, responsabile della pastorale giovanile della parrocchia di Rozzano, come se fosse la cosa più naturale del mondo: “Era don Mario Delpini”. Quel “subito” risuona nell’aula e catalizza per un attimo l’attenzione; significa che l’attuale arcivescovo di Milano nei giorni immediatamente successivi il 19 dicembre 2011 sapeva che don Mauro Galli aveva dormito con un ragazzino di 15 anni nel suo lettone e secondo l’accusa avrebbe abusato di lui.

    Al terzo piano di palazzo di giustizia va in scena la triste vicenda che mette in imbarazzo la curia di Milano. Al centro del processo c’è un diacono che invita un ragazzino a casa sua per confessarlo, trascorre la notte nello stesso giaciglio (nonostante nell’abitazione ci fossero un altro letto e un divano) e una volta accusato di abuso dal giovane sotto shock e dalla sua famiglia, si difende con i superiori dicendo di averlo “solo abbracciato per il petto per impedire che cadesse dal letto dopo aver avuto un incubo”. Invece di essere sospeso, avviato a un procedimento canonico che approfondisca l’accaduto e in ogni caso allontanato dai minori, viene spostato da Rozzano a Legnano, sempre in provincia di Milano, ad occuparsi della pastorale giovanile di quattro parrocchie. La decisione allunga un’ombra sul comportamento dell’attuale arcivescovo, come se la legittima e perfino nobile volontà di aiutare un prete a non annegare nello scandalo fosse preminente rispetto a quella di proteggere altre potenziali giovani vittime.

    Le parole di don Rivolta mostrano quanto fosse turbata la comunità parrocchiale. “Il giovane mi ha rivelato più avanti che oltre al petto si era sentito toccare i piedi e, molti mesi dopo, che era stato violentato. Il ragazzo portava su di sé la fatica di questo evento e non ha mai cambiato versione. La richiesta di allontanamento l’abbiamo fatta insieme io e don Carlo”. Don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, anche lui chiamato a deporre. E anche lui conferma che “per me, per don Alberto e per don Mario Delpini aveva senso che don Mauro venisse spostato. Lui non ha battuto ciglio, con quello che era accaduto non poteva porre condizioni”.

    Nonostante un comunicato della diocesi – che continua ad essere la stella polare di (quasi) tutti i media – sottolinei che solo nel 2014 fu fatta luce su quella notte, gli atti processuali e le testimonianze dicono che l’arcivescovo venne subito informato della cupa vicenda.

    Ma la curia, allora guidata da Angelo Scola, non la portò fino in fondo, non seguì le regole del diritto canonico e gli inviti dei due papi. L’indagine conoscitiva interna è stata avviata solo nel 2015.

    L’udienza ha la sua star. È il professor Enzo Kermol, psicologo di fama internazionale, docente universitario a Trieste e Gorizia, esperto nell’individuare gli stati d’animo (per esempio se un teste dice la verità o mente) attraverso le microespressioni facciali. Affianca i difensori dell’accusato e non rimane indifferente quanto viene chiamata a deporre Laura Ricci, allora animatrice dell’oratorio e amica del cuore della vittima. È il momento più toccante. “Don Mauro aveva un gruppetto di preferiti e non c’erano femmine. Il giorno dopo il fatto il mio ex ragazzo era scosso, non riusciva a parlare. Ho pensato subito che don Mauro avesse abusato di lui. Era solare, aperto, ma dopo quella notte si è chiuso in sé stesso, stava male. Non voleva essere più abbracciato, neanche da me”.

    (trascrizione da LaVerità del 9 marzo 2018)

  • Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Preti pedofili, per lo Stato hanno più diritti delle vittime

    Il governo italiano non ha mai adottato le misure necessarie per contrastare la pedofilia ecclesiastica. Per questo Rete L’Abuso l’ha diffidato, contestando la violazione della Convenzione di Lanzarote e di diritti costituzionali delle vittime a vantaggio dei loro abusatori.

    di Federico Tulli

    Quando era 13enne e per i tre anni successivi, Giada Vitale è stata abusata da un sacerdote 55enne. Appena diventata maggiorenne, dopo due anni passati a entrare e uscire dall’ospedale a causa del trauma emotivo subito, Giada lo denunciò, entrando in un altro tunnel dell’orrore. Nel 2016 il Gip ha infatti prosciolto l’uomo, parroco del paesino in cui viveva e vive la ragazza oggi 23enne, per i fatti accaduti dopo il compimento dei 14 anni che per la legge è l’età del consenso purché il minore non abbia subito delle pressioni tali da essere considerato incapace di intendere e di volere. La perizia psichiatrica di parte presentata da Giada – orfana di padre e con la madre assunta come domestica nella parrocchia “incriminata” – parlava chiaro: lei era soggiogata dal prete che era anche suo educatore e maestro di musica. Ma il giudice pur non essendo un medico non ne tenne conto, nemmeno consultò il documento. Ritenendo che allo scoccare della mezzanotte dei suoi 14 anni la ragazzina fosse diventata consenziente, avendo affermato davanti ai carabinieri al momento della denuncia di aver voluto bene al prete. I lettori di Left ricorderanno questa vicenda che fu ricostruita solo dal nostro settimanale in occasione della sconcertante sentenza del Gip. Nel frattempo si è svolto il processo di primo grado per le accuse riguardanti il periodo delle violenze in cui Giada aveva meno di 14 anni: il sacerdote è stato condannato a sei anni.

    Perché riportiamo in evidenza questa dolorosa storia? Perché ora, grazie anche alla nostra inchiesta la Rete L’Abuso ha inviato una diffida alla presidenza del Consiglio per «condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione Onu sui diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote e altre inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione italiana».

    Tra i destinatari della diffida non c’è solo Paolo Gentiloni. Leggiamo anche: la XII Commissione affari sociali della Camera, il garante nazionale per l’Infanzia e l’adolescenza e la presidenza del Parlamento europeo.

    In base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini e le istituzioni, sono obbligati a rispondere entro 30 giorni. Per conoscenza hanno ricevuto il documento l’Unicef, il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, il presidente della Repubblica (come garante della Costituzione), l’Istituto interregionale per la ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite (Unicri) e il Centro di ricerca innocenti Unicef.

    Che cosa contesta Rete L’Abuso allo Stato italiano è presto detto, del resto era in parte denunciato già dai nostri articoli sul caso di Giada. Per prima cosa, e questa è una nostra “battaglia” sin dai tempi di Benedetto XVI, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta sulla pedofilia clericale sulla falsa riga di quelle che hanno agito in decine di Paesi nel mondo segnati da questo fenomeno criminale. E poi, non meno importante, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori.

    L’associazione che si occupa della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili ritiene che in base alla Convenzione, convertita in legge nel 2012, il governo italiano dovrebbe vietare alla Chiesa lo svolgimento di un processo canonico per abusi su minori prima che sia concluso l’iter giudiziario “corrispondente” in sede civile. «In questo modo – spiega l’avvocato Mario Caligiuri che assiste Rete L’Abuso in questa iniziativa – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante».

    Ed è esattamente quanto accaduto a Giada Vitale. Prima di rivolgersi alla magistratura italiana aveva denunciato il suo aguzzino alla Diocesi di residenza. La quale non fece nulla nei confronti del prete fino a quando la ragazza non entrò in una caserma dei carabinieri. A indagini “laiche” ancora in corso, scattò in pochissimo tempo il processo ecclesiastico. Ed ecco il punto rispetto al quale si denuncia l’inerzia del governo oltre alla violazione di elementari diritti di alcuni cittadini (le presunte vittime), in favore di altri (i preti presunti abusatori). Racconta Caligiuri: «Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote». Pensando al controesame, prosegue l’avvocato, «il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali. La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire prima dell’eventuale processo italiano la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva». Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano». A sconvolgere ancora di più il quadro generale dei processi canonici, è il fatto che la vittima, spesso a sua insaputa, non è la parte lesa, ma insieme al sacerdote, è il secondo imputato perché la reale vittima, in un processo canonico, non è il minore molestato, ma Dio. Per la Chiesa cattolica, infatti, l’abuso è un delitto morale in violazione del VI Comandamento,

    Per la Chiesa cattolica, lo stupro di una bambina è un delitto contro la morale, un’offesa alla divinità
    non un crimine violentissimo contro una persona inerme, che si fonda sul patologico annullamento della realtà umana del bambino. Anche di questo lo Stato italiano dovrebbe tener laicamente conto nel valutare l’opportunità di iniziare a rispettare la Convenzione di Lanzarote nei termini indicati dalla diffida. Dal canto suo il Vaticano non ha alcuna intenzione di modificare questo atteggiamento nei confronti delle vittime e trattare questi crimini per quello che sono.

    Su richiesta del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia, in base alla relativa Convenzione ratificata da papa Francesco nel 2013, il Vaticano avrebbe dovuto modificare le norme penali che considerano lo stupro alla stregua di un peccato, di un vizio, e presentare relativa prova all’Onu entro il primo settembre 2017. Ebbene, a sei mesi dalla scadenza del termine, nessuna relazione è stata presentata dagli emissari di Bergoglio. A conferma di quando davvero gli interessi l’incolumità delle vittime. E così, mentre i media italiani esaltano la presunta tolleranza zero del papa e il governo fa finta di nulla, la pedofilia nella Chiesa continua a rimanere tranquillamente nascosta sotto il tappeto di vescovi, parroci e cardinali. Con l’avallo del pontefice.

    Federico Tulli Left del 2-3-18

  • Pedofilia, inizia l’udienza preliminare per il cardinale Pell

    Pedofilia, inizia l’udienza preliminare per il cardinale Pell

    Il Porporato in aula oggi 5 marzo. È prevista la deposizione di circa 50 testimoni per stabilire se vi sono sufficienti evidenze per sottoporlo a processo

    Ha preso il via oggi nel tribunale Magistrates Court di Melbourne un’istruttoria di quattro settimane per determinare se il cardinale australiano George Pell debba essere rinviato a giudizio su accuse di multipli reati di pedofilia «storici», cioè commessi in tempi non recenti, ai danni di multiple vittime. È il più alto Prelato cattolico al mondo a essere incriminato per reati sessuali.

    L’esatta natura e dettagli delle accuse non sono stati resi pubblici, ma il 76enne Cardinale, cui il Papa ha accordato un periodo di congedo dall’incarico di prefetto degli Affari economici, le respinge strenuamente. Un cordone di polizia ha attorniato il Prelato mentre entrava in corte, dopo aver attraversato un nutrito contingente di media accampato da ore attorno all’ingresso.

    È prevista la deposizione di circa 50 testimoni, nelle udienze che devono stabilire se vi sono sufficienti evidenze per sottoporre il Cardinale a processo. I pubblici ministeri venerdì scorso avevano ritirato una delle accuse, relativa a un ricorrente deceduto dopo che la procedura penale era stata avviata dalla polizia dello stato di Victoria lo scorso giugno.

    Come richiesto dalla legge nei casi di reati sessuali, per le prime due settimane, mentre deporranno i ricorrenti per videolink da una località remota, le udienze saranno chiuse al pubblico e ai media. Dopo altre due settimane di udienze, starà al magistrato Belinda Wallington stabilire se si dovrà andare a processo nella County Court del Victoria.

    Al termine dell’istruttoria sarà chiesto a Pell se si dichiara colpevole o non colpevole, ma il suo legale Robert Richter ha più volte indicato che il suo assistito si sarebbe dichiarato non colpevole. «Per evitare ogni dubbio e per l’interesse suscitato, desidero indicare che il cardinale Pell si dichiara non colpevole di ogni accusa e manterrà la sua presunta innocenza», aveva detto in una precedente udienza.

    http://www.lastampa.it/2018/03/05/vaticaninsider/ita/nel-mondo/pedofilia-inizia-ludienza-preliminare-per-il-cardinale-pell-6BsyIxIHx7QHo36c8UBEvJ/pagina.html