Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ex prete ucciso  A Medellin da anni  autorità all’oscuro

    Ex prete ucciso A Medellin da anni autorità all’oscuro

    MEDELLIN (Colombia). “Una storia impressionante”, “Come in un film”, “Un pericoloso predatore”: sono solo alcune delle espressioni apparse sulle prime pagine dei principali quotidiani della Colombia alla notizia dell’assassinio dell’ex sacerdote vicentino Dino Cinel. La torbida vicenda, nella quale si intrecciano passioni sfociate nell’omicidio e un tentativo di suicidio da parte del reo confesso, il 18enne Santiago Alberto Morales Parra, continua a suscitare scalpore sui media colombiani, pure avvezzi alle storie a tinte forti.

    E anche ieri le principali testate nazionali, come gli storici “El Colombiano” o “El Tiempo”, i network televisivi e quelli radiofonici hanno dato ampio spazio alla storia del sacerdote espulso dalla Chiesa per pedofilia e della relazione intrecciata a Medellin con il 18enne Morales Parra, un adolescente che avrebbe i tratti del “ragazzo di vita”.

    “El Tiempo” ha evidenziato la durata della relazione, un anno secondo le testimonianze, e il fatto che l’ex religioso dimorasse da anni a Medellin senza essersi mai preoccupato di segnalare la propria presenza agli uffici del fisco o alla polizia.

    http://www.ilgiornaledivicenza.it/territori/bassano/rossano/ex-prete-ucciso-a-medellin-da-anni-autorit%C3%A0-all-oscuro-1.6277768

  • Prete indagato per pedofilia, inchiesta alla stretta finale. Bocche cucite in procura

    Prete indagato per pedofilia, inchiesta alla stretta finale. Bocche cucite in procura

    Gli accertamenti sul caso denunciato dal 34enne Giorgio Babicz al vaglio degli inquirenti

    «Le indagini sono a buon punto». Così il procuratore capo di Isernia in merito all’inchiesta sul presunto caso di pedofilia che ruota attorno alla denuncia di Giorgio Babicz, il 34enne polacco che ha vissuto in una casa canonica della provincia di Isernia dai 12 ai 17 anni di età.

    Paolo Albano nel merito mantiene il più stretto riserbo: «La materia è molto delicata», spiega a Primo Piano Molise, non rivelando i dettagli degli accertamenti che ormai sono in corso da settimane. Dei tre ecclesiastici coinvolti, risulta indagato solamente il prete che per anni ha avuto la tutela del 34enne da cui oggi è accusato. Non sono nella stessa posizione l’altro sacerdote e il diacono che pure sono stati tirati in ballo, ovvero coloro a cui Babicz si sarebbe rivolto all’epoca dei fatti per chiedere aiuto. Nell’esposto depositato ormai qualche mese fa, l’avvocato della presunta vittima di molestie da parte del sacerdote, parla anche di testimonianze a supporto della tesi del ragazzo.

    È ipotizzabile quindi che Albano abbia previsto l’audizione delle persone che sono state citate per risalire a quanto sarebbe avvenuto più di 17 anni fa in un paesino del territorio pentro. Un lavoro affatto semplice considerando, appunto, il periodo che è intercorso dalla presunta violenza subita da Babicz e la denuncia resa pubblica da lui stesso attraverso i social network e i media. Proprio in queste ore il procuratore ha incontrato il vescovo della diocesi di Isernia, monsignor Camillo Cibotti, per fare il punto della situazione. Sul caso, infatti, è in corso anche un’inchiesta interna alla Curia e, come Cibotti stesso ha chiarito più volte, si sta procedendo con la riservatezza dovuta, tenendo conto che l’obiettivo è quello di arrivare alla verità.

    Il vescovo sta tenendo a conoscenza dell’intera comunità sacerdotale i passi che si stanno compiendo e dopodomani, giovedì primo febbraio, dalle 19,30 alle 20,30 presiederà l’Adorazione Eucaristica in Cattedrale. Sarà un momento di preghiera a cui parteciperanno tutti i religiosi e le religiose della Diocesi, così come espressamente richiesto da Cibotti. In un momento particolare come quello che si sta vivendo, il prelato vuole evidentemente che il mondo della Chiesa si stringa per affrontare questa situazione.
    Intanto l’eco mediatica sulla vicenda non accenna placarsi. Testate giornalistiche nazionali si stanno interessando al caso e sono diverse le interviste rilasciate dalla presunta vittima che, in linea con quanto dichiarato a Primo Piano, vuole avere giustizia e ‘punizioni’ per i religiosi coinvolti. Jan Mazurkiewicz

    Prete indagato per pedofilia, inchiesta alla stretta finale. Bocche cucite in procura

  • Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita di Francesco in Sudamerica

    In modo clamoroso si riapre il caso del vescovo cileno Juan Barros, vescovo di Osorno. È stato lo stesso Papa Francesco che “a seguito di informazioni recentemente pervenute” ha inviato a Santiago del Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia dei “delicta graviora”, tra i quali appunto quelli di pedofilia, “per ascoltare coloniche che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”.

    Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita del Papa in Sudamerica dal 15 al 22 gennaio 2018, tra le proteste di molti abitanti della città che hanno contestato già da anni la nomina di Barros e la sua presenza alla messa papale.

    Il vescovo Barros infatti è stato un allievo del sacerdote cileno Fernando Karadima che era stato condannato per pedofilia dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 3 luglio 2011, durante il pontificato di Benedetto XVI.

    Per ben due volte Francesco ha affermato – durante il suo ultimo viaggio – che gli accusatori di Barros, in mancanza di prove, lo stanno calunniando. Poi nella conferenza stampa sul volo di ritorno Francesco si è corretto a parlando della necessità di “evidenze” .

    Una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz su Twitter ha scritto nei giorni scorsi: “Come se uno avesse potuto scattarsi un selfie o una foto mentre Karadima abusava me o altri, con Juan Barros, fermo a lato e che vedeva tutto”. La testimonianza di Cruz è corroborata da due altri sopravvissuti alle violenze di Karadima.
    Il caso Barros ha tenuto banco su tutti i media internazionali (dal New York Times al South China Morning Post) poiché ha costituito un test della capacità del Pontefice di affrontare la piaga della pedofilia del clero. Sulla vicenda, e prima di giungere in Perù, per partecipare alla messa finale celebrata dal Papa è intervenuto con un comunicato ufficiale il cardinale di Boston Sean O’Malley il quale aveva sottolineato che le parole del Papa avevano causato una “grande sofferenza” negli abusati cileni.
    Il caso Barros è segnalato nel Rapporto che il 5 settembre 2017 lo Snap (associazione di 18 mila sopravvissuti agli abusi sessuali dei preti) ha presentato al Comitato dell’Onu contro la Tortura che tra quattro mesi deve sottoporre a nuova valutazione la Santa Sede e il Vaticano, dopo i rilievi critici ottenuti nel 2014. Già allora, Papa Francesco era stato criticato dalle vittime per aver promosso due prelati cileni (accusati da alcune vittime) di aver “coperto” Karadima: si tratta dell’allora arcivescovo di Santiago, Francisco Javvier Erraruriz e il suo successore Ricardo Ezzati.
    Ezzati fu fatto cardinale cardinale nel febbraio 2014. “Erraruiz – prosegue il documento del 2014 – è stato nominato da papa Francesco nel selezionato consiglio degli otto cardinali, chiamati a riformare la Curia”.
    “Durante questo periodo (2014-2017, Ndr) – si legge ancora nel rapporto del 5 settembre scorso – Papa Francesco ha proseguito sulla sua strada nominando il vescovo Juan de la Cruz Barros capo della Diocesi di Osorno in Cile, malgrado le accuse documentate che era complice degli atti commessi da Karadima” e “nonostante una protesta senza precedenti in Cile”. Dopo la nomina (marzo 2015) il Papa aveva pubblicamente chiamato i critici “stupidi”.
    L’inviato del Papa in Cile il vescovo maltese Scicluna è stato a lungo il rappresentante dell’accusa presso la Congregazione della dottrina della Fede, per tutto il periodo del Pontificato di Benedetto XVI, ed è stato colui che ha portato alla condanna del più famoso prete pedofilo dell’America Latina, il fondatore della Legione di Cristo, Macial Maciel.
    Il vescovo Barros ha dichiarato di aver accolto “con fede e gioia la decisione del Papa di inviare Scicluna” in modo che venga stabilita la verità (stando ad un comunicato ufficiale di un portavoce della Conferenza episcopale cilena). L’arcivescovo Scicluna partirà per il Cile subito, ma naturalmente dopo aver preparato con attenzione la sua missione. Non è invece chiaro se si recherà negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove risiede una delle vittime che è appunto Juan Carlos Cruz.

    http://www.huffingtonpost.it/2018/01/30/vescovo-juan-barros-il-papa-manda-un-inviato-in-cile-per-indagare-sui-casi-di-pedofilia_a_23347758/

  • Se le bacchettate contro Francesco arrivano dai cattolici progressisti

    Se le bacchettate contro Francesco arrivano dai cattolici progressisti

    Le risposte date dal papa in aereo, sul volo di ritorno dal Perù, circa la vicenda del vescovo Barros, accusato di aver coperto e insabbiato gli abusi commessi da padre Fernando Karadima, non hanno placato le polemiche. Per quanto Francesco si sia scusato per aver sostenuto con decisione che a carico di Barros non sono emerse prove e che quindi contro di lui ci sono solo calunnie (il che, ha ammesso, ha ferito tanti abusati), il «National Catholic Reporter», testata del cattolicesimo progressista statunitense, ritiene che il papa non abbia mostrato sufficiente attenzione nei confronti delle vittime ed anzi abbia lasciato intendere che fra loro ci possa essere chi mente.

    «Papa Francesco ha ingiustamente calunniato i sopravvissuti agli abusi», scrive il giornale in un editoriale di fuoco intitolato «Francis’ commitment to abuse survivors in question». Le osservazioni di Francesco sulla mancanza di prove a carico del vescovo Barros, si sostiene nell’articolo, «sono quanto meno vergognose» («these remarks are at the least shameful») e nel giro di pochi giorni «papa Francesco ha ingiustamente calunniato i sopravvissuti agli abusi».

    Si tratta, afferma il «National Catholic Reporter» di una «sceneggiatura fin troppo familiare», secondo uno schema consolidato: gettare discredito sulla testimonianza dei sopravvissuti, appoggiare il prelato in questione e spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su altro.

    L’insistenza con cui il papa difende Barros, secondo la testata americana, è «mistificante». Tre diversi giornalisti, sul volo papale, hanno dato la possibilità a Bergoglio di spiegarsi, ma il papa, sostiene il giornale, non ha dato risposte soddisfacenti, ripetendo soltanto che non ci sono elementi per accusare Barros.

    Pur riconoscendo che il papa ha più volte ribadito la linea, inaugurata da Benedetto XVI, della tolleranza zero contro i preti responsabili di abusi, il «National Catholic Reporter»  afferma che tale strategia è stata affermata solo a parole, perché nei fatti Bergoglio non è intervenuto con la necessaria energia, non ha affrontato in modo deciso i pastori accusati di aver coperto i pedofili ed ha anzi elogiato il «coraggio» dimostrato dai vescovi statunitensi nei «momenti difficili» della crisi, sottolineando il «dolore» che hanno dovuto sopportare. Un comportamento, dice il giornale, che secondo uno psicologo che assiste le vittime equivale a un «pungo nel plesso solare», un colpo durissimo per chi ha già sofferto tanto a causa degli abusi.

    Il giornale ha parole per niente tenere anche a proposito di quanto il papa ha detto incontrando il clero cileno, quando ha espresso solidarietà a preti e religiosi che, a causa dello scandalo pedofilia, sono insultati in metropolitana, o mentre camminano per strada, solo perché indossano l’abito clericale. Ma come può il papa, osserva il «National Catholic Reporter», paragonare questo tipo di sofferenza con quella, infinitamente più grande e più grave, patita da un bambino abusato?

    Dopo aver ricordato la presa di posizione del cardinale O’Malley circa le parole del papa sul caso Barros («È comprensibile – ha detto il cardinale americano – che le dichiarazioni di papa Francesco rilasciate a Santiago del Cile siano fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero o di qualunque altra persona. Le parole del papa trasmettono il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto»), il giornale sostiene che l’atteggiamento di Bergoglio in Cile è stato ben più che deludente: pur sapendo che cosa lo attendeva, non ha seguito il consiglio di ascoltare la gente e di stare vicino alle vittime. Strano, conclude l’articolo, da parte di un pontefice che tanto spesso tuona contro il clericalismo. «Quando si tratta di far fronte al clericalismo che è a fondamento dello scandalo pedofilia, il volto impietrito del papa fa parte del problema».

    Come si vede, una valutazione drastica. Con un riferimento finale («il volto impietrito») che ritorce contro il papa l’accusa da lui lanciata contro la curia romana, quando parlò della malattia dell’impietrimento del cuore.

    Colpisce il fatto che da una testata cattolica liberal arrivino considerazioni di questo tipo nei confronti del papa che ha giocato l’intero suo pontificato, e tuttora lo sta giocando, sul piano della misericordia, della tenerezza, della comprensione. Qualcosa si è forse incrinato? Si stanno aprendo crepe all’interno di un certo tipo di narrazione? Si sta forse sostenendo che quel «volto impietrito» corrisponde, più di altri, al vero volto del papa?

    Sappiamo che è costante preoccupazione della Chiesa tutelare i sacerdoti, i religiosi e i vescovi dalle accuse indiscriminate, che sempre possono colpire e che, amplificate dai mass media, sono in grado di distruggere ingiustamente le persone. Da questo punto di vista è diritto e dovere del papa  evitare di cavalcare l’onda della riprovazione e usare prudenza.  Sappiamo anche che negli Stati Uniti, a causa della portata degli scandali, c’è una ipersensibilità  nei confronti del dramma della pedofilia. Tuttavia è impossibile non osservare che con l’articolo del «National Catholic Reporter»  per la prima volta un certo tipo di cattolicesimo, in generale favorevole alla linea di questo pontificato, prende le distanze. Che lo faccia il «New York Times» non stupisce, ma che la bacchettata arrivi dal «NCR»  introduce un nuovo elemento di riflessione.

    Dopo aver tanto tuonato contro il clericalismo ed esortato ripetutamente la Chiesa a uscire, a mettersi in ascolto, a non essere autoreferenziale, ecco il papa alle prese con chi gli imputa di peccare lui stesso di clericalismo e di non ascoltare e uscire a sufficienza.

    Ma sentite qui che cosa scrivono altri cattolici progressisti come gli aderenti all’International Movement We Are Church e all’European Network Church on The Move: «Il viaggio di papa Francesco in Sud America ha manifestato l’attenzione abituale del papa alle sofferenze  delle popolazioni native, povere e  marginalizzate. Però la sua visita  ha anche dimostrato  mancanza di chiarezza nel dare la priorità  alle vittime degli abusi sessuali del clero e ha pregiudicato gli sforzi della Chiesa per dimostrare il suo pentimento su questa importante questione […]. Papa Francesco ha anche ricevuto un delegazione di alcune delle vittime a  porte chiuse. Sono stati passi  importanti, però egli non ha avuto la stessa apertura e disponibilità nei confronti delle vittime di Karadima. Gli  interventi positivi sono stati del tutto compromessi quando il papa ha detto che quelli che avevano accusato il vescovo Juan Barros Madrid di aver “coperto”  abusi sessuali sui minori erano colpevoli di calunnia. Il vescovo Juan Barros Madrid fu nominato vescovo di Osorno nel 2015 dopo che la sua complicità con Karadima divenne conosciuta; prima era stato vescovo castrense.  La sua nomina è la diretta conseguenza di una gerarchia che era in sintonia con la dittatura di Pinochet ed aveva la simpatia del nunzio Angelo Sodano.  Egli era il protettore del padre Fernando Karadima,  pedofilo  seriale e figura molto influente e conosciuta nella élite economica e conservatrice del mondo cattolico cileno. Membri della Pontificia commissione per la protezione dei minori contestarono la nomina, ma papa Francesco procedette ugualmente. Il  vescovo Barros  non è  accusato di avere  egli stesso compiuto abusi; ma  era certamente consapevole degli abusi in serie di Karadima, che egli poi ha protetto. Dopo tutto ciò, nella diocesi di Osorno è sorto  un movimento di base  che ha discusso e  rifiutato la nomina di Barros  e ha chiesto, alla fine,  al  papa la  revoca del vescovo. Papa Francesco, parlando con un giornalista prima di lasciare il Cile, ha detto che non c’erano prove nei confronti di Barros  ed ha accusato di calunnia le vittime degli abusi, ma senza alcun dubbio le vittime di Karadima – che il papa ha rifiutato di incontrare – sono risultate del tutto credibili».

    Occorre notare che il documento di «Noi Siamo Chiesa» ha per titolo «La credibilità di papa Francesco sulla pedofilia del clero è stata compromessa durante il viaggio in Cile». Non si parla semplicemente di un passo falso, ma di credibilità compromessa.

    Si potrebbe sostenere che scontentare sia la «destra» sia la «sinistra» cattolica è un merito, perché segno di equilibrio. Se ne può discutere. Forse si tratta di riflettere, più opportunamente, su quali siano oggi le condizioni di salute dell’«auctoritas» papale. E forse bisognerebbe anche porsi una domanda: se le categorie impiegate da tale «auctoritas» sono tutte terrene e orizzontali (uscire, incontrare, aprire, accogliere eccetera), non è forse inevitabile che ci sia sempre qualcuno che chiede di applicarle ancora di più? Non è inevitabile che ci sia sempre qualcuno che chiede di uscire di più, incontrare di più, aprire di più, accogliere di più?

    Vengono in mente le parole che l’allora cardinale Joseph Ratzinger pronunciò al Meeting di Rimini del 1990 sulla riforma della Chiesa. In che consiste, si chiese, l’autentica riforma? Si tratta, rispose, di un’azione simile a quella che lo scultore fa con la pietra: non un  aggiungere, ma un togliere, un’«ablatio». Togliere tutto ciò che non è essenziale:  «Riforma è sempre nuovamente una “ablatio”: un toglier via, affinché divenga visibile la “nobilis forma”, il volto della Sposa e insieme con esso anche il volto dello Sposo stesso, il Signore vivente. Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana».

    Aldo Maria Valli

  • Dopo il sesso con la 13enne, la benedizione: “Responsabile oltre ogni ragionevole dubbio”

    Dopo il sesso con la 13enne, la benedizione: “Responsabile oltre ogni ragionevole dubbio”

    6 anni a don Marino Genova, primo risarcimento a Giada Vitale. Depositate le motivazioni dei giudici sulla condanna in primo grado dell’ex parroco di Portocannone, al quale è stata inflitta una pena di 6 anni di carcere, interdizione perpetua da uffici, scuole e tutela e il pagamento di una provvisionale di 15mila euro a Giada Vitale, oggi 23enne ma che aveva 13 anni all’epoca dei fatti e suonava l’organo in chiesa. Il suo racconto, supportato dalle testimonianze “univoche” di diverse persone, “non presenta contraddizioni” e ha trovato riscontro in diversi elementi. Don Marino Genova, oggi 63enne, considerato “colpevole di atti sessuali con minorenne, con l’aggravante del reato continuato, oltre ogni ragionevole dubbio”. Il sacerdote, sospeso a divinis dalla Chiesa, presenterà Appello contro la sentenza. Intanto la parte civile aspetta una risposta all’istanza di riaprire il caso sulla violenza sessuale consumatasi dopo il compimento del 14esimo anno di età della vittima.

    Portocannone. Atti sessuali con minore. Don Marino Genova è stato condannato il 3 ottobre scorso dai giudici Russo, di Nino e Testa del tribunale di Larino a 6 anni di carcere, senza attenuanti.Ha compiuto “in più occasioni”, sostengono i giudici, “atti sessuali con Giada Vitale da quando la stessa aveva 13 anni e 10 mesi fino a quando la medesima, il 20 giugno 2009, compiva 14 anni”.

    In realtà la relazione tra il prete, sospeso a divinis dal tribunale ecclesiastico e ora condannato in primo grado, e la ragazza che a quel tempo suonava l’organo in chiesa, è durata ben più di qualche mese. Si è protratta dal 2009 fino al 2012, quando Giada ha deciso di sporgere querela. Ma il processo, come è noto, ha riguardato i rapporti sessuali intercorsi nel mese e mezzo precedente il compimento del quattordicesimo anno di età di Giada. L’altro filone, quello relativo agli atti sessuali tra i 14 e i 17 anni di Giada, è stato archiviato, così come chiesto dal pubblico ministero Luca Venturi e disposto con ordinanza dal giudice Daniele Colucci.

    Per quegli episodi don Marino Genova, nato a San Felice del Molise 63 anni fa, è stato ritenuto “responsabile oltre ogni ragionevole dubbio”. Marino Genova – dicono i magistrati – «conosceva bene la ragazzina che frequentava assiduamente la parrocchia fin da quando aveva 10 anni, ricoprendo il ruolo di organista, e non poteva non sapere che Giada, quando iniziarono le sue attenzioni moleste, non aveva ancora compiuto 14 anni». E ancora: «Ha agito avvalendosi della sua posizione di autorevolezza in quanto guida spirituale della comunità parrocchiale» anche quando le ha preso le mani la prima volta, le ha intrecciate alle sue l’ha portata in sacrestie.
    «Dopo aver chiuso a chiave la porta mi ha spinto verso il mobile, e io sono rimasta impietrita». Qui, nella stanza adiacente l’altare, preposta a indossare gli abiti sacri per le cerimonie liturgiche, si sarebbero consumati inizialmente gli atti sessuali. Atti fugaci ma inequivocabili, al termine dei quali il parroco «rivestiva la ragazzina e la congedava con la benedizione». Giada lo ha riferito in diverse circostanze: «Mi faceva il segno della croce e mi diceva “il Signore ti benedica”». Il suo racconto, sostengono nelle 11 pagine di motivazioni i giudici, è stato riferito «in modo univoco e preciso».

    Non sussistono dubbi circa la veridicità del racconto che la ragazza di Portocannone ha sempre fatto, e che ha continuato a fare anche in aula. «Emerge – scrivono i giudici – dalla cospicua produzione documentale fatta dal difensore dell’imputato e dalle spontanee dichiarazioni rese dall’imputato, oltre ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità dello stesso in ordine al reato». Giada Vitale ha riferito in giudizio i fatti «in modo coerente e attendibile, non è caduta in contraddizioni di sorta. Il riscontro alle sue dichiarazioni è stato rigoroso come prevede la giurisprudenza in casi simili», anche perché, aggiunge l’avvocato Giuseppe d’Urbano, che ha assistito la ragazza che si è costituita parte civile, «questo tipo di reato molto difficilmente trova un testimone oculare».

    Giada è stata ascoltata con l’assistenza di una psicologa, è stata escussa che era maggiorenne e le sue parole sono state passate al setaccio una per una, confermate dalle testimonianze di persone che non avevano alcun interesse a mentire o esagerare. In paese l’hanno accusata di essersi inventata storie, di aver messo nei guai il parroco. In passato è stata perfino oggetto della rabbia e del disprezzo di una parte della cittadinanza. Oggi, con le parole dei giudici scritte nero su bianco, la sua rivincita oltre che la definizione della giustizia processuale.

    Giada Vitale ha detto la verità, cioè di aver subito delle molestie di natura sessuale mentre stava preparando gli esami di terza media. Una condotta che si è «ripetuta nel tempo, sfociando in veri e propri rapporti sessuali completi presso l’abitazione del parroco dopo il 14esimo compleanno di Giada». Una età nella quale, secondo il giudice che ha archiviato il fascicolo, la ragazza « era capace di poter scegliere e quindi di poter partecipare consapevolmente agli atti sessuali con Don Marino».

    Atti che lui non ha negato, mentre ha negato quelli accaduti prima dei 14 anni adducendo come motivazione i numerosi impegni che non lo avrebbero potuto rendere disponibile a quegli incontri denunciati da Giada. Ma i suoi impegni – dicono i giudici presieduti da Russo – «non sono altro che gli impegni normali di un parroco i quali, se non gli hanno impedito, in epoca successiva al quattordicesimo anno di età della ragazza, di trovare le occasioni per appartarsi con lei, allo stesso modo non gli hanno impedito nel periodo precedente di ritagliarsi il tempo necessario per incontri di analoga natura». Tanto più se, come la stessa Vitale ha riferito, «avevano una durata estremamente breve, quantificabile in pochi minuti, dunque assolutamente compatibili con l’assolvimento degli impegni istituzionali del parroco».

    L’avvocato di parte civile ha depositato nel marzo scorso una richiesta per riaprire il caso proprio contro l’archiviazione del filone successivo al compimento del quattordicesimo anno di età. «Siamo in attesa di una risposta da parte della magistratura frentana», si limita a dire Giuseppe D’Urbano.
    Intanto i giudici di primo grado hanno condannato don Marino Genova a pagare una provvisionale di 15mila euro in favore di Giada Vitale. Si tratta di un risarcimento immediatamente esecutivo, che anticipa il danno che dovrà essere liquidato in sede civile e solo quando la condanna passerà in giudicato. I legali di don Marino faranno infatti Appello, sperando in un ribaltamento del verdetto.

    http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=27040

  • “LA COMUNITÀ DI OSORNO STA SOFFRENDO PERCHÉ È STUPIDA”.LOVE BOAT E STORIA DI UN PAPA CHE STA PERDENDO, AHIMÉ, LA FACCIA

    “LA COMUNITÀ DI OSORNO STA SOFFRENDO PERCHÉ È STUPIDA”.LOVE BOAT E STORIA DI UN PAPA CHE STA PERDENDO, AHIMÉ, LA FACCIA

    Dopo il notevole articolo di Magister sull’ennesimo “passo doppio” di Bergoglio sul caso Barros, dal sito 1P5 si leggono le vere reazioni del popolo Cileno e soprattutto delle vittime degli abusi che si sentono umiliate e offese dalle parole di chi a parole e persino negli ATTI aveva dichiarato guerra alla pedofilia tra le mura della Chiesa.
    Eccone un passaggio:

    “In un nuovo stupefacente commento fatto durante la sua visita in Sud America questa settimana, Papa Francesco ha attaccato la credibilità delle vittime del famigerato abusante del clero p. Fernando Karadima. Il papa ha accusato le vittime degli abusi di “calunnia” per le loro denunce secondo cui il vescovo Juan Barros, un protetto di Karadima, era a conoscenza dell’abuso, o anche di quello che aveva visto mentre si svolgeva. “Non c’è un briciolo di prova contro di lui”, ha detto Francesco a un giornalista cileno al termine della sua visita in Cile. “È tutto calunnioso. È chiaro?”
    Su Twitter, “l’accusatore più accanito” di Barros, Juan Carlos Cruz, si è scagliato contro l’assurdità del papa in attesa di prove del suo abuso:
    “Come se si potesse prendere un selfie o una foto mentre Karadima ha abusato di me e degli altri e Juan Barros in piedi accanto a lui a guardare tutto. (…).Rimaniamo gli stessi e il suo perdono rimane vuoto. ”
    L’indignazione del popolo Cileno è veramente alle stelle, tanto che alla messa nel campus si sono presentati “quattro gatti” quando si aspettavano folle oceaniche e le foto ne danno testimonianza.
    Vi è anche il gesto scortese ( a dir poco scortese), con cui prende a schiaffi la mano di una religiosa che gliela tende per un saluto.

    (Anche qui vi è un video imbarazzante quanto inequivocabile).
    Si tratta di quello stesso pontefice che un attimo dopo dichiara che le violenze sulle donne sono inaccettabili.

    Per carità, non si può minimamente porre in simmetria un gesto scortese ma pesante come uno schiaffo, con certe situazioni di violenza sulle donne.

    Ma non è questo il punto.
    Il punto è che Francesco ha una immagine pubblica costruita che non sta reggendo al suo vero carattere.

    La natura del temperamento di Bergoglio sta emergendo pubblicamente, come il penoso VILIPENDIO del sacramento del matrimonio in alta quota.

    Valido o non valido, resta che ormai tutto serve alla causa del “Marketing di Francesco”, il papa in odore di pubblicità anziché di santità.
    In effetti, del matrimonio in aria si sapeva già da dicembre ed è stato studiato un bel copione. Con tanti saluti fraudolenti a quelli che vivono di telenovelas argentine e bazzicano per siti insi-pienti a cui tocca pure dare credibilità al penoso teatrino del “ci avevamo pensato ma è bruciata la Chiesa che avevano scelto”.

    Il Papa si appropria di tutti i sacramenti se la buona causa è difendere la propria immagine in caduta libera.

    Non servono commenti ma preghiere.
    Il Papa chiede perdono pubblicamente per gli abusi, ma attacca le vittime definendole “calunniatrici”.

    Il risultato è che il Cile non ci crede più e non si è prestato a fare da comparsa oceanica nelle “Messe da Campus”.
    Come Cattolico non esulto nel vedere questa parabola discendente di un papa che non riesce ad essere credibile nella fede personale, come teologo e ora nemmeno come buon pastore.
    Consolare gli afflitti è un’ opera di Misericordia Spirituale e stava pure nel gran presepe orribile a San Pietro.
    Giungere a strumentalizzare un sacramento è veramente dissacrante ma dà la misura dell’ emergenza reale in atto: IL MONDO NON CREDE PIÙ ALL’ EFFETTO BERGOGLIO.
    Il mondo si sta accorgendo, a spese sue, che le lacrime sono di coccodrillo, le scuse sono d’ufficio, mentre le accuse sono reali.

    Lo schiaffo sulla mano della povera suora con un evidente atteggiamento di intolleranza sta in un video che non avrei voluto vedere.
    Come non avrei voluto vedere lo “sceriffo” Bergoglio che soccorre una soldatessa e una doppiezza nel rispedire al mittente una mano tesa da una religiosa.

    Eppure c’era una telecamera anche in quel momento.
    Per il bene della Chiesa sarebbe opportuno che si ritirasse da pontefice e affrontasse la sua umanità in segreto con Cristo.

    Il paracadute che serve persino ad un papa. Soprattutto al papa.

    Quella Santa Vergogna di Pietro davanti allo sguardo di Gesù al canto del Gallo.

    Santità …è ora che lei pianga.

    Perché non riesce più a gestire due personalità e questo è un problema oggettivo per la Chiesa Cattolica, nonostante l’ impegno continuo e straordinario dei mass media, dei leccacalzini e di certa curia.

    Noi non abbiamo mai chiesto da lei questo sacrificio: la doppia personalità!
    La prima e autentica personalità di Bergoglio straripa su quella del marketing e ad ogni viaggio apostolico è sempre più evidente.
    A questo punto l’uscita di scena più elegante e corretta e onesta verso Dio e verso la Sua Santa Chiesa (di Cristo intendo, naturalmente), sarebbero le dimissioni.
    Questa sarebbe una grande opera di Misericordia verso tutti.

    E, soprattutto, necessaria a lui per fargli capire che in fondo avremmo preferito la sua vera fragilità umana piuttosto che quella propagandata, Anche quella, persino quella, per essere un uomo/papa accettato dalla gente comune.
    Il popolo è stufo delle bugie di Francesco e l’ unica operazione estetica da fare resta quella di smetterla di recitare.
    Chi ama il papa gli deve dire che è giunto il momento di piangere.

    Sul serio.

    Ave Maria!
    Crociato di Fatima

  • Pedofilia, O’Malley critica il Papa: “Addolora sua difesa di Barros”

    Pedofilia, O’Malley critica il Papa: “Addolora sua difesa di Barros”

    Il cardinale di Boston presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori prende le distanze da Bergoglio

    La polemica sul vescovo di Osorno, Juan Barros, varca ancora le mura leonine e, mentre Papa Francesco è ancora in visita apostolica in Perù, coinvolge i vertici della Santa Sede.

    Il cardinale Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta dal Papa nel 2014 e membro del C9, prende le distanze da Bergoglio con una nota: è “comprensibile”, scrive, che le sue parole in difesa del vescovo di Osorno siano state “fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero”.

    Secondo O’Malley, le dichiarazioni del Papa potrebbero dare l’impressione che il Pontefice stia “abbandonando” le vittime: sono “parole che trasmettono il messaggio ‘se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto’”. Poi smorza, affermando di non “poter parlare” non essendo presente.

    “Quello che so, comunque – aggiunge il cardinale – è che Papa Francesco riconosce pienamente gli eclatanti fallimenti della Chiesa e l’impatto devastante che questi crimini hanno avuto sui sopravvissuti e sui loro cari”. Il vescovo di Boston ricorda l’impegno preso da Bergoglio sulla lotta senza frontiere alla pedofilia.

    Prima di partire per il Perù, ad Iquique, due giorni fa il Pontefice è tornato a difendere – questa volta con un gruppo di giornalisti cileni – la sua scelta sulla nomina di Barros. Le accuse contro il vescovo, per Papa Francesco, sono tutte calunnie, non essendo emersa negli anni alcuna prova che lo inchiodi. Barros è accusato di aver protetto Padre Karadima, condannato dal tribunale vaticano e dalla giustizia civile cilena per pedofilia, e si dice sia stato suo allievo spirituale.

    Gli abitanti della diocesi di Osorno protestano – e anche pesantemente nei giorni di permanenza di Bergoglio in Cile – chiedendo la rimozione di Barros, ma il Pontefice ha sempre difeso la sua scelta: del 2015 è il video diffuso sui media cileni che mostra il Papa mentre, a margine di un’udienza in Vaticano, prende strenuamente le parti di Barros. Il 16 gennaio nella Nunziatura Apostolica di Santiago del Cile, dopo il pranzo, Francesco ha ricevuto un piccolo gruppo di vittime di abusi sessuali da parte di preti. Il Vaticano non ha fornito ulteriori dettagli, ma è più che probabile si sia trattato delle vittime di Karadima.

    http://www.lapresse.it/pedofilia-o-malley-critica-il-papa-addolora-sua-difesa-di-barros.html

  • “Bergoglio ha alzato il muro su Emanuela Orlandi”

    “Bergoglio ha alzato il muro su Emanuela Orlandi”

    “Con l’arrivo di Bergoglio il muro in Vaticano si è alzato ancora di più”. Il fratello di Emanuela Orlandi rivela l’atteggiamento del papa sulla vicenda

    Bergoglio è “..il terzo Papa che ho incontrato nella mia ricerca della verità. Con lui il muro in Vaticano su questa vicenda si è alzato più di prima”.

    E ancora: “La cosa certa è che in Vaticano sanno. Il loro comportamento in questi 34 anni mi autorizza a pensarlo. La verità è qualcosa che pesa sull’immagine della Chiesa. Il Vaticano ha voluto evitare che la verità emergesse e ha avuto come complici lo Stato italiano e quei magistrati che non hanno puntato il dito sulle persone che erano a conoscenza di quanto avvenuto”. A parlare è Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, per il quale la sorella resta “viva fino a prova contraria”. In un lungo virgolettato riportato in esclusiva su Spy, Pietro Orlandi ha svelato, tra le altre cose, come Papa Francesco gli abbia confidato che la sorella è “in cielo”. Emanuela Orlandi, insomma, sarebbe morta, ma il fratello non pare disposto a smettere di indagare sulla vera sorte della sorella tragicamente scomparsa il 22 giugno del 1963.

    Monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato del Vaticano, aveva respinto in passato la richiesta di Pietro Orlandi finalizzata a riaprire il dossier sulla ragazza scomparsa: “Non possiamo fare altro che condividere, simpatizzare e prendere a cuore la sofferenza dei familiari. Non so se la magistratura italiana abbia nuovi elementi, ma – aveva sottolineato Becciu lo scorso giugno – da parte vaticana non c’è nulla da dire in più di quanto non si sia già detto”. Il caso per papa Bergoglio e per la Santa Sede sembra essere chiuso.

    “Voglio ricambiare la solidarietà che ho ricevuto – ha dichiarato a Spy Pietro Orlandi – “Quando hai una storia come la mia, senti il bisogno di aiutare gli altri. Questo ti fa stare bene. In questi decenni nelle manifestazioni per Emanuela ho conosciuto molti familiari di persone scomparse che hanno sempre vissuto tra l’indifferenza dei media, degli inquirenti e dell’opinione pubblica. Ora voglio che la voce di Emanuela sia quella di quei ragazzi e ragazze svaniti all’improvviso dei quali non si è mai parlato. Voglio che si riaccenda una speranza per le famiglie”, ha sottolineato.

    L’intervista contiene anche un dettaglio sulla vicenda del quale non si era mai accennato pubblicamente: “Il momento peggiore di questi 34 anni è stato nel 1993, dopo alcune segnalazioni fotografiche inviate alla magistratura, eravamo sicuri di aver ritrovato Emanuela in Lussemburgo. Anche il giudice e l’attuale vice Capo della Polizia erano convinti di aver risolto il caso. Siamo andati a prenderla, io le avevo comprato un regalo. Non era mia sorella: in un attimo siamo passati dalla gioia più totale alla disperazione più buia. Non dimenticherò mai l’espressione sul viso di mia madre. Fu come se ce l’avessero rapita un’altra volta”, ha svelato il fratello della figlia di un dipendente del Vaticano. Bergoglio, tuttavia, si sarebbe distinto, rispetto a questa vicenda, per aver reagito con un atteggiamento di particolare chiusura verso le richieste provenienti dalla famiglia Orlandi. Le tre figlie di Pietro, adesso, hanno formato un gruppo musicale: “The Coraline”. Le tre hanno partecipato due anni ad “X Factor”, ma il cognome che portano non le avrebbe aiutate: “Prima di Natale Rebecca, Salomè ed Elettra hanno suonato all’Ariston come vincitrici del contest musicale organizzato da Red Ronnie. Hanno anche partecipato alla selezione per Sanremo Giovani con un brano molto forte sui problemi dell’Italia. Non sono state prese perché, ho saputo in maniera ufficiosa, il testo è troppo scomodo, come lo è il cognome che portano. Ma loro non mollano, sono testarde come me”. Pietro Orlandi non molla, nonostante il “muro” che sarebbe stato eretto in Vaticano da Bergoglio.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/bergoglio-ha-alzato-muro-su-emanuela-orlandi-1484550.html?mobile_detect=false

  • Cile, il Papa colpito in viso da un giornale

    Cile, il Papa colpito in viso da un giornale

    Non tira una buona aria in Cile. C’è malcontento da parte del popolo nei confronti della Chiesa cattolica e la visita di Papa Francesco non è stata accolta proprio bene.
    Tant’è che le misure di sicurezza intorno al Santo Padre sono state rafforzate, anche alla luce degli attacchi a diverse chiese cattoliche del Cile a pochi giorni dall’arrivo del Papa. Ma questo non ha impedito che si verificasse un piccolo incidente.

    Durante il suo primo giorno di visita, a Santiago del Cile, mentre a bordo della papamobile stava passando fra la folla di fedeli accorsi a salutarlo, il Pontefice è stato colpito in viso da un quotidiano. Come si evince dalle immagini riprese dai diversi operatori televisivi presenti, non si è trattato di una pagina trasportata dal vento. Qualcuno ha lanciato un quotidiano contro il Papa.

    Il Santo Padre non ha dato peso alla cosa. Nella clip mandata in onda dai media si vede il Pontefice dare un rapido sguardo ai suoi piedi, giusto il tempo per capire cosa gli era stato scagliato contro, e poi ha continuato la sua visita.

    L’incidente però ha allarmato la sicurezza che ha deciso di innalzare il livello di guardia.

    Probabilmente il gesto è frutto di un atto di protesta nei confronti dello stesso Papa. C’è malcontento fra le vittime delle violenze sessuali commesse dai religiosi cattolici in Cile per le parole pronunciate dal Santo Padre. Si aspettavano qualcosa di più che un semplice ‘provo dolore e vergogna’.

    E pare che non sia andato giù nemmeno il fatto che accanto a Papa Francesco, durante la Messa, ci fosse il vescovo di Osorno Juan Barros che è stato uno dei collaboratori più stretti del sacerdote Fernando Karadima, autore di abusi sessuali durante la sua permanenza nella chiesa del Sacro Cuore di El Bosque de Santiago.

  • Il Papa: dolore e vergogna per il danno irreparabile della pedofilia

    Il Papa: dolore e vergogna per il danno irreparabile della pedofilia

    Bergoglio in Cile affronta lo scandalo degli abusi sui minori sul quale si è taciuto troppo a lungo

    Il programma del viaggio non ne faceva accenno, ma tutti se lo aspettavano e Papa Francesco non ha aspettato neanche un giorno per strappare il cerotto sulla ferita più profonda della chiesa cilena: decenni di episodi di pedofilia perpetrati da sacerdoti sotto l’occhio troppo indulgente dei vescovi.

    Oggi il Pontefice ha chiesto pubblicamente scusa a nome della chiesa cilena: “Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa – ha detto parlando alle autorità cilene nel Palacio de la Moneda di Santiago – Desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta”.

    Una diocesi in particolare non trova pace: quella di Osorno, nel sud del Paese, dove per troppo tempo ha operato indisturbato padre Karadima, oggi 87enne, violentatore seriale di bambini e adolescenti. Sospeso a divinis nel 2011 dal Vaticano, non è mai stato spogliato dell’abito. Nel 2015 proprio Bergoglio ha nominato un vescovo molto amico di Karadima, che si dice sia stato suo allievo spirituale: Juan Barros Madrid.

    Le vittime protestano da allora, ma il Pontefice difende la sua scelta: dello stesso anno è il video diffuso sui media locali che mostra il pontefice mentre, a margine di un’udienza in Vaticano, difende strenuamente la nomina di Barros. Le proteste nella diocesi non si fermano da allora. Il Vaticano non ha reso nota alcuna udienza di vittime di Karadima, anche se a una domanda di un giornalista durante il briefing prima della partenza, il direttore della sala stampa della Santa Sede, Greg Burke, ha risposto: “Le udienze più interessanti sono quelle private”.

    http://www.globalist.it/world/articolo/2018/01/16/il-papa-dolore-e-vergogna-per-il-danno-irreparabile-della-pedofilia-2017885.html