Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rinviato a giudizio don Luigi Dopo l’accusa il prete era stato trasferito da Cremona al Santuario di Caravaggio

    Rinviato a giudizio don Luigi Dopo l’accusa il prete era stato trasferito da Cremona al Santuario di Caravaggio

    L’ex parroco di Martignana di Po (Cremona) è stato rinviato a giudizio dal tribunale di Cremona per violenza sessuale. Don Luigi Mantia, 49 anni, è accusato di violenza sessuale su due minori e, su richiesta del pm Francesco Messina, il gup Matteo Grimaldi ha mandato a processo il sacerdote che un anno fa, in seguito alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, aveva presentato al vescovo Dante Lafranconi la rinuncia alla parrocchia di Martignana Po.

    Da allora è al santuario di Caravaggio (Bergamo). Il processo è fissato per il 5 febbraio prossimo. Ai fedeli aveva detto un anno fa, alla fine della messa: «Nel marzo del 2009 sono stato denunciato dal padre di un bambino… Assicuro che affronterà anche questa situazione per me dolorosa con piena responsabilità e con la possibile serenità». Nell’udienza preliminare di oggi, i genitori dei minori si sono costituiti parte civile.

    11 ottobre 2012 | 22:40

    http://bergamo.corriere.it/bergamo/notizie/cronaca/12_ottobre_11/violenza-sessuale-minore-prete-caravaggio-2112218687994.shtml

  • Processo Caradonna. Riesame di alcuni testi. Sul caso interviene il Vescovo Mogavero

    Processo Caradonna. Riesame di alcuni testi. Sul caso interviene il Vescovo Mogavero

    Lunedì 26 Marzo 2012 08:51
    Processo Caradonna. Riesame di alcuni testi. Sul caso interviene il Vescovo Mogavero

    Nuova udienza oggi a Marsala del processo che vede imputato Don Vito Caradonna, parroco marsalese fino a poco tempo fa in servizio presso la parrocchia di San Leonardo.

    Don Vito Caradonna, 37 anni, è molto conosciuto in città, sia perchè è stato viceparroco in Chiesa Madre e cappellano del carcere, sia perchè è presidente della banda musicale di Marsala.

    I fatti risalgono al 2005. Ad accusare Caradonna è un giovane, Paolo L.C. , che all’epoca dei fatti aveva poco più di 30 anni: “Fui invitato da Don Vito a casa sua. Ha detto che voleva offrirmi un caffè, ed io ci sono andato. Non so cosa abbia messo nel caffè, fatto sta che ad un certo punto mi sono sentito girare la testa. E Don Vito ha abusato di me”.

    Tempo dopo la violenza, Paolo minaccia Don Vito: chiede dei soldi per non denunciarlo. E il prete si rivolge ad un amico poliziotto, Cesare Mannino, ispettore. Mannino anzichè denunciare l’accaduto contatta il giovane, ma la riconciliazione non va a buon fine. «Caradonna – ha, inoltre, affermato l’ispettore – mi disse che Paolo aveva chiesto soldi per chiudere la questione. Altrimenti, si finiva in Tribunale».

    Come, poi, è accaduto con la denuncia presentata alla caserma dei carabinieri.

    E c’è un alto prelato che, venuto a sapere dell’episodio, ha lasciato correre. E’ l’attuale Arcivescovo di Messina, Calogero La Piana. Nel 2005 era Vescovo proprio della Diocesi di Mazara del Vallo. Durante una visita a Marsala per celebrare una funzione religiosa, Don Vito fu avvicinato proprio da Paolo L.C.

    «Fui avvicinato da un uomo che non conoscevo che mi disse di essere stato vittima di un tentativo di violenza sessuale da parte di don Vito Caradonna, ma che era disposto a chiudere la vicenda se indennizzato con una somma di denaro. Ho chiuso la discussione. Non diedi peso a quell’accusa e non feci denuncia. L’ho ritenuta un pretesto per estorcere denaro alla Chiesa». Questo quanto dichiarato da La Piana. Rispondendo alle domande del pm e del legale di parte civile, Gianfranco Zarzana, La Piana ha affermato di non avere sporto denuncia alle autorità competenti perché convinto («conoscendo bene don Vito Caradonna») che quell’accusa non avesse fondamento. Poi, convocò il giovane prete, al quale chiese spiegazioni. Don Vito negò tutto e per il vescovo l’episodio si chiuse li. Eppure, se non credeva alla testimonianza del giovane, era quanto meno di fronte ad un caso di estorsione.

    Caradonna, assistito dall’avvocato Rosa Tumbarello, ha sempre negato tutto: “Quell’uomo lo conoscevo appena” ha dichiarato al processo. Per la difesa la vittima si è inventata tutto: vuole solo spillare soldi al prete. “La rettoscopia effettuata – dichiara il legale – ha dimostrato che l’accusatore di Don Vito non ha mai subito violenza di alcun tipo”. Anche sul comportamento di Paolo L.G. emergono dubbi: “E’ abituato a chiedere soldi con gli espedienti più diversi a tutti i parroci che conosce – insiste la difesa – è per questo che siamo convinti dell’assoluta estraneità ai fatti di Don Vito”. Sulla stranezza della droga messa proprio nel caffè (“Il sapore si altera, se ne sarebbe accorto” sostiene la difesa), sulle contraddizioni del racconto di Paolo L.G. circa il modo in cui è stato violentato si giocheranno le ultime udienze del processo.

    IL GIOCO. Ma i guai seri arrivano adesso per il prete su un altro fronte. Lo scorso 7 Marzo il Gip Francesco Parrinello ha disposto per Don Vito Caradonna il divieto di dimora a Marsala. La Procura ne aveva chiesto addirittura gli arresti domiciliari. Caradonna, secondo gli investigatori, è infatti dipendente dal gioco d’azzardo, in particolare dal Gratta e Vinci e dagli altri giochi istantanei. Il culmine lo raggiunge quando si rivolge ad un suo coetaneo, Matteo D.G. ., un uomo con problemi psichici, un bonaccione che frequenta la parrocchia. Con un raggiro riesce a farsi consegnare da lui tutti i suoi risparmi, 60.000 euro. La vicenda è diventata di dominio pubblico quando la famiglia della vittima si è accorta del raggiro e ha denunciato il prete, adesso sotto inchiesta a Marsala per appropriazione indebita, truffa, circonvenzione di incapace.

    IL VESCOVO. «La Diocesi segue con rispettosa attenzione l’attività della magistratura nell’accertamento delle responsabilità di don Vito in merito alle contestazioni che gli vengono mosse circa la richiesta di soldi ad una persona di Marsala. In proposito – spiega il Vescovo monsignor Domenico Mogavero – occorre sottolineare che tale somma è stata interamente restituita, seppure con notevole ritardo e dopo diverse vicissitudini. Va notato, altresì, che il divieto di dimorare a Marsala imposto al sacerdote è una misura cautelare e non una condanna anticipata. Come Vescovo – dice ancora Mogavero – mi sono interessato costantemente negli ultimi mesi alle vicende riguardanti don Caradonna e ciò allo scopo di controllare e verificare l’attendibilità di talune voci circolanti nella città di Marsala. In mancanza di riscontri probanti circa eventuali violazioni di leggi ecclesiastiche, non sono stati adottati provvedimenti disciplinari. Tuttavia, di fronte ad accertati fatti di gestione non corretta di beni ecclesiastici, ho tempestivamente rimosso don Vito Caradonna dal servizio pastorale nella parrocchia di San Leonardo. Giova, peraltro, ricordare che ciò è avvenuto prima e indipendentemente dall’emissione del provvedimento cautelare dell’autorità giudiziaria che gli ha vietato la dimora in Marsala. Si fa presente, in ogni caso – precisa il Vescovo – che don Vito Caradonna può continuare a esercitare il ministero sacerdotale in quanto, al momento, non sussistono ragioni che giustifichino una sospensione delle sue facoltà sacerdotali. In questo stato di cose, mentre si attende che l’attività della magistratura faccia il suo corso e celermente giunga alle sue conclusioni, si auspica che le decisioni dell’autorità ecclesiastica concorrano a rasserenare il clima attorno a questa dolorosa vicenda. Nello stesso tempo si sta valutando l’opportunità di offrire a don Vito Caradonna un adeguato accompagnamento spirituale che l’aiuti a superare la situazione di difficoltà e di smarrimento nella quale è venuto a trovarsi».

  • Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    Sei anni per pedofilia: fa ancora il prete

    PALERMO
    «Esci dal sospetto. Io apro le pagine dell’infanzia. Le pagine della coscienza ancora invincibilmente immacolate. Io uccido la sfiducia in me stesso e persino nella morte». Lo scrive su un giornale online diretto da Vincenzo Noto, un sacerdote suo amico, padre Paolo Turturro, ex parroco palermitano condannato a sei anni e sei mesi per pedofilia, in tribunale, ma mai sospeso dal suo incarico ecclesiastico. Il processo è andato avanti molto lentamente: era iniziato nel 2004 e dopo la sentenza di primo grado (luglio 2009) ci sono voluti due anni e mezzo per iniziare l’appello.

    Adesso il procuratore generale Carmelo Carrara ha chiesto la conferma della pena per il presunto pedofilo. Non ha dubbi, il rappresentante dell’accusa: Turturro, prete un tempo impegnato nell’antimafia militante, è «un ministro del culto in cui albergava il mostro della pedofilia». Eppure per lui nessuna sospensione, nemmeno un intervento della chiesa sulla sua vicenda, né un provvedimento cautelare delle autorità ecclesiastiche: mentre in Austria, Canada, Baviera, Stati Uniti, ma anche in Italia, le sospensioni scattano a decine, per semplici sospetti e per indagini appena avviate, mentre il Papa chiede perdono alle vittime della pedofilia, Turturro, lontano parente dell’attore americano John, è sempre rimasto ad amministrare i sacramenti.

    Per tre anni i giudici penali lo avevano «esiliato» da Palermo, obbligandolo a risiedere fuori provincia, e lui si era stabilito a Messina. Poi la misura cautelare è venuta meno e l’ex parroco della chiesa di Santa Lucia è tornato nel capoluogo dell’Isola. Non guida più la parrocchia che sta di fronte al carcere dell’Ucciardone, nei pressi del porto, e dove aveva dato vita a una serie di talvolta controverse iniziative antimafia, ma si è trasferito come rettore alla Madonna del Ponticello, nel centro storico.

    «È un cittadino come tutti gli altri – sostiene il vescovo ausiliare di Palermo, monsignor Carmelo Cuttitta – e per tutti i cittadini si presuppone l’innocenza fino alla sentenza definitiva. Le situazioni vanno valutate caso per caso». Ma la cautela e la severità della chiesa per gli scandali della pedofilia? «I giudici stanno facendo il loro lavoro e Turturro ha la possibilità di difendersi, finché non verrà accertata la sua responsabilità».

    L’imputato ha seguito di persona tutto il processo in tribunale e ora in appello anche la requisitoria e l’arringa dell’avvocato di parte civile, Paola Rubino. La difesa ha più volte puntato sulla tesi dell’accordo per fare fuori il prete antimafia che nel popolare quartiere del Borgo avrebbe dato fastidio: «Nessuna congiura», ribatte il pg Carrara, anzi tutto il contrario, con le famiglie che in alcuni casi non denunciarono e si chiusero a riccio. Molti dei 67 testi ascoltati in tribunale ritrattarono. Il magistrato chiede anche la conferma dell’interdizione dai pubblici uffici. Il quartiere si era diviso: nella scuola in cui il sacerdote insegnava e in cui venne fuori, per caso, uno dei due episodi di violenza (le vittime avevano 10 anni a testa), qualcuno ancora difende l’imputato. Ma il Borgo in generale ha girato le spalle al suo ex parroco. E pure la chiesa attende la sentenza, prevista per il 13 ottobre.

    «Padre Paolo si comporta da persona molto corretta – dice don Vincenzo Noto, già direttore del mensile cattolico Novica e oggi alla guida di un sito che porta il suo nome – continua le opere di carità e raccoglie alimenti per i poveri. Va ai mercati e glieli regalano perché conoscono lui e gli attivisti della sua associazione, “Dipingi la pace”. Il processo? Non lo so come finirà. Va avanti da tanto tempo». «Sono indignato – scrive don Turturro in un’altra riflessione scritta per www.vincenzonoto.it – su come si possa fare informazione sul dolore degli altri. Sono indignato della privacy spiaccicata su tutti i giornali. Non posso divorziare dalla parola. Non posso divorziare dall’indignazione».

  • Milazzo (ME). Ragazza 17enne denuncia prete per molestie in sacrestia, Manomorta ecclesiastica

    Milazzo (ME). Ragazza 17enne denuncia prete per molestie in sacrestia, Manomorta ecclesiastica

    Messina (05/05/2011)

    Prete accusato da una diciassettenne di averla molestata sessualmente Anche la Curia sta valutando la veridicità di quanto denunciato

    Leonardo Orlando
    Milazzo
    La Settimana Santa, appena conclusa, vissuta nella parrocchia di una frazione dell’opulenta Piana di Milazzo, è stata turbata da un episodio che avrebbe visto protagonisti – su opposti versanti – un giovane parroco di campagna e una dicassettenne parrocchiana, presunta vittima di una molestia a sfondo sessuale. La vicenda, denunciata dai genitori della ragazza ancora minorenne e che ha turbato non poco la serenità dei parrocchiani, è adesso al vaglio dell’Autorità giudiziaria, tanto che nei giorni scorsi tanti sono stati visti sfilare dinanzi agli inquirenti chiamati a verificare le accuse mosse dalla ragazza, sul comportamento che sarebbe stato tenuto dal reverendo nella sacrestia della piccola chiesa di cui è il pastore.
    Più che allo sceneggiato televisivo “Uccelli di rovo”, la storia che ha oramai preso una piega giudiziaria assomiglia alle vicende del prete descritto in un film di Carlo Verdone, “Un sacco Bello”. E in un clima di festa si sarebbe verificato quanto denunciato dalla ragazza che non ha esitato ad informare subito i suoi genitori. Secondo il racconto della giovane, conosciuto oramai da tutti i parrocchiani, il prete durante un pomeriggio trascorso in sacrestia assieme ad altri giovani avrebbe palpeggiato i glutei della ragazza, ancora diciassettenne. La reazione della giovane non si è fatta attendere. Dopo essersi rifugiata dalle amiche in uno degli ambienti della stessa sacrestia, dove è stata colta da una crisi di pianto, si è recata dai genitori. Tornata a casa ha informato dell’accaduto mamma e papà, tanto che lei stessa assieme ai genitori, è tornata in sacrestia dove ad aprire la porta è stato lo stesso reverendo che avrebbe subìto la reazione della ragazza.
    Poi la denuncia e l’avvio delle indagini da parte della Procura di Barcellona, dove la vittima ha potuto raccontare la sua versione e indicato come testimoni una sfilza di fedeli che nei pomeriggi che hanno preceduto la Santa Pasqua si erano ritrovati nei locali della parrocchia, teatro della vicenda. Ed i parrocchiani della Piana si sono suddivisi in colpevolisti e innocentisti, tra coloro che ritengono il parroco al di sopra di ogni sospetto e tra quelli che invece hanno avanzato riserve sulla vicenda che di giorno in giorno si propaga sempre di più negli ambienti, non solo religiosi, ma anche dei giovani essendo la presunta vittima una ragazza di appena 17 anni.
    Intanto, la Curia sta valutando la veridicità dei fatti e ha ascoltato la famiglia della ragazza. Il reverendo tra l’altro fino allo scorso anno ha anche rivestito un incarico istituzionale pubblico dal quale si è poi dimesso in quanto ha denunciato gravi minacce per la sua incolumità fisica, tanto da avere presentato dettagliate denunce all’Autorità giudiziaria che, dopo le verifiche necessarie, sono state archiviate perché non sono emersi gli elementi necessari per individuare un giovane col capo coperto da casco che avrebbe proferito minacce all’indirizzo del prete per indurlo a compiere atti amministrativi contro la sua volontà. Adesso il giallo della violenza che vedrebbe testimoni gli stessi parrocchiani della Piana, culla di una ricca agricoltura e del vivaismo.

  • Processo a Don Vito Caradonna: oggi parla Mons. La Piana

    Processo a Don Vito Caradonna: oggi parla Mons. La Piana

    L’ex vescovo di Mazara Calogero La Piana (nella foto) attualmente arcivescovo di Messina, sarà ascoltato oggi, in Tribunale, nell’ambito del processo che vede imputato, per tentata violenza sessuale su un uomo, don Vito Caradonna, parroco della chiesa di San Leonardo e cappellano del locale carcere.

    L’alto prelato dovrebbe essere interrogato sui contenuti dell’incontro avuto con la presunta vittima, il 33enne P.L.C.

    Il processo è cominciato nel Maggio 2008, ed è partito proprio dalla denuncia dell’uomo che dice di aver subito gli abusi. Quest’ultima persona è assistita in udienza dall’avvocato Gianfranco Zarzana. Caradonna è difeso dall’Avvocato Rosa Tumbarello.

    In una precedente udienza è stato ascoltato l’ispettore di polizia Cesare Mannino, al quale, a suo tempo (i fatti sarebbero accaduti il 10 febbraio 2005), si rivolse, in qualità di amico, il prete. E ciò per cercare di risolvere la ”querelle” con il suo accusatore che poi fu contattato dal poliziotto. Il tentativo di riconciliazione, però, non andò a buon fine, tanto che, poi, fu presentata una denuncia ai carabinieri.
    Il poliziotto ha cercato di ricostruire i contorni della scabrosa vicenda.
    La violenza sessuale, secondo il racconto della presunta vittima, sarebbe avvenuta nella casa del prete, dove P.L.C. fu invitato «per prendere un caffè», nel quale, sempre secondo il racconto di chi ha sporto la denuncia, sarebbe stata versata qualche sostanza che lo avrebbe intontito.
    Mannino ha detto che il prete all’epoca gli era sembrato ”preoccupato”. «Caradonna – ha, inoltre, affermato l’ispettore – mi disse che L.C. aveva chiesto soldi per chiudere la questione. Altrimenti, si finiva in Tribunale». Come, poi, è accaduto con la denuncia presentata alla caserma dei carabinieri.

  • Il Punto: Presunti innocenti e esercizio di Buona Fede

    Il Punto: Presunti innocenti e esercizio di Buona Fede

    L’omicida di Borghetto ha confessato ma la presunzione di innocenza vale anche per lui. Approfondirne ora profilo e “ragioni” è come dar la stura al mostro della porta accanto, ottusa quanto utile per suscitare curiosità morbosa, e soprattutto per fare copie / ascolti.

    Mercoledì 30 dicembre all’indomani dell’arresto di don Luciano Massaferro, accusato di molestie nei confronti di una minorenne, Savonanews.it pubblicava una nota intitolata: “CAUTELA E TRASPARENZA”, che cominciava così:

    “La presunzione di innocenza dettata dalla Costituzione vale anche per i preti accusati di pedofilia. Anche per i savonesi don Giorgio Barbacini e don Luciano Massaferro. Ma il problema, inutile nasconderselo, esiste. La Santa Sede, cosciente della portata civile e mediatica, si è già più volte espressa su posizioni nette. Più titubanti sembrano le diocesi, che hanno grosse difficoltà a maneggiare direttamente tematiche spinose ed ingestibili come questa, senza dare l’idea di assolvere anzitempo l’indagato (opponendo un coro di solidarietà alle sue buone opere) o quella di metterlo all’indice, con la temuta conseguenza di una auto – delegittimazione.” ( leggi: Alassio: prete arrestato, cautela e trasparenza)

    Una decina di giorni dopo don Luciano è ancora in carcere, ma qualcosa è cambiato. Sia la cautela che la trasparenza, giorno dopo giorno, sembrano venir meno: la nuova linea della difesa vira verso la facoltà di non rispondere, cedendo la parola alla diocesi di Albenga – Imperia, la quale a buon titolo e forse suo malgrado finisce su un autorevolissimo quotidiano come l’Avvenire.

    Tre i punti espressi:

    • Stigmatizzare l’efferata dottrina dello “sbatti il mostro in prima pagina”
    • Ribadire il difficile contesto familiare del minore ed insinuare il fattore “fantasia”
    • Attaccare la procura della repubblica di Savona che non avrebbe convocato i testimoni a favore di Don Luciano Massaferro

    Strano. Da vent’anni al timone della diocesi di Albenga – Imperia monsignor Mario Oliveri è mente troppo fine in diplomazia pontificia per concepire e/o sottoscrivere un intervento a gamba tesa come questo… Strano.

    Ha certamente ragione l’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, quando rimprovera i giornalisti di non conoscere la realtà della Chiesa e rappresentandola con un’informazione distorta. Siamo consapevolmente tra questi, e umilmente ci proviamo.

    Partiamo dal terzo punto: l’anomalo affondo della diocesi di Albenga sulla procura di Savona.

    Un indagine della magistratura è cosa diversa da un televoto. Nel televoto (si) contano le preferenze, in un indagine no.

    Un esempio di cronaca è recentissimo, anzi di oggi: tutti i vicini di casa di un omicida – al momento reo confesso – lo conoscono come ottima persona, ma in preda ad un raptus o per insana abitudine, questi commette reati penali. Ecco che la sua colpevolezza non può e non deve essere stabilita per alzata di mano tra favorevoli o contrari alla sua condotta, ma sulla base di elementi probatori oggettivi e/o di testimonianze giurate, se vogliamo escludere una laica confessione. E’ banale ma non troppo, e vale per tutti come la Legge.

    Non si può procedere per alzata di mano pro / contro l’indagato. Sarebbe come se per un sospettato di furto venissero convocati in procura i suoi amici per essere ascoltati su quanto affabile e generoso sia stato in vita propria l’indagato.

    Secondo punto: che la ragazzina minorenne – PRESUNTA vittima delle PRESUNTE attenzioni – si sia inventata tutto però, lo si può pubblicamente sostenere al tavolo di un bar, un po’ meno sulle pagine dell’Avvenire. Per rispetto alla Chiesa e all’Avvenire, appunto.

    Anche perché altrimenti “non vale”: è troppo autorevole ed influente una Diocesi anche solo per adombrare un sospetto di questo tipo a discredito dell’accusa, prima di un giusto processo. Ha leve troppo poderose sulle coscienze di fedeli e politici, per sparigliare d’anticipo, e lo sa. Perché la fondatezza delle accuse così come le ragioni della difesa – in caso di reato – sono nelle mani di un Giudice. E le regole, anche del gioco – quando in gioco c’è la libertà, la faccia e la vita di persone minorenni e non – valgono per tutti i poteri protagonisti della vicenda.

    Poteri carichi di autorità e degni di rispetto: dunque, se giustamente si protesta contro processi sommari sulle locandine gialle dei giornali, non sono diplomaticamente praticabili alte insinuazioni sull’attendibilità della (presunta) vittima, in fase “istruttoria”.

    Quanto al “mostro in prima pagina”, semplicemente No. Nell’era di internet, non si può più chiosare con “è la stampa, bellezza”.
    Con la notizia non si incarta più il pesce il giorno dopo. I nomi e le fotografie restano, più che nelle coscienze sommerse dal flusso mediatico, nei motori di ricerca. E questi moderni oracoli tra un paio di decenni non saranno ingialliti come la carta, ma pronti a ri-vomitare addosso all’utente un’informazione sbagliata, un processo sommario, un’assoluzione gratis o una mezza gogna buttata lì – a suo tempo – per far copie / ascolti.

    Dopo quella giudiziaria e quella ecclesiastica qui galleggia l’altra responsabilità, quella di giornalisti e giornali, troppo influenti a loro volta per esercitare con insostenibile leggerezza un ruolo conquistato con secoli di lavoro, al servizio dei poteri ma soprattutto dei lettori.

    Ci si conceda un esercizio di ingenuità, che a volte aiuta a capire.

    Normale dunque (ma non giusto) che una diocesi – parlando di abusi – ricordi a contraltare l’altissimo sacrificio dei Missionari di tutto il mondo, non giusto che un giudice ricordi i magistrati ammazzati per giustificare un’errore giudiziario, né che i giornalisti ricordino i colleghi morti (fisicamente o professionalmente) nel tentativo di informare, a legittimare una notizia sbagliata, o non rettificata.

    Come scrivevamo a fine anno nel pezzo “CAUTELA E TRASPARENZA” dopo le vittime di violenze, la Chiesa Cattolica è la prima danneggiata da comportamenti delittuosi (quando accertati) e bene farebbe, piuttosto che contrattaccare in maniera tutto sommato scomposta, a rendersi protagonista di un’ “operazione trasparenza”, che difficilmente vedrebbe contrari fedeli e laici, secondo uno stile consolidato in due millenni, e soprattutto allineato al suo prestigio.

    Vero è che un articolo forse sfuggito tra le calde maglie domenicali dell’Avvenire – tra Imperia e Savona – sta ventilando un vespaio, dal quale Monsignor Mario Oliveri vescovo di Albenga e Imperia non pare dissociarsi, perlomeno stando ai giornali del 11 gennaio 2010.

    Stiamo ai fatti e trascuriamo alcuni recenti servizi televisivi nei quali inconsapevoli prelati invitavano a non denunciare presunti casi di pedofilia, di fronte ad una telecamera nascosta. Troppo facile.

    Se Ansa non mente, ci atteniamo alle condanne.
    In ordine sparso:

    • Il 4 settembre del 1998 a Trapani don A.M. patteggia una pena di un anno e 10 mesi per atti di libidine su alcune minorenni. Dopo il suo arresto i parrocchiani avevano ipotizzato un complotto a suo danno (Gip: Marina Ingoglia)
    • Due anni e 10 mesi e l’interdizione dai pubblici uffici per l’ex cappellano del carcere di Sanremo, per concussione e atti di libidine su alcun carcerati. (A sporgere denuncia gli stessi agenti di custodia, P.M. Paola Calleri, 1998)
    • Un anno e 8 mesi all’ex parroco di Ponza, don S.T. accusato di abusi sessuali su una bambina di 9 anni (P.M. Gregorio Capasso, 1998) Trasferito. Al suo ritorno a Ponza nel 2003 un gruppo di fedeli contestò la sua presenza. Il vescovo chiese per lui “misericordia, carità e giustizia” (Ansa 10 maggio 2003)
    • Due anni di reclusione (con pena sospesa e non menzione) per un sacerdote di Spoleto nel 1999. Applausi a Napoli nel gennaio del 2000 per le esequie di don G.R. anni prima condannato in appello per abusi sessuali su un minore. Nell’omelia il cardinale non menzionerà la condanna ma ricorderà le sue doti spirituali (F.te: Ansa)
    • Sei anni e mezzo di reclusione invece a Foggia per don G.M. per violenza sessuale su minorenni (P.M. Gabriella Tavano, 2000)
    • Quattro anni e mezzo a don M.G. per “contatti a sfondo sessuale con due giovanissimi chierichetti”. I carabinieri trovarono due polaroid dei ragazzi di 11 e 12 anni. Il sacerdote era assai noto e benvoluto (Gip Fabrizia Pironti, Torino – Feb 2001 Ansa)
    • Giugno 2001, San Giuliano Milanese. Rito abbreviato per don R.M. accusato di violenza sessuale su giovani, violenza privata e appropriazione indebita per “aver prelevato parecchi milioni dalle casse della canonica per pagare e fare regali a chi lo ricattava per convincerlo al silenzio” : quattro anni di reclusione (P.M. Ghezzi, G.u.p. Piero Gamacchio, 2001) Nel 2003 il sindaco espresse solidarietà e chiese il suo ritorno.
    • Santa Margherita Ligure, gennaio 2002: don P.C. viene condannato dal tribunale di Chiavari al risarcimento dei danni a favore di una minorenne molestata anni prima. L’equivalente di 30 milioni di lire. Si proclama innocente ma il reato viene riconosciuto, e il parroco trasferito in un paese vicino. La vittima ha deciso di devolvere la somma ad associazioni per il recupero delle vittime della pedofilia.
    • Più pesanti le condanne all’estero. Nel Kentucky (USA) padre L.M. fu condannato a 20 anni per abusi sessuali su minori (2003)
    • Quattordici anni ad un prete brasiliano di origine italiana, don T.T.S. che dichiarandosi innocente ha attribuito le testimonianze delle sue vittime minorenni alla “immaginazione fertile e creativa di due bambini ispirati (…) la cui intelligenza assomiglia molto a quella di un imbecille adulto”

    Stiamo in Italia:

    • Sei anni con rito abbreviato a don P.P. di una parrocchia laziale. Reato: “violenza sessuale ed istigazione ad abuso di sostanze stupefacenti nei confronti di due ragazzini (…) ai quali faceva costosissimi regali” Otto e 14 anni la loro età. Secondo la procura di Roma la madre di uno di loro avrebbe favorito gli incontri (2004)
    • Teramo, giugno 2004: Sei anni di reclusione per don B.T., accusato di pedofilia a danno di 5 ragazzi dal G.u.p. Antonella De Carlo. Uno di loro era disabile.
    • Grosseto, luglio 2004: patteggia due anni e sei mesi don F.C. con l’accusa di molestie sessuali a danno di bambini (G.u.p. Armando Mammone)
    • Tre mesi e venti giorni di pena (sospesa) sono stati patteggiati da un giovane parroco pavese che avrebbe acquistato immagini pedopornografiche nel 2004
    • Nel 2006 il vescovo di Como Mons. Maggiolini condannò l’insistenza delle accuse di violenza sessuale su di un minorenne nei confronti di don M.S. “Prego per don M.S. A lui sono vicino con affetto” Venne condannato a 8 anni di reclusione in primo grado. Il vescovo subentrato nel frattempo, Mons. Diego Coletti decise di non riconfermare l’incarico al parroco condannato non potendosi “considerare irrilevante e senza conseguenze il pronunciamento in primo grado” (Ansa)
    • Era già stato condannato nel 1995 per reati sessuali don T.T.A., arrestato a macerata nel 2006 con le stesse accuse.
    • Don A.R. venne condannato a 15 anni di reclusione per violenza sessuale su un minore dal tribunale di barcellona Pozzo di Gotto (Messina, 2006)
    • Sette anni in Appello per don G.C. nel 2008. Accusa: violenza su una parrocchiana minorenne. Presunzione di innocenza del Vescovo in attesa delle Cassazione, che annulla la condanna per prescrizione nel marzo 2009. Il giudice conferma i risarcimenti per le parti civili.
    • Trentotto (38) gli abusi attribuiti a don P.B. Sedici quelli confessati al magistrato. Quattro riguardano bambini di dieci anni. La provincia è quella di Arezzo. La condanna del G.u.p. Simone Salcerini è ad 8 anni di reclusione. Don P.B. dichiara all’Ansa di sentirsi “liberato”. Già negli anni ’80 aveva confidato la sua attrazione per i bambini. Il vescovo di Arezzo Mons. Gualtiero Bassetti lo sospende a divinis nel 2008.
    • Vicino a Bracciano un sacerdote, M.C. viene condannato a 4 anni e 4 mesi ber abusi su minori. Quando una coppia da lui sposata lo scopre, chiede l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota per “indegnità del celebrante” (Ansa, dic. 2008)

    A Enna lo scorso anno il P.M. Marcello Cozzolino chiede 4 anni per don G.B. che viene condannato dal giudice a sei anni di reclusione per aver abusato di un minorenne disabile. Nel luglio 2009 la IIa sezione del tribunale di Palermo condanna don P.T. a sei anni e mezzo di carcere. Quattro anni e 8 mesi per don G.A. in provincia di Pavia. Patteggiamento a 2 anni e mezzo di reclusione per don F.C. a Grosseto per violenze sessuali su minori.

    L’elenco è amaramente lungo, non solo in Italia. E’ ormai evidente che il problema esiste, e la Santa Sede lo sa. Già nel 2002 il Papa intervenne con poche righe, parlando apertamente dei preti pedofili come di traditori che hanno ceduto al male: “le peggiori manifestazioni del mistero del male – le definì Giovanni Paolo II° – che producono scandali gravi e gettano una pesante ombra di sospetto su tutti i buoni Sacerdoti”

    Vi era anche “la solidarietà per le vittime” in quella lettera del giovedì santo spedita il 21 marzo 2002 ai preti di tutto il mondo. “La Chiesa esprime la propria sollecitudine per le vittime, e si sforza di rispondere secondo verità e giustizia ad ogni penosa situazione”

    Secondo verità e giustizia…

    Nei lanci Ansa le notizie importanti vengono precedute dalla dicitura “++”

    Il 28 luglio 2008 Benedetto XVI° è a Sidney, in Australia. Sono le due di notte in Italia quando le agenzie battono un “++”.

    Il titolo è freddo ma chiaro “PAPA: MISFATTI PRETI PEDOFILI VERGOGNA DELLA CHIESA”

    Poi il Papa aggiunge: “Sono profondamente addolorato per la sofferenza subita dalle vittime e gli assicuro che come loro pastore condivido la loro sofferenza.” Alle 02:20 un altro “++”; è sempre il Papa, da Sydney: i preti pedofili “devono essere portati davanti alla giustizia, e i loro misfatti condannati in modo inequivocabile”.

    Quando leggiamo di una polemica tra Diocesi di Albenga – Imperia e la Procura della repubblica di Savona, dunque, di cosa stiamo parlando?

    Cautela e Trasparenza, sono retoriche o indispensabili come questa domanda?

    Si incrina il muro del “Segreto Pontificio”, se Dio vuole, e per la chiesa e la fede, è un Bene. Ma questa è un’altra storia…

    www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=67582

     

  • Condannato parroco di 88 anni per pedofilia

    Condannato parroco di 88 anni per pedofilia

    Fonte: corriere della sera

    24 nov 11:24 Lipari: abusi su minore, condannato a 15 anni ex parroco
    LIPARI – Per aver abusato sessualmente di un bambino di 5 anni, l’88enne ex parroco di Lipari e’ stato condannato a 15 anni di carcere dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.

    Inflitti 5 anni anche alla sua perpetua, la 47enne di origine francese madre del minore: avrebbe consentito al prete di violentare il piccolo tra il 1996 e il 1998, portandolo frequentemente in parrocchia. (Agr)

    fonte:www.la7.it

    Messina 24/11/2006 13:32
    ABUSI SESSUALI SU BAMBINO, PARROCO 88ENNE CONDANNATO A 15 ANNI

    Messina, 24 nov. (Apcom) – Il Tribunale di Barcellona P. G. (Messina) ha condannato a 15 anni di carcere e 3 anni di libertà vigilata don Alessandro Restuccia, 88 anni, ex parroco della frazione Canneto di Lipari, sospeso dalle autorità ecclesiastiche duraate le indagini, per violenza sessuale su un minore.

    Assieme al parroco il Tribunale ha condannato anche la madre del minore a 5 anni di carcere perché avrebbe consentito gli abusi. Le violenze subite dal minore (all’epoca dei fatti aveva 5 anni) – secondo quanto accertato dai pm messinesi – risalgono ad un periodo compreso tra il 1996 e il 1998, quando la madre del piccolo, una donna francese sposata con un pescatore di Lipari, svolgeva il ruolo di perpetua del prete.

    A denunciare gli abusi è stato il padre durante la procedura di separazione.

    Domenica, 26 novembre 2006

  • ABUSI SESSUALI SU BAMBINO, PARROCO 88ENNE CONDANNATO A 15 ANNI

    ABUSI SESSUALI SU BAMBINO, PARROCO 88ENNE CONDANNATO A 15 ANNI

    Messina, 24 nov. (Apcom) – Il Tribunale di Barcellona P. G. (Messina) ha condannato a 15 anni di carcere e 3 anni di libertà vigilata don Alessandro Restuccia, 88 anni, ex parroco della frazione Canneto di Lipari, sospeso dalle autorità ecclesiastiche duraate le indagini, per violenza sessuale su un minore.

    Assieme al parroco il Tribunale ha condannato anche la madre del minore a 5 anni di carcere perché avrebbe consentito gli abusi. Le violenze subite dal minore (all’epoca dei fatti aveva 5 anni) – secondo quanto accertato dai pm messinesi – risalgono ad un periodo compreso tra il 1996 e il 1998, quando la madre del piccolo, una donna francese sposata con un pescatore di Lipari, svolgeva il ruolo di perpetua del prete. A denunciare gli abusi è stato il padre durante la procedura di separazione.