Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Milano

  • Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    Le freddure di Delpini celano gli strascichi di una storia di abusi

    di Giorgio Gandola – Colpa del superlavoro, del navigatore rotto e del River Plate. Sono i tre motivi che l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, ha elencato davanti al collega Oscar Cantoni per motivare la nomina di quest’ultimo a cardinale e l’ennesima beffa subita.

    Una scena spiacevole avvenuta nel duomo di Como davanti a 500 fedeli in raccoglimento per la cerimonia più solenne: la concessione ufficiale della porpora all’amato vescovo della città. Molti hanno commentato il discorso delpiniano come una “scherzosa protesta”, una “divagazione ricamata sul filo dell’ironia”; in realtà si è trattato di uno sberleffo pubblico che in 400 anni mai era risuonato nella cattedrale intitolata a Santa Maria Assunta.

    Un accadimento che a Como nessuno dimenticherà, un affronto soprattutto a Papa Francesco che ha nominato Cantoni e non Delpini, perché “nemmeno la Trinità conosce cosa pensi un gesuita”. Il giorno dopo il siluro coram populo è permeato  di un silenzio assordante: il neocardinale è molto amareggiato ma, come si rileva nel vescovado lariano, “non ha nessuna intenzione di scendere in polemica e rovinare un momento così speciale per l’intera comunità comasca e valtellinese”. In Vaticano, dove tutti hanno visto il video e letto i report, lo scandalo dell’augurio al confratello trasformato in stand up comica è soffocato in nome della fratellanza della tonaca. Ma nelle sacre stanze c’è chi se l’è legata al dito. Una scena con accenti da Maurizio Crozza, i vescovi che gli facevano ala si sono esibiti in risate di approvazione che hanno aggiunto imbarazzo a imbarazzo. Il solo cardinal Francesco Coccopalmerio è rimasto pietrificato da ciò che stava ascoltando.

    Le tre ragioni elencate dall’arcivescovo di Milano per giustificare la scelta e legittimare il sorpasso sarebbero state: “Il Papa pensa che l’arcivescovo di Milano sia troppo occupato e ha voluto dare un po’ di lavoro anche al vescovo di Como”, “Il Papa pensa che il metropolita bauscia di Milano non sappia nemmeno dove sia Roma e sarebbe meglio non coinvolgerlo nel governo della Chiesa universale”, “Il Papa è tifoso del River Plate (in realtà del San Lorenzo de Almagro, tessera numero 88.235, ndr) che è una squadra che non vince e per affinità ha scelto Como, una città che non ha una squadra di calcio vincente perché lo scudetto è a Milano”. Tutto questo a un metro dal raggelato neocardinale Cantoni. Come ridurre tutto a una macchietta. Chissà perché torna alla mente la frase di Jep Gambardella ne La Grande Bellezza: “Io non volevo solo partecipare alle feste, volevo avere il potere di farle fallire”.

    Delpini ha deciso di accendere la miccia, nascondendo la frustrazione dietro il sarcasmo, con una domanda retorica: “Quali sono i motivi che hanno spinto il Papa a imporre la berretta a un vescovo lombardo e non al suo rispettivo metropolita?”. Si è risposto da solo: superlavoro, navigatore rotto e football. Ma questo è folclore, ovviamente.

    Fra le cause del declassamento ce n’è una inconfessabile, che il nostro giornale ha raccontato dall’inizio alla fine: le responsabilità oggettive dell’Arcidiocesi nella gestione del caso di pedofilia sacerdotale che ha visto protagonista don Mauro Galli, condannato in secondo grado a cinque anni e sei mesi per abusi sessuali su un adolescente a Rozzano. La Cassazione ha rimandato il processo in Appello per un vizio di forma e c’è il rischio concreto che la sentenza venga congelata dalla prescrizione.

    Al tempo dei fatti (dicembre 2011) Delpini era vicario episcopale e invece di proporre l’apertura dell’ “indagine previa” (l’inchiesta prevista dal diritto canonico per accertare i fatti) decise semplicemente di trasferire il sacerdote a Legnano, sempre in unità parrocchiali con oratori, quindi a contatto con potenziali giovani vittime. Un atteggiamento che il Papa avrebbe in seguito condannato nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, allargando l’imputabilità anche ai vescovi e agli altri prelati, cosiddetti omertosi o insabbiatori. Lo stesso Francesco aveva nominato Delpini arcivescovo nel 2017, quando il caso non era ancora arrivato in tribunale a Milano. E quando i pochi giornali che ne parlavano (noi in prima fila) venivamo additati dalle alte sfere della comunicazione ecclesiastica come dei “divulgatori di fake news”.

    Ecco perché la vicenda comasca non è fine a se stessa ma ci riporta nella terra di mezzo di peccati e peccatori. È difficile che le scelte del Papa non tengano conto del pregresso. L’arcivescovo metropolita lo sa e forse si sente al capolinea. Ma stando a Milano può sempre rivincere lo scudetto.

    (trascrizione da La Verità del giorno 3 settembre 2022)

  • Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Così la chiesa assolve e copre il prete pedofilo sotto falso nome

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Quante facce può avere un prete? Quante vite, con la tacita complicità di chi lo circonda? Sicuramente più di un’identità, come dimostra l’incredibile storia di don Silverio Mura. Il prete, pedofilo, ha viaggiato in questi anni lungo la penisola coperto e assecondato dalle autorità ecclesiastiche, avvalendosi per un periodo persino di un falso nome: una vicenda che sarebbe grottesca se non fosse innanzitutto tragica. Ancora oggi, nonostante sia sotto processo per sostituzione di persone e una sentenza del novembre 2021 certifichi gli abusi commessi a danno di un minore, è incardinato nella diocesi di Napoli ma nessuno in curia sa o vuole dire dove eserciti attualmente il ministero, se sia in ritiro spirituale o ancora una volta a contatto con dei bambini.

    Don Silverio, 63 anni, nel 2010 viene accusato da Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, di averlo ripetutamente stuprato quando era ragazzino: i fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto; tuttavia nel novembre scorso il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto alla vittima un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali  subiti  da don Silverio Mura. Con una sentenza di primo grado che riconosce attendibile il racconto di Borrelli, il tribunale ha condannato in solido don Mura e il Miur, il Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, perché l’adescamento è avvenuto nella scuola media di Ponticelli, dove all’epoca don Mura era insegnante di religione.

    Artura all’epoca ha soltanto tredici anni: «Don Silverio mi portava nell’appartamento che condivideva con la sorella e la madre anziana: in una stanza con le tapparelle abbassate e la porta bloccata da una poltrona, mi ha stuprato per tre anni, all’inizio anche più volte a settimana», racconta.

    Diventato adulto, Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico. Nel 2009 ha un malore sul lavoro: «mi sentivo morire e ho confessato tutto a mia moglie e a mia madre», spiega. L’anno successivo inizia il calvario delle denunce: si rivolge ai carabinieri ma il reato è ormai prescritto; chiede un incontro con il cardinale Crescenzio Sepe, all’epoca arcivescovo di Napoli, ma non ottiene risposta, soltanto una bustarella con 250 euro, consegnata a mano da due emissari della Caritas. Riesce ad avere un colloquio con il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma senza esito. Una prima indagine viene comunque svolta dal vicario generale e, anche se non riscontra prove di abusi, la curia concorda con il prete un periodo sabbatico in una comunità religiosa fuori dalla diocesi. In realtà don Mura continua a insegnare religione ai ragazzi: prima all’alberghiero di Cicciano, a pochi chilometri da Napoli, e poi, nel 2013, in una scuola media del capoluogo. Esasperato, Borrelli nel 2014 torna alla carica chiedendo un risarcimento alla curia di Napoli; scrive anche a papa Francesco, che gli risponde assicurandogli che si occuperà del caso. A quel punto la Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa di sanzionare anche i delitti dei chierici contro i minori, affida all’arcidiocesi di Napoli l’incarico di svolgere l’investigatio previa su don Mura, che terminerà due anni dopo con la decisione di non procedere con un processo penale canonico per mancanza di «elementi sufficienti».

    Il tempo passa e la vicenda stagna. Borrelli, sempre più frustrato, minaccia di suicidarsi con un colpo di pistola davanti alla sede della curia se non avrà una risposta sul suo caso: come unico risultato, perde il lavoro di guardia giurata. Intanto, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 infatti si presenta con il nome di Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. È accompagnato dall’ex parroco del paese, padre Egidio Pittiglio, all’epoca superiore generale dei Missionari della Divina Redenzione, la stessa congregazione, guarda caso, a cui don Silverio era stato affidato sin dal 2010, al momento della prima accusa di Borrelli.

    A don Silverio, alias Saverio Aversano (cognome di sua madre) viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia e nessuno a Montù forse si sarebbe accorto della sua falsa identità, se non fosse stato per una trasmissione delle Iene, che il 7 marzo 2018 manda in onda proprio un servizio sul caso di Borrelli e don Mura. Don Silverio/Saverio viene riconosciuto da una parrocchiana e in breve la notizia si sparge. Anche troppo, dato che quando le madri dei piccoli del catechismo due giorni dopo si presentano alla lezione per fronteggiare il sacerdote, questo si è già dato alla macchia. Interrogati sul fatto dai genitori, il parroco, padre Simone Baggio (anche lui appartenente alla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione) e lo stesso monsignor Vittorio Viola, all’epoca vescovo di Tortona, alla cui diocesi appartiene la chiesa di Montù Beccaria, cadono dalle nuvole.

    «Il parroco ci disse che lo aveva incaricato del catechismo perché si stava riprendendo da un esaurimento nervoso e doveva stare tranquillo», racconta Elena (nome di fantasia), madre di uno dei bambini del catechismo della parrocchia di Montù. «A fare da tramite era stato padre Pittiglio – continua Elena – non è un caso che quando il prete è stato riconosciuto, lo stesso Pittiglio si è precipitato a Montù dalla Campania». Dal canto suo, l’ex sindaco Quaroni oggi afferma di aver sempre saputo che il vero nome di don Saverio era Silverio Mura: «ho tenuto i suoi documenti per dieci giorni in Comune, ha anche votato per il referendum consultivo del 2017», dice. Niente di strano, secondo Quaroni: «non è l’unico a farsi chiamare con un nome di battesimo diverso». Ma il cognome? «Di quello non sapevo niente».

    Intanto a Napoli spunta un’altra presunta vittima, Raffaele Esposito, un uomo di qualche anno più giovane di Borrelli, che sostiene di essere stato anche lui abusato da don Mura quando era bambino. Di fronte a tanto clamore, la macchina ecclesiastica si mette in moto e, come si legge in una nota della curia arcivescovile di Napoli, impone le misure cautelari al sacerdote a partire dal 15 maggio 2018. Anche la Congregazione per la dottrina della fede torna sul caso, affidando al Tribunale Ecclesiastico Metropolitano di Milano la celebrazione di un processo penale giudiziale a carico di don Mura, «per valutare eventuali responsabilità dell’accusato» in tema di violenza su minori. Processo che si concluderà il 1° marzo 2019 con l’assoluzione (e il pieno reintegro) del prete perché, si legge nel dispositivo della sentenza, non si ravvisano «elementi veramente solidi che consentano di ritenere provate le accuse mosse al reverendo sacerdote Silverio Mura». «Per la Chiesa non è colpevole ma il processo è stato fatto senza ascoltare le vittime – commenta Arturo Borrelli – Raffaele Esposito e io non siamo mai stati sentiti a Milano».

    La questione viene riaperta, come abbiamo visto, dalla sentenza del Tribunale civile di Napoli, che condanna il prete al risarcimento mentre assolve il cardinale Crescenzio Sepe e il vescovo Lucio Lemmo. Ora è in corso il processo di appello, ma sono tante le domande ancora senza risposta: chi faceva recapitare le lettere a don Mura a Montù Beccaria sotto il falso nome di don Aversano? Come facevano i vescovi, a Napoli e a Tortona, a non conoscere le modalità di trasferimento di un sacerdote da una diocesi ad un’altra? Chi ha agevolato l’ennesima fuga del prete e, soprattutto, dov’è oggi il pedofilo don Silverio?

    Le gerarchie ecclesiastiche, ripetutamente interpellate da Domani, non rispondono. Non risponde il cardinale Crescenzio Sepe, né l’attuale vescovo di Napoli Domenico Battaglia; in curia non è stato possibile rintracciare nemmeno uno dei tre vicari generali e padre Egidio Pittiglio, raggiunto al telefono, si è rifiutato di parlare. A Montù Beccaria, dove sono andata di persona, ho scoperto che don Simone Baggio è all’estero e il suo sostituto in parrocchia, il suo confratello Mirko Mazzoleni Ferracini, ha sostenuto di non essere al corrente dei fatti perché arrivato da poco in paese – anche se risulta al servizio della comunità da più di dieci anni.

    Un muro di silenzio si oppone anche alle legittime preoccupazioni dei fedeli. Le madri dei bambini di Montù Beccaria nel maggio del 2018, dopo la sua fuga dal paese, si erano rivolte persino a Sepe e avevano ricevuto soltanto una generica rassicurazione sul proseguimento delle indagini su un prete che – scrive il cardinale in risposta alla mail di Elena del maggio 2018 – «certamente non è stato lasciato libero, allora come oggi, di girare per l’Italia e svolgere senza controllo il ministero sacerdotale». Quindi la curia, come era facile immaginare, era a conoscenza degli spostamenti del sacerdote e della sua doppia identità, così come è difficile non pensare a una complicità dei Missionari della Divina Redenzione, che da anni gestiscono la comunità parrocchiale di Montù: le responsabilità saranno comunque accertate dal procedimento penale che si è aperto lo scorso ottobre a carico di don Mura, rinviato a giudizio per il reato di sostituzione di persona davanti al Tribunale di Pavia.

    «Sepe ha sempre fatto di tutto per insabbiare il caso», rincara da parte sua Arturo Borrelli, che ha provato diverse volte a farsi ricevere dal cardinale, oggi emerito e membro del Dicastero per la dottrina della fede. Nel 2016 l’aveva anche denunciato «per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» in una lettera al prefetto del Dicastero per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, anche lui recentemente coinvolto nella bufera degli abusi sessuali nella Chiesa. Ironia della sorte, o ennesimo ingrediente di una romanzo criminale che è ancora ben lontano dalla parola fine.

     

  • L’Arcivescovo Delpini imbarazza Bergoglio, al suo fianco il protettore dei preti pedofili savonesi (video)

    L’Arcivescovo Delpini imbarazza Bergoglio, al suo fianco il protettore dei preti pedofili savonesi (video)

    L’attacco al Papa che pur sapendo nominò l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini, reo confesso di aver insabbiato il caso di don Mauro Galli.

    Poco più in la, alla sua destra, prima fila in basso monsignor Dante Lafranconi, che protesse almeno due preti pedofili a Savona, don Nello Giraudo e don Giorgio Barbacini, ai quali permise di aprire due case famiglia per minori.

    Un quadretto che abbiamo creduto essere degno di nota, insieme ai tre ironici punti che secondo Delpini, per la seconda volta, sono motivo della sua mancata nomina a cardinale, che tuttavia vede al suo posto un altro insabbiatore, Oscar Cantoni.

    https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webp2022/03/08/gioco-di-specchi/

  • Abusi sessuali, don Tempesta è libero ma non può uscire dal comune in cui vive

    Abusi sessuali, don Tempesta è libero ma non può uscire dal comune in cui vive

    E’ tornato libero, dopo circa un anno agli arresti domiciliari, don Emanuele Tempesta, il sacerdote arrestato dalla squadra mobile di Milano nel mese di luglio del 2021 per presunti abusi sessuali su cinque ragazzi tra i 10 e i 16 anni. All’epoca dei fatti il sacerdote era vicario parrocchiale a Busto Garolfo. Gli abusi sarebbero avvenuti tra febbraio 2020 e maggio 2021 nella sua abitazione di Busto Garolfo, durante i mesi del lockdown. Don Tempesta ha sempre negato con forza le accuse che gli sono state mosse.

    Il gup Tiziana Landoni, accogliendo l’istanza del pm Flavia Salvatori di Busto Arsizio, ha stabilito che Il sacerdote avrà l’obbligo di dimora nel comune di Rho, dove ha trascorso il periodo ai domiciliari, e non potrà incontrare le vittime e i loro familiari. Il processo a suo carico dovrebbe aprirsi a settembre. La curia di Milano potrebbe entrare nel processo come responsabile civile e in questo caso sarebbe chiamata a un risarcimento alle vittime in caso di condanna del sacerdote.

    https://www.milanotoday.it/cronaca/abusi-sessuali-sacerdote-torna-libero.html

  • Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo, accusato di abusi: don Tempesta torna libero

    Busto Garolfo (Milano)-  Don Emanuele Tempesta è tornato libero dopo quasi un anno trascorso agli arresti domiciliari a Rho. Il sacerdote 30enne di Cornaredo, responsabile dei giovani della parrocchia di Busto Garolfo, arrestato il 14 luglio dello scorso anno, avrà solo il vincolo di non uscire dal territorio di Rho e di non incontrare i familiari e le vittime dei presunti abusi. Il gup Tiziana Landoni ha accolto l’istanza del pubblico ministero Flavia Salvatori per la revoca dei domiciliari con il solo obbligo di dimora.

    La misura cautelare disposta lo scorso anno subito dopo l’arresto del sacerdote mentre era in vacanza con i ragazzi a Bardonecchia era ormai in scadenza e solo un ipotetico rinvio a giudizio avrebbe di fatto impedito la decadenza dei termini. Con ogni probabilità a settembre si aprirà il processo che sembrerebbe – per scelta del difensore di don Emanuele, l’avvocato Mario Zanchetti – orientato al dibattimento in aula con la parola anche ai testimoni che scagionerebbero il don dalle accuse di abusi su una decina di bambini dodicenni.

    Per le presunte vittime invece l’incidente probatorio eviterà di riaprire altre dolorose ferite: le testimonianze delle persone offese sono state già tutte messe agli atti e pertanto in sede dibattimentale le vittime non saranno chiamate a raccontare gli episodi che le avrebbero viste protagoniste. Entrerà nella fase processuale di settembre, chiamata in causa dagli avvocati di parte civile, anche la Diocesi di Milano come responsabile civile di quanto accaduto. La Curia milanese potrebbe quindi essere costretta, in caso di colpevolezza accertata del sacerdote, a risarcire le famiglie.

    Per contro don Tempesta da un anno ribadisce in ogni sede davanti agli investigatori e agli inquirenti la propria innocenza e la totale estraneità ai fatti. Stando all’impianto accusatorio, don Tempesta durante il lockdown a causa della pandemia avrebbe più volte invitato nel proprio appartamento al primo piano di via Mazzini a Busto Garolfo una decina di 12enni. Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori gli abusi avrebbero avuto luogo durante questi incontri, avvenuti ufficialmente per divertirsi con i videogiochi. Fatti che don Tempesta ha negato ripetutamente.

    Con le nuove disposizioni il sacerdote potrà ricevere persone e muoversi nel perimetro cittadino di Rho in attesa che venga fissata la data della prima udienza durante la quale avrà la possibilità di replicare a tutte le gravissime accuse contenute nelle denunce che i genitori hanno depositato all’inizio dell’intera vicenda.

  • «Nessuna violenza sessuale da parte di don Segalini, solo goliardia diffusa e condivisa nel gruppo»

    «Nessuna violenza sessuale da parte di don Segalini, solo goliardia diffusa e condivisa nel gruppo»

    «Ci sono stati gesti non commendevoli ma che non costituiscono violenza sessuale, e gli episodi contestati come francamente sessuali non sono mai accaduti. Tutto quello che si poteva smentire è stato smentito, pertanto ho chiesto l’assoluzione». E’ questa la netta posizione dell’avvocato Mario Zanchetti (foro di Milano) che difende don Stefano Segalini, a processo per violenza sessuale nei confronti di alcuni ragazzi della parrocchia che guidava.

    Le indagini erano state condotte dalla polizia e coordinate dal sostituto procuratore Emilio Pisante. Quest’ultimo nella scorsa udienza al termine della requisitoria ha chiesto sette anni di reclusione non tenendo conto del capo di imputazione che vede il don accusato di aver drogato le sue presunte vittime con la “droga dello stupro”: per il pm in dibattimento infatti non si è formata la prova che questa sia stata realmente usata per ridurre le capacità dei giovani per poi abusarne. La giornata del 23 giugno è stata dedicata all’arringa della difesa che è durata circa tre ore, la sentenza arriverà invece a settembre 2022.

    «Parlando di comportamenti e gesti non sessuali – dice la difesa – questi sono riconducibili a una goliardia diffusa senza connotati di violenza sessuale: abbiamo prodotto valanghe di fotografie nelle quali si vede che tutti lo facevano a tutti, non è un comportamento piacevole ma socialmente condiviso in questo gruppo di persone. Non ho mai detto che le presunte vittime siano calunniatori quanto che questi che vivevano una situazione troppo famigliare con il sacerdote hanno cominciato a farsi dei racconti». E ancora: «Temo che ci troviamo davanti a quello che si chiama “contagio dichiarativo”. A forza di parlarne uno con l’altro si è montato qualcosa che non corrisponde alla realtà ma ci si crede come fosse genuino e realmente accaduto. Prima racconti orali, poi trascritti e portati identici al vescovo e alla polizia giudiziaria, infine ripetuti sia in fase di indagini preliminari sia a processo, ecco alla fine la persona coinvolta ritiene che il contenuto sia la verità e rispondente al reale».

    «Io sono convinto della nostra posizione – dice -, con tutto il rispetto per i ragazzi e i genitori che forse avevano loro ragioni a cercare di interrompere queste serate o vacanze goliardiche che però non sono mai sfociate in violenza sessuale». «Dal punto di vista procedurale  – ha concluso – non c’è competenza territoriale per il tribunale di Piacenza (il primo fatto, che non riteniamo vero, sarebbe avvenuto nel territorio di competenza del tribunale di Trento) e non ci sono le querele né sono valide (l’unica che c’è è un racconto), quindi il processo è improcedibile, nel merito riteniamo e ribadiamo invece che i fatti contestati non siano episodi di violenza sessuale».

    https://www.ilpiacenza.it/cronaca/processo-don-segalini-udienza-arringa-difesa.html

  • Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    di GIORGIO GANDOLA

    “Ora si rischia che la giustizia sfugga, nascosta dietro la prescrizione. Per noi sarebbe un nuovo dramma”. La famiglia del giovane Alessandro di Rozzano (Milano), vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli, vede all’orizzonte il pericolo principale dopo il pronunciamento di Cassazione che ha rimandato il caso in Appello per colpa di due parole. “Costrizione” e “induzione”, termini che galleggiano alternativamente dentro le sentenze di colpevolezza del sacerdote (condannato in secondo grado a 5 anni e 6 mesi) diventano improvvisamente macigni: definiscono lo stesso reato, conducono alla stessa pena (secondo l’articolo 609 bis del Codice penale), ma non sono la stessa cosa e vanno uniformate. Quindi, la sentenza va riscritta.

    La Cassazione ha accolto il tecnicismo dell’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. E, di fatto, ha sospeso l’esecuzione della condanna. La difesa chiedeva l’annullamento della sentenza di Appello e non l’ha ottenuto, ma l’impianto dovrà essere ridefinito e spiegato meglio. La violenza è stata confermata, il 99% delle richieste di don Galli sono state dichiarate inammissibili “perché entravano nel merito” (parole del procuratore generale), ma il cavillo è passato e si è infilato come un cuneo nella porta. Ora la procedura verso la fine di una vicenda che dura da 11 anni diventa una traversata nel deserto, al termine della quale potrebbe esserci la beffa suprema per la vittima e la sua famiglia, sfinite da questa impervia ricerca della verità. La prescrizione, obiettivo della strategia della difesa del sacerdote, attende come una tagliola nell’estate del 2023.

    Non riesce a chiudersi uno dei processi più dolorosi e scabrosi per l’Arcidiocesi di Milano coinvolta nella triste storia per proprietà transitiva. Dopo l’abuso sessuale fra il 19 e 20 dicembre 2011, don Galli non fu fermato e avviato a “indagine previa” come prevede il Diritto canonico dall’allora vicario episcopale Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda, e dal responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia. Ma fu semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Dal giorno in cui il prete-catechista invitò Alessandro, allora quindicenne, a “dormire nel lettone” del suo appartamento privato, il lungo calvario della vittima e della sua famiglia non si è ancora concluso. E forse non si concluderà mai.

    La colpevolezza di don Galli, 50 anni, nato a Cislago in provincia di Varese, non è in dubbio, ma le vie del Signore non sono infinite. Ora la procedura somiglia a un ottomila himalaiano: si devono attendere i 90 giorni per le motivazioni della Cassazione, ci sarà la sospensione dell’esistenza agostana, il tribunale di Milano dovrà celebrare il processo di Appello bis in un’unica udienza (con accusa e difesa) al termine della quale dovrebbe esserci la sentenza con le parole al posto giusto. Ad andare bene potremmo essere già a gennaio 2023. Poi si dovranno attendere altri 90 giorni per le motivazioni di questa sentenza e 30 per consentire un nuovo ricorso in Cassazione con relativa tempistica prima della sentenza finale. Senza la pandemia, i 10 anni fra reato e prescrizione sarebbero già trascorsi.

    Così il piano inclinato consente al due volte colpevole di sperare di farla franca. L’intera vicenda è un esempio della discrepanza fattuale fra le indicazioni paradigmatiche di Papa Francesco riguardo ai reati sessuali dei sacerdoti e la realtà nelle parrocchie, il desino delle vittime, la possibilità concreta di ottenere una giustizia. A tutto ciò si aggiunge la sentenza assolutoria che, nonostante le due condanne in un tribunale italiano, don Galli ha ottenuto l’anno scorso nel primo processo canonico, quello istruito dal Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.

    Per lui è stata usata la formula della “sentenza dimissoria”, che di fatto equivale all’insufficienza di prove. Il caso è stato poi trasferito in Vaticano, alla Congregazione per la dottrina della Fede, ed è scomparso dai radar, lasciando una lunga ombra sui proclami di ritrovata trasparenza da parte della Chiesa. Un atteggiamento da più parti stigmatizzato anche da chi è culturalmente vicino alla Santa Sede; per esempio dal libro “Agnus Dei” di Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati.

    Il caso rimane aperto e la strada verso la conclusione sempre più stretta. C’è un dispositivo di Cassazione, ci sono due parole che litigano fra loro, c’è meno di un anno per metter ordine, c’è una vicenda evaporata nelle segrete stanze del Vaticano, ci sono due sentenze di colpevolezza. C’è anche un libro della mamma della vittima, Cristina, dal titolo eloquente: “Chiesa, perché mi fai male?”. In attesa di un risposta, c’è infine una famiglia che si sforza di credere nella giustizia umana e divina, ma non riesce a trovare la pace.

    (trascrizione da LaVerità del 15 giugno 2022)

  • Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Torna davanti alla Corte d’Appello di Milano, che dovrà celebrare un nuovo processo, il caso di don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano condannato in primo e in secondo grado per abusi avvenuti più di dieci anni fa su un 15enne. La Cassazione nella tarda serata di ieri ha accolto infatti il ricorso del difensore del sacerdote, ora sospeso, rimandando gli atti a Milano e disponendo un appello “bis”.

    “Sicuramente ci dispiace per questa decisione – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione Rete L’Abuso, che assiste le vittime – e attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza”. La vittima si era definita in passato “un sopravvissuto”, ha raccontato di aver tentato il suicidio cinque volte, di aver “perso anni di scuola” per le drammatiche conseguenze di episodi avvenuti quando aveva solo 15 anni. da parte sua, il sacerdote ha sempre negato gli abusi. il suo difensore, l’avvocato Mario Zanchetti, nei mesi scorsi aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva confermato , con una riduzione della pena, la condanna inflitta in primo grado.

    “Galli ha tradito gravemente il suo ruolo di sacerdote nonché la fiducia che la vittima riponeva in lui e ha approfittato delle condizioni di particolare fragilità, conseguente alla profonda e intima confessione cui proprio quella sera il ragazzo si era sottoposto”, si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano impugnate dalla difesa del sacerdote. Cinque anni e mezzo la pena inflitta dai giudici milanesi, con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per aver risarcito la vittima e i suoi genitori, sostenuti dall’associazione Rete L’Abuso, con oltre 100mila euro. “Le prove che emergono dagli atti sono inequivocabili”, hanno motivato i giudici milanesi. Prima davanti agli inquirenti nell’inchiesta e poi nel suo interrogatorio in aula, don Galli aveva sempre ammesso di avere dormito nel letto matrimoniale con il ragazzo, ma aveva negato di averlo “toccato” o “abbracciato”. La difesa aveva sostenuto la “inattendibilità” del racconto del ragazzo. Dopo il processo di primo grado, la madre del giovane si era sfogata definendo “maldestra” la gestione della vicenda da parte dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che all’epoca era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (sotto cui ricadeva la parrocchia di Rozzano), e che nel 2012 aveva anche avuto un incontro con i familiari dell’adolescente.

    In seguito all’episodio don Galli era stato trasferito dall’Arcivescovado di Milano nella parrocchia di San Pietro a Legnano dove per qualche mese gli era stata affidata la pastorale giovanile. Attualmente don Galli resta sospeso da ogni incarico pastorale, in attesa dell’esito del procedimento. Fra gli atti, le relazioni che testimoniano i pesanti danni psicologici subiti dal ragazzo, più volte ricoverato in psichiatria per crisi. La patologia psichiatrica, scriveva il consulente della Procura nella sua relazione, “non presenta disturbi all’ideazione, non vi sono fenomeni allucinatori né alterazioni o fughe di pensiero, né interpretazioni paranoidee”. Non sussiste, quindi, “uno stato psichico che possa invalidare la capacità di riferire i fatti da lui vissuti”. Il ragazzo era stato ritenuto dai medici e dai giudici perfettamente credibile, ma il caso dovrà tornare davanti a una sezione della Corte d’Appello di Milano diversa rispetto a quella che ha già giudicato il prete colpevole.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/processo-parroco-violenze-1.7766782/amp

  • Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    Delpini non diventa cardinale: “Paga il prezzo di un doppio scandalo sessuale”

    C’è un doppio caso sessuale dietro la bocciatura di Delpini?

    Papa Francesco ha recentemente nominato 25 nuovi cardinali. Ma un po’ a sorpresa nella lista dei promossi non c’era l’arcivescovo di Milano, Mario Delpini. Dietro la mancata scelta – si legge su Libero – ci sarebbe un doppio caso di insabbiamento in una grave vicenda di preti maniaci sessuali. Sarebbero addirittura coinvolti due fratelli sacerdoti della diocesi di Milano.

    A seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due – riporta il sito retelabuso – vengono riportate le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannare a 5 anni don Alberto Lucchina sottolinea che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo 4 anni dei 5 inflitti.

    Ma i poveri parrocchiani – prosegue il sito test.retelabuso.org/ – non sanno che anche il fratello è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità. E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Nella stessa parrocchia di Milano due fratelli preti accusati di abusi

    Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘condannato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per violenza sessuale su una donna disabile.

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato il 7 febbraio ai carabinieri una violenza sessuale subita dal fratello don Maurizio nel 2015″. L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Si’, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio.

    “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”. In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato che presenterà opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera – don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.affaritaliani.it/cronache/due-fratelli-preti-maniaci-sessuali-delpini-insabbia-il-caso-punito-dal-papa-798824.html

  • L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    L’incredibile storia dei preti fratelli accusati di abusi e messi nella stessa parrocchia

    Manuela D’Alessandro – AGI – Due fratelli preti che vivono insieme nella stessa parrocchia di Santa Maria alla Fontana a Milano: uno, don Alberto Lucchina, è stato ‘sanzionato’ dal Tribunale Canonico a esercitare le sue funzioni per 5 anni in una casa di riposo stando lontano dai minori perché riconosciuto autore di violenza sessuale ai danni di una ragazza all’epoca quindicenne; l’altro, don Maurizio, attuale guida della comunità di fedeli nel quartiere Isola, risulta coinvolto in un procedimento penale per abusi su una donna disabile.

    Don Maurizio conferma che il fratello vive in parrocchia

    Per lui il pm Roberto Fontana, non entrando nel merito della vicenda, ha chiesto l’archiviazione perché la denuncia è stata presentata oltre il limite, previsto dalla legge, di un anno dai fatti ipotizzati. La vicenda è emersa dopo che nei giorni scorsi il sito ‘Rete l’Abuso’ ha dato conto della ‘condanna’ di don Alberto e annunciato di avere presentato un esposto alla Procura “perché il prete  aveva detto al Tribunale Canonico che si sarebbe autosospeso e domiciliato subito in una casa di riposo ma sappiamo che è ancora a contatto coi giovani”.

    “Dopo la pubblicazione dell’articolo su don Alberto qualche giorno fa  – racconta Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che raccoglie i casi di violenze da parte dei religiosi e assiste le vittime – mi ha scritto una donna spiegandomi di avere denunciato solo di recente ai carabinieri una violenza sessuale subita da don Maurizio nel 2015”.

     L’AGI ha incontrato don Maurizio nella sua parrocchia: “Sì, mio fratello Alberto vive qui, in attesa che il procedimento canonico faccia il suo corso su fatti che risalgono a 30 anni fa” conferma, senza far riferimento alla sanzione in primo grado e assicurando che don Alberto non segue attività coi ragazzi, come invece riferito da alcuni frequentatori dell’oratorio. “La mia è una storia diversa, sono solo calunnie sul mio conto – prosegue -. Non ho mai saputo di essere stato indagato, l’ho letto sul web. Mi sono informato tramite un avvocato e ho saputo che sono stato archiviato”.

    In realtà al momento pende una richiesta di archiviazione a cui l’avvocato Daniela Cultrera, per conto della ‘Rete l’Abuso’, ha annunciato di avere presentato  opposizione chiedendo al giudice di disporre l’imputazione coatta per l’indagato.  L’udienza deve ancora essere fissata. Don Maurizio dice di avere “rivisto la donna nel 2020” e nega la violenza.

    Le proteste dei parrocchiani

    “L’ho conosciuto la notte di Capodanno del 2015 – si legge nella denuncia della donna di 47 anni -. Tante persone sono al corrente del malessere che mi ha provocato”. “Mi fa male vedere il mio nome associato all’ipotesi di una violenza su una donna, proprio in un momento in cui si parla così tanto di questo tipo di violenza – dice il parroco -. Avrei voluto querelare ma la Diocesi mi ha consigliato di lasciar perdere. I parrocchiani cosa dicono? Bisogna distinguere tra chi frequenta assiduamente la parrocchia e conosce la situazione e chi ci viene in modo occasionale”, facendo intendere che i primi sono con lui, ed esprime il suo sconforto: “Nella vita non sai mai cosa ti può capitare…”.

    “Dopo la sanzione del Tribunale Canonico – afferma Cultrera –  don Alberto avrebbe potuto presentare ricorso entro 5 giorni alla Congregazione per la Dottrina della Fede ma non l’ha fatto. Ora manca un ultimo passaggio davanti al Promotore di giustizia. Durante l’istruttoria, molto approfondita, c’è stato anche un confronto tra lui e la vittima che ha trovato il coraggio di denunciarlo nel 2019, a una trentina d’anni dai fatti. Don Alberto ha ammesso parzialmente le accuse ma il Tribunale ha riconosciuto appieno la ricostruzione della vittima e la sua credibilità”. Intanto all’associazione arrivano le proteste scritte di alcuni parrocchiani: “Don Alberto sta coi ragazzi, è una situazione triste e pazzesca”; “Segue i ragazzi del Gruppo Medie, continua a fare quello che gli pare”.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2022-05-31/storia-preti-fratelli-accusati-abusi-messi-stessa-parrocchia-16930884/