Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

    Cari savonesi, su don Pietro Pinetto la Diocesi ha mentito. Ecco le carte. Ora il vescovo Lupi proceda col processo canonico.

    Estratto dagli atti;“io ricordo bene la notte in cui Pinetto mi invitò nel suo letto, in seminario: lui indossava un pigiama di flanella, giacca e pantaloni a righe azzurre e bianche: anche io avevo il pigiama, ma lui strofinò il pene sulla mia coscia, io ero un bambino di 12 anni ma non ero mica scemo: ricordo benissimo quando cercò di entrare la seconda volta nel mio letto, in camera con tutti i seminaristi, subito dopo avermi spalmato la crema sulla caviglia e aver cercato di massaggiarmi le parti intime“.

    Anche per noi della Rete L’ABUSO sta diventando davvero imbarazzante denunciare ancora una volta, carte alla mano, la profonda disonestà intellettuale della diocesi di Savona – Noli, del suo vescovo Vittorio Lupi e di molti dei sacerdoti che la compongono. Quello che indigna ulteriormente è il messaggio altamente diseducativo che la chiesa savonese in questi anni, attraverso i diversi casi ha dato ai giovani, un messaggio che nella sostanza insegna che qualunque malefatta si può mettere a tacere, basta screditare chi la denuncia, fare un bel comunicato stampa, chiedere scusa e si ricomincia da capo.

    Abbiamo scelto di non pubblicare l’intero carteggio sul caso di don Pietro Pinetto, ci limiteremo a rendere pubblici solo pochi atti, quelli essenziali.

    Riassumiamo brevemente le fasi dell’indagine durata più 4 anni che hanno portato ad accertare che Pietro Pinetto ha molestato dei ragazzini.

    Il caso di don Pietro Pinetto viene portato all’attenzione dell’autorità giudiziaria il 4/12/2010 quando Francesco Zanardi raccoglie le confidenze di un ex seminarista, un affermato e stimato cittadino savonese impegnato nel sociale. La segnalazione verrà prontamente trasmessa alla magistratura la quale però dovrà fermarsi di fronte alla prescrizione. Parallelamente però, grazie al contributo di don Giovanni Lupino, quell’ex seminarista che per il Codice Canonico non è prescritto, denuncerà già nel 2010 le molestie subite al vescovo di Savona Vittorio Lupi, il quale però sceglierà di non intervenire.

    Tutto tace fino al 2013 quando lo scandalo savonese di don Nello Giraudo trasmesso dal noto programma televisivo LE IENE darà la forza di uscire allo scoperto ad un altro ex seminarista, anch’esso vittima di don Pietro Pinetto. Ma anche questa volta l’intervento dei termini di prescrizione costringerà l’autorità giudiziaria a fermarsi. In quella occasione la Diocesi di Savona, attraverso un comunicato stampa dichiarerà che se quei gravi fatti prescritti per l’autorità giudiziaria ma non per il codice canonico, saranno accertati, si procederà con un processo canonico nei confronti del sacerdote.

    Nel frattempo gli attivisti della Rete L’ABUSO iniziano a raccogliere una serie di segnalazioni, tra queste anche quella riguardante un ragazzo poco più che 20enne, con evidenti problematiche psicofisiche che disegnano il profilo di una vittima nel pieno del trauma. Ad accreditare ulteriormente il profilo della presunta vittima sono le voci che da tempo si rincorrono in paese. La magistratura a questo punto interviene, sembra finalmente la volta buona, sembra, perché quando gli inquirenti ascolteranno la presunta vittima, questa confermerà si, la sua frequentazione con il sacerdote, ma negherà le molestie.

    A questo punto l’indagine sembra arenarsi ancora una volta, ma accade qualcosa che darà l’opportunità agli inquirenti di poter procedere con l’accertamento degli altri casi, quelli per i quali non si era potuti procedere in precedenza a causa dei termini di prescrizione.

    Il sacerdote Pietro Pinetto, certo di averla fatta franca, sporgerà querela per diffamazione nei confronti di quattro persone, una delle vittime, Francesco Zanardi portavoce della Rete L’ABUSO e due giornalisti, uno del SECOLO XIX e l’altro di LA REPUBBLICA. Grazie a questa arrogante querela l’autorità giudiziaria si troverà costretta ad indagare per accertare la veridicità della presunta diffamazione invocata dal sacerdote e nell’eventualità procedere contro i quattro querelati.

    Comincerà quindi da parte degli inquirenti l’audizione delle vittime e in alcuni casi anche dei loro famigliari. Emergerà una lettera autografa scritta da un bambino, all’ora seminarista, negli anni 70 nella quale il 12enne racconta l’accaduto. La madre ha conservato per tutti questi anni quella lettera che quando è depressa rilegge.

    Dalle deposizioni delle persone ascoltate emergerà che quel sacerdote era già stato denunciato ai massimi vertici della chiesa savonese negli anni 70, ma l’allora vescovo mons. Sibilla non fece nulla.

    Tra i racconti emerge anche il dolore della madre la quale a seguito della fuga del figlio dal seminario savonese, prima di affrontare l’allora vescovo di Savona, si era rivolta ad alcuni sacerdoti savonesi, uno morto ma gli altri due ancora vivi, denunciando l’accaduto e chiedendo loro consigli su come procedere.

    La donna racconta agli inquirenti; “a me il vescovo sembrava fosse dispiaciuto e speravamo togliesse di mezzo quel prete, invece nulla: XXXXX era un bambino a quei tempi: il prete si chiamava don Pinetto, pressappoco, un nome cosi: ha cercato di fargli le cose che sono scritte qui: XXXXXX è scappato dal seminario e con questa lettera ha provato a raccontare quello che era successo, ma noi non lo abbiamo ascoltato. Il padre l’ha picchiato credendo che non fosse una cosa vera: la verità è che non è successo una volta sola. XXXXXX è rimasto sperando che il prete la smettesse. Invece poi il prete ha continuato e XXXXXX è scappato. Noi eravamo persone semplici, siamo venuti grandi in un paesino così e credevamo che il seminario fosse sicuro e che non potessero succedere delle cose cosi”.

    Anche il padre della vittima non si da pace e dichiara agli inquirenti; “io so che mio figlio è scappato dal seminario perché ha visto violentare un altro bambino e poi mi ricordo che io l’ho picchiato: io poi credevo che il prete che ha cercato di violentare (anche mio figlio) XXXXXX fosse morto, prendo atto che lei ora mi dice che è vivo. Di lui non mi interessa nulla , però voglio dirle che mio figlio per colpa di quel prete ha avuto la vita rovinata: e basta, non voglio dire altro”.

    Un’altra delle vittime racconterà agli inquirenti; “ricordo che la prima volta che mi ha toccato nelle parti intime è stato quando mi voleva spiegare come bisognava lavarsi nelle parti intime. Ha iniziato a mostrarmi concretamente come fare, facendomi spogliare e manovrando il mio pene. Questa cosa è successa, per quanto ricordo due o tre volte, probabilmente perché ho iniziato a mostrare il mio disappunto e quindi non ha più insistito a chiamarmi. Preciso che il tutto veniva effettuato senza alcuna violenza fisica, ma violenza psicologica perché era più subdola, in quanto faceva apparire reali e onesti questi atteggiamenti, che in realtà non lo erano”continua”Preciso inoltre che i toccamenti sono sempre stati effettuati da don Pinetto sulla mia persona e non viceversa”.

    Ma c’è un’altra testimonianza, questa volta indiretta e a raccontarcela è Roberto Nicolick, fratello di Alessandro, purtroppo deceduto. Alessandro di famiglia cattolica praticante entra in seminario con una forte vocazione, voleva diventare un sacerdote. Ma all’improvviso, una notte Alessandro scappa dal seminario. Non vorrà mai spiegare alla famiglia i motivi di quella fuga, si confiderà con il fratello Roberto solamente anni dopo e in punto di morte. Ad accreditare ulteriormente questo racconto indiretto è quanto accade il 4 dicembre del 2013, nel pieno delle indagini della magistratura, quando 2 sacerdoti, uno dei quali si qualifica come il vice del vescovo, l’altro invece di origine indiana, si presentano dalla madre di Alessandro alla quale chiederanno di sottoscrivere una dichiarazione riguardante il figlio. La donna all’epoca 91enne firma quella dichiarazione di cui non ricorda bene il contenuto e della quale non viene lasciata copia. I due sacerdoti, prima di uscire da casa della donna gli raccomandano di non parlare con nessuno di quella loro visita, soprattutto con figlio Roberto. Nei giorni scorsi Roberto Nicolick ha chiesto all’autorità giudiziaria di fare chiarezza sull’accaduto anche per capire meglio cosa sia stato fatto firmare all’anziana madre.

     Arriviamo ai giorni nostri quando don Pietro Pinetto malgrado quanto certificato dall’autorità giudiziaria già nel luglio del 2013, verrà trasferito dal vescovo di Savona Vittorio Lupi nella parrocchia di S. Francesco da Paola, dove tra le altre cose abita una delle vittime. In un primo momento la notizia passa inosservata ma poche settimane dopo qualche genitore dei molti bambini che frequentano quella parrocchia comincia ad avere il sospetto che quel nuovo sacerdote possa essere quel Pietro Pinetto di cui anche i giornali avevano parlato tanto pochi anni prima. Alcuni genitori contattano Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO il quale confermerà che si tratta proprio di quel sacerdote.

    I circa 70 genitori chiederanno spiegazioni al parroco don Danilo Grillo il quale malgrado la vicenda sia oramai ben nota ai vertici della diocesi di Savona, si limiterà a tranquillizzarli, ma nessuno rimuove Pinetto.

    Per quanto riguarda quella provvidenziale querela che avviò le indagini della procura, fatta da don Pinetto ai danni di una delle vittime, del portavoce di Rete L’ABUSO e i due giornalisti, è stata ritirata dal sacerdote accusato di calunnia nei confronti dei quattro, il 3 dicembre del 2013.

    Come già detto al principio dell’articolo, non riteniamo necessario pubblicare l’intero carteggio acquisito presso l’autorità giudiziaria il quale andrebbe solo ad accentuare ulteriormente la miseria morale ed intellettuale di molti sacerdoti di questa diocesi, vertici compresi.
    La Rete L’ABUSO chiede ancora una volta pubblicamente al vescovo di Savona Vittorio lupi di procedere come promesso alle vittime e all’intera comunità cattolica savonese nel comunicato della diocesi datato 7 marzo 2013 (Comunicato della Curia diocesana ), come prevede il Codice Canonico ad un processo nei confronti del sacerdote Pietro Pinetto.

    Il buonsenso invece vorrebbe che lo stesso sacerdote sia allontanato da luoghi frequentati da minori, ma questa è scelta della chiesa alla quale lasciamo la decisione.

    L’ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO

  • 8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    8° comandamento; non dire falsa testimonianza. I ripensamenti di mons. Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona-Noli

    E’ piuttosto controversa la moralità di certi uomini di chiesa i quali, quando vengono a conoscenza di reati commessi da membri del clero invitano le vittime a non denunciare dicendo loro che “ci penserà la giustizia divina”. Ma quando sono loro la presunta parte lesa invece, “la giustizia divina” non vale più e corrono subito a sporgere denuncia, spesso anche in malafede.

    E’ il caso di don Antonio Ferri, vicario generale della diocesi di Savona, il quale in data 27/06/2013 deposita per mano dell’avvocato Giuseppe Sanguineti un esposto nei confronti di Francesco Zanardi, portavoce della Rete L’ABUSO di Savona.

    Monsignor Antonio Ferri lamenterebbe che “in occasione di una conferenza stampa tenutasi presso la Libreria Ubik di Savona in data 23 maggio 2013 (alla quale era stato invitato, quale relatore, il signor Kevin Annet, antropologo noto per aver pubblicato 2 libri relativi agli abusi subiti dagli aborigeni canadesi da parte di sacerdoti), il signor Zanardi ha testualmente affermato che il vicario della diocesi, con un fascicolo aperto su un prete pedofilo, convoca le vittime per chiedere di ritrattare”.

    Secondo il prelato savonese, Zanardi lo avrebbe diffamato anche attraverso una dichiarazione pubblica fatta sul social network Facebook nella quale denunciava il tentativo di inquinamento di prove riguardanti a un’indagine su un prete pedofilo.

    Lo stesso Zanardi denunciava anche di essere stato avvicinato da alcune parrocchiane, le quali, nell’intento di sapere i nomi delle presunte vittime sentite dalla procura, si proponevano di offrire sostegno a questi malcapitati.

    Una delle parrocchiane in questione era la povera Luisa Bonello, la quale accortasi del raggiro a suo danno e delle vittime, denunciò questa circostanza prendendo le distanze dalla curia savonese e riportando questi sotterfugi all’attenzione di Papa Francesco.

    In quell’esposto don Antonio Ferri, lui stesso precisa che “Orbene, anche se il mio nominativo non viene esplicitamente fatto, il riferimento è comunque preciso ed inequivocabile, in quanto l’ufficio che ricopro ed il contesto locale porta necessariamente a riferire quanto pubblicato alla mia persona”.

    Qui avviene il primo “miracolo” perché don Antonio Ferri, stranamente si riconosce in una dichiarazione che non solo non indicava la diocesi dove stavano avvenendo questi fatti, ma non indicava neppure il nome del vicario interessato, il tutto avveniva all’interno di una conferenza stampa dove era ospite Kevin Annet come già indicato, esperto sugli abusi subiti dagli aborigeni canadesi.

    La cosa suona parecchio strana anche per il fatto che Zanardi è portavoce di una associazione nazionale che in tutta Italia ha procedimenti penali aperti nei confronti di sacerdoti pedofili, curioso che Antonio Ferri si sia riconosciuto in quelle dichiarazioni.

    Mons. Antonio Ferri continua lamentando che quelle dichiarazioni, nelle quali si sarebbe riconosciuto in modo così inequivocabile, lederebbero gravemente la sua persona, nonché la sua onorabilità e chiede all’autorità giudiziaria “di verificare se nel comportamento del signor Francesco Zanardi siano ravvisabili estremi di reato e le chiedo altresì di indagare – ove ritenuto – con la necessaria discrezione, onde evitare che un delicato problema di giustizia diventi spunto per alimentare campagne mediatiche tutt’altro che serene ed obiettive, come purtroppo sin qui pare essere avvenuto”.

    Le dichiarazioni di Zanardi, anche se non veniva indicata la diocesi e il prelato coinvolto, arrivavano effettivamente da due presunte vittime del sacerdote Pietro Pinetto.

    Passa poco tempo dalla segnalazione di quelle due vittime quando il 4 dicembre del 2013 Zanardi raccoglie un’altra segnalazione, questa volta da parte di Roberto Nicolick, fratello di un’altra presunta vittima, purtroppo deceduta. Nicolick apprende dalla sua compagna che due persone, approfittando della sua assenza, si sarebbero presentate a casa della madre alla quale avrebbero fatto firmare una dichiarazione riguardante le presunte molestie subite dal fratello Alessandro presso il Seminario Vescovile di Savona. I due uomini, uno italiano e l’altro di origine indiana, si sarebbero qualificati davanti alla donna che all’epoca aveva 91 anni, il primo come il vice del vescovo e l’altro come un suo collaboratore. I due prima di andarsene avrebbero raccomandato all’anziana donna, di non riferire a nessuno di quella visita, soprattutto al figlio Roberto che guarda caso è anche un collaboratore della Rete L’ABUSO.

    L’anziana donna in un primo momento mantiene il segreto, ma poi, perplessa su cosa gli fosse stato fatto firmare e presa dall’ansia confida tutto alla compagna del figlio Roberto, la quale allarmata lo avvisa immediatamente.

    Francesco Zanardi verrà formalmente indagato dalla procura della repubblica di Savona per l’esposto depositato dal vicario mons. Antonio Ferri, in data 23/05/2013 con l’accusa di diffamazione aggravata ai danni del Ferri.

    Ma il 4 febbraio 2015 accade il secondo “miracolo”, chissà, forse L’Arcangelo Gabriele apparso probabilmente in sogno al vicario mons. Antonio Ferri suggerisce – al prelato che precedentemente aveva chiesto alla procura di ravvisare i reati commessi a suo danno da Francesco Zanardi – di depositare un altro documento nel quale dichiarerà; “Premetto che non era mia intenzione, con la mia segnalazione del 19 giugno 2013 denunciare o comunque chiedere l’accertamento di fatti di reato a mio carico ma piuttosto di contribuire al lavoro della procura apportando elementi che ritenevo potessero essere di ausilio per una migliore comprensione dei fatti oggetto delle ripetute denunce/esposti del signor Francesco Zanardi”.

    Continua affermando “Ho, peraltro, preso atto della circostanza che, in ragione di tale comunicazione è stato aperto un fascicolo contrassegnato dal n. 3460/13/21, e, per l’effetto, fermo quanto sopra in ordine alla natura della mia comunicazione del 19 giugno 2013 dichiaro di non aver interesse ad alcun accertamento di condotte illecite nei miei confronti con il riguardo alle dichiarazioni rese dal signor Francesco Zanardi e meglio descritte nella comunicazione medesima”. “Pertanto, nell’evenienza in cui la mia comunicazione dovesse effettivamente essere qualificata come querela, con la presente dichiaro formalmente di voler rimettere la stessa e di non avere interesse alcuno alla prosecuzione delle indagini”.

    Va di certo detto che quel procedimento penale per diffamazione a carico di Francesco Zanardi, qualora la magistratura avesse appurato che diffamazione non era ma anzi, che i fatti dichiarati da Zanardi fossero veri, si sarebbe trasformato in un procedimento per calunnia a carico di mons. Antonio Ferri ai danni di Zanardi. La stessa cosa che è accaduta a don Pietro Pinetto, accusato di aver calunniato con false dichiarazioni di innocenza rilasciate al Pubblico Ministero, una delle vittime, due giornalisti e lo stesso Zanardi.

    Naturalmente nei prossimi giorni gli avvocati della Rete L’ABUSO chiederanno all’autorità giudiziaria di fare chiarezza non solo sull’esposto depositato da mons. Antonio Ferri e poi ritirato, ma unitamente a Roberto Nicolick chiederanno che venga fatta chiarezza su chi e soprattutto cosa, fu fatto firmare alla madre.

    F.

  • Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Nel convento dove il Vaticano manda i preti gay: “Voi li marchiate, noi li assistiamo”

    Trento, Congregazione di Gesù sacerdote, è qui che le diocesi portano i religiosi a “curarsi”: “Così li aiutiamo a riflettere”

    di JENNER MELETTI E ANDREA SELVA

    TRENTO – Sono ormai maturi, i cachi e i kiwi. Nell’orto, gli ultimi pomodori. Sembra di essere fuori dal mondo, in questa casa madre dei padri Venturini. “Congregazione di Gesù sacerdote”, annuncia la targa in marmo. Doveva arrivare qui, don Mario Bonfante, l’ex sacerdote cattolico che tre anni fa è stato “licenziato” perché gay. «Esiste un convento in Nord Italia – ha detto ieri a
    Repubblica – dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Volevano curarmi. Ho rifiutato di andarci». Prima pioggia e tuoni, poi sole e arcobaleno. Il tempo giusto per raccontare questo convento dove il Male e il Bene sembrano impegnati in una lunga battaglia. «Io posso dire soltanto – dice padre Gianluigi Pastò, 72 anni, superiore generale dei Venturini – che qui aiutiamo i sacerdoti a diventare santi».

    Una statua di Cristo a braccia aperte, pronto ad accogliere tutti. «Cercate prima il regno di Dio e la sua Giustizia e avrete tutto il resto in sovrappiù». La citazione da Matteo è accanto al cancello, aperto a tutti. Il padre superiore non ha nessuna voglia di parlare. «Troppe cose sbagliate sono state scritte su di noi. Il convento Venturini rischia di diventare un marchio infamante. ‘Quel prete è stato al Venturini? Chissà cosa avrà combinato’. Noi qui siamo abituati a lavorare nel silenzio assoluto ». Poi la tradizione di accoglienza vince, almeno per qualche minuto. «Venite in refettorio, prendiamo un caffè». Un vassoio di pizze già pronto per la cena frugale della domenica, una cinquantina di posti in tavolate a ferro di cavallo. Un quadro con il fondatore della congregazione, padre Mario Venturini, che aprì questo convento nel 1928.

    «Le spiego perché non vogliamo parlare. Un convento per preti pedofili, preti gay… si è scritto di tutto, con titoli assurdi. I sacerdoti vengono invece da noi per un periodo di formazione, di riflessione personale, di discernimento. In questo momento non abbiamo né preti gay né preti pedofili. Certo, nostro compito è accogliere tutti. Ci sono soprattutto i preti che soffrono di depressione, il male di questi tempi. Noi non vogliamo essere ‘marchiati’. Questo perché oggi, con Google, rischi l’ergastolo a vita. Faccio un esempio: arriva un nuovo sacerdote in una parrocchia e c’è chi subito va in rete a cercare il suo passato. Magari risulta che è stato nostro ospite e allora tutti pensano chissà che cosa. Ci sono uomini che diventano preti già adulti e magari hanno avuto un passato di droga o altro. Hanno svolto un grande e pesante lavoro di redenzione, ma se il loro nome è stato scritto su un giornale o su un sito si trovano inchiodati al loro passato».

    Quasi nessuno, a Trento conosce bene il lavoro dei Venturini. Un titolo forte il 24 febbraio 1983, quando un sacerdote del convento, don Armando Bison, 71 anni, fu ucciso con un punteruolo a forma di crocefisso, conficcato in testa, da Marco Furlan e Wolfgang Abel, i “Ludwig” che volevano “moralizzare il mondo” e finirono in manicomio criminale. Chi frequenta il convento conferma che i problemi più presenti, fra chi viene accolto qui, è proprio la depressione. «È alto anche il numero di alcolisti, fra preti soprattutto anziani che hanno smarrito la strada. E poi ci sono i problemi legati al sesso».

    Formazione, accompagnamento, riflessione… Non parla mai di cura, il padre superiore. Ma nella presentazione del sito c’è scritto che «i larghi spazi di accoglienza – una casa grande e tanta campagna intorno – uniti a possibilità varie di terapia e di lavoro, consentono alla comunità di ospitare numerosi preti e religiosi offrendo loro un ambiente aperto e disteso ove affrontare le proprie difficoltà». Terapia, dunque. Chi arriva qui viene aiutato anche da psicologi e psichiatri. Con quale percorso e quale metodo? «Noi non parliamo – dice il superiore – di questo nostro lavoro. Che però è conosciuto dai vescovi di tante diocesi. Loro sanno cosa possiamo offrire. Io dico soltanto che qui nessuno viene perché obbligato. Entrare da noi è una libera scelta». Che però, come nel caso di don Mario Bonfante, è una libera scelta molto condizionata. Un vescovo invita un prete ad entrare nel convento comunità, questi rifiuta e si trova ridotto allo stato laicale.

    In un’intervista a Repubblica. it di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli, nel luglio 2013 padre Gianluigi Pastò era stato più ricco di notizie. «La vita comunitaria allontana il prete dalla sua solitudine. Il primo passo della terapia è l’accoglienza. Noi solitamente vogliamo conoscere la persona poi vediamo se siamo in grado di aiutarla». Padre Franco Fornari è lo psicologo responsabile all’interno del centro. Sedute con cadenza giornaliera e terapia di gruppo coordinata da una psicologa laica. Se necessario, è previsto l’intervento di uno psichiatra laico per le terapie farmacologiche di supporto. I tempi non sono mai brevi. Si resta in convento per uno, due o anche quattro anni. È il vescovo a decidere dove impegnare il sacerdote dopo il lungo periodo di “redenzione”. Chi è stato accusato di molestie ai minori, ad esempio, verrà inviato in un santuario o in un altro convento, senza contatti con i ragazzi e senza attività pastorale aperta.

    Sarebbero sei o sette, in media, gli ospiti del convento comunità. La casa di accoglienza è molto grande, perché un tempo ospitava il seminario della congregazione e tanti sono i preti tornati alla casa madre perché ormai anziani. C’è anche chi se ne va prima di avere terminato il percorso. Non sono in carcere, tutte le porte sono aperte. «Su di noi – dice il superiore generale – sono state raccontate troppe cose sbagliate. È giusto che la nostra opera sia senza pubblicità, anche per rispettare chi viene da noi in cerca di aiuto».

    «Non preoccuparti né del cibo né dei vestiti », è scritto, citando sempre Matteo, cap. VI, nella lapide all’ingresso. Chi entra qui ha purtroppo in testa preoccupazioni più pesanti. Superando la soglia, la lotta fra il Bene e il Male è solo all’inizio. Ma c’è la speranza di “diventare santi”.

    http://www.repubblica.it/vaticano/2015/10/05/news/nel_convento_dove_il_vaticano_manda_i_preti_gay_voi_li_marchiate_noi_li_assistiamo_-124368753/

  • Prete arrestato, forse ci sono altre vittime

    Prete arrestato, forse ci sono altre vittime

    L’uomo era anche il curatore della donna con cui aveva una relazione da un decennio, sin da quando essa era minorenne. L’avrebbe aiutata a vendere un orologio falso spacciandolo come di valore, convincendo un complice ad addossarsi la colpa.

    LUGANO – Si scava nella vita del prete 64enne arrestato settimana scorsa e accusato di coazione sessuale, atti sessuali con persone dipendenti e lo sfruttamento dello stato di bisogno. Il dubbio è che la 27enne, vittima accertata, non fosse l’unica, e dunque si indaga.

    La sua relazione con la donna, scoperta dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli quando essa si era resa protagonista di una rapina a Pura e di aver sparato contro degli automobilisti con un fucile ad aria compressa, è durata una decina d’anni. Sarebbe iniziata quando la ragazza, ora 27enne, era minorenne. Dopo voci di un interessamento eccessivo nei suoi confronti, pare che Monsignor Grampa abbia spostato l’uomo dal Locarnese al Malcantone, prima di mandarlo in pensione ufficialmente per problemi di salute.
    Dalle indagini, è risultato come l’uomo fosse anche il curatore della vittima (per cui ecco l’accusa di sfruttamento dello stato di bisogno), con cui rimase sempre in contatto, e che nel 2014 aiutò a vendere su internet un orologio falso, spacciandolo come di valore, consigliando al suo complice 51enne di addossarsi tutta la colpa (reato di favoreggiamento e sviamento della giustizia deriverebbero da qui)

    http://www.ticinolibero.ch/prete-arrestato-forse-ci-sono-altre-vittime/

  • Lupi svela la missione di Tanasini: fare chiarezza su don Lupino, il fustigatore dei preti pedofili.

    Lupi svela la missione di Tanasini: fare chiarezza su don Lupino, il fustigatore dei preti pedofili.

    SILVIA CAMPESE SAVONA. Il vescovo di Chiavari, monsignor Alberto Tanasini, è stato invitato dalla Diocesi di Savona-Noli, in qualità di esperto giurista, «per occuparsi di situazioni riguardanti un membro del clero savonese». Presumibilmente, il parroco di Lavagnola, don Giovanni Lupino, che, da grande accusatore della chiesa savonese, diventerebbe l’imputato. A chiarire l’arcano, senza fare riferimenti precisi ad alcun sacerdote, è stato il vescovo Vittorio Lupi che, con un comunicato diffuso dall’Ufficio stampa della diocesi, ieri pomeriggio, ha fatto chiarezza sui motivi della presenza di Tanasini, nonostante il giorno prima, contattato dal giornale, non si fosse voluto esprimere a tal proposito. «Il vescovo di Chiavari monsignor Alberto Tanasini – scrive il vescovo Lupi- non è un nunzio apostolico, né tantomeno un ispettore, inviato dal Vaticano. La sua presenza a Savona è, al contrario, stata richiesta dalla Diocesi ed è stata confermata dalla Congregazione per il clero. Il vescovo Tanasini è stato chiamato, quale esperto giurista, a occuparsi di situazioni riguardanti un membro del clero savonese e che nulla hanno a che fare con vicende legate alla pedofilia». Di seguito, il vescovo sottolinea la valenza del ruolo «di esterno», che consentirebbe a Tanasini «di operare con massima obiettività, a garanzia e a tutela di tutti». Una strada, quella delle verifiche sull’operato di don Lupino, che il vicario don Antonio Ferri aveva lasciato trasparire e che, ormai da mesi, i dirigenti scout di Lavagnola avevano pubblicamente manifestato, tanto che il parroco di San Dalmazio era intervenuto in prima persona a tranquillizzare i fedeli, turbati da tali comunicazioni che anticipavano l’ufficialità. Oggi, dal vescovo, i chiarimenti. Sul tema è intervenuto il teologo Giampiero Bof. «So che Tanasini sta operando da alcune settimane a Savona – ha detto -. Un compito delicato, che nulla ha a che fare con i processi: la funzione del visitatore apostolico è quella di ascoltare le persone, stilare un reso conto e consegnarlo a chi di dovuto». E ancora: «Sarei sorpreso– ha aggiunto- se, a pagare in questa diocesi, fosse il parroco di Lavagnola. Al di là della sua testa dura, come gli dico sempre scherzando non saprei quali altri capi d’accusa potrebbero pendere su di lui». Intanto, voci in ambito clericale, annuncerebbero un imminente incontro di Tanasini con Lupino. Che, non è un mistero, avrebbe pronto un dossier che ricostruirebbe la storia della diocesi. Temi resi noti dallo stesso Lupino, anche attraverso lettere, inviate per la pubblicazione, al settimanale diocesano “Il Letimbro”. Non solo gli scandali della pedofilia, ma anche i temi dell’omosessualità assai diffusa, in alcuni periodi, all’interno del seminario di Savona, simbolicamente rappresentati dall’outing di don Carlo Rebagliati, sospeso con provvedimento diretto e scomparso nel gennaio del 2013.

    Silvia Campese Il Secolo XIX Savona

  • NOVE ANNI DOPO LA CONDANNA IN CASSAZIONE SI CHIUDE IL PRIMO SCANDALO DELLA DIOCESI DI SAVONA-NOLI

    NOVE ANNI DOPO LA CONDANNA IN CASSAZIONE SI CHIUDE IL PRIMO SCANDALO DELLA DIOCESI DI SAVONA-NOLI

    SAVONA. «Bravi mi avete trovato». Con un sorriso e poche parole Giorgio Barbacini, 79 anni, fino al 2004 parroco della diocesi di Savona-Noli, si è rivolto ai carabinieri del nucleo radiomobile di Albenga che l’altro pomeriggio lo hanno fermato mentre entrava nella sua casa di Lusignano.

    L’uomo era latitante da una decina d’anni per una condanna a tre anni e sei mesi passata in giudicato per pedofilia. Il primo caso conclamato di abusi sessuali nell’ambito clericale savonese che ha dato il via a una stagione caldissima culminata con le condanne di don Massaferro e Nello Giraudo.

    L’uomo era appena tornato dal Marocco dove aveva trovato rifugio (in precedenza sembra che il prete avesse trovato copertura nella vicina Svizzera) e dove aveva deciso di vivere la sua latitanza. Il passaporto in scadenza lo ha portato a tornare nel Savonese dove negli anni duemila aveva violentato decine di giovani extracomunitari di cui doveva prendersi cura.

    Una scelta obbligata per sistemare la faccenda burocratica, ma Barbacini confidava di farla franca anche stavolta. La rete dei controlli alle frontiere però ha fatto riaccendere la luce d’allarme per le forze dell’ordine. Violenza sessuale aggravata e continuata sono le ragioni che nel 2004 avevano spinto il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro a chiedere sei anni di carcere per l’allora prete, titolare della casa d’accoglienza Migrantes della diocesi.

    E al termine del processo (avviato dal pm Danilo Ceccarelli e che per certi versi è passato anche per le mani di Chiara Venturi) con rito abbreviato Giorgio Barbacini è stato condannato atre anni e sei mesi, sentenza passata in giudicato in Cassazione nel 2006. E da quel giorno Giorgio Barbacini, sulla cui uscita dalla chiesa non si hanno certezze, ha fatto perdere le proprie tracce. Ma le immagini di quei poveri migranti costretti a subire le morbose attenzioni del prete all’ombra delle imbarcazioni capovolte sulla spiaggia delle Fornaci, non si sono attenuate. Anzi.

    E a cancellarle non è servito neppure l’atteggiamento omertoso dell’allora vescovo Dante Lafranconi, come ha sottolineato lo stesso gip Fiorenza Giorgi nell’ordinanza di archiviazione per prescrizione nei confronti dell’alto prelato, ora in pensione dopo la missione a Cremona.

    Il caso di don Barbacini era tornato nelle aule di palazzo di giustizia fino al 2011, quando alla sbarra si è trovata Gabriella Maglio, stretta collaboratrice di Barbacini e prosciolta per intervenuta prescrizione dalla falsa testimonianza. La donna aveva tentato di coprire i terribili comportamenti del prete, anche conosciutissimo insegnante di religione nelle scuole cittadine, dichiarando che tra don Giorgio e le sue giovani vittime non sarebbe mai successo nulla.

    Con l’arresto di Barbacini e il suo trasferimento in carcere (a meno che il giudice di sorveglianza non lo scarceri per via dell’età) si chiude la pagina forse più brutta degli ultimi vent’anni in fatto di pedofilia nell’ambito della chiesa savonese.

    Giovanni Ciolina IL SECOLO XIX Savona

     

  • Papa Francesco al Santuario di Savona, ora c’è una data. Incontrerà anche le vittime dei preti pedofili savonesi ?

    Papa Francesco al Santuario di Savona, ora c’è una data. Incontrerà anche le vittime dei preti pedofili savonesi ?

    Savona – Si profila una data per la visita del Papa a Savona. La lettera di Francesco al vescovo Lupi, inviata in occasione del bicentario dell’incoronazione dalla statua della Vergine Maria parte di Pio VII e l’auspicio di poter venire un giorno in visita al Santuario di Nostra Signora di Misericordia, hanno acceso la speranza dei fedeli savonesi. Speranza fondata, perché si parla anche di una data. Il Pontefice dovrebbe arrivare in Liguria a metà settembre tra il 15 e il 18. E il programma prevederebbe una tappa a Genova, un blitz a Santa Giulia di Piana Crixia, e poi una visita al Santuario.

    Al momento non c’è ancora l’ufficialità ma le voci, in particolare in ambienti religiosi liguri e romani, rimbalzando anche a Savona. Da tempo a Piana Crixia, che ricade sotto la Diocesi di Acqui, l’amministrazione e la comunità dei fedeli chiedono una visita di Papa Francesco che in quel comune ha le sue origini attraverso il ramo paterno della famiglia.

    Nel caso della visita a Savona di Benedetto XVI nel maggio del 2008, che aveva fatto visita al Santuario di Nostra Signora di Misericordia per donare la Rosa d’Oro, la macchina organizzativa si era mossa molti mesi prima.

    Ma l’attuale Pontefice con la sua semplicità e spontaneità ci ha abituati a visite improvvise nelle quali ama mischiarsi tra i fedeli senza filtri, come quella ad una baraccopoli di immigrati a Roma. Blitz improvvisi che mettono un po’ in crisi l’apparato di sicurezza che lo circonda ma che sono diventate una caratteristica molto amata.

    «Al momento non ci sono notizie ufficiali – spiega l’ufficio stampa della Diocesi di Savona Noli – c’è stata la lettera del Santo Padre al nostro vescovo, con l’auspicio del cardinale Domenico Calcagno di vedere il Pontefice al Santuario, e ci ha fatto estremo piacere che il Santo Padre abbia posto questo Giubileo straordinario sotto la protezione di Nostra Signora di Misericordia. L’auspicio del cardinale Calcagno che è di tutti i fedeli savonesi ma per ora, per le informazioni che abbiamo resta tale. Certo questo Pontefice ci ha abituato ad un nuovo modo di comunicare e di essere presente alla comunità dei suoi fedeli e, come ha detto il Cardinale Domenico Calcagno alla messa di domenica scorsa, non poniamo limiti alla provvidenza».

    La speranza poi, si consolida alla conferma da parte dello stesso cardinale Calcagno che in occasione della messa a celebrazione dell’incoronazione della statua della Vergine ha detto di avere invitato Papa Bergoglio al Santuario.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2015/05/16/AR6iasSE-savona_francesco_santuario.shtml

  • Rete l’Abuso alla conferenza sulla pedofilia organizzata dalla Diocesi (Video)

    Rete l’Abuso alla conferenza sulla pedofilia organizzata dalla Diocesi (Video)

    Con il suo lungo curriculum di preti e laici coinvolti, di coperture criminali attuate proprio dai vertici, la Diocesi di Savona-Noli organizza una serie di corsi nei quali si tratta il tema dell’abuso sessuale a danno di minori.

    Al di la del fatto che la psicologa Rosita Bormida ha saputo trattare l’argomento con estrema competenza, purtroppo ci sfugge il fine di questi incontri e sopratutto ci sfugge di comprendere quale possa essere la loro utilità. Ci suona un po’ ipocrita il fatto che ad organizzare questi corsi, udite udite, sia proprio la chiaccheratissima Diocesi di Savona-Noli, la quale, negli ultimi decenni ha permesso ai preti pedofili e ai laici pedofili savonesi di produrre decine di vittime, vittime che dalla stessa Diocesi, malgrado che la magistratura savonese abbia appurato la veridicità delle accuse, si sono viste negate qualunque tipo di sostegno.
    Per la verità non è che non si sia interessata di loro ma forse lo ha fatto con modi che a noi, comuni mortali, suonano un tantino persecutori e non risolutivi del danno prodotto. Nella vicenda savonese infatti abbiamo visto vittime sfrattate dalla stessa Diocesi, altre licenziate in tronco dopo l’apertura delle indagini, altre ancora oggetto di promesse mai mantenute, altre querelate dalla Diocesi o dal pedofilo solo perché avevano osato denunciare le violenze subite.
    Con questo non vogliamo certo dire che la prevenzione non sia di fondamentale importanza, ma quando questa viene usata come fumo negli occhi per nascondere e snobbare le proprie responsabilità, non può non venirci qualche dubbio su quale sia il fine.

    Francesco Zanardi Presidente Rete L’ABUSO ONLUS

  • Prete pedofilo minaccia le vittime

    Prete pedofilo minaccia le vittime

    SAVONA. Due anni fa aveva patteggiato un anno di carcere per aver abusato di un quindicenne in un campo scout a Finale. Era il 2005 e il reato non è caduto in prescrizione come altri,ma don Nello Giraudo a distanza di due anni dalla condanna è tornato a far parlare di sè.

    La procura ha infatti aperto un’inchiesta per minacce del prete nei confronti di alcune delle sue vittime: almeno due.

    Non contento di quanto fatto in passato,l’uomo non avrebbe esitato a minacciare alcune sue vittime Incontrate casualmente per strada con un pesantissimo «te la farò pagare». «Dopo il bene che ho fatto a te e agli altri ragazzi, tu mi hai denunciato», avrebbe detto in sostanza alle sue vittime creando non pochi problemi a quelle persone che già in passato avevano dovuto subire violenze ed umiliazioni.

    Non è un caso che degli episodi si stia interessando la procura. Il sostituto procuratore Giovanni Battista Ferro ha infatti aperto un’inchiesta AD hoc sul nuovo filone d’inchiesta riguardante le minacce.

    Un lavoro affidato agli uomini della squadra mobile che si stanno occupando di due episodi distinti. Il primo sarebbe successo la scorsa estate nell’entroterra finalese, mentre l’ultimo esposto risale alle settimane scorse. Un finalese ha denunciato di essere stato avvicinato e minacciato da don Nello mentre percorreva una strada cittadina.

    Il prete era in motorino, secondo quando descritto dalla vittima, e alla sua vista avrebbe fatto un’inversione di marcia fino a raggiungerlo.

    «No comment» sono le uniche parole del pm Ferro sull’argomento, anche se il magistrato non ha potuto negare l’esistenza dell’inchiesta e soprattutto un altro filone che riguarda nuovi presunti episodi di pedofilia commessi da don Nello Giraudo.

    Sul caso Giraudo nello scorso autunno era stato sentito anche il vescovo Vittorio Lupi che aveva dichiarato ai magistrati di aver messo allo stato laicale l’ex parroco gestore di una casa famiglia a Noli.

    Nell’ambito di questa seconda inchiesta erano stati sentiti come persone informate dei fatti tutto il personale impegnato nella struttura affidata al prete nonostante le voci delle sue deviazioni fossero diventate pubbliche. E soprattutto conosciute nell’ambito della curia.

    Non è un caso che il vescovo Dante Lafranconi ( trail1999 e il 2001) sia stato indagato dalla procura savonese e la sua posizione sia stata archiviata dal gup Fiorenza Giorgi per prescrizione.

    Ma nelle sue motivazioni il giudice aveva usato parole pesantissime nei confronti del prelato e del suo mancato intervento per evitare il ripetersi dei gravissimi fatti.

    L’attenzione della magistratura si era concentrata anche sull’attuale cardinale Calcagno,“salvato”dalle lettere inviate a papa Ratzinger nelle quali evidenziava il problema di don Giraudo nella diocesi di Savona.

    ciolina@ilsecoloxix.it

  • Don Nello, altre dieci vittime

    Don Nello, altre dieci vittime

     SAVONA. Un anno di carcere per pedofilia patteggiato al termine di una lunga inchiesta della procura e che ha portato don Nello Giraudo a confessare le sue deviazioni sessuali al sostituto procuratore Giovarmi Battista Ferro. Ma quella che poteva sembrare una pietra tombale su una vicenda che ha squassato la chiesa savonese, e non solo, così non si è rivelata.

    Sono almeno una decina le nuove vittime del prete che per armi ha gestito una comunità per minori a Feglino su incarico dei vari vescovi che si sono succeduti alla guida della diocesi di Savona e Noli.

    Si tratta perlopiù di episodi di violenza datati nel tempo e quindi destinati alla prescrizione per decorrenza dei termini, ma la bufera attorno alle malefatte del prete savonese non sembra placarsi. Non è un caso che il pm Ferro abbia avviato l’ennesimo fascicolo per pedofilia a carico del sacerdote (ormai ex, secondo le comunicazioni passate della curia locale).

    Sono state le stesse vittime, una in particolare, a presentarsi al magistrato per raccontare le attenzioni morbose di cui erano vittime. Un professionista genovese, distrutto da quella esperienza, è già stato sentito dal sostituto procuratore alla presenza dell’ avvocato. E proprio come in una sorta di domino le denunce (presentate anche ai vertici della rete l’Abuso di Francesco Zanardi) si sono moltiplicate. L’attività investigativa è quindi scattata per accertare se esistano altri casi di violenza sessuale a danni di minori compiuti all’interno dei termini di prescrizione. Ma il pm vuole verificare anche l’eventuale responsabilità per omessa denuncia.

    Nelle scorse settimane, gli uomini della squadra mobile hanno interrogato come persone informate dei fatti anche tutte le addette della comunità per minori dove si sarebbero verificati la maggior parte degli episodi al vaglio della magistratura. Di certo la procura vuole andare a fondo della vicenda rimasta a lungo coperta dal segreto istruttorio. Non è escluso, anzi appare piuttosto probabile, che la posizione di don Nello, assistito dall’avvocato Marco Russo, finisca in un non luogo a procedere dal punto di vista giudiziario, nonostante resti la gravità del comportamento del prete e dell’intera struttura diocesana dell’epoca (i fatti risalgono agli anni ’90 per arrivare fino ai primi del duemila)

    Una vicenda di cui molti erano a conoscenza, ma rimasta sepolta nel passato e nell’ omertà.

    Lo stesso don Nello, infatti, ha più volte ribadito agli inquirenti di essersi confidato con i suoi superiori (ma non solo) ai quali ha raccontato le Sue devianze sessuali e soprattutto le sue malefatte. Una pagina sgradevole nella quale è rimasto invischiato anche l’allora vescovo di Savona Dante Lafranconi accusato di favoreggiamento della pedofilia e prosciolto dal reato per prescrizione.

    Non resta quindi che attendere gli sviluppi dell’ ennesima inchiesta condotta dal sostituto Giovanni Battista Ferro.

    ciolina@ilsecoloxix.it