Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • I religiosi con legami con le Filippine pubblicamente accusati di abusi sessuali su minori

    I religiosi con legami con le Filippine pubblicamente accusati di abusi sessuali su minori

    BishopAccountability.org ha identificato 82 sacerdoti e religiosi con legami con le Filippine che sono stati pubblicamente accusati di abusi sessuali su minori.

    Questo database include: sacerdoti filippini accusati di abusi sessuali su minori nelle Filippine; sacerdoti filippini che hanno svolto parte del loro sacerdozio nelle Filippine ma che sono accusati di abusi sessuali su minori mentre lavoravano negli Stati Uniti; e sacerdoti accusati provenienti da altri paesi, in particolare Stati Uniti, Irlanda e Australia, che hanno svolto parte del loro sacerdozio nelle Filippine.

    I meccanismi esterni che altrove hanno imposto ai vescovi cattolici di assumersi le proprie responsabilità – contenziosi da parte delle vittime, indagini su enti ecclesiastici da parte dei pubblici ministeri, inchieste da parte di commissioni governative e indagini sostanziali da parte dei media locali – si sono verificati poco o per niente nel  terzo paese cattolico più grande del mondo .

    Il database rivela gli aspetti distintivi della crisi degli abusi cattolici nelle Filippine e il grado in cui molto rimane nascosto. La maggior parte dei casi dettagliati di seguito riguardano abusi verificatisi dal 2000 e segnalati alle forze dell’ordine rapidamente, nel giro di pochi anni dall’accaduto. Sappiamo dai dati sugli abusi cattolici pubblicati altrove che tali casi costituiscono una piccola parte della portata totale del problema.

    Questa lista di 82 chierici, quindi, è solo la punta dell’iceberg. È una frazione del numero totale di chierici accusati che sarebbero noti se i leader della chiesa filippina fossero tenuti a denunciare gli abusi sessuali su minori alle forze dell’ordine, se il suo sistema legale rendesse più facile per le vittime presentare denunce civili contro i leader della chiesa complici, se le vittime di abusi sessuali da parte del clero fossero più ampiamente supportate o se le diocesi e gli ordini religiosi fossero indagati dai pubblici ministeri o dalle commissioni statali.

    Un esempio dell’impunità della Chiesa filippina: in un Paese con oltre 80 milioni di cattolici,  nessun sacerdote è stato condannato penalmente  per abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili, secondo il vescovo filippino Buenaventura Famadico.

    Si tratta del quinto database pubblicato da BishopAccountability: dal 2005 gestiamo un database di membri del clero accusati negli Stati Uniti e abbiamo pubblicato database di membri del clero pubblicamente accusati in Argentina, Cile e Irlanda.

    Nota: questi dati si basano generalmente su resoconti pubblicati da fonti di notizie affidabili nei media, documenti giudiziari depositati pubblicamente, annunci della chiesa e altre fonti pubbliche. A meno che una fonte non segnali espressamente che un individuo è stato condannato per un reato penale o ritenuto responsabile di una richiesta civile, i resoconti contenuti nel database sono semplici accuse e questo database non afferma o implica che gli individui che affrontano accuse siano colpevoli di un crimine o responsabili di una richiesta civile. BishopAccountability.org si impegna a garantire verità, accuratezza e correttezza. Correzioni e commenti sulle informazioni presenti nel database sono incoraggiati e possono essere inviati a staff@bishop-accountability.org . Se BishopAccountability.org scopre fatti che stabiliscono che qualsiasi informazione presente nel database è inaccurata, adotteremo tempestivamente le misure appropriate, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, la revisione, la correzione o il ritiro delle informazioni. Per maggiori informazioni sul nostro approccio, consulta la politica di pubblicazione per il nostro database statunitense.

    Accusato di abusi sessuali su minori nelle Filippine

    Rev. Pio Cultura Aclon | Rev. Baltazar Acompanado , Jr. | Rev. Macario Apuya , SVD | Rev. Efren Avenido | Vescovo Filomeno Gonzales Bactol | Rev. Roberto Batoon | Rev. Daniel A. Baul | Rev. José Belciña | Rev. Pietro Berina | Rev. Aron Buenacosa | Rev. Raúl Cabonce | Rev. Eleuterio Carton | Rev. Agustin Cuenca , OFM | Rev. William J. Duffy , SJ | Rev. Benedicto Ejares | Rev. Mark A. Falvey , SJ . | Rev. Joseph “Joe” Fertal , SVD | Fratello Stephen Michael Greinke , MBPH | Rev. Kenneth B. Hendricks | Rev. A. Leo Hofstee , OP | Rev. Oreste M. Huerta | Rev. Karole Ricompensa Israele | Rev. Arnel Lagarejos | Rev. Gabriel Madangeng, Jr. | Rev. Rex Mansmann , CP | Rev. Conrad Ursua Mantac | Rev. Denis McAlinden | Rev. Apolinario Mejorada , OSA | Rev. Mercurio Montenegro | Rev. Martin O’Loghlen , SS.CC | Rev. Prudencio Operaiano | Rev. Theodore “Ted” Podson , SP | Sacerdote senza nome #2 | Rev. Serlito Villar

    Accusato di abusi sessuali su minori fuori dalle Filippine, ma ha svolto parte del suo sacerdozio nelle Filippine

    Rev. Rubin Abaya | Rev. Honesto Agustin | Rev. Edito D. Amora | Rev. Romannilo “Nilo” S. Apura | Rev. Sofronio A.(Pon) Aranda | Rev. Victor Balbin | Rev. Carmelo Melchior “Mel” Baltazar | Rev. Polienato Bernabe | Rev. Ysrael Bien | Rev. Honesto Bayranta Bismonte | Rev. Wilfred (Wilfrid) F. Bombardier, SSS | Rev. Eamon Byrne , SSC | Rev. Honorato (Henry) Cabaong | Rev. Hermy Dave O. Ceniza | Rev. Andres S. Corral | Rev. Angel[o] Cruces | Rev. Nelson Damasco | Rev. Crescente DeRivera , SVD | Rev. Arwyn N. Diesta | Rev. Lowe B. Dongor | Fratello Dennis Duffy , OFM | Rev. John F. Dwyer | Rev. Alexander Francisco | Rev. Benjamin Gabriel | Rev. Cristobal Garcia , OP | Rev. Ernie Garcia , CSsR | Vescovo Dinualdo Destajo Gutierrez | Rev. Peter Andrew Hansen | Rev. Henry H. Herrera , CMF | Rev. Sylvio Lacar | Rev. Clint Landry | Rev. John W. Lennon | Rev. Rosario Lopez , OSB | Rev. Perry Malacaman | Rev. Manuel Perez “Benildo” Maramba, OSB | Rev. Leonardo Mateo | Rev. James P. McSorley , OMI | Rev. Juan Naldoza Nacauili | Rev. Emmanuel O. Omemaga | Rev. Edmundo Paredes | Rev. John Steven Rabideau , OMV | Rev. Ponciano M. Ramos , SVD | Rev. Antero A. Sarmiento | Rev. Fernando Sayasaya | Rev. Joseph Skelton , Jr. | Rev. José Superiaso | Rev. Santiago (Henry) L. Tamayo | Rev. Albert Tanghal Rimando | Rev. Timothy Sugrue , SM | Rev. Gerardo Jarencio Tanilong | Rev. Valentino Tugade

    Clerics with Ties to the Philippines Publicly Accused of Child Sexual Abuse

  • Violenza sessuale, condannato l’ex prete di Belsito e Malito: dubbi e silenzi sulla vicenda di Anthonidoss Duraiswamy

    Violenza sessuale, condannato l’ex prete di Belsito e Malito: dubbi e silenzi sulla vicenda di Anthonidoss Duraiswamy

    Un anno di reclusione: è questa la condanna inflitta a don Anthonidoss Duraiswamy, sacerdote indiano di 55 anni, residente a Santo Stefano di Rogliano e per lungo tempo impegnato nelle parrocchie di Belsito e Malito, nel Cosentino. La sentenza, pesantissima dal punto di vista morale e sociale, riguarda la violenza sessuale ai danni di una donna ucraina di 32 anni che si era rivolta a lui in un momento di grande vulnerabilità personale.

    Una condanna che scuote le comunità locali

    La vicenda ha inevitabilmente sconvolto le comunità di Belsito, Malito e Santo Stefano di Rogliano, dove il sacerdote aveva prestato servizio per diversi anni. Don Duraiswamy, ordinato sacerdote proprio nella diocesi di Cosenza, aveva acquisito negli anni una certa notorietà locale per il suo modo di fare diretto e talvolta conflittuale, ma – assicurano molti fedeli – «sempre entro limiti normali per un sacerdote che difende il giusto nelle sue comunità».

    Eppure, la sentenza di condanna mette in discussione proprio questa presunta normalità, imponendo una riflessione seria e approfondita sulle reali condotte del sacerdote.

    Sparizione improvvisa: che fine ha fatto don Anthonidoss?

    Da oltre quattro mesi, infatti, di don Duraiswamy non si hanno più notizie certe. Alcuni sostengono che sia rientrato in India, suo paese di origine, altri invece che sia stato semplicemente trasferito altrove dalla Curia, lontano dai riflettori e soprattutto dalla comunità che fino a poco tempo fa lo aveva accolto con fiducia e rispetto.

    Il silenzio prolungato delle istituzioni ecclesiali locali appare problematico: perché nessuno ha fornito chiarimenti ufficiali sulla sorte del prete dopo la sentenza? Un religioso condannato per violenza sessuale può essere davvero semplicemente trasferito altrove senza alcuna chiarezza?

    Critiche alla Chiesa locale: serviva più chiarezza

    Questa vicenda pone inevitabilmente domande scomode anche alla diocesi locale: come è possibile che una figura condannata per violenza sessuale abbia continuato a operare indisturbata per mesi, prima della sentenza definitiva? È normale lasciare comunità fragili e persone in difficoltà a contatto con una persona sulla quale gravavano accuse così gravi?

    La critica è forte ma necessaria: la Chiesa locale avrebbe dovuto garantire una maggiore tutela e trasparenza verso fedeli e cittadini, evitando che don Anthonidoss continuasse a esercitare il suo ruolo spirituale in presenza di persone già vulnerabili.

    La Chiesa dia risposte, non silenzi

    In conclusione, pur riconoscendo che i rapporti conflittuali tra un prete e i suoi fedeli possano essere comuni, non è assolutamente normale né accettabile che un sacerdote, condannato per un reato odioso come la violenza sessuale, possa semplicemente sparire nel nulla o essere trasferito altrove senza dare risposte precise alla comunità.

    Serve chiarezza immediata da parte della Chiesa, per rispetto delle vittime, dei fedeli e dell’intera comunità, che ora più che mai si sente tradita e confusa da troppi silenzi.

    https://www.calabrianews24.com/news/357484105222/violenza-sessuale-condannato-l-ex-prete-di-belsito-e-malito-dubbi-e-silenzi-sulla-vicenda-di-anthonidoss-duraiswamy

  • Don Samuele Marelli accusato di abusi sessuali: «Ai campi estivi fotografava i ragazzi sotto la doccia»

    Don Samuele Marelli accusato di abusi sessuali: «Ai campi estivi fotografava i ragazzi sotto la doccia»

    «Don Samuele? Non è possibile». Il giorno dopo l’articolo del Corriere, la notizia rimbalza nelle chat e nei capannelli di Seregno. Don Samuele Marelli, l’ex responsabile degli oratori, è sotto indagine per presunti abusi sessuali nei confronti di alcuni ragazzi. «Molti mostrano incredulità, ma secondo me fingono — racconta il padre di due giovani frequentatori degli oratori San Rocco e Santa Valeria — perché le voci, negli ultimi due mesi, erano ormai oltre il pettegolezzo». E in effetti ora c’è chi esce allo scoperto: «Andavamo a vedere le diapositive dei campi estivi e, tra le foto di gruppo durante un escursione, spuntavano immagini dei ragazzi sotto la doccia, o che uscivano dai bagni con solo l’asciugamano addosso — racconta un altro genitore —. Non si vedevano parti intime, ma qualche dubbio era venuto. Ora, però, la cosa assume tutt’altro peso».

    I primi sospetti su don Samuele, riferiscono dal consiglio pastorale, erano affiorati nella primavera 2023, fino al suo allontanamento, giustificato dalla «necessità di un periodo di discernimento e di recupero psicofisico», all’inizio del 2024. L’arcidiocesi offre la ricostruzione ufficiale: «Durante le festività natalizie del dicembre 2023 sono giunte formalmente all’Ordinario diocesano alcune segnalazioni di comportamenti non appropriati da parte di don Marelli rispetto al proprio ministero di sacerdote e al proprio ruolo di educatore — si legge in una nota —. Subito, a titolo prudenziale, si è ritenuto di chiedergli di allontanarsi da Seregno e di sospendere qualunque attività pastorale, per procedere poi a una verifica di queste segnalazioni, per quanto compete all’autorità ecclesiastica, secondo le normative canoniche».

    L’arcivescovado, poi, spiega che «in quella situazione e per quelle che erano le informazioni allora disponibili, si è valutato non opportuno comunicare pubblicamente le motivazioni dell’allontanamento di don Marelli, soprattutto a tutela delle persone eventualmente coinvolte e delle loro famiglie, e del diritto alla buona fama». Ma nel frattempo, «già da febbraio 2024 è stata avviata la cosiddetta “indagine previa”, ovvero quella fase prevista dalla normativa canonica finalizzata a verificare la probabilità effettiva circa la commissione di un delitto canonico, i cui atti sono stati inviati al Dicastero per la Dottrina della Fede. Nel mese di giugno 2024, secondo le indicazioni ricevute dalla Santa Sede, il Tribunale ecclesiastico regionale lombardo ha avviato il processo canonico in primo grado di giudizio, la cui conclusione è prevista nelle prossime settimane».

    La diocesi sottolinea anche che «a coloro che hanno segnalato i suddetti fatti all’Ordinario diocesano è stato ricordato che era loro garantita la possibilità di presentare denuncia anche in sede statale» e che «tutte le energie di sacerdoti, laici e laiche della comunità di Seregno sono da mesi indirizzate ai ragazzi, ai giovani e alle loro famiglie, che stanno affrontando un tempo di analisi dell’accaduto, insieme a qualificate professioniste, che li sostengono e li affiancano, ascoltando e accogliendo le loro sofferenze, preoccupazioni e interrogativi. La parrocchia, l’Arcivescovo con i suoi collaboratori e l’intera comunità diocesana sono vicini alle persone coinvolte».

    Sarebbero dieci i ragazzi sentiti durante gli accertamenti del diritto canonico, e intanto in procura, a Monza, la polizia giudiziaria, coordinata dal pm Francesca Gentilini, sta raccogliendo materiale e testimonianze che sembra destinato a provocare altro sconcerto in una comunità religiosa già sotto shock.

    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/25_marzo_28/don-samuele-marelli-accusato-di-abusi-sessuali-i-genitori-ai-campi-estivi-fotografava-i-ragazzi-sotto-la-doccia-f6ddaf8d-61e3-4c7e-ba8b-847d5a675xlk.shtml

  • Inchiesta su don Samuele Marelli, ex direttore della Fondazione oratori milanesi: «Abusi sessuali sui ragazzi»

    Inchiesta su don Samuele Marelli, ex direttore della Fondazione oratori milanesi: «Abusi sessuali sui ragazzi»

    Le ultime notizie ufficiali, comunicate la scorsa primavera dai sacerdoti ai fedeli durante la messa, parlavano della necessità di un periodo di «discernimento», considerato «opportuno», allo scopo di «favorire un recupero psico-fisico». Era maggio 2024, ma in realtà di don Samuele Marelli, 49 anni, già direttore in passato della Fondazione degli oratori milanesi, e in quell’epoca vicario della comunità religiosa Giovanni Paolo II di Seregno (Monza), nonché responsabile della relativa pastorale giovanile che comprende sei parrocchie, non si avevano più notizie già dai primi mesi dello stesso anno, quando, sempre stando a quanto riferito, era stato lui stesso a chiedere il «distacco».

    Sparito improvvisamente dall’ambiente parrocchiale in una cortina di silenzio. Lasciando dietro di sé una certa incredulità e un vuoto colmato progressivamente dal chiacchiericcio sussurrato dei primi mesi, e successivamente da indiscrezioni sempre più fitte e insistenti su «comportamenti non appropriati» che si sono tradotti in gravi accuse contro il religioso di abusi sessuali ai danni di ragazzi che frequentavano l’oratorio. Notizia che, negli ultimi mesi, sta circolando nell’ambiente parrocchiale della cittadina brianzola, e che aspetta ora la prima risposta degli organi di giustizia, almeno quelli della Curia. E nel frattempo, in attesa della pronuncia del tribunale ecclesiastico lombardo, che dovrebbe essere depositata a breve, anche la procura di Monza sta conducendo i propri accertamenti dopo aver aperto un fascicolo coperto, allo stato attuale, dal massimo riserbo investigativo.

    Dopo più di un anno di assenza da Seregno (e dopo i 7 precedenti, trascorsi nella cittadina brianzola), i pettegolezzi lasciano dunque il posto ai veri motivi dell’allontanamento di don Samuele: il prete carismatico, brillante, efficace comunicatore inserito nelle altre sfere ecclesiastiche lombarde, tanto da essere stato il numero uno della Fom, la Fondazione diocesana responsabile degli oratori milanesi e, proprio per quel ruolo da trovarsi seduto alla sinistra di Papa Francesco sul palco dello stadio San Siro, al culmine della visita milanese del Pontefice del 25 marzo 2017.

    È questo il sacerdote che accompagnava i ragazzi in piscina, ai campi estivi al mare, e che esercitava su di loro un innegabile ascendente. Ma anche quello sul quale si sono addensate voci e sospetti per presunti atteggiamenti equivoci, battute fuori luogo, ostentazioni del corpo inadeguate. Sono ancora molto frammentarie le informazioni sul numero di potenziali vittime, sulla loro età, e sul tipo di condotte esercitate dal prete.
    È emerso, però, che a manifestare i primi segni di disagio, nel corso del 2023, sarebbero stati alcuni ragazzi, tutti maschi, frequentatori abituali dell’oratorio a Seregno, cittadina di forte tradizione ecclesiastica che raccoglie molti adolescenti attorno all’ambiente delle parrocchie.

    Un malessere che non è sfuggito agli educatori che operavano tra i giovani, e che avrebbe portato alla presentazione di un esposto alle autorità e alla segnalazione del caso presso la Curia. Da quel momento, cioè da subito, secondo quanto è stato possibile ricostruire, a don Samuele sono stati tolti gli incarichi: sospensione da qualunque attività pastorale (attualmente risulta trasferito in «altra struttura diocesana», come già riferito lo scorso anno). La giurisdizione ecclesiastica ha fatto partire la cosiddetta «indagine previa», come viene definita l’istruttoria preliminare nel diritto canonico, durante la quale sarebbero stati ascoltati una decina di persone, soprattutto giovani.

    Stando a quanto appreso dal Corriere, il processo canonico ha praticamente completato il suo iter, ed è prossimo a emettere il suo verdetto. Una prima comunicazione dell’intera vicenda, però, è già stata resa alle famiglie coinvolte, ad alcuni educatori, e al Consiglio pastorale della comunità religiosa seregnese, nella quale, al di fuori di comunicazioni ufficiali, i fatti contestati a don Samuele vengono definiti senza mezzi termini «molto gravi».

    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/25_marzo_27/inchiesta-su-don-samuele-marelli-ex-direttore-della-fondazione-oratori-milanesi-abusi-sessuali-su-ragazzi-3ecc8191-6ac8-47f6-b411-75ddc3d1bxlk.shtml

  • Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

    Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

    Scandalo abusi in Francia. Mediapart riporta la notizia della sospensione temporanea e precauzionale di Élian Cuvillier, professore e direttore di master presso l’Istituto protestante di teologia (IPT) di Montpellier e Parigi, da parte della Chiesa protestante unita di Francia (EPUdF). La decisione è arrivata dopo le segnalazioni di ex studentesse, che lo accusano di aver sfruttato la sua posizione. Secondo Mediapart, l’EPUdF aveva ricevuto una prima segnalazione già nel 2021, ma solo dopo l’adesione alla Commissione riconoscimento e riparazione della Chiesa cattolica nel 2024 ha deciso di intervenire. Il professore, noto nel mondo protestante e già coinvolto in studi sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa, non ha risposto alle richieste di commento della testata. Tre ex studenti, riporta ancora il quotidiano indipendente che ha raccolto queste testimonianze, hanno descritto un ambiente segnato da paura e pressioni psicologiche. Chi ha rifiutato le avances di Cuvillier racconta che lui sarebbe diventato freddo e minaccioso. Un’ex studentessa riferisce di aver subito avvertimenti su possibili conseguenze per il suo rifiuto. Un altro sostiene che la sua candidatura al pastorato sia stata bloccata.

    Si parla molto di abusi nella chiesa cattolica, si è parlato dello scandalo nella chiesa anglicana, qualche notizia inizia ad arrivare anche in ambito protestante, dalla Germania, dalla Svizzera e ora dalla Francia.

    È presto per dire qualcosa su come evolverà la questione, ma c’è da dire che il tema resta di attualità, se consideriamo le cronache sugli abusi sessuali e la trasversalità del fenomeno, in tutti i ceti sociali, in tutti i Paesi e in tutte le religioni.

    In molti, troppi casi, gli abusatori restano al loro posto, o vengono reintegrati, silenzio e omertà accompagnano le loro carriere. A volte, la reputazione nelle chiese e nelle Università può essere immacolata, si riconosce la qualità del lavoro di ricerca, il loro valore intellettuale. Come bisognerebbe comportarsi dopo una denuncia, dopo una segnalazione, o dopo una assoluzione? In che modo vanno gestite le indagini interne e come si accertano i fatti? Come tutelare le persone? Carol Hanisch nel 1970 ci ha insegnato che “il personale è politico”. Siamo ancora qui. “Le violazioni dei diritti umani delle donne compiute in nome della famiglia, della religione e della cultura sono state occultate dalla santità della sfera cosiddetta ‘privata’ ed i perpetuatori di tali abusi godono di un’immunità che fa sì essi non debbano rispondere delle loro azioni”, scrivevano Charlotte Bunch e Samantha Frost nel saggio sui diritti umani delle donne. Era il 2001.

    Sul caso in Francia, abbiamo interpellato la pastora metodista Mirella Manocchio, presidente della Federazione delle donne evangeliche in Italia (FDEI) e la pastora e teologa valdese Letizia Tomassone, coordinatrice dei corsi di Studi femministi e di genere presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma.

    Mirella Manocchio: «Quanto emerso nell’IPT di Montepellier, come in altri casi eclatanti del mondo protestante e altrove, come pure il caso Pelicot in Francia alcuni mesi fa, ci dicono – se ce ne fosse ancora bisogno – che il fenomeno investe tutte le nazioni, ogni strato sociale ed ogni ambito della vita.

    Le nostre chiese, che per troppo tempo hanno ritenuto di avere i giusti anticorpi, devono prendere atto che la realtà è differente e che pertanto, proprio a partire dalle nostre chiese, è necessaria una reale presa di coscienza e un lavoro capillare che porti ad un profondo cambiamento mentale e culturale nella costruzione dei rapporti umani; rapporti che brutalmente – la cronaca e la politica – ci dicono strutturati sulla sperequazione, sul dominio, sull’aggressività.

    Se vogliamo davvero operare questo cambiamento che porti i nostri rapporti, le nostre relazioni nell’ordine del Vangelo, credo sia necessario partire dai più giovani: le Scuole Domenicali e i gruppi di Catechismo possono essere formidabili strumenti di evoluzione in tal senso!

    Ma che dire allora del fatto che nelle scuole italiane non si riesce a introdurre in modo strutturale corsi sull’eduzione sessuale e all’affettività? E che fine faranno quei fondi che sarebbero stati stanziati a tal fine? È sconcertante la risposta che viene da un imbarazzato Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento, il quale ha affermato che ‘i 500mila euro stanziati dalla legge di bilancio per promuovere corsi di educazione sessuale ed affettiva, saranno invece utilizzati per formare gli insegnanti delle scuole medie e superiori sui temi della prevenzione delle infertilità’.

    Anche questo approccio del governo e della politica a questo problema sociale va dolorosamente tenuto presente quando noi cerchiamo di impegnarci nel dar vita a dinamiche relazionali improntate alla equanimità, all’amore nella libertà e nel rispetto reciproco, quando ci spendiamo per contribuire alla formazione di individui credenti consapevoli e responsabili».


    Letizia Tomassone: «Negli ambiti religiosi si mescola autorevolezza spirituale e esercizio di potere. Tanto più allora bisogna essere attenti e attente alle implicazioni personali nel rivestire un ruolo di pastore, insegnante, anziano di chiesa.

    Una riflessione continua su di sé e una formazione continua è quanto chiedono le studentesse e gli studenti della Facoltà teologica di Strasburgo, a seguito delle denunce e delle sospensioni di insegnanti in diversi istituti protestanti francesi. L’ultimo, con la sospensione di un professore piuttosto noto dell’IPT di Montpellier che avrebbe scambiato assegnazioni di posti lavorativi in prova con favori sessuali.

    I protocolli sulle chiese come luoghi sicuri ormai da qualche anno ci sono, anche in Italia. Tuttavia, ancora manca una cultura del rispetto mentre le relazioni sembrano ripetere modelli di maschilità aggressiva a fronte di un femminile supino e accondiscendente. Manca una cultura dei diritti e dell’uguaglianza. Manca una cultura evangelica, in cui sì e no esprimono la verità, e non ci si nasconde dietro le apparenze o i ruoli.

    Assistiamo sgomente alla sfilata di personaggi che popolano questa galleria dove il servizio diventa potere, potere anche spirituale sui soggetti che ti sono affidati.

    Sembra che la riflessione portata avanti con coraggio dalle donne cattoliche non sia stata considerata nella chiesa protestante, con un senso di superiorità che denunciava all’origine degli abusi l’obbligo del celibato. ‘Noi non siamo così…’, si sosteneva. Invece purtroppo sì, perché il male è più profondo, si chiama maschilità tossica, relazioni disuguali tra i generi, sessualità intesa come appropriazione dell’altro, dell’altra.

    Ora siamo, forse, lo speriamo, costretti e costrette a guardare diritto nel male che devasta le relazioni tra uomini e donne».

    Da Nev – Notizie evangeliche

    Scandalo abusi in Francia, tema che interpella le chiese

  • Caso Orlandi, il fratello Pietro: “Il mistero si infittisce, ci sono due fascicoli su Emanuela ed entrambi sono vuoti: come è possibile?”

    Caso Orlandi, il fratello Pietro: “Il mistero si infittisce, ci sono due fascicoli su Emanuela ed entrambi sono vuoti: come è possibile?”

    “Come mai tutti i fascicoli su mia sorella siano vuoti?”: a chiederselo è Pietro Orlandi, il fratello della cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983 a Roma, nel corso del programma condotto da Gabriele Raho, su Cusano tv, dedicato al mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. “La pista del rapimento a scopo sessuale non credo sia scollegata da altre”, ha dichiarato Pietro Orlandi in riferimento alle ultime dichiarazioni del deputato Pd Roberto Morassut, vicepresidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori.

    Il primo fascicolo
    Ma l’attenzione è stata posta soprattutto sulla questione del fascicolo vuoto su Emanuela, ritrovato dal giornalista Gian Paolo Pellizzaro, presso l’Archivio centrale dello Stato. Si tratta di un faldone intitolato “Ministero dell’Interno – Direzione centrale della pubblica sicurezza – U.C.I.G.O.S. – Scomparsa Emanuela Orlandi”. Tale fascicolo contiene solo la descrizione del suo interno e non, appunto, gli allegati indicati con il contenuto delle indagini. Si tratta in tutto di quattro fogli, il frontespizio con l’intestazione del fascicolo, e poi tre fotocopie di un faldone di tre volumi con il titolo degli incartamenti, il terzo dei quali fa riferimento genericamente a “ritagli stampa”. I primi due fanno riferimento ad Alì Agcà, al “fronte Turkesh” ma anche a “Phoenix”. Tutte piste battute negli anni. Il fascicolo è stato riversato all’Archivio centrale dello Stato nel 2017 ma per un più ampio effetto della Direttiva Renzi del 22 aprile 2014 “per il versamento di documentazione degli Organismi di informazione per la sicurezza della Repubblica al fine di consentire la ricostruzione storica di alcuni dei gravissimi fatti che hanno segnato la storia italiana”, i cosiddetti “eventi stragisti”, da piazza Fontana al Rapido 904. (fonte: ANSA). Ma perché questo fascicolo è vuoto?

    La desecretazione
    Come ha spiegato Simona Greco, responsabile delle Raccolte speciali “Con la direttiva Renzi c’è stata una interpretazione restrittiva da parte di alcuni enti che hanno riversato solo i titoli, mentre più correttamente le agenzie di sicurezza hanno dato una interpretazione estensiva della Direttiva, cioè hanno riversato l’intera serie archivistica che conteneva quella documentazione restituendo così l’intero contesto di quel fascicolo”. La desecretazione del fascicolo su Emanuela Orlandi potrebbe essere stata solo formale ma, se così fosse, il contenuto dovrebbe essere stato custodito dal Ministero degli Interni, di certo non può essere stato smarrito o sottratto o si tratterebbe davvero di un’irregolare stranezza. La stessa anomalia in cui si è già imbattuto Pietro Orlandi qualche anno fa insieme al suo avvocato Laura Sgrò, come ha raccontato ieri a Cusano tv.

    Il secondo fascicolo
    “Qualche anno fa, andando all’archivio di Stato, cercando dei documenti su Emanuela insieme a uno storico, abbiamo trovato un fascicolo del Ministero degli Interni su Emanuela che era vuoto. Si tratta di un altro faldone – ha specificato Orlandi, diverso da quello ritrovato dal giornalista Gian Paolo Pellizzaro. Quella cartellina l’ho fotocopiata e consegnata alla commissione d’inchiesta, quando sono stato ascoltato”. Che si tratti di un altro fascicolo, lo avrebbe confermato anche De Priamo. “È vero – ha aggiunto Orlandi –, quando c’è stata la desecretazione non era obbligatorio trasmettere tutti i documenti all’Archivio di Stato, a cui sono state mandate solo le cartelline senza i documenti contenuti all’interno con la lista di cose che avrebbero dovuto contenere. Se è così il contenuto dovrebbe essere al Ministero degli Interni. Per quanto riguarda la copertina del fascicolo da me ritrovato, feci richiesta per sapere se ci sono al Ministero degli Interni dei documenti su Emanuela ma mi hanno risposto di no. Ma allora dove sono se non sono nemmeno in archivio? Possibile che tutti i fascicoli su mia sorella siano vuoti?”, si chiede il fratello della cittadina vaticana scomparsa.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/02/10/fascicoli-vuoti-emanuela-orlandi-mistero-scomparsa-ultime-notizie/7871231/

  • Vescovi-abusi: mi avete resa invisibile

    Vescovi-abusi: mi avete resa invisibile

    Eccellenze reverendissime, cari vescovi italiani,

    credo che perdonerete l’ardire di questa mia lettera, ma rappresenta il mio estremo tentativo di farmi sentire da voi, di farmi quantomeno vedere, perché in tutti questi anni – e sono tanti – siete riusciti a rendermi sempre invisibile.

    L’avete fatto quando, trent’anni fa, appena maggiorenne, ho scritto al vescovo della mia diocesi per raccontargli che quel prete giovane e brillante, così amato e stimato, aveva incominciato ad abusare di me quando ancora avevo dodici anni.

    Quello che (non) avete fatto

    Trent’anni fa io non sapevo cosa fare, ma pensavo che voi l’avreste saputo, che ve ne sareste fatti carico. Invece l’avete spostato, facendo stizzire moltissimi parrocchiani. Alcuni di loro sapevano, ma hanno taciuto, proprio come voi.

    Da un giorno all’altro, io mi sono trovata senza nessuno, gli amici di un tempo in qualche modo convinti che fossi io il problema. Ci ho messo alcuni anni, ma piano piano mi sono ripresa la mia vita, ho fatto nuove amicizie. Non ho smesso di credere nel Signore, ma non posso nascondervi che il mio amore per la Chiesa ha subito un colpo micidiale.

    Sono stata invisibile anche nei venticinque anni successivi, mentre lui continuava ad agire indisturbato e a me giungevano, talvolta, notizie preoccupanti: particolari, indizi, mezze frasi riportate da persone che gravitavano attorno a lui.

    So per certo che le stesse notizie sono giunte anche a voi, immagino si possano trovare in qualche vecchio archivio. Non avete mai pensato di richiamarmi: ero trasparente.

    Il mio nome sepolto negli archivi

    Dopo venticinque anni un’altra persona come me ha avuto la forza di denunciare e questa volta qualcosa si è mosso. Improvvisamente sono riapparsa anch’io; o, meglio, avete recuperato il mio nome tra le carte di qualche archivio, quegli stessi archivi che custodite gelosamente e che vi rifiutate di consegnare, come è successo in altri paesi, a persone che possano leggervi la verità delle nostre storie.

    Mi avete inviato una raccomandata, mi avete convocato davanti a un giudice per capire se la ragazzina appena maggiorenne, diventata ormai donna, avrebbe avuto materiale utile per risolvere una causa penale.

    Non vi nascondo di averci sperato, di aver creduto, almeno per un attimo, che mi avreste vista; il giudice ha avuto molto tatto, mi ha concesso un lungo tempo di ascolto, mentre qualcuno prendeva appunti. Nel silenzio assoluto, il processo è proseguito per molti mesi: insieme a me, una dopo l’altra, hanno deposto alcune vittime.

    Solo alcune, ovviamente: quelle che siete riusciti a raggiungere. Altri amici e amiche non sono mai usciti dal loro silenzio. Un giorno, poi, le circostanze sono cambiate, il processo si è fermato e siamo tutti tornati invisibili.

    Allora ho capito che anche durante le mie deposizioni in tribunale mi si voleva invisibile: mi è stato chiesto di firmare un foglio in cui mi impegnavo a non dire nulla al di fuori del processo. Io non l’ho firmato, quel foglio, ma ho capito benissimo l’invito.

    Il coraggio della verità

    C’è da dire che, in ogni caso, per voi ero invisibile anche in quei mesi: ho incontrato solo giudici, avvocati e burocrati, di vescovi nemmeno l’ombra. A parte uno (sono stata fortunata, perché molte vittime non hanno avuto nemmeno questa possibilità). Sapete cosa mi ha detto? Mi ha detto che lui, quel prete, non l’aveva mai conosciuto personalmente e quindi non sapeva cosa dirmi. Insomma, ha detto «io non c’entro».

    Ecco allora, cari vescovi, che provo ancora una volta – ma non temete, non sarà certo l’ultima – a farmi vedere. Ho letto tempo fa una pagina in cui don Lorenzo Milani diceva che bisogna rimproverare i vescovi quando sbagliano, perché, se non lo facciamo, sarà chiesto conto a noi della loro fede.

    Ho deciso di farlo ora perché qualche giorno fa ho letto su un giornale (uno dei pochissimi che hanno dato un po’ di spazio alla notizia) che in Italia c’è una diocesi, quella di Bolzano-Bressanone, che ha deciso che le vittime non dovessero essere invisibili. Hanno preso i loro archivi impolverati, li hanno portati a Monaco e li hanno consegnati a delle persone terze (avvocati investigativi, sociologi, psicologi) perché provassero, almeno loro, a trarci fuori dall’ombra.

    Il rapporto degli esperti – sono seicento pagine – è stato pubblicato, è disponibile per tutti, anche per me. Vi si legge, tra l’altro: «totale è stato il disinteresse mostrato dai responsabili ecclesiastici per la situazione delle persone direttamente coinvolte negli abusi»1. È il secondo report che leggo, in questi anni: un po’ di anni fa mi ero già imbattuta nel voluminoso rapporto CIASE, commissionato dai vescovi francesi.

    Le vittime e il loro dolore

    Sapete cosa ho scoperto, leggendo questi testi? Che decine, centinaia di altre persone avevano vissuto lo stesso mio dolore, proprio allo stesso modo. Decine, centinaia di vittime sono state ostracizzate dalle comunità, sono diventate invisibili, sono state spinte a dire «sono responsabile» quando non avrebbero dovuto dirlo; decine, centinaia di persone sono state lasciate da sole, in tante diocesi diverse, in tanti paesi diversi del mondo. A portare un peso che non avrebbero dovuto portare. Poi, qualche giorno fa, ho ascoltato le parole del vescovo di Bolzano-Bressanone, gli ho sentito dire una cosa che a me nessuno ha mai detto: «sono responsabile».

    «Sono responsabile», cari vescovi. So che è una frase difficile da pronunciare ma, vedete, io l’ho portata per la prima volta quando ero una bambina, quando quel prete così carismatico, che insieme al male mi ha dato anche anche tante cose buone, mi ha convinto che in fondo era quello che volevo.

    Lui era un prete, un uomo di Dio, che predicava il Vangelo a centinaia di persone. Ci ho messo anni, grazie ai miei genitori prima, ad alcuni amici e, finalmente, a mio marito, a capire che quel senso di colpa è stato l’abuso più grande che ho subìto. Siccome ci sono dovuta passare persino io, per questo «sono responsabile», penso che ora tocchi a voi.

    Siete responsabili

    Fa molta paura, di fronte a un crimine che nessuno di voi, ne sono sicura, si è mai lontanamente sognato di commettere, fa molta paura dire questa parola. Ma io, e con me molte altre vittime, l’abbiamo portata da sola, mentre voi, fino all’ultimo, ripetevate «non lo conosciamo bene, quel prete».

    Fatemi questo favore, cari vescovi: portatela un po’ voi, ora, questa parola. Lo so bene che non siete responsabili dei crimini di questi preti, ma siete stati responsabili della loro formazione, siete stati responsabili dei loro incarichi, dei loro trasferimenti.

    E, lasciatemelo dire, sebbene sia un’affermazione pesante da portare: siete responsabili di tutte le vittime che sono venute dopo di me, perché, se lo aveste fermato, il mio dolore non sarebbe stato vano.

    Portatela un po’ voi, ora, questa parola. Perché io che non faccio parte del clero, io che sono una donna laica che frequenta la messa domenicale, persino io in questi anni ho sentito storie di altri preti così, storie che voi state gestendo proprio mentre io scrivo.

    E, purtroppo, so che le gestite ancora come avete sempre fatto: con una coltre di silenzio che – davvero non so come facciate – neppure i giornali più laici riescono a scalfire.

    Chiedete al vescovo Muser

    Cari vescovi italiani, forse, se mi aveste ascoltata prima, se non mi aveste lasciata sola, se non aveste lasciati soli anche i (pochi) preti che hanno aiutato me e le altre persone coinvolte a denunciare i fatti, forse oggi non vi scriverei. Se aveste detto voi «siamo responsabili», trent’anni fa, le cose sarebbero andate diversamente.

    Quando vi incontrate, allora, provate a chiedere al vescovo Muser come si sente, dopo aver detto «mi assumo la responsabilità per gli errori che sono stati commessi durante il mio mandato e da me».

    Parlate un po’ con lui: certo, deve essere stato difficile farlo, ma non è stato impossibile. Non conosco la diocesi, ma mi piace pensare che anche gli altri, quelli che non hanno visto e quelli che non hanno voluto vedere, avranno ripetuto: «anche noi siamo responsabili».

    E che, finalmente, qualcuno avrà preso sulle sue spalle un peso che, fino ad ora, abbiamo portato solo noi: gli unici che non avrebbero dovuto.

    https://www.settimananews.it/vescovi/vescovi-abusi-mi-avete-resa-invisibile/

  • Card. David ai fedeli: ‘Non esitate a denunciare i preti colpevoli di abusi sessuali’

    Card. David ai fedeli: ‘Non esitate a denunciare i preti colpevoli di abusi sessuali’

    Manila (AsiaNews) – “Contro i membri del clero che si rendono colpevoli di abusi, non esitate a presentare denunce sia in ambito civile che ecclesiastico”. È l’appello che il card. Pablo Virgilio David, vescovo di Kalookan e presidente della Conferenza episcopale delle Filippine, ha lanciato oggi intervenendo sul clamore suscitato dalla diffusione il 29 gennaio da parte dell’osservatorio americano BishopAccountability.org di un elenco di 82 sacerdoti e religiosi pubblicamente accusati di abusi sessuali contro minori ma contro i quali non sarebbero stati presi adeguati provvedimenti. Si tratta sia di sacerdoti filippini accusati di abusi nelle Filippine o all’estero, sia clero straniero che ha prestato servizio nel Paese.

    In una nota diffusa dalla Conferenza episcopale di Manila, il card. David ricorda che “la responsabilità è un aspetto importante dell’appello di Papa Francesco per una maggiore sinodalità nella Chiesa. Si aspetta che i vescovi si assicurino che tutte le nostre istituzioni ecclesiastiche siano spazi sicuri, specialmente per i minori e gli adulti vulnerabili”.
    “Accogliamo con favore le iniziative volte a responsabilizzare le persone in qualsiasi forma di autorità, compresa la Chiesa – aggiunge ancora il porporato -. Questo fa parte dell’appello del Papa per una Chiesa più sinodale. La Chiesa, essendo un’istituzione umana, non è esente dal peccato e dalla corruzione. Ed è vero che la mancanza di responsabilità compromette la nostra autorità morale e spirituale”.

    Il presidente della Conferenza episcopale filippina ricorda che – dopo gli scandali sugli abusi emersi in Europa e in America – la Chiesa universale si è impegnata “per affrontare il problema in modo organico e creare strutture che garantiscano che le nostre istituzioni siano mantenute come spazi sicuri per i minori e gli adulti vulnerabili. Papa Francesco – ricorda – è stato più deciso nell’imporre azioni disciplinari a noi vescovi se trova prove che non stiamo nemmeno muovendo un dito per imporre sanzioni disciplinari ai nostri sacerdoti che sbagliano. Naturalmente – aggiunge – non sempre riusciamo in questo intento e abbiamo bisogno dell’aiuto e della partecipazione dei nostri laici, compresi i giornalisti che sono nostri alleati nella ricerca della verità, nel fact-checking e nella lotta contro la disinformazione. Teniamo i ponti aperti tra di noi”.

    Il card. David riconosce infine uno dei problemi specifici sollevati dal rapporto di BishopAccountability.org: “In un certo senso – scrive – è vero che non sappiamo come comportarci con gli ecclesiastici accusati di reati negli Stati Uniti che potrebbero nascondersi nelle Filippine. È importante che i vescovi delle diocesi in cui sono stati incardinati negli Stati Uniti informino noi vescovi delle Filippine di questi casi, in modo da poter prendere provvedimenti adeguati se si nascondono nelle nostre diocesi o se tentano di esercitare il ministero nelle Filippine anche se sono stati sospesi negli Stati Uniti”.

    ‘Non-esitate-a-denunciare-i-preti-colpevoli-di-abusi-sessuali’-62402.html

  • Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    Il “coraggio di guardare” che manca alla Cei: il rapporto indipendente sugli abusi a Bolzano

    42115 BOLZANO-ADISTA. “Il coraggio di guardare” era già un titolo che faceva sperare: il progetto avviato, unico e assolutamente inedito in Italia, nel 2023 dalla diocesi di Bolzano-Bressanone per affrontare gli abusi sessuali perpetrati dal clero partiva proprio dalla necessità di conoscere la realtà per capirla e superarla, e di affidare questo compito a un organismo indipendente, super partes (v. Adista Notizie n. 41/23). L’approccio adottato, del resto, da mezzo mondo, l’unico in grado di garantire trasparenza e di sottrarre al campo scuro dell’omertà e delle protezioni una realtà i cui protagonisti, i sopravvissuti, o, come vengono qui chiamati, le “persone offese”, o “coinvolte”, sono stati sempre ignorati e non creduti.

    Un progetto interamente finanziato dalla diocesi che il 20 gennaio scorso ha visto concludersi la sua prima parte, la consegna di un corposo rapporto di indagine di oltre 600 pagine (scaricabile da tinyurl.com/5eznks89) al vescovo mons. Ivo Muser e al vicario generale mons. Eugen Runggaldier, dopo una conferenza stampa di presentazione. Autori del rapporto, elaborato in un anno di lavoro, gli avvocati dello studio legale Westphal, Spilker e Wastl di Monaco di Baviera, già impegnati in un lavoro analogo nella diocesi di Aachen (Acquisgrana, 2020) e nella stessa Monaco (2022), che hanno lavorato in collaborazione con lo studio di Brunico Kofler Baumgartner & Partner , che ha offerto assistenza sul piano delle specificità linguistiche, culturali e giuridiche locali. A Monaco, lo studio legale aveva coinvolto Joseph Ratzinger per questioni di gestione dei casi all’epoca in cui era arcivescovo della città (v. Adista Notizie n. 3 e 4/22 Adista online 23, 24 e 26 gennaio 2022) e aveva dato conto dell’abisso di clericalismo, protezione istituzionale e fallimento della leadership.

    Il progetto altoatesino triennale – portato avanti con con l’Istituto di Antropologia della Pontificia Università Gregoriana (IADC), presieduto da p. Hans Zollner, che ha dato vita all’idea del progetto in occasione di un incontro informativo nel marzo 2022 a Bolzano – si presentava già innovativo: «Il concetto va oltre gli approcci e le forme precedenti di rilevazione della realtà degli abusi in ambito ecclesiale», si leggeva sul sito della diocesi. Oltre ai criteri sociostorici, quelli del diritto canonico e del diritto civile «necessari per l’indagine e l’elaborazione e orientati verso le vittime e gli abusatori», il progetto percorre «una nuova via», con l’intenzione di avviare, «attraverso una visione per il futuro, un completo processo di trasformazione organizzativa». Dunque coinvolgimento in contemporanea di esperti interni (per promuovere «l’accettazione interna e includere le competenze interne») ed esterni (che «devono garantire un’attuazione trasparente e scientificamente responsabile del progetto»).

    I numeri e le cause sistemiche

    Non sono le cifre e i dati percentuali l’aspetto più interessante del rapporto, che pure occorre dare.

    Gli avvocati, il 20 gennaio, hanno sottolineato come il quadro che emerge sia soltanto una parte dell’emerso, e dunque la punta della punta dell’iceberg. Hanno scelto di non ricorrere a proiezioni, come avvenuto invece in Francia, «perché – si legge nel testo – si offrirebbe il fianco alle critiche di coloro che notoriamente tendono a smontare le indagini condotte nell’ambito degli abusi sessuali allo scopo di screditare, in generale, gli sforzi compiuti per fare luce e chiarezza in questo settore». Una frecciata alla CEI, che ha sempre screditato il lavoro francese, ma anche a papa Francesco, che non ha mai voluto incontrare la francese Commissione Ciase. E non è l’unica: il quadro che emerge, scrivono gli avvocati tedeschi, evidenzia «la chiara esistenza di lacune sistemiche nettamente riconosciute e ampiamente descritte. Non è quindi possibile affermare di trovarsi di fronte a casi isolati disgiunti dal sistema». Come è noto, la CEI e il suo presidente, il card. Matteo Zuppi, rifiutano che si parli di cause sistemiche e continuano a fare riferimento a “casi isolati”.

    Su mille fascicoli esaminati grazie all’accesso al Centro di ascolto diocesano (nato ben 15 anni fa, mentre nel resto d’Italia hanno visto la luce intorno al 2020-21, e nemmeno dappertutto), agli archivi diocesani, dei Seminari, di varie istituzioni legate alla Chiesa, nel periodo dal 1964 – data di creazione dell’attuale diocesi di Bolzano-Bressanone – al 2023, emergono 67 «quadri di possibili aggressioni sessuali» che hanno coinvolto 75 persone. Si parla in 59 casi di «abusi in prevalenza probabili o dimostrati» a cui si aggiungono, sempre per quanto riguarda le persone offese, 16 casi che «risultano ancora non chiariti». E qui, un’anomalia rispetto al resto del mondo: il 68% di queste persone sono di sesso femminile, e l’abuso di sarebbe svolto quando avevano dagli 8 ai 14 anni. È noto infatti come, a livello tendenziale generale, più bassa è l’età degli abusati, maggiore è la percentuale dei maschi. Qui è il contrario, per cause che gli esperti dovranno studiare. Anche sul fronte degli abusatori c’è qualche sorpresa: 41 i preti coinvolti («29 per i quali le accuse mosse sono dimostrabilmente vere o altamente probabili. Rispetto ad altri 12 chierici, le accuse formulate non hanno potuto essere invece giudicate con il necessario grado di certezza», si legge nel rapporto). La loro età, al momento degli abusi, è più bassa di quanto emerga in altri analoghi rapporti, concentrando nel gruppo più folto (29%) la fascia di età compresa tra i 28 e i 35 anni.

    Un dato interessante è che, se è vero che la gestione degli abusi è migliorata a partire dal 2010, data dell’esplosione in Germania dello scandalo che in questo territorio ebbe molte ripercussioni e data dell’istituzione del Centro di ascolto diocesano, la metà di questi 67 casi erano già noti alle istituzioni prima di quella data. Un segno della mancata volontà di fare chiarezza e di gravi ed evidenti carenze sistemiche.

    Ed è proprio lo studio di queste carenze la parte più interessante di questo studio, nel quale si è scelto di fare nome e cognome dei responsabili istituzionali (vescovi e vicari generali), illustrati nei loro comportamenti nella gestione dei casi, comportamenti del tutto mancanti o non scevri da errori.

    Correzioni cosmetiche

    Il rapporto esamina diffusamente le cause sistemiche: «Ignorare le cause sistemiche – si legge nel rapporto – porta a una revisione solo apparente dei fatti»; «senza un’analisi delle cause sistemiche risulta a priori impossibile formulare raccomandazioni valide e appropriate che consentano effettivamente di eliminare le precarietà e inadeguatezze segnalate e non limitarsi a mere correzioni cosmetiche e di superficie». Tra di esse vengono citate una sessualità immatura e mancanza di strategie di gestione della propria sessualità; la sopraffazione derivante dagli obblighi di servizio, tendenze all’isolamento e mancanza di un ambiente sociale stabile al di fuori della sfera clericale; la pedofilia in sé, che però non appare qui come causa maggioritaria.

    Tra le cause sistemiche della copertura e cattiva gestione da parte dei responsabili, la tabuizzazione e connotazione negativa della sessualità nell’etica della Chiesa e conseguente perplessità e inettitudine; il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, che sfociano in sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico dell’operato e al necessario sanzionamento dei responsabili; il disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e il timore di uno scandalo; il Diritto penale canonico, dal momento che è emerso come per la maggior parte non fosse sufficiente la consapevolezza della rilevanza e del carattere vincolante delle norme giuridiche e che lo stesso diritto (penale) canonico presenta «in misura considerevole carenze che ostacolano gli interventi volti a far chiarezza sulle vicende». La mancanza di apposito controllo può influenzare le decisioni con considerazioni estranee all’oggetto e alla materia, non di rado anche da simpatie o antipatie personali. Si parla anche di mancanza della cultura dell’errore, che «si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate prese dai propri predecessori. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese». Come nel “caso 5” illustrato, esempio lampante di questa non-cultura dell’errore, si permise a molti dei sacerdoti accusati plausibilmente di abusi di continuare a rimanere indisturbati in servizio. Il “caso 5” venne trasferito di parrocchia in parrocchia per una decina di volte in 50 anni, perpetrando abusi con certezza in 7 delle destinazioni. Tra le cause sistemiche delle coperture, cui è dedicato ampio spazio, viene indicata anche la durata del mandato episcopale, sostanzialmente a tempo indeterminato. Stante un’eccessiva lunghezza del mandato, si consolidano «a livello amministrativo peculiarità operative e conseguenti critici sviluppi tali da lasciare sempre più inascoltate eventuali critiche». È poi citato il fondamentale fraintendimento della presunzione di innocenza che, da garanzia limitata ai procedimenti penali che esige che il soggetto sospettato non venga trattato come colpevole in assenza di prove, non esclude tuttavia la possibilità di procedere penalmente, in presenza di un dato sospetto, e nemmeno di adottare misure volte a scongiurare un pericolo. E invece viene erroneamente intesa dalla Chiesa e invocata per non prendere provvedimenti a carico del prete accusato: «È già di per sé curioso che la Chiesa, altrimenti restia ad integrare i principi del moderno Stato di diritto definiti dalla filosofia giuridica e solitamente pronta a rivendicare la propria autonomia e differenza dallo Stato, non mostri difficoltà di accettazione, quando a beneficiarne possano esserne i propri chierici», nota il rapporto.

    Il rapporto cita poi le cause sistemiche a livello locale: il clericalismo laicale (si registra spesso «tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità» con il rischio evidente che «realtà non compatibili con questa visione, come ad esempio il mero sospetto di abusi sessuali di minori, vengano semplicemente rimosse e allontanate»); la prospettiva localmente ristretta dei fedeli (la tendenza, cioè, delle singole comunità parrocchiali a scaricare il problema della presenza di un abusatore su terzi, senza la consapevolezza che un trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema».

    All’analisi di 24 casi segue, nel rapporto, l’elaborazione di raccomandazioni, che spaziano dall’attenzione alle persone offese, ad aspetti amministrativi, alla gestione degli abusatori. Si parla finalmente (di contro alla Cei, che rifiuta il tema) anche di risarcimenti, pecuniari e non. «Riportare la giustizia implica anche, quale elemento essenziale, avere una memoria collettiva degli atti di abuso e degli errori grossolani commessi dai responsabili ecclesiastici nel trattare questi casi. Essa è necessaria per mantenere una coscienza pubblica del fatto che, nell’ambito di competenza della Diocesi di Bolzano-Bressanone, ci sono state persone costrette a vivere enormi sofferenze e ingiustizie e che queste esperienze di dolore devono essere evitate, in futuro, con tutti i mezzi disponibili».

    La diocesi si mette al lavoro

    Quattro giorni dopo la presentazione del rapporto, il 24 gennaio, in conferenza stampa, il vescovo Muser si è assunto «personalmente le responsabilità per le omissioni durante il suo periodo di esiscopato, tra cui l’insufficiente controllo dei sacerdoti sospetti, la riluttanza nell’adottare chiare misure preventive nei confronti dei preti accusati e la documentazione carente nel delineare i passi nella gestione dei casi di abuso». Chiede «perdono alle persone coinvolte, alle comunità parrocchiali e ai fedeli, e sottolinea che la perizia commissionata non è un punto di arrivo, ma un mandato per continuare a lavorare con tutta la determinazione possibile». Tra le misure che dichiara di mettere in atto: linee guida con procedure chiare entro la fine di quest’anno, la creazione di un gruppo interdisciplinare per il perseguimento dei casi, l’istituzione di un team di intervento per preparare le decisioni in modo professionale, il rafforzamento della posizione delle donne nelle posizioni apicali della diocesi (aspetto molto sottolineato dal Rapporto; quattro dei nove uffici della Curia sono peraltro già guidati da donne), assunzione della cultura dell’errore come «parte integrante» del modus operandi della Chiesa. Il vescovo ha invitato le persone colpite a prendere parte attiva nel processo di cambiamento, fornendo una serie di contatti.

    Runggaldier ha preso atto che «i casi di abuso nella Chiesa non possono essere considerati come episodi isolati, ma si basano sui deficit sistemici rilevati dal rapporto. Per fare fronte a questo contesto, saranno poste in essere misure concrete: strutture chiare e ben separate (Centro di ascolto, centro di intervento, Centro di prevenzione, che saranno rafforzati e riorganizzati), procedure chiare di norme diocesane, da verificare e ottimizzare periodicamente; una gestione dei fascicoli trasparente e tracciabile; un catalogo vincolante di misure, con un sistema di monitoraggio per il rispetto delle sanzioni e l’efficacia delle misure preventive; formazione e accompagnamento del personale, il tutto con un processo di continuo riesame e adeguamento alle necessità».

    Il ruolo delle vittime

    Alla conferenza stampa è intervenuto anche don Gottfried Ugolini, responsabile del servizio tutela minori della diocesi. Si apre la fase due, ha detto, quella di elaborazione; ha annunciato che è in fase di istituzione un Consiglio delle persone colpite, che avranno un ruolo attivo in ogni fase e a ogni livello del lavoro; un team di supporto è a disposizione delle parrocchie. Inoltre, i gruppi di progetto nelle aree della pastorale, dell’amministrazione, Caritas e formazione implementeranno i concetti di formazione, sviluppando programmi di formazione e definendo linee guida. In generale, l’obiettivo è quello di un cambio netto di mentalità, «guardando, ascoltando e agendo». Sensibilizzazione, regole chiare nel rapporto con i minori e offerta di materiale informativo saranno prossimi passi di questo percorso.

    Il progetto va avanti. E la CEI, impantanata nel suo “progetto pilota” privo di una commissione indipendente d’inchiesta cosa fa? Fa finta di niente: nel comunicato finale del Consiglio permanente del 22 gennaio, nemmeno una parola sul Rapporto di Bolzano. Uno scomodo precedente.

    https://www.adista.it/articolo/73221

  • Don Euro è in carcere, Cassazione ha confermato la condanna

    Don Euro è in carcere, Cassazione ha confermato la condanna

    Ha cominciato a espiare da alcuni giorni la sua condanna in carcere, a La Spezia, l’ex parroco a Massa Gianluca Morini, detto don Euro per la sua richiesta di denaro ai fedeli, motivata per dare sostegno alle iniziative della Chiesa, ma poi finalizzata anche a pagarsi viaggi, cene, altre spese voluttuarie e persino feste a luci rosse.

    Il 22 gennaio – riporta la diocesi di Massa Carrara Pontremoli con un comunicato – è stata pubblicata la sentenza della Cassazione di conferma della condanna a 6 anni per estorsione e autoriciclaggio e Morini “ha iniziato il periodo di detenzione nel carcere di La Spezia, epilogo di una vicenda che negli anni scorsi ha provocato dolore e smarrimento in diverse comunità parrocchiali della diocesi”.

    A seguito dell’inchiesta Morini era stato ridotto allo stato laicale. “Auspichiamo – afferma la diocesi di Massa – che il tempo della detenzione possa rappresentare una occasione di presa di coscienza, rispetto al dolore e allo scandalo provocato alle vittime dei suoi comportamenti, e di riabilitazione”.

    Il vescovo Mario Vaccari ha auspicato che “nonostante il grave scandalo e le conseguenze per le comunità, la condanna emessa della magistratura per i reati commessi si accompagni alla preghiera di perdono e di misericordia per lui e per la nostra Chiesa, nell’ottica del recupero e della riabilitazione del condannato”.

    https://www.ansa.it/toscana/notizie/2025/01/24/don-euro-e-in-carcere-cassazione-ha-confermato-la-condanna_105e88fc-0bdc-432f-bc51-3534f9aea96c.html