Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sacerdote accusato di abusi sessuali su un minore, arrestato dai carabinieri in provincia di Cosenza

    Sacerdote accusato di abusi sessuali su un minore, arrestato dai carabinieri in provincia di Cosenza

    REGGIO CALABRIA – Il prete è stato arrestato in provincia di Cosenza dai carabinieri di Reggio Calabria. I militari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria ed il religioso è gravemente indiziato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un minore, in riferimento a circostanze risalenti al biennio 2015 – 2016 e andate avanti sino al 2020 (dopo il raggiungimento della maggiore età da parte del giovane).

    L’indagine si è sviluppata attraverso un’articolata attività investigativa, basata su riscontri testimoniali, acquisizioni documentali e attività tecniche. Gli accertamenti hanno consentito di far emergere un quadro complesso e delicato, ricostruendo una vicenda che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe avuto origine all’interno di una comunità parrocchiale reggina.
    Prima solo attenzioni, poi gli episodi di violenza sessuale

    La vittima, all’epoca dei primi episodi un ragazzo di 16 anni, frequentava le attività pastorali e aggregative della parrocchia, organizzate proprio dal sacerdote arrestato. L’uomo, approfittando del proprio ruolo e della condizione di disagio familiare vissuta dal giovane, avrebbe instaurato una relazione ambigua, inizialmente alimentata da adulazioni e attenzioni, poi degenerata in episodi di violenza sessuale vera e propria, consumati in luoghi appartati della struttura ecclesiastica.
    La ‘benedizione alla vittima’ e il ‘perdono’

    Secondo quanto ricostruito dai militari di Reggio Calabria, il sacerdote si sarebbe servito della propria posizione per manipolare emotivamente il ragazzo, facendolo sentire legato spiritualmente e moralmente alla figura del proprio “padre guida”. Un rapporto in cui – secondo le indagini – si sovrapponevano momenti di liturgia, di confidenza, e di abuso. In alcuni casi, dopo aver consumato gli atti sessuali, il religioso avrebbe persino impartito una benedizione alla vittima, chiedendo “perdono” per l’accaduto.

    Nel corso delle attività investigative è emerso come il ragazzo, pur vivendo con disagio e sofferenza quanto subito, faticasse a ribellarsi, paralizzato da un sentimento di soggezione e dal timore di perdere il legame con la comunità parrocchiale. Una condizione di subordinazione che il sacerdote – figura di grande carisma e autorevolezza nel contesto ecclesiastico – avrebbe saputo alimentare con strategia e consapevolezza, fino a rendere il giovane incapace di opporsi.
    Il trasferimento in provincia di Cosenza

    L’inchiesta ha consentito inoltre di documentare che, anche dopo il trasferimento del sacerdote in una parrocchia della provincia di Cosenza, questi avrebbe continuato a svolgere attività a stretto contatto con minori. Il sacerdote è stato tradotto presso la casa circondariale competente, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
    Le precisazioni della Diocesi di Cosenza – Bisignano

    In merito all’arresto del sacerdote la Diocesi di Cosenza – Bisignano ha diffuso delle precisazioni che riguardano sia il religioso che l’accaduto in sè. “I fatti a cui si riferiscono le notizie sono accaduti alcuni anni fa nel territorio di Reggio Calabria e il soggetto interessato è un religioso e non un sacerdote diocesano, pertanto sottoposto alla giurisdizione del suo Superiore provinciale” si legge nella nota diffusa.

    La Diocesi ha inoltre precisato che l’ordine di appartenenza del religioso “ha seguito l’iter previsto in questi casi a livello canonico e successivamente lo aveva trasferito in un convento del nostro territorio dove è stato raggiunto, in seguito alle indagini delle autorità civili preposte, da provvedimento dell’Autorità giudiziaria e di conseguenza sottoposto a provvedimento restrittivo per presunta violenza”.

    “L’Arcivescovo, il presbiterio e l’intera comunità diocesana – si legge in conclusione – esprimono grande dolore, attenzione e vicinanza per la vittima della vicenda, per l’Ordine di appartenenza e confida nel lavoro attento ed oculato della Magistratura”. Luigi Grisi

    https://www.quicosenza.it/news/calabria/sacerdote-accusato-di-abusi-sessuali-su-un-minore-arrestato-dai-carabinieri-in-provincia-di-cosenza

  • Ragazze in fuga dall’orfanotrofio denunciano abusi. Due suore arrestate

    Ragazze in fuga dall’orfanotrofio denunciano abusi. Due suore arrestate

    Mumbai (AsiaNews) – Due Suore della Croce di Chavanod sono in carcere dopo che nove ragazze minorenni sono fuggite il 29 giugno dalla Vidyadeep Children’s Home, collegio cattolico riconosciuto dal governo nel distretto di Chhatrapati Sambhajinagar (ex Aurangabad), Maharashtra. Le giovani avrebbero danneggiato la proprietà, impugnando bastoni e aste di ferro per le strade della città. Alcune si sono recate dalle autorità distrettuali per denunciare gravi trattamenti subìti nella struttura.

    Sr. Philomena D’Souza, superiora provinciale dell’istituto religioso, spiega che il centro Vidyadeep accoglie cento bambine e bambini, sotto la supervisione del Comitato per il benessere dei bambini (CWC), organo istituito in India nel 2015 per rispondere alle esigenze di giovani che necessitano di cure e protezione. “La vicenda ha preso una piega politica ed è stato presentato un First Information Report con gravi accuse. Due suore e un membro dello staff sono sotto custodia della polizia. Stiamo seguendo gli sviluppi”, ha detto D’Souza.

    Il vescovo di Aurangabad, mons. Bernard Lancy Pinto, ha dichiarato ad AsiaNews: “Questa casa di accoglienza ha prestato servizio per decine di anni ed è ben apprezzata da tutti. Le procedure sono state seguite, il rinnovo della licenza è già stato richiesto, si sta attenendo l’esito. Le Suore della Croce di Chavanod presso la Vidyadeep Children’s Home, hanno servito i bambini svantaggiati per oltre un secolo con dedizione disinteressata. Stiamo collaborando pienamente con le indagini in corso”.

    L’orfanotrofio cattolico è attualmente sotto la lente del tribunale di Aurangabad dell’Alta Corte di Bombay, che ha appreso del caso di fuga delle ragazze minorenni, rintracciate il giorno successivo e ricondotte nella Vidyadeep Children’s Home. Il Comitato per il benessere dei bambini (CWC) è stato informato e avrebbe consigliato di gestire la questione internamente, facendo visita alla struttura per raccogliere le dichiarazioni delle ragazze. In seguito è stata chiamata la polizia per risolvere la questione. Il giorno seguente, lo stesso gruppo di ragazze ha chiesto di incontrare il CWC. All’incontro fissato, quando il CWC non è arrivato entro l’orario previsto, nove hanno lasciato la sala, hanno chiuso il cancello delle scale, forzato la porta della terrazza, provocato delle ferite ai propri polsi e sono fuggite arrampicandosi su un tetto più basso. Avrebbero minacciato di fare del male a se stesse e a chiunque avesse cercato di ostacolare i loto intenti.

    I membri dello staff, alcuni genitori e la polizia hanno seguito le ragazze mentre correvano verso il tribunale distrettuale. In seguito, presso l’ufficio del Comitato per il benessere dei bambini (CWC), avrebbero depositato gravi accuse contro il personale dell’orfanotrofio cattolico. L’istituto ha negato tutte le accuse. Secondo alcune fonti, le ragazze erano state istruite a utilizzare spazi appositi per cambiarsi e non erano mai state private di alcun bisogno, come invece sostengono. Per esempio, le telecamere a circuito chiuso presenti in diversi ambienti della Vidyadeep Children’s Home sarebbero state installate esclusivamente per la sicurezza di bambini e bambine, soprattutto di coloro inclini all’autolesionismo.

    https://www.asianews.it/notizie-it/Ragazze-in-fuga-dall’orfanotrofio-denunciano-abusi.-Due-suore-arrestate-63500.html

  • Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale

    Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale

    Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 3 anni di carcere in appello per violenza sessuale a danno di minori, è stato dimesso dallo stato clericale.

    Della commissione speciale non faceva parte nessun siciliano per evitare contaminazioni con la diocesi: il vescovo Rosario Gisana, insieme al vicario giudiziale, attuale parroco del duomo di Enna, Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza dopo il processo a Rugolo.

    La commissione avrebbe concluso per la colpevolezza di Rugolo in relazione agli episodi che riguardano altre due vittime del sacerdote, minori all’epoca dei fatti. La decisione, ora deve essere ratificata, così come vuole il diritto canonico dal dicastero per la dottrina della Fede.

    ” La diocesi di Piazza Armerina – dice l’avvocato rotale Alessandro Camedda, consulente di Antonio Messina, vittima del sacerdote – credo sia stata volutamente estromessa da questo processo stragiudiziale data la sua posizione e quella del suo vescovo. Se il dicastero avesse voluto coinvolgerla avrebbe nominato i membri del tribunale diocesano di Piazza Armerina.

    Invece il processo si è celebrato con tutti membri non siciliani e in un albergo”.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2025/07/14/sacerdote-rugolo-dimesso-dallo-stato-clericale_f2c43d82-3d5e-4631-bfc8-6d351b4f4083.html

  • Violenza sessuale, don Rugolo condannato anche in appello

    Violenza sessuale, don Rugolo condannato anche in appello

    La prima sezione penale della corte d’appello di Caltanissetta ha condannato a tre anni di reclusione don Giuseppe Rugolo, sacerdote accusato di violenza sessuale su minorenni.

    I giudici hanno applicato l’attenuante della tenuità del fatto per due delle vittime individuate, rideterminando la sentenza di primo grado che era stata di quattro anni e sei mesi.

    L’impianto dell’accusa ha retto anche in appello, come la credibilità di Antonio Messina, il giovane archeologo sulla cui denuncia è stato incardinato il processo. La Corte d’appello ha estromesso la diocesi di Piazza Armerina dalla responsabilità civile.

    La sentenza è arrivata dopo le repliche dei difensori del sacerdote, presente all’udienza che, ancora una volta hanno criticato la sentenza di primo grado e accusato la stampa di avere condotto un processo mediatico contro don Rugolo. In aula anche le parti civili con Antonio Messina, assistito dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica , i genitori del Messina, con l’avvocato Giovanni Di Giovanni e le associazioni Contro tutte le violenze e Rete l’Abuso con gli avvocati Irina Mendolia e Mario Caligiuri sostituito da Giuseppe Messina del foro di Gela.

    “Ho sempre voluto solo ed esclusivamente giustizia – dice Antonio Messina – C’è una condanna che viene confermata del resto deve ancora partire il processo al vescovo Gisana e al vicario giudiziale Vincenzo Murgano per falsa testimonianza.

    Comunque gli abusi sono stati riconosciuti sia in primo grado che in secondo grado. Mi auguro che questo sia di monito per altri giovani che vogliano denunciare ai quali dico di non denunciare ai servizi per la tutela dei minori considerato il fatto che uno degli avvocati del sacerdote condannato fa parte della commissione tutela minori di Ferrara e difende un prete pedofilo”.

    “Per quanto attiene la posizione del mio assistito – ha detto l’avvocato Parasiliti Molica – l’impianto accusatorio è stato interamente confermato sopratutto ancora una volta vince la credibilità di Antonio”.

    “Aspettiamo le motivazioni e valuteremo se ricorrere in cassazione per alcuni aspetti che non convincono”, ha detto il sostituto procuratore Gaetano Bono.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/07/01/violenza-sessuale-don-rugolo-condannato-anche-in-appello_88919247-b402-4334-ba76-656944ba3832.html

  • Frate a processo a Palermo per abusi su cinque minorenni

    Frate a processo a Palermo per abusi su cinque minorenni

    (ANSA) – PALERMO, 30 GIU – Un frate di 66 anni dell’ordine dei frati minori rinnovati, originario della Colombia, ma residente a Palermo, è imputato in un processo per violenza sessuale nei confronti di minorenni. Sono almeno cinque le parti offese in due procedimenti distinti che sono stati riuniti.

    Le vittime, che all’epoca dei avevano meno di 14 anni, si sono costituite parti civili con i loro familiari, assistiti dagli avvocati Federica Prestidonato e Marcello Drago.

    Sono due le associazioni che hanno chiesto e ottenuto di costituirsi parte civile: la Cotulevi, rappresentata dall’avvocata Girolama Manzella, e Insieme a Marianna, con l’avvocata Alessandra Inguaggiato. Si sono costituite parte civile anche la diocesi di Monreale e i frati minori rinnovati assistiti dall’avvocata Giulia Galati. Gli episodi di violenza si sarebbero verificati durante le confessioni delle giovani. Nei confronti di un ragazzino la violenza sarebbe avvenuta durante un ritiro spirituale.

    Le indagini della squadra mobile della Questura di Palermo sono state coordinate dai pm Maria Bambino e Mario Calabrese. (ANSA).

    https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/cronaca/2025/06/30/frate-a-processo-a-palermo-per-abusi-su-cinque-minorenni_3aaf36ea-bfe1-4a0f-82f7-8992d27d8735.html

  • Manipolazione mentale e sette, presentato disegno di legge in senato

    Manipolazione mentale e sette, presentato disegno di legge in senato

    Dopo oltre quarant’anni di vuoto normativo, torna al centro del dibattito politico il tema della manipolazione mentale. È stato presentato al Senato un disegno di legge a prima firma della senatrice Tilde Minasi (Lega), sostenuta dalle senatrici Giulia Bongiorno ed Erika Stefani, per introdurre nel codice penale una nuova fattispecie autonoma di reato: quello di “manipolazione mentale”.

    Un provvedimento che punta a dare una risposta concreta a un fenomeno che, pur non essendo nuovo, si è evoluto con modalità sempre più sofisticate e invisibili. L’ultimo tentativo risale al 1981, quando la Corte Costituzionale dichiarò l’incostituzionalità dell’art. 603 c.p. (plagio), lasciando di fatto scoperto il campo della tutela contro forme estreme di condizionamento psicologico. Da allora, nessun intervento legislativo era stato in grado di colmare il vuoto.

    Il DDL Minasi prevede pene severe: da 3 a 8 anni di reclusione per chi, all’interno di gruppi strutturati che promuovono la dipendenza psico-fisica, induce una persona in uno stato prolungato di soggezione, tale da comprometterne la libertà di autodeterminazione e la capacità di discernimento. La pena aumenta a un minimo di 6 anni se la vittima è minorenne.

    «È un fenomeno che si sta espandendo a macchia d’olio», ha dichiarato la senatrice Minasi. «Non possiamo più rimanere in silenzio mentre persone fragili vengono distrutte da santoni, truffatori e abili manipolatori. Serviva una norma chiara, solida e tecnicamente valida per restituire dignità e protezione alle vittime e alle loro famiglie».

    Accanto all’introduzione del reato, la proposta di legge prevede anche un’unità investigativa interforze, articolata a livello centrale e regionale, e un archivio informatizzato per mappare le organizzazioni settarie, i leader, le modalità operative e le sedi. Uno strumento utile tanto alla prevenzione quanto all’azione investigativa.

    La senatrice Stefani ha evidenziato l’importanza di riconoscere «la violenza invisibile del controllo psicologico» come reato. «Solo così si potrà davvero sostenere chi ne è rimasto intrappolato. Parliamo di tecniche avanzate e subdole – love bombing, isolamento sociale, uso di falsi ricordi, induzione di trance ipnotica – che cancellano identità e futuro delle vittime».

    Determinante per la stesura del DDL il contributo dell’Associazione Manisco World e dei professionisti Vincenzo Dionisi (avvocato) e Sergio Caruso (criminologo), da anni impegnati nella tutela delle vittime di manipolazione e abuso psicologico.

    «Abbiamo tradotto il dolore in proposta concreta», ha concluso Minasi. «Lo Stato deve presidiare anche lo spazio interiore dell’individuo. Proteggere la mente, oggi, è un dovere legislativo».

    https://www.reggiotv.it/notizie/attualita/113156/manipolazione-mentale-e-sette-presentato-disegno-di-legge-in-senato

  • Garlasco, novità su presunti abusi sessuali del santuario della Bozzola prima della morte di Chiara Poggi

    Garlasco, novità su presunti abusi sessuali del santuario della Bozzola prima della morte di Chiara Poggi

    Ci sarebbero alcune novità sui presunti abusi sessuali del santuario della Bozzola, che secondo alcune teorie potrebbero intrecciarsi ai fatti legati al delitto di Garlasco. Lo scandalo a luci rosse con al centro Don Gregorio, ricattato per oltre 150 mila euro, è esploso nel 2014, ma alcuni episodi sarebbero avvenuti anche prima della morte di Chiara Poggi, avvenuta nel 2007.

    La novità su santuario della Bozzola e delitto di Garlasco
    La trasmissione Mediaset Dritto e Rovescio ha annunciato di aver scoperto che “gli scandali sessuali sarebbero avvenuti già nel 2006“.

    L’avvocato Paolo Larceri ha riferito alla trasmissione: “Si diceva che a Garlasco accadessero cose strane in merito ai minori. Posso dire che riguardavano le Bozzole. Questo però era di dominio pubblico”.

    Gli episodi del 2006 al Santuario delle Bozzole
    La giornalista di Dritto e Rovescio ha poi raccontato: “Già nel 2006 un altro parroco segnala alla diocesi di Vigevano fatti scabrosi relativi a questo santuario, gli stessi fatti che denuncerà poi ai carabinieri di Vigevano, come dimostrano i verbali di cui siamo entrati in possesso”.

    Nelle carte mostrate dalla trasmissione si legge: “Nell’anno 2006 un sacerdote della zona di Garlasco mi riferì particolari sconcertanti in merito alle condotte ‘immorali’ tenute da Padre Gregorio, che persino pagava alcuni uomini al fine di ottenere da loro prestazioni sessuali”.

    Una rete di pedofili a Garlasco?
    La trasmissione Mediaset ha poi fatto riferimento a “un caso grave di pedofilia“, avvenuto “sempre nel 2006 e sempre in questa zona”.

    Ancora Paolo Larceri: “Si trattava di un soggetto che deteneva questo materiale di tipo pedopornografico. Io mi sono fatto proprio un’idea mia e cioè che questo materiale fosse oggetto di vendita.

    Alla domanda “Si può ipotizzare una presunta rete di pedofili?”, l’avvocato ha risposto: “È abbastanza evidente che il sistema era radicato e tollerato”.

    La cronista di Dritto e Rovescio ha fatto riferimento anche a un altro episodio. successivo al delitto di Garlasco: “Nel 2015, un anno dopo lo scandalo della Bozzola, un altro prete indagato per adescamento di minori sarebbe stato ricattato da un uomo con cui avrebbe avuto una relazione”.

    La trasmissione ha mostrato alcune carte esclusive, in cui si legge: “Ho bisogno di 12000 euro per andarmene e sono pronto a tutto, anche a costo di fare uno scandalo”.

    https://www.virgilio.it/notizie/garlasco-novita-su-presunti-abusi-sessuali-del-santuario-della-bozzola-prima-della-morte-di-chiara-poggi-1685750
  • Enna – Archiviate le tre querele per diffamazione e diffusione di atti procedurali fatte alla giornalista Pierelisa Rizzo da don Giuseppe Rugolo

    Enna – Archiviate le tre querele per diffamazione e diffusione di atti procedurali fatte alla giornalista Pierelisa Rizzo da don Giuseppe Rugolo

    Il tribunale di Enna ha archiviato le tre querele per diffamazione e diffusione di atti procedurali fatte alla giornalista Pierelisa Rizzo da Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato dal tribunale di Enna a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minori.

    Le querele erano state archiviate dalla procura ma i legali del sacerdote , che avevano chiesto anche il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della giornalista, si erano opposti. Ora il tribunale scrive la parola fine alla vicenda giudiziaria.

    Insieme alla Rizzo, assistita dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica del foro di Enna e Giovanni DI Giovanni, del foro di Caltanissetta, sono stati querelati, tutte querele archiviate, altri 6 giornalisti, il presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti ad abusi clericali, Francesco Zanardi, e una delle vittime del prete, Antonio Messina dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta che ha portato alla condanna di Rugolo. “

    Sono grata alla giustizia e ai magistrati che hanno riconosciuto la temerarietà di queste querele fatte solo per bloccare il flusso di informazione – dice la Rizzo – Questo processo , seppure a porte chiuse, andava raccontato perché ha svelato uno scenario inquietante nella diocesi di Piazza Armerina e ha portato , oltre alla condanna del sacerdote, all’incriminazione per falsa testimonianza del vescovo Rosario Gisana e del vicario giudiziale Vincenzo Murgano “.

    Sono gli stessi giudici di Enna, come aveva già fatto quello di Savona che aveva archiviato la querela contro il presidente Zanardi, a stabilire che la Rizzo ha riportato le notizie a norme legge dato che “non sussiste il divieto di pubblicazione, anche parziale degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse”.

    La giornalista è stata sostenuta da Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio nato per documentare e analizzare il crescendo di intimidazioni e minacce nei confronti dei giornalisti italiani e ha ricevuto la solidarietà dell’ordine dei giornalisti di Sicilia e dell’Assostampa.

    La Rizzo, di recente, nel corso delle udienze del processo di appello a Rugolo, è stata accusata in aula dai legali di Rugolo di avere, con i suoi articoli, condizionato tribunale e testimoni

  • Il santuario, la pedofilia, i file sulla chiavetta Usb: la verità sulle ricerche di Chiara Poggi

    Il santuario, la pedofilia, i file sulla chiavetta Usb: la verità sulle ricerche di Chiara Poggi

    Il Santuario della Madonna della Bozzola, la pedofilia e chissà quale altro mistero. Chiara Poggi era forse custode di un segreto inconfessabile? E quel segreto, posto che vi fosse, c’entra col movente dell’omicidio? Sono le domande che orbitano attorno al delitto di Garlasco da quando, a marzo del 2025, la procura di Pavia ha riaperto le indagini sul caso, indagando con l’ipotesi di omicidio in concorso Andrea Sempio, un amico di Marco Poggi, il fratello della vittima. Da qui una lunga serie di suggestioni e teorie, talvolta macabre, sugli eventuali retroscena rimasti inesplorati della drammatica vicenda. A partire dalle ricerche sul web, apparentemente inspiegabili, che Chiara fece alcune settimane prima di essere uccisa.

    Le ricerche sul Santuario della Madonna della Bozzola
    Nei giorni scorsi era circolata la notizia secondo cui la 26enne avrebbe cercato in Rete informazioni sul Santuario della Madonna della Bozzola, punto di riferimento pastorale per la comunità religiosa della Lomellina. Dalle vecchie perizie sarebbero emerse due ricerche: la prima alle ore 11.06 del 26 luglio 2007, l’altra alle 15.41 dell’1 agosto 2007. In entrambi casi, come riporta un articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Chiara “aveva visualizzato e scaricato una foto del santuario” dal computer che usava per lavorare. L’ipotesi più suggestiva, fino ad oggi priva di riscontro, è che la giovane potesse essere a conoscenza di un ipotetico giro di abusi sessuali avvenuti nel santuario. Uno scenario delineato (non dagli inquirenti) a seguito di alcune dichiarazioni dell’avvocato Massimo Lovati, uno dei legali di Sempio, riguardo allo scandalo a luci rosse che coinvolse tra il 2012 e il 2014 l’allora rettore della Bozzola, Don Luigi Vitali, vittima di un ricatto oneroso da parte di due cittadini romeni. Fatti accaduti svariati anni dopo il delitto, che si consumò la mattina del 13 agosto del 2007. E allora perché la 26enne avrebbe fatto quelle ricerche? “Il punto è proprio questo: non risultano ricerche dirette sul Santuario della Bozzola né vi sono riferimenti in tal senso agli atti del processo”, puntualizza al Giornale l’ingegnere e perito informatico Paolo Reale, cugino di Chiara nonché consulente della famiglia Poggi durante le indagini e il processo che portò alla condanna in via definitiva di Alberto Stasi. “Chiara non scaricò le immagini della Bozzola. – prosegue Reale – Si tratta delle cosiddette miniature riproposte dall’algoritmo di Google, relativamente a una ricerca generica su Garlasco, che erano finite nella cache, ovvero la memoria temporanea del pc. Tant’è vero che non risultano dati di navigazione sulla pagina del santuario”.

    Gli articoli sulla pedofilia
    Un altro argomento molto dibattuto in queste settimane è il contenuto della chiavetta usb in uso a Chiara. Particolare interesse ha suscitato una directory contenente alcuni articoli tratti da riviste in formato digitale di cui, qui di seguito, riportiamo parte dell’elenco:

    documento Word dal titolo “Omicidi Senza colpevoli”. Trattasi di un articolo pubblicato sul sito di Repubblica il 17/03/2007 che ripropone alcuni cold case italiani. Il file risulta creato l’8/6/2007 e modificato il 12/6/2007;
    documento Word dal titolo “Abusati 550”. Anche in questo caso si tratta di un articolo pubblicato sul sito di Repubblica che ripercorre le storie di persone vittime di abusi sessuali durante il periodo dell’infanzia. Il file è stato creato l’8/6/2007 e modificato il 12/6/2007;
    tre file pdf – “pedofili 1.pdf”, “pedofili 2.pdf”, “pedofili 3pdf” – relativi a un’inchiesta di Repubblica dal titolo “I bambini abusati sono sempre di più. Ma chi sono davvero i pedofili? Sono vittime di una patologia dell’istinto o di una devianza psicosociale?”. I file risultano creati l’8/6/2007.
    cinque file pdf “anoressia 1.pdf” (gli altri hanno stesso nome e numerazione). L’articolo, pubblicato sul sito di Repubblica, approfondisce i disturbi del comportamento alimentare e, nel caso specifico, l’anoressia. I file risultano creati l’8/6/2007.

    Ve n’è poi un altro sulla “coca cattiva”, salvato il 12 giugno 2007, che analizza le eventuali connessioni tra l’uso sistematico di sostanze stupefacenti e violenza (tutti gli articoli furono copiati e incollati su un file word per successiva lettura). Ciò detto, sorge spontanea una domanda: che interesse aveva Chiara ad approfondire questi argomenti? Come per il Santuario della Madonna della Bozzola, il dubbio s’insinua tra le crepe dell’inchiesta, alimentando altre e nuove suggestioni sul presunto segreto indicibile. “Credo che Chiara avesse letto quegli articoli mossa da una semplice curiosità per varie e diverse tematiche. – spiega Reale – Inoltre occorre ricordare che, nel lontano 2007, non c’era la stessa disponibilità di servizi e connessioni internet di oggi. Motivo per il quale, come facevamo un po’ tutti all’epoca, Chiara era solita utilizzare una pen drive per archiviare o trasferire contenuti in formato elettronico. Al tal riguardo occorre precisare che su quella chiavetta usb c’erano anche foto e altri file”.

    Immagini e altri file: cosa c’era sulla chiavetta usb
    Oltre agli articoli elencati, sulla pen drive di Chiara risultano salvati: fotografie dei suoi gatti, foto della breve vacanza a Londra con Stasi (copiate dal pc del fidanzato la sera del 12/08/2007, la sera prima dell’omicidio), scambio di mail con Stasi ed elaborati utili alla stesura della tesi di laurea di quest’ultimo, alcuni libri e manuali legati all’attività lavorativa di Chiara. Quanto agli altri contenuti scaricati da internet, che il Giornale ha visionato, ci sono per lo più immagini di accessori (borse, cinture e gioielli), abiti e scarpe da donna firmati. Infine risultano articoli sulla “sindrome del sorriso”, sulle gang femminili e sui “teppisti delle onde” (gruppi di surfisti accusati di vandalismo ndr). Insomma, nessuna traccia del Santuario. Men che meno di un mistero.

    Un’altra Chiara
    In questo marasma di notizie e suggestioni, l’unica certezza resta il ricordo di Chiara, che il tempo non ha scalfito, e la compostezza di due genitori in balia di un dolore senza tregua né pace. “Io e Chiara abbiamo molti anni di differenza. – racconta ancora Paolo Reale – Ricordo la prima volta che me la misero tra le braccia, era un fagottino.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-nera/santuario-pedofilia-lanoressia-verit-sulle-ricerche-chiara-2495313.html

  • Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Infine mons. Gustavo Zanchetta, vescovo di Orán da agosto 2013 ad agosto 2017, è tornato in Argentina per scontare il resto della pena a 4 anni e 6 mesi di reclusione che gli è stata comminata nel 2022 per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi (la storia inizia nel 2016, v. Adista Notizie n. 9/19). Tuttavia, non è in carcere, è ai domiciliari, probabilmente nello stesso monastero per sacerdoti pensionati – Nuestra Señora del Valle nella città di Salta, sede anche del processo che lo ha riconosciuto colpevole – dove era stato trasferito dopo soli 4 mesi di detenzione (v. qui  e qui). Dal monastero era partito per Roma lo scorso novembre, con un permesso di viaggio per un lasso di tempo fino al 1° aprile, per sottoporsi a un’operazione cardiaca. Scaduti tali termini, però, Zanchetta era uccel di bosco. Mentre il Policlinico Gemelli, dove era stato ricoverato, assicurava che era stato dimesso, la diocesi si rifiutava di confermare il rientro del recluso in Argentina.

    Chi ha dato notizie di Zanchetta è stato, nei primi giorni di giugno, il sito di informazione Infocatolica (6/6) contattato da uno dei due seminaristi abusati, Matías Montes. «Zanchetta è a Salta – ha dichiarato Montes –, ha ricevuto la visita dell’attuale vescovo di Orán, gli stanno preparando un’abitazione nello stesso monastero, l’ho visto con i miei proprio occhi».

    Montes è anche convinto che Zanchetta chiederà la libertà vigilata anticipata, come previsto dal codice penale argentino (la libertà vigilata anticipata consente ai prigionieri condannati di essere rilasciati sei mesi prima della scadenza della pena, a condizione che soddisfino determinati requisiti). «Sappiamo che la chiederà; gli stanno spianando la strada… Il sistema giudiziario non ha fatto un buon lavoro. Non abbiamo fiducia in loro, a Salta. Finché la Chiesa rimarrà vicina allo Stato, questo continuerà ad accadere». Per contro, ha aggiunto, le vittime non hanno avuto da parte della Chiesa nessun tipo di supporto: «Siamo stati completamente abbandonati. Volevamo diventare preti e abbiamo dovuto andarcene. Non c’è stato nessun aiuto psicologico, nessun sostegno, nessuna vera giustizia».

    Non è una novità per Zanchetta il rendersi irreperibile. La Procura della Repubblica argentina, nel 2019, ha dovuto emettere un mandato di cattura internazionale contro di lui perché non rispondeva alle ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali, malgrado avesse deciso di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. E a Roma in effetti era (v. Adista Notizie n. 9/19), protetto da papa Francesco che il 19 dicembre 2017 lo aveva nominato assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) – una carica prima inesistente –, accogliendolo in più a Santa Marta. Era forse così convinto dell’innocenza di Zanchetta, papa Bergoglio, da inviare l’avvocato difensore dell’ex vescovo al processo canonico, Javier Belda Iniesta, nella diocesi di Orán per svolgere un’indagine canonica su sacerdoti, diaconi e seminaristi che avevano testimoniato contro Zanchetta. Indagine allora confermata dal Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta (Orán è diocesi suffraganea di Salta), Loyola Pinto y de Sancristóval (v. Adista Notizie n. 25/22).

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