Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    Abusi: il caso don Rugolo svela il sistema di insabbiamento della Chiesa italiana

    41794 ROMA-ADISTA. Una «riproduzione quasi in scala 1:1 del meccanismo di copertura che la Chiesa offre ai sacerdoti che sbagliano»; un filo che risale da un prete a un vescovo fino al papa: è il contenuto di “La confessione”, un podcast su Spotify in sette puntate prodotto da tre giornalisti: Stefano Feltri, già direttore di Domani, Giorgio Meletti (anch’egli in passato a Domani) e Federica Tourn, che sulla stessa testata ha raccontato diverse vicende legate al tema degli abusi nella Chiesa cattolica. Un podcast che è stato presentato a Roma alla sede della Federazione nazionale della stampa italiana a pochi giorni dalla sentenza del processo in primo grado contro il prete di Enna don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per tentata violenza sessuale e violenza su minori di 16 anni, con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici e interdizione perpetua dall’insegnamento nella scuola di ogni ordine e grado (v. Adista Notizie n. 10/24). Ma che ora, paradossalmente, è stato autorizzato dal Tribunale di Enna a rientrare in città, tra i “suoi” ragazzi e le sue vittime, da Ferrara, dove ha scontato gli arresti domiciliari, perché, «fatta salva la gravità dei fatti contestati, l’esaurimento dell’attività istruttoria ha fatto venire meno le esigenze cautelari alla base dell’adozione del divieto di dimora nel Comune di Enna e non si ravvisano, allo stato, ragioni idonee a giustificare il prolungarsi della restrizione della libertà di movimento dell’imputato».

    A partecipare alla presentazione del podcast, oltre ai giornalisti, Antonio Messina, sopravvissuto agli abusi di don Rugolo, la sua avvocata Eleanna Parasiliti Molica e la giornalista, corrispondente da Enna dell’Ansa, Pierelisa Rizzo, che ha seguito tutta la vicenda. Presente moralmente anche la Rete L’Abuso, unica associazione che con il suo presidente Francesco Zanardi si era costituita parte civile nel processo, «senza il cui lavoro – ha sottolineato Tourn – non avremmo mai conosciuto i casi di abuso», e alla quale è stato riconosciuto parte del risarcimento cui è stata condannata in solido la diocesi.

    Allo scoperto il sistema di copertura dell’abuso

    La confessione cui fa riferimento il titolo del podcast è quella di mons. Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina (sotto cui ricade Enna), coprotagonista della vicenda, che nel corso di una conversazione telefonica con Rugolo, intercettata e messa agli atti, ammette di aver «insabbiato la storia». Un elemento che consente di fare un corposo passo avanti nel lavoro giornalistico di denuncia del sistema, che oggi consente di rispondere «alla domanda sul perché in Italia non scoppia uno scandalo sugli abusi nella Chiesa», introduce Feltri. Il fatto è che, «a fronte di tante cose che già sappiamo, nessuno unisce i puntini». Qui invece, per la prima volta, «abbiamo non solo le parole della vittima che coraggiosamente ha denunciato e ci ha messo dieci anni a farsi dare ragione», ma anche, grazie agli audio messi agli atti e ora nella disponibilità delle parti, «il sistema di copertura degli abusi raccontato da loro, dai preti, dal vescovo»: un vescovo in carica che riconosce di aver insabbiato, che dice di poter contare su un appoggio di papa Francesco in virtù di un misterioso favore fattogli, amici preti di don Rugolo che fanno quadrato intorno a lui, un prete a Ferrara (dove Rugolo, secondo il classico schema di autoprotezione della Chiesa dagli scandali, viene trasferito) che dice ai parrocchiani di non parlare coi giornalisti, gli abusi derubricati da Gisana a atti goliardici: «È una cultura aziendale», afferma Feltri, «la strategia messa in atto quando si vuole mascherare lo scandalo e si imbroglia sui conti».

    Oltre alle intercettazioni telefoniche ci sono audio registrati dalle parti per proteggersi (anche da don Rugolo, in un lungo dialogo con il vescovo), finiti agli atti. Ma c’è anche il saluto del papa a una delegazione di Gela il giorno prima della requisitoria del pm, a novembre scorso, in cui Francesco difende pubblicamente il vescovo Gisana: cose che succedevano, commenta Feltri, «quando c’era Berlusconi in politica e si muovevano le cose a ridosso dei suoi processi e tutti noi facevamo due più due». «Il papa – prosegue Feltri – non trova il tempo per rispondere alla lettera che gli ha scritto Antonio, ma per difendere il vescovo».

    «Una stupidata da ragazzotto»

    Gli audio ora a disposizione delle parti, materia del podcast, permettono di cogliere gravi disfunzioni, collusioni, omertà, distorsione della realtà da parte della Chiesa istituzionale. Gisana giustifica Rugolo definendone gli abusi «una stupidata da ragazzotto», dice di aver coperto le spese di Rugolo con i soldi dell’otto per mille, parla di «impeto demoniaco» riferendosi a Antonio e alla sua famiglia. Con i genitori di Antonio, il vescovo vanta un “credito” con il papa. I giornalisti hanno ricostruito la vicenda: nel 2017 Gisana aveva presieduto una commissione speciale ad hoc sul cappuccino Giovanni Salonia, accusato di abuso sessuale da due suore in sede civile all’indomani della propria nomina a vescovo ausiliare di Palermo. La sua consacrazione viene annullata sotto la parvenza di una rinuncia volontaria a fronte di “calunnie”, e Gisana, incaricato dal papa, nella veste di giudice-inquirente per un «supplemento di indagine», proscioglie Salonia dalle accuse. Tutto a posto, dunque, tanto che il 6 novembre 2023 il papa dice pubblicamente di Gisana a una delegazione di Gela: «Bravo questo vescovo, molto bravo, è un vescovo giusto. In tanti l’hanno calunniato, ma lui sempre giusto, sempre retto». Un intervento recepito molto negativamente: «Abbiamo compreso – ha detto Parasiliti – di essere entrati una cosa che era molto più grande di noi, perché era un intervento del pontefice che aveva tutte le sembianze di una dichiarazione tesa a condizionare l’esito di un processo».

    Il secondo abuso

    Antonio racconta come ha vissuto tutta la vicenda: «C’è stato un altro abuso, quello che ho ricevuto dal vescovo dalla diocesi per non essere creduto». E racconta la sua delusione e la sua sfiducia: «All’inizio ero convinto che si potesse ottenere giustizia nella Chiesa, ma quando Gisana disse che in questo caso c’erano poche vittime, come se la gravità si misurasse sulla quantità degli abusi perpetrati, compresi che non c’era più alcuna strada da percorrere. Sino a quando addirittura arrivammo a discutere solo di faccende di natura economica», con «l’offerta di 25mila euro in contanti con clausola di riservatezza, per mettermi a tacere e permettere al sacerdote di rientrare nella sua comunità parrocchiale, cosa che io chiaramente non ho mai accettato». Anche la sua lettera a papa Francesco non ha avuto mai risposta. Quanto al piano politico, «non so se le istituzioni sono ancora pronte ad affrontare tematiche di questo genere – dice – soprattutto in realtà territoriali come queste dove le istituzioni sono profondamente legate alla presenza radicata nel territorio della chiesa. E in Parlamento non mi risulta che queste tematiche vengano attenzionate».

    Il processo è stato una via crucis anche per la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo, che ha avuto tre denunce per diffamazione. «Ho affrontato questo processo da sola. Ho seguito fuori dall’aula del tribunale di Enna ventidue udienze. È partito come processo a porte chiuse (come si fa per i processi per violenza sessuale, per proteggere Antonio) e nemmeno in seguito siamo più riusciti a fare aprire quella porta. Sono diventata facile bersaglio», fino a essere «controllata in chiesa dalla polizia durante la festa della patrona», dove era insieme all’avvocata Parasiliti e ad Antonio «perché temevano un atto dimostrativo». «Sono certa che, se non l’avessimo raccontato, questa storia avrebbe avuto un altro esito. Quindi la stampa tutela anche chi lavora, chi ha denunciato e chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia».

    Conviene con Rizzo l’avvocata Parasiliti: «Questa attenzione è stata per me una forma di protezione. In questi anni noi abbiamo temuto per noi e per le nostre famiglie, perché il clima di ostilità che abbiamo registrato è senza precedenti. Non è stato un processo normale, perché non è normale attaccare l’avvocato che svolge una professione e che in aula svolge un ruolo che attiene alla tutela della giurisdizione». «Questa è una sentenza importante – ha aggiunto – perché scrive finalmente la parola condanna su un sistema abusante». «Il tentativo di minimizzare e banalizzare è stato presente durante tutto il corso del processo, abbiamo sentito più volte ripetere la parola “goliardia”, paragonando l’abuso al gesto goliardico sdoganato da Roberto Benigni che lo aveva praticato nei confronti di Pippo Baudo durante un Festival di Sanremo. Ora bisogna andare avanti, fino in fondo, anche con l’ipotesi della detenzione di materiale pedopornografico».

    «Questo è un sistema, non una vicenda individuale», ha continuato: «Lo dice anche la sentenza che ha condannato la diocesi in solido a essere responsabile per la parte civile. Non è la mela marcia ma il cestino di mele marce».

    Qual è l’atteggiamento della Chiesa italiana? «Il card. Zuppi mi ha detto che non ha mai seguito il caso, che non ne sapeva niente», afferma Tourn, ma questo «non è vero», aggiunge Feltri: «Quando ho intervistato Zuppi un anno fa alla festa di Domani ha detto che avevamo scritto cose false sul caso Rugolo». Non è un caso che nel primo report della Cei sugli abusi mancassero i dati della diocesi di Piazza Armerina: «Il card. Zuppi sa perfettamente di cosa parliamo».

    Nella vicenda, insomma c’è più di un vulnus. Tecnicamente, per quanto incredibile, se c’è un prete abusatore il problema è del vescovo, ma se il vescovo copre l’abuso, non è un problema della Cei perché i vescovi, sugli abusi, rispondono al papa. E poi la pena accessoria è sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza, ma l’interdizione opererà esclusivamente per quanto attiene agli incarichi conferiti da autorità dello Stato italiano. Se non c’è un provvedimento interdittivo da parte dell’autorità ecclesiastica Rugolo potrebbe continuare a avere contatti con minori nell’ambito di istituzioni che non sono regolate dalla legge dello Stato italiano».

    https://www.adista.it/articolo/71587

  • Vittime di Rupnik vengono allo scoperto, ‘cada il muro di gomma’

    Vittime di Rupnik vengono allo scoperto, ‘cada il muro di gomma’

    Vengono allo scoperto per la prima volta in pubblico due presunte vittime del gesuita Marko Rupnik.

    Si tratta di Mirjiam e Gloria, due donne slovene ex componenti della Comunità Ignazio di Loyola.

    “Ci siamo conosciute in comunità – ha spiegato in una conferenza stampa Mirjam con al fianco Gloria – eravamo tutte ragazze giovani, piene di ideali ma proprio questi ideali insieme alle nostra formazione all’obbedienza sono stati sfruttati per abusi di vario genere: di coscienza, di potere, spirituali, psichici, fisici e spesso anche sessuali”.

    “Ci siamo trovate davanti a un muro di gomma – hanno detto in una conferenza stampa presso la sede della Stampa Estera a Roma -, che il muro si sgretoli”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2024/02/21/vittime-di-rupnik-vengono-allo-scoperto-cada-il-muro-di-gomma_aab46f74-8586-4853-a168-706a5bd5c92d.html

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 24 del 17 febbraio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 24 del 17 febbraio

    Federica Tourn – Altre testimonianze confermano le accuse a don Salvoldi

    «Si comportava come un guru, baciava i ragazzi davanti a tutti». Sono ormai almeno una quindicina le testimonianze arrivate a confermare le denunce di Stefano Schiavon e Andrea Travani, che dichiarano di essere stati molestati da don Valentino Salvoldi, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Bergamo, formatore e autore di decine di libri a tema religioso.

    Le storie si somigliano tutte: cambiano gli anni – le testimonianze spaziano dalla fine degli anni ’80 a metà degli anni duemila – ma i dettagli sono gli stessi.
    «Era il ’96 o il ’97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

    Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.

    «durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta un altro testimone – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia». Il testimone è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

    Don Salvoldi il 29 dicembre scorso ha rilasciato una dichiarazione al Corriere della Sera in cui sostiene che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria». La diocesi di Bergamo, in una comunicazione stringata pubblicata sul sito della diocesi, dichiara: «in merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

    Fonte: Domani


    Pierelisa Rizzo – «Salutare toccando i genitali è pratica sdoganata» e in aula mostrano una foto di Baudo e Benigni
    Udienza dedicata agli avvocati dei responsabili civili e ai legali dell’imputato quella di ieri nel processo a Giuseppe Rugolo, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    La seduta è iniziata poco dopo mezzogiorno e si è conclusa a tarda sera. Parla di “processo mediatico” il legale de vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, Gabriele Cantaro, mentre per l’avvocato della parrocchia di San Giovanni, Mauro Lombardo la modalità di rapportarsi ai giovani di Rugolo, che per salutare toccava le parti intime, sarebbe oramai stata sdoganata.

    E per dimostrare questo ha mostrato in aula la famosa foto che ritrae Benigni che tocca Pippo Baudo. Un cambiamento dei costumi che viene sottolineato anche da uno dei legali dell’imputato, l’avvocato Antonino Lizio che insieme al collega Dennis Lovison chiedono l’assoluzione di Rugolo perché sarebbe grave rovinare la vita ad un sacerdote per un “non reato”.

    In aula è proprio Lovison ha svelare che il primo consulente psichiatra di Rugolo sarebbe indagato e gli sarebbe stata sequestrata la cartella clinica. La sentenza è attesa per il prossimo 5 marzo.
    Fonte Pierelisa Rizzo


    Francesco Zanardi – Ancora ritardi per la panchina Viola contro gli abusi
    Savona – che vorrebbe candidarsi Città della cultura – si scontra con la “Panchina viola contro gli abusi su minori e persone vulnerabili”.

    Pochi giorni fa la diffida della Rete L’ABUSO al Sindaco Marco Russo, a cui si chiede conto del perché a due anni di distanza, malgrado la delibera della Giunta che in data 18 luglio 2023 diede il parere favorevole, ad oggi nei fatti, malgrado i vari uffici siano informati – come ribatte l’Assessore Maria Gabriella Branca; malgrado i solleciti dell’Associazione e quelli del Consigliere Aureliano Pastorelli, di fatto non si riesca ancora a realizzare.

    na panchina “scomoda”; ricordiamo che la delibera arrivò “costretta” solo dopo lo scandalo del maggio 2023 delle panchine abusive istallate in città, sollevato dalla Rete L’ABUSO, poi regolarizzandole.

    Positiva invece la risposta del Sindaco di Spotorno Mattia Fiorini, che accoglie favorevolmente l’iniziativa.


    Alessio Di Florio – la presidente ungherese Katalin Novak si è dimessa. Concesse la grazia

    L’Ungheria è da settimane al centro dell’attenzione mediatica e politica italiana. E sono anni che in Italia sia l’informazione “ufficiale” che quella che si definisce “indipendente” (più o meno supposta) si interessa anche in maniera massiccia di Orban e di quel che accade in Ungheria.

    Eppure c’è una notizia che non ha avuto nessuna risonanza ed interesse, sia nel mainstream che nei supposti “indipendenti”: la presidente ungherese Katalin Novak si è dimessa dopo lo scandalo scatenato dalla notizia di una grazia da lei concessa.

    Novak ha affermato che si è dimessa dall’incarico perché ha riconosciuto di aver commesso “un errore”. La grazia che ha suscitato sdegno è una di quelle concesse due anni fa in occasione della visita del Papa al vicedirettore di un istituto per minori di Bicske, condannato perché tentò di insabbiare gli abusi pedofili commessi dal direttore dello stesso istituto e di intimidire le vittime.


    Ludovica Eugenio – Accordo tra PCTM e Pontificia università della Santa Croce, promossa e governata dall’Opus Dei
    Un accordo di collaborazione tra la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori (PCTM) e la Pontificia Università della Santa Croce, promossa e governata dall’Opus Dei, è stato siglato il 7 febbraio scorso, «nella comune missione di prevenzione degli abusi e tutela dei minori e adulti vulnerabili propria della Chiesa universale».

    «Questa intesa – ha detto il card. Seán O’Malley, presidente della Commissione – si inserisce nel tessuto di accordi di collaborazione che la Commissione firma con altri enti ecclesiali per portare avanti la sua missione, per cui siamo grati alla Santa Croce per la sua generosità in questo progetto». «siamo contenti – ha detto a sua volta il rettore della Santa Croce Luis Navarro – di essere al servizio di uno sforzo cruciale e comune all’interno della Chiesa e la Santa Croce vuole fare la sua parte».

    Tutto bene? Non proprio, considerando che l’Opus Dei non è affatto esente, al suo interno, da problematiche legate ad abusi di vario genere. Già un anno fa, nel gennaio 2023, la stessa università aveva organizzato una Settimana di Studio “sull’accompagnamento spirituale nei movimenti e nuove comunità”, che aveva suscitato ampie proteste da parte delle vittime di abusi e in merito alla quale il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa aveva diffuso un comunicato denunciando «i numerosi i casi di abuso di potere, abuso di coscienza e abuso spirituale emersi a carico di chierici e di laici celibi con incarichi di formazione e di governo», puntando il dito contro il carattere sistematico e sistemico, e non sporadico o isolato, di tali abusi; «dalle testimonianze dei sopravvissuti – affermava ItalyChurchToo – emerge che sono la stessa organizzazione strutturale e il contenuto della formazione, unite a una prassi consolidata, il veicolo di una cultura abusante, che si concreta in principi e condotte che violano la dignità della persona».

    Il sospetto, dunque, è che, anche nel caso dell’accordo firmato con la Pontificia Commissione Tutela minorum si sia ancora una volta di fronte a un’operazione cosmetica, come già un anno fa, quando si denunciava «la complicità delle autorità ecclesiastiche che vi partecipano, già sollecitate senza successo dalle vittime a intervenire per la giustizia, e quindi ben consapevoli degli abusi perpetrati all’interno».

    Lo scorso giugno, inoltre, una denuncia istituzionale per frode normativa contro l’Opus Dei era stata depositata da due ex membri presso la Nunziatura della Santa Sede a Madrid e inoltrata ai dicasteri vaticani del Clero e della Dottrina della Fede. La denuncia, rilanciata da Religión Digital sottoscritta da ex membri di diverse parti del mondo, chiedeva la soppressione dell’Opera. La frode normativa istituzionale, ai danni della Santa Sede e di membri dell’Opus Dei, consisterebbe nel fatto che l’Opera si sarebbe appropriata indebitamente della funzione legislativa che spetta al papa con 46 documenti per uso interno, la cui applicazione si estende ben oltre gli Statuti dell’organismo, superando dunque le norme canoniche. «La cosa più grave – affermava uno dei denuncianti, Antonio Moya, ex numerario che ha passato 42 anni nell’Opera – è che questo sfondo normativo rappresenta il punto di partenza per abusi di potere, di coscienza, spirituali e sessuali».

    ADISTA

  • «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

    «Così ci baciava in bocca». Ecco le nuove accuse a don Salvoldi

    «Si comportava come un guru, baciava i ragazzi davanti a tutti». Sono ormai almeno una quindicina le testimonianze arrivate a confermare le denunce di Stefano Schiavon e Andrea Travani, che dichiarano di essere stati molestati da don Valentino Salvoldi, sacerdote “fidei donum” della diocesi di Bergamo, formatore e autore di decine di libri a tema religioso.

    I due ragazzi, abusati quando erano ancora minorenni, non sono gli unici ad aver subito le sgradite attenzioni del prete. Dopo la pubblicazione del nostro articolo, altre vittime si sono rivolte a Stefano Schiavon e alla Rete L’Abuso (che ha presentato un esposto alla procura di Bergamo nei confronti del sacerdote) per raccontare la propria esperienza, e diverse persone hanno sostenuto di aver visto il prete in atteggiamenti intimi con dei ragazzi durante i campi scuola.

    Le storie si somigliano tutte: cambiano gli anni – le testimonianze spaziano dalla fine degli anni ’80 a metà degli anni duemila – ma i dettagli sono gli stessi.

    «Il bagno nudi e le carezze»
    «Era il ’96 o il ’97: durante un campo estivo in Val d’Ossola, Salvoldi ci ha portati a fare il bagno in una sorgente di acqua calda», racconta Samuele (nome di fantasia). «Lì, senza scambiare troppe parole, come se fosse già chiaro quel che sarebbe successo, noi ragazzi ci siamo spogliati fino a restare nudi, e così ha fatto il prete – continua Samuele – Ci siamo immersi nell’acqua e a turno abbiamo ricevuto le carezze e i baci di don Valentino. Se qualcuno aveva un principio di eccitazione, don Valentino spiegava che era “soltanto una cosa meccanica”, e che anche a lui “sarebbe partito il pistolino” – testuali parole – se l’avesse messo sotto il potente getto d’acqua termale». Lo stesso Salvoldi, precisa Samuele, poi commentava la giornata con i ragazzi davanti alle madri che erano venute a prenderli, normalizzando così quello che era appena successo.

    Nell’agosto del 2002, a Mione, in provincia di Udine, Francesco (nome di fantasia), oggi 44 anni, si ritrova a uno dei campi organizzati da Salvoldi: «Creava un ambiente suggestivo per dei ragazzini, con rituali serali caratterizzati da luci soffuse e musica, in cui lui era il guru: ricordo bene di averlo visto baciare dei ragazzi», racconta.

    Anche Davide (nome di fantasia), all’epoca appena ventenne, ha partecipato al campo di Mione e ricorda il clima “paraspirituale” creato dal prete e le serate a lume di candela: «Un ragazzino, visibilmente depresso, era il paggetto di compagnia di Valentino», dice. «La mia vicenda – sottolinea Davide – mostra come il prete sia capace di aspettare il momento adatto e la meccanica premeditata e dolosa del suo comportamento.

    Al campo, Salvoldi non tenta approcci fisici con Davide – una volta soltanto gli si avvicina per annusargli i capelli – ma gli chiede di aiutarlo nella redazione del libro che sta scrivendo.
    Così Davide per un paio d’anni corregge le bozze per don Salvoldi; finito il lavoro, vuole spedirgli il testo ma il prete insiste perché, invece, glielo consegni a mano.
    Il sacerdote gli chiede di raggiungerlo in un paese dove si trova di passaggio; prima pranzano a casa di un amico e poi vanno all’albergo dove alloggia per discutere del libro.
    «Appena sono entrato nella stanza, Salvoldi mi ha messo la lingua in bocca e mi ricordo il disgusto che ho provato, la sensazione della sua barba ispida sul mento. Schifato, sono andato via subito», dice Davide.

    E ancora, qualche anno dopo, ecco i ricordi di un altro testimone, Ettore (nome di fantasia): «Ho partecipato a due campi di Salvoldi, nel 2006 e 2008, quando avevo 16 e 18 anni racconta – la prima sera, don Valentino mi ha chiamato in camera sua perché voleva parlarmi. Mi ha detto di stendermi sul letto per abbracciarci, ma io mi sono rifiutato».
    Ettore riesce a non farsi circuire dal prete ma si rende conto del clima particolare che lo circonda: «Durante questi campi si faceva una cena a lume di candela in cui ci si imboccava a vicenda – racconta a Domani – e dopo noi ragazzi eravamo invitati a abbracciarci mettendoci l’un l’altro le mani sotto la maglietta». Non solo: «ho visto distintamente don Valentino baciare a lungo sulla bocca un ragazzo seduto sulle sue ginocchia».  Ettore è stranito ma pensa che se nessuno ha qualcosa da eccepire, forse anche i baci fanno parte del “rituale”. «Valentino diceva che le regole dell’esterno non valevano, che con lui si dovevano seguire regole nuove impostate sull’amore, il toccarsi e lo stare insieme».

    Giovanni (nome di fantasia), invece, ha incontrato Salvoldi a casa: «avevo 14 anni, era la fine degli anni ’80 – racconta – la mia famiglia era cattolica e il prete era una figura di riferimento: don Valentino, in particolare, veniva descritto come una persona brillante e colta. Veniva a pranzo, era un amico dei miei genitori. Ricordo diversi approcci e la sua costante tendenza al contatto fisico. Ha provato a baciarmi e mi ha sfiorato nelle parti intime».

    Giovanni è poco più di un bambino, non capisce che cosa sta succedendo: «non ho mai parlato del mio disagio perché gli adulti me lo indicavano come un esempio di vita e pensavo di essere io a sbagliare», spiega.

    Silenzi e indagini
    Contattato da Domani, Salvoldi non ha risposto. Il 29 dicembre scorso ha rilasciato una dichiarazione al Corriere della Sera in cui sostiene che i baci e gli abbracci «erano segni di tenerezza e pace, dell’amore per Dio» e che la sua era «una pedagogia liberatoria».

    La diocesi di Bergamo, in una comunicazione stringata pubblicata sul sito della diocesi, dichiara: «In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità».

    Qui la nota sembra alludere all’investigatio previa, l’indagine preliminare che il vescovo dispone per accertare la fondatezza degli indizi di un delitto, ma le vittime, fino a questo momento non sono state sentite.

    Interpellato da Domani, il vescovo di Bergamo Francesco Beschi non ha risposto.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-ci-baciava-in-bocca-ecco-le-nuove-accuse-a-don-salvoldi-njbmavvk


    Se credi di essere una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi o sei a conoscenza di fatti rilevanti utilizza la form qui sotto per contattarci

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  • Ungheria: presidente si dimette dopo grazia ad un pedofilo

    Ungheria: presidente si dimette dopo grazia ad un pedofilo

    La presidente ungherese Katalin Novak ha annunciato le proprie dimissioni in seguito allo sdegno suscitato nel paese dalla sua decisione di graziare un condannato per reati sessuali su minori.

    “Mi dimetto dal mio incarico”, ha dichiarato in un discorso ufficiale la capo di Stato riconoscendo di aver commesso “un errore”.

    Nel marzo 2022 Novak, considerata molto ‘vicina’ al Primo ministro Viktor Orban, era diventata la prima donna a ricoprire questa posizione sostanzialmente cerimoniale.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2024/02/10/ungheria-presidente-si-dimette-dopo-grazia-ad-un-pedofilo_906e5ae7-5e3a-48bc-8f82-111999b21ede.html

  • Una Nessuna Centomila contro direttiva Ue, cancella reato stupro

    Una Nessuna Centomila contro direttiva Ue, cancella reato stupro

    La Fondazione Una Nessuna Centomila “guarda con grande preoccupazione a quello che sta avvenendo intorno alla Convenzione di Istanbul.

    Ancora una volta sul corpo delle donne si sta giocando una partita che favorisce equilibri di potere a discapito di diritti faticosamente conquistati”.
    “Da quando il nostro Paese nel 2013 ha ratificato la Convenzione – si legge in una nota -, molte delle misure elencate hanno costituito la base per poter legiferare contro la violenza sulle donne.

    Certo siamo lontani, soprattutto nell’ambito della prevenzione, dagli standard legislativi e culturali che la Convenzione richiede ma averli come obiettivi ha prodotto strumenti di condivisione sociale e politica e pressione istituzionale nel realizzarli o nel decidere di negarli”.

    “Cresce allora l’indignazione – si legge ancora – nel constatare che dopo gli sforzi di questi dieci anni per cercare e ottenere determinati risultati (dalla legge n. 119 del 2013; passando alla legge n.69 del 2019, il c.d. codice rosso; fino alla legge n.12 e n.112 del 2023) oggi ci sia il tentativo di tornare indietro nel tempo. Siamo come sempre l’oggetto sacrificale”.

    “La direttiva europea, proposta a marzo 2022 quale istituto indispensabile per applicare sanzioni agli stati membri in presenza di inadempienze in via di approvazione elimina l’articolo che definisce, e quindi sanziona, il reato di stupro come rapporto sessuale in assenza del consenso esplicito della donna – sottolinea ancora la fondazione -. Non sono più incluse le molestie sessuali nel mondo del lavoro e per quanto riguarda la violenza online: la vittima dovrebbe provare il danno subito dalla circolazione di proprie immagini private”.

    “Per noi questo è un clamoroso passo indietro rispetto ad una Convenzione a cui bisogna aspirare nella sua completezza e non certo ridimensionare nei suoi strumenti conclude la nota -.

    E quello che più ci colpisce è la mancanza di dibattito politico. Se in Europa in questo momento si discute, in Italia invece non è dato sapere quale sarà la posizione del nostro Paese in merito. Un silenzio assordante, quel silenzio che alle donne si chiede di spezzare e di cui invece le istituzioni si nutrono”.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2024/02/04/una-nessuna-centomila-contro-direttiva-ue-cancella-reato-stupro_081be30a-64ae-4141-a8be-9ef51b70c18b.html

  • Abusi a chierichetti del Papa, condanna per don Martinelli

    Abusi a chierichetti del Papa, condanna per don Martinelli

    “Oggi la corte di appello ha ribaltato la sentenza di primo grado e ha condannato a 2 anni e 6 mesi don Gabriele Martinelli”, ex allievo del Preseminario Pio X.

    Lo dichiara all’ANSA, l’avvocato Laura Sgrò, difensore della vittima nel processo per abusi sessuali di cui oggi in Vaticano si è celebrato l’appello.

    La Corte di appello vaticana, secondo quanto riporta il dispositivo della sentenza visionato dall’ANSA, ha dichiarato Martinelli “colpevole del reato di corruzione di minore”.

     La sentenza di secondo grado “dichiara Gabriele Martinelli, “non punibile limitatamente ai fatti contestati fino al 2 agosto 2008, in quanto minore di anni sedici”; assolve Martinelli “dai reati a lui contestati in relazione al periodo successivo al 9 agosto 2008 per insufficienza di prove”, conferma “la riqualificazione dei fatti in contestazione quali integrativi del delitto di corruzione di minore previsto e punito dall’art.  335, c.p., limitatamente al periodo dal 9 agosto 2008 al 19 marzo 2009 e, in riforma dell’impugnata sentenza dichiara Martinelli Gabriele colpevole del reato di corruzione di minore, previsto e punito dall’art. 335, comma 1 e 2, c.p., limitatamente al periodo dal 9 agosto 2008 al 19 marzo 2009; visti gli articoli 53, comma 2, e, 47, comma 1, n. 3, c.p., condanna Martinelli Gabriele alla pena complessiva di anni due e mesi 6 di reclusione e euro mille di multa”.

    Il 6 ottobre del 2021, in primo grado, il Tribunale vaticano aveva deciso di prosciogliere i due imputati don Gabriele Martinelli e don Enrico Radice.

    Per alcuni reati erano stati assolti, per altri non punibili, per altri ancora era intervenuta la prescrizione. Don Gabriele Martinelli era accusato di violenza carnale e l’ex rettore don Enrico Radice era accusato invece di favoreggiamento.

    E’ la prima volta che in Vaticano viene pronunciata una condanna per abusi per atti commessi nello stesso territorio vaticano.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2024/01/23/abusi-a-chierichetti-del-papa-condanna-per-don-martinelli_14a35ebf-3d9f-4c60-bc14-e1438fec4414.html

     

  • Emanuela Orlandi e la pista della pedofilia: “Un monsignore si faceva portare le ragazzine dai massoni”. Pietro Orlandi: “Nessuna accusa a Casaroli né al Vaticano”

    Emanuela Orlandi e la pista della pedofilia: “Un monsignore si faceva portare le ragazzine dai massoni”. Pietro Orlandi: “Nessuna accusa a Casaroli né al Vaticano”

    “La Chiesa ha permesso per anni gli abusi dei preti”: da quando 22 anni fa il Boston Globe fece cadere con un’inchiesta sbattuta in prima pagina il velo di moralismo che ha coperto la comunità cattolica, lo scandalo è stato inarrestabile. C’è chi ancora lo chiama “vizietto”, come se fosse un banale capriccio che non intacca la morale di un uomo comunque illustre ma la pedofilia è un mare incurabile diffuso tra i chierici e dopo secoli il muro di omertà sta cadendo, travolgendo la Chiesa Cattolica. Nel 2022, alla vigilia della Giornata di preghiera della Chiesa Italiana per le vittime degli abusi, la Cei pubblicò il primo rapporto sulla pedofilia nel clero italiano che riguardava 89 vittime e 69 abusi.

    Ben conoscendo le difficoltà nel denunciare e uscire allo scoperto per chi subisce queste traumatiche violenze, possiamo immaginare siano molti di più. A mostrare le prime crepe fu “Il caso Spotlight”, l’inchiesta del 2002 del sopracitato tabloid diventata poi un film pluripremiato. La conferenza episcopale statunitense adottò la linea della fermezza, ma in Italia? L’allora Papa Giovanni Paolo II con la sua Curia poteva limitarsi a sostenere che la pedofilia fosse un cancro dei preti oltreoceano, che in Italia le cose andavano diversamente, lasciando la bomba pronta ad esplodere nelle mani di Papa Ratzinger che sin dagli inizi del suo mandato dovette affrontare il caso irlandese, nel 2005.

    Ma era davvero così? Uno degli eventi che ha segnato il papato di Wojtyla, la scomparsa di Emanuela Orlandi, si è spesso intrecciato alle accuse di pedofilia alla Chiesa o almeno è quanto emerge dall’incrocio di fonti. Il primo a parlarne fu Padre Amorth: il prete esorcista ha sempre detto che la quindicenne vaticana rapita il 22 giugno del 1983 non fu vittima del terrorismo ma che morì durante un “festino” di porporati pedofili, una sorta di orgia avvenuta nelle stanze vaticane, delineando un inquietante scenario. Lo scorso anno, in un audio raccolto dal giornalista Alessandro Ambrosini, un ex sodale di Enrico De Pedis (boss testaccino), tale Marcello Neroni, rivolse accuse durissime di pedofilia a Papa Wojtyla, parlando della scomparsa di Emanuela Orlandi. E fu proprio un gendarme vaticano a riferire a Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che nei giorni della scomparsa mostrarono una foto della ragazzina a quegli ecclesiastici che sapevano di avere questo vizio.

    La scorsa domenica, Pietro Orlandi, durante il sit-in con cui ogni anno ricorda sua sorella Emanuela nel giorno del compleanno della quindicenne vaticana scomparsa il 22 giugno del 1983, ha raccontato un aneddoto che gli è stato riportato e che sarebbe avvenuto durante il pontificato del Papa polacco. Secondo quanto riferito a Orlandi da una fonte interna al Vaticano, un alto prelato molto vicino a Wojtyla, “si faceva portare da due o tre massoni che aveva sempre attorno tre o quattro ragazzine sui 12-13 anni, consenzienti…Si faceva dare le mutandine e faceva da solo, poi gli dava qualche soldino e loro contente se ne andavano. Non le toccava, erano ragazzine che andava a prendere in certi ambienti, zingarelle. E queste – ha concluso Pietro – me le diceva come un fatto divertente, mentre le cose importanti, quelle gravi, non me le ha dette, peccato”.

    La fonte in questione era un monsignore, e già che considerasse “divertente” un aneddoto del genere, solo perché coinvolgeva bambine di etnia rom, la dice lunga sul come venisse percepito questo orrore appena 40 anni fa in quegli ambienti. Del resto, il chierico era anche stato arrestato per legami con la Sacra Corona Unita e per traffico di opere d’arte, ma pur sempre un religioso, insomma. Chi era invece il protagonista della vicenda? Secondo quanto mormorato dagli attivisti presenti in piazza domenica scorsa, era Agostino Casaroli “perché secondo le parole del monsignore il riferimento a lui era chiaro”. Agostino Casaroli è stato lo stratega di Papa Giovanni Paolo II, negli anni della caduta dei Paesi del blocco comunista. Insieme, avrebbero portato avanti la Ostpolitik Vaticana, nella speranza di liberare la Polonia e di migliorare le condizioni dei cristiani nei Paesi comunisti. Ed era proprio nella sua Polonia il Papa quella sera, quando fu tempestivamente avvertito della scomparsa di Emanuela Orlandi da Casaroli.

    Una 15enne non rientra in tempo per la cena e la Segreteria di Stato avvisa il Papa in Polonia? Sì, se la quindicenne in questione non è una qualunque ma può diventare l’oggetto di un ricatto molto grande, ai vertici dello Stato di cui è cittadina. Il 19 luglio del 1983 i presunti rapitori contattarono il centralino del Vaticano, chiedendo del Cardinale Casaroli e facendo riferimento a un codice, 158, che era il numero di una linea privata messa in piedi per trattare con l’allora segretario di Stato che trattò con il misterioso telefonista ribattezzato l’Amerikano per via del suo accento. Di questa trattativa privata ha parlato anche monsignor Carlo Viganò, oggi 83enne, in un’intervista rilasciata all’ex vaticanista Rai Aldo Maria Valli. “L’Amerikano – ha dichiarato l’ex nunzio negli Usa – si limitava a chiedere di voler parlare solo con il Cardinale Casaroli e quello fu il motivo per cui fu creata una linea privata”.

    A tirarlo in ballo è stato anche l’ex boss della Banda della Magliana Maurizio Abbatino che l’ha indicato, in un’intervista a Repubblica, come il tramite tra il Vaticano e l’organizzazione criminale guidata da Enrico de Pedis. Che il suo sia stato un ruolo cruciale è innegabile. Non possiamo dire invece lo stesso sull’aneddoto in questione. Del resto lo stesso Pietro Orlandi ha replicato dicendo che nessuna accusa è stata rivolta a Casaroli. “Sono sceso in piazza per Emanuela, non per fare questa accusa o per creare problemi. Le mie parole sono state travisate e modificate per creare titoli ad effetto”. Se questo aneddoto sia vero meno non è dato stabilirlo ma ciò che è certo è che la pedofilia è un male profondo che ha corroso la Chiesa e che potrebbe essere entrato anche nel destino di Emanuela. Verificare la veridicità delle notizie riportate a Pietro Orlandi in questi 40 anni è il compito delle due procure che indagano su Emanuela Orlandi, quella italiana e l’altra vaticana, che però ancora, a distanza ormai di un anno, non hanno convocato i 28 personaggi che Pietro Orlandi ha indicato come a possibile conoscenza dei fatti. Un compito esteso da pochi mesi anche alla commissione parlamentare di inchiesta che indagherà sui fatti di 40 anni fa.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/01/19/emanuela-orlandi-e-la-pista-della-pedofilia-un-monsignore-si-faceva-portare-le-ragazzine-dai-massoni-pietro-orlandi-nessuna-accusa-a-casaroli-ne-al-vaticano/7415717/

  • PONTE NOSSA – Don Valentino nella bufera: “Quando mi baciava era sgradevole ma…”, esposto in Procura. Lui dall’Africa: “Parlo col mio Signore”

    PONTE NOSSA – Don Valentino nella bufera: “Quando mi baciava era sgradevole ma…”, esposto in Procura. Lui dall’Africa: “Parlo col mio Signore”

    Partiamo dalla fine. Don Valentino Salvoldi in questi giorni è in Etiopia. Ci ha mandato una mail: “Desidero dire che io parlo col mio Signore al quale mi affido nella preghiera, e che qui su questa terra dall’Africa esprimo la mia fiducia piena innanzitutto nella Magistratura che sta lavorando a Bergamo e poi negli avvocati dello studio Pisapia di Milano. Un cordiale saluto. A tutti voi auguro ogni bene. Valentino Salvoldi”. Pochi giorni prima nelle redazioni era arrivato un comunicato ufficiale della Curia bergamasca: “In merito ad alcune notizie di stampa relative ad un anziano sacerdote del clero di questa diocesi per presunti fatti risalenti agli anni ‘90, si è già provveduto per quanto di competenza ad attivare le procedure previste dal diritto canonico, fermo restando il rispetto del lavoro della magistratura nel comune intento del giusto accertamento della verità.

    La diocesi di Bergamo riafferma il suo impegno nella tutela e protezione dei minori e degli adulti vulnerabili anche attraverso la disponibilità all’accoglienza da parte del Centro di Ascolto del Servizio Tutela Minori Diocesano. La piena dignità e inviolabilità di ciascuno sono valori e fondamenti mai negoziabili, e non si farà mai abbastanza per cercare di custodirli e proteggerli”.

    Cosa è successo?

    Tutto è partito dalla ‘Rete l’Abuso’ che ha presentato una denuncia a ottobre contro Don Valentino Salvoldi, originario di Ponte Nossa, 78 anni, molto conosciuto nella diocesi di Bergamo. Due vittime, all’epoca minorenni, hanno deciso di parlare. Zuppi (Cei): “Vedremo se verità o diffamazione”. Ricostruiamo la vicenda attraverso i documenti de La Rete L’Abuso che ha presentato un esposto in procura a Bergamo per le sue ‘presunte condotte criminali ai danni di circa una decina di persone’. Due vittime del prete, all’epoca minorenni, hanno deciso di esporsi e raccontare la loro storia al quotidiano Domani.

    Ma all’interno oltre alla storia di abusi ci sarebbero anche alcune cose poco chiare sul chiamiamolo ‘curriculum’ di Don Valentino.

    Un messaggio forte il suo, come dovrebbe essere il messaggio di chi predica Dio del resto, ma la sua grande capacità dialettica non è certo passata inosservata in questi anni. Classe 1945, nato il 7 febbraio, prima missionario in Africa, torna in Italia all’inizio degli anni ’90, comincia da organizzare campi per giovani adulti in cui si cala nel ruolo del prete progressista, aperto al confronto e critico della società capitalista.

    Poi si rivolge agli adolescenti, li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Secondo le testimonianze avrebbe instaurato con i suoi ‘prediletti’ a cui rivolgeva attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli a letto per un ‘riposino’ o per la confessione. Sono giovani, alcuni appena tredici anni, Don Valentino ha carisma e li attira, lui li segue e li incoraggia, ma secondo le testimonianze ‘sei si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, subito li rassicura: ‘quel che facciamo qui è buono’”.

    https://www.araberara.it/ponte-nossa-don-valentino-nella-bufera-quando-mi-baciava-era-sgradevole-ma-esposto-in-procura-lui-dallafrica-parlo-col-mio-signore/

  • Perché tanto odio?

    Perché tanto odio?

    di Federico Tullli – Silenzio e preghiera. È la pena comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne. È il modo in cui di norma la Chiesa «reagisce» pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da papa Francesco per

    commentare l’accusa – che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa» e quindi «il giudizio fatelo voi», disse Bergoglio il 3 settembre 2018 durante la sua omelia a Santa Marta.

    Come si combina l’esortazione al silenzio e alla preghiera con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»? Bisogna considerare innanzitutto che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle «segrete stanze». Inoltre, le fragilità di un ecclesiastico, le sue cadute, ancorché sfocino nel comportamento

    criminale, per la Chiesa sono pur sempre peccati, e dai peccati Dio salva, e verso i peccatori vanno usati misericordia e perdono, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra».

    Questa doppia morale affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato. L’abuso, per fare un esempio, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, prima che una violenza efferata contro

    una persona. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne all’Altissimo, nella persona del suo rappresentante in Terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte.

    Oltretevere la chiamano giustizia. Una giustizia, diciamo noi, che piega le esigenze della carità alle convenienze della monarchia papale. E che si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.

    E come tale viene trattato: il punto non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete «con» la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo

    che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» del pontefice tanto esaltato anche dai progressisti in Italia. È pertanto lecito chiedersi, perché tanto odio nei confronti dei bambini?