Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: nunzio apostolico

  • Svizzera, minacce di morte al prete che denunciò omissioni e abusi sessuali facendo partire maxi inchiesta, nei guai 4 vescovi

    Svizzera, minacce di morte al prete che denunciò omissioni e abusi sessuali facendo partire maxi inchiesta, nei guai 4 vescovi

    A settembre l’università di Zurigo ha pubblicato una prima analisi sugli archivi (finora segreti) delle diocesi in Svizzera. Negli ultimi 70 anni ci sono stati ben 1002 i casi di abusi accertati da parte di preti, vescovi o religiosi. I vertici dell’episcopato elvetico, d’accordo con il Vaticano, hanno promosso una ulteriore ricerca e rafforzato il team inquirente per valutare il comportamento omissivo di quattro vescovi (tre dei quali ancora in carica), chiedendo aiuto a un magistrato cantonale e a una professoressa di diritto penale. Sotto la lente di ingrandimento tutto il loro operato. Spetterà successivamente al Vaticano decidere se imporre misure disciplinari ai vescovi insabbiatori, oppure se aprire un procedimento penale ecclesiastico nei loro confronti. L’apertura del Vaso di Pandora degli abusi in Svizzera ha naturalente scatenato mille polemiche dentro e fuori la Chiesa e messo in seri guai un parroco che con coraggio, tempo addietro, aveva fatto partire le inchieste mediante accuse pubbliche e documentate.

    Ora Nicolas Betticher, parroco a Berna, non si sente sicuro dopo avere ricevuto minacce di morte.

    Davanti a casa sua ha trovato una bara di cartone con sopra stampate delle croci, sulla sua porta sono stati disegnati simboli satanici, senza contare gli improperi e le offese arrivategli per posta. Al quotidiano Le Matin Dimanche ha confidato: «Ho ricevuto minacce di morte e lettere anonime in cui mi maledicevano». Per l’ex vicario generale della diocesi di Losanna, Ginevra e Friburgo non sono tempi facili.

    Tutto è iniziato quando una sua denuncia inviata al nunzio apostolico è stata pubblicata da un giornale. Da quella missiva è partita l’indagine a tappeto su tutto il territorio nazionale. In passato aveva tentato di parlare di un caso ma all’epoca le autorità non lo ascoltarono. «Stavolta ho deciso di esprimermi ora perché sono stato interrogato dall’Università di Zurigo e perché in virtù del diritto canonico dovevo anche trasmettere le mie dichiarazioni alla Santa Sede».

    Ho detto tutto quel che sapevo e tutto quel che ho vissuto in oltre trent’anni di vita ecclesiastica (anche perché la circostanza esulava dal segreto professionale). Secondo «il diritto canonico quando si viene a conoscenza di aspetti critici riguardanti i vescovi, si è tenuti a informare la Santa sede. Ed è quel che ho fatto».

    https://www.corriereadriatico.it/attualita/abusi_sessuali_minori_inchiesta_prete_minacciato_di_morte_denuncia_svizzera_vescovi_vaticano_pedofilia_chiesa_ultime_notizie-7753213.html

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 9 del 4 novembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 9 del 4 novembre

    • Francesco Zanardi – Salgono a 5 i querelati da don Giuseppe Rugolo

    Salgono a cinque le persone querelate da Giuseppe Rugolo, il sacerdote accusato di violenza sessuale aggravata su minori, a processo a  l tribunale di Enna .

    La sentenza è attesa per il prossimo 10 gennaio. Tre i giornalisti, querelati, tra quelli che si sono occupati in prima linea della vicenda, da Enna a Savona e Ferrara, per diffamazione e diffusione di atti procedurali. Rugolo ha anche querelato  Antonio Messina, il giovane che aveva denunciato il prelato tre anni fa. Insieme a Messina, da ultimo, sono state denunciate un’altra giornalista di Enna, Manuela Acqua e Federica Tourn, che da oltre un anno conduce un’inchiesta sulla violenze nell’ambito clericale, finanziata dai lettori, su Domani.

    Come nel caso di Pierelisa Rizzo, querelata dal sacerdote due volte per diffamazione e diffusione di atti procedurali, la Procura di Enna ha chiesto l’archiviazione, ma il legale di Rugolo ha presentato opposizione. La Rizzo comparirà davanti al Gup il 19  e 21 marzo 2024 mentre l’udienza per Antonio Messina e Manuela Acqua è fissata per il 28 maggio 2024. Non si conosce ancora l’esito della denuncia fatta alla Tourn, presentata presso la procura di Ferrara, spostata poi a Savona ed infine approdata alla Procura di Enna  Di fatto tutti quelli che si sono occupati della vicenda Rugolo sono stati querelati.

    Tra questi anche Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso , unica associazione italiana di sopravvissuti ad abusi clericali. Ad oggi tutte le querele presentate da Rugolo sono state ritenute prive di fondamento, sia dalla Procura di Enna che da quella di Savona dove ha sede l’associazione Rete l’Abuso. “ Fin dall’inizio dell’inchiesta, intorno a me e intorno a chi mi sostiene, è stato creato un clima avvelenato – dice Antonio Messina – E mentre i legali di Rugolo, in un articolo apparso su un giornale on line di Enna, si dichiarano ottimisti sull’esito della sentenza, io sono in possesso di un audio nel quale l’interlocutore, che poi è un giornalista,  sostiene di essere a conoscenza dell’esito della sentenza, tanto da avere già predisposto l’articolo.

    Questo audio verrà messo a disposizione della magistratura nella quale ripongo piena fiducia”.

    Fonte – Rete L’ABUSO TG NEWS


    • Alessio Di Florio – Argentina condanna preti pedofili salvati in Italia dalla prescrizione

    Era il 2009 quando L’Espresso pubblicò alcune inchieste su accuse di abusi sessuali di appartenenti all’Istituto Provolo di Verona. Negli anni sono arrivate altre inchieste giornalistiche e giudiziarie che hanno accusato appartenenti all’Istituto sia in Italia che in Argentina. A fine ottobre sul sito del settimanale è stato pubblicato un articolo in cui è stata data la notizia che in Argentina sono stati condannati ad oltre 45 anni di carcere sacerdoti accusati di abusi. Mentre in Italia è arrivata la mannaia della prescrizione.

    «La Corte Suprema di Giustizia di Buenos Aires, che equivale alla nostra Cassazione, ha confermato in via definitiva le condanne per i primi tre religiosi finiti sotto accusa: dovranno scontare pene comprese tra 18 e 45 anni di reclusione. In Italia nessuno ha pagato: zero condanne, anche se le sentenze argentine spiegano che le violenze sui minori sono continuate per almeno cinquant’anni ed erano iniziate in Italia. Dove però l’unica inchiesta giudiziaria si è chiusa sul nascere, senza neppure un indagato, grazie alle norme italiche sulla prescrizione dei reati» riporta L’Espresso. Inchiesta del 2016 avviata grazie alle denunce di Rete L’Abuso.

    Le indagini argentine sono iniziate nel 2015 dopo la scoperta che uno dei sacerdoti denunciati a Verona era diventato direttore del collegio della provincia di Mendoza. «Questo processo ha riguardato fatti avvenuti tra il 2005 e il 2016 a danno di undici bambini sordi o ipoudenti, quando avevano tra i 5 e i 17 anni. La maggior parte delle vittime proveniva da famiglie povere, che li affidavano ai collegi: i direttori del Provolo reclutavano i bambini sostenendo che il loro era un istituto modello» ha sottolineato la Corte Suprema in un comunicato.

    «I giudici hanno inflitto 45 anni di reclusione al prete argentino Horacio Hugo Corbacho Blank, ex direttore di Mendoza; 42 al suo vice, il sacerdote italiano Nicola Bruno Corradi Soliman, già attivo a Verona; 18 anni ad Armando Ramón Gómez Bravo, un dipendente dell’istituto religioso. All’arresto è sfuggito un altro sacerdote italiano, Eliseo Pirmati, che nel 2017 è scappato dall’Argentina, rifugiandosi nella sede del Provolo a Verona, dove è stato poi filmato da L’Espresso. Proprio quell’anno Papa Francesco, il pontefice italo-argentino, ha rimosso la dirigenza e commissariato l’istituto Provolo» conclude l’articolo pubblicato da L’Espresso.


    • Federica Tourn – Si riapre il processo canonico a don Marko Rupnik

    Papa Francesco il 27 ottobre ha derogato alla prescrizione decisa dal Dicastero per la dottrina della fede nell’ottobre 2022 sui presunti abusi commessi su diverse religiose ed ex religiose da don Marko Rupnik. «Siamo state molto sorprese dal comunicato della Santa Sede nella quale il Santo Padre chiede di esaminare il caso Rupnik al Dicastero per la Dottrina della fede e deroga alla prescrizione per consentire lo svolgimento di un processo che possa rendere giustizia alle vittime. Speriamo che questo sia un passo idoneo per vedere riconosciuta la verità. Siamo in attesa di ulteriori sviluppi». Questa è la dichiarazione che cinque delle persone offese da don Marko Rupnik hanno voluto rilasciare al quotidiano Domani. A firmare sono quattro ex sorelle della Comunità Loyola, di cui Rupnik era il consigliere spirituale nei primi anni ’90 – Gloria Branciani, Mirjam Kovač, Vida Bernard, Mira Stare – e una religiosa che appartiene ancora alla comunità, Jožica Zupančič. Le prime quattro il 19 settembre scorso avevano già scritto, insieme a Fabrizia Raguso, un’altra ex suora della Comunità Loyola, una lettera aperta a papa Francesco in cui dichiaravano di sentirsi profondamente offese dalla relazione finale della visita canonica al Centro Aletti, che in sostanza riabilitava la figura di Rupnik, fondatore e mentore del centro.

    Gloria Branciani e Mirjam Kovač sono uscite dall’anonimato e hanno reso pubblico il nome con cui avevano affidato a Domani le loro testimonianze, quasi un anno fa. Gloria Branciani infatti è “Anna”, che aveva raccontato in una lunga intervista gli abusi sessuali e di coscienza subiti da Rupnik per nove anni, e Mirjam Kovač è “Ester”: aveva raccontato i suoi tentativi di denunciare gli abusi di Rupnik alle autorità ecclesiastiche e ai gesuiti a partire dal 1993. Il Coordinamento contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili Italychurchtoo ha accolto favorevolmente la decisione del papa: «la deroga alla prescrizione è certamente la condizione per chiarire le responsabilità di Rupnik e per disegnare un debito percorso di giustizia per le vittime – si legge nel comunicato – Ma le parole non bastano». Ora, continua ICT, ci si aspetta che il processo arrivi in tempi brevi, sia nel segno di una effettiva trasparenza e non si trasformi in un processo alle vittime, che dovranno essere informate e coinvolte nel procedimento.

    La lettera aperta di ICT si può sottoscrivere mandando una mail a postmaster@italychurchtoo.org

    fonti: Domani e Italy Church Too


    • Pierelisa Rizzo – Distrutti documenti in Svizzera

    Fa discutere il caso della Svizzera dove sarebbero stati distrutti documenti secretati contenuti negli archivi dove vengono custoditi gli atti dei processi penali ecclesiastici e tutto quello che riguarda l’abuso sessuale di minori al di sotto dei 16 anni.

    A vent’anni dalle denunce di Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, le violenze subite da  bambino , autore del libro “Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni”, edizioni Mon Village 2002, la Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne,  Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi».

    Molti di questi archivi, però è stato scoperto, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco. E’ proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”.

    Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna». Una norma che certo non agevola la trasparenza.

    Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report –  verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenzia, piuttosto, una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».

    Fonte DOMANI


    • Francesco Zanardi – La diocesi di Buffalo offre 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali

    La diocesi cattolica di Buffalo ha annunciato martedì la promessa di donare almeno 100 milioni di dollari alle vittime di abusi sessuali.

    La diocesi afferma che con l’aiuto delle parrocchie e di altre entità cattoliche affiliate, creerà un fondo di compensazione di almeno 100 milioni di dollari.

    La diocesi afferma inoltre che il totale non include i soldi dell’assicurazione.

    Secondo i documenti ufficiali del tribunale, la diocesi contribuirebbe con tutte le sue liquidità e probabilmente dovrebbe vendere il Catholic Center sulla Main Street a Buffalo e il Christ the King Seminary Campus a East Aurora.

    La diocesi ha rilasciato una dichiarazione, dicendo in parte: “Riconosciamo che onorare questo impegno sarà impegnativo, ma è assolutamente necessario che facciamo tutto ciò che è in nostro potere per rimettere le cose a posto, per andare oltre questo capitolo oscuro della nostra storia e andare avanti mentre insieme lavoriamo per ricostruire e rinnovare la nostra chiesa. .”

    La diocesi di Syracuse ha raggiunto un accordo simile, promettendo 100 milioni di dollari a favore delle vittime di abusi a luglio.

    Fonte spectrumlocalnews.com


  • Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    «Dovevamo lasciare l’aula per frequentare alcune lezioni di religione e andare nel seminterrato in una stanza chiamata “Sala dei Laboratori”. Venivano tirate grandi tende nere. Era qundi buio pesto quando accendeva il macchinario che proiettava le immagini su un grande schermo. Ricordo le vite degli apostoli, di Cristo e della Vergine Maria, in paesaggi magnifici. Era magico. Sento ancora il rumore che faceva ogni volta che inviava una nuova immagine. Potevo vedere ogni suo gesto, ma non diceva molto. Per tutto il tempo mi accarezzava. Come la maggior parte degli scolari, portavo i pantaloni corti».

    I fatti risalgono agli anni Sessanta del secolo scorso a Bramois, un villaggio vicino a Sion, nel Vallese, Svizzera francese. A parlare è Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, quello che gli era successo da bambino. «I vescovi minimizzavano – ricorda – mi dicevano che ero l’unico ad aver subito abusi in Svizzera». Il parroco è Simon Fournier, un uomo conosciuto e rispettato in tutto il circondario, mentre la famiglia Falcioni subisce una sottile discriminazione a causa delle origini italiane. Il prete lo sa e non a caso sceglie Gérard e la sorella minore come vittime: «puntava i più vulnerabili: i poveri, gli orfani, gli immigrati o quelli che erano già oggetto di qualche chiacchiera di paese – ricorda Falcioni – così, nel caso avessero raccontato quello che faceva, avrebbe potuto facilmente screditarli». È il solito modus operandi del predatore pedofilo: avvicinare chi è indifeso e poi esercitare sulla vittima (e spesso sulla sua famiglia) il suo potere, sicuro che nessuno oserà mettere in discussione la sacralità della figura sacerdotale. Don Fournier, però, sarà denunciato da un gruppo di genitori (tra cui quelli di Gérard) e infine condannato nel 1973 a diciotto mesi da un tribunale civile, che lo riterrà colpevole di «attentato al pudore dei bambini e oltraggio pubblico». La chiesa, imperterrita, continuerà a fare finta di nulla. Il prete, a cui era stato vietato di occuparsi dei bambini, sarà poi spostato in un’altra parrocchia e tutto verrà insabbiato. «Nessuno parlava del processo, la stampa taceva e tutti hanno continuato a pensare che mentissimo – ricorda Falcioni – mio padre, che aveva una piccola azienda, non ha più trovato lavoro in paese».

    Dopo la pubblicazione nel 2002 del suo primo libro, L’etabli de la vie. J’ai été abusé à l’âge de cinq ans (Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni, edizioni Mon Village 2002) in cui racconta la violenza subita da Fournier, Falcioni comincia a ricevere «una pioggia di testimonianze di altre vittime». Storie terribili, di ragazzini stuprati senza pietà e poi abbandonati al proprio destino, famiglie che non si danno pace per quello che è successo ai figli mentre vedono i responsabili fare carriera, sostenuti dal rispetto della comunità. Vite che spesso, nell’impossibilità di superare il trauma e di avere giustizia, hanno un esito tragico. «Erano almeno sessanta le vittime nel Vallese che si sono rivolte a me – racconta Falcioni a Domani – io ho riportato tutto al vescovo di Sion (Norbert Brunner, ndr) ma lui non solo ci riduceva al silenzio, ma ci disprezzava. Una vittima che parlava, lui la disprezzava». Molti, nell’impotenza e nell’abbandono, muoiono tragicamente. «In effetti, è spaventoso il numero di testimonianze che ho ricevuto in cui ci sono dei morti – scrive Falcioni in una lettera a un amico – Un terzo dei bambini abusati all’epoca è morto. Un altro terzo è scomparso, insieme alle famiglie».

    Vent’anni dopo, finalmente, qualcosa è cambiato. La Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne,  Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi». Molti di questi archivi, in realtà, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco.

    Lo studio-pilota, sulla cui base verrà condotta un’analisi più approfondita nei prossimi due anni, è stato presentato il 12 settembre scorso e ha identificato 1002 casi di violenza dal 1950 ad oggi, 520 abusatori e 921 vittime, in maggioranza maschi (56 per cento) e in gran parte minorenni (74 per cento). Un numero certamente parziale ma già indicativo della pervasività del fenomeno a tutti i livelli, non soltanto nelle parrocchie ma in ogni contesto ecclesiale. Gli abusi riscontrati si concentrano infatti soprattutto nell’ambito della pastorale (in particolare durante i colloqui in confessionale o l’accompagnamento spirituale), ma anche in quello liturgico (soprattutto fra i chierichetti) e pedagogico (scuole religiose, campi estivi e in generale attività per l’infanzia e la gioventù). «Nel periodo considerato, abbiamo potuto appurare che in molti casi i vescovi hanno contibuito a insabbiare o a minimizzare gli abusi, evitando talvolta anche i necessari processi ecclesiastici e le misure prese erano spesso il trasferimento dei responsabili in altre diocesi o all’estero», sintetizza Vanessa Bignasca, ricercatrice del team di Zurigo.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, si è detto sconvolto dal report di Zurigo e ha comunicato di voler creare un tribunale ecclesiale penale e disciplinare per la chiesa in Svizzera. Il nuovo tribunale ecclesiastico non prevarrà su quello dello Stato ma si occuperà delle sanzioni da adottare contro i membri del clero in caso di violazione di una legge ecclesiastica. Monsignor Gmür ha assicurato che incontrerà a breve le autorità vaticane, non solo per discutere della proposta ma anche per chiedere che gli archivi dei Dicasteri vengano messi a disposizione del team di Zurigo nel proseguimento dell’indagine.

    Intanto, sette parrocchie della diocesi di Lucerna hanno smesso di pagare le tasse ecclesiastiche e hanno deciso di versare su un conto bloccato la quota dell’1% che normalmente andava al vescovado di Basilea, per protesta sulla gestione degli abusi che, sostengono, «sono noti da decenni». «Basta chiarimenti fra colleghi, vogliamo chiarezza», si legge in un comunicato dei consigli ecclesiastici dell’area pastorale della regione di Willisau, a una trentina di chilometri da Lucerna. Esigono indagini indipendenti e un servizio di accoglienza delle vittime esterno alla chiesa, la fine della pratica di distruzione dei documenti riservati e l’apertura degli archivi del nunzio Martin Krebs. Non solo: d’accordo con il vescovo Gmür, chiedono «un impegno inequivocabile, chiaro e duraturo per avviare un cambiamento culturale e ristrutturare radicalmente il sistema». Il che significa, specificano, abolire il celibato obbligatorio dei sacerdoti e includere le donne «in tutti gli uffici e gli ordini» della chiesa.

    Una cosa è certa: nulla sarebbe successo senza l’insistenza e il coraggio dei sopravvissuti. Nel 2010 Gérard Falcioni, insieme a Jacques Nuoffer e a Marie-Jo Aeby, ha fondato Sapec, Gruppo di sostegno alle persone abusate da personalità religiose, associazione che si batte affinché la chiesa riconosca le proprie responsabilità e si preoccupi di rendere giustizia alle vittime dei preti pedofili. Sapec in questi anni ha dato una spinta importante al processo di svelamento della realtà degli abusi in Svizzera: prima con la costituzione della Cecar nel 2016, una commissione di ascolto di vittime di abuso clericale costituita da vescovi e sopravvissuti con il sostegno di alcuni parlamentari, e poi con la collaborazione all’inchiesta dell’università di Zurigo insieme all’omologa IG-MikU, attiva nella Svizzera tedesca.

    «La Cecar è davvero un risultato unico al mondo, perché è una commissione neutrale, creata con il consenso dei preti e delle vittime. Da un lato, le autorità ecclesiastiche che hanno firmato l’accordo sono coinvolte nel suo funzionamento, dall’altro le vittime beneficiano del fondo di risarcimento», spiega Jacques Nuoffer, psicologo e presidente Sapec, anche lui sopravvissuto all’abuso di un abate quando era ragazzo. Sempre nel 2016, la Conferenza dei vescovi e l’Unione dei superiori maggiori religiosi della Svizzera hanno infatti istituito una commissione di indennizzo per chi ha subito violenza in un contesto ecclesiale: la somma è alquanto simbolica – fino a ventimila franchi – ma perlomeno è un segno che la chiesa comincia ad assumersi le proprie responsabilità. Secondo Nuoffer, una cinquantina di persone ha già usufruito del risarcimento. Anche se, sottolinea Gérard Falcioni, «c’è una disparità di trattamento fra chi parla e chi no: sappiamo che la diocesi di Friburgo ha versato fino a centomila franchi alle vittime che hanno promesso di tacere, mentre quelle che denunciano ne ricevono solo ventimila. La verità costa cara». Fra i promotori della Cecar c’è il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, lo stesso che nella sua diocesi ha istituito un gruppo di riflessione sull’eventuale rimozione dei mosaici di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su diverse donne, come abbiamo scritto su Domani (https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8).

    Il nome di Morerod compare anche fra i sei vescovi denunciati dall’ex vicario generale di Losanna Nicolas Betticher, oggi parroco a Berna, al nunzio apostolico in Svizzera Martin Krebs. Secondo quanto scrive a maggio 2023 don Betticher nella sua lettera all’ambasciatore del papa, il vescovo Morerod sarebbe venuto a conoscenza di un caso di abuso nel 2011 e non avrebbe fatto nulla; anzi, avrebbe provveduto a promuovere il sacerdote colpevole, salvo poi sospenderlo nel 2020 quando la faccenda era ormai diventata di dominio pubblico. Per molti, la lettera di accusa di Betticher, resa nota dal giornale svizzero SonntagsBlick lo scorso 10 settembre, non è che una vendetta personale per non essere stato eletto vescovo al posto di Morerod. «Io e altre tre o quattro vittime abbiamo denunciato il fatto che Betticher ci ha maltrattato», sottolinea Nuoffer, e anche Falcioni conferma che gli appelli delle vittime a Betticher quando era vicario restavano lettera morta.

    Una questione non chiara, che ha portato il Dicastero dei vescovi ad affidare al vescovo di Coira Joseph Bonnemain un’indagine previa canonica sulle presunte coperture di abusi, che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Le direttive della Conferenza dei vescovi svizzeri infatti sono precise e – a differenza di quanto succede in Italia – impongono ai responsabili della Chiesa di denunciare al pubblico ministero i sospetti di reati sessuali contro i minori. Inoltre, una legge ecclesiastica del 2019 «obbliga a segnalare immediatamente qualunque sospetto di occultamento al vescovo competente, il quale ha a sua volta l’obbligo di informarne subito l’autorità vaticana competente. Inoltre, questa legge stabilisce che impedire o influenzare le indagini o i procedimenti giudiziari sia ecclesiastici che statali è un crimine che deve essere denunciato e – a seconda del risultato del procedimento penale ecclesiastico – anche sanzionato». Su questo punto è netto il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano: «il nostro dovere, come vescovi, è innanzitutto di accogliere e ascoltare le vittime che vogliono parlarci e di prevenire altri abusi. Appena veniamo a conoscenza di un reato dobbiamo sempre denunciare alla giustizia civile, anche se la vittima non è d’accordo, per prevenire altri possibili abusi. Noi possiamo poi prendere le misure interne alla Chiesa, che riguardano le conseguenze per la vita del sacerdote in quanto sacerdote, ma non siamo titolati per fare un’indagine penale, che spetta alla magistratura. La legge civile vale per tutti, non ci sostituiamo mai allo Stato».

    Monsignor de Raemy giudica con favore lo studio-pilota di Zurigo: «questo report l’abbiamo voluto, commissionato e finanziato proprio per mettere le persone vittime al centro e per capire dove abbiamo sbagliato e cosa possiamo fare per correggerci, perché ogni abuso, di qualsiasi tipo, è in totale contraddizione con il Vangelo». La situazione della diocesi di cui monsignor De Raemy è amministratore è la più controversa: infatti è proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”. Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. «Una dichiarazione – spiega Vanessa Bignasca – che rende impossibile capire che cosa ci fosse davvero in quei cassetti». Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna» (art 489.2). Una norma che certo non agevola la trasparenza. «Di questi documenti si dovrebbe comunque conservare un breve sommario con il testo della sentenza definitiva, disposizione che nella diocesi di Lugano non è stata osservata», sottolinea Bignasca.

    Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report –  verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenza piuttosto una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».

    La posizione geografia e la storia recente del Ticino (fino al 1884 le parrocchie dipendevano dalle diocesi di Milano e Como) lo rendono per molti versi più vicino alla consuetudine omertosa dell’Italia che ai tentativi di chiarezza portati avanti negli altri cantoni. La frontiera fra i due paesi poi, è blindata per i migranti ma è quanto mai porosa quando si tratta di sacerdoti con un passato poco presentabile, come testimonia la storia di don Italo Casiraghi. Ex parroco di Gordola, vicino a Locarno, viene arrestato dalla polizia nel 2004 con l’accusa di «atti sessuali con fanciulli e molestie sessuali» e condannato l’anno seguente a sei mesi con la condizionale, ma nel 2012 viene ritrovato dal presidente della Rete l’Abuso Francesco Zanardi mentre dice messa a Pietra Ligure, in provincia di Savona. Il trasferimento da una parrocchia all’altra dei preti pedofili, pratica usata abitualmente dai vescovi per far sparire temporaneamente i sacerdoti con denunce (ma anche con condanne penali) non ha evidentemente confini.

    Molto resta ancora da capire per avere un quadro completo della realtà, come sottolineano gli stessi redattori del report. Restano per esempio da indagare l’associazionismo cattolico, i gruppi giovanili, a partire dagli scout, e da approfondire la gestione delle numerose scuole e collegi cattolici. «L’orrore della chiesa è che gli abusatori vengono coperti dai loro superiori. Non c’è mai stato un preside che abbia protetto un insegnante responsabile di reati di questo tipo, mentre nel caso della chiesa cattolica è stata l’istituzione stessa a insabbiare», conclude Falcioni. «I vescovi svizzeri hanno avuto coraggio a chiedere un’indagine indipendente, ma all’interno della chiesa è più che mai necessario un cambiamento radicale».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/vaticano-studio-svizzero-abusi-t5rexl7d

  • Ordinata un’indagine sugli insabbiamenti degli abusi sessuali da parte della Chiesa cattolica in Svizzera

    Ordinata un’indagine sugli insabbiamenti degli abusi sessuali da parte della Chiesa cattolica in Svizzera

    L’organismo di coordinamento delle diocesi cattoliche in Svizzera ha dichiarato domenica che è stata avviata un’indagine preliminare sulle accuse di insabbiamento di abusi sessuali all’interno della Chiesa.

    La Conferenza episcopale svizzera ha affermato che è stata aperta un’indagine in seguito alle accuse di abusi e di tentativi di coprire gli abusi contro diversi ex membri della conferenza e in servizio, nonché contro altri membri del clero.

    Il comunicato della conferenza è arrivato dopo che il settimanale SonntagsBlick di domenica ha riferito che un ex importante prete aveva accusato in una lettera quattro attuali e due ex vescovi di aver insabbiato casi di abusi sessuali da parte del clero in Svizzera.

    Uno di loro è stato lui stesso accusato di aver molestato sessualmente un ragazzo, riporta il giornale.

    La conferenza ha riconosciuto nella dichiarazione di domenica che una lettera datata fine maggio conteneva accuse riguardanti “la gestione di casi di abusi sessuali”.

    Alcuni di questi nomi “sono accusati essi stessi di aver commesso abusi sessuali in passato”, si legge, sottolineando che “dei casi menzionati nella lettera sono state informate le autorità competenti”.

    La lettera era indirizzata a Martin Krebs, nunzio apostolico in Svizzera, che aveva trasmesso le accuse al dicastero di Roma.

    Il 23 giugno il dicastero ha ordinato un’indagine preliminare e ha nominato il vescovo di Coira Joseph Bonnemain a condurre l’indagine, si legge nella nota.

    L’indagine dovrebbe essere completata entro la fine dell’anno.

    “L’obiettivo principale di questa indagine ecclesiastica preliminare è l’accusa di dissimulazione di casi di abuso”, ha affermato la conferenza.

    Le indagini sul presunto abuso sessuale ricadrebbero principalmente sulla polizia e sui pubblici ministeri, ha spiegato.

    La conferenza ha sottolineato che le sue direttive obbligano i vertici ecclesiastici a sporgere denuncia alle autorità in tutti i casi in cui vi sia il sospetto di crimini sessuali contro minori.

    https://www.thehindu.com/news/international/probe-ordered-into-catholic-church-sex-abuse-cover-ups-in-switzerland/article67292475.ece

  • “Corvo di Venezia”, la deposizione del teologo: “Preti con condotte sessuali poco consone, la diocesi non fa nulla”. Il Patriarcato nega

    “Corvo di Venezia”, la deposizione del teologo: “Preti con condotte sessuali poco consone, la diocesi non fa nulla”. Il Patriarcato nega

    Appena sei giorni dopo la deposizione del patriarca Francesco Moraglia in Tribunale, nel caso del “corvo di Venezia” scoppia un inatteso cortocircuito. Il vescovo pensava di aver chiarito tutto in merito alle accuse false e calunniose di abusi sessuali contro sacerdoti della chiesa lagunare, contenute nei volantini che apparvero in città nel 2019 e che hanno fatto finire sotto processo il milanese Enrico Di Giorgi, 77 anni, ex dirigente di Montedison, e Gianluca Buoninconti, 55 anni, tecnico informatico lombardo. Moraglia aveva ricondotto quelle insinuazioni a una ritorsione infondata per il trasferimento di don Massimiliano D’Antiga dalla parrocchia di San Salvador a San Marco. Si era detto addolorato e ferito per essere stato additato come il pastore che aveva chiuso un occhio, evitando di vedere gli scandali nella comunità ecclesiastica veneziana. Alla fine aveva però dovuto ammettere che un caso di abusi nei confronti di minorenni c’era stato, nella parrocchia dei Carmini, dove un sacerdote si spogliava e faceva spogliare alcuni ragazzini. “Una goliardata”, aveva commentato, parlando di una vicenda isolata ma ammettendo che il sacerdote era stato sospeso dal servizio per cinque anni ed era stato sottoposto a un procedimento penale, concluso con un patteggiamento per adescamento di minori.

    In realtà, però, di casi sospetti ce ne potrebbero essere altri: è la clamorosa novità emersa al termine della giornata di venerdì, quando il promotore di giustizia, don Federico Bertotto, ha raccolto per tre ore la deposizione del professor Alessandro Tamborini. Quest’ultimo è stato il principale accusatore di don D’Antiga, al punto da averne chiesto a suo tempo al Vaticano il trasferimento, prima che il sacerdote fosse ridotto dal Papa allo stato laicale a causa della sua insubordinazione verso il Patriarca. Tamborini (che si firma “Plenipotenziario per le politiche di tutela e promozione del patrimonio storico-artistico, Teologo, Cattedratico e studioso di Scienze Religiose”) ha consegnato a don Bertotto un dossier di 33 pagine, con la ricostruzione di una quarantina di fatti e circostanze riguardanti sia “quattro sacerdoti con comportamenti sessuali poco consoni alle regole della Chiesa”, sia “violazioni dei doveri canonici di attendere al governo della Diocesi e un atteggiamento di inerzia sulle molteplici denunce dello scrivente su varie situazioni diocesane e presbiteri sin dal 2014”. Un doppio attacco, alla moralità della Chiesa veneziana e al Patriarca. Paradossalmente sono le stesse accuse contenute nei volantini anonimi del Corvo, la cui paternità diffamatoria è stata attribuita dalla Procura a Di Giorgi e Buoninconti, con un ispiratore rimasto nell’ombra.

    Tamborini, accompagnato dall’avvocato Sara Franchini, ha riferito anche di aver scoperto che un paio di sacerdoti veneziani frequentano l’app Grindr, alla ricerca di incontri occasionali a sfondo sessuale con uomini. Le presunte prove sarebbero contenute nelle pagine del dossier, che darebbero una certa sostanza alle accuse del Corvo, da cui tuttavia Tamborini si è sentito diffamato. Dopo che i giornali locali hanno riferito della deposizione, il Patriarcato ha diffuso un comunicato stampa. Spiega che Tamborini era già stato ascoltato (presente il vicario generale Angelo Pagan) il 14 settembre 2022. A uno scritto successivo di sintesi, “che per la gran parte riprendeva tematiche oggetto del colloquio e che avevano già ricevuto esaustiva spiegazione da parte del Patriarca, è stato dettagliatamente risposto il successivo 4 ottobre“. Il Patriarcato nega di aver trovato in altre mail “segnalazioni di comportamenti sessuali poco consoni alle regole della Chiesa”, ma afferma di aver “ritenuto utile acquisire in modo formale ciò che egli (Tamborini, ndr) diceva di voler riferire circa condotte e comportamenti” attraverso il promotore di giustizia. E nel merito? “Da un primo esame emerge come, in gran parte, si tratta della ripetizione ordinata di questioni già segnalate e debitamente valutate in passato. Riguardo ai sacerdoti, si tratta per lo più di segnalazioni già ricevute e valutate. Due di queste sono relative a presbiteri di altre diocesi, non più presenti nel nostro territorio da diversi anni, e che non hanno avuto l’uno incarichi parrocchiali e l’altro alcun incarico in Diocesi. Le altre segnalazioni appaiono più che altro impressioni e considerazioni generiche (…) prive di rilevanza penale-canonica”, sostiene il Patriarcato.

    La replica di Tamborini è feroce. “Nel comunicato del Patriarcato sono contenute menzognere affermazioni e precipue volontà di discreditare, denigrare e diffamare lo scrivente. Ho già dato incarico ai miei legali di formulare denuncia contro le SS.VV. per diffamazione”, scrive. Inoltre, “in relazione a quanto dichiarato circa le “fantasie” attribuite allo scrivente di aver adito le massime autorità Vaticane intese in S.E. il Nunzio Apostolico (monsignor Emil Paul Tscherrin, ndr), massimo rappresentante della Chiesa e del Vaticano nello Stato Italiano, e S.E. il Segretario di Stato Vaticano (il cardinale Pietro Parolin, ndr)… le citerò con rogatoria internazionale come testimoni nel processo in corso sul “corvo””. Poi polemicamente chiede a don Bertotto: “Quale è la sua funzione di promotore di giustizia se un Patriarca e un vicario generale sovrastano i suoi compiti di indagine, emettendo un comunicato stampa solo 24 ore dopo la consegna di un memoriale di quaranta contestazioni e trenta capi di accusa, nel quale negano ogni addebito, dichiarano false le accuse, indicano fatti e circostanze come non inerenti a procedimenti canonici o penali, affermando dunque di aver svolto le indagini, e denigrando e diffamando lo scrivente?”. Per finire, Tamborini chiede la rimozione del Patriarca, che poi era la stessa minaccia pronunciata da D’Antiga, secondo quanto Moraglia ha riferito in Tribunale. Il 25 aprile si celebra la festa di san Marco: per la Chiesa veneziana non poteva esserci vigilia peggiore.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/04/24/corvo-di-venezia-la-deposizione-del-teologo-preti-con-condotte-sessuali-poco-consone-la-chiesa-non-fa-nulla-il-patriarcato-nega/7140627/

  • “Ratzinger fu indagato”. L’indiscrezione della procura di Monaco

    “Ratzinger fu indagato”. L’indiscrezione della procura di Monaco

    Un Papa indagato, ma archiviato. È quanto emerso oggi su Joseph Ratzinger da fonti della procura di Monaco riportate da alcune testate tedesche e dall’agenzia stampa Deutsche Presse-Agentur. Al centro delle indagini, la presunta copertura dell’ex prete poi condannato per abusi, Peter Hullermann proveniente dalla diocesi di Essen e poi trasferito nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga che fu guidata dal futuro Papa tra il 1977 ed il 1982.

    Archiviazione
    Dagli uffici della procura di Monaco si è venuto a sapere che tre importanti personalità della Chiesa bavarese “ancora in vita” erano stati “inseriti come sospetti” durante le indagini e che oltre a Benedetto XVI, vi erano finiti anche il cardinale Friedrich Wetter, suo successore, e monsignor Gerhard Gruber, suo vicario generale. Dall’ufficio del pubblico ministero, però, è emerso che le indagini “in ogni caso non hanno portato a sufficienti sospetti di atti criminali da parte dei responsabili del personale”. Per questo motivo è scattata l’archiviazione.

    L’indagine degli inquirenti si è concentrata sulla mole di documenti prodotta dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl che ha pubblicato il report sugli abusi avvenuti nell’arcidiocesi di Monaco-Frisinga tra il 1945 ed il 2019. Il mandato era stato loro affidato dai vertici dell’arcidiocesi stessa oggi guidata dal cardinale Reinhard Marx. Il lavoro dello studio legale, però, non ha portato a nuove incriminazioni perché, come ha dichiarato in conferenza stampa il procuratore capo Hans Kornprobst, “questi dati sono stati di scarsa utilità per le forze dell’ordine. Non hanno portato a nuovi procedimenti penali, figuriamoci a una condanna”.

    L’altra causa
    Se la procura di Monaco ha ammesso di aver inserito Ratzinger nella lista degli indagati e di aver archiviato la sua posizione avendo appurato l’assenza di azioni criminose da lui commesse, sullo scandalo Hullermann c’è ancora un procedimento in ballo. Il tribunale regionale di Traunstein, infatti, dovrà decidere l’esito della causa civile intentata da una delle vittime dell’ex prete contro – tra gli altri – lo stesso Benedetto XVI. Essendo morto, però, la causa potrebbe continuare e a risponderne potrebbero essere i suoi successori legittimi, ovvero cinque cugini ancora viventi nel caso in cui accetteranno l’eredità del famoso parente. L’archiviazione decisa dalla procura di Monaco, tuttavia, dimostra l’estraneità di responsabilità penali nella condotta di Ratzinger ai tempi in cui rivestiva l’incarico di arcivescovo di Monaco e Frisinga.

    I cugini eredi e il futuro di Gänswein
    L’esistenza di una causa civile ha complicato l’eredità del primo Papa emerito della storia morto alla fine dello scorso anno. I cugini, infatti, accettando la sua eredità potranno entrare in possesso soltanto della sua disponibilità sul conto corrente a lui intestato e dovranno in ogni caso affrontare il procedimento che potrebbe prendere il via a Traunstein.

    Il primo a parlare dell’esistenza dei cinque cugini di Ratzinger è stato domenica scorsa il suo segretario particolare – nonchè esecutore testamentario – monsignor Georg Gänswein. Di lui si parla anche per ciò che riguarda il suo futuro. Nell’ultima udienza, Francesco gli ha comunicato di non aver ancora deciso il suo nuovo incarico dopo che negli ultimi anni, pur rimanendo formalmente prefetto della casa pontificia, l’arcivescovo tedesco si era dedicato esclusivamente all’assistenza di Benedetto XVI. Mentre sembra svanire la possibilità di un suo approdo in Germania alla guida di una diocesi, sembra farsi largo tra i bene informati lo scenario di un suo trasferimento lontano dall’Europa come nunzio apostolico. Questo ruolo veniva dato per certo subito dopo la morte di Benedetto XVI ma le polemiche relative al suo libro scritto con Saverio Gaeta sembravano aver riaperto i giochi. A confermare la voce che vorrebbe Gänswein inviato altrove come nunzio apostolico è anche il portale iberico Religion Digital che avrebbe appreso la notizia di una sua prossima designazione in Costa Rica.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/ratzinger-non-commise-alcun-reato-procura-indag-ed-archivi-2129349.html

  • Lettera aperta dei sopravvissuti neozelandesi a Papa Francesco – SNAP

    Lettera aperta dei sopravvissuti neozelandesi a Papa Francesco – SNAP

    Riceviamo dai colleghi della Nuova Zelanda e pubblichiamo.


    Santità,
    Un caloroso saluto da Aotearoa Nuova Zelanda.

    È con una richiesta urgente che noi, Suoi sopravvissuti agli abusi sessuali su minori da parte di preti e religiosi nella Sua Chiesa ad Aotearoa, in Nuova Zelanda, scriviamo, chiedendo la sua attenzione personale, la sua risposta e il suo intervento.

    Purtroppo, siamo danneggiati proprio dall’ufficio della Chiesa Cattolica istituito per fornire la guarigione, l’Ufficio nazionale della Chiesa Neozelandese per gli standard professionali (NOPS), incaricato di amministrare il processo di riparazione Te Houhanga Rongo – A Path To Healing (APTH), in risposta alle denunce di abuso.

    Purtroppo, da qualche tempo i funzionari del NOPS violano i principi e le procedure stesse dell’APTH nella gestione dei casi di denuncia. In un caso, la direttrice del NOPS ha persino falsificato il rapporto di revisione di un investigatore indipendente. Di conseguenza, ai sopravvissuti agli abusi non solo viene negata la risposta compassionevole ed equa promessa, ma essi stessi vengono nuovamente traumatizzati dallo stesso ufficio incaricato di fornire un percorso di guarigione.

    Ci rivolgiamo a Lei perché pur avendo portato questi fatti all’attenzione delle autorità ecclesiastiche locali già nel novembre 2019, al cardinale John Dew, metropolita della Nuova Zelanda e al suo Nunzio Apostolico in Nuova Zelanda, Novatus Rugambwa, pur avendo fornito chiari esempi delle violazioni dei principi e delle procedure APTH con prove concrete, e scritto anche alla Conferenza Episcopale della Nuova Zelanda, tuttavia, siamo stati sostanzialmente ignorati da un processo che utilizza tattiche come rinvii, negazione e copertura con il pretesto del diritto alla privacy.

    Di conseguenza, i fedeli cattolici neozelandesi stanno vivendo un processo ipocrita di “riparazione” da parte della Chiesa cattolica in Nuova Zelanda. Da un lato, pubblicamente, i vertici della Chiesa locale tendono una “mano aperta alla speranza di guarigione,” dall’altro, a porte chiuse, traumatizzano una seconda volta vittime e sopravvissuti violando le proprie politiche e procedure.

    Pertanto, vengono arrecati ulteriori danni alle persone povere e più vulnerabili che hanno cercato la guarigione, tuttavia, meriterebbero più considerazione!

    Data la mancanza di un percorso di guarigione autentico e onesto nella Chiesa cattolica della Nuova Zelanda, vorremmo chiedere l’intervento di Sua Santità.

    Potrebbe, Santo Padre, dare istruzione alla Conferenza episcopale neozelandese e alla Conferenza dei leader religiosi di Aotearoa, in Nuova Zelanda, di avviare una revisione urgente, indipendente e trasparente di NOPS e APTH senza ulteriori scuse o pretesti?

    Vittime e sopravvissuti agli abusi del clero e dei religiosi nella Chiesa cattolica della Nuova Zelanda vengono feriti e nuovamente traumatizzati dai vertici della Sua Chiesa.

    Ci auguriamo che Sua Santità ascolti il nostro appello e che ci aiuti.

    Distinti saluti,
    SNAP Aotearoa, pp
    Dott. Christopher LONGHURST, S.T.D.
    Direttore di SNAP Aotearoa New Zealand
    – for SNAP Aotearoa Trust Board
    & Executive Leadership Group

    SNAP-letter-to-Pope-Francesco-Sept-2022

  • L’ultima bolla: esce il cardinale Sodano

    L’ultima bolla: esce il cardinale Sodano

    Una scena in “The Two Popes “, il nuovo affascinante film di Netflix, vede Anthony Hopkins nei panni di un Benedetto XVI meditabondo e gentile che ascolta la confessione non richiesta del cardinale Jorge Bergoglio, interpretato da Jonathan Pryce in un abile equilibrio tra modestia e forza intellettuale. L’argentino è andato alla Roma per andare in pensione a 75 anni. Benedetto lo respinge. Il tenero complotto distorce la realtà dell’ambizione ecclesiastica. Bergoglio rivela la sua lotta agonizzante nella Guerra Sporca da giovane provinciale, cercando di proteggere una comunità gesuita divisa dal regime sadico. Poi Benedetto inizia  il suo confessione, riferendosi a “Fr. [Marcial] Maciel” – il famigerato pedofilo e fondatore della Legione di Cristo. A questo punto, il regista Fernando Meirelles interrompe le parole: le espressioni facciali trasmettono il rimorso di Benedict, accelerando la trama oltre gli abusi sessuali del clero.

    Nella vita reale, un’ombra minacciosa per entrambi i papi apparteneva al cardinale Angelo Sodano, originario del Piemonte, nel nord Italia. Sodano era il grande protettore di Maciel e di altri famigerati predatori. Era anche un lealista del dittatore cileno, Augusto Pinochet, durante gli anni ’80 come nunzio apostolico a Santiago. Sodano ha aiutato Maciel a ottenere il sostegno dei ricchi cileni nella creazione di scuole della Legione lì. Nel 1991 papa Giovanni Paolo II, colpito dalle credenziali anticomuniste di Sodano, lo nominò Segretario di Stato vaticano. Per quasi due decenni ha fatto avanzare le carriere della maggior parte degli uomini che divennero vescovi cileni sotto Giovanni Paolo e Benedetto, insieme a molti diplomatici vaticani e funzionari della Curia romana che gli dovevano fedeltà.

    Sodano, 92 anni, è stato il cardinale più potente della chiesa dell’ultima generazione. Il 21 dicembre papa Francesco ha “accettato” le sue dimissioni da decano del Collegio cardinalizio, carica in cui ha praticato la politica machiavellica su scala mozzafiato. Sodano ha ingoiato il suo destino in una foto con un sorridente Francis e uno di quei documenti vaticani con frasi ornamentali quando un omone viene licenziato. Il  motu proprio del papa  (di propria iniziativa) fa un  inchino verbale  a Sodano, «che ringrazio vivamente per l’alto servizio reso al Collegio cardinalizio nei quasi quindici anni del suo mandato». Il documento prevede un termine di cinque anni per i futuri decani, rinnovabile se un papa lo desidera.

    I titoli delle notizie erano scortesi. “Il cardinale contaminato dallo scandalo degli abusi si dimette da preside”, ha  strombazzato Crux . Nel 1998, Sodano ha impedito al cardinale Joseph Ratzinger di perseguire Maciel dopo che otto legionari  hanno presentato un ricorso canonico  presso il tribunale della sua Congregazione per la Dottrina della Fede. Maciel è stato destituito dal ministero nel 2005 dopo che Ratzinger è diventato Benedetto XVI.

    Su Sodano, l’  Irish Times  è stato più duro: “Il cardinale (92) che ‘cercò un accordo’ per seppellire i documenti di abusi sessuali si dimette ” . Secondo la giornalista veterana di religione Patsy McGarry, quando l’ex presidente dell’Irlanda, Mary McAleese, si è recata a Roma in Nel 2003, ha incontrato Sodano che ha cercato di “assicurarsi, tramite lei, l’accordo sul fatto che l’Irlanda non avrebbe tentato di accedere ai documenti della chiesa nelle Commissioni d’inchiesta sulla gestione delle accuse di abusi sessuali da parte del personale”. McAleese, che ha respinto la richiesta, lo ha definito “uno dei momenti più devastanti della mia presidenza”.

    Come un toro che calpesta i valori morali, Sodano ha usato la sua autorità per proteggere i colpevoli, bloccare i riformatori e aiutare i complottisti che cercano di incassare le diocesi americane vendendo proprietà della chiesa, in parte per soddisfare le pretese legali nei casi di abuso. Ciò è stato fatto da suo nipote, Andrea Sodano, un ingegnere edile a Roma, in un programma di acquisto basso, prezzo elevato che prendeva di mira le parrocchie nelle diocesi in difficoltà finanziarie. Il cardinale Sodano ha promosso la collaborazione di Andrea con il vistoso Raffaello Follieri in una  festa di lancio del 2004 a New York. L’attività è fallita nel 2009 quando il suo amministratore delegato Follieri è andato in prigione federale con l’accusa di frode e riciclaggio di denaro. Ha inviato $ 365.000 via filo ad Andrea Sodano a Roma per presunti studi di ingegneria strutturale, secondo i documenti forniti a chi scrive in base a una richiesta del Freedom of Information Act. Al di là della portata di una citazione a Roma, Andrea ha rifiutato di testimoniare. Theodore Cacciopi, l’agente dell’FBI che ha costruito il caso, ha definito Andrea “un co-cospiratore non incriminato”.

    Nepotismo deriva dall’italiano,  nipote,  che significa nipote.

    Al tempo del viaggio di McAleese, anche il cardinale Sodano stava lavorando fianco a fianco con mons. Stanislaw Dziwisz, il più stretto collaboratore di Giovanni Paolo, per bloccare il processo canonico contro Maciel, mentre le malattie neurologiche hanno messo a dura prova il papa.

    Come riportato in NCR nel 2010 , i sacerdoti della Legione hanno fatto generosi doni finanziari a Sodano e Dziwisz, il guardiano per la partecipazione alle messe private nel palazzo apostolico. (Dopo la morte di Giovanni Paolo II, Benedetto nominò cardinale Dziwisz; da allora si è ritirato in Polonia.) I fondi convogliati a quelli e ad altri funzionari della curia erano, come disse un sacerdote, “un modo elegante per dare una tangente”.

    La Legione ha dato a Dziwisz $ 50.000 per assicurarsi un benefattore messicano e i suoi posti in famiglia a una messa papale privata. Dziwisz, che parla raramente con i giornalisti, all’epoca rifiutò la mia richiesta di intervista; così fece Sodano. Il cardinale ha ricevuto doni separati di $ 10.000 e $ 5.000 dalla Legione, secondo due dei suoi ex sacerdoti, che hanno paragonato quei doni alla punta di un iceberg. Alla fine del 2004, cinque mesi prima della morte di Giovanni Paolo II, Ratzinger scappò dal controllo di Sodano e ordinò le indagini su Maciel che sarebbero culminate nel suo licenziamento dopo che il cardinale divenne papa. Anche allora, Sodano si assicurò che il linguaggio del decreto pontificio individuasse la Legione di Cristo per lodare senza una parola di consolazione per le vittime.

    Il 26 dicembre, il Washington Post ha riferito che Sodano era tra i prelati che hanno ricevuto un assegno dall’ex cardinale Theodore McCarrick, uno dei tanti pagamenti che il cardinale caduto in disgrazia ha inviato a dirigenti di chiesa di alto rango responsabili della gestione dei religiosi o della gestione delle accuse di abusi sessuali . Sodano “ha ricevuto $ 19.000 dal 2002 al 2016, i record mostrano”, ha affermato il Post.

    “La Curia è una confraternita”,  ha detto Sodano al New York Times  nel 1992. Nei suoi 16 anni come Segretario di Stato, l’equivalente vaticano di un primo ministro, Sodano ha mantenuto una presa di ferro sulla Curia romana, o burocrazia papale. Ha promosso le carriere di molti diplomatici vaticani che hanno mantenuto la loro lealtà.

    Nel 1995 Giovanni Paolo II taceva sulle accuse di abusi sessuali da parte di ex seminaristi contro il  cardinale Hans Hermann Groër  che si “ritirò” da arcivescovo di Vienna, provocando un enorme scandalo. In una visita a Roma nel 1998, il successore di Groër, il cardinale Christoph Schönborn e diversi vescovi austriaci dissero a Ratzinger di essere “moralmente certi” della colpevolezza di Groër. Sodano voleva il silenzio, nessuna messa in discussione della confraternita che comprendeva cardinali-arcivescovi. All’epoca prevalse. Schöborn, che ha incontrato spesso vittime di abusi,  ha detto ai giornalisti diversi anni dopo  che Sodano “ha detto letteralmente – in faccia – ‘Vittime? Questo è quello che dici!’ ”

    Benedetto condivideva la nozione di fratellanza di Sodano; non gli piaceva vedere le lamentele rese pubbliche. Ha convocato Schönborn a Roma per un incontro del 2010 per appianare le cose, provocando il  titolo di NCR : “La sessione di bacio e trucco non porrà fine al dibattito su Sodano ” .

    La marea stava girando contro Sodano. I sopravvissuti in molti paesi, collegati da Internet, hanno intensificato le richieste di giustizia che hanno incoraggiato redazioni, pubblici ministeri, legislatori e tribunali. Oggi, vescovi e cardinali affrontano pressioni legali che non avrebbero mai nemmeno immaginato, in particolare in Messico e Cile.

    L’incapacità di Benedetto di risolvere la crisi degli abusi si è estesa al suo vacillante controllo della Curia. Quando lo scandalo Vatileaks è esploso nel 2012 e la scoperta che il suo stesso maggiordomo aveva fatto trapelare documenti papali sensibili, Benedetto si è reso conto che non aveva il potere di progettare riforme e ha annunciato il suo storico ritiro.

    Ironia della sorte, Sodano, in qualità di Decano del Collegio cardinalizio, ha svolto un ruolo chiave nel conclave del 2013 a vantaggio del cardinale Bergoglio, che nel 2005 era arrivato secondo dopo Ratzinger alle votazioni. Sebbene a quel punto avesse 84 anni, e ben oltre l’età per votare su 75, Sodano ha controllato l’ordine del giorno delle riunioni cardinalizie per diversi giorni prima che entrassero nella Cappella Sistina per il voto segreto.

    Come ha scritto Robert Mickens in un  pezzo del 2018 per La Croix , “Il padrino del Vaticano”, Sodano ha lavorato in silenzio per spingere i cardinali elettori dietro a Bergoglio.

    “Per circa tre decenni è stato l’uomo in Vaticano che nessuno ha osato attraversare”, ha scritto Mickens. “Anche i papi che ha servito sono stati attenti a ottenere il suo consenso a causa della lealtà che ha comandato a molte persone chiave a tutti i livelli della Curia romana”.

    Forse quel supporto di base è il motivo per cui un papa riformista ha impiegato così tanto tempo, modificando il diritto canonico per ridurre l’immunità de facto della confraternita, per licenziare infine Sodano. Gli eventi in Cile sono stati sicuramente un fattore determinante. Nel 2015, Francesco ha deriso le critiche diffuse in Cile nei confronti del vescovo Juan de la Cruz Barros, che ha nominato prelato di Osorno, nonostante il noto ruolo di Barros come protetto della cerchia ristretta di Fernando Karadima, un pedofilo sospeso dal sacerdozio dopo un Indagine vaticana. Molti anni prima, Sodano come nunzio ha socializzato con Karadima, parroco di una ricca parrocchia frequentata dai funzionari di Pinochet. Sodano ha garantito per Barros come vescovo. Il giorno della sua installazione a Osorno, i  manifestanti hanno pianto, “Barros, vattene dalla città!” Le persone all’interno della chiesa, come si vede nei servizi televisivi, erano indisciplinate, urlando proteste dai banchi. L’idea di Sodano di un’alta confraternita ecclesiale veniva martellata in Cile.

    Dopo aver incontrato tre delle vittime di Karadima a Roma, tra cui Juan Carlos Cruz, una figura nazionale in Cile per il suo attivismo e un avvincente libro di memorie, Francesco ha cambiato idea, ha ordinato un’indagine dall’arcivescovo Charles Scicluna, l’avvocato canonico che ha costruito il caso contro Maciel. Il voluminoso rapporto di Scicluna ha indotto Francesco a dare una svolta ancora più brusca alla sua visione della palude di scandali della chiesa cilena. I 31 vescovi della nazione hanno rassegnato le dimissioni, qualcosa di inaudito nella storia della chiesa moderna. Finora ne ha accettati nove, compreso l’avviso di Barros.

    I vescovi cileni impantanati dagli scandali sono stati un duro colpo per la credibilità di Sodano, dato il suo ruolo nella scelta di molti di loro.

    Angelo Sodano personificava una mentalità fortezza-chiesa che si stava erodendo davanti ai nostri occhi. Il giorno prima che il Vaticano emettesse la dichiarazione del papa su Sodano, l’Associated Press ha riferito che la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio in cui Carinal Ratzinger nel 2001 ha consolidato la responsabilità delle udienze per denigrare i pedofili, aveva trattato 6.000 casi. “A un certo punto Francis si è lamentato del fatto che avesse un arretrato di 2.000 casi”,  ha riferito Nicole Winfield . “Ma la Cdf ora deve far fronte alla globalizzazione dello scandalo che nel 2001 sembrava essere in gran parte confinato al mondo anglofono”.

    È stata una semplice coincidenza che il giorno dell’uscita di Sodano, la Legione di Cristo, di cui ha preso il denaro e di cui ha sostenuto a lungo gli interessi, ha annunciato un’indagine interna per abusi con l’ordine? Che tempismo impeccabile. La Legione ha affermato che 33 sacerdoti e 71 seminaristi hanno abusato sessualmente di minori negli ultimi 80 anni. Maciel ha avuto 60 vittime, ha detto la Legione, cercando di gettarsi in una luce auto-riformante.

    Nel suo nativo Messico, Maciel era una celebrità con un profondo sostegno tra i vescovi della nazione fino a quando la sua reputazione non crollò. Morì nel 2010, a quel punto i suoi tre figli da due donne sono emersi nelle notizie. Mentre i sopravvissuti agli abusi messicani in Messico attaccavano il rapporto della Legione, l’arcivescovo di Monterrey Rogelio Cabrera lo definì “in ritardo, incompleto e sotto una nuvola di sospetto”. Cabrera ha accusato le autorità vaticane di aver difeso Maciel nel corso degli anni con “un insabbiamento criminale molto ampio” e un “silenzio criminale”.

    E così con l’eredità di Sua Eminenza il Cardinale Angelo Sodano.

    https://www.ncronline.org/news/accountability/last-bull-cardinal-sodano-goes-out

  • Sodano, dal Cile al «chiacchiericcio» sui pedofili

    Sodano, dal Cile al «chiacchiericcio» sui pedofili

    Luca Kocci, 29.05.2022 – È morto nella notte del 27 maggio, a 94 anni, il cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato nel pontificato di Giovanni Paolo II. Il suo nome è legato ad alcune delle pagine più nere della storia recente della Chiesa romana: il viaggio nel Cile di Pinochet del papa polacco che si affacciò dal balcone della Moneda insieme al dittatore cileno, la copertura di numerosi preti pedofili, come il fondatore dei Legionari di Cristo Marcial Maciel.

    Nato a Isola d’Asti nel 1927, prete nel 1950, nel 1959 entra nel servizio diplomatico della Santa sede. Nel 1977 viene inviato come nunzio apostolico (ambasciatore) in Cile, dove resta fino al 1988. L’arcivescovo di Santiago Silva Enriquez – dopo qualche tentennamento iniziale – e la chiesa di base cilena sono ostili al regime militare, Sodano sceglie invece la via della collaborazione, difendendo l’istituzione ecclesiastica più che le vittime della
    dittatura e barcamenandosi fra qualche moderata protesta per singoli crimini del regime e inviti alla pacificazione, sostenuti anche da Wojtyla.

    La strategia della distensione culmina nel 1987, quando organizza il viaggio in Cile di Giovanni Paolo II, immortalato dalla storica foto del papa che – con l’inganno secondo alcuni – si ritrova sul balcone della Moneda accanto a Pinochet.

    L’anno successivo Sodano viene richiamato a Roma e dal 1991 ricopre l’incarico di segretario di Stato vaticano, diventando uno dei cardinali più potenti della Curia romana, soprattutto negli anni della malattia di Wojtyla, quando di fatto fa le veci del papa.

    Molti preti e vescovi pedofili devono la propria impunità a lui, che derubricava a «chiacchiericcio» le accuse di abusi sui minori. A dirglielo in faccia fu, fra gli altri, l’allora cardinale arcivescovo di Vienna, Schönborn, che ha recentemente raccontato dei suoi incontri con Sodano in cui gli aveva riferito delle accuse di molte vittime al cardinal Groër, suo predecessore a Vienna, alla fine costretto a dimettersi: «Vittime? Questo è quello che
    dici tu!», lo liquidò Sodano.

    In pensione dal 2006, Sodano ha vissuto gli ultimi anni in un lussuoso attico nel Collegio etiopico, in Vaticano. Fino a poche settimane fa, quando è stato ricoverato per Covid e altre patologie alla clinica Columbus, dove è morto. I funerali si svolgeranno martedì a San Pietro, papa Francesco non celebrerà ma presiederà il rito finale. (luca kocci) – Il Manifesto

  • Abusi in Francia: rapporto Sauvé sotto attacco. Ma i vescovi lo difendono

    Abusi in Francia: rapporto Sauvé sotto attacco. Ma i vescovi lo difendono

    40897 PARIGI-ADISTA. Ha suscitato molte reazioni, in Francia, il documento di 15 pagine con cui otto membri dell’Accademia cattolica di Francia – creata nel 2009 per garantire una migliore visibilità della «produzione intellettuale collegata (…) al cattolicesimo» – hanno attaccato duramente, su un piano metodologico e di contenuti, l’ormai famoso Rapporto Sauvé elaborato dalla Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase; v. Adista Notizie n. 43/21). Il documento, concepito come testo riservato ma diffuso da La Croix e da Le Monde, è stato inviato al presidente dei vescovi francesi mons. Eric de Moulins-Beaufort – anch’egli membro dell’Accademia – e a papa Francesco, tramite il nunzio apostolico in Francia mons. Celestino Migliore; oltre a mettere in dubbio la veridicità delle cifre presentate nel Rapporto – in particolare il numero stimato di 330.000 vittime – esso sfida «la responsabilità sistemica» della Chiesa e lancia un allarme sulle proposte di riforma avanzate dalla Ciase, che andrebbero oltre il ruolo della commissione minacciando la «natura spirituale e sacra» della Chiesa. Benché sia firmato anche dal presidente, dal vicepresidente e dal segretario, non si pone come documento ufficiale dell’Accademia, ma ciò non è bastato ad attenuare reazioni e polemiche inevitabili dal momento che questo testo non fa che formalizzare una protesta capillare espressa soprattutto in ambienti conservatori fin da quando il rapporto Sauvé è stato pubblicato, il 5 ottobre, e che riguarda in gran parte il numero stimato di vittime di abusi sessuali nella Chiesa e il metodo di estrapolazione impiegato per ottenerlo. Ne parlano a più riprese il sito Salon beige, e il mensile La Nef, entrambi di tendenza tradizionalista. Ma il disagio per i dati scomodi del Rapporto serpeggia anche tra alcuni vescovi che tentano di derubricarlo mettendone in dubbio il metodo matematico che ha portato ai dati: «Questo resoconto non è ancora il Quinto Vangelo», contestava su La Croix (27/11) un vescovo anonimo, accusando il lavoro della Ciase di essere «troppo emotivo: ci aspettavamo un rapporto giuridico, non lo è affatto».

    Suor Véronique Margron: il numero di vittime non cambia

    Il carattere sistemico dell’abuso

    Intanto, un primo risultato del documento, immediato, è stato l’annullamento da parte del Vaticano della visita di Jean-Marc Sauvé – presidente della Ciase – e dei membri della Commissione prevista a Roma per il 9 dicembre. Ma non è stato l’unico: a catena, si è registrata una serie di dimissioni dall’Accademia: lo stesso de Moulins-Beaufort, poi suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose francesi (Corref) e Isabelle de Gaulmyn, caporedattrice del quotidiano La Croix per stare ai nomi resi pubblici, oltre ad altri di cui non è nota l’identità.

    Nessuno ritiene il Rapporto Sauvé un testo rivelato, reagisce suor Margron: «Che una critica al rapporto Ciase sia possibile è evidente», afferma su La Croix (27/11): «Tutti possono criticarlo, interpretarlo, porre domande». «È necessario che gli intellettuali si pongano queste domande, ma non in questo tono e, soprattutto, senza dibattito interno. Jean-Marc Sauvé è lui stesso un membro dell’Accademia cattolica e non è stato interpellato, non è possibile!». «La correzione intellettuale e umana occorreva cercarla a monte, perché fosse fruttuosa», commenta Margron. E un incontro per rendere conto della relazione davanti ai colleghi dell’Accademia, il 15 ottobre, è stato annullato a tempo indeterminato, poco dopo che Sauvé lo aveva accettato.

    Véronique Margron deplora «le insinuazioni di questo documento, che implicano che il Rapporto della Ciase vorrebbe danneggiare la Chiesa, e che la Conferenza episcopale e la Corref si sarebbero lasciati ingannare…». Non è difficile, spiega, percepire il carattere sistemico degli abusi nella Chiesa, «non appena ascoltiamo le vittime. Che si parli della proiezione, che si tratti di 200.000 vittime stimate anziché di 300.000 o 400.000, non cambia nulla… La dimensione sistemica è dovuta al fatto che gli aggressori hanno potuto attaccare per trenta, anche quarant’anni, che erano coperti dalla gerarchia, e che a volte anche questa è diventata complice».

    Mons. De Moulins-Beaufort: le decisioni prese a Lourdes sono un servizio alla vita

    Non poteva non intervenire anche il presidente dei vescovi francesi (La Croix 29/11). «È importante capire che non è tanto di fronte alle cifre schiaccianti stabilite dalla Ciase e che alcuni discutono che i vescovi hanno deciso di assumersi la responsabilità istituzionale della Chiesa e di parlare della dimensione sistemica. Queste cifre sono state per noi un’indicazione. È ascoltando le vittime, quelle di cui ha ricevuto la testimonianza la Ciase quelle che abbiamo incontrato, l’una e l’altra, per anni, che abbiamo fatto progressi». «Abbiamo deciso come pastori, responsabili della Chiesa e della sua missione ricevuta da Cristo, di riconoscere senza cautela giuridica o economica la responsabilità della Chiesa, perché il male è stato commesso dai ministri di Cristo e gli esseri umani sono stati colpiti nel profondo della loro corpo, anima e spirito». Un male, riconosce il vescovo, «raddoppiato dalla complessiva incapacità del corpo ecclesiale o della società ecclesiale di individuarlo, comprenderlo, prestargli attenzione, denunciarlo. C’è stato un fallimento dell’istituzione nell’ascolto, nel sostegno e nella protezione dei più giovani e delle vittime»; «Noi vescovi, attraverso le decisioni prese a Lourdes e l’istituzione dell’organismo nazionale indipendente di riconoscimento e riparazione, abbiamo scelto di servire la vita», dopo aver ricevuto le conclusioni della Ciase «per quello che sono: un lavoro che dobbiamo prendere sul serio e che indica possibili percorsi di rinnovamento per la nostra Chiesa».

    De Moulins-Beaufort conclude con una considerazione amara sull’annullamento della visita di Sauvé in Vaticano, del quale si dice «deluso». Ma decide elegantemente di farsi bastare la giustificazione ufficiale data da Roma, a dispetto di quanto ipotizzato dai media sulle motivazioni reali: «La prefettura della Casa Pontificia aveva il dovere di alleggerire il programma del papa al ritorno dal suo viaggio pastorale in Grecia e a Cipro. Mi basta questa spiegazione: il Santo Padre non va in Grecia per visite turistiche e, nella sua vecchiaia, il mio augurio è che Dio lo lasci a lungo ancora lucido, attivo ed esigente con tutti».

    Jean-Marc Sauvé: attendo un Rapporto dell’Accademia cattolica sugli abusi

    «Mi aspettavo attacchi contro il rapporto Ciase e quindi non sono sorpreso», è la reazione di Sauvé, intervistato da La Croix (27/11). «Prevedevo che arrivassero prima, molto forti, in particolare dagli ambienti tradizionalisti. Sono venuti dall’Accademia Cattolica». Anche Sauvé riconosce la legittimità della critica («l’ho scritto nella prefazione»), ma «provo sentimenti di tristezza e persino di dolore, perché io stesso sono membro di questa Accademia. Le regole del giusto processo e della semplice fraternità avrebbero potuto giustificare uno scambio preventivo, se non un contraddittorio. Nulla di ciò che è accaduto è stato elegante o leale, anche se nutro un grande rispetto per i firmatari». Anche il messaggio (segreto) con il quale è stato trasmesso a Roma il documento «è un tessuto di attacchi velenosi accompagnati da un’ingiunzione alla Chiesa di non fare nulla «sia in termini di riparazione morale e risarcitoria, sia in termini di cambiamento di comportamento o di regole, se la verità oggettiva non è stabilita», riferisce Sauvé.

    Si tratta di un’ingiunzione «particolarmente fuori luogo in considerazione delle decisioni già prese dalla Chiesa e della modestia delle argomentazioni di questi membri dell’Accademia. È anche un insulto alle vittime. I firmatari di questo testo hanno agito secondo il peggio di una certa cultura cattolica, vale a dire in segreto, senza contraddittorio e previa segnalazione alle autorità», commenta con amarezza Sauvé. Lo scopo di questa mossa? «Far sì che la Chiesa sfugga a compensi dolorosi, riforme necessarie e di vasta portata. I firmatari di questo testo suggeriscono che il rapporto Ciase è guidato da un’agenda ideologica, che ribalta e distorce completamente le cose. In realtà, è per squalificare le nostre conclusioni irritanti che gli autori cercano di destabilizzare il nostro Rapporto». Tre le vittime del documento dell’Accademia, che Sauvé indica: la Chiesa («attaccata frontalmente perché ha preso decisioni coraggiose creando la Ciase, lasciandole piena libertà, per poi prendere decisioni inedite a novembre»), i sopravvissuti agli abusi («negati, disprezzati e presi in ostaggio nonostante alcune precauzioni retoriche») e il servizio della verità. Infine, la stessa Accademia che sta affrontando un’ondata di dimissioni senza precedenti. A breve, una «confutazione il più completa e precisa possibile del documento dell’Accademia Cattolica», ma anche l’invito all’Accademia «a intraprendere senza indugio, con tutte le garanzie scientifiche richieste, uno studio sulla violenza sessuale nella nostra società e nella Chiesa cattolica in particolare. Aspetto con serenità i suoi risultati»

    https://www.adista.it/articolo/67153?fbclid=IwAR0J7XANUloOsoym9BTjt7vO2YtIH7AcAsQxFyX9TRaN0VItnUtnZOJPbus