Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Un altra testa mitrata cade in Polonia

    Un altra testa mitrata cade in Polonia

    di Vik van Brantegem

    Il Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede N. 415 di oggi, 13 agosto 2020 ha reso noto che il Santo Padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’Arcidiocesi Metropolitana di Gdansk (Polonia) presentata da Mons. Sławoj Leszek Głódź e che ha nominato il Vescovo di Elbląg, Mons. Jacek Jezierski, Amministratore Apostolico sede vacante et ad nutum Sanctae Sedis.

    Nonostante Głódź abbia compiuto 75 anni (nato il 13 agosto 1945), l’età richiesta ai vescovi cattolici romani per presentare al Papa la loro rinuncia, l’accettazione odierna è stata interpretata dagli osservatori come “cacciata”, poiché è molto insolito che il Papa accetti tali dimissioni nel giorno esatto del compleanno di un prelato. Fatto è che le voci su Głódź circolano da moltissimi anni nell’ambiente della Curia romana (negli anni 1981-1991 la lavorato alla Congregazione per le Chiese orientali come capo della sezione della Chiesa bizantino-ucraina e della sezione della Chiesa in Bielorussia di rito bizantino-ruteno) e ne sentì parlare per la prima volta in occasione del Viaggio Apostolico di Papa Giovanni Paolo II in Polonia nel 1991, ma è rimasto sempre un “intoccabile”… fino ad oggi.

    Negli anni che lavorava alla Santa Sede, era sotto sorveglianza dei servizi segreti della Repubblica Popolare di Polonia, che lo consideravano un loro informatore e valutavano le informazioni da lui fornite come preziose [A. Gajcy, T. Krzyzak: L’Arcivescovo Slawoj Leszek Glódź è stato utilizzato dai servizi segreti militari della Repubblica popolare polacca come informatore – rp.pl, 10.06.2018]. Il quel periodo era anche registrato come collaboratore del Servizio di sicurezza della Repubblica Popolare di Polonia con lo pseudonimo di “Guastar” e doveva fornire importanti informazioni sulla politica della Santa Sede nei confronti dei Paesi dell’Europa centrale e orientale. Per anni, Glódź ha fornito ai servizi segreti della Repubblica Popolare di Polonia informazioni su Papa Giovanni Paolo II e sulla sua politica nei confronti del blocco sovietico, secondo i documenti resi disponibili dall’Istituto di Memoria Nazionale della Polonia. Dopo la caduta del comunismo, l’Arcivescovo Metropolita di Gdansk non ha mai fatto i conti con il suo passato [L. Szymowski : un falso amico. Per SB Arcivescovo Leszek Slawoj Glód era un informatore – wiadomosci.wp.pl, 30.09.2018].

    Il 17 marzo 2013, il settimanale polacco Wprost pubblicò un articolo con dei racconti anonimi dal entourage di Glódz, accusandolo di umiliazione e intimidazione di subordinati, mobbing e organizzazione di libagioni alcoliche. Le accuse anonime di sacerdoti contro Glódź erano state trasmesse per la prima volta in un rapporto investigativo trasmesso sul canale TVN24. In quel programma, una dozzina di preti anonimi accusavano Glódź di bullizzare regolarmente i subordinati e di offrire incarichi ecclesiastiche a pagamento, con cui finanziava uno “stile di vita sontuoso”. Umiliazioni pubbliche, linguaggio volgare e offensivo e una cultura della paura erano caratteristiche dell’ambiente nell’Arcidiocesi, hanno denunciato i sacerdoti. Un prete ha persino accusato Glódź di averlo molestato per la sua obesità. “Se metti su un altro chilogrammo, fra un anno ti libererò di te”, gli disse l’arcivescovo, ha riferito il sacerdote. Sebbene le accuse contro Glódź andate in onda su TVN24 fossero anonime, successivamente sedici sacerdoti hanno firmato una lettera rilasciata all’agenzia di stampa polacca PAP e inviata al Nunzio Apostolico in Polonia, l’Arcivescovo Salvatore Pennacchio. La lettera – che include anche accuse di ricatti e intimidazioni – è stata firmata, tra gli altri, dal Professore di filosofia e sacerdote di Varsavia Adam Swiezynski.

    TVN24 ha anche affermato che gli ultimi due nunzi in Polonia erano a conoscenza delle accuse contro Glódź ma si sono rifiutati di intraprendere qualsiasi azione. Il noto giornalista e commentatore cattolico Tomasz Terlikowski aveva definito “scandaloso” il comportamento di Glódź e ha chiesto il suo licenziamento. Terlikowski aveva detto che Glódź potesse essere costretto a dimettersi comunque nei prossimi mesi, quando avrebbe raggiunto l’età di 75 anni, il 13 agosto 2020. Cosa puntualmente avvenuta.

    Da parte sua, l’Arcidiocesi di Danzica aveva negato furiosamente le accuse contro Glódź. In una dichiarazione firmata dai vescovi ausiliari, dal capitolo della cattedrale e dai sacerdoti anziani, l’Arcidiocesi aveva espresso la sua “indignazione” e il “rifiuto” delle accuse, “che non corrispondono alla realtà”. L’Arcidiocesi aveva aggiunto che le iniziali accuse anonime su TVN24 avevano snaturato l’immagine dell’Arcivescovo Glódź, e aveva detto che le notizie non costituivano solo un “complotto contro il capo dell’Arcidiocesi”, ma un “attacco sistematico al clero e ai fedeli dell’Arcidiocesi di Gdansk”.

    Nel maggio 2019 il documentario “ Tylko nie mów nikomu” (Non dirlo a nessuno) sugli abusi sessuali sui minori commessi da preti polacchi pedofili, suscitò un’ondata di indignazione nella cattolicissima Polonia. Realizzato dai fratelli Tomasz e Marek Sekielski, il documentario inizia con la storia di Anna Misiewicz, una donna di 39 anni, che trova il coraggio di affrontare Padre Jan A., un anziano sacerdote che l’ha molestata quando aveva 8 anni. Parlando con il prete carnefice, ha raccolto con una telecamera nascosta la sua testimonianza di quando la toccava, la baciava e la violentava. “Lo so non avrei dovuto, ma ho ceduto ad una stupida passione”, gli ha detto. “Era il diavolo che mi consigliava”. Il documentario è stato visto in Polonia da circa 20 milioni di persone.

    Accusato dal documentario “Non dirlo a nessuno” di aver insabbiato denunce di abusi sessuali nei confronti del prete pedofilo che ha molestato Anna Misiewicz, il 25 giugno 2020 Papa Francesco aveva “commissariato” il Vescovo di Kalisz, Mons. Edward Janiak, affiancando come Amministratore apostolico sede plena l’Arcivescovo Metropolita di Łodz Mons. Grzegorz Rys, in un ruolo non molto frequente che prevede che “il vescovo diocesano collabora, per quanto gli compete, al pieno, libero e sereno espletamento del mandato dell’amministratore apostolico”.

    Nel documentario “Non dirlo a nessuno” Mons. Sławoj Leszek Głódź fu descritto sia indifferenti alle vittime sia elogiando un eminente sacerdote accusato di essere un predatore sessuale. Alla richiesta di commentare il film, disse: “Non guardo niente di vecchio”. Ha poi rilasciato un comunicato che recitava: “Non intendevo offendere le vittime di abusi sessuali con le mie parole, e mi dispiace”. Alcuni ecclesiastici locali chiesero le sue dimissioni.

    Nel 2019, tre manifestanti rovesciarono una statua di Don Henryk Jankowski in seguito alle rivelazioni secondo cui aveva abusato sessualmente di Barbara Borowiecka quando era una ragazza. Jankowski, che fu anche indagato per abuso sessuale di un ragazzo, che fu archiviato nel 2004, era stato dimesso dallo stato clericale nel 2005. Tuttavia, è morto nel 2010 senza essere mai stato condannato per abusi sessuali. È stato anche riconosciuto che il cappellano personale di Lech Wałęsa, Don Franciszek Cybula, era stato accusato di aver commesso atti di abuso sessuale durante il suo servizio. Głódź è elencato tra due dozzine di vescovi polacchi ordinari e in pensione, accusati di proteggere i preti predatori (tra cui Jankowski e Cybula), insabbiando gli abusi sessuali commessi. E Głódź aveva anche presieduto i funerali di Cybula e nel documentario “Non dirlo a nessuno” viene mostrato mentre elogia il noto prete pedofilo Cybula, nonostante fosse a conoscenza dei suoi abusi.

    “Sono così, così felice e sconvolto”, ha detto Barbara Borowiecka all’AP, ricevendo la notizia che Papa Francesco aveva accettato le dimissioni dell’Arcivescovo Głódź. “Non mi sarei mai aspettato questa notizia, mai in un milione di anni”. Negli ultimi due anni aveva inviato diverse email al Vaticano chiedendo la sua rimozione e accusandolo di aver coperto preti predatori e di aver screditato le vittime. Ha notato di aver ricevuto minacce violente per aver osato rendere pubbliche le sue affermazioni, così come il sostegno dei ordinari polacchi.

    Anne Barrett Doyle della risorsa online per gli abusi BishopAccountability ha detto, che la decisione di Papa Francesco di rimuovere Głódź esattamente il giorno del suo compleanno è stata incoraggiante e segnala “la sua forte disapprovazione”. Ma ha aggiunto che Papa Francesco poteva fare di più. “Se è indignato dalle attenzioni dell’Arcivescovo nei confronti dei molestatori, perché non denunciarlo pubblicamente? Perché non licenziarlo esplicitamente piuttosto che dargli la dignità della pensione?”. La vera responsabilità, ha detto, richiederebbe a Głódź di “incorrere in sanzioni proporzionali al dolore che ha causato”.

    Secondo Super Express, Mons. Sławoj Leszek Głódź riceve dal 2004 una pensione militare, a cui ha diritto come Vescovo dell’Ordinariato Militare della Polonia dal 1991 al 2004, con il rango di maggiore generale. Secondo le informazioni del Ministero della Difesa nazionale, la pensione potrebbe variare da 10.000 PLN (circa 2.300 Euro) a 17.000 PLN (circa 3.800 Euro) lordi. Quando ha lasciato l’esercito, avrebbe avuto diritto ad una liquidazione di 250.000 PLN (circa 57.000 Euro). Ora ha diritto a una pensione ecclesiastica mensile di circa 5.000 PLN (circa 1.150 Euro). Inoltre, ha diritto, secondo lo statuto della Conferenza Episcopale Polacca, ad un appartamento con cappella, pagamento delle bollette, una somma forfettaria per i pasti e un’eventuale copertura delle spese mediche.

    Postilla
    Secondo un sondaggio, pubblicato il 1° agosto 2020 dal Centrum Badanja Opinii Społecznej (CBOS), la percentuale di polacchi che critica la Chiesa Cattolica Romana è salita al 39%, mentre la percentuale di coloro che la valutano favorevolmente è scesa al 53%.

    Un altra testa mitrata cade in Polonia

  • Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

    Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

    L’arcivescovo Luigi Ventura, ex nunzio apostolico in Francia (2009-2019), è stato convocato davanti ad un tribunale penale di Parigi per il prossimo 10 novembre per rispondere delle accuse di molestie sessuali nei confronti di diversi giovani. La corte, ha riferito un magistrato a La Croix, non ha ancora ricevuto la conferma da parte del presule.

    L’anno scorso la Santa Sede aveva revocato la sua immunità diplomatica dopo le proteste avanzate da diverse presunte ex vittime, una delle quali era arrivata a manifestare direttamente in piazza san Pietro. Sulla testa del nunzio Ventura pesano diverse denunce da parte di quattro uomini, almeno tre dei quali lo accusano di molestie.

    Negli anni passati, quando la prima denuncia che riguardava molestie a un funzionario del municipio francese arrivò ai giornali, fece molto scalpore. In Vaticano tutti caddero dalle nuvole perché quel prelato non era mai stato chiacchierato, né oggetto di azioni disciplinari.

    Il vescovo settantacinquenne era anche stato ascoltato dalla polizia giudiziaria parigina nell’aprile del 2019 negato sempre i fatti contestati, denunciando l’esistenza di “un complotto”. Ebbe diversi colloqui con le autorità della Santa Sede e allo scadere dei 75 anni ha presentato le sue dimissioni per motivi d’età, tornando a vivere a Roma.

    Intanto però le accuse contro di lui si arricchivano con una denuncia che arrivava dal Canada, risalente a diversi anni prima. In Francia era stato il Comune di Parigi a denunciare i fatti al pubblico ministero, sulla base dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, dopo il racconto di un giovane dirigente comunale che si era lamentato di essere stato palpato durante una cerimonia protocollare presso il Municipio.

    Molestie, ex nunzio in Francia convocato in tribunale a novembre

  • Emanuela Orlandi 36 anni dopo, la telefonata dal Vaticano che non ci fu

    Emanuela Orlandi 36 anni dopo, la telefonata dal Vaticano che non ci fu

    Emanuela Orlandi. Il mistero continua. La trappola era pronta a scattare.

    Pronta anche a rilanciare in campo le “fazioni vaticane” di Marco Fassoni Accetti e annessi e connessi, “codici” compresi, ma la banda Bassotti ha sbagliato i conti, li ha fatti senza l’oste.

    Perciò è scivolata malamente sulla buccia di banana di una telefonata che non può esserci stata.

    Come è noto, monsignor Carlo Maria Viganò – ex nunzio apostolico negli Usa, cioè ex ambasciatore vaticano a Washington – ha rilasciato un’intervista “sensazionale” al giornalista Aldo Maria Valli, vaticanista di lungo corso.

    Nell’intevista il prelato afferma che la sera del giorno della scomparsa di Emanuela Orlandi, 22 giugno ’83, rivecette nel suo ufficio alla Segreteria di Stato una telefonata del direttore della sala stampa vaticana Romeo Panciroli. Costui, attorno alle ore 20, lo avrebbe avvertito di avere appena ricevuto una telefonata “dei rapitori”.

    Panciroli era in Polonia

    Ma Panciroli era in Polonia, per l’esattezza a Cracovia, con Papa Wojtyla, NON in Vaticano. Senza contare che la sala stampa era chiusa da sei ore perché il suo orario di lavoro finiva alle 14 (oggi alle 15).

    Per cercare di mettere una toppa al clamoroso e indecoroso buco, Pietro Orlandi su Facebook non tiene in nessun conto l’orario di lavoro della sala stampa, chiusa da sei ore. E insiste a spiegare che la telefonata ci fu, cioè che Panciroli telefonò davvero a Viganò. Ma dalla Polonia e non dal Vaticano.

    Ma i telefonini non esistevano, e nemmeno la teleselezione internazionale con i Paesi dell’Est, Infatti tale ipotetica telefonata potrebbe essere stata fatta solo con i telefoni fissi. E solo se all’epoca fosse già esistente la teleselezione.

    C’’è però un problema, insuperabile anche questo. Nell’83 la Polonia era un Paese comunista del blocco del Patto di Varsavia, blocco e Patto contrapposti alla NATO. Era cioè un Paese satellite dell’Unione Sovietica (URSS), realtà contro la quale il Papa polacco Wojtyla si batteva con tutte le sue forze.

    Solo con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, formalizzata il 26 dicembre 1991, ben otto anni e mezzo DOPO la scomparsa di Emanuela, è stato possibile allacciare linee telefoniche dirette dall’Europa all’ex URSS e annessi ex Paesi satelliti, Polonia compresa.

    Come ho già scritto anche in un mio libro, ad accompagnare Wojtyla in quel viaggio in Polonia c’era tra gli altri – per sfortuna dei bugiardi e degli smemorati – anche il suo e mio amico polacco Jacek Palkiewicz, che a quell’epoca viveva a Bassano del Grappa, Italia. E Jacek è categorico:

    “Ho cominciato a poter telefonare in Polonia in teleselezione, cioè senza passare per i centralini internazionali, solo nel 1992, un anno dopo il crollo dell’Unione Sovietica”.

    Jacek ricorda male? Tutti possiamo sbagliare, non solo Viganò. Ma dato il suo mestiere, addestratore di corsi di sopravvivenza anche per cosmonauti ed esploratore indomito, Jacek dovrebbe essere dotato di buona memoria. Vedremo.

    Telefonate complicate

    Anche a voler credere che – pur essendo chiusa da sei ore – qualcuno abbia ricevuto la telefonata in sala stampa e telefonato dal Vaticano a Cracovia per avvertire Panciroli. E che questi abbia a sua volta telefonato a Viganò. Si tratta di (ipotetiche) telefonate che devono necessariamente essere passate per i centralini internazionali.

    I quali non ti davano certo la linea in tempo immediato…. Anche perché i telefoni utilizzati da Wojtyla e dal suo seguito in Polonia erano ovviamente controllatissimi dai servizi segreti polacchi e sovietici. Per l’URSS il polacco Wojtyla era un pericoloso sovversivo.

    Infine un altro problema: il centralino internazionale la chiamata la smistava su un telefono fisso, in questo caso di albergo o sede religiosa, ma certamente né Panciroli né gli altri passavano le 24 ore della giornata fermi davanti al telefono fisso, anche perché oltretutto ce n’era più d’uno.

    Chi riceveva la telefonata doveva andare a cercare Panciroli o chi per lui, e così, ammesso che sapesse dov’era e riuscisse quindi a trovarlo, passava altro tempo.

    CONCLUSIONE: il racconto di Viganò non sta in piedi da qualunque punto lo si analizzi. Ma facciamo finta di nulla e procediamo.

    L’intervista del prelato si conclude con una ben precisa domanda e una ancor più precisa risposta.

    La domanda:

    “Lei pensa che il cardinale Casaroli condusse una sua trattativa riservata, al di là di quanto si è saputo?”.

    La risposta:

    “Non ne ho idea. Ma su questo punto potrebbe sapere qualcosa monsignor Pier Luigi Celata, che era il suo segretario di fiducia”.

    In cauda venenum

    Il motto latino “in cauda stat venenum” a volte ci azzecca. Anche questa volta, si direbbe. Il cardinale Agostino Casaroli all’epoca era il Segretario di Stato del Vaticano. Viganò nella sua intervista sostiene che “i rapitori” al telefono hanno più volte chiesto del Segretario.

    Specificando che avrebbero trattato solo con lui. Telefonate che NON risultano da nessuna parte. Tralasciamo anche qui? No, non tralasciamo affatto. Proprio la circostanza che non risultano da nessuna parte rende ancora più ghiotta la testimonianza del segretario di fiducia di Casaroli, cioè di monsignor Pier Luigi Celata.

    Testimonianza desiderata e auspicata con nonchalance .

    Come ha più volte spiegato Marco Accetti, il fotografo romano autoaccusatosi inutilmente nel 2013 del “rapimento consenziente” di Emanuela,

    “Celata fu mio direttore e confessore nel collegio San Giuseppe De Merode”.

    Se fosse passata la storiella raccontata da Viganò a Valli era pronto a scattare anche il resto. E cioè che Piazza Borromini e la casa di moda delle sorelle Fontana, due luoghi emersi come  possibili tracce di Emanuela all’inizio delle indagini,  sono indicazioni simboliche e precisi riferimenti.

    Per le sorelle Fontana, Accetti nelle sue “rivelazioni” ai magistrati ha detto che, guarda caso,  sono “un riferimento a monsignor Pierluigi Celata, direttore del collegio San Giuseppe De Merode, la scuola da me frequentata che si trova a fianco del loro atelier”.

    Accetti ai magistrati ha addirittura fatto notare che “non a caso uno dei primi due telefonisti a casa Orlandi (tre chiamate il 25 e 26 giugno 1983) si qualificò proprio con il nome di Pierluigi”, nome di battesimo di Celata.

    Sempre secondo le “rivelazioni” di Accetti, il riferimento a Piazza Borromini sarebbe invece da collegare a Francesco Pazienza, il chiacchieratissimo ex capo del Super SISMI, ramo molto particolare dei servizi militari italiani di quei tempi.

    I giornali e la tv rilanciano

    Per fortuna siamo riusciti a scongiurare nuove tracimazioni e tsunami di “verità risolutive” più false di Giuda. Ma le televisioni e i giornali che hanno rilanciato le affermazioni fatte da Viganò a Valli fanno finta di nulla.

    L’opinone pubblica resterà quindi ingannata nella sua stragrande maggior parte. E così il Mistero Orlandi Show potrà continuare. Altri 36 anni…

    https://www.blitzquotidiano.it/opinioni/nicotri-opinioni/emanuela-orlandi-telefonata-dal-vaticano-3205477/?fbclid=IwAR3ACx5LXdJv1HFjRVgUIgzLQKG_aiHNQnEqWbadjfnMH2hIXM4_81jBLq4

  • «Giovanni Paolo II ha coperto un pedofilo», l’accusa di una delle vittime di padre Maciel

    «Giovanni Paolo II ha coperto un pedofilo», l’accusa di una delle vittime di padre Maciel

    Città del Vaticano – Nel giorno del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II una delle prime vittime di padre Marcial Maciel Degollado – forse il più grande criminale della Chiesa in epoca moderna – torna puntare il dito sul pontefice polacco. A suo parere non ci sono dubbi che Wojtyla era a conoscenza dei crimini aberranti di questo pedofilo, fondatore dei Legionari di Cristo, super protetto in Vaticano tanto da non essere mai sottoposto ad alcun processo nè punito dalla Congregazione della Fede benchè su di lui vi fosse un corposo fascicolo di reati commessi tra il Messico, l’Italia, la Spagna e la Francia.

    Josè Barba Martin dal Messico fa sapere a metà degli anni Novanta assieme ad un gruppo di vittime pubblicò una letttera aperta su un giornale messicano molto letto, Milenio.  La lettera naturalmente sollevò un putiferio incredibile in tutta l’America Latina. La missiva elencava i crimini di Maciel, circostanziandoli con prove e date e portava la firma di altri sette ex legionari. Le vittime a questo punto contattarono anche l’allora nunzio apostolico in Messico, monsignor Justo Mullor Garcia.

    La stessa lettera, nel frattempo, fu inviata a tutti i vescovi messicani. Maciel Macial Degollado in Messico all’epoca era una potenza. Non solo era il fondatore di un ordine religioso ricchissimo che controllava università, scuole e istituzioni, ma aveva anche accesso ai vertici istituzionali, aveva rapporti con la Cia e tanti imprenditori influenti.

    «Nessuno ci diede mai risposta. Fummo ignorati. Io personalmente sono convinto che Giovanni Paolo II e specialmente il cardinale Ratzinger, divenuto Papa Benedetto XVI sapevano bene della colpevolezza di Maciel».

    Intanto le vittime, l’anno successivo, nel 1998 si recarono dal giudice ecclesiastico a Città del Messico, Antonio Roqueni Ornelas per inoltrare una denuncia formale a Roma, al Sant’Uffizio, tramite l’avvocata rotale Marta Vegan. La denuncia fu presentata direttamente nelle mani di monsignor Gianfranco Girotti che all’ora lavorava con il cardinale Ratzinger.

    Nel frattempo il nunzio Mullor Garcia proprio per avere dato appoggio alle vittime di Maciel subiva all’interno del Vaticano un ostracismo senza pari, persino dai vertici della Segreteria di Stato, fino alla sua totale emarginazione. Prima di morire (per una malattia) l’ex nunzio disse che era contento di avere agito sempre in coscienza e con il Vangelo in mano.

    Il postulatore della causa di beatificazione e poi di canonizzazione, monsignor Slavomir Oder ritiene, invece, che San Giovanni Paolo II non sapesse come stavano le cose. «Non ha coperto mai nessun pedofilo e se avesse saputo che era pedofilo non gli avrebbe dato alcuna copertura. E’ chiaro però che tante cose ora ci sfuggono perchè non essendo stati testimoni presenti dei fatti è difficile fare valutazioni a posteriori. Posso dire che Giovanni Paolo II aveva una esperienza diretta sul discredito che in Polonia, sotto il regime comunista, veniva gettato continuamente sui preti polacchi. I servizi segreti costruivano dossier per accusarli di cose orribili. Wojtyla conosceva che erano accuse false e montate. Finchè quindi non si trattava di una prova evidente e rimaneva un margine di dubbio egli pensava che poteva essere il frutto di una manipolazione ingiusta».

    Una domanda analoga, sebbene stavolta generica, è stata sottoposta recentemente a Papa Francesco dal giornalista spagnolo Jordi Evole in una lunga intervista. Bergoglio ha spiegato che «la verità del Vangelo ha un valore senza tempo, ma gli abusi sessuali all’interno della Chiesa sono giudicati secondo una ermeneutica dell’epoca». Come dire che in questo campo il problema deve essere contestualizzato storicamente. In ogni caso tanti dubbi restano sul terreno.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_papa_wojtyla_giovanni_paolo_ii_maciel_degollado_legionari_vittime_abusi-5234751.html

  • Collaborazione senza pregiudizi e divisioni verso un unico obbiettivo, che unisce razze, pensieri e scelte personali

    Collaborazione senza pregiudizi e divisioni verso un unico obbiettivo, che unisce razze, pensieri e scelte personali

    Oggi, ho ricevuto presso la sede della Rete l’ABUSO Jan Rozek, un ex Giudice del tribunale ecclesiastico di Brno, Repubblica Ceca e il prof. Petr Zivny venuti in Italia per parlare espressamente con me, per raccontarmi la loro esperienza, sopratutto per trovare una soluzione.

    Qui la sua storia di Jan, sintetizzata in una lettera a Padre Hans Zollner che mi ha autorizzato a pubblicare, fatene tesoro.

    Zanardi


    19-03-2019

    Stimatissimo Padre Hans Zollner,

                                                            in vista del nostro colloquio, le riassumo qui, se riuscisse a trovare il tempo di leggere, alcuni punti della vicenda che mi riguarda. E che ha portato, dopo sei anni di lavoro nel Tribunale Ecclesiastico di Brno, Repubblica Ceca, di cui gli ultimi 3 come Giudice, al mio improvviso licenziamento. Unico motivo, aver aperto, con tutte le indispensabili cautele del caso, un sito per aiutare le vittime di abusi pedofili.

    Il sito è a questo indirizzo: www.procistoucirkev.cz

    Se vuole, con la traduzione automatica dei siti offerta da Google all’apertura, può, anche se in traduzione sommaria, leggerlo. E rendersi conto che è fatto unicamente con l’intenzione di aiutare le vittime, proteggerle, secondo le indicazioni dettate con insistenza da Padre Francesco, che ha seguito la strada aperta da Papa benedetto XVI, e dalla Chiesa

    Il vescovo di Brno, Monsignor Cikrle, ha scritto nella sua dichiarazione come motivo della mia rimozione dall’ufficio di Giudice del Tribunale Ecclesiastico di Brno:

    “In relazione alle Sue attività private e in seguito alla dichiarazione del Segretario generale della ČBK (Conferenza Episcopale ceca) del 6.2.2019, riguardante la Sua attività pubblica, quando è diventato evidente che non ha i prerequisiti necessari per l’ufficio di Giudice, ha perso la buona reputazione (cfr CIC 1421, 3) e non ha mantenuto il giuramento fatto, in base a 184 §1 e 149 § 1 CIC, con effetto dal 15 febbraio 2019, la depongo dall’ufficio di Giudice del Tribunale diocesano di Brno. “

    Il Vescovo Cikrle fa riferimento alla dichiarazione del Segretario Generale del ČBK Stanislav Přibyl, datata 6 febbraio 2019, che dice: “Recentemente sui media sono apparse informazioni sul lancio del sito web di Jan Rozek (www.procistoucirkev.cz), il cui scopo è di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte di “dignitari ecclesiastici” (NdR: In realtà non ho usato questo termine). A nome della Conferenza episcopale ceca, vorrei dire che si tratta di un’iniziativa privata del sig. Rozek e raccomandiamo  di non cercare aiuto attraverso i contatti su questo sito“.

    Siccome non ho svolto altre attività se non la creazione di questo sito, è chiaro che il vescovo parla di questo servizio.

    Prima di lanciare il sito, io ero molto desideroso di ottenere la benedizione e la comprensione dei superiori. Il 2 gennaio, ho pregato il segretariato del cardinale Duka di farmi avere un appuntamento con lui, e l’ho fatto usando lo stesso canale di comunicazione con il quale io e il Cardinale avevamo comunicato per un anno con l’obiettivo di fare causa contro lo spettacolo teatrale blasfemo diffuso nella Repubblica Ceca del regista Frlić. Ho inviato varie e-mail, che contenevano sia la visualizzazione del sito web che file di testo che descrivevano come avrebbe funzionato il servizio di aiuto alle vittime.

    Ho costruito l’intero servizio e il sito web insieme a esperti seguendo le raccomandazioni al riguardo date da Papa Francesco, le dichiarazioni di monsignor Charles Scicluna e di Padre Hans Zollner. Nel sito sono disponibili documenti magisteriali e di esperti tratti dal sito web della Santa Sede e delle Conferenze episcopali che trattano questi temi.

    Poiché il servizio è stato concepito unicamente come un servizio alla Chiesa, il nostro sforzo è stato quello di fare tutto all’interno della Chiesa, lontano dai media, ma allo stesso tempo indipendentemente dall’Ordinario del luogo. Il 7 gennaio 2019 ho scritto anche al Nunzio Apostolico in Repubblica Ceca.

    Successivamente ho discusso del web e del nostro servizio con il vicario del Tribunale ecclesiastico di Brno, Monsignor Orlita. Lui, dopo una discussione di quattro ore a Roma, ha concesso che potevo aprire il sito, ma solo a condizione che lui o il vescovo potessero decidere quali erano i casi di cui mi potevo occupare: gli altri dovevo ignorarli. Una condizione che, secondo coscienza, non potevo accettare. Dal momento che la conversazione era personale, non ho prove di questo. Tuttavia, potrei parlare di altri fatti per i quali ho prove.

    Poiché il Cardinale Duka e il Nunzio non mi hanno mai risposto, sono stato costretto ad aprire il sito anche senza la loro approvazione. Subito dopo ho scritto a tutti i vescovi diocesani e li ho pregati di incontrarmi. Senza ottenere risposta da nessuno.

    Paradossalmente, il 5 febbraio il Cardinale mi ha ringraziato per il lavoro compiuto su sua richiesta fino ad allora nell’aiutarlo nella denuncia per lo spettacolo blasfemo di cui le dicevo sopra, e il giorno dopo, il 6 febbraio, l’intera CBK (la Conferenza episcopale ceca) si è opposta a me e al sito senza interrogarmi. La Chiesa del paese ha poi lanciato ripetutamente e su larga scala una campagna infamante contro la mia persona in tutti i media cattolici (giornali cattolici, televisione e radio, Acta curiae, ecc.) Tra l’altro proprio l’anno scorso avevo ricevuto anche un’onorificenza per il lavoro svolto nel Tribunale ecclesiastico di Brno.

    L’atteggiamento della Chiesa nel nostro paese è illustrata da dichiarazioni dei nostri vescovi. Il Cardinale ha detto che sugli abusi su minori nella Chiesa c’è una attenzione spropositata, che c’è un po’ di isteria al riguardo, e che abbiamo avuto solo 10 casi di abusi nel nostro paese in 30 anni: cosa che proprio il Cardinale, in quanto membro dell’Ordine Domenicano, sa che è falso.

    Sulle pagine del Vescovado di Ceske Budejovice è stato pubblicato un articolo che, secondo quanto unanimemente percepito dall’opinione pubblica, deride le vittime. Il vescovo locale Monsignor Kročil in realtà ha coperto gli autori di abusi per diversi anni e non è intervenuto fino a che la Santa Sede ha iniziato ad affrontare il problema all’inizio di quest’anno.

    Il Cardinale Duka, attraverso il suo avvocato, mi ha recentemente fatto pervenire anche una lettera di denuncia dove mi minaccia e precisa che, dopo il 25 marzo 2019, verrò accusato per le mie attività. Un tentativo di farci tacere.

    Come sa, prima di parlare con lei, Padre Zollner, ho avuto un colloquio con Monsignor Charles Scicluna, che era già parzialmente informato del caso e gli ho esposto tutte le nostre attività: lui non ha trovato nulla di male che io possa aver fatto e che possa aver danneggiato la mia reputazione di Giudice del Tribunale ecclesiastico. Reputazione che ora è stata infangata, compromettendo in Repubblica ceca ogni mio lavoro in difesa delle vittime e al servizio della Chiesa

    Con grande stima

    Jan Rozek

  • Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    Pedofilia, la madre di una vittima: “Importante la svolta del Papa, ma aspettiamo ancora giustizia dalla Chiesa”

    di SANDRO DE RICCARDIS

    “Più di un anno fa abbiamo ricevuto una lettera della Nunziatura apostolica che ci informava che il Papa era stato informato della nostra vicenda, e che a tempo debito saremmo stati informati sull’esito dell’inchiesta in Vaticano. Ma da allora non abbiamo saputo più niente. A questo punto, cadendo il segreto pontificio, intendiamo sicuramente chiedere notizie sull’inchiesta”. Cristina Balestrini è la madre di Alessandro Battaglia, il ragazzo, oggi ventitreenne, che nel 2011 da adolescente venne abusato da don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano, nel Milanese, condannato a sei anni e quattro mesi nel settembre di un anno fa. Con la richiesta in Vaticano la famiglia di Alessandro intende capire a che punto è il processo canonico, e puntano il dito sull’attuale arcivescovo di Milano, Mario Delpini, che da vicario episcopale, dopo essere stato informato dal parroco di Rozzano sugli abusi di don Galli, non denunciò il sacerdote ma lo trasferì in un altro oratorio, a Legnano.

    Signora Balestrini, cosa si sa del processo canonico sugli abusi subiti da suo figlio?
    “Sappiamo per certo che è stato aperto un procedimento nei confronti di don Mauro Galli, perché siamo stati chiamati anche noi a testimoniare, nel gennaio 2016, e in quella sede avevamo chiesto di essere informati sugli ulteriori sviluppi”.

    Quando c’è stata la vostra prima denuncia?
    “La prima, rivolta al Vaticano, l’abbiamo fatta nel dicembre 2011. L’indagine è stata aperta con un ritardo incredibile, nel 2015, e il processo si è aperto un anno dopo. Non rispettando, con questa tempistica, nemmeno le norme di diritto canonico in vigore allora. Noi abbiamo chiesto più volte, per iscritto, come mai monsignor Delpini, il primo ad essere venuto a conoscenza, già nel 2011, di quello che era successo ad Alessandro, non aveva avviato le procedure canoniche nei confronti di don Galli. Aveva invece deciso di trasferire il prete, lasciandolo ancora a contatto con minori. Le lettere erano indirizzate alla Congregazione per la dottrina della fede e al Papa, e indicavamo monsignor Delpini come la persona che aveva omesso di occuparsi della vicenda. Comunque l’aveva sottovalutata in modo evidente”.

    Cosa avete ottenuto in seguito alle vostre denunce?
    “Abbiamo ricevuto una lettera del Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig che ci informava che avevano preso in considerazione le nostre rimostranze e che, a tempo debito, avrebbero agito. Da allora non ne abbiamo saputo più niente. Per questo ora faremo istanza per avere accesso agli atti del procedimento canonico. La indirizzeremo anche a Papa Francesco”.

    Come giudica questa svolta del Pontefice?
    “Sicuramente è una cosa positiva, ma parziale. Finché non ci sarà l’obbligo di denuncia da parte dei religiosi che vengono a sapere di abusi, praticamente non cambia nulla. Abolire il segreto pontificio è una cosa molto rilevante, perché era uno scoglio enorme. E’ una vittoria parziale, ma che può anche essere inutile, perché nell’atto del Papa non viene specificato cosa succede se dopo le richieste delle vittime, non si ha effettivamente l’accesso agli atti”.

    In questi anni siete entrati in contatti con altre famiglie che hanno vissuto la vostra stessa esperienza?
    “Abbiamo conosciuto l’associazione “Rete l’abuso” e come madre di vittima ho dato la disponibilità a formare un gruppo e siamo in contatto su una chat di Whatsapp in cui ci supportiamo e ci aiutiamo tra mamme. E come famiglia abbiamo partecipato al summit di febbraio a Roma, insieme a tutte le associazioni mondiali di vittime, dove ho avuto modo di conoscere tante storie”.

    Tutte lamentano la mancanza di un’interlocuzione con il Vaticano?
    “Tutti lamentano la mancanza di giustizia, anche se le situazioni sono diverse nei vari stati, perché è importante ricordare che oltre il diritto canonico, c’è quello civile penale, che presenta delle differenze infinite. A noi è andata bene, in primo grado dopo sette anni, per l’Appello non c’è ancora una data. Il sacerdote è ancora un libero cittadino. E’ stato riconosciuto la colpevolezza di don Galli e data credibilità a nostro figlio, ma la verità processuale è ancora fragile”.

    Sapete se il religioso esercita ancora?
    “Noi abbiamo una lettera dell’allora il cardinale Scola che ci ha scritto per comunicarci che era stato sospeso cautelarmente, anche se con sette anni di ritardo. Però non ne abbiamo la certezza, né sappiamo dove sia”.

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/12/20/news/pedofilia_chiesa_rozzano_don_mauro_galli_cristina_balestrini-243918946/amp/?fbclid=IwAR2PErzWG4ymYY1F9SQ-WgGxFwW_Frm_Few1b6ZVZHHQMcZib0cWXwGsQW4

  • La suora denuncia: “Da anni subiamo molestie”. La sua Congregazione la espelle

    La suora denuncia: “Da anni subiamo molestie”. La sua Congregazione la espelle

    Suor Lucy Kalappura è da mesi al centro delle cronache in India. Accusa un vescovo (che viene rinviato a giudizio) di presunti abusi. La Congregazione e il Vaticano l’allontanano: ha avuto comportamenti non conformi alle regole dell’ordine

    Suor Lucy Kalappura, la religiosa “ribelle” del Kerala (India) che ha sostenuto le denunce di una consorella che accusa di stupro l’ormai ex vescovo della diocesi di Jalandhar (in Punjab) Franco Mulakkal, ha annunciato di avere scritto un’autobiografia che presto verrà pubblicata.

    La versione della suora

    «lo sanno tutti, gli abusi sessuali dei sacerdoti verso le suore sono all’ordine del giorno», ha detto al quotidiano Hindustan Times. «Ho iniziato a tenere un diario nel 2004, quando attorno a me, in convento, ci furono i primi episodi di molestie ai danni delle suore. Mi ripromisi di annotare tutti quei gesti orrendi, per non dimenticarne nessuno. Gli abusi nel nostro mondo sono più che noti, ma i colpevoli vengono protetti e continuano ad agire nell’impunità».

    Il processo

    Il processo contro il vescovo Mulakkal, il primo esponente cattolico arrestato in India, è in corso in Kerala: per ottenerne l’arresto e il rinvio a giudizio, nel settembre del 2018, l’accusatrice, e le quattro consorelle che la affiancano, tra cui suor Lucy, hanno dovuto manifestare pubblicamente per mesi (Ansa, 3 dicembre).

    La comunicazione del Nunzio

    Suor Lucy, la più combattiva e la più presente sui media, è stata prima richiamata (con la sospensione di tutte le attività che svolgeva in parrocchia) e poi espulsa dalla case delle Clarisse francescane, l’ordine cui appartiene, insieme alle altre consorelle che avevano protestato con lei (Lettera Donna, 4 dicembre).

    A quel punto suor Lucy ha fatto appello alla Pontificia Congregazione per le Chiese orientali contro il suo allontanamento.

    Ma il Vaticano, scrive Adista (18 ottobre), attraverso una comunicazione consegnatale dal Nunzio apostolico, monsignor Giambattista Diquattro, nel mese di agosto ha confermato l’espulsione dalla congregazione «per aver assunto atteggiamenti ritenuti non conformi alle regole dell’ordine»: la pubblicazione di libri, brani musicali e della raccolta di denaro per la loro vendita; oltre all’acquisto e la guida di un’automobile utilizzata proprio per le manifestazioni pubbliche contro mons. Mulakkal.

    Botta e risposta

    Secondo il Vaticano, scrive Asianews (18 ottobre), suor Lucy «non ha fornito spiegazioni soddisfacenti sul suo stile di vita in violazione delle norme della Fcc» che l’aveva ammonita con «giusti avvertimenti canonici».

    «La maggior parte del comunicato è in una lingua che non comprendo. Aspetterò una lettera più chiara da parte delle superiore della congregazione con la comunicazione di eventuali scadenze per un secondo appello», ha dichiarato alla televisione indiana Ndtv suor Lucy.

    Una querelle che sta interessando da mesi la stampa indiana e sta ledendo, non di poco, l’immagine della chiesa cattolica nel Kerala, lo Stato indiano con più cattolici.

    https://it.aleteia.org/2019/12/11/suora-denuncia-da-anni-subiamo-molestie-congregazione-espulsione/

  • «Non ha salvaguardato i minori». Il cardinale Nichols nei guai

    «Non ha salvaguardato i minori». Il cardinale Nichols nei guai

    Una nuova porpora nella tempesta. Si tratta del cardinale Vincent Gerard Nichols, primate di Inghilterra e Galles, da giorni al centro di un nuovo scandalo abusi che vede protagonista la Chiesa cattolica nel Regno Unito.

    I legali di quasi 50 presunte vittime di molestie sessuali, che sarebbero state perpetrate da sacerdoti cattolici infedeli, hanno pubblicato una lettera sul settimanale The Tablet, nella quale chiedono le dimissioni dell’arcivescovo di Westminster. “Avendo fallito nei suoi ruoli di leadership sia a Birmingham che a Westminster, in futuro non potrà guidare in modo credibile la Chiesa cattolica su questi temi. I problemi sistemici nella Chiesa cattolica in relazione alla salvaguardia non possono essere risolti da un singolo individuo. Ma la Chiesa ha bisogno di leader che chiedano rispetto su questi temi. Il cardinale Nichols non lo è. È chiaro per noi e per quelli che rappresentiamo che è giunto il momento per lui di dimettersi”. Con queste parole, gli avvocati Richard Scorer e David Enright hanno invocato pubblicamente il passo indietro del porporato britannico, il cui nome è finito nel rapporto dell’Indagine indipendente sugli abusi sessuali su minori (IICSA), annunciata nel 2014 dall’allora segretario agli Interni, Theresa May.

    Il primate d’Inghilterra e Galles è stato ascoltato la scorsa settimana dal team d’inchiesta che sta esaminando 134 casi di abusi. La Commissione ha indagato anche su fatti avvenuti nell’arcidiocesi di Birmingham di cui Nichols fu titolare dal 2000 al 2009: nel mirino è finito il modo in cui i vertici ecclesiastici locali hanno gestito il potenziale rischio molestie per i bambini. Uno dei casi su cui si è concentrata l’indagine è quello di padre John Tolkien, figlio dell’autore de “Il Signore degli Anelli” e scomparso nel 2003 senza condanne penali ma più volte accusato di molestie a partire dagli anni Novanta. I due episodi di molestie sarebbero avvenuti nel 1957 nella zona di Sparkhill a Birmingham e la presunta vittima, Christopher Rooney, li aveva denunciati per la prima volta nel 1993 all’allora arcivescovo Maurice Couve de Murville (1929-2007). Rooney, che nel frattempo aveva cambiato nome in Carrie e scritto un libro sulla sua vicenda, avrebbe ripetuto l’accusa nel 2000 a Nichols, succeduto a Couve de Murville nella guida dell’arcidiocesi.

    L’attuale primate avrebbe avviato un’indagine interna sul conto di padre Tolkien, durante la quale sarebbe emersa l’esistenza di una nota risalente al 1968 nella quale si faceva riferimento ad alcuni comportamenti inappropriati avuti dal sacerdote con un gruppo di boyscout. Pur senza alcuna ammissione di responsabilità dell’accusato, l’arcidiocesi aveva così riconosciuto a Rooney un risarcimento extragiudiziale di 15.000 sterline. In questi giorni la vicenda è riemersa e contro il cardinale Nichols è piovuta l’accusa di aver preferito tenere nascosto il contenuto della nota. Davanti alla Commissione, il porporato britannico si è difeso sostenendo che quanto scritto nella nota su padre Tolkien era stato divulgato alla polizia. Al tempo stesso, il presule ha dichiarato di aver agito dando la priorità al “desiderio di risolvere questa richiesta di risarcimento in modo che queste situazioni certamente difficili per il signor Carrie e per la famiglia Tolkien […] potessero essere chiuse”.

    L’IICSA – più che concentrarsi sul caso in sé, per il quale non ci sono state condanne penali – ha posato la sua lente sul comportamento tenuto all’epoca dall’arcidiocesi nella salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili in una situazione di potenziale rischio. Nel rapporto viene messo in evidenza che “la nota dimostra che la Chiesa era consapevole del rischio che padre Tolkien rappresentava per i bambini e tuttavia l’arcidiocesi ha fatto pochi o nessun passo per proteggere i bambini da quei rischi”. Lo stesso Nichols non ha negato quest’interpretazione dei fatti durante la sua testimonianza al team d’indagine, affermando che “ciò che è accaduto allora non era giusto; era sbagliato” e dichiarandosi “pentito sinceramente”, oltre a scusarsi per questo.

    Non è solo il periodo a Birmingham a creare più di un grattacapo al porporato britannico, bensì in generale il comportamento da lui tenuto di fronte ai casi di abusi addebitati al clero. Secondo quanto riportato dal Guardian, durante l’audizione all’IICSA, l’avvocato Brian Altman, ex procuratore e principale consulente del team, ha criticato il primate d’Inghilterra per la lentezza nell’attuare le riforme di salvaguardia per le vittime e potenziali tali e per aver ignorato le lamentele di una donna che sosteneva di aver subito molestie da un membro del clero. Dal rapporto sembrerebbe emergere che una vittima – indicata con il nome in codice A710 – avrebbe accusato di molestie il cardinale Cormac Murphy-O’Connor, morto a 85 anni nel 2017. Quest’ultimo, che fu predecessore di Nichols, oltre ad un’inchiesta delle autorità civili poi archiviata, aveva subito anche un’indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Sulle accuse contro Murphy-O’Connor, giudicate infondate già nel 2011 dall’allora prefetto, il cardinale Levada, l’attenzione dell’ex Sant’Uffizio si mantenne almeno fino al 2013. E proprio l’indagine sul porporato inglese scomparso nel 2017 è ritornata d’attualità con il retroscena diffuso dal vaticanista Marco Tosatti – e poi rilanciato successivamente dall’ex nunzio apostolico negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – secondo cui sarebbe stato papa Francesco in persona a chiedere all’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Gerhard Müller, di chiudere il prima possibile l’indagine sull’ex presidente della Conferenza episcopale inglese. Lo stesso Müller avrebbe dato il suo assenso ai responsabili del portale LifeSiteNews a scrivere in una sua intervista che fu il pontefice a chiedere lo stop dell’inchiesta su Murphy-O’Connor.

    La menzione di questa vicenda nel memoriale Viganò è riaffiorata in questi giorni quando, nell’ambito del clamore suscitato dalle conclusioni dell’IICSA, è emersa la testimonianza dei vescovi di Portsmouth e di Northampton ai quali il cardinal Nichols avrebbe suggerito di non fare un intervento pubblico a favore delle vittime di abusi commessi dal clero per non correre il rischio di prestare il fianco ai critici di papa Francesco.

    Durante la sua audizione di fronte alla Commissione, l’attuale arcivescovo di Westminster ha negato questa interpretazione dell’invito fatto ai due vescovi, sostenendo di aver privilegiato la tutela delle vittime e non quella dell’immagine del pontefice. Davanti alle domande incalzanti dell’ex procuratore Altman, il cardinale Nichols ha ammesso che in generale la Chiesa cattolica inglese ha fallito nella gestione dei casi di abusi sessuali e che “le ruote del cambiamento hanno girato lentamente” in questi anni.  Il mea culpa del porporato, però, non è bastato agli avvocati delle vittime, Scorer ed Enright, per i quali “nonostante tutta la retorica, non esiste un approccio unico alla salvaguardia” e “il trattamento dei sopravvissuti è stato costantemente scarso, anche nella diocesi del cardinale Nichols”.

    https://lanuovabq.it/it/non-ha-salvaguardato-i-minori-il-cardinale-nichols-nei-guai

  • Il papa salva il suo ambasciatore in Cile dallo scandalo degli abusi

    Il papa salva il suo ambasciatore in Cile dallo scandalo degli abusi

    Il rappresentante apostolico a Santiago deve affrontare denunce di insabbiamento di abusi sessuali; Francisco lo trasferisce in Portogallo, senza alcun segno di punizione

    Il Vaticano ha detto che la decisione del Papa di trasferire Francisco nunzio apostolico in Portogallo (ambasciatore) in Cile, Ivo Scapolo, accusato di coprire abusi sessuali nel paese latinoamericano.

    Finora, la Chiesa non ha rilasciato dichiarazioni sul fatto che Scapolo sarà soggetto ad alcuna indagine per i casi di cui viene segnalato.

    Juan Carlos Cruz, vittima di abusi su sacerdoti e attivista cileno, ha celebrato il trasferimento di Scapolo su Twitter: “Alla fine lo portano fuori dal Cile”.

    “Uno di quelli che hanno rovinato la Chiesa del Cile parte per il Portogallo, portoghese, occhio con quel demone, discepolo del cardinale Angelo Sodano e malfattore, uno in meno in Cile”, ha twittato.

    Il cardinale 66enne, che rappresentava anche il Papa in Bolivia e Ruanda, è un esperto di diritto canonico, una risorsa con cui diversi preti accusati di abusi su minori hanno saputo proteggersi; Tuttavia, con la riforma promossa da Francisco, la Chiesa può ora denunciare questi casi dinanzi ai tribunali civili.

    Nel dicembre 2018, l’australiano George Pell, diventato il più alto prelato ad essere stato condannato per abuso sessuale di minori, è entrato in prigione lo scorso febbraio; dopo la condanna, papa Francesco gli proibì l’esercizio pubblico del ministero sacerdotale e qualsiasi contatto con i minori; Lo ha anche rimosso dal Ministero dell’Economia della Santa Sede, una posizione che lo ha reso il terzo al comando del Vaticano e un candidato naturale a diventare pontefice.

    Casi di abuso sono stati documentati e denunciati alle autorità civili di diversi paesi. Molti vengono alla luce diversi decenni dopo gli eventi. Le azioni legali sono state anche promosse contro la gerarchia cattolica, che spesso ostacola le indagini.

    https://www.razon.com.mx/mundo/papa-salva-a-su-embajador-en-chile-de-escandalo-de-abuso/

  • L’inedito Viganò investe il numero tre della curia

    L’inedito Viganò investe il numero tre della curia

    L’ex nunzio rende nota una parte dell’intervista al WP non pubblicata. Cita pesantissime accuse su violenze nel pre seminario vaticano gestito dal vescovo di Como, che portarono chi indagò ad essere rimosso. E aggiunge benzina sul conto del già “chiacchieratissimo” arcivescovo Peña Parra, numero tre della curia vaticana. 

    Mons. Viganò è di nuovo in prima pagina. LifeSiteNews ha pubblicato dichiarazioni dell’ex nunzio negli Stati Uniti che chiamano in causa personaggi importanti del Vaticano in storie di abusi, coperti o ignorati, e che toccano oltre al Pontefice regnante i suoi due collaboratori più stretti, e cioè il Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin e il Sostituto alla Segreteria di Stato, mons. Peña Parra. In realtà il testo di mons. Viganò consiste nelle risposte che ha dato in un’intervista di qualche tempo fa al Washington Post, e che il giornale ha tagliato, riservandosi di compiere con esse un’inchiesta più approfondita. Ma le settimane sono trascorse, senza che la seconda parte dell’intervista venisse alla luce. Così l’arcivescovo ha deciso di rendere comunque pubbliche le sue dichiarazioni, uscite su LifeSiteNews.

    «I segni che vedo sono davvero inquietanti. Non solo papa Francesco non fa quasi nulla – ha detto – per punire chi ha commesso abusi, per denunciare e assicurare alla giustizia coloro che hanno, per decenni, facilitato e nascosto i violentatori. Solo per citare un esempio: il cardinale Wuerl, che ha coperto gli abusi di McCarrick e di altri per decenni e le cui menzogne ripetute e sfacciate sono state rese chiare a tutti coloro che hanno prestato attenzione, ha dovuto dimettersi disonorevolmente a causa dell’indignazione popolare. Eppure, accettando le sue dimissioni, papa Francesco lo ha elogiato per la sua “nobiltà”. Quale credibilità può avere il papa dopo questo tipo di dichiarazioni?».

    L’ex nunzio ha poi riferito di due fatti gravi lasciando intendere che siano stati nascosti volutamente. Il primo sarebbe accaduto all’interno delle stesse mura del Vaticano, al Pius X pre-seminario, che si trova a pochi passi dalla Domus Sanctae Marthae, dove vive papa Francesco. Quel seminario forma i minori che servono come chierichetti nella Basilica di San Pietro e nelle cerimonie papali.

    Ebbene: «Uno dei seminaristi – ha detto -, Kamil Jarzembowski, un compagno di stanza di una delle vittime, afferma di aver assistito a dozzine di episodi di aggressione sessuale. Insieme ad altri due seminaristi, ha denunciato l’aggressore, prima di persona ai suoi superiori , poi per iscritto ai cardinali, e infine nel 2014, sempre per iscritto, a papa Francesco. Una delle vittime era un ragazzo, presumibilmente abusato per cinque anni consecutivi, a partire dall’età di 13 anni. Il presunto aggressore era un seminarista di 21 anni».

    Viganò ha spiegato che «quel pre-seminario è sotto la responsabilità della diocesi di Como ed è gestito dall’”Associazione Don Folci”. Un’indagine preliminare fu affidata al vicario giudiziario di Como, don Andrea Stabellini, che trovò elementi di prova che giustificavano ulteriori indagini. «Ho ricevuto informazioni di prima mano – ha detto – che indicavano che i suoi superiori hanno proibito che continuasse le indagini. Egli stesso può testimoniare per se stesso, e esorto ad andare a intervistarlo. Prego che trovi il coraggio di condividere con voi ciò che ha così coraggiosamente condiviso con me».

    Secodo l’ex nunzio «il caso fu immediatamente nascosto dall’allora vescovo di Como, Diego Coletti, insieme al cardinale Angelo Comastri, vicario generale di papa Francesco per la Città del Vaticano». Inoltre «il cardinale Coccopalmerio, allora presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, consultato da don Stabellini, lo ha fortemente ammonito di interrompere le indagini».

    Alla fine il caso sarebbe stato insabbiato: «Il vescovo di Como ha rimosso don Stabellini dalla carica di vicario giudiziario; l’informatore, il seminarista Kamil Jarzembowski, fu espulso dal seminario; i due compagni seminaristi che si erano uniti a lui nella denuncia lasciarono il seminario e il presunto violentatore è stato ordinato sacerdote nel luglio 2017».

    Il secondo caso portato alla luce da Viganò riguarda l’arcivescovo Edgar Peña Parra, che papa Francesco ha scelto come nuovo Sostituto presso la Segreteria di Stato, rendendolo la terza persona più potente nella curia. In tal modo, il Papa ha sostanzialmente ignorato – secondo l’ex diplomatico – un terrificante dossier inviato da un gruppo di fedeli di Maracaibo, dal titolo “Quién es verdaderamente Monseñor Edgar Robinson Peña Parra, Nuevo Sustituto de la Secretarîa de Estado del Vaticano?“. Il dossier è firmato da Enrique W. Lagunillas Machado, nel nome del “Grupo de Laicos de la Arquidiócesis de Maracaibo por una Iglesia y un Clero según el Corazón de Cristo“. Questi fedeli accusano Peña Parra di terribile immoralità, descrivendo in dettaglio i suoi presunti crimini. «Questo – ha commentato – potrebbe anche essere uno scandalo che supera quello di McCarrick, e non deve essere permesso che sia coperto dal silenzio.

    Rispetto ai fatti già resi noti da L’Espresso, Viganò ha aggiunto fatti noti in Segreteria di Stato in Vaticano dal 2002 tra cui l’accusa rivolta a Peña Parra «di aver sedotto, il 24 settembre 1990, due seminaristi minori della parrocchia di San Pablo, che dovevano entrare nel Seminario Maggiore di Maracaibo quello stesso anno. Si dice che l’evento abbia avuto luogo nella chiesa di Nuestra Señora del Rosario, dove il reverendo José Severeyn era parroco. Il Rev. Severeyn fu poi rimosso dalla parrocchia dall’allora arcivescovo mons. Roa Pérez. Il caso è stato denunciato alla polizia dai genitori dei due giovani ed è stato trattato dall’allora direttore del seminario maggiore, Enrique Pérez, e dal direttore spirituale allora, Emilio Melchor. Il Rev. Pérez, interrogato dalla Segreteria di Stato, confermò per iscritto l’episodio del 24 settembre 1990. Ho visto questi documenti con i miei occhi».

    Queste accuse furono segnalate alla Segreteria di Stato nel 2002 dall’allora nunzio apostolico in Venezuela, l’arcivescovo André Dupuy. Ora, Viganò dice che «la documentazione pertinente, se non è stata distrutta, può essere trovata sia negli archivi del personale diplomatico della Segreteria di Stato dove ho ricoperto la carica di Delegato per le Rappresentanze Pontificie, sia negli archivi della nunziatura apostolica in Venezuela, dove i seguenti arcivescovi hanno prestato servizio come nunzi: Giacinto Berloco, dal 2005 al 2009; Pietro Parolin, dal 2009 al 2013; e Aldo Giordano, dal 2013 ad oggi».

    Viganò ribadisce che «avevano tutti accesso ai documenti che riportavano queste accuse contro il futuro Sostituto, così come i cardinali segretari di Stato Sodano, Bertone e Parolin e i sostituti Sandri, Filoni e Becciu.

    Secondo Viganò però, è la posizione di Parolin, attuale Segretario di Stato, ad essere «particolarmente grave». Di fatto non si è opposto alla recente nomina di Peña Parra come sostituto, rendendolo il suo più stretto collaboratore. Ancor di più: anni prima, nel gennaio 2011, come nunzio apostolico a Caracas, Parolin non si è opposto alla nomina di Peña Parra come arcivescovo e nunzio apostolico in Pakistan. «Prima di incarichi così importanti – ribadisce -, viene fatto un rigoroso processo informativo per verificare l’idoneità del candidato; quindi quelle accuse sono state sicuramente portate all’attenzione del cardinale Parolin».

    Infine sul conto di Peña Parra, Viganò documenta come sia «strettamente connesso con l’Honduras e più precisamente con il cardinale Maradiaga e il vescovo Juan José Pineda».

    Fino a qui mons. Viganò. Abbiamo chiesto a Gastòn Guisandes Lopez, che ora è direttore di un giornale a Maracaibo, “Que Pasa” riscontri sui fatti di cui parla Viganò e sui quali a suo tempo scrisse. Siamo in attesa di una risposta. Ma anche il Vaticano, pensiamo, dovrebbe dare una risposta e, se le denunce fatte non corrispondono a verità, dirlo chiaramente. I cattolici hanno il diritto di sapere in che mani sono.

    http://lanuovabq.it/it/linedito-vigano-investe-il-numero-tre-della-curia?fbclid=IwAR2oeqb096n-v4Hr03fnLXuuYR09unRG0N98NGax7AzdgsmW0cbUlEDoLmg