Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: nunzio apostolico

  • Pedofilia, madre ragazzo critica Delpini

    Pedofilia, madre ragazzo critica Delpini

    ‘E’ stato maldestro, il Papa è a conoscenza della situazione’

    (ANSA) – MILANO, 20 SET – L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che nel 2011 al momento della presunta violenza sessuale su un 15enne da parte di don Mauro Galli, condannato oggi, era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 del Milanese, “è stato maldestro nella gestione di questa cosa, perché dopo aver saputo dell’abuso lo ha spostato alla pastorale di Legnano” a contatto tra l’altro con altri giovani. Così ha detto ai cronisti la madre del ragazzo dopo la condanna del religioso.
    Delpini incontrò nel 2012 la famiglia del ragazzo, che subito aveva dimostrato disagio e che ha raccontato della violenza solo nel 2014 a uno psichiatra. La madre ha anche aggiunto che “il Papa è perfettamente a conoscenza della situazione” ma che Delpini è stato “comunque nominato membro del sinodo dei giovani”.

    “Con Delpini – ha spiegato la madre del ragazzo – abbiamo avuto un unico incontro nel 2012. E’ stato maldestro nella gestione di questa cosa, dopo avere saputo dell’ abuso ha spostato don Galli a Legnano e quando ne siamo venuti a conoscenza abbiamo chiesto di parlare col cardinale”. Nel processo era stato acquisito un verbale di sommarie informazioni testimoniali rese, nell’ottobre 2014, da Delpini, il quale aveva spiegato che, dopo avere appreso da un altro sacerdote che il ragazzo “aveva segnalato abusi sessuali compiuti da Don Mauro”, decise di trasferirlo “ad altro incarico, disponendo il suo trasferimento nella parrocchia di Legnano”. La madre del giovane, sempre parlando coi cronisti, ha sostenuto che “il Papa è a conoscenza della situazione, il nunzio apostolico è perfettamente a conoscenza di tutto ciò e ci ha mandato una lettera, e poi Delpini è stato nominato tra i membri del sinodo dei giovani”. La donna ha detto inoltre che questa vicenda è stata “un percorso doloroso da tanti punti di vista, prima di tutto familiare”, anche perché la difesa “ha provato a minare la credibilità di mio figlio”. E il ragazzo “ha avuto conseguenze drammatiche, quattro volte ha tentato il suicidio”. E ancora la donna: “Io penso che il percorso di ogni persona che subisce un abuso è un passaggio dall’essere vittima a diventare sopravvissuto. Raccontarlo agli altri, che non trovano il coraggio di denunciare, è un’esperienza faticosa ma una dimensione di giustizia”. I giudici non hanno concesso alcuna attenuante all’ex parroco condannato e depositeranno le motivazioni tra 60 giorni.

    http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2018/09/20/pedofilia-madre-ragazzo-critica-delpini_bd5dca00-9e9f-4f31-b5f8-6666cbd819f5.html

  • Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    Il ruolo del Papa nello studio del caso di abuso sessuale argentino sotto i riflettori

    BUENOS AIRES, Argentina (AP) – Il ruolo di Papa Francesco nel caso più famoso dell’Argentina relativo agli abusi sessuali, è sottoposto a un nuovo esame mentre affronta la più grande crisi del suo papato sulla tormentata eredità  della copertura della Chiesa cattolica di accuse, e accuse a lui stesso di essersi schierato con l’imputato.

    Francesco, che all’epoca era ancora il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nel 2010 commissionò uno studio forense di quattro volumi, più di 2.000 pagine, su un caso giudiziario contro un prete condannato,  lo studio concluse che il prete era innocente, che le sue vittime mentivano e che il caso mai avrebbe dovuto andare in giudizio.

    La chiesa argentina afferma che lo studio ottenuto dalla Associated Press – volumi rilegati completi di riproduzioni di dipinti di Johannes Vermeer sulle copertine – era solo per uso interno alla chiesa. Ma i volumi presumibilmente finirono sulle scrivanie di alcuni giudici di corte argentini che stavano governando sugli appelli del reverendo Julio Grassi.

    Nonostante lo studio, la Corte suprema argentina nel marzo 2017 ha confermato la condanna e la condanna a 15 anni di prigione contro Grassi, un sacerdote considerato una celebrità che gestiva case per bambini di strada in tutta l’Argentina.

    Lo studio, e il ruolo di Francesco nel caso Grassi, hanno assunto una nuova rilevanza dopo le accuse di un ex nunzio apostolico vaticano per le quali Francesco, e una lunga fila di funzionari vaticani prima di lui, coprirono la cattiva condotta sessuale di un eminente cardinale statunitense.

    Né Francesco né il Vaticano hanno risposto alle accuse secondo cui Francesco avrebbe riabilitato l’ex-cardinale Theodore McCarrick dalle sanzioni nel 2013. Il Vaticano non ha risposto a una richiesta di commento sul ruolo di Francesco nel caso Grassi.

    In un’intervista esclusiva con AP, la vittima di Grassi, Gabriel, ha detto che sta ancora aspettando che Francesco riconosca il suo dolore, dato che la Corte Suprema ha ora stabilito che è stato aggredito da Grassi quando aveva 13 anni.

    “Mi piacerebbe che la chiesa dicesse qualcosa, anche se non mi aspetto che succederà”, ha detto Gabriel a AP, seduto accanto al suo psichiatra. “Nessuno mi ha mai contattato,” disse. “Nessuno si è disturbato.”

    Francesco, l’ex arcivescovo di Buenos Aires, non era il vescovo di Grassi e non aveva alcuna responsabilità diretta per lui. Ma nel 2006, è stato citato dalla scomparsa rivista argentina Veintitres dove aveva affermato che le accuse contro Grassi erano “accanimento informativo contro di lui, una condanna da parte dei media”.

    Disse che avrebbe trattenuto il giudizio in attesa dell’esito del processo, ma lo stesso Grassi testimoniò che Bergoglio “non mi lasciò mai la mano” durante il processo legale.

    Sotto la presidenza di Bergoglio, la conferenza episcopale argentina nel 2010 ha arruolato un avvocato penalista argentino, Marcelo Sancinetti, per indagare su una contro-inchiesta nel caso dei pubblici ministeri contro Gabriel e altri due ex-residenti delle case di Happy Children di Grassi i cui casi sono stati considerati nel processo iniziale.

    Nello studio, Sancinetti ha concluso che non solo le accuse contro Grassi non erano sufficientemente provate, “la falsità di ognuna delle accuse è oggettivamente verificabile”.

    Nei quattro tomi, che sono stati prodotti in una clip annuale dal 2010 al 2013, Sancinetti ha accusato Gabriel di aver cambiato la sua storia e di tentare di estorcere Grassi. Ma una corte anni prima aveva già rigettato una causa intentata da Grassi accusando Gabriel di estorsione.

    Sancinetti ha paragonato “gli attuali processi, e le condanne con frasi severe, basate esclusivamente sulla parola di una persona che si definisce vittima di abusi sessuali, ai processi per stregoneria del Medioevo”. E nel volume finale e sul sito web del suo studio legale, Sancinetti ha detto che Francis in particolare aveva commissionato il lavoro. Non ha risposto a più richieste di commenti.

    La Corte suprema argentina non fu d’accordo con l’analisi di Sancinetti e il 21 marzo 2017 confermò la condanna di Grassi per aver abusato sessualmente e corrotto Gabriel.

    Attraverso le lacrime, Gabriel aveva testimoniato che in due diverse occasioni nel 1996 il sacerdote una volta lo aveva accarezzato, e poi aveva fatto sesso orale con lui nel suo ufficio.

    Gabriel, che per un certo periodo è stato inserito nel programma di protezione dei testimoni in Argentina dopo aver subito un attacco, attacchi fisici e minacce, ha detto di essere rimasto scioccato quando Grassi ha testimoniato che Bergoglio “non mi ha mai lasciato andare la mano”.

    “Eravamo tutti come ‘wow!’ Era Bergoglio “, ha detto.

    Gabriel ha detto che lui e il suo avvocato hanno consegnato una lettera indirizzata a Francesco due mesi dopo essere stato eletto primo papa dell’America Latina, portandolo all’ambasciata del Vaticano a Buenos Aires l’8 maggio 2013.

    Nella lettera, Gabriel si è identificato come vittima di “crimini aberranti di abusi sessuali ripetuti e corruzione” da parte di Grassi.

    Si è lamentato che i dettagli del suo abuso erano stati esposti dallo studio, che lo ha “denigrato” personalmente e ha contraddetto la politica dichiarata “tolleranza zero” sia di Papa Benedetto XVI che di Francesco.

    “Ho sofferto e continuo a soffrire”, ha scritto.

    Ha chiesto un’udienza con il papa “e ti prego sinceramente per la compassione e l’aiuto nel recuperare la mia fede”.

    Non ha mai ricevuto una risposta. In realtà, il suo avvocato ha detto che sono stati minacciati dall’ambasciata e non sanno cosa ne è stato della lettera.

    Alla domanda sul perché la conferenza episcopale argentina abbia commissionato lo studio, una portavoce della conferenza ha detto che è stato per aiutare i vescovi a capire meglio il caso.

    “La conferenza episcopale ha ritenuto che potesse fornire ulteriori informazioni in vista della procedura canonica”, ha detto la conferenza in una dichiarazione rilasciata alla AP.

    Un tale studio, tuttavia, sarebbe impensabile per l’uso in un processo canonico. Mentre i processi alle chiese utilizzano le indagini di polizia e prove dai tribunali laici, un contro-studio commissionato da un’intera conferenza episcopale potrebbe incorrere in problemi di giurisdizione a un processo canonico, hanno detto i canonisti.

    Inoltre, l’avvocato di Gabriel, Juan Pablo Gallego, ha detto che i libri sono finiti sulle scrivanie di alcuni giudici argentini che hanno deciso gli appelli di Grassi e hanno rappresentato quello che ha definito un palese, sebbene infruttuoso, tentativo di lobbying.

    La diocesi di Moron, che era responsabile di Grassi, aveva a lungo difeso la sua decisione di mantenerlo nel ministero anche dopo l’inizio del processo dicendo che non voleva pregiudicare il risultato.

    Diciotto mesi dopo che l’alta corte argentina si è pronunciata contro di lui, Grassi rimane un prete mentre serve la sua condanna a 15 anni nel carcere di Unidad 41 de Campana, nella provincia di Buenos Aires.

    La diocesi di Moron ha detto che Grassi è stato rimosso dalle funzioni pastorali quando è iniziato il processo e che ora è stato escluso dall’esercizio di qualsiasi ministero pubblico. La diocesi ha detto all’AP che il caso canonico è ora con la Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio del Vaticano che gestisce i casi di abuso sessuale.

    Julieta Anazco, presidente della rete Argentina di sopravvissuti agli abusi del clero, ha detto che il caso Grassi è stato uno spartiacque per l’Argentina dal momento che le vittime si sono scontrate con un sacerdote considerato una celebrità, che aveva il sostegno dell’élite cattolica argentina, e ha subìto l’umiliazione pubblica di essere accusato di cercare solo denaro.

    “Hanno reso più facile la nostra lotta per noi”, ha detto. “Grazie alla loro lotta, molti di noi sono stati incoraggiati a denunciare (i nostri abusatori) pubblicamente”.

    Ha citato il recente caso di vittime sorde dell’ormai noto istituto Antonio Provolo che si è fatto avanti per denunciare abusi da parte dello stesso prete italiano, accusato da alcuni studenti del Provolo italiani, che nel 2014 hanno allertato Francesco e il Vaticano del luogo dove si trovava. La polizia argentina ha arrestato don Nicola Corradi e fatto irruzione nelle scuole di Provolo.

    “Prima che papa Francesco possa emanare la responsabilità per i vescovi e gli altri leader della chiesa, deve essere all’altezza del danno che lui stesso ha causato alle vittime in Argentina”, ha detto Anne Barrett Doyle della risorsa online Bishop Accountability, che ha raccolto la documentazione sul caso di Grassi.

    Il caso ha paralleli con quello del vicino Cile, dove Francis ha difeso ripetutamente un vescovo accusato di coprire per il più famoso predatore del paese, il Rev. Fernando Karadima. Francesco screditò le vittime di Karadima, che pose il vescovo Juan Barros sulla scena del loro abuso, dicendo che le loro accuse erano “calunnia”.

    Alla fine Francesco riconobbe di aver commesso “gravi errori di giudizio” su Barros, si scusò con le vittime e lanciò un’indagine del Vaticano che portò tutti i vescovi attivi del Cile a offrire le dimissioni.

    Non ha offerto nessun mea culpa sul caso Grassi. Gabriel, che fa lavori saltuari non in regola, e non ha carte di credito, sta aspettando.

    “Sono cattolico, ma sì, ci sono momenti in cui non so se la chiesa mi rappresenta”.

    (Traduzione con Google)

    http://www.newser.com/article/08f0f88f03b7470b8117cef48e11aa73/pope-role-in-study-of-argentine-sex-abuse-case-in-spotlight.html

  • India, si allarga lo scandalo del vescovo accusato di abusi sessuali

    India, si allarga lo scandalo del vescovo accusato di abusi sessuali

    In Kerala i fedeli invocano sanzioni canoniche contro Mullakal, reo del presunto stupro di una religiosa. La polizia lo convoca, altre tre suore lo inchiodano

    PAOLO AFFATATO

    Si allarga lo scandalo di violenza sessuale che sta travolgendo la Chiesa in India. Accusato di aver violentato più volte una suora, il 54enne vescovo Franco Mullakal, alla guida della diocesi di Jalandhar, nello stato indiano del Kerala, dovrà comparire il 19 settembre per un interrogatorio davanti alla Squadra investigativa speciale della polizia del Kerala. Il Prelato, accusato di aver aggredito sessualmente una suora per 13 volte nel biennio 2104-2016, sarà chiamato a rispondere delle accuse che, secondo quanto trapela dal team investigativo, sembrano essere circostanziate e suffragate da prove. La vicenda, inoltre, assume nuovi contorni perchè altre tre suore accusano il vescovo di molestie sessuali. L’interrogatorio, dunque, potrebbe anche risolversi con un clamoroso arresto.

    E mentre la giustizia ordinaria fa il suo corso, la comunità cattolica appare in subbuglio: da cinque giorni sono in corso a Kochi, la capitale commerciale del Kerala, manifestazioni di protesta e cortei pubblici, con la partecipazione di preti, fedeli e suore della Congregazione delle Missionarie di Gesù, l’ordine cui appartiene la suora vittima delle presunte violenze. Alla protesta si sono aggregate personalità del mondo della cultura e della società civile come il poeta Balachandran Chullikkad, una icona in Kerala: tutti accomunati dalla difesa dei diritti delle donne. Anche l’ex magistrato Kemal Pasha ha espresso solidarietà ai manifestanti scesi in piazza a Kochi, rilevando: «Questa non è una lotta contro la Chiesa cattolica, ma contro una grave ingiustizia».

    La 43enne suora del Kerala, sulla cui identità tuttora si preferisce mantenere l’anonimato, ha scritto una lunga lettera a papa Francesco, inviandola al nunzio apostolico in India Giambattista Diquattro e altre alte autorità ecclesiali, confermando le accuse e denunciando i tentativi del vescovo di «usare il suo potere politico e finanziario» per insabbiare il caso. Rinnovando il suo appello per un intervento urgente delle autorità ecclesiali sul vescovo molestatore, la religiosa ha spiegato il suo silenzio, dato che molti le chiedono come mai abbia denunciato solo ora violenze avvenute tra il 2014 e il 2016. «Provavo tremenda paura e vergogna», confessa, ammettendo di non aver avuto il coraggio di alzare la voce. Ora, però, «perché la Chiesa sta chiudendo gli occhi davanti alla verità?», chiede. «Il silenzio delle autorità della Chiesa e la protezione di quanti commettono un crimine creano perdita di credibilità della Chiesa nella società», scrive, ribadendo la sua richiesta di giustizia.

    Sono diversi i preti e i religiosi indiani che invocano sanzioni canoniche nei confronti del vescovo. Scrive Suresh Matthew, sacerdote e direttore dell’Indian Currents Weekly, settimanale cattolico di Delhi: «Costernato, faccio appello alla più alta gerarchia ecclesiastica perchè si intervenga. Invito il vescovo a farsi da parte fino a quando non sarà dimostrato innocente da una corte di giustizia. Non è il momento di mantenere il prestigio. È tempo di mantenere intatta la santità della Chiesa».

    Citando papa Francesco e la sua recente «Lettera al Popolo di Dio», in cui si esprimono «vergogna e pentimento», Mathew chiosa: «Speriamo che la Chiesa in India agisca rapidamente».

    Anche padre Paul Thelakat, direttore del settimanale Sathyadeepam («Luce di verità»), edito dalla Chiesa indiana siro-malabarese, rileva che «la riluttanza della gerarchia ad agire contro il vescovo sta portando grande vergogna su tutta la Chiesa», sollecitando organismi come la Conferenza episcopale indiana e il Consiglio episcopale del Kerala.

    Sul fronte della difesa, il vescovo Mullakal ha dichiarato: «Se sarò riconosciuto colpevole, e non lo sono, sarò punito. Comparirò di fronte alla polizia. Sono un cittadino rispettoso della legge». Esprimendo un sentire diffuso tra alcuni Pastori, Thomas Tharayil, ausiliare dell’arcidiocesi di Changanassery, in Kerala, ha ricordato il necessario approccio garantista, prerogativa di ogni cittadino indiano: «Un cittadino è innocente, e come tale va trattato, finchè il suo crimine non viene accertato davanti a un tribunale. Oppure se l’accusato è un vescovo, tutto si ribalta e va forse trattato come un colpevole, fino alla prova della sua innocenza?», ha detto.

    Inoltre suor Regina, la superiora generale dell’Ordine delle Missionarie di Gesù – congregazione diocesana con una sessantina di religiose, ispirate a una forma di vita francescana – ha scagionato Mullakal, affermando di credere alla sua innocenza, piuttosto che alle accuse della suora. Questa presa di posizione della superiora, a capo della comunità della religiosa violentata, ha sparigliato le carte, alimentando il dibattito tra innocentisti e colpevolisti, anche sui mass media, cattolici e non.

  • UNO SCISMA? NO, UN SISMA. BERGOGLIO DOVRÀ AGIRE

    UNO SCISMA? NO, UN SISMA. BERGOGLIO DOVRÀ AGIRE

    Gerarchia riunita in fretta sull’emergenza molestie. Significa che la Santa Sede non trascura lo sconcerto provocato dagli scandali. Però pregare per nascondere la vergogna non basta più: serve un cambiamento

    di Maurizio Belpietro

    Non è uno scisma, ma un sisma.

    La congiura del silenzio con cui in queste settimane la stampa nazionale ha cercato di insabbiare le rivelazioni dell’ex nunzio apostolico negli Stati Uniti non ha fermato il terremoto. Infatti, nonostante il bavaglio che si sono imposti gli organi di informazione di casa nostra, le accuse dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò contro una parte dell’episcopato, colpevole di aver coperto gli abusi sessuali, hanno fatto il giro del mondo. Soprattutto hanno scosso nel profondo i fedeli. “È l’11 settembre della Chiesa”, ha commentato il segretario particolare di Benedetto XVI, Gerog Gänswein, anch’egli censurato da giornali e tv nonostante queste parole le abbia pronunciate in pubblico. Tuttavia, sebbene sia “proibito” parlare delle rivelazioni sulla lobby gay che avrebbe protetto prelati ritenuti colpevoli di molestie sessuali, la scossa non sembra destinata a fermarsi. È dell’altro giorno la notizia del pensionamento di tre cardinali del cosiddetto C9, una specie di consiglio della corona che assiste il Pontefice nelle decisioni. Dei tre, uno lascerà per ragioni d’età, ma gli altri due sono costretti al ritiro dalle inchieste che li hanno sfiorati. E nonostante nel descrivere l’avvicendamento la grande stampa, in particolare quella cattolica vicina al Vaticano, si sia affrettata a sostenere che l’uscita di scena di un terzo dei componenti del C9 non abbia nulla a che fare con le accuse di Viganò, il collegamento è di tutta evidenza.

    Ma a questa notizia, già di per sé dirompente, ieri se ne sono aggiunte altre due. La prima riguarda il cardinal Donald William Wuerl, ovvero il prelato a cui è affidata la diocesi di Washington, proprio quella al centro delle accuse dell’arcivescovo Viganò. Wuerl è il successore di Theodore Edgar McCarrick, il cardinale accusato di aver corrotto generazioni di seminaristi, lo stesso che con una decisione clamorosa il Papa a luglio ha cacciato da suo regno, il Santuario dell’Immacolata concezione, togliendogli la berretta rossa e confinandolo in convento. Wuerl, oltre a essere subentrato a McCarrick, è considerato un suo fedelissimo, al punto che l’ex nunzio apostolico lo cita nel dossier in cui denuncia la corruzione dentro la Chiesa. Nel memoriale pubblicato in esclusiva mondiale dalla Verità, Viganò scrive che il cardinale di Washington “è unito a McCarrick da un patto scellerato” e parla di “coperture” degli abusi commessi dal predecessore.

    Nei giorni scorsi Wuerl aveva evitato di rispondere alle accuse, ma ieri, all’improvviso, ha annunciato un prossimo viaggio a Roma per discutere con il Papa “della sua rinuncia”. È stato lo stesso cardinale a scrivere ai preti della sua diocesi, lasciando intendere di non avere intenzione di ripensarci. Wuerl lascia sull’onda dello scandalo, anche perché il grand jury della Pennsylvania lo chiama in causa, addebitandogli la mancata denuncia degli abusi sessuali commessi da sacerdoti. Nella diocesi i preti molestatori nel corso degli anni sono stati centinaia, e migliaia le vittime. E che il suo nome sia finito nel report della Procura di Pittsburgh appare una conferma di quanto rivelato da monsignor Viganò.

    Il silenzio e la preghiera sollecitati da papa Francesco subito dopo la pubblicazione del dossier, dunque, non bastano più a fermare lo scandalo, e un altro cardinale deve farsi da parte. In America i vescovi sono allarmati per le reazioni e le proteste dei fedeli e oggi incontreranno il Papa per chiedere una risposta. E non è tutto. Il Santo Padre, che ancora rifiuta di parlare del caso attenendosi alla promessa di non dire una parola, ha deciso di convocare per febbraio i presidenti delle conferenze  episcopali di tutto il mondo per discutere di abusi. Che i capi dei vescovi di ogni Paese siano riuniti in fretta per affrontare il tema delle molestie di cui si sono resi responsabili uomini che predicano l’amore per Dio è la dimostrazione della drammaticità della situazione. A differenza di ciò che si vorrebbe far credere, la Chiesa si rende conto dello sconcerto provocato dalle rivelazioni e dalle accuse. A lungo sottovalutati e spesso nascosti dalle gerarchie ecclesiastiche, i comportamenti predatori nei confronti di giovani seminaristi e, spesso, anche di semplici ragazzi che frequentavano le parrocchie, stanno ora deflagrando e minaccino la stessa credibilità della Chiesa e del clero.

    Pregare per nascondere la vergogna degli abusi, si devono essere detti in Vaticano, non può bastare. Serve altro, ovvero dare il segno di un cambiamento. La mossa senza dubbio colpisce, ma fino a quando non sarà fatta trasparenza, fino a che non saranno denunciati gli abusi e rimossi gli abusatori, difficilmente il terremoto si placherà. Il dossier Viganò ha strappato il velo e ora è papa Francesco a essere chiamato a fare pulizia.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    Vertici della Chiesa Usa in udienza con il timore di una pulizia “a metà”

    di Alessandro Rico

    L’annuncio è stato dato dal portavoce vaticano, Greg Burke: oggi a mezzogiorno, papa Francesco riceverà i vertici della Chiesa cattolica americana, che gli chiedevano udienza da quando è scoppiato il caso del memoriale Viganò.

    Nel Palazzo apostolico entreranno il capo della conferenza episcopale Usa, il cardinale Daniel DiNardo, il primo ad aver invocato un colloquio con il Pontefice per fare il punto sullo scandalo degli abusi sessuali, il presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, il cardinale arcivescovo di Boston Sean Padrick O’Malley (che è anche membro del C9, il collegio di nove porporati che affiancano Jorge Mario Bergoglio nella riforma delle istituzioni ecclesiastiche), l’arcivescovo di Los Angeles Josè Horacio Gòmez (vice di DiNardo) e il segretario generale della Conferenza dei vescovi statunitensi, Brian Bransfield.

    Una notizia rilevante, che testimonia come il Vaticano non possa più ignorare le pressioni per un’operazione trasparenza che arrivano dal Nord America. DiNardo è infatti il capofila di una parte consistente, per numeri e per peso specifico, del clero Usa che pretende sia fatta piena chiarezza sulle denunce dell’ex nunzio apostolico a Washington, monsignor Carlo Maria Viganò. Da ultima, è stata la plenaria dell’organo diretto dal cardinale O’Malley a mettere in rilievo che “le domande emerse negli ultimi mesi non solo pongono l’attenzione sulla serietà della questione degli abusi, ma rappresentano anche l’opportunità per porre l’attenzione di tutti sugli strumenti di prevenzione”. Per prevenire il ripetersi delle atrocità del passato, non per “indagare i casi particolari”. Ma è chiaro che i vescovi statunitensi, che nelle scorse settimane si sono più volte pronunciati sul tema, sono sul piede di guerra.

    L’arcivescovo di San Francisco, Salvatore Joseph Cordileone, alla Verità ha confessato che i fedeli e la Chiesa sono “nel panico”, ribadendo la propria fiducia nell’onestà di Viganò e insistendo affinché si indaghi sulle sue rivelazioni. Il vescovo di Springfield, John Paprocki, ha definito “inadeguata” l’evasiva risposta di Bergoglio ai giornalisti durante il volo di ritorno da Dublino (quel “giudicate da soli”, divenuto pochi giorni dopo “silenzio e preghiera dinanzi ai cani selvaggi che cercano scandalo”). Stesso giudizio da Robert Morlino, vescovo di Madison, mentre il vescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ha proposto al Pontefice addirittura di annullare il sinodo sui giovani del prossimo ottobre, poiché l’episcopato non avrebbe “assolutamente alcuna credibilità nell’affrontare questo argomento”. Molte le richieste di chiarimenti al Papa: da parte del vescovo di Phoenix, Thomas Olmsted, di quello di Tulsa (Oklahoma), David Conderla,, di quello di Tyler (Texas), Joseph Strickland,  oltre che da parte dell’ex primo consigliere della nunziatura americana, Jeanne Francois Lantheaume. Oltreoceano, insomma, si è scoperchiato un vaso di Pandora. Vane le minimizzazioni dei prelati legati all’abusatore Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington, come Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, Joseph Tobin, arcivescovo di Newark, Kevin Farrell, prefetto del dicastero per Laici, famiglia e vita, già vicario dell’ex cardinale nella capitale Usa, o del successore di McCarrick, Donald Wuerl. Il quale ha peraltro annunciato che valuterà con il Papa l’ipotesi di una rinuncia alla carica, dopo che l’inchiesta del gran giurì della Pennsylvania lo ha chiamato in causa per aver coperto alcuni preti pedofili negli anni in cui era vescovo di Pittsburgh.

    È un bene che Francesco abbia finalmente deciso di ricevere DiNardo e gli altri esponenti di punta della Chiesa americana. Rimane tuttavia il timore che l’approccio di Roma sia quello di prendere di petto i casi di abuso sui minori, trascurando la piaga della lobby gay nella Chiesa. Perché se è vero che la pedofilia è lo scandalo – giustamente – più odioso per l’opinione pubblica, specialmente quella laica, la quale ha invece normalizzato (se non glorificato) l’omosessualità, è vero pure che esiste un collegamento tra omosessualità e abusi: un rapporto del 2004, commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, affermava che l’81% dei casi di violenze sessuali era perpetrato da sacerdoti con tendenze omoerotiche su vittime di sesso maschile, il 90% delle quali adolescenti. Non a caso Rod Dreher, autore di Opzione Benedetto, il saggio che ha stimolato gli esplosivi commenti di padre Georg Gänswein riportati dalla Verità, ha affermato che “gli abusi sessuali sui minori sono facilitati da un segreta e potente rete di preti gay”.

    (trascrizione da La Verità del 13 settembre 2018)

  • Le suore del Kerala in marcia contro il vescovo accusato di stupro

    Le suore del Kerala in marcia contro il vescovo accusato di stupro

    Le monache indiane chiedono l’arresto del monsignor Franco Mulakkal, accusato di aver violentato una consorella il 27 giugno. «È stata la Chiesa a farci scendere in piazza: non ci ha dato ascolto».

    Nello stato indiano del Kerala, un gruppo di suore cattoliche è sceso in piazza per manifestare contro il vescovo Franco Mullack, accusato di aver violentato una consorella. L’obiettivo della marcia, organizzata dalle associazioni cattoliche nella Capitale Thiruvananthapuram, era ben chiaro: chiedere l’arresto immediato del monsignore, il cui caso, ormai da settimane, ha turbato la tranquillità dei vertici della Conferenza episcopale indiana.

    LA DENUNCIA CONTRO IL MONSIGNORE

    La suora, vittima delle molestie del vescovo Mullack, aveva sporto denuncia contro di lui il 27 giugno 2018, accusandolo di aver abusato sessualmente di lei a partire dal 2014. La denuncia è arrivata dopo che lo stesso monsignore si è recato alla polizia, sostenendo di essere la vittima di un ricatto da parte della consorella e delle sue compagne. Interrogato, ha negato le accuse di stupro, affermando che la presunta vittima di avesse inventato tutto soltanto perché mossa dalla vendetta.

    LA PROTESTA DELLE CONSORELLE

    Le associazioni dei cattolici hanno montato un vero e proprio pressing per la rimozione di Mullack dal ruolo di titolare della diocesi di Jalhandar, con lettere di protesta indirizzate al cardinale Oswald Gracias e al Nunzio apostolico, mons. Giambattista Diquattro, affinché la notizia potesse arrivare rapidamente alle orecchie di Papa Francesco. «È stata la Chiesa a farci scendere in piazza, perché non ci ha dato ascolto», ha dichiarato al Times of India suor Anupama. «La Chiesa non ci ha dato giustizia. Né la polizia né il governo. Combatteremo. Sono passati giorni dal 27 giugno, quando la nostra consorella ha presentato la denuncia, accusando il vescovo di averla violentata ripetutamente a partire dal 2014: sinora l’unica persona messa sotto torchio dalla polizia è stata lei». Ad alimentare la rabbia delle suore, sono state le ultime dichiarazioni di un parlamentare della Capitale, eletto in una lista indipendente, schieratosi dalla parte dell’accusato: «Non ci sono dubbi che la suora sia una prostituta. Altrimenti perché avrebbe atteso anni prima di denunciare la violenza?».

    EVITARE LO SCANDALO

    Non è la prima volta che nel Kerala, lo Stato indiano con la maggior concentrazione di cattolici, vengono fatti contestati abusi: già in passato, diverse suore avevano denunciato di essere state vittime di molestie da parte di preti e religiosi, senza che vi fossero conseguenze. Ma ora il clima tra i cattolici si è fatto pesante: mentre le suore reclamano a gran voce quella «tolleranza zero» che la Chiesa ha sempre professato di osservare nei casi di abuso, George Joseph, presidente del Joint Christian Council, una delle associazioni scese in campo in occasione della manifestazione, ha parlato del sospetto di una manipolazione della polizia da parte dei partiti politici e delle autorità ecclesiastiche, visto l’eccessivo ritardo nello sviluppo delle indagini e l’accanimento ai danni della vittima e non dell’imputato. Tutto sembra riportare a un disegno preciso per coprire l’ennesimo caso ed evitare lo scandalo. Senza restituire legittima giustizia alle vittime.

  • Perché il cardinale McCarrik era considerato “intoccabile”

    Perché il cardinale McCarrik era considerato “intoccabile”

    Il cardinale McCarrick si è dimesso poche settimane fa, ma le accuse risalgono agli anni 2000′. Ecco i presunti perché di una certa “intoccabilità”

    Il cardinal Theodore McCarrick è stato “sporporato”. “Zio Ted”, come pare lo chiamassero alcuni seminaristi americani, non figurerà più nell’elenco dei “principi della Chiesa”.

    Le dimissioni sono arrivate dopo che alcune accuse relative ad abusi sono state ritenute credibili. Delle ricostruzioni pubblicate in questi giorni, tuttavia, sostengono che i comportamenti contestati al prelato statunitense fossero conosciuti da tempo.

    Il “memoriale Viganò”, è ormai noto, accusa papa Francesco di non aver fatto nulla. Lo stesso documento dell’ex nunzio apostolico racconta di come papa Benedetto XVI avesse comminato a McCarrick una sospensione privata: ritiro a una vita di preghiera e penitenza. Un quadro, quello presentato dall’ex membro del Governatorato, che non ha trovato né conferme né repliche ufficiali dalla Santa Sede.

    Ma un altro testo, una lettera del 2006 del cardinale Sandri, registrebbe una notizia non di poco conto: il Vaticano, sin dal 2000, era in possesso di segnalazioni relative a quanto emerso in queste settimane. Il ruolo giocato nell’intera vicenda da Papa Francesco, allora, sarebbe minimo se non inesistente. Anzi: l’argentino diventerebbe il papa sotto il cui pontificato McCarrick è stato effettivamente ‘scardinalato’. Altro che coperture, insomma.

    Ci mancano dei passaggi: non sappiamo se i nunzi dell’epoca abbiano informato i vari pontefici che si sono succeduti. Non sappiamo se Ratzinger abbia davvero sanzionato l’alto prelato a stelle e strisce. Conosciamo almeno il nome di un accusatore: quel padre Ramsey che, per sua stessa ammissione, aveva scritto una lettera nel 2000 “che descriveva in dettaglio la cattiva condotta di McCarrick all’ambasciatore del Vaticano negli Stati Uniti, l’arcivescovo Gabriel Montalvo”. Nessuna risposta delle alte sfere, però, sarebbe mai arrivata al sacerdote accusante.

    “Perché nessuno ha mai toccato McCarrick?”: questa è la domanda che aleggia negli ambienti vaticani. Una parte della stampa si sta interrogando sui motivi per cui, nonostante le accuse risalissero ad almeno un decennio fa, McCarrick sia stato sporporato solo poco fa.

    Procediamo allora citando delle fonti e ipotizzando qualche aspetto: “McCarrick – si legge su Lettera43 -, infatti, ha giocato un ruolo da protagonista nell’attività finanziaria della Chiesa universale. Fra l‘altro, e il particolare ha il suo peso, è stato fra i cardinali membri dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della sede apostolica…”. Non solo. Lo stesso quotidiano online ha messo in evidenza, tra i vari punti toccati, come l’ex cardinale avesse “capacità di lavorare come fundraiser per la Chiesa e il Vaticano, di occuparsi di finanziamenti per interventi caritativi, di gestione delle risorse economiche”.

    Poi c’è la storia della Papal Foundation, che l’ex porporato statunitenese avrebbe contribuito a far crescere in modo esponenziale. Il noto vaticanista Aldo Maria Valli ha scritto al riguardo che: “L’ipotesi è che McCarrick sia stato protetto più che dallo Spirito Santo dai milioni di dollari che mandava regolarmente al Vaticano attraverso la Papal Foundation, fondata nel 1988 proprio da lui con il cardinale John Krol e il cardinale John O’Connor”.

    Per ultimo le prossimità politiche: “zio Ted”, come molti ecclesiastici aperturisti e progressisti americani, avrebbe avuto aderenze nel campo democratico statunitense. Tanto da essere definito cardinale neoliberal o left wing.

    McCarrick, in sintesi, sarebbe stato troppo potente per poter essere messo in discussione, ma siamo, come da premessa, nel campo delle ipotesi. Quella più grave riguarderebbe il fatto che in Vaticano si guardi al “peso” politico-economico dei prelati.

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/quei-motivi-dietro-lintoccabilit-cardinale-abusatore-1574104.html?mobile_detect=false

  • FRANCESCO TOLGA IL VELO AL DOSSIER DI RATZINGER

    FRANCESCO TOLGA IL VELO AL DOSSIER DI RATZINGER

    Il Papa starebbe preparando un documento per dimostrare che gli abusi di McCarrick vennero insabbiati prima della sua elezione. Se vuole fare chiarezza, pubblichi anche il rapporto di Ratzinger sui gruppi di potere Lgbt, che avrebbe portato alle sue dimissioni

    di Maurizio Belpietro

    Francesco ha deciso di passare al contrattacco, scrive Il Fatto Quotidiano. Il Papa non ci sta a passare per colui che insabbiò lo scandalo del cardinale Theodore Edgar McCarrick, arcivescovo di Washington che secondo l’accusa lanciata dall’ex nunzio apostolico in America fu per anni predatore seriale di seminaristi. Dunque, di fronte alla documentata ricostruzione dei fatti portata da Carlo Maria Viganò e pubblicata in esclusiva mondiale dalla Verità, il Pontefice avrebbe dato ordine di preparare una puntigliosa risposta, anzi, scrive Carlo Tecce, un dossier, per ribattere punto su punto. La strategia del silenzio e della preghiera sostenuta dal Santo Padre per arginare le reazioni al memoriale dell’ex nunzio evidentemente non ha funzionato.  Negli Stati Uniti molti vescovi ritengono necessaria una risposta a Viganò, non soltanto perché il documento da lui redatto è circostanziato da nomi e date, ma anche perché sono ancora fresche le accuse del New York Times al cardinal McCarrick, dunque far finta di nulla, tacere e pregare mentre sono aperte anche delle indagini di varie Procure, non sembra la soluzione migliore. Come segnalavamo ieri, più che un gesto di umiltà potrebbe apparire una scelta di omertà.

    Dunque, meglio fornire una versione ufficiale. Il Papa perciò vorrebbe sapere chi ricevette le segnalazioni sui comportamenti sessualmente inappropriati di McCarrick e perché non fece nulla. Che i rapporti siano giunti in Vaticano ormai è certo. Prova ne sia che come abbiamo scritto ieri uno degli accusatori del cardinale di Washington ha mostrato una lettera del sostituto della Segreteria di Stato, il cardinale Leonardo Sandri, in cui si fa esplicito riferimento a quanto accaduto in seminario. Perché la Santa sede non si attivò? L’obiettivo di Bergoglio è chiaro. Visto che l’arcivescovo Viganò accusa direttamente lui, sostenendo di avergli rivelato nel giugno del 2013 l’esistenza di un dossier sul “corruttore di seminaristi”, il Papa intende svelare gli altarini precedenti, cioè quando i Pontefici erano Karol Wojtyla e Benedetto XVI.

    La strategia di dimostrare che l’insabbiamento del caso McCarrick è cominciata prima della sua ascesa al soglio di Pietro certo ha un senso. Lo stesso ex nunzio apostolico ne parla nel suo memoriale, facendo i nomi dei precedenti Segretari di Stato, tra i quali cardinali  Angelo Sodano e Tarcisio Bertone, oltre a molti altri. Secondo Viganò il cardinale di Washington avrebbe goduto per anni di alte coperture e questo gli avrebbe consentito di agire indisturbato, sfruttando anche le relazioni con una lobby gay molto forte all’interno della Chiesa.

    Ora papa Francesco vuole far predisporre un dossier su quanto accaduto e sull’insabbiamento delle accuse a McCarrick? Bene. Come abbiamo scritto a più riprese, in questi casi la trasparenza è la miglior strategia, perché panni come questi non si lavano in casa, come sembrava lasciar intendere in un primo momento la scelta del silenzio. Tuttavia ci permettiamo un modesto consiglio: rivelare le connivenze che hanno garantito anni di impunità è giusto, però nella confessione dell’ex nunzio non si parla solo di McCarrick, ma anche della lobby che condiziona il Vaticano e le sue decisioni. Viganò scrive che papa Benedetto XVI avviò un’indagine, affidandola a tre cardinali che operarono in gran segreto. I risultati di quell’inchiesta condotta da Juliàn Herranz, Josef Tomko e Salvatore De Giorgi furono consegnati personalmente da Ratzinger a Bergoglio il giorno del passaggio di consegne a Castel Gandolfo e il Pontefice li custodirebbe personalmente in Vaticano. Che cosa c’è di così esplosivo in quel dossier? Come mai a volte se ne parla lasciando capire che proprio quell’indagine sarebbe all’origine delle dimissioni di Benedetto XVI?

    Fare chiarezza sul caso McCarrick è giusto ed è ciò che chiedevamo sin dal giorno della pubblicazione del memoriale di Carlo Maria Viganò. Ma fermarsi alle accuse al cardinale di Washington sarebbe sbagliato. Francesco è il Papa della trasparenza, colui che chiede scusa per gli abusi sui minorenni commessi da sacerdoti? Colui che vuole rompere con il passato? Ottimo. A questo punto faccia alzare il velo che copre altri scandali, rendendo pubblico il dossier ricevuto da Benedetto XVI. L’ora della verità è giunta e rinviarla sarebbe non solo sbagliato, ma pericoloso, perché una grande ombra offuscherebbe il messaggio di pace e trasparenza del Pontefice.

    (trascrizione da La Verità del 10 settembre 2018)

  • Attacchi al papa, Delpini si schiera con Bergoglio: “La chiesa di Milano gli sia solidale”

    Attacchi al papa, Delpini si schiera con Bergoglio: “La chiesa di Milano gli sia solidale”

    L’invito rivolto ai parroci della comunità ambrosiana di dimostrare sostegno e vicinanza al pontefice al centro di accuse dopo l’ultimo scandalo pedofilia nella Chiesa

    La chiesa ambrosiana deve essere militante a fianco del Papa, soprattutto in questo periodo di attacchi personali che sta ricevendo. E’ il senso dell’appello che arriva dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini, durante l’omelia della messa con cui ogni 8 settembre si aprono le attività dell’anno pastorale.

    “Noi vogliamo bene al Papa. E questo volergli bene si esprime ascoltando la sua voce e leggendo i suoi testi. Noi non dipendiamo dai titoli dei giornali”, ha detto in Duomo, interrotto da un lungo applauso, monsignor Delpini, concludendo la messa pontificale per la solennità di Santa Maria Nascente. Delpini – hanno spiegato i suoi collaboratori – non ce l’ha con la stampa che riporta le notizie, ma con chi, come l’ex nunzio apostolico a Washington Carlo Maria Viganò, che ha lanciato pesantissime accuse nei confronti del pontefice, che secondo lui era a conoscenza degli abusi perpetrati dal cardinale americano Theodore McCarrick, accusato di pedofilia.

    Delpini non nomina l’ex nunzio ma è chiaro che pensa al cardinale conservatore che attacca Bergoglio, quando dice: “Noi cattolici non possiamo prescindere dal riferimento al Papa perché questo ci tiene uniti. Ma siccome noi di Milano siamo migliori degli altri, volevo pubblicare un decreto che si intitolasse ‘La Chiesa di Milano vuole bene a papa Francesco’, ma siccome l’ho pensato poco prima della Comunione, il cancelliere non è riuscito a preparalo”.

    Una frase semiseria – Delpini non firmerà alcun decreto ovviamente – ma che indica una precisa richiesta ai parrochi e alla chiesa milanese di dimostrare la solidarietà a Francesco, anche quando si parla degli scandali e delle polemiche che lo riguardano. “Noi vogliamo bene a Papa Francesco, perché lui ci vuole bene come ha dimostrato poco più di un anno fa, venendo per una giornata a Milano, e chiamandomi a partecipare al sinodo dei Giovani. Allora noi possiamo discutere, ma ogni discussione deve concludersi così: noi vigiliamo bene papa Francesco”.

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2018/09/08/news/attacchi_al_papa_delpini_si_schiera_con_bergoglio_la_chiesa_di_milano_gli_sia_solidale_-205916213/

  • VIGANÒGATE. UNA LETTERA DI SANDRI CONFERMA LA DENUNCIA DELL’EX NUNZIO. IL PAPA TEME DI VEDERE DI NARDO?

    VIGANÒGATE. UNA LETTERA DI SANDRI CONFERMA LA DENUNCIA DELL’EX NUNZIO. IL PAPA TEME DI VEDERE DI NARDO?

    Marco Tosatti

    A letter dated Oct. 11, 2006 from Archbishop Leonardo Sandri, then substitute for the Vatican Secretariat of State, to Father Boniface Ramsey references a Nov. 2000 letter Father Ramsey had written to Archbishop Gabriel Montalvo, Vatican nuncio to the United States, warning about sexual abuse committed by Archbishop Theodore E. McCarrick. The letter, scanned and released by Father Ramsey to Catholic News Service Sept. 7, confirms past remarks by Father Ramsey and also confirms elements of the Aug. 26 testimony by Archbishop Carlo Maria Vigano, former nuncio to the United States. (CNS photo/courtesy of Father Boniface Ramsey) See MCCARRICK-SANDRI-RAMSEY Sept. 7, 2018. EDITORS: Name of priest redacted by Father Ramsey and CNS.

    Il Viganògate, anche se è quasi scomparso dai media mainstream italiani, timorosi di dare fastidio al Pontefice e al Vaticano,  fa registrare nuovi sviluppi. Una lettera dell’ottobre 2006, scannerizzata e fornita al Catholic News Service, conferma quanto denunciato dall’arcivescovo Viganò nella sua testimonianza di undici pagine sulle coperture – a Roma e negli Usa – e sulle complicità di cui ha goduto Theodore McCarrick, omosessuale predatore di seminaristi e giovani preti. E diventato ai tempi di Francesco il master mind delle nomine episcopali e cardinalizie negli Stati Uniti.

    La lettera è stata scritta dall’allora Sostituto alla Segreteria di Stato Leonardo Sandri, ora cardinale e Prefetto delle Chiese Orientali. Fa riferimento a una lettera scritta nel novembre 2000 da padre Bonifacio Ramsey al Nunzio Gabriel Montalvo, in cui si gettava l’allarme per gli abusi sessuali commessi da Mc Carrick. Ramsey ha dichiarato al CNS: “Mi lamentavo per le relazioni di McCarrick con i seminaristi e per tutto l’affare di dormire con i seminaristi e così via; tutta la questione che ormai tutti sappiamo”. Ramsey ha insegnato dal 1986 al 1996 nel seminario dell’Immacolata Concezione. Sandri nel 2006 scriveva a Ramsey chiedendogli informazioni su un sacerdote che era stato proposto per un incarico in Vaticano. “Chiedo con particolare riferimento alle serie questioni che riguardavano alcuni studenti del Seminario dell’Immacolata Concezione, che Lei è stato così gentile da portare confidenzialmente all’attenzione dell’allora Nunzio Apostolico nella Stati Uniti, l’arcivescovo Gabriel Montalvo”.

    Stranamente, nel messaggio di Sandri non si parla di McCarrick. Questo, secondo Ramsey, perché le accuse verso il cardinale “erano troppo sensibili. La mia lettera del 22 novembre 2000era su McCarrick, e non accusava i seminaristi di nulla; accusava McCarrick”.

    Scrive il Catholic News Service: “La lettera del 2006 (di Sandri, n.d.r.) non solo conferma affermazioni fatte in passato da padre Ramesy, ma anche elementi del documento scritto dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che è stato nunzio negli Stati Uniti dal 2001 al 2016”.

    Quindi, almeno su questo punto, anche i detrattori dell’ex Nunzio sono costretti ad ammettere che non si è inventato nulla. E infatti la linea di condotta dei difensori arroccati nel silenzio straordinario del bunker papale è costretta a cambiare. Ne è testimone il gesuita omosessualista James Martin, che scrive: “La lettera fu ricevuta nel 2000, durante il pontificato  di San Giovanni Paolo II, che alcuni mesi dopo fece McCarrick cardinale. Ha servito come arcivescovo di Washington fino al 2006, sotto Benedetto XVI. Smettiamola di biasimare ingiustamente papa Francesco per l’ascesa al potere di McCarrick”.

    Alcune considerazioni. Né di Giovanni Paolo II né di Benedetto abbiamo testimonianza di qualcuno – come invece accade per Francesco – che abbia informato DIRETTAMENTE il papa su chi era McCarrick e cosa faceva. Di Francesco, sì; e lui non vuole rispondere, su questo punto, cruciale e centrale.

    Né Giovanni Paolo II né Benedetto (che l’ha sanzionato, a quanto pare senza molto successo) erano amici di McCarrick; avevano goduto (l’ha detto McCarrick stesso) della sua opera di lobbying per diventare pontefice; l’hanno mandato in giro per il mondo come loro rappresentante personale; l’hanno usato come consigliere eccellente per nominare vescovi e cardinali negli Stati Uniti. Tutte cose che Francesco ha fatto. Quindi dire che il ragionamento di James Martin (e di altri della stessa combriccola, gesuiti e non) è almeno carente, se non semplicemente falso appare più che ragionevole.

    Ricordiamo, ancora una volta, il nodo di questa storia. E cioè la testimonianza in prima persona di mons. Viganò (trovate qui tutti i documenti) dell’udienza con il Pontefice nel giugno 2016:

    “Subito dopo il papa mi chiese con tono accattivante: “Il card. McCarrick com’è?” Io gli risposi con tutta franchezza e se volete con tanta ingenuità: “Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza”. Il papa non fece il minimo commento a quelle mie parole tanto gravi e non mostrò sul suo volto alcuna espressione di sorpresa, come se la cosa gli fosse già nota da tempo, e cambiò subito di argomento. Ma allora, con quale finalità il papa mi aveva posto quella domanda: “Il card. McCarrick com’è?”. Evidentemente voleva accertarsi se ero alleato di McCarrick o no”.

    Solo di passaggio accenniamo – ci torneremo sopra presto – che la Chiesa negli Stati Uniti, come quella in Honduras, Cile e Australia – sta per trovarsi nel pieno di una tempesta giudiziaria senza precedenti, perché numerosi Stati, a catena, hanno deciso di aprire inchieste sulla questione degli abusi. E anche alla luce di questo fatto appare sconcertante che il Pontefice non abbia ancora accolto la richiesta di un’udienza formulata dal presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti, il card. Di Nardo. Certamente straordinario; tanto più perché ha trovato il tempo e il modo di ricevere nel frattempo due amici e protetti dell’ex cardinale McCarrick, Cupich e Wuerl, e di organizzare (se le notizie non ufficiali corrispondono a verità, come sembra) una riunione con il card. Coccopalmerio ed esperti di diritto per studiare quali sanzioni comminare eventualmente all’arcivescovo Viganò. Il che, lasciatecelo dire, corrisponderebbe a un errore di portata clamorosa. Far punire un testimone scomodo da cardinale che – sostiene – non si era accorto delle strane abitudini di un segretario che organizzava orge omosessuali spruzzate di droga in un palazzo della Santa Sede davanti a San Pietro. Se lo vedessimo in un film diremmo che il regista esagera con toni e colori per screditare la Chiesa.