Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: nunzio apostolico

  • Pedofilia: Cile, interrotta messa del cardinale Ezzati

    Pedofilia: Cile, interrotta messa del cardinale Ezzati

    Un gruppo di laici cileni ha interrotto la notte scorsa una messa che stava officiando nella cattedrale metropolitana di Santiago del Cile il cardinale Ricardo Ezzati, chiedendone a gran voce la rinuncia.

    Martedì scorso si è saputo che il titolare dell’Archidiocesi della capitale, che ha 75 anni, è stato convocato da un giudice che intende interrogarlo per il sospetto che egli abbia coperto abusi sessuali di religiosi nei confronti di minori.

    Interrompendo il rito religioso i dimostranti hanno mostrato striscioni in cui si chiedeva che “rinuncino tutti i vescovi”, e questo ha provocato l’intervento della sicurezza della cattedrale e dei ‘carabineros’ che hanno bloccato la protesta.

    La messa è ripresa e al termine, dopo un’ora e mezza, secondo il quotidiano La Tercera, il cardinale Ezzati si è avvicinato alle persone che avevano partecipato alla manifestazione dicendo loro: “Grazie per averci accompagnato”.

    Da parte sua, all’esterno della cattedrale, uno dei dimostranti ha bloccato il nunzio apostolico in Cile, mons. Ivo Scapolo, dicendogli ad alta voce: “Per favore, rinunci al suo incarico”.

    Il sacerdote Jorge Muñoz, che integrava il gruppo di religiosi che avevano accompagnato il porporato nella cerimonia, ha detto di provare “dolore per tutto quello che sta accadendo. Per tutto quello – ha insistito – che si deve risanare e correggere, di quanto abbiamo commesso come Chiesa”.

    Ma “più doloroso – ha proseguito – è tutto quello che hanno vissuto e sofferto le vittime. Se oggi ci sono queste situazioni è perché molta gente ha sofferto”.

    Lunedì la Procura cilena ha reso noto che 158 sacerdoti e laici con responsabilità nella chiesa cattolica sono stati indagati per abusi sessuali. Le cause attualmente aperte, ha aggiunto, sono 37, mentre le vittime ascendono a 104, di cui 52 minori di età.

    Ieri, infine, il giudice istruttore Jorge Abbot non ha escluso che altri vescovi siano citati a dichiarare davanti alla giustizia civile cilena, anche se per il momento non ha voluto indicare alcun nome.

    https://www.swissinfo.ch/ita/pedofilia–cile–interrotta-messa-del-cardinale-ezzati/44281292

  • Quei nomi di peso dietro lo scandalo pedofilia nella Chiesa cilena

    Quei nomi di peso dietro lo scandalo pedofilia nella Chiesa cilena

    Lo scandalo della Chiesa cilena continua a far parlare di sé. Vengono fatti i nomi del cardinal Sodano e di un gesuita “consigliere” di Bergoglio. Karadima sarebbe stato vicino all’ex segretario di Stato, mentre un gesuita “bergogliano” avrebbe avuto un ruolo nell’elevazione a vescovo di Barros

    Lo scandalo cileno ha travolto la Chiesa cattolica. L’intero episcopato della nazione sudamericana ha rimesso le proprie dimissioni nelle mani di Papa Francesco.

    Le prime tre “rinunce” accettate da Bergoglio sono state quella del vescovo Barros, quella dell’arcivescovo Cristián Caro Cordero e quella del vescovo Gonzalo Duarte García de Cortázar. Tutti e tre sarebbero in qualche modo coinvolti nei casi affrontati di questi tempi dal Vaticano. Barros, nello specifico, è stato uno dei più stretti collaboratori di padre Karadima, l’uomo già condannato a una vita di preghiera e penitenza per abusi ai danni di minori.

    Sempre Barros, che è l’ex arcivescovo della diocesi di Osorno, era finito al centro delle polemiche dopo che, durante la visita pastorale in Cile del pontefice argentino, Il Santo Padre aveva parlato di “calunnie” fino all’emersione di prove. Evidenze che sarebbero poi arrivate, tanto che il Papa ha ammesso di aver commesso “errori di valutazione”. Charles Scicluna, il “plenipotenziario” per la lotta alla pedofilia, è da poco tornato dal suo secondo viaggio nella nazione cilena. Il primo era risultato fondamentale per lo sviluppo di un dossierdenso di testimonianze, lo stesso che ha “costretto” i vescovi alle dimissioni collettive. Bergoglio ha optato per “spedire” Scicluna in Cile una seconda volta.

    Alla base di questi “errori di valutazione”, però, ci sarebbe stata la mancanza di “informazioni veritiere ed equilibrate”. Da allora la domanda che circola è sostanzialmente una: chi potrebbe aver tratto in inganno il pontefice argentino? Sì perché Barros, nonostante le accuse provenienti da più parti, era stato elevato vescovo della diocesi citata.

    Bergoglio ha da poco incontrato il fratello di Karadima. Quest’ultimo è stato intervistato da La Tercera, uno dei principali quotidiani cileni. In uno dei virgolettati riportati da Il Faro di Roma, il fratello minore del padre carsimatico cileno ha dichiarato:”Quando il Papa mi ha chiesto di parlargli di Barros io gli ho riferito che Barros ha mentito. Egli era amico di mio fratello e faceva parte della sua stretta cerchia. Barros, ma anche Koljatic, Valenzuela e Arteaga sono stati fatti vescovi grazie a mio fratello che era molto vicino all’allora nunzio in Cile, il cardinale Angelo Sodano che poi è diventato Segretario di Stato vaticano. Lo sanno tutti qui in Cile che sono diventati vescovi grazie a lui”.

    Le informazioni che potrebbero essere dedotte, prendendo per buone queste dichiarazioni, sarebbero due: Barros stesso avrebbe mentito a Papa Francesco; Karadima sarebbe stato “vicino” all’ex segretario di Stato Angelo Sodano, quando questi era nunzio apostolico. Spunterebbe quindi una nuova ipotesi: Karadima avrebbe fatto elevare a vescovi membri della sua “cerchia ristretta” utilizzando la “sponda” del cardinale italiano. Uno scandalo nello scandalo?

    Su Il Messaggero, all’interno di questo pezzo, si legge:”Il cardinale Angelo Sodano – già Segretario di Stato e attuale Decano del Collegio Cardinalizio – non solo era molto vicino a padre Fernando Karadima, il pedofilo seriale cileno attualmente in pensione, ma i tre vescovi in Cile che hanno insabbiato il caso, ignorando le reiterate denunce delle vittime, diventarono tutti vescovi grazie ai buoni uffici di Karadima che ne consigliò la promozione all’allora nunzio apostolico Sodano. Un sistema marcio alle radici”. Il nome fatto dal fatello di Karadima è di quelli pesanti. Inutile aggiungere che si attendono possibili prese di posizione da parte della Santa Sede. Ma non è tutto.

    Il vaticanista Sandro Magister, sul suo blog de L’Espresso, ha parlato di un altro uomo di Chiesa, il gesuita Arana, che sarebbe molto vicino a Bergoglio e che “aveva avuto un ruolo decisivo, tre-quattro anni prima, nella nomina di Barros a vescovo di Osorno, stando – sottolinea Magister – a quanto asserito con sicurezza lo scorso maggio sul sito paravaticano “Il Sismografo” dal suo fondatore e direttore Luis Badilla, vaticanista cileno che vive a Roma, già giornalista della Radio Vaticana, dopo che le prime indiscrezioni sul ruolo del gesuita erano apparse sul sito spagnolo “Infovaticana””.

    La questione, insomma, si farebbe complicata. I responsabili indiretti delle promozioni discusse potrebbero essere alti prelati vaticani, nel caso di Sodano, che magari era stato malconsigliato da Karadima. In relazione al presunto ruolo di Germàn Arana verrebbe tirato in ballo, invece, un gesuita considerato consigliere del Papa. Un “bergogliano”, si direbbe in termini sintetici. Mentre in Vaticano continua la battaglia per la trasparenza, ci si aspetta di capire se qualcuno ha davvero avuto un ruolo in queste discusse “promozioni”. Lo scandalo cileno sembra non finire più.

    http://www.ilgiornale.it/news/mondo/quei-nomi-dietro-scandalo-pedofilia-nella-chiesa-cilena-1542463.html?mobile_detect=false

  • Pedofilia, in Cile si fa il nome del cardinale Sodano: promosse i vescovi insabbiatori

    Pedofilia, in Cile si fa il nome del cardinale Sodano: promosse i vescovi insabbiatori

    Città del Vaticano – Il cardinale Angelo Sodano – già Segretario di Stato e attuale Decano del Collegio Cardinalizio – non solo era molto vicino a padre Fernando Karadima, il pedofilo seriale cileno attualmente in pensione, ma i tre vescovi in Cile che hanno insabbiato il caso, ignorando le reiterate denunce delle vittime, diventarono tutti vescovi grazie ai buoni uffici di Karadima che ne consigliò la promozione all’allora nunzio apostolico Sodano. Un sistema marcio alle radici. A descrivere questa catena di omertà e omissioni è Oscar Karadima, 77 anni, uno dei fratelli minori del prete pedofilo, reduce da un incontro in Vaticano con Papa Francesco la scorsa settimana.

    La Tercera, un importante giornale cileno, lo ha intervistato raccogliendo il senso di quell’incontro e lo scambio di impressioni avute con Bergoglio. «Per me è stato un onore assistere alla messa del Papa. La celebrazione è iniziata di pomeriggio e c’erano anche i cinque sacerdoti che sono stati vittime nella parrocchia dove mio fratello faceva il parroco. Il Vaticano nel 2011, ha condannato padre Fernando Karadima anche se lui continua a dirsi innocente e da parte sua non c’è mai stata una sola parola di pentimento».

    Il fratello parla poi delle cattive relazioni che suo fratello ha con tutti i membri della famiglia, tanto che nessuno ha mai avuto il suo cellulare. «Ci considerava poco. Ora siamo distrutti dal dolore e indignati per quello che ha fatto, per la manipolazione continua, per lo strazio che ha dato a mia madre. Era uno che tendeva a dividere le persone piuttosto che a unirle. Io penso che sia colpevole. Mi costa dire questo, visto che è mio fratello, ma è terribile».

    Oscar Karadima spiega anche di avere avuto incontri con le vittime. James Hamilton, José Andrés Murillo, Juan Carlos Cruz. Quanto ai vescovi insabbiatori, Juan Barros, Tomislav Koljatic, Horacio Valenzuela e Andrés Arteaga, ha pochi dubbi: «sono persone ben conosciute, che si vedevano sempre nella parrocchia di mio fratello e sono stati formati proprio da lui. Quando il Papa mi ha chiesto di parlargli di Barros io gli ho riferito che Barros ha mentito. Egli era amico di mio fratello e faceva parte della sua stretta cerchia. Barros, ma anche Koljatic, Valenzuela e Arteaga sono stati fatti vescovi grazie a mio fratello che era molto vicino all’allora nunzio in Cile, il cardinale Angelo Sodano che poi è diventato Segretario di Stato vaticano. Lo sanno tutti qui in Cile che sono diventati vescovi grazie a lui».

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_cile_karadima_sodano_vaticano_vescovi_chiesa-3803214.html

  • Papa Francesco accetta le dimissioni dei tre vescovi cileni coinvolti nello scandalo pedofilia

    Papa Francesco accetta le dimissioni dei tre vescovi cileni coinvolti nello scandalo pedofilia

    Accolte dimissioni dei rappresentanti delle diocesi di Osorno, Valparaiso e Puerto Montt

    By Maria Antonietta Calabrò

    Dopo averle respinte negli anni passati per ben due volte (come da lui stesso rivelato sul volo di rientro dal Cile), Papa Francesco ha accettato le dimissioni del vescovo di Osorno, Juan Barros, uno dei preti della fraternità sacerdotale del prete abusatore Fernando Karadima, diventato vescovo durante il Pontificato di Giovanni Paolo II, quando era segretario di Stato Angelo Sodano, in precedenza per dieci anni (dal 1978 al 1988) nunzio apostolico in Cile.

    Buona la terza, insomma.

    Le proteste contro Barros sono state sempre più forti dopo che Francesco lo aveva nominato, nel 2015, vescovo della piccola città dell’estremo sud del Paese, Osorno, visto che le vittime di Karadima lo avevano accusato di aver assistito agli abusi o di averli ignorati, circostanze sempre negate dal vescovo che ha 61 anni e quindi è ben lontano dalla età canonica per il pensionamento. Prima di Osorno, Barros aveva ricoperto ben più importante responsabilità vescovili. Nell’aprile 1995 era stato nominato vescovo ausiliare di Valparaiso da Giovanni Paolo II. Nel novembre 2000 vescovo di Iquique e nel 2004, sempre Giovanni Paolo II lo nominò vescovo castrense (cioè l’ordinario militare del Paese).

    Insieme a Barros sono state accettate le dimissioni di altri due vescovi del Cile: le tre diocesi sono di fatto commissariate con la nomina di un amministratore apostolico.

    Proprio domani, ad Osorno inizierà una missione pastorale dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna e del padre Jordi Bartomeu che in primavera, avevano investigato il caso. “Un nuovo giorno è cominciato per la Chiesa cattolica del Cile”, ha twittato Juan Carlos Cruz, il sopravvissuto agli abusi di Karadima che ha accusato Barros per anni e che davanti alla richiesta del Papa di volere prove ha risposto pubblicamente, lo scorso gennaio, che non avrebbe potuto scattarsi un selfie mentre Karadima lo violentava e, secondo la sua testimonianza, Barros assisteva. “La banda di delinquenti vescovi… è stata disintegrata oggi”, ha commentato Cruz.

    Non è forse casuale che la Sala Stampa della Santa Sede abbia resa nota l’accettazione delle dimissioni di Barros (già pubblicata da due giorni dalla Diocesi locale), durante il primo giorno della venticinquesima riunione del C9, cioè del Consiglio dei cardinali che aiuta il Pontefice nel governo della Chiesa universale. C9 di cui fa parte il cardinale cileno Errazuriz, (consacrato vescovo il 6 gennaio 1995 da Giovanni Paolo II, nel 1996 nominato vescovo titolare di Valparaiso, promosso arcivescovo di Santiago del Cile, e quindi primate della Paese, il 24 aprile 1998, ufficio che ha ricoperto per dodici anni, fino al 15 dicembre 2010, dopo essere stato creato cardinale da Giovanni Paolo II nel concistoro del 21 febbraio 2001). Nel 1985, Karadima, un sacerdote molto influente e vicino all’elite cilena degli anni della dittatura del generale Pinochet, era stato nominato parroco titolare della parrocchia di El Bosque nel comune di Providencia de Santiago de Chile, dove è rimasto fino al 2006. Fu condannato definitivamente dalla Congregazione per la dottrina della fede già nel 2011, per pedofilia. Le associazione delle vittime di Karadima, nel maggio, 2014 denunciarono il cardinale Errazuriz di aver coperto gli abusi del parroco del Bosque, davanti al Comitato contro la Tortura dell’Onu (CAT) a Ginevra, e nonostante questo era stato nominato Francesco nel C9.

    A tutt’oggi, il Vaticano non ha ancora presentato il suo rapporto al CAT sulla revisione delle sue politiche nei confronti della pedofilia del clero che erano state richieste in ben 9 punti nel 2014. Il giudizio del Comitato sul Vaticano e la Sante Sede è atteso tra fine luglio e iniziò di agosto. Intanto sono iniziate le procedure per la nomina di un nuovo cardinale Decano del Sacro Collegio, anche in considerazione del fatto che Angelo Sodano il prossimo novembre compirà 90 anni.

    https://www.huffingtonpost.it/2018/06/11/scandalo-pedofilia-papa-francesco-accetta-la-rinuncia-di-tre-vescovi-cileni_a_23455842/

  • Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli torna a Quarto Grado

    Il caso don Galli che ha coinvolto l’Arcivescovo di Milano mons. Delpini torna a Quarto Grado, ora anche il Pontefice Papa Francesco ne è a conoscenza e i familiari gli rivolgono un appello.

    Venerdì 25 maggio 2018, il caso don Galli, ovvero il caso del prete accusato di abuso sessuale ai danni di un minore che portò nel suo letto nel dicembre 2011, è tornato ancora una volta in televisione nella trasmissione di Gianluigi Nuzzi a Quarto Grado.

    (ultimo servizio dal minuto 2:21’:30” al minuto 2:56’:16”)

    I familiari della presunta vittima attendono da più di sette anni che la Chiesa, il Santo Padre, faccia chiarezza sulla loro vicenda ma anche su tutte, le tante vicende analoghe che, purtroppo, vengono gestite dalla gerarchia della chiesa quasi sempre nello stesso identico modo.

    Attendendo l’esito del processo penale attualmente in corso, che stabilirà le responsabilità del sacerdote accusato di abuso sessuale, i familiari si sono rivolti alla Santa Sede ponendo delle semplici domande partendo dai fatti certi riscontrati sin dai primi giorni del lontano 2011.

    Il sacerdote accusato, don Mauro Galli aveva subito ammesso ai suoi superiori, il Parroco don Carlo Mantegazza e il Vescovo Mario Delpini di aver portato in parrocchia, nel suo letto matrimoniale il minore e di aver dormito con lui la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011.

    Il fatto già di per sé assai grave, come lo definì in seguito il Cardinale Scola, all’epoca superiore del Vescovo Delpini, non portò il monsignore ad avviare alcun approfondimento (indagine canonica detta “indagine previa” obbligatoria in questi casi).Mons. Delpini decise di mettere subito a tacere quanto appreso, semplicemente spostando il sacerdote da una parrocchia all’altra, da Rozzano alla vicina Legnano (sempre nel milanese), ancora una volta a contatto con i bambini dell’oratorio nella pastorale giovanile.

    Dato che questi fatti sono certi, riscontrati e riconosciuti da tutti, incluso don Mauro, che lo ha ammesso anche davanti ai giudici, e mons. Delpini che lo ha giurato alla Polizia (come da verbale acquisito in tribunale), le semplici domande che pongono insistentemente i familiari sono le seguenti:

    “Chiediamo al Santo Padre Papa Francesco che dall’inizio del suo pontificato in più occasioni ha proclamato la ormai famosa “Tolleranza zero” nell’ambito della lotta alla pedofilia all’interno della chiesa, “tolleranza zero” nei confronti dei sacerdoti che abusano di minori o adulti vulnerabili, “tolleranza zero” nei confronti dei Vescovi che insabbiano questi casi, se:

    1 – E’ tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ tollerabile che un Vescovo che sa con certezza che un sacerdote a lui affidato ha portato nel proprio lettone matrimoniale un minore, anche se fosse solo per dormire in compagnia, decida di non denunciare il fatto, di non avviare alcuna indagine canonica per approfondire, ma semplicemente disponga il trasferimento del prete da una parrocchia all’altra ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Più volte, in questi anni, i familiari e i parenti hanno scritto alla Santa Sede ponendo queste semplici domande, non riuscendo a capire come occorra così tanto tempo per rispondere offrendo l’interpretazione autentica alla proclamata “tolleranza zero”.

    Non si capacitano di questo lungo silenzio quando loro stessi, come probabilmente qualunque genitore che non abbia una preoccupante immaturità affettiva unitamente ad  una rilevante devianza sessuale, non esiterebbero neppure un attimo nel rispondere all’unanimità.

    Nessun papà o mamma a cui capita di sovente di ospitare altri minori, compagni dei propri figli magari per una ricorrenza, una festa, un compleanno, oppure di affidare per il medesimo motivo i propri figli ad altri genitori, si sognerebbe mai di portarsene uno nel proprio letto anche semplicemente per trascorrere la notte in compagnia… si rabbrividisce e inorridisce solo al pensiero…

    Come dunque è possibile che per il Papa, questo Papa, Francesco, sia così difficile rispondere? Come è possibile che in più di sette anni non si abbia ancora una risposta certa, semplice e chiara?

    E lo stesso Papa che nel 2014 diceva:

    … “Chiedo perdono alle vittime di abusi da parte di sacerdoti, dobbiamo dare prova di «estrema severità» verso i preti pedofili. Come può – si chiede il Pontefice – aver consacrato la sua vita per condurre i bambini a Dio e finire invece per divorarli in quello che ho chiamato «un sacrificio diabolico», che distrugge sia la vittima sia la vita della Chiesa?”. Alcune vittime, ricorda con amarezza il Papa, “sono arrivate fino al suicidio. Questi morti pesano sul mio cuore, sulla mia coscienza e su quella di tutta la Chiesa. Alle loro famiglie porgo i miei sentimenti di amore e di dolore e, umilmente, chiedo perdono”.

    Massima severità con i preti pedofili e con chi li ha protetti

    Si tratta, ammonisce ancora una volta Francesco, “di una mostruosità assoluta, di un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna”. Rammenta dunque che nella Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” ha esortato la Chiesa a “prendersi cura e proteggere con affetto particolare i più deboli e gli indifesi”. “Abbiamo dichiarato – ribadisce – che è nostro dovere far prova di severità estrema con i sacerdoti che tradiscono la loro missione e con la loro gerarchia, vescovi o cardinali, che li proteggesse, come già è successo in passato”.

    (14 febbraio 2017)

    Dunque l’appello dei familiari lanciato a Quarto Grado. Da pochi giorni è finalmente giunta la notizia che ora finalmente il caso è in mano direttamente al Sommo Pontefice.

    In una lettera a loro inviata da parte del Nunzio Apostolico Emil Paul Tscherring, pur non rispondendo alle domande poste nelle diverse precedenti lettere, viene scritto esplicitamente che sono regolarmente giunte le diverse istanze sia al Santo padre che alla Congregazione per la Dottrina della Fede.

    A onor del vero, la Congregazione per la Dottrina Della Fede aveva già risposto, in più occasioni, riferendo di avere già ricevuto correttamente tutte le istanze e la relativa documentazione del caso, incluso le esplicite denunce del comportamento omissivo dei due Vescovi mons. Mario Delpini e Mons. Pierantonio Tremolada.

    Lo avevano scritto rispondendo già dal 2015 sia direttamente attraverso la segreteria dell’ex Prefetto Cardiale Müller, sia attraverso il precedente Nunzio Apostolico Arcivescovo Adriano Bernardini, sia attraverso il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica Prefetto Dominique Cardinale Mamberti.

    Dunque dal 2015, ben anni prima delle nomine dei due monsignori Delpini e Tremolada, il primo Arcivescovo di Milano e il secondo Vescovo di Brescia, tutti, forse eccetto Papa Francesco, sapevano delle pesanti denunce relative al comportamento dei due monsignori.

    Possibile che nessuno abbia informato adeguatamente Papa Francesco? Per tutti i Vescovi, Arcivescovi e Cardinali, tali comportamenti sono normali, accettabili e comunque TOLLERABILI?

    Ora però è diverso, dall’11 maggio 2018, a distanza di quasi otto anni dai fatti, anche il pontefice è finalmente consapevole, dunque chi meglio di lui può rispondere alle due semplici domande in relazione alla famosa “TOLLERANZA ZERO”?

    Chi può darne l’autentica interpretazione se non chi l’ha concepita?

    1 – E’ dunque tollerabile che un sacerdote si porti a letto, nel proprio lettone matrimoniale, un minore anche fosse solo per dormire in compagnia?

    2 – E’ dunque tollerabile che un Vescovo che sa… disponga il trasferimento del prete, da una parrocchia all’altra, ancora a contatto con i minori incaricandolo di seguire la pastorale giovanile?

    Se è ritenuto “TOLLERABILE”, allora significa inevitabilmente che non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “UNA CERTA TOLLERANZA”…

    Se è ritenuto “NON TOLLERABILE”, allora il sacerdote non può continuare a fare il sacerdote e il Vescovo non può continuare a fare il Vescovo, diversamente non si tratta più di “TOLLERANZA ZERO” ma di “CREDIBILITA’ ZERO”.

    Non possono esserci altre vie di mezzo, ZERO è ZERO!

    L’importante è che ci sia una parola chiara, anche se la titubanza nel rispondere forse evidenzia già chiaramente di fatto la risposta: quantomeno nella gerarchia della Chiesa stessa, nelle sue più alte istituzioni come la Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Tuttavia è saggio attendere fiduciosi: d’altra parte il Papa lo sa solo da un mese, certamente risponderà a breve, a beneficio di tutti, e sicuramente anche Quarto Grado ne diffonderà il contenuto offrendo un prezioso servizio alla Chiesa stessa per tutti i genitori cattolici, per i parenti che hanno atteso con speranza e trepidazione quasi otto anni, attendere ora il Papa qualche altro giorno non sarà un problema…

    L’importante è che la risposta non si faccia attendere, non sarebbe comprensibile che lo stesso Papa non sappia spiegare i suoi proclami o abbia bisogno di tempo per riflettere, in tal caso non si sarebbe potuto esprimere prima, altrimenti sarebbe una grande presa in giro mondiale di tutte le vittime e loro familiari.

    Infatti è importante che tutti i genitori sappiano se gli oratori in cui mandano i propri figli sono luoghi da considerare sicuri, se possono mandare serenamente ai centri estivi, alle vacanze con la parrocchia i propri figli, se si devono aspettare che possa capitare che il prete scelga il loro figlio per dormire in compagnia in quanto è ritenuto normale o comunque tollerabile dai vescovi loro responsabili…

    I genitori hanno il diritto di poter scegliere liberamente il bene dei loro figli ma con consapevolezza, con una seria e credibile quanto onesta informazione, devono sapere se affidare o meno i loro figli alla chiesa e a quali condizioni.

    Quello che è certo, almeno ad oggi, che per la chiesa di Milano guidata dall’attuale Arcivescovo mons. Mario Delpini, come quella di Brescia, guidata dall’attuale Vescovo mons. Pierantonio Tremolada, è normale e “tollerabile” che un prete porti a letto un minore per dormire in compagnia, al massimo se proprio i genitori si dovessero lamentare, il prete verrà spostato in un altro oratorio dove ci saranno altri bambini e genitori inconsapevoli!!!

    Nel frattempo, in attesa di conoscere l’interpretazione ufficiale del Santo Padre, il processo penale procede, indipendentemente dalla tolleranza o tolleranza zero che sia, con una certa celerità ed estrema  professionalità, un’udienza dopo l’altra.

    Ci sono state le indagini, le intercettazioni, gli interrogatori, le testimonianze, i riscontri…

    Nel mondo reale purtroppo non ci sono adulti normali che, ingannando i genitori di un minore, riescono ad escogitare una strategia premeditata, tale per cui portano nel proprio lettone un ragazzino estraneo al proprio nucleo familiare per dormire in compagnia o perché hanno paura del buio o ancora per una semplice leggerezza…

    Nel mondo reale questo non accade, ed evidentemente anche l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini lo sapeva e lo sa perfettamente: diversamente non si sarebbe scomodato precipitandosi la vigilia di Natale del 2011 (96 ore dopo la fatidica notte delle leggerezze) a spostare il prete immediatamente, di fatto cercando di insabbiare il caso, senza nemmeno sentire l’esigenza di voler chiarire quello che si vuol far credere un semplice malinteso tra il prete, il ragazzino e i genitori.

    In un mondo reale, una leggerezza si poteva tranquillamente spiegare e giustificare… lo stesso sacerdote non avrebbe pagato 150.000 euro, prima ancora della sentenza, per grande generosità (non avendo peraltro soldi) e per il semplice fatto di aver dormito con il consenso preventivo dei genitori… In aula ha spiegato che anche i suoi parenti, gli zii, la nonna sono stati così generosi nei confronti del ragazzino che nemmeno conoscevano…

    …Chissà se anche questo, nel mondo reale, troverà riscontro oppure una mano occulta ha messo mano al portafoglio con i magistrali passaggi di denaro…L’accusa formulata dal Pubblico Ministero che ha indagato approfonditamente non parla di leggerezza ma di abuso sessuale aggravato.

    Purtroppo questo è il mondo reale e speriamo che anche il Santo Padre ne prenda dolorosamente atto rapidamente.

    Redazione

  • I presunti abusi del prete di Milano arrivano fino alle Nazioni Unite

    I presunti abusi del prete di Milano arrivano fino alle Nazioni Unite

    Il caso sarà esaminato in una conferenza a Ginevra. A farlo davanti a un consesso internazionale sarà chiamato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete Abuso”, da anni in prima linea per combattere la piaga della pedofilia del clero. E oggi la vicenda torna in tribunale.

    I caso Galli-Delpini finisce all’Onu. La vicenda del prete milanese imputato in un processo di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni verrà portata il 7 giugno alla sede delle Nazioni unite di Ginevra, come esempio italiano all’interno di una conferenza mondiale sulle violenze nei confronti dei minori, organizzata dall’Eca (Ending clerical abuse) e destinata alla ribalta internazionale dopo il terremoto delle dimissioni in blocco dei 34 vescovi cileni accusati di omertà da papa Francesco.

    La storia ricostruita davanti al giudice di Milano risale al dicembre 2011 e la sua particolarità sta nella gestione ambigua, poco trasparente da parte dell’allora vicario episcopale Mario Delpini (futuro arcivescovo di Milano) e del responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada (attuale vescovo di Brescia).

    I due alti prelati, pur essendo a conoscenza fin da subito del comportamento di don Mauro Galli – portò nel suo letto un minore che lo accusò di aver abusato di lui – decidono di non denunciare il fatto e si limitarono a trasferire il giovane prete da Rozzano a Legnano, da due a quattro oratori, sempre a contatto con gli adolescenti. E per più di due anni promettono ai genitori della vittima un percorso di giustizia iniziato solo dopo la denuncia alla polizia di Stato.

    In un audio registrato durante una conversazione lo stesso monsignor Tremolada ammette “Lo abbiamo trasferito in un altro oratorio, siamo stati imprudenti”. In una lettera di scuse ai famigliari del ragazzo, il cardinale Angelo Scola scrive che l’intera vicenda è stata “gestita in modo maldestro” dai suoi collaboratori. Un’altra particolarità che rende indecifrabile e al tempo stesso interessante la vicenda è la consapevolezza del Vaticano in tutto ciò al momento di promuovere Delpini a responsabile della più grande diocesi d’Europa e Tremolada  nella cattolicissima Brescia. Con lettera firmata dal nunzio apostolico Adriano Bernardini, il 22 marzo 2016 la Santa Sede avverte i genitori del ragazzo di avere acquisito e protocollato tutta la documentazione sul caso.

    Quando papa Francesco ufficializza le promozioni il dossier dovrebbe essere sulla sua scrivania, a meno che una mano poco santa non lo abbia nascosto. Tutto ciò sarà ricostruito il 7 giugno a Ginevra anche grazie agli articoli pubblicati da La Verità quasi in solitudine. A farlo davanti a un consesso internazionale sarà chiamato Francesco Zanardi, presidente dell’associazione “Rete Abuso”, da anni in prima linea per combattere la piaga della pedofilia nel clero. Il congresso, che si terrà due settimane prima della visita pastorale di papa Francesco in Svizzera, arriva in un momento molto delicato per le vicende cilene, e la storia di don Galli non sembra essere lontana dai pensieri del Pontefice. A fine giugno il Papa nominerà 14 nuovi cardinali, tre dei quali italiani: Angelo De Donatis (Roma), Giovanni Angelo Becciu (Segreteria di Stato) e Giuseppe Petrocchi (L’Aquila). Nessun accenno a Delpini, anche se prima dell’esplosione del caso l’arcivescovo era considerato in pole position per un’ulteriore promozione.

    Il caso che da tempo crea imbarazzo e sconcerto nell’arcidiocesi di Milano torna in aula questo pomeriggio per un passaggio cruciale: sarà interrogato proprio don Mauro Galli, che quella sera del 21 dicembre 2011 invitò un ragazzino di Rozzano a “dormire nel lettone” e durante la notte “lo abbracciò da dietro per impedirgli di cadere dal letto”. La vittima, che ha raccontato ben altra versione, ha dovuto affrontare l’inferno della frustrazione, della paura, dell’autodistruzione prima di rivedere sprazzi di serenità. E da sette anni chiede giustizia.

    https://www.laverita.info/i-presunti-abusi-del-prete-di-milano-arrivano-fino-alle-nazioni-unite-2570800572.html

  • Cile. Il nunzio apostolico replica ad accusa circostanziata sull’occultamento di una denuncia

    Cile. Il nunzio apostolico replica ad accusa circostanziata sull’occultamento di una denuncia

    Il nunzio apostolico in Cile, mons. Ivo Scapolo, dopo le accuse del padre Sergio Díaz Cubillos, di Villa Prat, secondo il quale il diplomatico vaticano avrebbe nascosto e sottovalutata una denuncia di abusi, dichiara testualmente:

    “1. Il Nunzio Ivo Scapolo non ha mai preso conoscenza di una denuncia come quella riferita dal sacerdote Sergio Díaz Cubillos.

    2. Mons. Scapolo non ha concordato nessuna riunione presso la Nunziatura Apostolica con il sacerdote. Perciò non è possibile affermare che il Nunzio si sia negato ad incontrare il sacerdote e i giovani di cui si parla.

    3. Vista la gravità delle accuse del sacerdote il Nunzio è disponbile a chiedere che si costituisca una Commissione per indagare i fatti referiti”.

    Anche il vescovo di Linares, mons.Tomislav Koljatic, ha negato categoricamente le affermazioni del sacerdote Díaz che lo coinvolgevano in azioni di occultamento di abusi sessuali.

  • Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Lo scandalo che deciderà il futuro della chiesa

    Nell’arco dell’ultimo ventennio, lo scandalo degli abusi sessuali sui minori ha aperto una crisi drammatica nel cattolicesimo mondiale e prodotto cambiamenti profondi, in parte senza precedenti, nella chiesa di Roma. Da una parte si è affermato un principio di responsabilità – prima negato e occultato – di fronte a delitti considerati gravissimi dall’opinione pubblica e da molte legislazioni civili, allo stesso tempo è entrato in discussione il clericalismo inteso come potere separato e intangibile della chiesa e dei suoi apparati. Su questo secondo aspetto, peraltro, è in corso una battaglia culturale all’interno delle stesse gerarchie ecclesiastiche tutt’altro che conclusa.

    Il momento di svolta in questa storia è il 2001: quell’anno esplodeva infatti il caso dell’arcidiocesi di Boston portato definitivamente alla luce nei mesi successivi dal Boston Globe attraverso l’ormai storica inchiesta che si è aggiudicata il premio Pulitzer ed è diventata un film da Oscar nel 2016, Il caso Spotlight. Qualcosa di paragonabile – per impatto sull’opinione pubblica e costruzione del mito del giornalismo a stelle e strisce – era avvenuto solo con lo scandalo Watergate, l’evento che contribuì alle dimissioni di Richard Nixon, da cui pure venne tratto un celeberrimo film, Tutti gli uomini del presidente.

    Dopo l’inchiesta circa settanta sacerdoti furono accusati di abusi commessi nel corso di alcuni decenni a Boston. Il cardinale arcivescovo della città, Bernard Law, si dimise nel 2002 e di lì a poco si trasferì a Roma, sfuggendo così ai procedimenti giudiziari nei quali era coinvolto per aver coperto i colpevoli, nascosto i delitti e fatto pressione in vari modi sulle vittime e sulle loro famiglie affinché mantenessero il segreto. Law, tra le proteste delle organizzazioni delle vittime e di molti fedeli, fu nominato da Giovanni Paolo II arciprete della basilica di Santa Maria maggiore, a Roma, uno dei più importanti luoghi di culto cattolici al mondo. Vi rimase dal 2004 al 2011. Nel 2017 è morto.

    Il processo in Australia
    In questa primavera 2018 altri fatti raccontano, in modo diverso, la stessa storia. Lo scorso 1 maggio il cardinale George Pell è stato rinviato a giudizio da un tribunale australiano relativamente a diversi casi di abusi su minori, che sarebbero avvenuti in due momenti diversi: tra gli anni settanta e ottanta del novecento a Ballarat, paese di origine di Pell, da cui prese il via la sua carriera ecclesiastica; e tra la fine degli anni novanta e il 2000 a Melbourne, città in cui ricopriva la carica di arcivescovo. Altre accuse sono state respinte dalla giudice Belinda Wellington che, dopo aver ascoltato per un mese una cinquantina di testimonianze contro e a favore dell’accusato, ha deciso che il processo poteva avere luogo.

    Il caso Pell ha alcune implicazioni notevoli. Il cardinale infatti era, fino a un anno fa, il prefetto della segreteria per l’economia, ovvero il capo del nuovo superdicastero creato da papa Francesco per mettere ordine nelle opache finanze vaticane. Il porporato, tuttavia, una volta che l’iter giudiziario ha preso il via in Australia, ha lasciato il suo posto – assecondando in tal modo una richiesta dello stesso Bergoglio – e si è presentato davanti al tribunale australiano per difendersi dalle accuse, rivendicando sempre la sua innocenza.

    Per ora, fa sapere la Santa Sede, “resta in congedo”, in attesa della fine del procedimento. Un po’ in omaggio al principio di non colpevolezza fino al pronunciamento della sentenza, un po’ perché nominare un secondo ministro delle finanze dopo un simile passo falso, non è così facile neanche per il papa.

    I problemi di Pell erano noti da tempo. Sia quando era a capo della chiesa australiana sia da prefetto dell’economia in Vaticano, il cardinale aveva dovuto difendersi dalle accuse di abusi sui minori davanti a due commissioni – una dello stato di Victoria e una della Royal commission. In quelle circostanze aveva di fatto ammesso le proprie responsabilità circa silenzi e coperture, adducendo alcune attenuanti tra le quali la scelta – sia pure giudicata a posteriori come un grave errore – di mettere al primo posto la difesa del buon nome dell’istituzione.

    Il processo in corso è stato accompagnato da infinite polemiche pro e contro il cardinale. Pell è stato una personalità chiave della chiesa australiana e dell’establishment del suo paese, un esponente dell’ala più tradizionalista della gerarchia cattolica sul piano dottrinario e un fautore del liberismo in economia. Tra le sue caratteristiche una buona dose di schiettezza, la capacità di lottare per le proprie idee pubblicamente, nonostante i dissensi e le critiche, e la passione – autentica – per le finanze.

    Il cardinale è entrato in conflitto con il papa sui temi etici, sulla concezione della famiglia, sulle aperture ai divorziati risposati e agli omosessuali. Pell è stato anche l’unico alto esponente vaticano ad aver scritto, nero su bianco, quale fosse il risarcimento pagato dalla Santa Sede allo stato italiano per il crac del Banco ambrosiano, ovvero 406 milioni di dollari. Ancora, davanti alla commissione dello stato di Victoria nel 2013, aveva riconosciuto – e si tratta di una rarità nel mondo ecclesiastico – che il celibato obbligatorio poteva essere all’originedi alcuni casi di abuso sui minori. Figura controversa per eccellenza, amico dell’Opus dei e vicino ai circoli finanziari più conservatori, ora dovrà affrontare un procedimento non facile sotto il profilo giuridico.

    Quando si parla di Pell, non bisogna perdere di vista il contesto: l’Australia è stata sconvolta dalle indagini sulla pedofilia che hanno portato alla luce una realtà sconcertante fatta di decine di migliaia di casi avvenuti tra il 1950 e il 2010, il 60 per cento dei quali all’interno di strutture religiose. La vicenda, definita dalle stesse istituzioni australiane “una tragedia nazionale”, ha rotto in modo traumatico il rapporto di fiducia tra la chiesa e le persone, tanto che lo stesso episcopato australiano ha convocato un concilio plenario nel 2020 (l’ultimo si è tenuto nel 1937) per affrontare la situazione; una decisione in linea con quel rilancio del decentramento sinodale, del ruolo e dell’autonomia decisionale delle chiese locali, promosso da Francesco come strategia di riduzione del centralismo romano.

    Cile, abusi, dittature e silenzi
    L’altro grande nodo venuto al pettine in questi mesi riguarda il Cile. La vicenda ha complesse diramazioni, ma il canovaccio centrale lungo cui si snoda contiene già tutti gli elementi essenziali del problema. Un sacerdote, Fernando Karadima, 87 anni, responsabile di decine di abusi sessuali, è stato anche strettamente legato ad alcune figure dell’alta borghesia cilena e a pezzi di establishment reazionario del suo paese, ha avuto frequentazioni con la giunta militare di Augusto Pinochet ed è stato in ottimi rapporti con il cardinale Angelo Sodano, ex nunzio apostolico in Cile e poi a lungo segretario di stato vaticano, uomo chiave del potere wojtyliano.

    Karadima ha inoltre fondato un’organizzazione, la Pia unione sacerdotale, attorno alla quale, tra gli anni settanta e ottanta del novecento, gravitavano politici, ministri della giunta militare, gerarchie ecclesiastiche. Diversi sacerdoti hanno fatto carriera grazie a Karadima, e alcuni sono diventati vescovi.

    Con il passare del tempo però gli abusi di Karadima sono venuti alla luce grazie alle denunce delle vittime. Il sacerdote ha subìto un processo canonico nel 2010, durante il quale è stato riconosciuto colpevole, e la Santa Sed ha respinto ogni appello per modificare la sentenza. Nel frattempo, e parallelamente, è emersa la figura di monsignor Juan Barros Madrid, vescovo della città di Osorno, nel sud del Cile. Barros – ripetevano le vittime di Karadima – aveva assistito agli abusi, ne era a conoscenza, eppure non era stato mai allontanato dagli incarichi che ricopriva, anzi aveva fatto carriera, difeso e tutelato dai più alti esponenti della gerarchia ecclesiastica. La vicenda ha provocato un’ondata di indignazione nel paese, allontanando moltissimi fedeli dal cattolicesimo.

    Nel gennaio scorso il papa, durante la visita in Cile e Perù, ha difeso a spada tratta Barros, evocando esplicitamente una sorta di complotto di sinistra, laicista e anticlericale, contro la chiesa. Le accuse contro di lui erano infondate. La presa di posizione del papa è esplosa come una bomba sulla stampa di mezzo mondo, suscitando reazioni critiche anche in ambienti cattolici. Francesco ha fatto una prima parziale marcia indietro sul volo di ritorno verso l’Italia, chiedendo scusa alle vittime per le sue parole, senza però cedere sulle responsabilità Barros.

    A quel punto sono cominciate ad arrivare critiche al papa anche dai vertici della chiesa – un altro fatto inedito. Il cardinale Sean Patrick O’Malley, capo della pontificia commissione per la tutela dei minori, che ha preso il posto di Law a Boston dopo gli scandali, ha dichiarato: “È comprensibile che le parole di papa Francesco in Cile siano state fonte di grande dispiacere per le vittime di abusi sessuali da parte del clero”. Dunque, il papa aveva sbagliato.

    Da lì in poi le cose hanno preso un corso imprevedibile: Francesco ha mandato una commissione d’inchiesta fidata e indipendente in Cile, quindi ha fatto sapere di essere stato male informato da alcuni dei suoi collaboratori sul caso Barros. Infine, tra aprile e inizio maggio, le tre vittime più note di Karadima, oggi accusatrici di Barros e dei vertici della chiesa cilena, sono state ricevute in vaticano nella residenza Santa Marta.

    Le vittime in Vaticano
    Juan Carlos Cruz, James Hamilton e Andrés Murillo hanno parlato a lungo con Francesco, e secondo quanto hanno detto loro stessi non ci sono state censure o paure. Ma hanno anche aggiunto: “Non spetta a noi portare avanti le necessarie trasformazioni nella chiesa per fermare l’epidemia degli abusi e degli insabbiamenti sessuali. Speriamo che il papa trasformi le sue amorevoli parole di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo resterà lettera morta”.

    Il passo successivo sarà l’inevitabile rifondazione della chiesa cilena, anche perché negli insabbiamenti degli abusi sono coinvolti ben due cardinali, Ricardo Ezzati Andrello e Francisco Javier Errázuriz Ossa, entrambi ex arcivescovi di Santiago del Cile. Errázuriz Ossa è stato anche uno dei più stretti collaboratori di Bergoglio.

    Il tema resta quello della governance interna alla chiesa e del messaggio che la Santa Sede sarà in grado di trasmettere al mondo. Dimissioni e prepensionamenti di vescovi e cardinali cileni coinvolti nello scandalo saranno un segno di svolta. L’ammissione del proprio errore – e che errore – da parte del vescovo di Roma, pone le basi per una nuova assunzione di responsabilità da parte della chiesa. La vicenda ha segnato il pontificato, che ha creato un dicastero apposito, la Pontificia commissione per la tutela dei minori, poi entrato in crisi per il conflitto tra alcune vittime, i componenti laici dell’organismo e alcuni settori della curia refrattari ad accettare il ruolo decisionale del nuovo dicastero, ritenuto tropo laico e con troppe donne al suo interno.

    Marie Collins, irlandese, una vittima, esperta di tutela dei minori, si è dimessa nel marzo 2017 in polemica con il Vaticano e in particolare con la Congregazione per la dottrina della fede. Al centro dello scontro, i poteri reali della pontificia commissione e la possibilità o meno di istituire un tribunale vaticano per processare i vescovi colpevoli di insabbiamento. Nel luglio del 2017, però, anche il prefetto della congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, leader dei conservatori contro Francesco, ha lasciato il suo incarico a causa, tra le altre cose, di una gestione troppo burocratica dei casi di pedofilia.

    Chiesa e società
    Lo scandalo abusi, dunque, ha fatto emergere diverse questioni relative al potere clericale, al rapporto tra giustizia civile e canonica, al celibato e alla sessualità, all’assenza di donne ai vertici della chiesa. In sostanza è entrata in crisi la relazione tra chiesa e società civile.

    Tra i documenti che saranno ricordati e studiati dagli storici ci sono ben due drammatiche lettere aperte scritte dagli ultimi due pontefici proprio dopo gli scandali legati agli abusi sui minori: la prima, di Benedetto XVI, indirizzata nel 2010 ai cattolici d’Irlanda; e la seconda di Francesco ai vescovi del Cile. In quest’ultima si fa riferimento tra l’altro a “tante vittime di gravi abusi di coscienza e di potere” e agli “abusi sessuali commessi contro minorenni da diversi consacrati del vostro paese, che sono stati negati al momento e che hanno rubato loro l’innocenza”.

    Ratzinger esprimeva “la convinzione che, per riprendersi da questa dolorosa ferita, la chiesa in Irlanda deve in primo luogo riconoscere davanti al Signore e davanti agli altri, i gravi peccati commessi contro ragazzi indifesi. Una tale consapevolezza, accompagnata da sincero dolore per il danno arrecato alle vittime e alle loro famiglie, deve condurre ad uno sforzo concertato per assicurare la protezione dei ragazzi nei confronti di crimini simili in futuro”.

    Anche in Irlanda, il lavoro condotto da una lunga serie di commissioni d’inchiesta governative aveva portato alla luce uno scenario terribile fatto di migliaia di abusi avvenuti in molte istituzioni cattoliche alle quali era stato affidato una parte consistente del sistema scolastico e formativo del paese. All’enormità dello scandalo ha fatto seguito una decisa accelerazione sulla strada della laicità nella sensibilità collettiva del paese e forse una presa di distanza dalla cultura cattolica tout-court; in questa prospettiva può essere letta l’approvazione per via referendaria dei matrimoni gay nel maggio del 2015.

    Da alcuni anni all’università gregoriana di Roma, lo storico ateneo dei gesuiti, è attivo il Centro per la protezione dell’infanzia, che si occupa di studiare gli abusi e lo sfruttamento dei minori dentro e fuori la chiesa, e di formare personale ecclesiastico in grado di gestire un problema così complesso e grave. L’obiettivo è quello di collocare la crisi interna alla chiesa dentro lo spazio più ampio del mondo e delle molteplici tipologie di violenze sui minori. Tuttavia, la rottura del patto di fiducia tra la chiesa e i fedeli, nonché la rottura del silenzio da parte delle vittime, disegnano un quadro specifico che riguarda la chiesa di Roma.

    Casi tenebrosi come quello di padre John Geoghan e Paul Shanley a Boston (autori di decine di violenze su minori, impuniti per quasi un ventennio); del fondatore del gruppo ultrareazionario dei Legionari di Cristo in Messico, Marcial Maciel Degollado (manipolatore, abusatore di minori, finanziato dal miliardario messicano Carlos Slim); e di Lawrence Murphy, sacerdote della diocesi di Milwaukee, considerato responsabile di almeno duecento casi di abuso, descrivono i percorsi di autentici predatori seriali che hanno lasciato una cicatrice profonda nella storia recente della chiesa.

    Dalla capacità di rispondere a questa macro questione – che contiene al suo interno molti dei problemi irrisolti nel rapporto tra istituzione ecclesiale e modernità – dipenderà il futuro del cattolicesimo come religione universale.

    https://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2018/05/15/scandalo-pedofilia-chiesa

  • Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

    di Giorgio Gandola

    “Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

    Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

    La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

    È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

    “Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

    Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

    Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

    (Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

  • Caso Barros e pedofilia, le vittime cilene incontrano il Papa: «Ci ha chiesto perdono»

    Caso Barros e pedofilia, le vittime cilene incontrano il Papa: «Ci ha chiesto perdono»

    Francesco ha ricevuto Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo, le tre vittime del prete pedofilo Fernando Karadima: «Ci auguriamo che Bergoglio trasformi le sue parole di amore e di perdono in azioni esemplari»

    di Gian Guido Vecchi

    «Vede, io voglio che nessuna vittima si senta più sola. Al Papa l’ho raccontato. C’era questa donna di Talcahuano, una zona povera nel Sud del Cile, che mi ha scritto come tanti attraverso i social. Mi diceva: sono stata violentata e mi hanno distrutto la vita perché sono nera, stupida, povera e brutta; ma quando l’ho vista in televisione, io sentivo che già non ero più sola». Juan Carlos Cruz ha parlato a lungo nella sede romana della Stampa estera ma ora, mentre risponde al Corriere, ha le lacrime agli occhi, la voce arrochita. «Io le ho detto: signora, lei è un essere umano e nulla le può togliere la meraviglia che è come persona, così come nessuno l’ha tolta a me». Vescovi e cardinali cileni, in questi anni, gli hanno dato della «serpe», del calunniatore. Ma adesso può dire del suo incontro con Francesco, quasi tre ore di colloquio privato: «Io sono un privilegiato. Voglio che le persone che hanno vissuto quello che ho vissuto io sentano la pace, la tranquillità e la consolazione che ho sentito io. Il Papa mi ha chiesto perdono, è stato sincero. Ci siamo trovati di fronte ad un uomo non superbo, veramente infallibile, e la sua infallibilità sta proprio nel riconoscere di avere sbagliato. È stato davvero un essere umano. Mi ha detto: in parte è stata colpa mia, io sono parte del problema». Nel fine settimana, a Santa Marta, Francesco ha ricevuto Cruz, James Hamilton e Jose Andrés Murillo, le tre vittime del prete pedofilo Fernando Karadima che per anni, inascoltati, hanno accusato il vescovo Barros e le gerarchie della Chiesa cilena, a cominciare dai cardinali i cardinali Ricardo Ezzati (arcivescovo di Santiago) e Francisco Javier Errázuriz (l’emerito che fa parte del «C9», il Consiglio del Papa), di aver saputo e insabbiato, screditando le vittime. Ciascuna delle tre vittime ha parlato da sola con il pontefice, che lunedì le ha poi ricevute insieme. Le loro parole fanno vacillare le gerarchie della Chiesa cilena. «Non ho mai visto una persona così addolorata e contrita. La richiesta di perdono del Papa è stata sincera e avrà delle conseguenze», spiega Cruz. «Francesco ci ha detto che non tornerà indietro nella lotta contro la pedofilia nel clero, e io gli credo. Adesso sta pensando a quali conseguenze, prenderà le decisioni che vorrà. Intanto ha chiesto scusa per la Chiesa universale. La conferenza episcopale cilena non sa chiedere scusa».

    «Azioni concrete»

    «La Chiesa deve essere un’alleata nella lotta agli abusi, non un rifugio per abusatori». Le tre vittime si augurano ora che Francesco «trasformi le sue parole di amore e di perdono in azioni esemplari, altrimenti tutto questo sarebbe lettera morta». Per Murillo «i vescovi stanno creando delle lobby tremende per potersi riparare dalla mano del Papa». Cruz sillaba: «Io spero che i cardinali Ezzati e Errázuruz e tutti i vescovi che coprirono gli abusi paghino le conseguenze del loro atto criminale e magari, in un giorno vicino, si ritirino a pregare in un convento». Hamilton taglia corto: «Ci piacerebbe che andassero tutti in galera, il problema è la prescrizione: vorrei che il Cile e i governi di tutto il mondo la abolissero per gli abusi su minori». Cosa direbbe a Karadima? «A lui nulla, però ai vescovi dico che il maggior danno non è stato Karadima ma quando ero moribondo interiormente e anziché aiutarmi mi hanno respinto: a loro dico che sono criminali». Cruz, Hamilton e Murillo hanno accettato l’invito di Francesco «a nome di migliaia di persone che sono state vittime di abusi sessuali e copertura della Chiesa cattolica: hanno dato un significato alla nostra visita». In un comunicato firmato assieme scrivono: «Per quasi 10 anni siamo stati trattati come nemici perché abbiamo combattuto contro l’abuso sessuale e l’occultamento nella Chiesa. In questi giorni abbiamo conosciuto un volto amichevole della Chiesa, totalmente diverso da quello che abbiamo incontrato in passato.Il Papa ci ha chiesto formalmente perdono a nome suo e della Chiesa universale. Riconosciamo e apprezziamo questo gesto e l’enorme ospitalità e generosità di questi giorni».

    La svolta

    L’invito del Papa era annunciato fin dalla svolta nel caso Barros, il vescovo cileno accusato di aver coperto il prete pedofilo Fernando Karadima, lo scandalo che ha devastato la credibilità della Chiesa cilena e funestato la visita di Francesco a gennaio. Da principio il Papa aveva difeso Barros dai fedeli che ne chiedevano la cacciata, «sono calunnie, per due volte ho respinto le sue dimissioni, non ci sono evidenze», ma poi ha disposto un’indagine affidata in febbraio all’arcivescovo maltese Charles Scicluna, uomo di punta del Vaticano nella lotta contro i preti pedofili: 64 testimoni sentiti a Santiago del Cile, 2300 pagine. Letto il rapporto, Bergoglio l’8 aprile ha scritto una lettera ai vescovi cileni: «Riconosco di aver commesso errori gravi di valutazione e percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate». Tradotto: non me l’avete raccontata giusta. Nelle lettera, Francesco convocava i vescovi a Roma «per discutere insieme» e decidere «atti concreti» per «ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, riparare lo scandalo il più possibile e ripristinare la giustizia».

    «Ambiente tossico»

    Nel rispondere alle domande dei giornalisti, i tre mostrano fiducia nella sincerità del pontefice, come ha detto Cruz: «Io credo che il Papa sia stato male informato. La domanda è: chi informa male il Papa? Parlando con lui, ho ammesso che mi ha ferito terribilmente quando ha parlato di “calunnie”. E sono certo che c’è un ambiente tossico attorno a questa vicenda, penso al nunzio apostolico, al cardinale Errázuriz, al cardinale Ezzati, ai membri della conferenza episcopale cilena. Poi il Papa ha parlato con un po’ di persone e ha subito inviato in Cile monsignor Scicluna e padre Bertomeu, che gli hanno aperto completamente gli occhi». Cruz conclude: «Io sono un privilegiato, il Papa mi ha chiesto perdono. Mi piacerebbe che le vittime di tutto il mondo si sentissero altrettanto privilegiate. E sentissero, come ho sentito io, un cambio di atteggiamento: non mi attaccano più, mi amano. Non ci sono altre possibilità. Io sono cattolico, la credibilità della Chiesa è la porta della fede. E lo scandalo dei preti pedofili sta uccidendo la fede di tanta gente».

    https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_02/caso-barros-pedofilia-vittime-cilene-incontrano-papa-ci-ha-chiesto-perdono-1fbefe44-4e3d-11e8-889c-539720f4b175.shtml