Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    PRESIDENTE ZUPPI, A QUESTO REPORT MANCHERÀ PROPRIO LA SERIETÀ

    Il Coordinamento ItalyChurchToo contro gli abusi nella Chiesa, promotore di una linea di contrasto agli abusi clericali ben precisa, espressa articolatamente nella “Lettera ai vescovi” del 16 maggio scorso, giudica gravemente inadeguate e contraddittorie le scelte attuate dalla CEI in relazione al «I Report sulle attività dei Servizi Regionali, dei Servizi Diocesani/Interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili», così come illustrate nel comunicato stampa del 23 giugno scorso e nell’intervista rilasciata dal presidente della CEI card. Matteo Zuppi ai maggiori quotidiani italiani (Corriere della Sera, la Repubblica, il Messaggero, La Stampa 23/6).

    1) Presidente, i centri diocesani non sono indipendenti. Il Report in sé appare inadeguato a cogliere il dato quantitativo e qualitativo del fenomeno: in primo luogo perché in capo a una rete di servizi interna alla Chiesa e dunque non caratterizzato da quella terzietà necessaria per arrivare a una valutazione oggettiva e super partes del problema. Per fare un esempio, all’interno della Commissione per la tutela dei minori dell’arcidiocesi ambrosiana è stato nominato, nel 2019, l’avv. Mario Zanchetti, difensore di tanti preti accusati di abuso: non proprio un modello di neutralità. In secondo luogo, l’arco temporale sul quale tali servizi possono avere competenza è estremamente limitato (2020-2021), non essendo oltretutto essi nemmeno distribuiti in modo omogeneo in tutte le diocesi italiane. Contestiamo pertanto l’affermazione del cardinale secondo cui i servizi diocesani sarebbero assolutamente «indipendenti», con la curiosa precisazione che «a Bologna sono tutte donne, professioniste, guidate da una psichiatra. E discutiamo, sono assolutamente indipendenti». Un singolare sillogismo: ma non basta che un centro diocesano sia in mano a équipe femminili per avere la patente di indipendenza. A meno che le professioniste suddette, in quanto donne, nella visione del cardinale siano percepite come esterne alla Chiesa.

    2) Presidente, la statistica non è un opinione, è una scienza. Il comunicato della Cei non fa alcun riferimento all’altra componente dell’“indagine”, che dovrebbe avere come oggetto i dati provenienti dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) inerenti al ristretto arco temporale 2000-2021. Nel frattempo, però, il cardinale Zuppi definisce nell’intervista «oggettivi», «sicuri» i dati in possesso del DDF, ponendoli in contrapposizione con i risultati del Rapporto francese della Commissione CIASE, giudicando negativamente la loro natura di «proiezioni statistiche», e affidandosi alla valutazione di «tre inchieste di universitari» che «demoliscono il lavoro della commissione». Un giudizio grossolano sull’enorme lavoro di ascolto delle vittime della Commissione d’Oltralpe, durato due anni, che abbraccia un periodo di 70 anni e che ha messo all’opera personalità di alto profilo: è un sorprendente e ingiustificato attacco alla Chiesa sorella. Il cardinale sembra ignorare che le “proiezioni statistiche” utilizzate nel Rapporto CIASE sono uno strumento caratterizzato da rigore scientifico, come ribadito anche di recente da p. Hans Zollner, il quale ha sottolineato come «la metodologia usata dal gruppo è quella utilizzata dalle istituzioni come l’OMS ed è una metodologia valida. È una stima e un’estrapolazione, certo, che viene usata ad esempio per scoprire quante persone a Parigi sono malate di cancro della pelle. Non si conoscerà mai esattamente il numero, ma si avrà un’immagine dell’ampiezza del fenomeno». (Paris, Centre Sèvres, IV Conferenza del ciclo “Dopo la Ciase, pensare insieme la Chiesa”). Oltretutto lo stesso cardinale dimostra di fidarsi di dati statistici ottenuti da proiezioni, quelli dell’Istat, quando afferma, nell’intervista rilasciata ai quotidiani italiani, che «in Italia ci sono sei milioni di persone in povertà, una su dieci, anche a causa della solitudine»

    3. Presidente, “metodo qualitativo” ha un significato preciso. Nell’intervista, lei parla di metodo “qualitativo” come metodo che consiste nel «distinguere i numeri grezzi, capire le differenze». Non è corretto. Il metodo qualitativo non rappresenta infatti un lavoro “di qualità” su dati quantitativi ma raccoglie elementi da interviste in profondità e storie di vita: proprio il tipo di lavoro compiuto dalla Commissione Ciase.

    4. Presidente, quali e quanti dati possiede il Dicastero per la Dottrina della Fede? Per quanto riguarda l’arco temporale dei dati del DDF ai quali i vescovi intendono fare riferimento (2000-2021), curiosamente si tratta dello stesso periodo preso in considerazione nell’indagine permanente del settimanale Left, avviata a metà febbraio e consultabile da chiunque su chiesaepedofilia.left.it. Inoltre, altrettanto singolare è che tale operazione contraddirebbe l’affermazione di mons. Scicluna che, nel 2014, incalzato dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia, dichiarò che i dati sugli abusi non sono nella disponibilità del DDF ma delle diocesi. Certo, sono trascorsi otto anni da allora, molto può essere cambiato nella collaborazione tra DDF e Chiesa italiana, ma pare di cogliere la stessa difficoltà appena un mese fa, quando il medesimo mons. Scicluna (ora segretario aggiunto della sezione disciplinare del DDF), interpellato sull’applicazione globale di “Vos estis lux mundi”, risponde che «oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti», e che «molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Che sarà, inoltre, dei casi di preti denunciati solamente alle autorità italiane e condannati dalla nostra giustizia?

    5. Presidente, la Chiesa esamini se stessa. Sempre nell’intervista, lei mira a proporre il Report della Chiesa come strumento di prevenzione per «capire il fenomeno più vasto nella società, se non c’è pregiudizio». Anche questo elemento è irricevibile: la Chiesa non deve spostare il suo focus da ciò che accade al suo interno, e non è nelle condizioni di porsi come esperta o consulente in iniziative di carattere statale.

    6. Presidente, qual è il suo concetto di “indipendenza”? Il Coordinamento ItalyChurchToo considera irricevibile la scelta dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza come istituzione “indipendente”, motivata dai vescovi con il suo ruolo pregresso di soggetto valutatore all’interno del progetto “SAFE”. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, infatti, non soddisfa il requisito dell’indipendenza rispetto alla Chiesa: per statuto, come tutte le università cattoliche è regolata dal Codice di Diritto Canonico (can. 807-814), dalla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae (15 agosto 1990), dalle Norme applicative delle Conferenze episcopali e dai suoi Statuti interni; la sua missione è di «servire a un tempo la dignità dell’uomo e la causa della Chiesa» (Ex Corde Ecclesiae, art. 4); la sua missione è svolta «in armonia con il magistero della Chiesa» (art. 11). Insomma, l’alto profilo scientifico e accademico della Cattolica non è condizione sufficiente a garantire oggettività, terzietà e, nel caso del Report sugli abusi, valutazioni scevre da conflitti di interessi. Altrove sono state investite del compito istituzioni prive di legami con la Chiesa: in Germania, ad esempio, lo Studio nazionale MHG (2018) è stato portato avanti da tre università statali, quelle di Mannheim, Heidelberg e Giessen; stesso genere di incarico svolge l’Università di Zurigo per la Svizzera.

    7. Presidente, la Cattolica di Piacenza ha partecipato al “progetto della Chiesa italiana” sugli abusi… La sede di Piacenza dell’Università Cattolica – come lo stesso comunicato della CEI riporta – ha oltretutto già lavorato “a fianco” della Chiesa, nel progetto “Supporting Action to Foster Embedding of child safeguarding policies in Italian faith led organizations and sports club for children – SAFE”, accanto a un altro istituto universitario, il CiRViS, Centro Interdisciplinare di Ricerca sulla Vittimologia e sulla Sicurezza del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, con l’obiettivo di creare le competenze per la prevenzione degli abusi su minori all’interno dell’associazionismo cattolico. Un lavoro – svolto in partnership con l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, il Centro Sportivo Italiano e la Presidenza Nazionale di Azione Cattolica Italiana – la cui efficacia è stata valutata proprio dalla Cattolica di Piacenza; un lavoro di tale rilievo per la Chiesa da essere definito, sul quotidiano Avvenire (18/2), “il progetto della Chiesa italiana”.

    Per tutti i suddetti motivi, il Coordinamento ItalyChurchToo ritiene inaccettabili la metodologia, gli standard e i partner dell’operazione intrapresa dalla CEI e ribadisce la necessità di rendere accessibili tutti gli archivi ecclesiali ai fini di una indagine realmente esterna, indipendente, libera da conflitti di interesse, che riguardi un arco temporale molto più vasto: unica garanzia di verità, di giustizia per tutte le vittime e di reale ed efficace prevenzione.

    Roma, 30/6/2022

    https://italychurchtoo.it/2022/06/comunicato-stampa-presidente-zuppi-a-questo-report-manchera-proprio-la-serieta/

  • La “via italiana” dei vescovi, una strada inadeguata, forse anche dannosa

    La “via italiana” dei vescovi, una strada inadeguata, forse anche dannosa

    Il 27 maggio scorso, in conferenza stampa, il neo-presidente CEI card. Matteo Maria Zuppi ha illustrato quella che ha definito la “via italiana” nella lotta agli abusi nella Chiesa, in cinque punti. Il Coordinamento valuta le cinque linee d’azione non solo carenti, ma segno di una direzione divergente rispetto all’assunzione di responsabilità e trasparenza richieste.

    1. Potenziamento della rete dei referenti diocesani e dei relativi Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili e
    2. Implementazione della costituzione dei Centri di ascolto

    Il Coordinamento ritiene che i servizi diocesani per la tutela dei minori, così come sono concepiti, non abbiano le caratteristiche di terzietà necessarie per accogliere la denuncia delle vittime, spesso restie a rivolgersi a un centro istituito dalla stessa istituzione all’interno della quale hanno vissuto l’abuso. La resistenza a fare riferimento a tali centri è spesso aggravata dalla presenza di preti quali referenti diocesani; nel merito, i Centri d’ascolto, inoltre, lungi dall’offrire una disponibilità di contatto continuativa e articolata, sono spesso affidati a singole figure con una limitata offerta di tempi e qualità di ascolto. 

    3. Realizzazione di un primo Report nazionale – poi annuale – sulle attività di prevenzione e formazione e sui casi di abuso segnalati o denunciati alla rete dei Servizi diocesani e interdiocesani negli ultimi due anni (2020-2021), raccolti e analizzati da un Centro accademico di ricerca, ai fini di un monitoraggio permanente dei dati e dell’efficacia delle attività messe in campo.
    Il Coordinamento ritiene inutile, per i motivi di cui sopra, un Report annuale basato sui soli dati raccolti dai servizi diocesani, destinati a risultare gravemente lacunosi e parziali e, pertanto, a fornire un’immagine falsata del fenomeno. La collaborazione con un Centro accademico di ricerca in fase di analisi dei dati non costituisce quella garanzia di indipendenza necessaria a raggiungere la conoscenza più ampia possibile del fenomeno, che può essere ottenuta soltanto grazie all’accessibilità di tutti gli archivi ecclesiali, messi a disposizione di un Ente o una commissione super partes dotata di altissima competenza interdisciplinare.

    4. Analisi quantitativa e qualitativa dei dati custoditi presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, facenti riferimento a presunti o accertati delitti perpetrati da chierici in Italia nel periodo 2000-2021, condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti.
    Il Coordinamento ritiene insufficiente il ricorso ai dati in possesso della CDF, che notoriamente costituiscono solo il dato emerso e giusto a definizione processuale canonica.
    Ritiene, inoltre, discriminatorio l’arco temporale preso in esame, in quanto escludente le vittime emerse in tempi precedenti, ma anche quelle non emerse in quanto non ancora giunte a maturazione della consapevolezza dell’abuso subìto, il cui tempo è stato attestato, anche in sede scientifica, fino a 30, persino 40 anni; tale arco temporale risulta inoltre insufficiente a determinare sia contesti in cui l’abuso sia stato sistemico, sia dinamiche strutturali più profonde, che solo possono essere individuati esaminando un periodo più ampio.
    Inoltre, non sono state pronunciate parole chiare in merito al tema dei risarcimenti morali ed economici, passaggi essenziali per dare concretezza alla ricerca di verità e all’offerta di giustizia.

    5. Partecipazione della CEI in qualità di invitato permanente all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito con legge 269/1998.
    Il Coordinamento ritiene inappropriata tale partecipazione, soprattutto alla luce della previa necessità di operazioni di verità e di giustizia che devono precedere qualsiasi sguardo su un futuro di prevenzione – al quale l’Osservatorio è per natura vocato, nonostante lunghissimi periodi di inattività –, nonché qualsiasi coinvolgimento diretto della CEI in qualità di “invitato permanente”.
    I vescovi definiscono queste cinque linee di azione «non un elenco chiuso a eventuali sviluppi, tutt’altro: è volontà dei Vescovi compiere qualsiasi passo perché il fenomeno degli abusi venga contrastato decisamente, promuovendo ambienti sicuri e a misura dei più piccoli e vulnerabili». 

    Il Coordinamento ritiene che l’orientamento impresso all’operazione complessiva costituisca una scelta di campo ben precisa, difficilmente passibile di aggiustamenti che possano mutarne radicalmente la natura fino a trasformarla in un’operazione radicale e orientata decisamente alla verità e alla giustizia, quanto potrebbe invece essere assicurato da un’indagine indipendente.

    Il mancato coinvolgimento attivo delle vittime fin nella sua concezione – realizzato, al contrario, ad esempio durante i lavori della Commissione CIASE in Francia, che hanno visto anzi la preminenza dell’ascolto dei sopravvissuti – lascia la porta aperta a gravi dubbi riguardo alla reale volontà della CEI di prendersene cura in primo luogo.

    Il Coordinamento ItalyChurchToo, nato da un’iniziativa femminile che ha coinvolto donne e uomini sopravvissute/i a crimini di pedocriminalità, ad abusi psicologici e spirituali, non può non rilevare che la resistenza manifestata dalle gerarchie ad accogliere le legittime istanze di riconoscimento/riparazione di tali colpe si associa al parallelo rifiuto del riconoscimento delle offese e dei reati perpetrati nei secoli dal magistero cattolico contro il genere femminile.

    Il Coordinamento ItalyChurchToo ringrazia le numerosissime persone che a vario titolo, da ogni settore della società e della cittadinanza e in particolare dalla base cattolica, dall’Italia e dall’estero, hanno aderito alle istanze promosse, dimostrando quanto sia radicato il bisogno di reale verità, giustizia e prevenzione per le sopravvissute e i sopravvissuti agli abusi.

    Roma, 21 giugno

    https://italychurchtoo.it/2022/06/la-via-italiana-dei-vescovi-una-strada-inadeguata-forse-anche-dannosa/

  • La via di fuga dei rappresentanti della Chiesa accusati di pedofilia

    La via di fuga dei rappresentanti della Chiesa accusati di pedofilia

    QUITO – Un rifugio per presunti pedofili con la croce al collo. Durante delle indagini in Germania, sono state ritrovate delle lettere che fanno sospettare di una rete internazionale di aiuto a tutti quei rappresentanti della Chiesa che potrebbero aver commesso dei reati di abuso contro dei minori.

    Durante un trasloco degli archivi della diocesi di Hildesheim è stata ritrovata una lettera del 1976 firmata da Emil Stehle, un vescovo cattolico tedesco morto nel maggio del 2017 e che era stato accusato da almeno dieci donne di abuso sessuale. Il quotidiano El Paìs e il programma televisivo tedesco Report München hanno realizzato un’inchiesta giornalistica in merito. Ecco che cosa hanno scoperto.

    Nella missiva Stehle racconta la fuga in Paraguay di un sacerdote tedesco accusato di vari abusi nella città di Süpplingen. La lettera è indirizzata a un vescovo dell’epoca, Heinrich Maria Janssen. «La persona che non nominerò dovrebbe essere impiegata non solo in un’altra diocesi, ma in un altro Paese. Per quanto riguarda la tua lettera, posso presumere che tu sia d’accordo se non ti informerò della sua nuova posizione, così che tu non sia in grado di fornire questa informazione a terzi». Stehle poi assicura a Janssen che si occuperà delle spese di viaggio e di alloggio. Quando poi l’ufficio del procuratore di Brunswick chiese informazioni circa dove si trovasse il sacerdote, la diocesi rispose di non saperlo.

    Un caso analogo era stato scoperto in Spagna nel 2018. E anche Stehle era coinvolto. Il cardinale Ricard Maria Carles aveva infatti contattato nel 1990 il vescovo per chiedergli di accettare il sacerdote spagnolo Jordi Senabre, che aspettava di essere processato per pedofilia, nella diocesi di Santo Domingo de los Colorados in Ecuador, dove all’epoca si trovava appunto Stehle.

    In tutto, sono state trovate prove che almeno 23 rappresentanti dell’ordine episcopale con accuse di pedofilia sono stati accolti nel “rifugio” ecuadoriano, sia prima che Stehle vi si stabilisse che dopo. Questi vengono da Svizzera, Germania, Polonia, Irlanda, Italia, Perù e Colombia.

    La lettera scoperta in Germania è stata sottoposta alla visione di un magistrato. Questi ritiene che «il modo in cui è stata scritta permette di concludere che non si tratta di un caso isolato. Descrive una procedura comune, ovvero quella usata quando si vuole far sparire qualcuno». I documenti raccolti dalla testata spagnola e dal programma televisivo tedesco sono in seguito stati consegnati alla Conferenza episcopale tedesca che a sua volta ha inviato i fascicoli al Centro di coordinamento dei Fidei Donum perché vengano esaminati.

    https://m.tio.ch/dal-mondo/cronaca/1589381/stehle-rappresentanti-pedofilia-fuga-chiesa

     

  • Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    ROVIGO – È accusato di aver riservato attenzioni a sfondo sessuale a una decina di ragazzini, alcuni dei quali di età inferiore ai 14 anni, dei quali aveva la responsabilità in qualità di capo scout.
    Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, i cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui.

    Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA
    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 maggio,  alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA
    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA
    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/rovigo/scout_pedofilia_condannato_capo-6726161.html

  • ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    di Gianluca Amadori – Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui. Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA

    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 Maggio, alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA

    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA

    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    IL GAZZETTINO – 1 giugno 2022

  • Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    Chiesa e abusi: “Venga istituita una commissione”

    C’era anche il bresciano Michelangelo Ventura a Roma alla presentazione della lettera inviata alla Cei in occasione della sua 76esima assemblea generale sul tema degli abusi nella chiesa. L’evento è stato organizzato lo scorso 27 maggio all’associazione “Stampa estera” dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella chiesa cattolica” (ItalyChurchToo). Fondato il 15 febbraio 2022, il Coordinamento ha visto l’adesione di decine di realtà, laiche e cattoliche, in primis “Rete l’abuso”, l’associazione italiana delle vittime di preti pedofili che, dal 27 maggio, ha ricevuto centinaia di segnalazioni di molestie e abusi.

    Ventura fa parte del Coordinamento, oltre che di “Noi siamo chiesa”, e da questa esperienza nella Capitale ha portato nella nostra città “il messaggio che anche qui c’è bisogno di verità sugli abusi all’interno della chiesa, per fare giustizia e risarcire le vittime, persone che, quando riescono ad esternare la loro sofferenza, si definiscono “sopravvissute”. Risarcire sia sul piano giuridico morale sia su quello economico, per far fronte alle spese processuali e di cura”.

    Le vittime, anche nel Bresciano “ci sono sicuramente, ma è difficilissimo raggiungerle”, continua Ventura, segnalando che sul sito www.retelabuso.org sono indicati alcuni episodi e, nel 2016, fu stilata una “mappa” delle diocesi dove sono stati attestati casi di abuso da parte di preti. Tra queste vi era anche Brescia, con tre casi dettagliati, due in città e uno in provincia.

    Del resto qualche mese fa padre Hans Zollner, teologo e psicologo parte della commissione pontificia cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella chiesa, ha dichiarato: “Abbiamo dei criminali fra noi perché ormai il fenomeno è chiaro, cioè che nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore”.

    “Quindi – aggiunge ancora Michelangelo Ventura – anche nella nostra realtà bresciana siamo propensi ad immaginare che il fenomeno sia da sempre esistito e purtroppo sottaciuto: se lo sostiene un prelato interno alla chiesa vuol dire che il tema è molto concreto”.

    A Roma il flashmob è stato molto d’impatto: alcuni attivisti, nelle vicinanze della Nunziatura apostolica, hanno esposto cartelli con foto di uomini e donne con biancheria intima macchiata di sangue, ispirati da una protesta organizzata in aprile in Estonia, per attirare l’attenzione sulle presunte violenze dei russi contro le donne in Ucraina.

    Ma ogni azione di “ItalyChurchToo” non vuole essere un attacco alla chiesa, anzi, ribadisce Ventura: “Vogliamo liberare la nostra chiesa da questo peso, aiutarla ad essere una chiesa con la piena fiducia e partecipazione dei suoi fedeli; per questo chiediamo una commissione di inchiesta indipendente: aspiriamo ad una chiesa altra, trasparente. Ci sono tanti sacerdoti che si spendono sul territorio, c’è una chiesa viva e degna di liberazione. Il vero ente che dovrebbe indagare è lo Stato italiano e la chiesa dare la sua piena collaborazione, come chiesto anche dall’Onu in più occasioni. Questo aiuterebbe la chiesa ad essere davvero libera, evangelica”.

    I.Pan.

    (trascrizione da BRESCIAOGGI, 1 giugno 2022)

  • “Una commissione indipendente sugli abusi”: l’appello ai vescovi dal comitato anti-pedofilia. “Aprite gli archivi e aiutate verità e giustizia”

    “Una commissione indipendente sugli abusi”: l’appello ai vescovi dal comitato anti-pedofilia. “Aprite gli archivi e aiutate verità e giustizia”

    “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes, che faccia luce sugli abusi compiuti dal clero in Italia, che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali”. È la richiesta rivolta alla Conferenza episcopale italiana (Cei) dal Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo, nato a febbraio scorso per chiedere “una Spotlight italiana” a nome delle vittime di abusi, del laicato cattolico, di istanze del dialogo interreligioso, della cittadinanza e di alcuni media sensibili. L’appello è contenuto in una lettera consegnata il 10 maggio scorso al presidente uscente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, a tutto l’episcopato italiano, al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, al prefetto della Congregazione per il clero, Lazzaro You Heung-sik, e al segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Mario Grech.

    Le esperienze in Europa – Il documento viene reso pubblico nel giorno in cui si apre l’assemblea generale della Cei, chiamata a scegliere il nuovo presidente dell’episcopato italiano. Ma durante i lavori – che come ormai tradizione saranno aperti dal Papa – è prevista anche una comunicazione sulle attività e sulle proposte di contrasto agli abusi promosse dal Servizio nazionale per la tutela dei minori. Da mesi, infatti, la Cei discute sulla possibilità di avviare una commissione indipendente sulla pedofilia del clero anche in Italia, sulla scia delle esperienze analoghe realizzate all’estero. Per esempio la commissione Sauvè in Francia, che a ottobre 2021 ha consegnato un rapporto in cui stima 216mila vittime di abusi da parte di 3.200 sacerdoti a partire dal 1950. O il rapporto tedesco choc sull’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, retta dal papa emerito Benedetto XVI tra il 1977 e il 1981: almeno 497 vittime e 235 abusatori nel periodo 1945-2019. O ancora la commissione governativa che sarà istituita in Spagna dopo la maxi-inchiesta di El Paìs, che da sola ha svelato oltre trecento casi di abusi negli ultimi cinquant’anni. In questo senso da ItalyChurchToo mettono le cose in chiaro: “Rigettiamo anticipatamente qualsiasi ipotesi di lavoro condotto con strumenti e risorse interne alla Chiesa stessa, che non avrebbe le caratteristiche di terzietà necessarie e risulterebbe non credibile, carente e in ultima analisi inutile, se non dannosa”.

    “Fino a un milione di potenziali vittime” – “Una vera commissione indipendente sarebbe rivoluzionaria, ma anche molto scomoda. Perché dimostrerebbe che l’Italia è il Paese col più alto numero di preti pedofili al mondo”, dice al fattoquotidiano.it Francesco Zanardi, 51 anni, sopravvissuto agli abusi di don Nello Giraudo – il parroco savonese condannato per violenze su minori – e presidente della Rete l’Abuso, l’associazione delle vittime del clero italiano. “Basta usare la statistica”, spiega: “In Francia i preti sono 22mila e la commissione ha individuato più di tremila pedofili e più di duecentomila abusi. Poiché in Italia i preti sono 52mila, in base a studi indipendenti è ragionevole pensare che i pedofili potrebbero essere il triplo, nove o diecimila. E gli abusati fino a un milione“. Domenica, sul sito di Rete l’Abuso, Zanardi ha criticato la recente partecipazione della Cei all’Osservatorio ministeriale per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia, definita “un lifting generosamente offerto dal governo italiano al clero”: “La pedofilia ecclesiastica non si può paragonare a quella delle persone comuni, perché è coperta da una gerarchia potente. Per questo l’Osservatorio non basta, ma serve una commissione d’indagine ad hoc composta da esperti qualificati, a cui partecipino anche rappresentanti delle vittime. E che sia seguita da una commissione parlamentare in grado di predisporre strumenti legislativi di prevenzione, ad esempio l’obbligo di denuncia per chiunque assista a un abuso, che già esiste in Francia, Germania e Svizzera”, afferma.

    Aprire gli archivi – Le richieste del Coordinamento ai vescovi italiani sono in totale sette. “Chiediamo che siano aperti e resi disponibili gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, parrocchie, centri pastorali, istituzioni scolastiche ed educative cattoliche; che siano posti in essere canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano perché i colpevoli di crimini contro i minori vengano perseguiti”, si legge nella lettera. “Non siamo disposti ad accogliere sinergie con istituzioni statali che non contemplino una seria indagine sul passato, un coinvolgimento diretto delle vittime e una riparazione proporzionata al danno arrecato. È necessario che le responsabilità personali dirette, così come omissioni e indebite coperture, causa di rivittimizzazione delle vittime, siano accertate e rese note, a tutti i livelli, ai fini di una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni, alle quali tutte e tutti siamo chiamati”.

    L’obbligo di denuncia – E ancora: “Chiediamo che si affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani di ascolto esistenti, elaborando una proposta alternativa che offra figure professionali neutrali e competenti, per rendere meno psicologicamente gravosa e più agevole e rigorosa la raccolta di storie e testimonianze. Chiediamo che le vittime e le loro famiglie siano ascoltate, accolte e risarcite, anche finanziariamente, per i danni biologici, psicologici, morali ed economici subiti, pur nella consapevolezza che nulla potrà mai compensare la sofferenza subita. E che siano contestualmente contemplati percorsi di assunzione di responsabilità degli autori di reato davanti alle vittime, in un’ottica di giustizia riparativa. Chiediamo l’applicazione rigorosa delle norme stabilite da Papa Francesco, in particolare contenute nel motu proprio Vos estis lux mundi, che sancisce in primo luogo l’obbligo, morale e giuridico, di segnalazione degli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili, o contro qualunque persona con violenza, minaccia o abuso di autorità”.

    La prescrizione – Infine, il Comitato chiede ai vescovi di farsi “promotori dell’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi, come già sta avvenendo in altri Paesi: la maturazione della coscienza dell’abuso richiede alle vittime, come ormai attestato anche in sede scientifica, tempi molto lunghi che fatalmente, oggi, rendono prescritta la maggior parte delle denunce”. Per Zanardi, l’estinzione di questi reati “è in contraddizione con la Convenzione Onu del sui diritti dell’infanzia e l’adolescenza, ratificata dall’Italia: in media le vittime hanno tempi di reazione lunghissimi prima di denunciare, anche venti o trent’anni. Così le gerarchie ecclesiastiche sono incoraggiate a tenere nascosti i casi più a lungo possibile, e quando vengono alla luce i magistrati sono costretti a chiedere l’archiviazione”. Infine, la lettera chiede “di estendere anche al clero e al volontariato attivo nella Chiesa l’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal Governo italiano, al fine di restituire maggiore trasparenza alle istituzioni ecclesiastiche”.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/23/una-commissione-indipendente-sugli-abusi-lappello-ai-vescovi-dal-comitato-anti-pedofilia-aprite-gli-archivi-e-aiutate-verita-e-giustizia/6600770/
  • Con il fallimento annunciato della CEI in Italia il Governo perde la lotta agli abusi sessuali in Europa, la chiesa nel mondo

    Con il fallimento annunciato della CEI in Italia il Governo perde la lotta agli abusi sessuali in Europa, la chiesa nel mondo

    Un gigante con i piedi di argilla e un fallimento negato solo dai media nostrani che fanno spalla, ma quanto sta accadendo in Italia, il paese che suo malgrado ospita da sempre e finanzia lo Stato della Città del Vaticano, dove la religione cattolica, il numero dei preti e dei fedeli è il più alto nel mondo.

    Come verosimilmente il numero di bambini stuprati nelle parrocchie italiane. Un dato di cui lo Stato non si interroga ma che terrorizza la CEI che per questo oggi più che mai invoca ai media la censura.

    Il paese con il Governo più compiacente da sempre e che malgrado l’indicazione degli altri paesi e dell’UE; i più richiami da parte degli organi sovrannazionali che nella sostanza lo accusano di favorire la pedofilia non solo ecclesiastica nel paese, non adempiendo a quegli interventi (l’Italia è stata nuovamente denunciata all’Onu per inadempienza totale alle raccomandazioni del 2019) che sono non solo il fondamento dei vari concordati, ma necessità strutturali alle quali adeguare le norme per il fine che è l’interesse superiore della salute dei minori.

    Tolto il grande pubblico che apprende quanto riportano i media italiani – che in tutti questi anni non hanno mai fatto una sola inchiesta –  i sopravvissuti sono gli unici oggi a fare da ago della bilancia sui fallimenti della Giustizia e alle dichiarazioni della chiesa, soprattutto sulla veridicità dei fatti dichiarati. Sono quelli che ad essa si sono rivolti e vedendosi sbattere puntualmente la porta in faccia in barba ai proclami mediatici degli ultimi anni, sanno concretamente quanto valgano le iniziative dietro alla campagna di Tolleranza ZERO avviata da papa Francesco, una campagna che come Chiesa italiana ha ottenuto nei confronti dei sopravvissuti una Credibilità ZERO.

    Il fatto che non esista un solo sopravvissuto che ringrazia, credo sia drammaticamente significativo.

    Ma quanto è credibile oggi la CEI che da mesi sta avviando in occasione della nomina del nuovo Presidente, una vera e propria campagna mediatica fatta di proclami non ingenui, ma certosinamente ragionati ed in totale malafede, oltre che ingannevoli e indignitosi per l’informazione pubblica che li riporta senza un doveroso contraddittorio, privando di fatto i sopravvissuti italiani, di qualunque possibilità di parola.

    Denunciamo con forza quanto è accaduto qualche giorno fa nella più violenta forma di censura da parte di Avvenire, SIR, Chiesa Cattolica e Italia Viva, relativamente alla ministra Elena Bonetti.

    Con un comunicato congiunto il Governo ha annunciato di aver lanciato un salvagente alla CEI per uscire dal problema della pedofilia. Diciamo “uscire” in quanto il tutto emerge sotto forma di un LIFTING generosamente offerto ancora una volta dal Governo Italiano al clero, nessun accenno a indennizzi o aiuti ai sopravvissuti o pene per i colpevoli e qui la gravità dell’annuncio, contestato dagli stessi che hanno chiesto il diritto di replica all’infausto comunicato, ricevendo il solito silenzio di chiesa e redazioni giornalistiche.

    Un ottimo inizio in perfetto “stampo italiano” che parte con il preoccupante silenzio, non tanto del clero – classico e a cui noi sopravvissuti siamo abituati – ma delle Istituzioni, la Ministra Bonetti, che spero ci scusi se ci permettiamo di far notare, ma non dovrebbe reggere nella sua funzione la tonaca al clero, ma ai cittadini vittime. Le ricordiamo che non siamo a una festa col clero dove si pasteggia a tarallucci e vino, qui si parla dello stupro di bambini, cittadini della Repubblica Italiana.

    Se non si sente all’altezza da Ministro di fare fronte alla situazione può anche cedere la poltrona perché il Popolo italiano non ha bisogno al momento di rappresentanti del clero al Governo, ma di rappresentanti dello Stato, come quelli che stanno reclamando i diritti dei sopravvissuti nel resto d’Europa.

    Purtroppo in Italia la Rete L’ABUSO è l’unica realtà che in questi 12 anni di sistematica latitanza dello Stato, più volte si è trovata a dover fare anche le sue veci.

    L’unica realtà esistente in Italia che in una questione che la riguarda, viene censurata ed estromessa dagli stessi organi del Governo che sostengono di volerla tutelare.

    Credo una ignoranza di Stato non trascurabile.

    Zanardi

  • Le vittime di padre Ribes denunciano i “fallimenti” della Chiesa

    Le vittime di padre Ribes denunciano i “fallimenti” della Chiesa

    Soprannominato talvolta “ il Picasso delle chiese ”, per le sue doti di pittore, Louis Ribes esercitò nelle tre diocesi di Lione, Saint-Etienne e Vienne. Le sue aggressioni sessuali, rivelate a gennaio da Marianne, erano state confermate da queste tre istituzioni.

    Difficoltà nel processo di “ riparazione ”.

    Ma, « mentre la Chiesa investe molto nella sua comunicazione per mantenere una buona immagine », « cosa aspetta per ripararci? Rischiamo di aspettare a lungo, forse ci saranno anche suicidi… ”, ha lanciato Luc Gemet, 58 anni, uno dei leader di questo collettivo, durante una conferenza stampa a Lione. . Il collettivo sottolinea in particolare la complessità delle procedure per ottenere un risarcimento o la rapida cura delle vittime che necessitano di determinate cure e, più in generale, una mancanza di “ compassione ” per queste ultime.

    “Dobbiamo denunciare i fallimenti dell’istituzione ecclesiastica nella lotta agli abusi sessuali e ai crimini commessi”

    Annick Moulin

    Per quanto riguarda i risarcimenti finanziari, l’avvocato ricercato dalle vittime, Me Jean Sannier, ha denunciato il ” armeggiare ” dei due organi preposti – la Commissione per il riconoscimento e la riparazione (CRR) e l’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (INIIR) – nel fissare i montanti. Secondo lui, cercano “ esclusivamente di proteggere le finanze della Chiesa ”. La Chiesa ” ha i mezzi, può e deve pagare “, ha affermato Luc Gemet.

    Dieci “ affermazioni ”

    Questo collettivo afferma di rappresentare 25 vittime, ” ma sono molte di più, forse 300 “, mentre ora 49 si sono ufficialmente presentate alla Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (Ciase). ” Dobbiamo denunciare i fallimenti dell’istituzione ecclesiastica nel combattere gli abusi sessuali ei crimini commessi “, ha aggiunto Annick Moulin, un altro membro del collettivo.

    A sostegno del loro orientamento, una serie di dieci ” pretese “, tra cui il ” risarcimento commisurato ai reati commessi “, il riconoscimento da parte della Chiesa della loro ” natura sistemica “, ” l’imprescrittibilità dei reati contro minori » o la « cancellazione delle opere di padre Ribes come monumenti storici ». Molti dei suoi affreschi e vetrate adornavano le chiese della regione, che la diocesi aveva discretamente rimosso.

    Aveva anche una vasta collezione di foto e schizzi di bambini nudi, come quelli svelati venerdì da Luc Gemet, ” ricevuti dalla famiglia di padre Ribes ” dopo l’articolo di Marianne. Anche dopo la pubblicazione a Marianne, Luc Gemet ha ricevuto una lettera di un ex seminarista che si è confrontato con padre Ribes nel 1976, letta venerdì. Si dice ” stordito ” di aver trovato foto di bambini nudi e di aver avvertito invano i suoi superiori.

    https://www.lefigaro.fr/flash-actu/les-victimes-du-pere-ribes-denoncent-les-manquements-de-l-eglise-20220506

  • IL GATTO E LA VOLPE: CEI E STATO A BRACCETTO NEL “NUOVO” OSSERVATORIO SULLA PEDOFILIA

    IL GATTO E LA VOLPE: CEI E STATO A BRACCETTO NEL “NUOVO” OSSERVATORIO SULLA PEDOFILIA

    Ludovica Eugenio – 41069 ROMA-ADISTA. «La nostra partecipazione a questo tavolo per parlare insieme di prevenzione degli abusi è una pagina nuova che si apre nella prospettiva di un cammino consapevole in sinergia, volto a costruire una comunità educante e sicura»: così ha esordito mons. Stefano Russo, segretario generale della Conferenza episcopale italiana (Cei), a un incontro dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile, organismo statale istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia, il 5 maggio; incontro svoltosi alla presenza della ministra per le pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, durante il quale è stato approvato il “nuovo Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale minorile” e che ha svelato, così, con l’ingresso della Cei in un’istituzione dello Stato, la strategia dei vescovi per fare fronte alla questione improcrastinabile degli abusi nella Chiesa.

    Tutto bene? No. La netta impressione è che la Cei voglia minimizzare la suddetta questione aderendo a una operazione preventiva che non prevede, come prerequisito, una rigorosa indagine sul pregresso: «Alla Chiesa che è in Italia – afferma il segretario Cei – stanno a cuore la sicurezza e la salvaguardia dei piccoli e dei vulnerabili. Ci adoperiamo a ogni livello per una responsabilizzazione attiva, avviando una serie di misure, di prassi e di attività formative, volte a contrastare possibili abusi in ambito ecclesiastico». “Possibili”, quindi non riconosciuti come reali. La Chiesa italiana, insomma, sembra prendere le distanze dalla piaga sistemica che la abita, e non è certamente un buon segnale.

    Un ufficio fantasma

    L’Osservatorio, istituito nel 2007, non ha mai realizzato la banca dati promessa per il monitoraggio del fenomeno e le azioni di prevenzione e repressione ad esso collegate», ha scritto su Left a dicembre 2021 Federico Tulli. E nemmeno la «relazione tecnico-scientifica annuale a consuntivo delle attività svolte». Dal 2007 al 2021, riferiva Tulli, «l’Osservatorio per il contrasto della pedofilia ha funzionato di fatto solo pochi mesi nel 2020 e al momento non è possibile sapere quando riprenderà l’attività dato che anche il sito è offline».

    Il 5 maggio viene rianimato. Presieduto dal Capo del Dipartimento, Ilaria Antonini, è composto da rappresentanti designati dall’Autorità politica con delega alla famiglia e alle pari opportunità, da rappresentanti delle amministrazioni centrali, delle forze dell’ordine e delle associazioni nazionali operanti nel settore. Partecipano, inoltre, come invitati permanenti, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo e, ora, la Conferenza episcopale italiana.

    «La Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia – ha enfatizzato la ministra Bonetti, che ammette il non brillantissimo, fin qui, cammino dell’Osservatorio, riconoscendo di averlo ora «ricostituito» – ricorda a tutto il Paese la responsabilità urgente, per la nostra comunità nazionale, di contrastare crimini odiosi contro l’infanzia, che prosperano nella solitudine, nell’esclusione sociale e nel silenzio delle comunità e dell’opinione pubblica». E parla di «potenziare la prevenzione, investire con ancora più coraggio nell’educazione, garantire il monitoraggio e la condivisione dei dati, mettendo in campo tutte le competenze e gli strumenti necessari per intercettare abusi e violenze sin dai primi segnali e attivare subito percorsi di sostegno per le vittime».

    L’Osservatorio, «che ho ricostituito», oggi compie un «passo nuovo nel contrasto alla pedofilia, rafforzando le sinergie tra i diversi livelli istituzionali per riuscire insieme a garantire con concretezza i diritti delle bambine e dei bambini». E vengono illustrati metodi e obiettivi: l’integrazione, tramite il lavoro di 4 gruppi tematici («iniziative di sensibilizzazione e formazione; interventi in favore di vittime e autori; sicurezza nel mondo digitale; sviluppo e condivisione banche dati»), del Piano nazionale per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva predisposto dall’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, avvalendosi per questo della partecipazione di «un gruppo di circa 70 ragazzi e ragazze, provenienti da istituti scolastici, strutture di accoglienza per minori, associazionismo ricreativo e sportivo, che hanno formulato le proprie raccomandazioni sui temi dei gruppi di lavoro».

    E le vittime di abusi? Non pervenute. D’altronde, nell’ottobre 2016, a seguito di un’istanza nella quale si chiedeva l’inserimento della Rete di vittime L’Abuso all’interno dell’Osservatorio, l’ufficio rispondeva rigettando la richiesta, spiegando che i posti previsti per le tre associazioni di settore (Telefono Azzurro, Terre des Hommes e Save the Children) erano già tutti occupati. Tranne poi trovare una collocazione a una quarta, la METER onlus di don Fortunato Di Noto, su designazione diretta dell’allora ministra per le Pari Opportunità Maria Elena Boschi, e in deroga allo “statuto”: le associazioni che comparivano sul sito del ministero erano quattro.

    Le vittime: «Il salvagente del Governo alla Cei»

    Tanti gli “slogan” – prevenzione, protezione, promozione; educazione, equità, empowerment – ma sia nel comunicato stampa della Cei quanto in quello del Ministero è del tutto assente il termine “giustizia”. «Auspichiamo – ha concluso mons. Russo – che questo comune cammino di accompagnamento e formazione non si limiti alla sola supervisione o alla fase iniziale, ma si consolidi come esperienza formativa permanente».

    Il tutto è complessivamente indigeribile per le vittime: «Lo Stato annuncia di aver lanciato il salvagente alla Cei per uscire dal problema dei preti pedofili», commenta amaramente Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete L’Abuso. D’altronde, «le inadempienze dello Stato sono state negli anni contestate a gran voce dai sopravvissuti che, trovando nel governo un costante muro di gomma, in quanto nonostante un’interrogazione parlamentare e la successiva diffida del 19 febbraio 2018, si videro costrette a rivolgersi agli organi sovrastatali come le Nazioni Unite.

    Queste condannarono le criticità e raccomandarono all’Italia gli adempimenti da apportare alle norme (punto 21 del testo). Ma l’Italia, che lo scorso febbraio è stata denunciata la seconda volta per inadempienza all’ONU, non ha mai messo mano negli anni a quelle raccomandazioni». Dunque, per Zanardi il governo sta «tradendo ancora una volta i cittadini vittime per salvare la Chiesa»: perché «non compaiono, in un’iniziativa apparentemente rivolta alle vittime, le stesse vittime e le associazioni che le hanno rappresentate in oltre un decennio, una “svista” che già di suo dà chiara l’immagine di mera operazione di facciata».

    E compare invece la Conferenza episcopale, l’istituzione che, in tutti gli altri Paesi, «era quella su cui il governo indagava e non colei che dopo decenni di fallimenti in materia che hanno costretto i Governi a un intervento, tutto a un tratto, come sta accadendo in Italia, diventa la “consulente” dello Stato, al quale invece dovrebbe rendere conto».

    https://www.adista.it/articolo/67999