Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il messaggio del Papa al ragazzo che denuncia gli abusi

    Il messaggio del Papa al ragazzo che denuncia gli abusi

    Napoli, accusa un sacerdote di averlo violentato. «Mi comprò un motorino. Per tacere mi diedero 250 euro»

    Il Santo Padre le chiede di sospendere lo sciopero della fame. Ha letto la sua lettera, è rimasto colpito e seguirà personalmente la vicenda». Sono le parole che monsignor Giovanni Angelo Becciu, sottosegretario per gli Affari Generali del Vaticano ha pronunciato ieri mattina a Sergio Cavaliere, l’avvocato di Diego (nome di fantasia), presunta vittima di abusi sessuali da parte di un prete della diocesi di Napoli.

    Diego era in sciopero della fame dal 18 gennaio scorso dopo aver denunciato le violenze subite da adolescenti.

    I fatti incriminati risalgono a quando Diego (oggi 40enne) aveva 13 anni ed era alunno di terza media. Il suo professore di religione era don Silverio M. «Mi. invitò ad andare a casa sua dopo le lezioni – racconta-, Quando arrivai chiuse le persiane, mi fece sedere su un divano e iniziò a baciarmi in bocca. Le avance si trasformarono in rapporti sessuali per almeno due anni. Iniziarono richieste strane a cui trovava sempre una giustificazione. Aveva anche tante perversioni. A 16 anni gli dissi che quegli incontri mi facevano stare male e lui poco dopo mi comprò un motorino». Racconta tanti dettagli intimi: «Ha un difetto fisico che può conoscere solo chi ha avuto rapporti sessuali con lui».

    Diego di questi incontri non ne parla con nessuno, si sente colpevole. Si rimprovera di non aver avuto la forza di opporsi. È costretto a rivelare tutto alcuni anni più tardi.

    Avverte un malore mentre sta lavorando come guardia giurata. Dopo un lungo deambulare tra medici e specialisti viene indirizzato a uno psicote-rapeuta. «Ci sono voluti otto mesi per tirargli fuori la verità – ricorda il dottor Alfonso Rossi che lo spinge a denunciare -. Parlare della sfera intima significava provocargli un vomito violento».

    La prima lettera alla Curia napoletana la spedisce la mamma di Diego nel 2010. «Qualche giorno dopo due ragazzi ci consegnano una busta e vanno via. Dentro c’erano 250 euro» ricorda la moglie di Diego con la quale ha avuto tre figli.

    E la prima volta che Diego racconta tutti i dettagli della sua vicenda. Lo fa tra singhiozzi e balbuzie. Diventa paonazzo quando ricorda il giorno delle nozze. Apre il computer e mostra una fotografia: al centro c’è don Silverio che abbraccia sorridente la moglie e tiene sotto braccio lui. Che è l’unico a non ridere. Ha un volto funereo. <<Mia mamma volle a tutti i costi che a sposarci fosse quel prete, io non potevo dire niente. Mi sentivo morire».

    Dopo il malore la famiglia si rivolge alla rete l’Abuso (che nasce dall’idea di un gruppo di persone abusate da sacerdoti) di cui è presidente Francesco Zanardi. Inviano una nuova lettera al cardinale Crescenzio Sepe, ma anche al ministero dell’lstruzione. «Pur sapendo di cosa fosse accusato, mandano il prete a insegnare in una scuola media di Volla (Na) con bambini di dieci anni» accusa l’avvocato. Diego minaccia di uccidersi con la pistola d’ordinanza. Tutto quello che ottiene è il ritiro del porto d’armi e la perdita del lavoro.

    A ottobre 2015 gli propongono una visita con uno psicologo di fiducia della Diocesi. «L’obiettivo era chiaramente quello di farlo dichiarare pazzo e chiudere il caso. Abbiamo rifiutato» replica il dottor Rossi.

    Di don Silverio invece si perdono le tracce. La curia gli toglie la parrocchia ma sul sito della Diocesi risulta ancora tra i sacerdoti in servizio.

    Antonio Crispino

    Il Corriere del 30-01-2016

  • Quell’inquietante silenzio di Sepe e del Vaticano sullo sciopero della fame di Diego Esposito.

    Quell’inquietante silenzio di Sepe e del Vaticano sullo sciopero della fame di Diego Esposito.

    Il 18 gennaio 2016 Diego Esposito ha cominciato il suo sciopero della fame per chiedere dopo 6 anni di attesa che la chiesa si pronunci sulla sorte di don Silverio Mura, il parroco che abusò di lui. Una richiesta più che legittima da parte di Diego e perfettamente in linea con quelle che sono le pubbliche rassicurazioni di Papa Francesco.

    In questi giorni Diego, tramite il suo avvocato ha anche scritto in Vaticano per informare della situazione. Lo stesso Diego scrive quasi quotidianamente tramite e-mail al cardinale Crescenzio Sepe e ad altri contatti che la curia gli aveva fornito in precedenza, ma nessuno risponde.

    Diego che al momento sta digiunando da 9 giorni insieme ad altre 5 persone che lo hanno seguito successivamente, non ha alcuna intenzione di interrompere la protesta e fa sapere che le sue condizioni di salute sono discrete, è monitorato quotidianamente dal medico di famiglia, per il momento ha perso 6 kg, un pò meno di un chilo al giorno.

    Quello che inquieta in questa ennesima brutta storia di giustizia negata, è il più totale silenzio delle gerarchie ecclesiastiche, spesso seguito anche dagli organi di informazione. Vediamo un prete, l’ennesimo, che malgrado le denunce fatte da Diego già nel 2010 alla Diocesi di Napoli, ha continuato ad essere trasferito di scuola in scuola, sempre a contatto con adolescenti.

    Ora, dal momento che sappiamo che il caso di Diego è stato portato da tempo anche all’attenzione di Papa Francesco il quale ha risposto a Diego (foto), vedendo ciò che sta accadendo, ovvero un uomo è da 9 giorni in sciopero della fame, per cosa; per avere una banale e legittima risposta su un procedimento che lo riguarda – ma nessuno si degna neppure di rispondergli.

    Come possiamo dare un briciolo di credibilità alle proclamate intenzioni della chiesa, quando questa nega alle vittime persino il dialogo ?

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Piano Condor e desaparecidos, a 15.000 km dalla verità: dal Sud America a Roma

    Il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (L’Asino d’oro, 2015), ci porta dentro un labirinto oscuro che ha come filo conduttore la ricerca ininterrotta della verità e la speranza di giustizia per le vittime delle dittature latinoamericane. Dal Cono Sur alla Penisola.

    di Gabriela Pereyra

    «Caro Eduardo, ti manifesto la mia sincera allegria per come tutto si è sviluppato secondo i piani prestabiliti. La precedente amministrazione aveva dimostrato eccessiva fragilità e aveva condotto il Paese a un limite estremo. Un governo forte e fermo sulle sue posizioni e nei suoi propositi può dare alla nazione ciò che necessità per tornare rapidamente al livello dei Paesi più prestigiosi. Un governo che sappia soffocare l’insurrezione dei dilaganti movimenti di ispirazione marxista». Il 28 marzo 1976, quattro giorni dopo il golpe argentino, Licio Gelli espresse con queste parole le congratulazioni all’ammiraglio Massera, insediatosi al vertice della Giunta civico-militare insieme ai generali Videla e Agosti. L’“uomo dei misteri e delle trame”, così definito dalla stampa italiana in occasione della sua morte avvenuta pochi giorni fa da uomo libero nella sua villa di Arezzo, quasi fosse un personaggio immaginario protagonista di un romanzucolo o di qualche spy-story di serie B, in realtà all’epoca del golpe faceva poco mistero del suo interesse riguardo la presa del potere da parte di un manipolo di nazifascisti sudamericani con il pieno appoggio dei poteri forti economici ed ecclesiastici.

    Gelli, pochi ricordano, assisterà al genocidio argentino che si consumò in particolare nei primi due dei sette anni di dittatura (1976-1983) comodamente seduto davanti alla sua grande scrivania in una stanza dell’ambasciata argentina a Roma dove svolgeva la mansione di consulente economico. Tanto è stato scritto in questi giorni sul “Venerabile”, deus ex machina della associazione segreta P2, ma nessuno si è soffermato sulla sua vicinanza alle vicende argentine.

    Basti ricordare che Massera, quasi prendendo alla lettera l’incoraggiamento di Gelli, fu il responsabile dell’Esma, uno dei famigerati lager di Buenos Aires da cui sono scomparse almeno 5mila persone. L’amico di Gelli è stato dunque uno dei principali responsabili di una storia di crimini contro l’umanità e violenze di ogni genere perpetrati nei confronti di chiunque avesse osato contrapporsi o non aderire a Piano di riorganizzazione nazionale ordito dalla Giunta che prevedeva la realizzazione di un modello socio economico neoliberista fondato su «valori occidentali e cultura cristiana». Una storia che per tanti motivi riguarda direttamente anche l’Italia. Solo per fare qualche esempio, sono almeno mille i desaparecidos di origine italiana, compresi i neonati che furono rubati alle loro mamme “sovversive” sequestrate, tenute in vita fino al parto e fatte scomparire nell’Atlantico con i cosiddetti voli della morte. E sono di origine italiana migliaia di aguzzini, presenti in tutti i livelli dell’organigramma dittatoriale dal vertice della Giunta in giù.
    Uno dei grandi meriti di “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos”, il nuovo libro-inchiesta del giornalista Federico Tulli, è quello di riportare in luce questi aspetti. Chiarendo subito, in maniera netta, che la vicenda dei desaparecidos e dei loro criminali giustizieri non appartiene a un passato relativamente lontano. È anzi di stretta, strettissima attualità.

    L’agile volumetto (150 pagine, 12 euro) si divide in tre parti. La prima è dedicata alla ricerca in Italia dei “figli rubati” ai desaparecidos. Il legame tra la tragedia del furto di neonati e il nostro Paese è molto più diretto e immediato di quel che si tende a pensare. Tra i primi lo evidenziò alla sua maniera il presidente della RepubblicaSandro Pertini nel messaggio di fine anno nel 1982. Pertini denunciò il furto di figli di desaparecidos anche da parte di famiglie italiane partite appositamente dal nostro Paese per appropriarsene. Una rivelazione choc rimasta incredibilmente inascoltata fino a oggi. Tuttavia c’è chi non si è mai arreso all’indifferenza di chi doveva indagare, e continua a cercare queste persone che ormai hanno circa 40 anni. Secondo Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, almeno 70 “figli rubati” potrebbero vivere in Italia senza conoscere la propria storia. Per trovarli, le Abuelas agiscono in coordinamento con l’ambasciata argentina a Roma e il consolato a Milano che (con garanzia totale di tutela della privacy) mettono a disposizione di chiunque abbia il sospetto di essere un “nipote”, un kit per il prelievo di materiale genetico da confrontare con il Dna di familiari di desaparecidos conservato in una apposita “banca” a Buenos Aires. In totale si stima che i neonati strappati alle braccia delle madri biologiche in Argentina tra il 1976 e il 1983 siano stati almeno 500. Fino a oggi le Abuelas ne hanno ritrovati 119. Mai nessuno è ancora stato recuperato in Italia. Come ricostruisce Tulli nel libro tramite alcune interviste uno dei motivi per cui non si riesce a trovarli è legato proprio alla possibilità di cancellare le tracce garantita alle famiglie “di adozione” entrate nel nostro Paese, durante la dittatura o dopo la caduta, dalla rete di protezione realizzata da personaggi vicini alla P2 di Gelli.

    Nella seconda parte, anche questa di estrema attualità, l’indagine dell’autore si sofferma su un processo in corso di svolgimento a Roma per i crimini di lesa umanità subiti da 42 persone (tra cui 22 di origine italiana) sequestrate, torturate, uccise e scomparse nell’ambito del Piano Condor.
    Questo accordo inizialmente segreto e poi siglato “ufficialmente” a Santiago del Cile 40 anni fa, il 25 novembre 1975, tra le polizie di sette Paesi del Sud America – Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – è stato realizzato tra gli anni Settanta e Ottanta fuori da qualsiasi alveo costituzionale per eliminare chiunque fosse impegnato nella difesa dei diritti umani, della democrazia e di un sistema economico alternativo a quello di matrice neoliberista che gli Stati Uniti volevano esportare in America latina. Scomparve così in pochi anni una intera generazione. Centinaia di migliaia di persone furono perseguitate ovunque nel Cono Sur. Inseguite fino alla cattura dalle squadracce del terrore anche al di fuori dei loro confini nazionali, con la collaborazione delle altre polizie aderenti al Piano.

    Alla sbarra della III Corte d’assise presieduta dal giudice Evelina Canale nella famosa aula bunker del carcere di Rebibbia, vi sono 32 imputati. Generali, colonnelli, commissari, agenti di polizia e dei servizi segreti boliviani, cileni, uruguaiani e peruviani. O meglio, vi dovrebbero essere. Sono tutti contumaci tranne uno: l’italo-uruguayano Jorge Néstor Fernández Troccoli che a sorpresa si è presentato in tribunale il giorno di apertura del processo. L’ex spia della marina uruguayana è  accusata del sequestro e dell’omicidio di 20 persone, ma come se niente fosse si è seduto pochi posti più in là rispetto ai familiari delle vittime.
    Al rito si è arrivati dopo 16 anni dalla prima denuncia a conclusione dell’inchiesta iniziata nel 1999 e guidata dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, con il rinvio a giudizio per gli indagati che inizialmente erano 143. Sono tutti accusati solo di sequestro e omicidio, poiché in Italia la tortura non è reato e l’Italia non aderisce alla convezione Onu contro la sparizione forzata delle persone. Tra di loro, per la prima volta in Europa, figurano capi di Stato, responsabili delle giunte militari e capi supremi delle dittature latinoamericane degli anni Settanta, cioè l’intero apparato che gestì i cosiddetti anni del terrore. C’è Francisco Morales Bermúdez, presidente del Perú dal 1975 al 1980, c’è Pedro Richter Prada, suo primo ministro, o Juan Carlos Blanco, ministro degli Esteri nella dittatura militare in Uruguay. Non ci sono più, invece, perché deceduti, il capo della polizia segreta cilena Manuel Contreras (morto il 7 agosto 2015), il dittatore cileno Augusto Pinochet e i suoi omologhi argentini Jorge Videla ed Emilio Massera. Quello di Roma è anche il primo processo al mondo in cui si parla dell’Operazione Condor nel suo complesso.

    Un ruolo determinante nello svolgimento di questo giudizio è stato svolto dall’autore della premessa l’avvocato paraguayano Martin Almada, Premio Nobel alternativo per la Pace 2002. È lui la persona che il 22 dicembre 1992 scoprì ad Asuncion gli Archivi del terrore. Queste carte, circa 700mila documenti ammassati in una anonima caserma di polizia, negli anni hanno consentito a numerosi tribunali di ricostruire parte della storia del Piano Condor e individuare responsabili dei crimini. Grazie agli Archivi, il giudice spagnolo Baltazar Garzon riuscì a incriminare e a far arrestare a Londra il dittatore cileno Augusto Pinochet, uno dei registi principali del Piano, e più di recente il pm Giancarlo Capaldo ha potuto istruire il processo di Roma. Ma la via verso la “Verità e la Giustizia”, invocate dai sopravvissuti e dai familiari dei desaparecidos, è ancora lunga e tortuosa. Il 30 settembre 2015, Almada, al termine dell’Udienza generale in Vaticano, ha chiesto di persona a papa Francesco che la Santa Sede apra i propri archivi declassificando i documenti segreti riferiti al Paraguay, all’Argentina, al Cile, alla Bolivia, al Brasile e all’Uruguay. Una richiesta simile, per quanto riguarda gli archivi italiani, è stata inoltrata al presidente del Senato, Pietro Grasso.
    Il ruolo ambiguo della Chiesa cattolica in queste tragiche vicende è infine ulteriormente evidenziato nella postfazione firmata dalla giornalista culturale del settimanale Left, Simona Maggiorelli. Si tratta di una inchiesta costruita attraverso testimonianze e interviste a importanti scrittori spagnoli, che ricostruisce la storia agghiacciante dei 300mila bambini sottratti all’interno di cliniche gestite da congreghe o lobby religiose, ai “sovversivi” nella Spagna franchista, e nei 20 anni successivi alla morte del dittatore fascista avvenuta nel 1975. È qui, in questa storia accaduta a due passi dall’Italia ma ancora scarsamente indagata e praticamente sconosciuta al pubblico italiano, che affondano le radici ideologiche dei furti di neonati perpetrati in America Latina.

  • MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    MICHAEL KEATON: IL CASO SPOTLIGHT, LE COLPE DEL VATICANO E GLI OSCAR

    A Roma per presentare il film sugli abusi dei preti sui minori, l’attore si dichiara ‘fan’ di Papa Francesco lasciando al reporter Walter Robinson le critiche più dure.

    Si parla da tempo di Il caso Spotlight, il film dedicato alla celebre indagine del 2002 dei reporter del Boston Globe che sollevò il velo sugli abusi sessuali compiuti da preti e vescovi dell’arcidiocesi della città statunitense, allargandosi poi a tutto il mondo. Candidato agli Oscar per il Miglior Film, il Miglior attore non protagonista (Mark Ruffalo), la Miglior attrice non protagonista (Rachel McAdams), la Miglior regia (Tom McCarthy), la Miglior sceneggiatura originale e il Miglior montaggio, Il caso Spotlight ci offre l’occasione di incontrare Michael Keaton e di parlare con lui di giornalismo e delle recenti polemiche legate agli Oscar, ma soprattutto di conoscere il giornalista che diede origine a tutto, quel Walter ‘Robby’ Robinson che ancora oggi non si fa scrupoli nel sottolineare gli errori del Vaticano e la necessità di un vero giornalismo d’inchiesta…

    Il caso Spotlight celebra un giornalismo che non esiste più, minacciato dalla crisi e da internet, ma che effetto le ha fatto interpretare questo ruolo, oggi?
    MICHAEL KEATON: L’ho considerato una benedizione, in un certo senso. Personalmente mi interessa molto il giornalismo: leggo i giornali, e guardo gli show televisivi di informazione più che seguire le news online magari. Così, quando si è iniziato a parlare di interpretare questo ruolo, ho trovato lo script molto interessante oltre che ben scritto. Anche il cast si annunciava notevole – prima di me era stato ingaggiato già solo Mark Ruffalo, e dopo di me han chiamato tutti gli altri – e amavo molto Tom McCarthy come regista, avendone visto tutti i film, tranne uno. Stante tutto questo, è stato poi il tema del giornalismo associato a quello degli abusi nella Chiesa cattolica a farmi decidere definitivamente.

    Un giornalismo d’inchiesta che però sembra morto, anche negli Usa? Cosa stiamo perdendo?
    WALTER ROBINSON: Negli Usa il giornalismo d’inchiesta è tenuto in vita ‘artificialmente’ potremmo dire. Internet ha strappato ai giornali i soldi necessari per realizzare certe inchieste e in molti hanno perso il loro posto di lavoro. Una follia, visto che gli stessi lettori confermano che quel che considerano più importante nei giornali sono proprio le indagini. Ma qualcuno deve pressare i poteri ufficiali e le istituzioni, come anche la Chiesa cattolica, perché si riconoscasno responsabili dei loro atti. Se non lo facciamo noi, chi lo farà? Se non lo facciamo, la democrazia morirà. Perché la gente non potrà essere informata né potrà farsi una vera opinione in merito anche a decisioni importanti.
    MICHAEL KEATON: Un esempio perfetto viene proprio dalla mia città natale, Pittsburgh, in Pennsylvania, dove la sezione di inchieste del giornale locale è di sole sei pagine, nelle quali è impossibile inserire qualsiasi tipo di indagine giornalistica. Non a caso, nella vicina Flint, in Michigan, c’è stato un caso importante di inquinamento idrico da piombo che ha causato traumi cerebrali e successive difficoltà cognitive in molti bambini. C’è stata una persona sola che ha indagato su questo, Erin Brokovich, sostenendo che le città coinvolte da questo tipo di inquinamento negli Stati Uniti sono circa un centinaio. E tra queste potrebbe esserci anche Pittsburgh. Io credo che se ci fosse stato un vero e importante giornalismo investigativo avremmo avuto meno casi di questo tipo, di queste crisi.

    Pur da appassionato, è stato impegnativo prepararsi al ruolo?
    MICHAEL KEATON: Forse non dovrei confessarlo, per poter sembrare un attore migliore, ma la preparazione per il ruolo è stata resa molto facile dallo stesso Walter ‘Robby’ Robinson e dalla possibilità di passare del tempo con lui per assorbire le sue storie sulla propria vita, la propria carriera e tutto quanto ci fosse dietro il lavoro del Team Spotlight sul caso in questione. È stato meraviglioso per me – che sono naturalmente curioso, in particolare sul giornalismo e questo tipo di temi – potergli fare domande su tutto e assorbire quello che raccontava, dalla sua famiglia ai suoi hobby. Anche per cercare di comprendere meglio la sua persona e costruire il personaggio, al quale ovviamente ho aggiunto del mio, grazie anche alla familiarità con le redazioni e con il lavoro dei giornalisti avendone già interpretato alcuni in altre due occasioni (Cronisti d’assalto di Ron Howard, nel 1994, e la miniserie Live from Baghdad di Mick Jackson nel 2002, ndr). Oltre che per interesse personale, come appassionato appunto, purtroppo frustrato dal vedere molti orribili programmi televisivi di approfondimento. Credo sia una situazione generalizzata, che esiste anche in Italia, e vorrei poter capire l’italiano per leggere i giornali di qui per farmene una idea, ma non posso..

    L’argomento degli abusi non è nuovo, ma sicuramente il film l’ha riportato al centro delle cronache. Si aspetta che succeda anche in Italia?
    MICHAEL KEATON: Sinceramente credo che il film avrà un grande impatto. Un tema del genere non può non averlo. E ripenso quando, alla fine di una delle proiezioni con il pubblico, una delle vittime degli abusi mi ha avvicinato per dirmi di non aver mai confessato a nessuno di aver avuto questo tipo di esperienza con un sacerdote. Eppure il film non punta il dito contro la religione in generale, ma va al di là. Personalmente ho avuto una educazione cattolica e ho grande rispetto della fede e dei fedeli, anzi, una delle cose che mi ha colpito di più di questo film è proprio la perdita della fede da parte di molte vittime di questi sacerdoti. È una situazione che non riguarda solo Boston, ma interessa molti fedeli… Io sono un fan di Papa Francesco, credo stia facendo un lavoro difficile e lo ammiro per affrontarlo, ma il tema di certi abusi di potere da parte di chi dovrebbe esercitarlo in maniera diversa è una costante. Come accade per esempio con le forze dell’Onu, con i ‘Peacekeepers’ impegnati negli aiuti umanitari in molte zone dell’Africa che non sempre intervengono in casi di abusi tutelando chi ha bisogno di esser difeso, e diventando così, in un certo senso, complici essi stessi.
    Io sono solo un attore, che ha la fortuna di interpretare questo ruolo, ma sono queste persone ad essere eroi, chi ha subito questi abusi e i giornalisti che ne hanno scritto, denunciandoli. Noi godiamo solo del frutto del loro impegno e possiamo cercare di dare il nostro contributo.

    Oggi il Cardinale Law non è più a Santa Maria Maggiore, ma a Palazzo della Cancelleria, dopo una rimozione “morbida” dettata dal raggiungimento degli 80 anni. Tornerebbe a intervistarlo? E che effetto le ha fatto vedersi interpretato sullo schermo?
    WALTER ROBINSON: Il Cardinale Law è stato trasferito in Italia nel 2002 e da allora non mi risulta che abbia più parlato a dei reporter, anche se io credo che sarei l’ultimo con cui vorrebbe parlare. Detto questo, io mi sento onorato di esser qui oggi e di essere stato interpretato da Michael Keaton, uno dei migliori attori del mondo. Quando me l’hanno comunicato sono stato felice, anche perché nel 1984, mentre ero caporedattore della cronaca locale del Boston Globe, lui interpretò proprio quel ruolo nel film di Ron Howard Cronisti d’assalto. E se non l’avete visto, recuperatelo! Era stato perfetto in quella parte. Come in questo caso, prendendo ogni dettaglio della mia voce, dei miei gesti, etc per rappresentare al meglio e con uno straordinario realismo quel che ero nel film.

    E cosa pensa della Chiesa Cattolica oggi, nell’anno del Giubileo?
    WALTER ROBINSON: Come tutti, ripongo grandi speranze in questo Papa. Ho grande rispetto per quel che sta cercando di fare. Ricordo sempre che una delle prime cose fatte dopo l’investitura è stata proprio quella di togliere a vescovi e arcivescovi le loro limousine private. Una delle quali – oltre a lussuose abitazioni – era assegnata al Cardinale Law, come ad altri cardinali americani.
    Io credo che la Chiesa resti condizionata dai privilegi che certi ecclesiastici continuano ad avere e non completamente concentrata sulle questioni di fede. Io spero che possa cambiare anche in questo e che preti e vescovi possano concentrarsi sulle necessità dei bisognosi e delle loro famiglie e dei loro figli. E prego che sempre meno bambini vengano molestati. Penso inoltre, come molte delle vittime, che Papa Francesco non abbia fatto ancora niente di sostanziale per eliminare questi abusi, ma abbia solo compiuto alcuni passi. Quando è venuto negli Usa ha applaudito il coraggio degli arcivescovi statunitensi nell’affrontare questo tema, cosa che ho trovato profondamente offensiva, come molti nel mio paese, per l’opporsi della maggior parte dei vescovi ai cambiamenti, a meno di non avere una pistola alla tempia. Ancora molto, la maggior parte, rimane da fare, ma spero che questo Papa riesca a portare a termine il compito.

    Tornando invece al cinema, e al boicottaggio degli Oscar per la mancanza di nomination ‘black’. Ci sono ancora problemi in questo senso, secondo la sua esperienza?
    MICHAEL KEATON: Non sono bravo a dare risposte brevi su certi temi, tanto meno su uno così importante e sentito come quello che riguarda le persone di colore e la loro discriminazione, del quale sento parlare sin da quando ero bambino e che sin da allora mi dava fastidio. Si tratta di un problema talmente più grande di quel che riguarda la questione legata agli Oscar. Un discorso molto complesso, ma insieme anche incredibilmente semplice che potremmo ridurre alla domanda se sia una cosa giusta o ingiusta. Non so se in Europa la situazione sia la stessa ovunque, ma probabilmente il problema oltre che nel background dei votanti è nel sistema stesso. Un problema che assume una importanza decisamente maggiore a livello mondiale, e che nel mio Paese costituisce ancora un tema molto sentito e attuale. Forse anche per questo non mi preoccupo granché della questione ‘Oscar’; faccio quello che devo fare, ma il problema è altrove.

    http://www.film.it/film/interviste/dettaglio/art/michael-keaton-il-caso-spotlight-le-colpe-del-vaticano-e-gli-oscar-44815/

  • Prete arrestato nel reggino, l’osservatorio dei minori: “continua il silenzio della Chiesa e del Papa”

    Prete arrestato nel reggino, l’osservatorio dei minori: “continua il silenzio della Chiesa e del Papa”

    “È ormai trascorso quasi un mese dall’arresto di Antonio Tropea, parroco di Messignadi di Oppido Mamertina (RC), per prostituzione minorile ed altri capi d’imputazione e rispetto alla cui posizione giudiziaria non abbiamo mai espresso alcun pensiero per non interferire indebitamente in un compito che spetta solo alla magistratura e a nessun altro. Ma ciò che ancora oggi ci lascia esterrefatti è il silenzio ininterrotto della Chiesa diocesana, che si è espressa soltanto nell’occasione dell’arresto del sacerdote manifestando ad egli solidarietà, salvo poi correggere il tiro estromettendo la solidarietà allo stesso ma continuando ad omettere anche un minimo pensiero ad altri attori e men che meno ad un popolo che pure esiste e merita di essere rispettato”: è quanto scrivono in una nota il sociologo Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, e l’avv. Antonino Napoli, vicepresidente e responsabile dell’ufficio legale.

    “Bisogna ravvisare, per onestà intellettuale – evidenziano Marziale e Napoli – anche il silenzio di Papa Francesco, da noi sollecitato addirittura con la proposta di revisione del Concordato tra Stato e Chiesa al fine di riconoscere i vescovi alla stregua di pubblici ufficiali e rendere loro obbligatoria la denuncia alle autorità inquirenti di eventuali fatti di pedofilia dentro la Chiesa. Non diciamo che ci saremmo aspettati una telefonata da Papa Bergoglio, ma certamente essendosi egli pronunciato sempre a favore del contrasto serio al crimine contro l’umanità debole e indifesa, qual è la pedofilia, abbiamo riposto fiducia in un assenso, che non arriva perché tra il dire e il fare…”

    Marziale e Napoli concludono: “Ciò che sfugge ai nostri interlocutori è che “l’era del silenzio” quale mitigatrice delle piaghe è alle spalle, la gente è più consapevole e non si accontenta degli slogan, ivi compresi noi che andremo avanti fintanto che la Chiesa non assume una posizione netta, chiara e priva di ombre. Al di là delle vicende giudiziarie c’è una questione morale che tarda a sanarsi e che il silenzio peggiora, non accorgersene significa disconoscere il territorio”.

    http://www.strettoweb.com/2016/01/prete-arrestato-nel-reggino-losservatorio-dei-minori-continua-il-silenzio-della-chiesa-e-del-papa/369948/

  • NAPOLI 18 gennaio, Diego Esposito inizia oggi lo sciopero della fame

    NAPOLI 18 gennaio, Diego Esposito inizia oggi lo sciopero della fame

    Come annunciato la scorsa settimana, è iniziato questa mattina lo sciopero della fame a oltranza di Diego Esposito (nome di fantasia) , vittima don Silverio Mura, il sacerdote napoletano nascosto dalla curia.

    Una protesta civile e non violenta con la quale Diego vuole sensibilizzare la Diocesi e le gerarchie vaticane alle quali chiede da 6 anni “verità e giustizia”. Scrisse anche a Papa Francesco il quale rispose a Diego, ma a distanza di due anni da quella risposta, Diego denuncia che niente è cambiato.

    Nel 2013 l’ONU condannò pesantemente il Vaticano per le responsabilità omissive e per le coperture sistematiche che le gerarchie ecclesiastiche avevano attuato nei casi di abuso sessuale a danno di minori, facendo una serie di raccomandazioni di cui il Vaticano dovrà rendere conto il prossimo febbraio.

    In quelle raccomandazioni si chiede al Vaticano una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi, la sospensione immediata dei sacerdoti accusati, la revisione dei Concordati nazionali (come quello del Laterano con l’Italia) nella parte in cui mettono al riparo la gerarchia cattolica dall’obbligo di denuncia dei reati di cui vengono a conoscenza.

    Vengono inoltre richiesti alla Santa Sede adeguati risarcimenti per le vittime, e oltre gli indennizzi, misure di riabilitazione e cura sia fisica che psicologica. Chiede in oltre che vengano riconosciuti i figli dei preti e che venga garantito loro un adeguato sostentamento.

    L’ONU ha chiesto al Vaticano la stessa cosa che oggi Diego e tante altre vittime di preti pedofili chiedono da sempre, la giustizia, che però pare non voglia arrivare.

    Per questi motivi Diego Esposito ha iniziato oggi questa protesta civile e non violenta, lo sciopero della fame, che protrarrà ad oltranza, deciso ad ottenere una risposta concreta dalla chiesa.

    Non è escluso che nei prossimi giorni si uniscano a questa clamorosa protesta altre vittime della Rete L’ABUSO, per sostenerlo e per chiedere anche loro giustizia.

    Molti di loro, per l’esattezza 17, tra uomini e donne, nel maggio del 2014 avevano già mandato con un video, un pesante j’accuse a papa Francesco, denunciando l’immobilismo della chiesa e delle sue gerarchie.

    Diego porterà avanti la sua iniziativa a Napoli presso la sua abitazione, assumerà unicamente sostanze liquide, cappuccini, succhi di frutta ecc. e sarà quotidianamente sottoposto a controllo medico per accertarne lo stato psicofisico.

    L’ufficio di presidenza della Rete L’ABUSO Onlus

    Per informazioni info@retelabuso.org

  • Diego Esposito, vittima del prete pedofilo don Silverio Mura, scaricato anche dal Vaticano. Sciopero della fame ad oltranza.

    Diego Esposito, vittima del prete pedofilo don Silverio Mura, scaricato anche dal Vaticano. Sciopero della fame ad oltranza.

    foto di copertina oscurata in sintonia con lo squallido argomento trattato.

    di Francesca Lagatta.

    Diego Esposito non ha più nessuna intenzione di aspettare per avere giustizia. Lunedì 18 gennaio 2016 comincerà a casa sua, senza alcuna forma di protesta violenta, lo sciopero della fame. Diego, nome di fantasia, è una delle migliaia di vittime di abusi sessuali da parte di preti pedofili che è stata letteralmente ignorata dal Vaticano. O quasi.

    La sua storia mette i brividi. E’ poco più che un bambino quando don Silverio Mura, sacerdote nella sua parrocchia e suo insegnante di religione, lo invita ad andare nella casa canonica in un pomeriggio qualunque. E’ qui che comincia il dramma del ragazzino, che si ripete anche per tre volte a settimana, e dura cinque, interminabili anni.

    Lo strazio finisce quando Diego ha 17 anni, ma riesce a tirare fuori ricordi e dolore solo nel 2010, quando di anni ne ha 35 e ne sono passati 18 dall’ultimo episodio di abuso. Troppi per la legge italiana, che fino al 2008, per i reati legati alla sfera sessuale prevede la prescrizione dopo soli 10 anni. Silverio Mura non può subire alcun processo penale.

    Ma Diego non s’arrende. Si reca dal suo aguzzino con le telecamere nascoste, registra la conversazione, abbastanza esplicita, mandata in onda anche dal programma “Chi l’ha visto?” (visibile qui: il drammatico incontro tra Diego e Silverio Mura), raccoglie le prove necessarie e insieme a una dettaglia testimonianza invia tutto alla Curia e informa anche il Cardinale Sepe.

    Come da prassi, don Silverio Mura, nel frattempo raggiunto da altre numerose accuse di abusi sessuali, cambia parrocchia, così Sergio Cavaliere, legale di Diego, invia un’accorata lettera di protesta a Papa Bergoglio, il quale risponde tempestivamente disponendo che il sacerdote venga momentaneamente sospeso dalle funzioni sacerdotali e trasferito in una di quei conventi che il Vaticano ritiene essere una struttura adeguata al recupero spirituale.

    Ma la devianza relativa alla pedofilia si può curare con le preghiere? Oppure necessita di cure mediche specializzate? A ogni modo Papa Bergoglio ordina anche la riapertura del processo in sede vaticana. Che però si rivela un boomerang per la vittima.

    La Curia segnala alla Procura una mail in cui Diego, esasperato dall’indifferenza, minaccia di spararsi un colpo alla testa. Immediatamente subisce la revoca del porto d’armi e perde il lavoro, e quando fa presente le precarie condizioni economiche, si vede arrivare a casa due uomini della Caritas, che lo “risarciscono” con 250 euro.

    L’ultima beffa risale a due mesi fa. Dalla Curia fanno sapere che sono pronti ad archiviare il caso ma hanno bisogno di effettuare ulteriori perizie psichiatriche alla vittima. Diego accetta, a patto che durante le visite sia presente il suo medico, per assicurarsi che tutto venga svolto regolarmente. Ma la Curia reagisce ancora con il silenzio. Da qui, la drastica decisione dello sciopero della fame.

    Diego, quando comincerà lo sciopero della fame?

    Lunedì 18 gennaio. Per non creare problemi lo farò a casa mia, mostrerò l’evolversi della faccenda aggiornando costantemente la mia pagina.

    Cosa chiederà di preciso?

    Di sapere a che punto è il mio processo, ordinato quasi due anni fa da Papa Francesco, e soprattutto se è mai cominciato. Voglio anche portare l’attenzione sulle condizioni delle altre vittime di pedofilia.

    Ha già avvisato la Curia e il Vaticano?

    Certo, ho mandato la mail al segretario vaticano, al segretario della Congregazione della Dottrina della Fede al Cardinale Sepe, al Cardinale Lemmo, giudici e molti altri ancora. Insomma, chi doveva essere informato, lo sa. Ora aspetto solo una risposta che sono certo non arriverà.

    E in tutto questo tempo nessuno le ha mai mandato della comunicazioni?

    Lo scorso novembre, dopo varie sollecitazioni, una mail mi avvisava che dovevo presentarmi in Curia per avere notizie su questo fantomatico processo. Solo che mi venne chiesto di sottopormi ad ulteriori perizie psichiatriche. Io accettai, ma al contempo chiesi di poter portare con me il mio medico per essere certo che tutto si svolgesse regolarmente e che le perizie corrispondessero alla mia reale condizione di salute mentale. Beh, non mi hanno mai più fatto sapere niente.

    Non si è quindi mai provveduto nemmeno al risarcimento, nonostante le prove schiaccianti?

    No, anche se loro ritengono di sì. Tempo fa vidi arrivare a casa mia due uomini della Caritas, mandati dalla Curia, che mi offrirono 250 euro. Il Cardinale Sepe ci tenne a farmi sapere, con un biglietto, che quella sarebbe stata la prima e l’ultima volta. Questa è stata l’unica risposta alle mie richieste di aiuto, dopo aver perso il lavoro. E stavolta, visto che è mio diritto, chiederò anche il risarcimento adeguato ai danni che ho riportato per via degli abusi subiti.

    Quanto durerà lo sciopero della fame? 

    Ad oltranza, fino a che qualcuno non mi darà delle garanzie.

    Crede che la singolare protesta possa smuovere le acque?

    In realtà ne sono proprio convinto. Dopo aver pubblicato la notizia, sono già stato contattato da altre vittime e da numerosi giornalisti. Inoltre da tempo faccio parte dell’associazione Rete L’Abuso Onlus, del presidente Francesco Zanardi, che ha già risolto molti casi.

    Perché ha scelto questo preciso momento per la sua protesta?

    L’ONU, in un rapporto di due anni fa, sferrò un durissimo attacco al Vaticano, arrivando ad affermare che alcune leggi interne, come quella di mantenere il silenzio per i casi di pedofilia, avevano permesso migliaia di abusi su minori. L’ONU invitò la Santa Sede a rivedere alcune posizioni in merito, che, nel prossimo febbraio, dovrà rendere conto di ciò che sta facendo, se lo sta facendo, per arginare il fenomeno all’interno della Chiesa. Mi sembrava il momento più opportuno.

    Francesca Lagatta

  • Sacerdote accusato di violenza su minori a Cosenza  La denuncia partita dalle suore della Casa famiglia

    Sacerdote accusato di violenza su minori a Cosenza La denuncia partita dalle suore della Casa famiglia

    Un nuovo caso di sospetta violenza, questa volta contro un minore, investe la curia Cosentina dopo il caso padre Fedele. Un sacerdote è accusato da alcune suore di pedofilia.

    COSENZA – Nessun indizio utile è affiorato dai computer sequestrati a un sacerdote cosentino accusato di molestie sessuali ai danni di un ragazzino di dodici anni (LEGGI LA NOTIZIA QUI e QUI). Nessun file scabroso, né tantomeno materiale pedopornografico. Nel frattempo, emergono nuovi dettagli sull’inchiesta, in particolare sulla denuncia che, alcuni mesi fa, ha dato il via all’inchiesta.

    A quanto pare, infatti, un ruolo decisivo nel coinvolgimento degli inquirenti, sarebbe stato rivestito dalle suore della casa famiglia in cui vive il ragazzino, presunta parte offesa della vicenda. Sono queste le due novità filtrate dagli ambienti investigativi e relative all’indagine sul conto di un prete di 50 anni, fino a poco tempo fa insegnante di religione in una scuola media del centro città. E proprio in un’aula dell’istituto, lo scorso ottobre, si sarebbe verificato l’episodio incriminato, ovvero la molestia – consistita in una carezza nelle parti intime – che il giovane sostiene di aver ricevuto dal suo professore.

    Una brutta storia, insomma, ancora lontana da una verità giudiziaria, ma che non ha mancato di sortire già contro effetti negativi nei suoi protagonisti. Non a caso, alcune settimane addietro, a seguito della risonanza mediatica della faccenda, il sacerdote ha deciso di licenziarsi, rinunciando così al suo posto di lavoro. Una scelta condizionata anche dal pronunciamento di alcuni genitori che avevano minacciato di ritirare i propri figli dalla scuola. Brutta storia sì, resa tale ora da nuovi elementi di dubbio che riguardano il pc dell’indagato. L’utensile era stato sequestrato lo scorso novembre e, proprio quell’avvenimento, aveva fatto reso pubblica l’esistenza di un presunto scandalo sessuale maturato all’interno della Chiesa bruzia. A quanto sembra, però, gli accertamenti hanno dato tutti esito negativo: i computer del prete sarebbero puliti.

    Al momento, dunque, l’unico indizio sarebbe rappresentato dal racconto del ragazzo che sostiene di aver ricevuto quelle attenzioni scabrose durante una pausa delle lezioni. Il suo docente, quel giorno, lo avrebbe attirato nell’aula di ricevimento dei professori dove, in quel momento, erano presenti altri colleghi del sacerdote. Una volta usciti dalla stanza, però, il prelato si sarebbe prodotto in quella carezza “hot” che, in seguito, gli ha fatto piovere addosso l’accusa di violenza sessuale. E qui, dicevamo, entrano in gioco le suore.

    A quanto pare, infatti, il ragazzino aveva confidato l’accaduto a un assistente sociale e ai suoi più prossimi congiunti, ma nessuno di loro era convinto dell’opportunità di portare il caso all’attenzione della Procura. Semplice pudore o consapevolezza dell’esiguità delle accuse? Non è chiaro, ma a dirimere ogni dubbio, di lì a poco, ci avrebbero pensato alcune monache della Casa famiglia che ospita il minore. Sarebbero state loro, infatti, a spingere per denunciare il tutto, innescando così l’inchiesta della magistratura. Ancora una volta, dunque, la Curia cosentina si trova a dover fare i conti con uno scontro interno tra “sorelle” e “fratelli”.

    Era accaduto già nel 2006 con Padre Fedele Bisceglia e, oggi, sembra di assistere a un replay di quella vicenda, almeno nei presupposti di partenza. Nel frattempo, ulteriori novità sull’inchiesta emergeranno a metà febbraio, in occasione dell’incidente probatorio fissato dal giudice delle indagini preliminari, durante il quale il minorenne sarà chiamato a riproporre la propria versione dei fatti.

    http://www.ilquotidianoweb.it/news/cosenza/744049/Un-altro-sacerdote-accusato-di-pedofilia.html

  • Il garante per la Protezione dei Dati Personali e GOOGLE rigettano le segnalazioni di don Francesco Rutigliano nei confronti della Rete L’ABUSO.

    Il garante per la Protezione dei Dati Personali e GOOGLE rigettano le segnalazioni di don Francesco Rutigliano nei confronti della Rete L’ABUSO.

    Il 27 ottobre scorso, a seguito di una denuncia depositata al Garante dal sacerdote Francesco Rutigliano il quale ci contestava la pubblicazione di alcuni articoli (tratti da Calabria Ora) a lui riferiti e riguardanti un provvedimento del Santo Uffizio che lo riconosceva “colpevole del delitto di abuso di minore con l’aggravante di abuso di dignità o ufficio”  il Garante per la Protezione dei dati personali ci comunicava l’apertura di un procedimento nei confronti della rete l’ABUSO Onlus e del suo legale rappresentante con oggetto “Diffusione di dati personali” .

    Nei giorni scorsi il Garante si è pronunciato ufficialmente ritenendo improcedibile  la denuncia di don Francesco Rutigliano e osservando che: “impropriamente si invoca la legge 675/1996 non più vigente in quanto abrogata dal codice in materia di protezione dei dati personali, d.lgs 30 giugno 2003, n.196” .

    Il Garante sottolinea anche che la documentazione fornita dal sacerdote risulta imprecisa e non circostanziata (viene allegato un breve articolo che il segnalante asserisce essere di Calabria Ora e che peraltro riporta la data del 2008, non pertinente agli argomenti in questione; viene allegata una mail di asserite scuse ma non si hanno elementi oggettivi di riscontro su chi l’avrebbe inviata e in quale contesto; da ultimo si fa riferimento ad una persistente pubblicazione sul sito Calabria Ora che, invece, allo stato, non risulta attivo).

    Secondo il garante le pubblicazioni fatte sul sito della Rete L’ABUSO Onlus non configurano una violazione del trattamento dei dati personali perché quelle pubblicazioni traggono origine da un documento effettivamente adottato dalla congregazione per la dottrina della Fede, attualmente mai contestato dal sacerdote.

    La pubblicazione degli articoli in oggetto sul sito della rete L’ABUSO, sempre secondo il Garante, rivestono “un interesse sociale, tenuto conto del tipo di condotta contestata e del ruolo di rilievo pubblico svolto dal segnalante. Trova pertanto applicazione, nel caso di specie, la disciplina particolare dettata per l’attività giornalistica (art. 136-139 del codice) la quale stabilisce che il giornalista (o il soggetto ad esso equiparato ai sensi dell’art. 136 del codice) può diffondere dati personali anche senza il consenso dell’interessato, nei limiti del diritto di cronaca “e, in particolare quello dell’essenzialità dell’informazione rispetto ai fatti di interesse pubblico” (art 137comma 3 del codice). Per questi motivi le contestazioni vanno fatte eventualmente all’Autorità giudiziaria e non al Garante.

    Il Garante sottolinea inoltre che don Francesco Rutigliano ha rilasciato alla redazione della Rete L’ABUSO un’intervista nella quale ha potuto formulare osservazioni e repliche in merito a quanto contestatogli nel decreto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    Nei confronti della Rete L’ABUSO e della Casa della Legalità, il Garante invita a rimuovere, peraltro spontaneamente, i particolari contenuti nel decreto della Congregazione riferiti all’organo sessuale del sacerdote.

    Anche riguardo al diritto all’oblio invocato dal sacerdote, il motore di Ricerca GOOGLE non ha accolto la richiesta di rimozione rilevando che il poco tempo trascorso dalla vicenda, l’attualità della stessa, il ruolo di rilievo pubblico svolto da don Francesco Rutigliano, non consentono di pervenire a diversa conclusione tenuto conto dei criteri individuati nelle linee guida adottate dal WP29 il 20 novembre del 2014.

    Provvedimento Garante

    L’Ufficio di Presidenza

  • Violenza sessuale, fissato l’appello

    Violenza sessuale, fissato l’appello

    Nuovo processo per don Gino Temporin, assolto due anni fa dalle accuse di un seminarista.

    PIOVE DI SACCO. «Finalmente la fine di un incubo… Ora prego per quel ragazzo. È una liberazione, mi sembra di poter iniziare una nuova vita dopo due anni e mezzo di sofferenze» aveva confidato don Gino Temporin, 69 anni, neoparroco del Duomo di San Martino a Piove di Sacco, all’indomani della sentenza che lo aveva assolto dall’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di ragazzino. Un ragazzino veneziano oggi 24enne che, all’epoca dei fatti, frequentava la scuola media nel seminario di Rubano. Ora l’incubo ritorna con il secondo grado di giudizio e il processo fissato per il prossimo 21 aprile davanti alla terza sezione penale della Corte d’appello di Venezia, presieduta dal giudice Gioacchino Termini, su ricorso del pm padovano Maria D’Arpa e della procura generale. Pm che aveva chiesto la condanna a 7 anni di carcere per il sacerdote. Diversa la valutazione del tribunale di Padova (presidente il giudice Claudio Marassi) che, il 18 dicembre 2013, aveva pronunciato la sentenza di assoluzione con la formula più ampia (il fatto non sussiste) al termine di un processo delicato e difficile, senza prove, con elementi solo indiziari, dove la parola dell’uno si scontrava con la parola dell’altro. E sul banco degli imputati, quel prete: 43 anni di sacerdozio e mai una macchia, mai un’ombra tanto che l’allora vescovo Antonio Mattiazzo lo ha poi nominato parroco del Duomo di Piove, dimostrandogli fiducia totale.
    Anche le indagini (svolte con intercettazioni telefoniche e ambientali, perquisizioni, l’interrogatorio di ben 29 persone) non avevano portato grandi risultati. O, almeno, risultati incontrovertibili come dev’essere per poter ottenere una pronuncia di responsabilità penale. Del resto i periti nominati dal tribunale di primo grado (il medico legale Claudio Rago, la psicologa Magda Tura e il neuropsichiatra Marziano Cerisoli) avevano concluso per un’alta improbabilità circa la certezza storica dell’accaduto, pur riconoscendo capacità di testimoniare nel giovane, affetto da un disturbo psicotico, da un disturbo di personalità e di identità di genere. L’indagine era stata aperta dopo la denuncia del 24enne che, solo nel 2009, molti anni dopo la permanenza nel seminario di Rubano, si era confidato con una psicologa

    della clinica “Le Betulle” di Como dov’era ricoverato per problemi psichiatrici e un tentativo di suicidio. E aveva raccontato le “violenze” subite. In aula alcuni ex allievi avevano spiegato che lo studente era stato coinvolto da altri seminaristi in pratiche sessuali.
    Cristina Genesin

    http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/12/08/news/violenza-sessuale-fissato-l-appello-1.12585340