Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: onu

  • Vaticano: 40000 abusi su cui l’Onu vuol veder chiaro

    Vaticano: 40000 abusi su cui l’Onu vuol veder chiaro

    Sedici pagine di accuse. La Commissione Onu per i diritti dei minori non ha usato mezze misure e ha attaccato le politiche del Vaticano, che hanno permesso a troppi religiosi di abusare sessualmente di migliaia di bimbi e ragazzi.  Lo ha fatto con un documento durissimo, con cui si invita il Vaticano all’ “immediata rimozione” dei responsabili, che dovrebbero essere “consegnati” alle autorità. “La Commissione – spiega infatti il documento presentato a Ginevra e diffuso dai quotidiani- è profondamente preoccupata che la Santa Sede non abbia riconosciuto l’estensione dei crimini commessi, che non abbia preso le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali sui bambini e per proteggerli e che abbia adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione degli abusi ed all’impunità dei responsabili”.

    Il rapporto, a proposito di diritti dei minori, fa riferimento anche allo scandalo irlandese delle “ Magdalene”, gli istituti gestiti da suore dove alcune ragazze lavoravano le lavandaie in sostanziali condizioni di schiavitù. E ancora, si fa presente come non sia accettabile che gli abusatori, anziché essere allontanati, siano stati spostati di parrocchia in parrocchia “in un tentativo di coprire questi crimini”. E poi: “A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica i casi di abuso sono stati anche difficilmente riferiti alle autorità giudiziarie nei Paesi in cui sono stati commessi”.

    All’interno del documento, critiche anche verso le posizioni della Chiesa nei confronti di aborto, contraccezione e omosessualità. Ma se, probabilmente su questi ultimi temi, una nota della Santa Sede esprime qualche dubbio in merito al “tentativo di interferire nell’insegnamento della chiesa cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa”; sul resto non può che prenderne “atto”. D’altra parte i casi sono davvero tantissimi ed è impossibile elencarli tutti. A volte raggiungono livelli da film horror. Come, in Italia, nel caso di Don Riccardo Seppia, il parroco di Sestri Ponente arrestato nel maggio 2011 con le accuse di violenza sessuale su minori, tentata induzione alla prostituzione minorile, offerte plurime di droga e cessione di cocaina. L’inchiesta, partita dalle testimonianze di un chierichetto che aveva parlato di “attenzioni particolari” del prelato (ma non sfociate in atti sessuali veri e propri) era stata poi allargata con intercettazioni e sms: così era venuta a galla la fantasia malata del prelato, che tuttavia, dopo aver chiesto perdono, ha sempre detto di non aver poi attuato quelle fantasie. In appello, marzo 2013, ha preso 9 anni e sei mesi e ha fatto ricorso in Cassazione. Talvolta gli scandali vanno più su nelle gerarchie. A maggio dello scorso anno lasciava la Scozia, “d’intesa con il Santo Padre”, il cardinale Keith Patrick O’Brien, arcivescovo emerito di St. Andrews ed Edinburgo, dopo aver ammesso le proprie responsabilità per molestie sessuali verso seminaristi nell’arco di trent’anni: destinato ad «alcuni mesi di rinnovamento spirituale, preghiera e penitenza». Per non parlare del clamoroso caso di Boston, scoppiato nel 2002, quando il The Boston Globe avviò un’inchiesta giornalistica che portò alla pesante condanna di un prete, John J.Geoghan, per aver violentato un bimbo di dieci anni.

    Solo a Boston finirono sotto accusa 89 sacerdoti e 55 vennero rimossi dall’incarico. Periodicamente i casi si sono ripetuti ovunque. «I casi registrati sono numerosi – spiega la psicologa Graziella Mercanti-,  una ricerca statunitense del 2009 ha rilevato che tra il 1950 il 2000, si sono verificati circa 40.000 casi di abuso di minori da parte di preti: si tratta dunque di una vera e propria epidemia. Una possible spiegazione risiede nella  mancanza di maturità sessuale che caratterizza i preti: i giovani seminaristi che iniziano la loro carriera religiosa, sono costretti a rinunciare alla propria identità sessuale, senza  che questo problema venga adeguatamente affrontato ed elaborato. L’esperienza del seminario non permette una crescita aromonica di tutti gli aspetti della personalità  e può quindi favorire una “fissazione” ad uno stadio evolutivo pre adolescenziale, che favorirebbe l’attrazione verso bambini. Il comportamento deviante può dunque dipendere dalla particolare storia personale e formativa del seminarista. Alcuni  ricercatori sostengono che i modelli proposti dalla Chiesa, che impongono il celibato e la rimozione della sessualità, condizionono profondamente il futuro comportamento dei preti.

    Le condotte devianti dei preti pedofili non dipendono meramente dalla semplice predisposizione del singolo, ma potrebbero scaturire dalle forzature imposte dalla formazione ecclesiastica. Questo fatto spiegherebbe anche la notevole resistenza della Chiesa ad affrontare un problema  che mette in discussione la natura stessa dell’organizzazione religiosa». In realtà qualcosa, negli ultimi anni, il Vaticano lo ha fatto. Papa Benedetto XVI ha ridotto allo stato laicale 400 religiosi non esattamente ligi ai propri doveri. E Papa Bergoglio ha definito gli abusi sui minori perpetrati dai sacerdoti “la vergona della Chiesa”. A dicembre ha costituito una commissione ad hoc, col compito di vigilare e arginare il fenomeno. L’annuncio è stato dato dall’arcivescovo di Boston, Patrick O’Malley, con tanto di esperti per la formazione spirituale e di assistenza per tutti coloro che lavorano con minori. Il durissimo documento dell’Onu ha chiesto che i risultati dell’indagine della commissione vaticana vengano resi pubblici.

    Manuel Montero 

    Vaticano: 40000 abusi su cui l’Onu vuol veder chiaro

  • Adesso don Gelmini è pazzo ?

    Adesso don Gelmini è pazzo ?

    Don Gelmini, una perizia potrebbe far sospendere il processo.

    Terni – Don Pierino Gelmini dovrà essere sottoposto a una perizia medica per stabilire se è capace di intendere e volere e quindi imputabile: è quanto ha deciso oggi il tribunale di Terni alla ripresa del processo nei confronti del fondatore della Comunità incontro, accusato di violenza sessuale ai danni di una decina di ospiti della comunità di Molino Silla di Amelia (accuse che il sacerdote ha sempre respinto).

    La perizia è stata chiesta dal pm Barbara Mazzullo dopo che la difesa di don Pierino, sostenuta dall’avvocato Manlio Morcella, ha presentato una consulenza di parte, redatta dal professor Francesco Bruno e dal dottor Alvaro Paolacci, in cui si evidenzia «l’attuale e persistente incapacità di intendere e volere» di don Pierino, oggi 89enne, alla luce del peggioramento del suo stato di salute. L’incarico al medico legale che dovrà redigere la perizia, il dottor Michele Moretti, sarà affidato il prossimo 25 marzo.

    Nell’udienza di oggi le parti civili (alcune delle quali si sono opposte al nuovo rinvio del processo) hanno anche richiesto la citazione, come responsabile civile, dell’Associazione Comunità Incontro Onlus. Su questa istanza i giudici si sono riservati la decisione. Recentemente la Corte costituzionale si era pronunciata negativamente in merito alla sospensione del processo decisa nel maggio 2012 dal tribunale sulla base di impedimenti dell’imputato connessi a patologie esclusivamente fisiche e non psichiche, come viene richiesto invece ora dalla difesa.

    ix.it/p/italia/2014/02/06/AQHAariB-sospendere_processo_potrebbe.shtml

  • Onu versus Vaticano: i cattolici devoti all’attacco

    Onu versus Vaticano: i cattolici devoti all’attacco

    Dalle pagine del Foglio parte una controffensiva contro il rapporto delle Nazioni Unite che accusa la Santa Sede di violazione dei diritti dell’infanzia.

    Cecilia M. Calamani

    Sembrava strano il silenzio delle retroguardie cattoliche italiane, quelle costituite dagli intellettuali o sedicenti tali per intenderci, sull’atto di denuncia dell’Onu contro la Santa Sede a proposito dellaviolazione dei diritti dell’infanzia. Sembrava strano che non serrassero le file per un contrattacco. Che per l’appunto è arrivato.
    A lanciarlo, senza dover sforzare troppo la fantasia, è il Foglio diretto da Giuliano Ferrara. Un manipolo di firme della cultura italiana chiede a papa Francesco, in una lettera, di aiutarli «a promuovere una controffensiva di preghiera, di azione pastorale, di idee». Perché la Chiesa cattolica non deve «subire il ricatto delle avanguardie fanatizzate del mondo secolare sulla questione dell’infanzia» da parte di «tribune falsamente universaliste e falsamente umanitarie» che «pretendono di smantellare lo spazio pubblico e privato dell’educazione cristiana a colpi di leggi neogiacobine e di pronunciamenti solenni». Neanche a dirlo, queste «tribune» sarebbero costituite da coloro che «fanno un idolo contemporaneo della contraccezione, del rifiuto della maternità e paternità e dell’eugenetica».

    Chi ha letto il Rapporto sa quanto sia preciso e minuzioso, cosa denunci e quali azioni chieda alla Santa Sede nell’ambito dei diritti dell’infanzia. A iniziare dalla violazione sessuale, che si è consumata sistematicamente per decenni nel silenzio e nell’omertà, per finire al divieto pastorale di accesso alla contraccezione e all’aborto e alla discriminazione dell’omosessualità. Ora, questi sono fatti, non idee. Richieste di rispetto dei diritti basilari, non «ricatti», come li definiscono i firmatari. Il Vaticano ha ratificato la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo nel 1990 e non l’ha rispettata, come affermano le Nazioni Unite. Avrebbe potuto non firmare – così come non ha mai aderito alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e alla analoga Convenzione europea – e si sarebbe risparmiato una legittima operazione di controllo sul suo operato. Stare, o far finta di stare, dalla parte dei paesi civili non è solo un’operazione di facciata, ha un prezzo.

    C’è solo da sperare che Bergoglio risponda all’appello di Ferrara e amici per dichiarare ufficialmente da che parte sta. Perché non ci sono molte scelte: o si sta con i diritti o li si negano. Se Città del Vaticano, pur da Stato teocratico, non modifica dottrina e legislazione interna, perde il treno della civiltà. La cultura medioevale che promuove è incompatibile con ogni moderno concetto di diritto, libertà e non discriminazione.

    Cecilia M. Calamani

  • PRESUNTA PEDOFILIA: LE IENE IN PAESE. GIULIO GOLIA A CASA DI GIADA. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    PRESUNTA PEDOFILIA: LE IENE IN PAESE. GIULIO GOLIA A CASA DI GIADA. Un caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Portocannone. Dopo le esclusive di Primonumero.it la vicenda che coinvolge l’ex parroco di Portocannone Marino Genova, sospeso ’a divinis’, e la giovane Giada, vittima di presunti abusi sessuali, approda su Italia Uno nel programma Le Iene.

    Questa mattina, domenica, una troupe del noto programma televisivo, guidata da Giulio Golia si è fatta notare tra le strade e la centralissima piazza Skanderbeg nel tentativo di catturare le sensazioni e le impressioni dei presenti.

    Lo stesso Golia è stato a casa di Giada per un’intervista che andrà in onda tra qualche settimana, presumibilmente dopo la settimana sanremese.

    Alessandro Corroppoli
    http://www.primonumero.it/attualita/news/1392549940_portocannone-presunta-pedofilia-le-iene-in-paese-giulio-golia-a-casa-di-giada.html
  • DIO PERDONA, BERGOGLIO NO

    DIO PERDONA, BERGOGLIO NO

    DIO PERDONA, BERGOGLIO NO – IL PAPA CASTIGA I PEDOFILI SENZA ASPETTARE I TEMPI DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: RIDOTTO ALLO STATO LAICALE DON MARCO MANGIACASALE ANCORA IN ATTESA DELLA SENTENZA DI CASSAZIONE

    Il sacerdote della diocesi di Como è già stato in appello a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni – E nonostante manchi il sigillo della Cassazione, Bergoglio l’ha buttato fuori dalla Chiesa facendo scazzare il vescovo di Como, Coletti, che s’è sentito “scavalcato” dopo aver difeso a lungo Mangiacasale…

    Marco Ansaldo e Elena Affinito per ‘La Repubblica‘

    Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell’era di Papa Francesco.

    Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant’Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni.

    L’ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti «ridotto allo stato laicale».

    Il provvedimento, giunto dopo l’indagine (Investigatio praevia) del delegato all’inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. «È come una condanna a morte o un ergastolo», dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.

    La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant’Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina delle Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400.

    Commenta la fonte, senza stupirsi: «Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant’Uffizio. Prima da prefetto, e poi da pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista».

    Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio,
    un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia
    ecclesiastica.

    «Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l’educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani». Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione.

    «Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità». La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare.

    Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione «con un’esigenza di trasparenza». Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l’improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

    C’è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote «ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso».

    Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti «come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella». C’è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

    Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall’8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell’era della trasparenza di Papa Francesco.
    (ha collaborato Giorgio Ragnoli)

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dio-perdona-bergoglio-no-il-papa-castiga-i-pedofili-senza-aspettare-i-tempi-della-71785.htm

  • Spretato don Marco Mangiacasale, prete pedofilo, condannato in appello a 3 anni e mezzo, Arrestato nel 2012 su denuncia di 5 minori. Filmati pedoporno con lui protagonista

    Spretato don Marco Mangiacasale, prete pedofilo, condannato in appello a 3 anni e mezzo, Arrestato nel 2012 su denuncia di 5 minori. Filmati pedoporno con lui protagonista

    Vaticano, sentenza lampo per il prete pedofilo Marco Mangiacasale

    Procedura rapida e con esito definitivo: l’ex parroco di Como, don Marco Mangiacasale, ridotto allo stato laicale. E’ il primo caso sotto il pontificato di Francesco

    di MARCO ANSALDO
    CITTA’ DEL VATICANO – Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell’èra di Papa Francesco. Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant’Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni. L’ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti “ridotto allo stato laicale”.

    Il provvedimento, giunto dopo l’indagine (Investigatio praevia) del delegato all’inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. “E’ come una condanna a morte o un ergastolo”, dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.

    La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant’Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina della Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400. Commenta la fonte, senza stupirsi: “Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant’Uffizio. Prima da Prefetto, e poi da Pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista”.

    Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio, un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia ecclesiastica. “Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l’educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani”. Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione.

    “Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità”. La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare. Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione “con un’esigenza di trasparenza”. Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l’improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

    C’è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote “ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso”. Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti, “come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella”. C’è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

    Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall’8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell’èra della trasparenza di Papa Francesco.
    11 febbraio 2014© Riproduzione riservata

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubbli…icano-78336602/

  • El Pais, arrestato un educatore dei Legionari di Cristo per avere abusato di un minore per sette anni

    El Pais, arrestato un educatore dei Legionari di Cristo per avere abusato di un minore per sette anni

    Per sette anni, il sorvegliante di un club giovanile dei Legionari di Cristo, a Barcellona, ha abusato sessualmente di un minore che, all’inizio della vicenda, aveva 10 anni. Il pedofilo è stato arrestato in gennaio, dopo che la vittima – che ora ha 24 anni – ha avuto la forza di presentare denuncia. La vicenda è raccontata da El Pais.

    Ogni giorno, finché il minore ha compiuto 18 anni ed è partito per l’estero, l’educatore lo sottoponeva a toccamenti, lo isolava dai suoi amici, si appartava con lui, esercitando un controllo sulla sua vita, al punto di accaparrarsi la maggior parte del suo tempo libero. L’accusato ha cinque anni più della vittima: quando la ‘persecuzione’ cominciò, ne aveva 15, era minore anche lui.

     La loro relazione, racconta El Pais, iniziò nel 1999, quando la vittima si iscrisse a un centro giovanile di attività extrascolastiche, il Puigmal a Sarrià, collegato al collegio che la congregazione ultraconservatrice dei Legionari di Cristo ha a Barcellona.

    Il compito del sorvegliante, spiega una portavoce dei Legionari di Cristo, era di accompagnare i bambini, organizzare le attività e le gite del club. All’inizio, il sorvegliante si avvicinò al minore e suscitò “una grande amicizia”, tanto che i genitori del bambino gli chiesero se potesse fare da babysitter a lui e agli altri fratelli. Ma col tempo la relazione cambiò e il sorvegliante cominciò ad abusare sessualmente del ragazzino. Andò avanti così per sette anni.

    Compiuti i 18 anni, il giovane molestato scelse di andare all’estero a studiare, in parte per allontanarsi dal sorvegliante e dalla situazione di cui soffriva. La distanza gli ha permesso di prendere coscienza dell’accaduto e di fare il passo di denunciarlo. Prima s’è confidato con colui che era il suo direttore spirituale nella comunità. In seguito, il giovane e la sua famiglia hanno presentato denuncia alla polizia catalana. Il 22 gennaio il sorvegliante è stato arrestato e poi rimesso in libertà in attesa di essere convocato dal giudice.

    La congregazione non denunciò i reati raccontati dalla vittima al suo direttore spirituale. “La famiglia non voleva: non lo facemmo per rispetto verso di loro”, spiega la portavoce dei Legionari di Cristo. Ma aggiunge che oggi la congregazione agirebbe diversamente e, anche se la vittima non fosse d’accordo, denuncerebbe i fatti per evitare altri casi.

    La settimana scorsa, un comitato dell’Onu ha denunciato che il Vaticano continua a coprire casi di pedofilia. Il giorno dopo l’uscita del rapporto, i Legionari hanno chiesto perdono per “i gravissimi e immorali abusi” del loro fondatore Marcial Maciel. È il secondo caso in una settimana di abusi sessuali in ambienti ecclesiali riferito dalla polizia catalana. Mercoledì scorso, gli agenti hanno arrestato un parroco della chiesa di Santa Rosa a Santa Coloma de Gramenet, accusato di toccamenti nei confronti di tre fratelli minori d’età, che facevano catechismo con il sacerdote.

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-11/el-pais-arrestato-educatore-legionari-cristo-avere-abusato-un-minore-sette-anni-170405.shtml?uuid=ABWd2tv

  • Salvatore Domolo. “Dentro di me c’era l’inferno”: un ex prete racconta la pedofilia clericale

    Salvatore Domolo. “Dentro di me c’era l’inferno”: un ex prete racconta la pedofilia clericale

    Salvatore Domolo ha 8 anni quando viene abusato per la prima volta dal parroco. Viene da una famiglia disgregata, e quest’uomo si presenta a lui come una figura paterna.

    Dopo 3 anni di abusi, Salvatore cerca di liberarsi in qualche modo ed entra in seminario. Una scelta all’apparenza contraddittoria, ma con una sua logica intrinseca: prova a liberarsi di questo peso all’interno delle gerarchie ecclesiastiche, ma non vi riesce.

    Lascia il sacerdozio appena si convince che “la Chiesa è complice degli abusi, tacendo, spostando preti colpevoli”.

    Ora, Salvatore ha deciso di raccontare la sua terribile esperienza e la sua risalita dall’inferno in un libro, “In nomine patris”, edito da una casa editrice coraggiosa, l’associazione “Golena”. E’ un volume autobiografico ma anche ricco di riflessioni sulla pedofilia clericale e su come l’ambiente chiuso e asfittico, tipico delle gerarchie ecclesiastiche, possa diventare terreno fertile per la pedofilia. Una critica radicale da chi è stato vittima della pedofilia clericale e prete.

    E’ di pochi giorni fa la notizia che l’Onu ha accusato il Vaticano di avere permesso abusi sessuali su decine di migliaia di bambini: un’accusa pesantissima, che non ha avuto molta risonanza in Italia, e che spinge a riflettere su questo fenomeno molto grave. La Santa Sede sta cercando, negli ultimi anni, di arginare e denunciare, ma le dimensioni del problema, secondo l’Onu, sono molto grosse.

  • Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

    Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

    Oltre a coprire la pedofilia, la religione nega la sessualità e la libertà di scelta riproduttiva, denuncia l’Onu, mettendone in dubbio la compatibilità con la democrazia.

    Cecilia M. Calamani

    C’è un aspetto importante della replica della Santa Sede al Rapporto Onu sulle numerose violazioni della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte della Chiesa. Mentre da un lato il Vaticano ribadisce il suo impegno nella protezione dell’infanzia, facendo ovvio riferimento alle migliaia di casi di pedofilia clericale su cui l’Onu chiede conto, dall’altro mostra stupore e addirittura rincrescimento perché in alcuni punti del Rapporto si intravede «un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

    Leggendo il Rapporto, non è difficile capire quali siano questi punti: l’Onu chiede una revisione del diritto canonico e dell’insegnamento morale della Chiesa riguardo alla pedofilia, alla confessione (il cui inviolabile segreto, pena la scomunica latae sententiae, ha permesso il proliferare indisturbato degli abusi), alla contraccezione, all’aborto, e alle discriminazioni verso l’omosessualità. Ciò che fa infuriare Oltretevere, in sostanza, non è tanto la richiesta di rimuovere immediatamente e consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze o chi li ha coperti, né di adottare misure più restrittive per individuare i colpevoli. Al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

    Il che porta a farsi un paio di domande. La prima: è possibile che la libertà religiosa di alcuni, un aspetto fondamentale della libertà personale, possa comportare la violazione dei diritti di altri? La risposta è facile: sì. Non serve guardare all’Islam perché, come l’Onu ci fa notare, anche il cattolicesimo non rispetta alcuni diritti umani. La seconda domanda invece è insidiosa: si può istituzionalmente tollerare una religione che promulga la condanna della libera scelta su sessualità e maternità e la discriminazione di intere categorie di persone – i gay ma anche le donne, che non possono accedere agli ordini sacerdotali – contro la legislazione nazionale e tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani?
    Qualsiasi risposta è un autogoal per la democrazia. Se si risponde sì si sta creando una zona franca del diritto, una sfera protetta, quella religiosa appunto, in cui sono lecite la discriminazione e la violazione delle libertà fondamentali. Se si risponde no, invece, si infrange il principio di libertà religiosa, come ci ricorda la replica all’Onu del Vaticano. L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo “religione” può essere compreso tutto e il suo contrario.

    In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo, in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’omosessualità è un inaccettabile «disordine morale», che l’aborto è un peccato tale da portare alla scomunica immediata – anch’essa latae sententiae – della donna e, invece, che l’abuso su un minore è solo un “delitto contro la morale”, come lo definisce il diritto canonico, e non un orrendo crimine su un bambino. E questo per restare nell’ambito delle osservazioni dell’Onu, perché potremmo anche parlare della demonizzazione di altre libertà personali e persino delle distorsioni scientifiche che compromettono la conoscenza e quindi la capacità di scelta, ma lasciamo perdere.
    Ora, che la religione cattolica promuova la discriminazione è un fatto. Perché condanna chiunque scelga in libertà, e contro gli insegnamenti della Chiesa, sulla sua vita. Perché crea un discrimine tra chi è “giusto” e chi non lo è. Perché instilla nelle menti che gli appartenenti alla seconda categoria non possono avere gli stessi diritti degli altri. Perché mischia la morale privata con l’etica pubblica. E a poco valgono esternazioni quali «Chi sono io per giudicare un gay?» di papa Francesco quando a giudicare i gay ci pensano proprio il Catechismo e i documenti della Congregazione della dottrina per la fede. Peraltro il “rivoluzionario” Bergoglio è la stessa persona che non più tardi di un mese fa ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

    Ma torniamo alla seconda domanda, e proviamo a superare l’impasse della risposta con una formulazione diversa: uno Stato democratico che sancisce, giustamente, l’irrinunciabile diritto alla libertà religiosa, può accettare che questa libertà sia lesiva di altri diritti?
    Nel mondo dei sogni una strada per salvare la libertà degli uni e i diritti degli altri c’è. La fede è personale, e come tale rientra nella libertà di opinione garantita da ogni democrazia. L’istituzionalizzazione della fede, invece, se va contro i principi di autodeterminazione e non discriminazione che uno Stato garantisce tramite le sue leggi e la ratifica di convenzioni internazionali, non può essere in alcun modo riconosciuta.
    Ma siamo nel mondo dei sogni, appunto. Al solo immaginare che il parlamento italiano depenni l’articolo 7 della Costituzione e rescinda il Concordato, ci si sveglia.

    Cecilia M. Calamani

  • La sconvolgente risposta dei cittadini di Ca’ degli Oppi al servizio delle iene

    La sconvolgente risposta dei cittadini di Ca’ degli Oppi al servizio delle iene

    Il paese di Ca’ degli Oppi difende il proprio parroco, don Paolo Biasi, dalle accuse di molestatore rilanciate dalle «Iene» due sere fa su Italia Uno, non con una contro-trasmissione televisiva, ma con un’altra «arma»: la preghiera.

    Infatti ieri sera la comunità cadioppina si è data appuntamento nella chiesa di San Girolamo, piena all’inverosimile, presente anche il sindaco Montagnoli con la giunta, i rappresentanti di tutte le associazioni del paese. Una folla che ha pregato per il proprio parroco, pastore della parrocchia da appena quattro mesi, dopo essere stato per tre anni a Castelletto di Brenzone e come cappellano dell’ospedale di Malcesine. Ha pregato non perché venga mandato via, ma per trattenerlo.

    Ieri mattina, tra piazza Donatori di Sangue, il bar e la tabaccheria, non si parlava d’altro. Il sentimento comune è stato quello di prendere le difese del sacerdote, che ha subito una condanna definitiva per aver molestato alcune ragazzine di 14 anni durante il suo ministero in Umbria.

    Una cosa risaputa dalla comunità, che era stata avvertita dal vescovo monsignor Giuseppe Zenti tramite una lettera che spiegava la situazione prima del suo arrivo.
    Una lettera che ha fatto chiarezza tra i fedeli, che avevano saputo della questione in estate ed erano rimasti perplessi. Ma dopo il chiarimento del vescovo e la sua piena presa di responsabilità circa la scelta di inviare don Biasi a Ca’ degli Oppi, i dubbi sono stati fugati.

    Dopo averlo visto celebrare messa, averlo visto pregare, organizzare le attività pastorali e sentire le sue omelie, i cadioppini frequentanti e osservanti si sono decisamente schierati dalla parte del vescovo. Per questo ieri hanno voluto manifestare il loro disappunto circa la polemica sollevata dalle Iene, guarda caso dopo l’accusa pesante mossa dall’Onu al Vaticano sulla pedofilia. E l’hanno fatto proprio in chiesa e come una vera Chiesa. «Il paese l’ha accolto bene, dopo aver appreso della situazione direttamente dal vescovo», conferma l’assessore Luca Faustini, residente proprio a Ca’ degli Oppi, «Da noi non ci sono stati problemi».

    «Non ha alcun senso andare a tirar fuori una cosa vecchia di anni», prende le difese del parroco anche un altro residente della frazione, l’assessore Romolo Meneghelli, che ha una sua spiegazione per il caso mediatico che si è scatenato. «Sono state due – tre persone di qui ad andare a sollevare la questione, che per il resto della frazione era chiarita», continua Meneghelli. «Per noi, come amministratori e come residenti di Ca’ degli Oppi, è un’ottima persona, che si è già conquistata la stima di tutti, tranne di quelle poche persone, che conosciamo molto bene e che hanno cercato di mettere zizzania».

    «La gente sta molto attenta alle sue prediche e alle messe non si distrae, segno che riesce a catturare le menti e i cuori dei fedeli», fa notare Mattia Galbero, consigliere provinciale del Pdl, già consigliere comunale e anche presidente de La Magnifica Fabbriceria, una delle associazioni di volontariato più attive nella frazione.
    «Purtroppo c’è sempre chi vorrebbe mettere etichette ed è sempre pronta a condannare gli altri, ma non guarda mai dentro di sè. È vero che qualcuno aveva mosso qualche perplessità prima del suo arrivo, ma dopo la lettera del vescovo abbiamo capito la situazione», evidenzia il consigliere.

    «Quando abbiamo organizzato le iniziative natalizie, la gente del paese è venuta volentieri e anche lui ha sempre partecipato attivamente», aggiunge Galbero, «La comunità ha deciso di stare con lui, tranne i soliti sputasentenze, perchè non vuole che se ne vada dal paese e l’ha espresso pregando in chiesa, perchè il parroco si faccia forza, superi questo momento e rimanga al suo posto». «Tutti vogliono che rimanga qui tra noi a Ca’ degli Oppi», fa notare anche Mirko Vertuan, presidente dell’Avis di Ca’ degli Oppi, uno dei promotori della veglia di preghiera, «il 99 per cento della parrocchia e del paese è con il don. Con la serata di preghiera abbiamo voluto fargli sentire la nostra vicinanza. Tanti discorsi che sono venuti fuori sono inutili, perchè conosciamo nomi e cognomi di chi li ha fatti». «E poi, come ci insegna il Vangelo», concludono Galbero e Vertuan, «chi è senza peccato, scagli la prima pietra».

    Zeno Martini

    http://www.larena.it/stories/dalla_home/641536_una_folla_in_preghiera_per_il_parroco/