Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Papa Francesco

  • “Vi svelo i casi di 200 preti pedofili che il Vaticano continua a coprire”

    “Vi svelo i casi di 200 preti pedofili che il Vaticano continua a coprire”

    Crimini sessuali e violenze secretati dalla Chiesa che non collabora con i magistrati italiani nonostante il papa proclami trasparenza. E abusi che si moltiplicano

    di Cristiano Sanna

    Il caso di Don Andrea Contin e della parrocchia nel Padovano dove si consumavano orge, con donne ma anche con uomini di colore, e filmando il tutto, è solo la punta di un iceberg sempre più grosso. Sono duecento i casi di abusi sessuali, soprattutto su minori, che vengono documentati nel libro Lussuria del giornalista de L’Espresso Emiliano Fittipaldi. Un’inchiesta che scoperchia un calderone di perversioni, soprusi e omertà della gerarchia ecclesiastica, fino ai più alti gradi in Vaticano.

    Il celebre caso Spotlight, diventato anche un film di grande successo dopo la pubblicazione dell’inchiesta sugli abusi nell’arcidiocesi di Boston, riguardava meno casi di quelli documentati in Lussuria. Siamo a uno scenario italiano di assolutà gravità.
    “Erano un’ottantina i religiosi dello scandalo Spotlight, in Italia solo i casi denunciati negli ultimi dieci anni sono duecento. In gran parte sconosciuti all’opinione pubblica perché in Italia, come negli altri Paesi latini cattolici, vige la cultura del silenzio ed è difficile affrontare l’autorità della Chiesa”.

    Quanto è comprensibile che l’ordinamento giudiziario vaticano preveda che in caso di abuso sessuale, anche su minori, ci sia una giustizia interna alla Chiesa ma non l’obbligo di denuncia alle autorità italiane?
    “Per me non è comprensibile. Soprattutto durante un pontificato come quello di Francesco, che ha proclamato urbi et orbi la trasparenza e la guerra senza quartiere alla piaga degli scandali sessuali. In realtà non sappiamo ancora nulla di come avvengono i processi canonici in Vaticano. Nel mondo solo negli ultimi tre anni, sotto il pontificato di Francesco, ci sono state oltre 1200 denunce verosimili. Noi non conosciamo i nomi dei carnefici né le circostanze dei processi perché coperti da segreto pontificio. Non solo, il Vaticano non è riuscito a cambiare le regole della Cei per obbligare i vescovi a denunciare chi è colpevole di scandali sessuali. Il caso di don Contin vede la Procura padovana sentirsi rispondere dalla curia locale che non avrà i documenti richiesti circa gli abusi sessuali del prete.  In genere i vescovi non vengono considerati pubblici ufficiali, per via dei Patti Lateranensi e cade l’obbligo di denuncia di crimini sessuali. Questo nonostante l’Onu nel 2014 abbia chiesto anche in maniera molto dura al Vaticano e al pontefice di cambiare le regole”.

    Ci sono casi limite, come quello di don Mauro Inzoli, potente monsignore di Comunione e Liberazione, che fu condannato per abusi, rimosso da papa Ratzinger e dopo aver fatto ricorso ha ottenuto il reintegro sotto papa Francesco.
    “Esatto, questo è uno degli aspetti più incredibili e anche dei meno raccontati dalla stampa, forse perché da fastidio criticate questo papa. Don Inzoli era chiamato dai suoi parrocchiani “don Mercedes” perché ama la bella vita e le auto di lusso. Il magistrato che è riuscito a farlo condannare a quattro anni e nove mesi in primo grado ha documentato quasi cento episodi di abusi sessuali da lui compiuti, finiti in prescrizione tranne nove. La cosa incredibile di questa vicenda è che il magistrato ha chiesto alla Congregazione della dottrina e della fede le carte del processo canonico voluto da Ratzinger in gran segreto, ottenendo un secco no dalla congregazione. Nel 2015 le carte erano ancora sotto segreto pontificio. Alla faccia della trasparenza. Nonostante questa condanna, dopo il ricorso vinto, Inzoli ha riottenuto il sacerdozio e sconta con una pena secondo cui deve vivere in preghiera e riservatezza. Un po’ troppo poco per i crimini commessi”.

    Altro caso eclatante, quello del cardinale Calcagno confermato anche sotto il pontificato di Francesco come presidente dell’Apsa, l’ente che gestisce il patrimonio immobiliare Vaticano, dopo aver semplicemente trasferito di sede don Giraudo dopo le accuse di abusi su minori che poi si sono ripetuti.
    “Ho scoperto che non solo c’è stato il trasferimento, nonostante don Giraudo quasi confessasse di avere un’attrazione per il sesso e dei ragazzini, ma al momento del trasferimento il cardinale Calcagno non ha sporto denuncia. Quando però in un campo scout don Calgagno ha molestato un ragazzino, la vittima lo ha denunciato. Nonostante questa vicenda, il cardinale ha fatto una straordinaria carriera in Vaticano”.

    Mentre le inchieste fanno venire a galla i fatti, che possibilità c’è di scardinare un ordinamento legislativo e giudiziario che permette agli uomini della Chiesa di non collaborare con gli inquirenti italiani?
    “Innanzi tutto bisognerebbe cambiare i Patti Lateranensi, in altri Paesi i sacerdoti sono costretti a rispettare le leggi dello Stato in cui vivono. Nessuno può obbligare il Vaticano a cambiare le regole della Conferenza episcopale, ma se lo facesse sarebbe un passo avanti per dare sostanza alle dichiarazioni di Francesco e i suoi predecessori e trasformarle in fatti”.

    http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/lussuria-preti-pedofili-omerta-vaticano-intervista/

  • Abusi al Provolo, l’accusa: «Bergoglio ordini di denunciare i preti pedofili»

    Abusi al Provolo, l’accusa: «Bergoglio ordini di denunciare i preti pedofili»

    Zanardi (onlus L’Abuso) ha denunciato in un esposto il caso dell’istituto sordomuti a Verona. E spiega: «i pedofili non sono gay»

    Marco Milioni

    Il savonese Francesco Zanardi è l’animatore e il portavoce della rete contro la pedofilia nel clero denominata L’Abuso. La sua testimonianza è presente nel libro di recentissima uscita “Lussuria”, firmato dal giornalista Emiliano Fittipaldi, dedicato agli abusi sessuali dei preti. Il lavoro della onlus di Zanardi ha un risvolto veneto: pochi giorni fa ha presentato un corposo esposto alla procura di Verona, che ha dovuto riaprire il caso Provolo, istituto scaligero per sordomuti in zona Chievo preso di mira a più riprese per una storiaccia ultradecennale di presunti abusi di sacerdoti a danno dei giovani ospiti.

    «Per quanto riguarda il Provolo  – racconta Zanardi – allegati alla mano ho rappresentato al magistrato una serie di situazioni delle quali la nostra rete è venuta conoscenza e soprattutto abbiamo chiesto alla procura di valutare eventuali coperture nei confronti degli abusi. La domanda che mi pongo è come mai nessuno a Verona si sia mosso in modo autonomo? Mi stupisco che a fronte di simili notizie ciò non sia accaduto. Faccio notare per di più che per l’affaire Provolo, alla diocesi di Verona negli anni sono stati segnalati ben quattordici sacerdoti tutt’ora in vita, tutt’ora operanti presso quell’istitituto; due esclusi, che sono stati spediti uno nel Lazio ed uno in Argentina. Jorge Bergoglio, oggi pontefice, sapeva. Aggiungo ancora che dalla indagine della commissione d’inchiesta diocesana che ha analizzato tali posizioni, questi nomi, con l’eccezione di cinque, son tutti spariti. Uno fra questi cinque, e la commissione sembrava manco essersene accorta, era pure deceduto. Il che la dice lunga su come in vescovado hanno condotto gli accertamenti». E tant’è, da quello che riferisce la stampa locale gli inquirenti starebbero sondando anche l’ipotesi del favoreggiamento che potrebbe lambire la curia scaligera.

    «Enti come il Provolo – accusa Zanardi – avevano lo scopo ultimo di essere dei veri e propri harem sicuri, pieni di ragazzi svantaggiati che per definizione non si possono difendere, per quei prelati che ne avevano combinate troppe in altri ambienti. Per paura di perdere questi preti, la chiesa ha promosso la fondazione di questi enti. Il che è una cosa gravissima». Zanardi sa di dire cose «scomode» ma l’esperienza gli viene non solo dalla onlus che anima ma anche «dal vissuto personale»: il prete che in passato abusò di lui undicenne «è stato condannato in via definitiva».

    «Quando a dieci dodici anni ti capita una cosa del genere ne esci devastato – racconta il 46enne ligure  – A quell’età non hai ancora ben chiaro quello che ti è capitato. Ed è facilissimo finire nel vortice dell’alcol o delle droghe. Quando diventi adulto fai fatica a relazionarti col tuo partner. Finisci che hai una paura matta ad accarezzare un figlio se ce l’hai o anche a cambiargli un pannolino. Oltretutto – aggiunge ancora il portavoce della onlus – va sfatato il mito per cui i pedofili sono gay. I gay pedofili, lo dicono i dati delle inchieste sono sporadici come sporadici sono i pedofili donna, anche nella chiesa».

    Ma allora perché la maggior parte degli abusi, quanto meno in ambito clericale, si consuma dai maschi verso i maschi? «Tutto nasce – sottolinea Zanardi – nei luoghi in cui la sessualità, appena si manifesta, viene repressa. Il seminario o il collegio sono gli esempi tipo. A quell’età gli ormoni e la natura hanno la meglio sulla fede e le proibizioni, ed è in quei luoghi che la sessualità comincia ad avere un imprinting distorto. Quella matrice poi si ripeterà in un meccanismo di stampo prettamente pedofilo, da maschio su maschio, senza che ci sia l’omosessualità di mezzo». Un po’ come avviene nelle carceri, che essendo maschili o femminili, vedono rapporti tra i detenuti che possono essere, per costrizione e necessità, solo di tipo omosessuale.

    Questo scenario, sempre secondo la rete l’Abuso, è peggiorato dalla norma che nel 2014 ha dato vita al cosiddetto certificato antipedofilia. Lo possono pretende solo i datori di lavoro «e stranamente non viene reso obbligatorio» per quel mondo dell’associazionismo o del volontariato dove invece «tali pratiche abbondano. A questo punto – conclude Zanardi – abbiamo anche una legge che suggerisce di fatto al pedofilo conclamato, che magari fa l’insegnate, di starsene buono a scuola perché tanto più o meno è tenuto a portata d’occhio dai colleghi, e di andare a cercarsi le sue esperienze morbose quale volontario in un campo scout o in un campo scuola parrocchiale. Questa legge è una porcheria».

    Zanardi (in foto), ateo e gay dichiarato, punta il dito contro tutti coloro che a suo parere impediscono di affrontare il problema. Oltre a parlare di «una minore sensibilità» (leggi: indignazione) in particolare in Veneto ed Emilia, imputa poi a papa Francesco la mancanza di una vera volontà di prendere di petto la questione: «perché non emana una norma che obblighi tutti gli uomini di chiesa a denunciare gli abusi su minori di cui vengono a conoscenza?». La risposta se la dà da solo: «se ci fosse tale regola, farebbe letteralmente implodere la stessa chiesa». Ma se la prende anche con Fi, Pd e M5S che pur contattati tra Camera e Senato per aprire una commissione parlamentare d’inchiesta, «hanno di fatto nicchiato». Spiega che non c’è nessuna forza politica pronta a cancellare l’istituto della prescrizione per i reati di pedofilia, e denuncia le pressioni e l’influenza che il clero negli anni ha avuto «nei confronti della magistratura che è assai sensibile a certe pressioni».

    Fonte

  • Preti pedofili, omertà e protezione in Vaticano

    Preti pedofili, omertà e protezione in Vaticano

    Il cambio di rotta voluto da Ratzinger non sembra andare al di là dell’annuncio. Al di là del Tevere cardinali vicini a Bergoglio hanno coperto sacerdoti accusati di abusi su minori. Pride Online ne ha parlato con Emiliano Fittipaldi, autore di “Lussuria” 

  • “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    “La chiesa nasconde i preti pedofili. Il Pontefice ordini di denunciarli”

    di Alessandro Milan – “Il Papa dovrebbe fare una cosa sola per risolvere il problema: inserire per i vescovi l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria”. Francesco Zanardi ha 46 anni e presiede l’onlus ‘L’Abuso’. Quello che lui chiama ‘il problema’ è la pedofilia all’interno della Chiesa. In settimana è uscito il libro “Lussuria” in cui Emiliano Fittipaldi (già autore di “Avarizia” che gli valse un processo da parte del Vaticano, finito poi con l’assoluzione) denuncia l’omertà del Vaticano nel trattare i casi di abusi sessuali compiuti da preti. Uno di questi casi riguarda Zanardi, violentato per quattro anni negli anni Ottanta da don Nello Giraudo, allora parroco di Spotorno.

    “Spero che questo libro porti consapevolezza – aggiunge Zanardi – dato che l’Italia è molto connivente con il potere della Chiesa. Basti pensare che non è mai stata fatta una commissione d’inchiesta parlamentare sul tema”.

    Don Giraudo, oggi ridotto allo stato laicale, è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere con la condizionale, anche se non per gli abusi subiti da Zanardi e da altri ragazzini. Per quelli è intervenuta la prescrizione.

    Quando nasce la rete ‘L’abuso’?

    “Nel 2010, quando noi vittime italiane di molestie da parte dei sacerdoti manifestammo vicino al Vaticano con le vittime mondiali. Ci guardammo in faccia”.

    E?

    “Fu, per me come per gli altri, una sorta di terapia collettiva straordinaria. Eravamo una mezza dozzina di abusati italiani. Andammo a mangiare una pizza, ci confrontammo, ci capimmo al volo. <Cosa possiamo fare?> ci dicemmo”.

    La risposta?

    “Il pedofilo ha il profilo simile a quello di un serial killer, non si ferma finché non viene arrestato. Dovevamo pensarci noi, e per farlo dovevamo trovare vittime recenti e denunciare. Iniziai proprio io a Savona con don Nello e trovai un ragazzino che fu abusato da lui nel 2005”.

    Ci arriviamo. Prima partiamo da lei. Quando scatta la prescrizione per questi reati?

    “All’epoca dopo dieci anni, dall’ottobre del 2013 con il trattato di Lanzarote è stata raddoppiata a vent’anni. Ma i miei fatti sono successi 35 anni fa”.

    I fatti.

    “Avevo 11 anni. C’era questo prete, don Nello Giraudo, la cui carriera era partito malissimo. Nel 1980 prende i voti ed è subito denunciato da una mamma che nota le sue morbose attenzione nei confronti del figlio”.

    Che ne è stato di questa denuncia?

    “Venne alla luce vent’anni dopo perché purtroppo i genitori la presentarono al vescovo, non in procura. Monsignor Giulio Sanguinetti non fece altro che spostare don Nello di sette chilometri, a Spotorno, nella mia parrocchia. Qui il prete ha fatto una strage, si contano almeno una trentina di sue vittime”.

    Che fa don Nello?

    “Quando lo denunciai lo feci inizialmente per gli abusi subiti al campeggio vicino a Garessio. Ma tante violenze le avevo rimosse. Parlando con un’altra vittima mi venne in mente un particolare: i pantaloni di velluto”.

    Cioè?

    “Quel ragazzo li citò, per me fu come un risveglio. Ricordai il primo abuso, nel seminterrato della parrocchia. Don Nello che mi fece sedere sulle sue gambe, su quei pantaloni. E mi masturbò”.

    Come reagì lei?

    “Rimasi di ghiaccio. Lo so che è assurdo ma mi sembrava una cosa normale. Lui era un prete. Don Nello con i ragazzini parlava di sesso in modo aperto, esplicito. A 11 anni non hai la coscienza di un ventenne. Pensi: <Il prete è un uomo di Dio, è una persona buona, non fa nulla che non vada fatto>. Sei perplesso, ma non hai gli strumenti per elaborare la cosa”.

    Ci sono state altre molestie?

    “Tantissime. Questo prete organizzava dei campeggi. Si partiva in cinque, lui e quattro ragazzini, con due tende, una da tre posti e una da due. Uno dei ragazzi a turno dormiva con lui”.

    E lì altre molestie?

    “Sapevamo tutti cosa succedeva a chi dormiva con lui, ma non ne parlavamo tra di noi. Provavamo vergogna”.

    Cosa succedeva?

    “Anche rapporti completi, di cui parlava con noi singolarmente, in modi piuttosto spudorati”.

    Lei cosa raccontava a casa, in famiglia?

    “Nulla. Assolutamente bocca cucita, per carità. Il profilo tipico della vittima non è quello di un ragazzo con una famiglia presente. A casa mia avevo poche attenzioni da parte di mio padre, mia madre invece era maniaca della scuola e della Chiesa”.

    In che senso maniaca?

    “La domenica dovevo fare il chierichetto alle tre funzioni del mattino perché mia madre a sorpresa veniva a vedere se stavo servendo Messa. Don Nello frequentava casa mia, usciva a cena con mio padre. E’ un classico del rapporto prete-vittima, ma l’ho scoperto solo dopo”.

    Quanto continuarono gli abusi?

    “Circa quattro anni. Non riuscendo a reagire, verso i 15 anni iniziò il mio tracollo. Abbandonai la parrocchia, persi tutti gli amici, caddi nell’eroina. Mi sono fatto fino ai 26 anni”.

    E’ incredibile pensare che per anni lei sia stato in silenzio.

    “Le dirò di più per capire come funziona questo blocco psicologico. Quando nel 2000 emerse lo scandalo negli Usa io leggevo le notizie e pensavo: <Mamma mia cosa fanno questi preti in America>. Invece un sacerdote lo aveva fatto anche a me”.

    Non ricordava?

    “Non volevo ricordare. L’avevo rimosso. Non riuscivo ad accettare di essere stato abusato. Ero come in uno stato di incoscienza”.

    Invece era successo.

    “Ma ho denunciato solamente nel 2008. La molla mi scattò quando scoprii che il vescovo di Savona aveva fatto aprire a don Nello una comunità per adolescenti in difficoltà”.

    Addirittura?

    “Ho attraversato una crisi tremenda, non riuscivo a parlarne. C’è voluta un’amica che mi ha letteralmente trascinato dai Carabinieri. Lo ricordo come il giorno più brutto della mia vita. Provai una vergogna tremenda”.

    Però denunciò.

    “Ma il giorno dopo incassai la delusione più cocente mai provata. Il maresciallo mi disse che il reato era comunque prescritto. La svolta ci fu nel 2010. Mi chiamò Giovanni Battista Ferro, pm a Savona. Mi disse: <Zanardi, lei conosce qualche vittima più recente>?

    Lei la trovò?

    “Trovammo una vittima fresca, scusi l’espressione. Un ragazzo abusato nel 2005 in un campo scout. Don Nello è stato condannato a un anno e sei mesi con la condizionale. Non ha fatto un solo giorno di carcere”.

    Dov’è?

    “A Savona, lo vedo spesso. Ma non provo nulla, lui cammina a testa bassa. All’inizio gli urlavo <pedofilo!> quando lo incontravo in mezzo alla gente. Ma ho lasciato da parte la rabbia”.

    E’ ancora prete?

    “No, ma solo perché lui ha chiesto la riduzione allo stato laicale. Lavora come cuoco in una rosticceria. Ma fosse stato per la Chiesa, lo avrebbero spostato da un’altra parte e stop”.

    Succede?

    “Eccome. Fittipaldi nel libro racconta di don Francesco Rutigliano, caso scoperto da me. Lui è un prete della Locride condannato dal tribunale canonico a quattro anni per abuso di minore. Risultato: l’hanno trasferito a Civitavecchia”.

    Perché, secondo lei?

    “In Italia esiste poca cultura sul tema. Se si scopre un vicino di casa pedofilo i condomini gli fanno la pelle, se il denunciato è un prete istintivamente viene massacrata la vittima. Nel caso di don Nello alcuni parrocchiani dicevano: <Forse toccava alcuni ragazzini ma serviva bene Messa>”.

    Mi può dare qualche numero sul fenomeno?

    “Attualmente ci sono 112 preti indagati e 133 condannati in via definitiva. Ma sono dati parziali e relativi solo agli ultimi 15 anni”.

    Non crede all’apertura del Papa?

    “La Chiesa è omertosa. Anche questo Papa fa solo annunci, basti vedere il caso dell’Istituto ‘Provolo’ di Verona. Le vittime hanno scritto le prime lettere alla Santa Sede nel 2009 e hanno consegnato formalmente a Papa Francesco le denunce nel 2014. Sono passati due anni e i tempi lunghi  rendono le vittime sacrificabili. Tenga conto che al ‘Provolo’ gli abusati che hanno denunciato sono 63. I preti coinvolti sono 26”.

    Numeri impressionanti.

    “La Chiesa non vuole perdere preti. Quando ci sono casi chiacchierati, fa di tutto per coprire e mettere a tacere lo scandalo”.

    Zanardi, com’è oggi la sua vita?

    “Vado avanti con la forza d’animo. Ma ho diversi problemi”.

    Me ne dica uno.

    “Il trauma resta. Quando denunciai nel 2010 non riuscii più a fare sesso, per esempio. Ho assistiti che non riescono a cambiare il pannolino ai figli”.

    Si dice: spesso il pedofilo è una persona a sua volta abusata da piccolo.

    “Qualche caso c’è, purtroppo. L’abbiamo avuto anche in associazione”.

    Lei può ottenere risarcimenti?

    “Certo. La prescrizione per la causa civile è di cinque anni, ma scattano da quando ti rendi conto di avere subito il trauma. Io e altri quattro abusati stiamo per chiedere un milione e 200mila euro a testa”.

    Puntate ai soldi.

    “Le nostre vite sono state distrutte. Tra i nostri associati abbiamo persone con malattie psicosomatiche assurde. Un abusato di certo non diventa un direttore di banca, non è una persona con una stabilità psichica. I soldi non ci servono per fare la bella vita”.

     

     

  • Morto prete pedofilo. Era il confessore di Madre Teresa. La “Santa” sapeva e…

    Morto prete pedofilo. Era il confessore di Madre Teresa. La “Santa” sapeva e…

    E’ morto in carcere (lo scorso 13 gennaio) l’ennesimo prete pedofilo. Scontava una lunga pena (25 anni), dopo che erano stati accertati gli abusi su diversi bambini ed un’attività pedofilia che ha coperto interi decenni. Questo uno dei tanti documenti che testimoniano che i vertici dei gesuiti (suo ordine d’appartenenza) sapevano, ma hanno coperto tutto: Jesuits and McGu

    Insomma un’ordinaria storia di pedofilia nella chiesa cattolica. Con una aggravante, se così si può dire. Donald J. McGuire (questo il suo nome) non era un prete qualunque (e per questo appare “strano” che i media non abbiano ancora dato la notizia della morte….). Ma tra le varie attività che ha svolto parallelamente alla sua insurclassabile carriera di pedofilo, c’era anche l’essere il confessore di Madre Teresa di Calcutta, nonché guida spirituale (sic) dell’ordine promosso dalla stessa. Che però è emerso essere a conoscenza dell’attività pedofila del gesuita, ma pure non è mai intervenuta nel bloccare il pedofilo, mettendo così a rischio l‘incolumità di tantissimi bambini (si veda al riguardo questo ben dettagliato reportage di alcuni anni fa: Più info

    Per oggi direi che basta…non serve aggiungere alcun commento, se non questo: “La Chiesa piange per il dolore procurato dai sacerdoti”.
    E’ una frase pronunciata pochi giorni fa da Papa Francesco frase a cui devono oggi più che mai seguire dei fatti. Concreti. Decisi e decisivi! Altrimenti resteranno delle sterili parole, di cui i bambini abusati, quelli sopravvissuti, o quelli morti in seguito agli abusi, in tutta sincerità, non sanno cosa farsene….

     

  • Così il Vaticano protegge i preti pedofili

    Così il Vaticano protegge i preti pedofili

    Alti prelati del Vaticano, italiani e stranieri. Molto vicini a papa Francesco. Che per anni hanno insabbiato le violenze sessuali sui minori da parte degli orchi con la tonaca. Lo rivela “Lussuria”, il nuovo libro del giornalista processato dalla Santa Sede per Vatileaks. Che fa luce su responsabilità, silenzi e omertà

    DI EMILIANO FITTIPALDI

    Tre cardinali che hanno protetto sacerdoti pedofili sono stati promossi nel C9, il gruppo di nove alti prelati che assistono papa Francesco nel governo della Chiesa Universale. Altre quattro porpore italiane e straniere che non hanno denunciato predatori seriali e che hanno cercato di proteggere le casse della Chiesa dalle richieste di risarcimenti alle vittime, sono ascesi sulla cima della scala gerarchica della Santa Sede. In Italia, Spagna, Francia, Belgio e Sud America altri vescovi insabbiatori sono stati premiati con incarichi importanti, o graziati di recente con sentenze canoniche discutibili.

    Insomma, se il Vaticano ha dichiarato da tempo guerra aperta ai crimini sessuali dei suoi preti nei confronti di bambini e ragazzine («una battaglia cruciale, che va vinta ad ogni costo», ha detto e ripetuto papa Francesco fin dall’inizio della sua elezione al soglio petrino) a quasi quattro anni dall’inizio del pontificato di Bergoglio la lotta mostra più di una crepa. Non solo per alcune nomine che appaiono sorprendenti, ma anche perché il fenomeno degli orchi in tonaca continua ad avere numeri impressionanti: tra il 2013 e il 2015 fonti interne alla Congregazione per la dottrina per la fede spiegano che sono arrivate dalle diocesi sparse per il mondo ben 1200 denunce di casi “verosimili” di predatori e molestatori di minorenni.

    Un numero praticamente raddoppiato rispetto a quelli rilevati nel periodo che va dal 2005 al 2009: il trend dimostra come il cancro non è stato affatto estirpato.
    Se delle denunce, delle vittime e dei carnefici non si sa praticamente nulla (ancora oggi i processi canonici sono sotto segreto pontificio, e chi tradisce la regola del silenzio rischia pene severissime, scomunica compresa), e se la commissione antipedofilia voluta da Francesco si è riunita in sede plenaria solo tre volte dalla sua nascita nel 2014 senza essere riuscita nemmeno a inserire nelle norme vaticane l’obbligo di denuncia alla magistratura ordinaria, in “Lussuria”, il libro che uscirà per Feltrinelli giovedì 19 gennaio, si raccontano storie inedite di insabbiamenti di altissimi prelati in tutto il mondo, di scandali sessuali coperti dal Vaticano per timore di ripercussioni mediatiche, del sistema di protezione messo in piedi in Italia e di lobby ecclesiastiche unite dagli interessi economici e dalle medesime inclinazioni sessuali.

    L’UOMO NERO IN VATICANO

    La storia di George Pell è emblematica. Il cardinale australiano è stato chiamato da Francesco a Roma con l’intento di “moralizzare” la corrotta curia romana. Pell, oggi, è il capo della potente Segreteria dell’Economia. Di fatto, il numero tre del Vaticano. Leggendo le carte della Royal Commission che sta indagando sui preti pedofili, i documenti riservati della vecchia diocesi della porpora, i bilanci della chiesa australiana e alcune lettere firmate dal prelato e dai suoi avvocati, non sembra che Bergoglio abbia puntato sull’uomo giusto. Non solo perché da qualche mese è accusato da cinque persone di aver commesso lui stesso abusi sessuali tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta (il cardinale smentisce ogni responsabilità, con sdegno), ma perché troppe volte, di fronte a crimini sessuali di sacerdoti, negò alle vittime giustizia e compassione pur riconoscendo la veridicità delle loro denunce. Come scrive la commissione d’inchiesta, «mancò di agire equamente da un punto di vista cristiano». È certo che Pell cercò di minimizzare le violenze e di proteggere in ogni modo la cassaforte della sua diocesi dalle richieste di risarcimento dei sopravvissuti.George Pell

    I documenti dei giudici dell’organismo voluto dal governo australiano sono un pugno nello stomaco. Partiamo dal caso della famiglia Foster. Davanti alla tragedia dei genitori Anthony e Christine, le cui figlie Emma e Katie sono state violentate da bambine dal preside della loro scuola cattolica don Kevin O’ Donnell, Pell ha prima tentato di evitare ogni incontro faccia a faccia («se incontro la famiglia Foster poi dovrò incontrare anche le altre. Il mio tempo è molto limitato. Perché sono diversi dagli altri casi?», si chiede nel 1996 in una lettera spedita ai suoi avvocati), poi ha provato a chiudere la faccenda con un risarcimento di appena 50 mila dollari australiani, pari a 30 mila euro. La signora Foster ha raccontato ai giudici che durante il primo incontro a casa loro, Pell – di fronte alle rimostranze del marito che accusava l’allora arcivescovo di voler proteggere il portafoglio della Chiesa – rispose secco: «Se non ti va bene quello che siamo facendo, portaci in tribunale». «In un secondo incontro con altri genitori di piccoli abusati da padre O’ Donnell» si legge negli atti della commissione «la signora Foster ricorda che davanti a una domanda su perché alcuni noti pedofili servivano ancora nelle parrocchie di Melbourne, l’arcivescovo Pell rispose: «È tutto un pettegolezzo, finché non ci sono prove in tribunale; e io non do ascolto ai gossip».

    Il 26 agosto del 1998 Pell spedisce finalmente una lettera di scuse ai Foster, accompagnandola con l’offerta formale di risarcimento a favore della piccola Emma, formulata dall’avvocato di fiducia dell’arcidiocesi Richard Leder. Trentamila euro. «L’indennizzo è offerto dall’arcivescovo a Emma nella speranza che possano aiutare il suo recupero e fornire un’alternativa realistica a un contenzioso legale. Nel quale, altrimenti, ci difenderemo strenuamente». Ai genitori delle piccole, leggendo la missiva, sale la rabbia: sia per la cifra umiliante, sia per la minaccia – in caso di mancata accettazione della proposta – di «difendersi strenuamente». «Ammetto che sia stata un’espressione poco felice, ma credo che certe espressioni vadano lette in maniera non offensiva», ha detto Pell in un interrogatorio del 2014.

    SENZA MISERICORDIA

    I Foster, alla fine, si rassegnano. I soldi sono davvero pochi, ma li prendono. Serviranno a poco: nel 2008 Emma si è infatti suicidata con una dose letale di eroina, che le farà dimenticare per sempre le mani e gli occhi del suo vecchio preside.

    Trentamila euro, o meglio 50 mila dollari australiani, sono in realtà l’offerta massima consentita dal sistema di risarcimento creato dal braccio destro di Francesco, il cosiddetto “Melbourne Response”. Un tetto innalzato a 75 mila euro nel 2008. Analizzando i dati contabili dell’arcidiocesi della città si scopre che tra il 1996 e il marzo del 2014 le circa trecento vittime che hanno chiesto i danni per le violenze dei sacerdoti hanno ottenuto in media 32 mila dollari a testa, circa 20 mila euro. Il prezzo di una Fiat 500 accessoriata.

    Una miseria, anche perché l’arcidiocesi guidata fino al 2001 da Pell (nel marzo di quell’anno fu promosso vescovo di Sydney) è ricchissima. Controlla infatti due società, la Roman Catholic Trust Corporation e la Catholic Development Fund, che hanno in pancia contanti, proprietà immobiliari come appartamenti e palazzi, e fanno investimenti azionari e obbligazionari a sette zeri. Sommando il valore delle entrate, solo nel 2013 sono stati incassati, tra profitti finanziari e beneficenza dei fedeli, oltre 108 milioni di dollari australiani, mentre gli asset attualmente controllati dall’arcidiocesi valgono quasi 1,3 miliardi. Esatto: 1,3 miliardi di dollari. In pratica, per chiudere i fastidiosi contenziosi sulla vicenda pedofilia dei preti della città, Pell e i suoi successori hanno rinunciato a una cifra complessiva di appena 10 milioni di dollari australiani, pari allo 0,7 per cento del patrimonio della diocesi.

    Qualche anno dopo aver accettato i soldi per le cure di Emma, i Foster decidono però di capire se la giustizia terrena sia meno avara di quella divina, e aprono un procedimento civile di fronte allo Stato di Victoria. Che capovolge la filosofia del Melbourne Response, riconoscendo come le cifre dei risarcimenti debbano essere molto più alte: alla fine della causa la Chiesa è costretta ad accettare una mediazione pagando i Foster ben 750 mila dollari.

    Quello di Emma non è l’unico caso che imbarazza Pell. Tra le decine di migliaia di carte della Royal Commission ci sono anche i documenti e i verbali che provano come la sua diocesi, mentre lesinava aiuto alle vittime, non faceva mancare sostegno ai prelati pedofili usciti di prigione. Il successore di Pell, l’arcivescovo Denis James Hart famoso in Australia per aver scacciato una donna che voleva denunciare un’aggressione sessuale di un prete con l’epiteto «Vai all’inferno, cagna!», in un interrogatorio ha ammesso che la diocesi di Melbourne ha speso centinaia di migliaia di dollari per aiutare ex preti pedofili pagando loro sia lo stipendio sia l’affitto, la pensione, l’assicurazione sanitaria e persino quella dell’automobile.

    Un documento interno del 2 ottobre 1996 segnala come Pell abbia presieduto una riunione dove lui e alti prelati discussero come poter aiutare tre preti (tra cui don Michael Glennon) dopo il loro rilascio dalla prigione. «Punto 15. Ipotesi su come aiutare i preti che stanno uscendo di galera» si legge nel verbale dell’incontro «Possibilità di un posto (appartamento indipendente) nel palazzo di Box Hill. Padre McMahon ha parlato di cure mediche necessarie, ed è stato invitato dall’arcivescovo Pell a far presente cosa serve alla loro assistenza». Se padre Wilfred Baker, che ha molestato 21 bambini, ha ricevuto dalla curia tra pensione e spese per l’affitto 21 mila dollari l’anno fino al 2014, (il massimo della pensione possibile, ha notato il giornale “The Age”), Desmond Gannon e David Daniel, anche loro condannati per crimini sessuali, hanno subito una semplice decurtazione della busta paga. I giudici hanno poi scoperto che una serie di giroconti finanziari per aiutare il pedofilo Gannon fu orchestrata in modo tale che «difficilmente la notizia dell’aiuto sarebbe diventata di dominio pubblico». Per la cronaca, i denari per aiutare i preti australiani caduti in disgrazia sono stati prelevati dal Fondo pensione del clero, che è per gran parte finanziato dai contributi dei parrocchiani. Tra loro, paradossalmente, c’erano anche alcune famiglie degli abusati.

    INSABBIAMENTI

    Ma il cardinale promosso da Francesco ha altri scheletri nell’armadio: ha protetto l’orco seriale Gerald Risdale (suo ex coinquilino, negli atti della Royal Commission spunta una foto che ritrae Pell a braccetto con il maniaco: nonostante le pesanti accuse aveva deciso di accompagnarlo alla prima udienza del processo; è un fatto che né Pell né altri vescovi cattolici abbiano mai accompagnato in tribunale le vittime dei loro colleghi predatori), né ha voluto ascoltare un ragazzo che lo avvertì come un sacerdote, Edward Dowlan, avesse abusato di alcuni ragazzini di un collegio cattolico di Ballarat, la città natale del cardinale («Mi disse: “Non essere ridicolo”, uscendo dalla stanza senza degnarmi di altre attenzioni» mette a verbale il testimone Timothy Green, «la sua reazione mi ha dato l’impressione che lui conoscesse fratello Dowlan, ma che non potesse o volesse fare nulla a riguardo»).

    Non è tutto. Il ministro economico del Vaticano avrebbe anche tentato di corrompere una vittima («mi chiese cosa volessi per tenermi tranquillo», racconta il nipote abusato di padre Risdale. «Chiamai sconvolto mia sorella dicendogli: Il bastardo ha cercato di corrompermi»), e ha mentito per iscritto almeno su un altro caso di pedofilia, in modo da evitare di pagare risarcimenti alla vittima. Nonostante accuse circostanziate, decine di testimonianze durissime e documenti che dimostrano insabbiamenti e leggerezze, Pell è stato sempre protetto dal Vaticano, e fa tuttora parte del C9, il gruppo dei nove cardinali nominati dal pontefice in persona per aiutarlo nel governo della Chiesa Universale.

    Il suo non è l’unico caso di promozioni discutibili. Strettissimo collaboratore del papa è infatti Francisco Errazuriz, anche lui chiamato a far parte dell’inner circle del pontefice. Ex arcivescovo di Santiago del Cile e oggi pezzo da novanta della Santa Sede, è stato protagonista, insieme al suo successore Ricardo Ezzati e al nuovo vescovo di Osorno Juan Barros Madrid, dello scandalo di padre Fernando Karadima. Un prete, per stessa ammissione del cardinale, che ha formato tre generazioni di prelati cileni. Una sorta di “santo vivente” per quasi tutta l’alta borghesia e il clero di Santiago che però, secondo le accuse di quattro uomini, dei giudici ordinari e perfino della Congregazione per la dottrina della Fede, nascondeva dietro l’aureola un’altra faccia. Quella di un criminale seriale che ha distrutto vite di giovani adolescenti.

    L’inchiesta del giudice istruttore Jessica Gonzales è sintetizzata in un documento di 84 pagine dove vengono ricostruite le fasi dell’inchiesta interna della curia cilena, e mostrano il tentativo – da parte di Errazuriz – di evitare lo scandalo allungando a dismisura i tempi dell’istruttoria: nonostante il cardinale fosse stato avvertito delle violenze di Karadima già nel 2003, Errazuriz manderà il fascicolo a Roma solo nel 2010, quando ormai le vittime – che non erano riuscite ad ottenere giustizia dal loro vescovo – avevano deciso di raccontare le violenze pubblicamente.

    Errazuriz spiega a verbale di non aver mai creduto alle accuse, ma schernisce chi lo indica, in patria, come un insabbiatore. Di certo nel 2006, dopo aver “sospeso” l’inchiesta interna che altri pezzi della sua curia volevano portare avanti, chiese a don Karadima di farsi da parte. Ma solo per raggiunti limiti di età. «Caro Fernando» si legge in una missiva privata pubblicata da un giornale cileno «la celebrazione per i suoi cinquant’anni di sacerdozio sarà un grande anniversario, nessuno potrà dire che non sia stato celebrato come si conviene…». Il giudice penale alla fine dell’istruttoria ha confermato le violenze, ma ha dovuto prescrivere i reati. La Congregazione ha condannato Karadima «a una vita di preghiera». Nel 2013 si è aperta una causa civile contro l’arcidiocesi di Santiago su cui pendono richieste di risarcimento da parte di quattro vittime pari a 450 milioni di pesos.

    Insieme a Pell e ad Errazuriz, nel C9 c’è anche Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore del gruppo e uno dei cardinali più ascoltati dal papa. In pochi sanno che tra il 2003 e il 2004 la porpora ospitò in una delle diocesi sotto il suo arcivescovado di Tegucigalpa, in Honduras, un prete incriminato dalla polizia del Costarica per abusi sessuali. Un latitante, don Enrique Vasquez, braccato dall’Interpol fin dal 1998: dopo una fuga tra Nicaragua, New York, Connecticut e una casa di cura per preti in Messico, don Enrique si rifugerà per qualche mese anche a Guinope, dove diventa parroco di una parrocchia sotto il controllo dell’arcivescovado di Maradiaga. Il reporter Brooks Egerton, racconta che riuscì al tempo ad intervistare il segretario di Maradiaga per il Dallas Morning News, che non negò affatto la presenza del pedofilo, ma minimizzò solo il ruolo pastorale. L’attuale cardinale, invece, non volle mai rispondere alle sue domande. «Secondo un agente del’Interpol che intervistai, i funzionari della diocesi si resero conto di avere un problema con don Enrique, e così si liberarono di lui», azzarda Egerton. Maradiaga però è uno che non si nasconde, e non hai mai avuto sul tema alcun pelo sulla lingua: un anno prima dell’arrivo di Vasquez nella sua diocesi, in una conferenza pubblica a Roma spiegò che lui, anche di fronte a un sacerdote accusato di pedofilia, sarebbe stato «pronto ad andare in prigione piuttosto che danneggiare uno dei miei preti… Per me sarebbe una tragedia ridurre il ruolo di pastore a quello di poliziotto. Non dobbiamo dimenticare che siamo pastori, e non agenti dell’Fbi o della Cia».

    Tra le porpore che hanno fatto strada “Lussuria” racconta anche le contraddizioni di Timothy Dolan, arcivescovo di New York che come capo della Conferenza episcopale statunitense che ha dato l’ok ha pagare dal 2007 al 2015 parcelle da ben 2,1 milioni di dollari a favore di importanti società di lobbying con l’obiettivo – ovviamente non dichiarato – di bloccare, o quanto meno modificare, l’approvazione di una proposta di legge dello Stato che prevede l’abolizione della prescrizione per le vittime della pedofilia.

    Ma omertà e i silenzi hanno caratterizzato anche il comportamento del cardinale francese Philippe Barbarin e dell’italiano Domenico Calcagno, e fedelissimi di Francesco come monsignor Godfried Danneels, arcivescovo emerito di Bruxelles messo da Bergoglio in cima alla lista dei padri sinodali: possibile che il papa non conoscesse le imbarazzanti intercettazioni (mai pubblicate in Italia) con cui il porporato tentava di proteggere un vescovo lussurioso? È un fatto che documenti originali e testimonianze dimostrano come nell’anno di grazia 2017 il sistema attraverso cui la gerarchia ecclesiastica protegge le mele marce, nonostante qualche blando tentativo di scardinarlo, funziona ancora a pieno regime.

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/01/12/news/cosi-il-vaticano-protegge-i-preti-pedofili-1.293368?ref=HRBZ-1
  • La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

    La pedofilia non è un vizio né un atto di lussuria ma un crimine violentissimo contro persone inermi

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi».

    Federico Tulli

    Chiesa e pedofilia, il caso italiano: il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI, Federico Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli è un giornalista professionista. Collabora con diversi periodici, tra cui “Left”, “MicroMega” e Critica liberale. Sul web è condirettore di Cronache laiche, firma un blog su MicroMega, ha ideato e dirige il magazine di divulgazione culturale e scientifica Babylon Post. Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

  • Accusato di molestie all’Istituto Provolo fa il prete a Fabrica (VT)

    Accusato di molestie all’Istituto Provolo fa il prete a Fabrica (VT)

    Una storia che somiglia molto a quella di don Nicola Corradi il sacerdote arrestato in Argentina alla fine del novembre scorso, proprio uguale in tutto e per tutto.

    Anche lui come Corradi era stato accusato di abusi sessuali dagli ex allievi sordi dell’Istituto Don Antonio Provolo di Verona, come Corradi era stato nascosto e anche il suo nome, come quello di Corradi era provvidenzialmente scomparso dalla relazione della Commissione di Inchiesta che il Vaticano fece a Verona, l’unica differenza è che lui non è in Argentina, ma è ancora in Italia.

    Si chiama don Giuseppe Pernigotti e fa il parroco presso la parrocchia S.S. Gratiliano e Felicissima, appena fuori Fabrica, a Faleri dove era arrivato circa 20 anni fa.

    Ma malgrado le pesanti accuse don Pernigotti fa carriera, nel giugno del 1985 mons. Riccardo Ferrari si dimette da direttore della FIAS “Federazione Italiana Assistenza Sacerdoti” e don Pernigotti diventa direttore nazionale.

    Nel 2010 scrive anche per FAMIGLIA CRISTIANA dove lo leggiamo in questo articolo che parla proprio di pedofilia nella chiesa.

    Nel 2016 un gruppetto di parrocchiani aveva scoperto che era lui quel don Giuseppe Pernigotti accusato di molestie dagli ex allievi dell’Istituto provolo e non lo volevano più. Si erano lamentati con i suoi superiori, i quali però non intervennero e fu così che ci contattarono chiedendo aiuto.

    Oggi la sua storia riemerge, non a seguito di abusi sessuali, o almeno, non sappiamo se ne abbia commessi ancora o meno, ma per via del fatto che il suo nome è uno dei molti citati anche nella lettera che Giuseppe C. consegnò nelle mani di papa Francesco e che per motivi a noi ignoti è scomparso dalla relazione che la diocesi di Verona consegnò agli ex allievi dell’Istituto Provolo.

  • Abusi al Provolo, si indaga anche per favoreggiamento

    Abusi al Provolo, si indaga anche per favoreggiamento

    La Procura apre un fascicolo, che potrebbe coinvolgere la Curia, dopo un esposto presentato dai legali della Rete L’ABUSO Onlus, corredato da ottanta allegati

    La denuncia scaturisce dall’inchiesta argentina su don Corradi, religioso accusato anche a Verona.

    Una denuncia dettagliata nella quale compaiono un’ottantina di allegati depositata dalla Rete L’ABUSO Onlus in Procura a Verona alcuni giorni fa, l’apertura di un fascicolo di indagine “a carico di persone da individuare” per il reato di favoreggiamento è stata la prima conseguenza e l’indagine si riferirebbe ai vertici della curia.

    Un atto dovuto anche perché nel riassunto degli abusi patiti dagli ex allievi del Provolo, tutti bambini sordomuti, ritorna frequente il nome di don Nicola Corradi, il sacerdote presente nell’istituto veronese all’epoca e poi mandato in Argentina, prima nell’istituto di La Plata e poi a Mendoza dove è stato arrestato alla fine di novembre (ora è ai domiciliari).

    Il sacerdote veronese di 82 anni che venne indicato da un ex allievo come uno dei molestatori negli anni settanta, è accusato di aver abusato sessualmente nel periodo compreso tra il 2007 e il 2009, dei minori sordomuti ospiti dell’istituto di Mendoza.

    La circostanza che come denuncia la Rete, la curia veronese fosse al corrente, che all’interno del Provolo vi fossero state molestie e abusi in passato ha indotto i firmatari della denuncia a ritenere che “il caso di don Corradi possa essere definito un disatro annunciato”.

    Il suo nome infatti era stato indicato da una delle vittime, un ex alunno che fu ritenuto inattendibile dalla commissione Vaticana. Una inattendibilità dichiarata da una commissione sulla quale però pesa un sospetto: il documento con il quale si attestava la data di dimissione dall’istituto della vittima sarebbe stato alterato.

    Da qui il resto, ovvero la richiesta di individuare chi fosse il responsabile giuridico al quale don Corradi, assegnato al Provolo, era affidato.

    Il Caso era noto alla Santa Sede scrive l’Abuso “nel 2009 era stata fatta un’indagine dalla diocesi, ci fi la commissione voluta dal Vaticano e nel 2014 uscì un video consegnato a Papa Francesco, nell’ottobre di quell’anno in una lettera indirizzata al vescovo Zenti e in copia al Papa comparivano i nomi dei 14 sacerdoti accusati di molestie e tra questi don Corradi”.

    Ora l’indagine a Verona.

    1. M.

    L’ARENA del 14 gennaio 2017

     

  • Don Corradi e lo scandalo pedofilia del Provolo. “Papa Francesco sapeva”

    Don Corradi e lo scandalo pedofilia del Provolo. “Papa Francesco sapeva”

    “Tre fascicoli e decine di documenti che dimostrano nero su bianco quello che le autorità ecclesiastiche sapevano dei preti accusati di molestie al Provolo di Verona, questo è quanto è stato depositato pochi giorni fa presso la Procura della Repubblica di Verona e che tra pochi giorni sarà anche nella disponibilità dei due Pm argentini che stanno indagando su don Nicola Corradi“. Lo riferisce Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso Onlus, che in questo modo vuole collaborare con le nuove indagini che riguardano il sacerdote veronese accusato di pedofilia in Argentina e recentemente scarcerato per motivi di salute. Nuove indagini perché già in Italia don Nicola Corradi era stato al centro di uno scandalo riguardante gli abusi sui minori dell’istituto Provolo di Verona. Don Corradi è stato poi trasferito ad una struttura gemella in Argentina, ma pare che il problema non sia stato risolto.

    “Tre denunce nelle quali si chiede all’autorità giudiziaria – prosegue Zanardi – che vengano verificate ed eventualmente ravvisate una serie di ipotesi di reato tra qui le responsabilità omissive delle gerarchie ecclesiastiche che senza dubbio sapevano dal 2009 della pericolosità di quel prete. Il primo precedente in Italia si creò nel 2012 a Savona quando il giudice per le indagini preliminari Fiorenza Giorgi ravvisò le pesanti responsabilità omissive di un vescovo, Dante Lafranconi, il quale pur sapendo delle tendenze pedofile di uno dei suoi sacerdoti nulla fece per impedire che questi continuasse ad abusare di altri minori”.

    Il presidente della Rete L’Abuso Onlus chiama in causa anche Papa Francesco, che a suo dire fu informato sugli abusi di don Corradi e di altri 14 sacerdoti. Un video recapitato alla Segreteria di Stato del Vaticano con la testimonianza di 17 vittime e un elenco di nomi dei responsabili tra cui quello di don Nicola Corradi. Una raccomandata prima inviata e poi consegnata anche nelle mani del pontefice. Tre occasioni che Francesco Zanardi ricorda e commenta: “Sentire oggi Papa Francesco dichiarare che la chiesa piange per il dolore procurato dai sacerdoti è oltraggioso, verso le vittime e verso tutti coloro che ancora si fidano della chiesa. Ed è anche triste vedere che malgrado la pesantissima pronuncia che la Commissione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza fece nei confronti del Vaticano nel 2014, la chiesa continui a tutelare la sua immagine a qualunque costo fregandosene delle vittime e delle associazioni che le tutelano con le quali ha sempre rifiutato qualunque tipo di dialogo. La gestione dei preti pedofili non può più rimanere nelle mani delle gerarchie ecclesiastiche e se Papa Francesco vuole davvero affrontare seriamente il problema ha un’unica via, quella di inserire per i vescovi l’obbligo della denuncia e affidare questi casi all’autorità giudiziaria dei paesi dove i crimini vengono commessi”.

    http://www.veronasera.it/cronaca/rete-abuso-onlus-pedofilia-provolo-papa-francesco-12-gennaio-2017.html