Francesco dall’inizio del pontificato ha duramente attaccato i sacerdoti pedofili. Eppure, nonostante le accuse di decine di vittime e quelle dei giudici australiani, il cardinale George Pell, braccio destro di Bergoglio finito nel mirino della Commissione d’inchiesta di Camberra, resta saldo sulla sua poltrona. Ma sul tema delicato della pedofilia non possono esserci tentennamenti. Né salvacondotti personali
DI EMILIANO FITTIPALDI
Papa Francesco non può più aspettare. Dopo le audizioni di questi giorni davanti ai giudici della commissione d’inchiesta del governo australiano sulla pedofilia, il cardinale George Pell – che Bergoglio stesso aveva chiamato nella Santa Sede tre anni fa – non può più rimanere sulla sua poltrona.
Deve dimettersi subito, lasciando ad altri la guida del più importante ministero vaticano, quella Segreteria dell’Economia voluta da Bergoglio per fare trasparenza sui business vaticani. Nel caso non volesse fare un passo indietro, dovrebbe essere il pontefice, capo supremo della curia, a muoversi di conseguenza. Senza aspettare – come suggerisce qualche suo consigliere – che Pell compia 75 anni, età in cui formalmente gli alti prelati devono rimettere il mandato.
Stavolta il tempo è scaduto prima, ed ulteriori mediazioni metterebbero gravemente a rischio l’immagine del Papa rivoluzionario e inflessibile, nemico giurato dei maniaci che infestano la Chiesa.
Il tema della pedofilia, riportato alla ribalta dal caso Pell (di cui “L’Espresso” si è più volte occupato in infelice solitudine) e dell’Oscar a “Spotlight” come miglior film (che narra le gesta dei giornalisti del Boston Globe che nel 2002 scoperchiarono lo scandalo dei sacerdoti pedofili della loro città), è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio.
Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi. Il cardinale è stato accusato da una vittima di aver tentato di comprarlo. Da molte altre di aver creato, quando era vescovo a Melbourne, un sistema per difendere le finanze della Chiesa, a danno delle richieste risarcitorie degli abusati. «Un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa», ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni dell’australiano volte a «minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime».
Pell è stato definito un «sociopatico» da più di un sopravvissuto, mentre la relazione preliminare dei giudici della Royal Commission pubblicata qualche mese fa ha già spiegato che il cardinale «non si è comportato da buon cristiano». Il prelato ha perfino paragonato un anno fa la Chiesa a un’azienda di autotrasporti, affermando che «non è colpa di una ditta se il camionista molesta le autostoppiste».
Al netto degli scandali e dei lussi sfrenati che hanno colpito Pell dopo la pubblicazione di alcune inchieste che ho pubblicato sull’Espresso, la sua posizione è indifendibile. Francesco è stato il primo pontefice ad autorizzare l’arresto di un alto prelato per reati sessuali su bambini, monsignor Josef Wesolowski, morto prima dell’inizio del processo. Un appeasement o ulteriori tentennamenti sul caso Pell, suo uomo di fiducia, sarebbe un errore, ancor più grave della nomina del porporato di Ballarat a numero tre del Vaticano. Uno sbaglio che confermerebbe i preconcetti dei critici – soprattutto anglosassoni – che da mesi attaccano il soglio petrino.
«Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».
Tra parole e azioni la coerenza è sempre necessaria, soprattutto se gli anatemi vengono da un papa dichiaratamente riformista. Oggi le vittime dei sacerdoti australiani giunte a Roma grazie a una colletta per guardare in faccia il cardinale durante l’udienza in videoconferenza, hanno scritto una lettera al pontefice chiedendo di essere ricevuti, sperando che la Chiesa li «aiuti a sostenere e salvare le tante vittime che ancora non hanno parlato e che invece hanno bisogno di aiuto, per evitare altre morti premature».
Sarebbe bello se Francesco li ricevesse, e comunicasse loro che anche Pell gli ha consegnato una lettera. Di dimissioni irrevocabili.
“Il caso Spotlight” di Tom McCarty ha vinto l’Oscar come miglior film alla 88esima edizione degli Academy Awards. Racconta l’inchiesta svolta da un gruppo di giornalisti del Boston Globe, che ha portato alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa. E ora questa pellicola sta scuotendo la comunità cattolica mondiale: molti sacerdoti e molti fedeli condannano gli abusi coperti dall’istituzione ecclesiastica. “Un film choccante, ma necessario”, dicono.
E così padre Amar, sacerdote della diocesi di Versailles, ha confessato: “Sono andato a vedere questo film con l’abito sacerdotale. Ma non mi sentivo affatto a mio agio. Durante il film avevo la nausea perché la Chiesa è la mia famiglia. Ho pianto alla fine, ma la mia sofferenza non è nulla rispetto a quella delle vittime di pedofilia. Sono fatti abominevoli, una vergogna immane per la Chiesa”, ha detto il prete a una radio locale francese.
Per l’Osservatore Romano non è un film anticattolico – “Non è un film anticattolico”. Così l’Osservatore Romano ha commentato, a firma di Lucetta Scaraffia e con richiamo in prima pagina, l’Oscar assegnato al “Caso Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili scoperchiato nel 2001 dal Boston Globe. “Spotlight, che ha vinto l’Oscar, ha una trama avvincente. E non è un film anticattolico, come anche è stato scritto, perché riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà. Certo, nel racconto non viene dato spazio alla lotta lunga e tenace che Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e come Papa, ha intrapreso contro la pedofilia nella Chiesa. Ma in un film non si può dire tutto, e le difficoltà che ha incontrato Ratzinger non fanno che confermare la tesi del film, e cioè che troppo spesso l’istituzione ecclesiastica non ha saputo reagire con la necessaria determinazione di fronte a questi crimini”, scrive la storica sul quotidiano della Santa Sede. “Certo, e lo sappiamo tutti, i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto”. Per Scaraffia, “il fatto che dalla cerimonia degli Oscar sia venuto un appello a Papa Francesco perché combatta questo flagello deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti”.
La questione della pedofilia rischia di diventare una spina nel pontificato di Francesco. Bergoglio nei primi anni del suo papato ha imboccato una linea dura nei confronti degli abusi sessuali. Pochi mesi dopo la sua elezione (nel luglio 2013) ha inserito nel codice penale dello Stato vaticano i delitti contro i minori, sottoponendo alla giurisdizione penale tutti i membri della Curia romana e dell’amministrazione della Santa Sede.
Appena informato delle accuse circostanziate rivolte al nunzio (ambasciatore) vaticano Jozef Wesolowski a Santo Domingo, lo ha richiamato a Roma e lo ha sottoposto ad un processo canonico, al termine del quale Wesolowski è stato spogliato del suo rango di arcivescovo e ridotto allo stato laicale. Di più: il pontefice ha ordinato l’arresto del prelato degradato e ha ordinato che fosse istruito contro di lui anche un processo penale con la partecipazione di una rappresentanza della stampa internazionale.
La morte per infarto dell’ex nunzio polacco (nella notte fra il 27 e il 28 agosto 2015) gli ha evitato questa vergogna. Ma la svolta di Francesco a riguardo è stata radicale. Mai un arcivescovo, membro del corpo diplomatico della Santa Sede, era stato oggetto di una punizione così esemplare e pubblica. Per fare un paragone basti ricordare che in presenza dei crimini sessuali di Marcial Maciel, fondatore e capo dei Legionari di Cristo, Benedetto XVI lo aveva allontanato dalla guida del movimento e gli aveva imposto una vita appartata, ma non aveva avuto il coraggio di sottoporlo a processo.
Francesco ha proseguito la sua opera di contrasto agli abusi, creando una commissione pontificia incaricata di elaborare nuove linee guida per la protezione dei minori. La commissione è presieduta dal cardinale di Boston Sean Patrick O’Malley, che nella sua diocesi funestata per decenni da preti predatori (come racconta con precisione il film Il caso Spotlight) aveva fatto una grande operazione di pulizia. A far parte della commissione – anche questa un’assoluta novità – sono state chiamate due vittime: l’irlandese Marie Collins, abusata a tredici anni da un prete, e l’inglese Peter Saunders che ha fondato nel suo paese la National Association for People Abused in Childhood, un’organizzazione di sopravvissuti all’abuso.
Infine il papa argentino ha creato recentemente un tribunale speciale presso la Congregazione per la Dottrina della fede per giudicare l’“abuso di ufficio” di quei vescovi che non hanno dato seguito alle denunce di pedofilia loro pervenute. Un nuovo organismo, che in linea di principio dovrebbe permettere a ogni fedele in qualsiasi parte del mondo di portare in giudizio i vescovi insabbiatori o che rimangono inerti a fronte di segnalazioni di abusi.
Inutile dire che tutta questa strategia in molta parte dell’apparato ecclesiastico, abituato da secoli all’omertà, non ha incontrato entusiastica approvazione né un concreto appoggio. Le difficoltà sono cominciate proprio con la commissione per la tutela dei minori. Nel marzo 2014 il pontefice aveva creato un organismo snello composto di otto persone: quattro donne e quattro maschi, quattro laici e quattro chierici. Il primo segno di resistenza da parte dell’apparato ecclesiastico a Roma e nel mondo è venuto dalle critiche che la commissione sarebbe stata troppo ristretta e non rispecchierebbe l’universalità della Chiesa. Così è stato perso un anno alla fine del quale la commissione è stata ampliata a 17 membri. Ma la battaglia più forte è divampata sul ruolo della commissione stessa. Tra quanti considerano l’organismo uno strumento per fare pulizia all’interno della Chiesa dei preti predatori ancora esistenti e dell’omertà episcopale e per portare alla luce crimini tuttora rimossi e quanti invece puntano a fare unicamente lavoro di prevenzione per il futuro, lasciando di fatto gli scheletri negli armadi.
Simbolo e vittima di questa battaglia è Peter Saunders, che ha espresso forti critiche per l’inerzia della commissione oltre che su casi specifici come le accuse rivolte in Australia al cardinale George Pell di avere coperto preti pedofili quando era vescovo di Melbourne e Sidney, e per questo a febbraio scorso è stato estromesso dalla commissione con la singolare motivazione che “si prenderò un periodo di aspettativa per riflettere come egli possa contribuire nel modo migliore al lavoro (del gruppo)”. Al fondo c’è una questione cruciale, che costituisce la cartina di tornasole per giudicare la serietà o meno delle gerarchie ecclesiastiche nell’opera di contrasto agli abusi del clero: il problema delle denuncia alla magistratura. Marie Collins, membro della commissione e vittima, ha sempre dichiarato che si tratta di un “passo decisivo” (se la vittima è d’accordo).
Ma su questo punto la resistenza di gran parte delle gerarchie ecclesiastiche di tutto il mondo è stata strenua e a tutt’oggi vincente. Tranne nei casi dove lo impone la legge del paese, la maggioranza degli episcopati mondiali non vuole sentire parlare di obbligo di denuncia. Tipico il caso della Conferenza episcopale italiana, che scantona affermando che il “vescovo non è pubblico ufficiale”.
Il cardinale O’ Malley dinanzi a questo atteggiamento di sabotaggio radicato nell’apparato ecclesiastico è stato costretto a dichiarare che la denuncia alle autorità civili è un “obbligo morale”. Ma è troppo poco.
L’atteggiamento di resistenza passiva alla strategia di tolleranza zero, che Francesco vorrebbe perseguire, si manifesta inoltre nella realizzazione pratica delle Linee-guida, che già Benedetto XVI aveva chiesto ad ogni conferenza episcopale di elaborare per contrastare efficacemente il fenomeno degli abusi.
Ci sono paesi dove ogni anno si presentano rapporti che informano sullo stato della questione. Stati Uniti e Svizzera, per citarne alcuni. Ci sono paesi in cui c’è un vescovo incaricato dalla conferenza episcopale di seguire tutto il dossier-abusi a livello nazionale: per esempio in Germania. Ci sono paesi dove è stata creata una commissione di indagine indipendente: vedi l’Austria, dove agisce il cardinale Christoph Schoenborn. E dove sono stati elaborati criteri per i risarcimenti.
C’è una massa di conferenze episcopali, al contrario, dove regna una voluta passività. L’Italia è in testa a questo esercito di inerti. La Cei non ha impegnato i vescovi a istituire in ogni diocesi centri di ascolto per le vittime. Non si pubblica nessun rapporto su quanto avviene (e molti casi di negligenza vengono segnalati costantemente dalle organizzazioni italiane di contrasto alla pedofilia). Non c’è nessun rappresentante ecclesiastico diocesano né nazionale a cui chiedere conto. Non c’è nessuna direttiva sui risarcimenti. Non c’è nessuna indagine sui crimini del passato ancora nascosti.
La lotta su un aspetto essenziale del riformismo di papa Bergoglio si svolge su questo terreno. Ed è, dietro le quinte, una lotta accanita. Non a caso la lettera che un gruppo di vittime australiane ha inviato a Francesco, chiedendogli un incontro, accenna alla necessità di un “impegno in favore dei bambini del passato e dei bambini del futuro per attuare misure affinchè ciò non si ripeta mai più”. In altre parole, non è possibile parlare di prevenzione se non si indaga attivamente e non si scoperchiano i crimini del passato.
E a proposito di passato, resta una ferita aperta il mancato incontro di Francesco in Messico con le vittime di Marcial Maciel, capo dei Legionari di Cristo. Papa Bergoglio ha già incontrato altre vittime in Vaticano e negli Stati Uniti. Tutte le vittime sono eguali, ma non tutte le vicende sono identiche. Il caso messicano è particolare, perché la denuncia degli episodi criminosi era arrivata direttamente in Vaticano ed aveva assunto la forma di un regolare procedimento di fronte alla Congregazione della Dottrina della fede, allora guidata dal cardinale Joseph Ratzinger. E lì, in spregio alla legge canonica, si era arenata. Per quanto si è potuto ricostruire Raztinger ha incontrato ostacoli a suo tempo nella Segreteria di Stato e nella segreteria personale di Giovanni Paolo II. Non si voleva toccare l’immagine di una organizzazione potente e influente come i Legionari di Cristo.
Benedetto XVI, recandosi in Messico nel 2012, rifuggì dall’incontro che le vittime gli avevano chiesto. La loro richiesta di un colloquio con Francesco a Città del Messico nel febbraio scorso non ha avuto seguito. Ma il loro diritto ad un faccia a faccia con il pontefice resta. Perché si tratta di un insabbiamento avvenuto ai massimi livelli del Vaticano.
Il «ministro» dell’Economia vaticano, accusato di aver coperto gli abusi, ammette: «Potevo fare di più». Le vittime arrivate a Roma chiedono un incontro con il Papa
di Gian Guido Vecchi
CITTÀ DEL VATICANO Il presidente della «Royal Commission» governativa su crimini pedofili Peter McClellan gli dice che la sua testimonianza «non ha assolutamente senso», la legale Gail Furness che «è completamente implausibile». Stanotte il cardinale australiano George Pell deporrà per la quarta volta, dalle 21 alle 3 di giovedì, sempre in collegamento video con l’Australia dall’Hotel Quirinale di Roma, per quella che dovrebbe essere l’ultima seduta. E l’«audizione», più simile a un processo, si fa sempre più dura per il «ministro» dell’Economia vaticano: accusato di aver coperto i preti pedofili negli Anni Settanta e Ottanta, Pell ripete di non aver mai saputo nulla, «era un mondo di crimini e occultamenti», e punta il dito contro i superiori di allora; la Commissione australiana lo incalza sui singoli casi e non ha affatto l’aria di credergli.
CITTÀ DEL VATICANO Il presidente della «Royal Commission» governativa su crimini pedofili Peter McClellan gli dice che la sua testimonianza «non ha assolutamente senso», la legale Gail Furness che «è completamente implausibile». Stanotte il cardinale australiano George Pell deporrà per la quarta volta, dalle 21 alle 3 di giovedì, sempre in collegamento video con l’Australia dall’Hotel Quirinale di Roma, per quella che dovrebbe essere l’ultima seduta. E l’«audizione», più simile a un processo, si fa sempre più dura per il «ministro» dell’Economia vaticano: accusato di aver coperto i preti pedofili negli Anni Settanta e Ottanta, Pell ripete di non aver mai saputo nulla, «era un mondo di crimini e occultamenti», e punta il dito contro i superiori di allora; la Commissione australiana lo incalza sui singoli casi e non ha affatto l’aria di credergli.
«Un mondo di crimini»
Dopo il caso del prete pedofilo seriale Gerald Ridsdale, spostato da una parrocchia all’altra mentre abusava di 54 bambini – Pell aveva detto che Ronald Mulkearns, il vescovo di Ballarat del quale era consulente, aveva mentito e lo tenne «all’oscuro» di tutto – nell’ultima deposizione si è parlato tra altro di Peter Searson, altro pedofilo seriale della parrocchia di Doveton, «uno dei preti più sgradevoli che abbia mai incontrato», ha commentato il cardinale. Pell dal 1987 era vescovo ausiliare dell’arcivescovo di Melbourne Thomas Francis Little, morto nel 2008. «L’arcivescovo Little sembrava incapace di affrontare padre Searson, o almeno di fornire informazioni adeguate sulla situazione», ha detto Pell, alludendo al fatto che le dimissioni dell’arcivescovo nel ’96 fossero state sollecitate. Il cardinale sostiene che Little e il «Catholic Education Office» gli avevano nascosto le accuse di pedofilia contro Searson. Come gli era accaduto nella diocesi di Ballarat, con Ridsdale: «È un mistero ma in ambedue i casi, per qualche ragione, occultarono tutto». Gail Furness gli ha chiesto se non sia «straordinario» che fosse stato ingannato due volte dalle autorità ecclesiastiche, a Ballarat come a Melbourne, e Pell ha replicato: «Avvocato, era un mondo straordinario. Un mondo di crimini e occultamenti e la gente che non voleva fosse disturbato lo status quo».
«Avrei dovuto fare di più
La commissione ha chiesto a Pell anche del caso di Edward Dowlan, sacerdote a Ballarat et Melbourne, più tardi condannato per abusi su una ventina di studenti: «Non sapevo esattamente quello di cui era accusato. Non mi ricordo i dettagli, solo che c’erano delle voci su ciò che faceva con i giovani. Mi dispiace di non aver fatto di più in quel momento», ha detto il cardinale. Dice che aveva fatto delle supposizioni, gli ha chiesto il presidente, ma si è informato? «No, non l’ho fatto», ha risposto Pell. «Avrei dovuto fare di più».
Le vittime
L’ultima audizione si sarebbe dovuta concludere alle 2 ma è andata avanti fino alle tre di notte. Il gruppo di quindici vittime arrivate a Roma chiede un incontro con Francesco: «A Pell non importa di noi, siamo qui perché vogliamo fare qualcosa per le future generazioni di bambini», spiega uno di loro, Phil Nagle, all’uscita dell’hotel. Il cardinale ha fatto diffondere dai suoi uffici una dichiarazione nella quale dice che sarebbe «felice di assisterli nella richiesta di incontrare papa Francesco, ma deve fare riferimento ai responsabili ufficiali per queste richieste». Pell assicura di essere disposto a incontrare le vittime: «ll cardinale vorrebbe potere ascoltare i sopravvissuti e gli incontri privati offrono una opportunità a questo fine, piuttosto che incontri allargati dove non tutti possono essere in grado di raccontare la loro storia e le emozioni possono dilagare. I sopravvissuti sono benvenuti nel portare una persona a loro sostegno durante gli incontri, ma a causa della natura privata e pastorale degli incontri non sarebbe opportuna la presenza dei media o dei rappresentanti legali». Alcune vittime incontreranno giovedì un componente della pontificia Commissione per la tutela dei minori istituita da Francesco come strumento di consiglio per le misure di protezione e prevenzione in tutto il mondo, e della quale fanno parte altre vittime di preti pedofili.
Pedofilia: emergono nuovi casi di vecchie coperture e omissioni negli Usa, mentre il cardinale Prefetto dell’Economia continua la sua deposizione. Le norme anti-pedofili ci sono, ma non bastano.
ANDREA TORNIELLI – CITTÀ DEL VATICANO
Mentre il meritato successo del film «Spotlight» sta riaccendendo i riflettori sulla nota triste vicenda delle coperture di cui hanno goduto per decenni i preti pedofili seriali in una delle diocesi più importanti degli Stati Uniti, quella di Boston, il cardinale George Pell, «ministro dell’Economia» vaticano, continua la sua deposizione a distanza di fronte alla Royal Commission del governo australiano. Nelle ultime ore nuove notizie da Oltreoceano: un report del gran jury reso noto ieri afferma che il vescovo emerito di Altoona-Johnstown, Joseph V. Adamec, e il suo predecessore James J. Hogan, hanno coperto abusi su minori avvenuti negli ultimi quarant’anni. I crimini di almeno cinquanta sacerdoti o religiosi coinvolti sarebbero stati «sistematicamente nascosti per proteggere l’immagine della Chiesa».
Ancora ombre inquietanti che emergono dal passato e che raccontano sempre la stessa storia, la stessa che va in scena nel set della videoconferenza con la Royal Commission australiana: vescovi che sapevano e hanno taciuto per non creare scandalo. Preti pedofili seriali trasferiti di parrocchia in parrocchia senza che chi aveva il dovere di fermarli lo facesse. Una patina di silenzio, di omertà, di generale sottovalutazione. E, ciò che è peggio, una totale mancanza di sensibilità verso le vittime di questi «sacrifici diabolici», come li ha definiti senza mezzi termini nei giorni scorsi Papa Francesco sul volo di ritorno dal Messico.
Ora, fino a questo momento non è emersa alcuna vera «pistola fumante» contro il cardinale Pell.Non ci sono testimonianze inconfutabili dalle quali emerga che l’uomo chiave delle finanze vaticane fosse a conoscenza degli abusi commessi da prete pedofilo seriale Gerald Ridsdale, e del fatto che questi venisse protetto e coperto dal vescovo di Ballart Ronald Austin Mulkearns.Pell, da sacerdote e collaboratore di Mulkearns, aveva preso parte a una riunione nel 1982, durante la quale si decise di trasferire per la sesta volta il pedofilo Ridsdale, ma continua a sostenere di essere stato all’oscuro delle vere ragioni del trasferimento, che il vescovo avrebbe tenuto per sé. «Non avevo ragione di volgere la mia mente al male che Ridsdale perpetrava», ha affermato il cardinale, suscitando la reazione indignata delle vittime, «non ero a conoscenza delle motivazioni del trasferimento». I giudici della Royal Commission su questo punto non appaiono troppo propensi a credergli, e affermano che «Pell non poteva non sapere»: affermazione destinata a rimanere debole dal punto di vista giuridico. Pell ha giurato sulla Bibbia di dire tutta la verità, ripete di non essere stato a conoscenza delle responsabilità di Ridsdale e finora non sono emerse evidenze in grado di smentirlo.
Questi trascorsi e queste accuse non erano ignote alla Santa Sede. Non è un mistero che Benedetto XVI avesse pensato di richiamare il porporato australiano arcivescovo di Sidney a Roma già nel 2010, come Prefetto della Congregazione dei vescovi, il dicastero che collabora con il Papa per designare i pastori delle diocesi. Gli venne preferito il canadese Marc Ouellet anche a motivo di quei trascorsi, che pur in mancanza di accuse provate e precise avrebbero comunque reso complicato il suo ruolo di selezionatore delle nuove gerarchie ecclesiali.
Ma l’assenza, fino a questo momento, di responsabilità precise non rende meno sconfortante il quadro che emerge e che va ben oltre la persona del cardinale Pell. Ancora una volta siamo messi di fronte a una realtà tremenda.Siamo di fronte a vescovi che, come nel caso di Mulkearns e ora dei due prelati statunitensi messi sotto accusa dal gran jury, invece di proteggere le vittime – bambini e bambine innocenti, violati nell’anima, «mangiati», segnati a vita da un peso insostenibile – hanno protetto i carnefici, permettendo di fatto a loro di continuare con i loro atti immondi.
È noto, e viene ripetuto in queste ore, che la Chiesa ha preso coscienza con grave ritardo del fenomeno, ma ha fatto pulizia.Questo è vero se ci si riferisce alle norme, alle leggi. Benedetto XVI, che da cardinale aveva dovuto ingoiare più di qualche rospo in quanto impossibilitato ad agire come avrebbe voluto dalle coperture offerte dalla corte wojtyliana (il caso Maciel docet), dopo essere divenuto Papa ha stabilito una legislazione d’emergenza.Da questo punto di vista, come istituzione, la Chiesa cattolica, che pure non ha mai avuto né la triste esclusiva né il triste primato su questo fenomeno, ha agito con fermezza e determinazione.
Ma c’è dell’altro. C’è altro che emerge dalle vicende di questi giorni, al di là delle responsabilità o delle mancate responsabilità personali di questo o di quel prelato. Le leggi e le norme non bastano, se non cambia la mentalità. Se i vescovi non comprendono che devono essere e comportarsi da padri innanzitutto per le vittime.Se non comprendono che il buon nome della Chiesa non si salva nascondendo, minimizzando, occultando.Si salva agendo, mettendo in condizione gli accusati di non nuocere in attesa di verificare la fondatezza delle accuse. Si salva manifestando paternità, vicinanza, accoglienza, assistenza alle vittime e alle loro famiglie. Non basta citare le statistiche, per affermare che la maggior parte degli abusi sui minori avviene in famiglia e che il fenomeno comunque interessa trasversalmente tante diverse comunità religiose.Papa Ratzinger ebbe il coraggio di presentare, attirandosi le critiche per lo più sommerse di molti sedicenti «ratzingeriani», il volto di una Chiesa «penitenziale», cosciente che il più grave e terribile attacco contro di essa arrivava dall’interno, dal peccato al suo interno, e non dagli attacchi esterni.
Che la mentalità non sia ancora cambiata e che tanto lavoro ci sia ancora da fare lo dimostrano i fatti di cronaca. Per rimanere all’Italia, dove il clericalismo è mentalità radicata e dove si vorrebbe far credere che il fenomeno quasi non esista, basta citare il caso avvenuto lo scorso dicembre – non nel dicembre 1970! – in una diocesi del Sud e riportata dai giornali locali. Un prete è stato fermato dai carabinieri mentre si trovava in auto con un ragazzino. Si è scoperto che gli abusi andavano avanti da anni e che il sacerdote aveva da tempo presentato al vescovo le dimissioni dalla parrocchia. Sono state rese note intercettazioni telefoniche nelle quali si sente il vescovo, a conoscenza delle accuse e dell’indagine, rassicurare il prete. È vero, le norme di sono. C’è bisogno di vescovi che le applichino.
«Lui si è spostato davanti a me e mi ha sfilato una gamba dei calzoni. Non riuscivo a muovermi. Ero sotto shock. Lui si era messo a pregare e io lo seguivo. Tremavo. Non ero in grado di reagire.» Chinandosi sul corpo del ragazzo, padre Geoghan gli praticò sesso orale. « D’improvviso Geoghan balzò in piedi. Un prete spalancò la porta e cominciò a urlare: “Jack, non ti avevamo detto di non farlo più, qui?”»
Partendo da testimonianze come questa, tra il 2001 ed il 2002, lo Spotlight Team, la squadra di giornalisti investigativi del Boston Globe, ricostruì una rete, impressionantemente vasta, di storie di bambini ed adolescenti, appartenenti a diverse parrocchie, che avevano subito molestie o stupri da parte degli stessi preti, nell’area metropolitana di Boston.
L’inchiesta, ricostruita nel film da Oscar Il caso Spotlight e vincitrice del Premio Pulitzer nel 2002, ha rivelato l’esistenza di un consolidato sistema di connivenza, omertà, insabbiamento da parte dei vescovi e totale mancanza di protezione e moralità nei confronti delle vittime: gli abusi sessuali in America erano una prassi frequente e addirittura documentata, di cui i vertici di ciascuna diocesi erano a conoscenza
La realtà ha faticato tanto ad emergere, perché i vescovi hanno volutamente adottato una politica di segretezza. Di fronte alle denunce di violenza o molestie sessuali da parte delle famiglie delle vittime, hanno optato quasi sempre per il patteggiamento. Questo rito, alternativo al dibattimento, consente che la discussione si svolga a porte chiuse, in segreto, tra accusa e difesa e che la causa non divenga di pubblico dominio e che i relativi documenti non siano accessibili a nessuno. Il patteggiamento, seguendo una logica premiale, si configura come l’offerta di una soluzione rapida e al ribasso, garantendo al colpevole una pena inferiore e alle vittime risarcimenti più bassi, rispetto a quelli ottenibili, optando per il rito ordinario.
Ma non è tutto: era talmente forte l’influenza delle istituzioni ecclesiastiche su quelle americane, che i fascicoli dei pochi casi discussi pubblicamente in tribunale, sui quali misero le mani i giornalisti di Spotlight, erano vuoti! Fatti sparire, benché dovessero essere pubblici e consultabili. Che la Chiesa volesse evitare uno scandalo è, facendo un grande sforzo, comprensibile. Quel che non è affatto condivisibile è che non abbia tempestivamente messo fine ad una prassi così indecente, consentendo che gli abusi si perpetrassero periodicamente.
Ad onor del vero, i vescovi presero dei provvedimenti disciplinari contro i preti accusati di pedofilia. Lo schema seguito in ogni diocesi era il medesimo: ricovero per un periodo più o meno breve in istituti psichiatrici, spesso interni alla Chiesa,seguito da un trasferimento in altre sedi. Ovviamente con la raccomandazione di tenersi alla larga dai bambini. La strategia si rivelò inefficace. In un rapporto confidenziale sull’abuso di minori, destinato alla Conferenza episcopale americana, redatto nel 1985 da T. P. Doyle, specialista di diritto canonico, M. R. Peterson, psichiatra, e dall’avvocato F.R. Mounton (difensore del reverendo Gauthe, accusato di molestie a danno di undici bambini), si legge: «la recidiva è talmente alta nei soggetti pedofili che tutti gli studi dimostrano che da soli i modelli di assistenza psicologica o psichiatrica ambulatoriale NON FUNZIONANO […] la pedofilia è una patologia cronica per la quale al momento NON ESISTE SPERANZA DI CURA». (Le scritte in maiuscolo sono una apposita scelta dei redattori). Ah, per inciso, uno dei principali propugnatori del rapporto fu Bernard Law, esattamente il cardinale che coprì tutti gli abusi denunciati da Spotlight.
Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Brian d’Arcy James, Michael Keaton and John Slattery play Boston Globe journalists in the film, Spotlight.Una scena de “Il caso Spotlight” (www.salteditions.it)
Nonostante la soluzione adottata fosse fallimentare, i vescovi non cambiarono metodo per affrontare il problema. Le istituzioni ecclesiastiche erano a conoscenza dell’impossibilità di guarigione: nel 2002 l’istituto psichiatrico di Hartford, che ebbe in cura alcuna preti pedofili, accusò le autorità ecclesiastiche di aver ignorato le raccomandazioni cliniche degli psichiatri, restituendo al ministero sacerdoti che non persero tempo a commettere nuovi abusi, appena tornati in servizio.
L’inchiesta del Boston Globe innescò un effetto domino: non erano solo i vescovi statunitensi a coprire e lasciar agire, quasi indisturbati, i preti pedofili sottoposti alla loro autorità. Ben presto si levarono voci di denuncia anche in Canada, Australia, Nuova Zelanda ed infine Europa.
Il coraggio delle vittime e il ricorso ai tribunali non è sufficiente. Di fronte a un simile marasma delle istituzioni ecclesiastiche, è doveroso un profondo intervento riformatore.
Come ha reagito la Chiesa? O meglio: ha reagito?
La gran parte dei reati di pedofilia denunciati dal Boston Globe si è verificata durante il pontificato di papa Wojtyla. Ecco un elenco delle ammirevoli contromisure da lui adottate: silenzio. Nulla da ridire. Fu una scelta ottimale, perfettamente consona al modo d’agire delle autorità ecclesiastiche nordamericane. Solo quattro anni prima della sua morte, inviò una e-mail alle chiese cattoliche di tutto il mondo, per chiedere perdono per gli abusi dei sacerdoti.
Per valutare in termini di umanità ed utilità il gesto di Giovanni Paolo II, è sufficiente tener presenti i costi umani degli abusi perpetrati per anni dai medesimi sacerdoti. Fatte salve le poche vittime che hanno avuto il coraggio di reagire o che hanno operato una rimozione psicologica dell’evento, i più sono cascati nel tunnel dell’alcool o della droga. Altri si sono suicidati. Per calpestare ulteriormente la dignità delle vittime, Wojtyla offrì una dignitosa fine alla carriera, rovinosamente precipitata, del (ex papabile) cardinale Law, nominandolo arcivescovo della basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma. Le azioni del pontefice meritano di essere lodate per la lorocoerenza: in fondo, tra i suoi storici amici annoverava il reverendo Marcial Maciel Degollado, celebre per aver fondato il potente ordine religioso dei Legionari di Cristo, nonché per essere un pedofilo e violentatore seriale.
L’onestà mi impone di rammentare che, nel 2001, Giovanni Paolo II promulgò il motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela”. La legge attribuisce alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), ex Santa Inquisizione, la competenza a giudicare, nell’ambito dell’ordinamento canonico, una serie di delitti particolarmente gravi, tra cui quello di abusi sessuali su minorenni e soggetti deboli.
Riletto alla luce delle Linee guida emesse dal Vaticano nel 2011 (pontificato Ratzinger), il procedimento inaugurato dal motu proprio sembra essere caratterizzato da una eccessiva discrezionalità: in primo luogo il vescovo deve vagliare la verosimiglianza dell’accusa. Se la ritiene tale, procede ad un’indagine preliminare, al termine della quale, se l’accusa risulta credibile, si chiede che il caso venga deferito alla CDF. Altrimenti l’intera documentazione dovrà essere secretata. Anche la CDF esercita un certo potere discrezionale: laddove non ritenga il caso talmente grave da riservarlo alla competenza del pontefice, può «dettando opportune norme, procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale».
Le misure canoniche applicabili consistono nella limitazione del ministero pubblico, talvolta escludendo i contatti con minori, o nella più grave dimissione dallo stato clericale. Su richiesta dello stesso chierico, può essere concessa, per il bene della Chiesa, la dispensa dagli obblighi inerenti allo stato clericale, incluso il celibato.
L’intera procedura deve svolgersi «con il dovuto rispetto nel proteggere la riservatezza delle persone coinvolte e con la debita attenzione alla loro reputazione». Soprattutto quella del prete pedofilo: «dovrà essere adottata ogni idonea cautela intesa a evitare che quei provvedimenti pongano in pericolo la buona fama del chierico. Dei provvedimenti assunti, in particolare, non sarà necessario rendere pubblici i motivi, salvo che ne sussistano valide ragioni».
Art. 30 del motu proprio: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». Però, nelle Linee guida si sollecita la collaborazione con le autorità civili. Eccellente forma di collaborazione il silenzio! Al di là del contrasto delle prescrizioni, i vescovi di Asia, America Latina e Africa si sono opposti al contenuto delle Linee guida, dichiarando di non voler riferire alla polizia locale le segnalazioni di abusi sessuali.
Perché percorrere ancora la strada della segretezza? Risponde Monsignor Bertone: «Se un fedele non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote, se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato, allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza». Scacco matto! Quando si chiama in causa la libertà di coscienza, si alzino le mani e si taccia. Soccomba pure la difesa della personalità del minore.
Ma Bertone non ha neppure tutti i torti: l’art. 4 dell’Accordo di Villa Madama, firmato nel 1984 tra la Città del Vaticano e la Repubblica Italiana, per modificare i Patti Lateranensi, prevede che gli ecclesiastici non siano tenuti a dare ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero.
Wojtyla e Ratzinger hanno trattato i crimini di pedofilia solo come peccati: pensate che spretare un sacerdote sia una pena adeguata? È stato punito per il peccato. E il reato? La giustizia ecclesiastica non è quella dello Stato. E la vittima ha il diritto che il suo Paese la difenda.
Benedetto XVI, il rinunciatario, aveva già abdicato alle sue responsabilità quando nel 2005 fu chiamato, dal Tribunale del Texas, a rispondere di cospirazione contro la giustizia. L’accusa si riferiva a quando, in qualità di prefetto della CDF, aveva coscientemente nascosto numerosi casi di pedofilia, come provano documenti da lui approvati e divulgati. In una lettera, Ratzinger cita un documento del 1962, il Crimen sollicitationis, che papa Giovanni XXIII inviò a tutti i membri della Chiesa, per dare precise direttive sui comportamenti da tenere, una volta venuti a conoscenza di molestie e abusi: «Quello che nel trattare queste cause deve essere curato e osservato in misura più grande è che le medesime si svolgano segretissimamente e che, dopo che siano state determinate e affidate ad esecuzione, siano vincolate da un perpetuo silenzio […] sotto pena di incorrere nella scomunica». Nel 2005 Ratzinger era già salito al soglio pontificio, per cui poté avvalersi dell’immunità diplomatica, in quanto capo di Stato, che George Bush gli concesse, per ragioni di politica estera. Leggasi: non voleva incrinare i rapporti col Vaticano.
La svolta di Bergoglio?
Solo con papa Bergoglio si respira vera aria di cambiamento: «Cose del genere non possono rimanere segrete: mi impegno a un’attenta supervisione, affinché i giovani siano protetti e tutti i responsabili siano tenuti a rispondere delle loro azioni.» Pochi mesi dopo la sua elezione, nel 2013, ha modificato il codice penale, inasprendo le pene previste per i reati di abuso sessuale sui minori e possesso di materiale pornografico, e nominato una commissione di consulenti che si occupi della questione.
Ha dato una dimostrazione forte delle sue intenzioni di radicale riforma della Chiesa, sottoponendo a processo canonico e riducendo allo stato laicale l’arcivescovo Josef Wesolowski, accusato di aver abusato di bambini, nel corso dei cinque anni del suo mandato come ambasciatore nella Repubblica Dominicana. La morte per infarto gli ha risparmiato un processo penale dinanzi alla corte vaticana.
La decisione di Papa Francesco è incredibilmente innovativa: Benedetto XVI riservò al reverendo Maciel Degollado (il suddetto amico di Wojtyla) un trattamento assai più blando, limitandosi ad estrometterlo da ogni ministero pubblico.
Nel 2014, il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia ha duramente criticato il Vaticano per aver adottato, fino ad ora, politiche e pratiche che hanno concesso ai preti pedofili di perpetrare gli abusi su decine di migliaia di bambini, restando impuniti, perché «difficilmente i casi sono stati riferiti alle autorità giudiziarie nei Paesi in cui sono stati commessi», a causa di «un codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero, sotto la pena della scomunica».
Ancora una volta il Papato ha tentato di difendere l’indifendibile, sostenendo di essere responsabile dell’applicazione della ratificata Convenzione sui diritti dell’infanzia solo entro i confini della Città del Vaticano e non nelle chiese del resto del mondo. Ha inoltre voluto rendere noto che, tra il 2004 e il 2013, ha privato delle funzioni sacerdotali 848 preti pedofili e sanzionato altri 2572.
Nel giugno del 2015, papa Francesco ha introdotto il reato canonico di abuso d’ufficio episcopale, per i vescovi che hanno coperto o facilitato i preti colpevoli di abusi sessuali, ed ha autorizzato l’istituzione di un’apposita sezione della CDF, che giudichi i vescovi. Se veramente si avranno dei risultati concreti dal funzionamento di un simile tribunale, sarebbe la prima volta che la Chiesa intraprende contromisure giuridiche contro i principi della Chiesa, responsabili di aver alimentato quel sistema di connivenza, insabbiamento e reciproca copertura dei misfatti, che hanno rivelano il lato immorale dei santi pastori.
Bergoglio si è dato «un periodo di cinque anni in vista di ulteriori sviluppi delle proposte presenti e per il completamento di una valutazione formale della loro efficacia».
Ciò che più sconvolge dell’intera questione è questo: sapevano e non denunciavano. Anzi occultavano. Hanno abbandonato le vittime, ignorando i principi del cristianesimo stesso. Le hanno pagate per tacere, non hanno offerto il dovuto conforto. I vescovi, con la loro condotta omertosa, dovendo esercitare un controllo sui preti sottoposti alla loro autorità, sono responsabili tanto quanto chi ha direttamente commesso l’abuso. Ed anche di più, perché hanno consentito il perpetrarsi di un delitto, prevedibile e prevenibile, in un numero indefinito di casi. Indefinito perché non tutte le vittime, né i protettori dei carnefici vogliono uscire allo scoperto.
Il porporato ha negato di essere stato a conoscenza degli abusi di Gerald Ridsdale, da lui spostato di parrocchia in parrocchia. Il sacerdote, attualmente in carcere, è stato condannato per 138 reati commessi ai danni di 53 vittime. Il cardinale ha dichiarato di avere il “pieno appoggio di Papa Francesco”
“La pedofilia di un prete? Storia triste ma non di grande interesse per me”. Ha risposto così il cardinale australiano George Pell al secondo interrogatorio della Commissione del suo Paese che indaga sugli abusi sessuali commessi dal clero. Il porporato ha negato di essere stato a conoscenza della pedofilia di padre Gerald Ridsdale, da lui spostato di parrocchia in parrocchia. Il sacerdote, attualmente in carcere, è stato condannato per 138 reati commessi ai danni di 53 vittime. Pell condivise l’alloggio con lui quando erano giovani preti e lo accompagnò anche alla prima udienza del processo a suo carico nel 1993.
Ai giornalisti il cardinale ha dichiarato di avere “il pieno appoggio diPapa Francesco” che, il giorno dopo la prima delle quattro audizioni via webcam con la Commissione australiana che indaga sugli abusi, lo ha ricevuto in udienza privata. Ma i giudici che stanno interrogando Pell sono convinti che il cardinale fosse a conoscenza della pedofilia del suo clero e che abbia insabbiato per anni gli abusi e lo hanno ribadito diverse volte durante l’interrogatorio. La legale della Commissione riunita a Ballarat,Gail Furness, ha incalzato il porporato sottolineando che “dato che i sacerdoti sono esseri umani come tutti certamente avranno parlato tra di loro circa le ragioni vere dei trasferimenti”. Ma Pell ha ribattuto che “gli esseri umani in diverse categorie hanno approcci molto diversi a tali questioni. Noi lavoriamo nell’ambito della morale cristiana e la discussione dei difetti degli altri non è ben vista”.
Alla domanda se accettava responsabilità per i trasferimenti delpadre Ridsdale da una parrocchia all’altra e per non averlo invece rimosso e denunciato alla polizia, Pell ha risposto di no. I commissari hanno anche voluto approfondire il ruolo del cardinale accanto a monsignor Ronald Mulkearns, suo predecessore a capo della diocesi di Melbourne. Il suo incarico iniziato nel 1977gli consentiva di aiutare il vescovo in varie questioni concernenti le nomine e gli spostamenti di sacerdoti da una parrocchia all’altra. Per questa ragione, dopo aver rivolto al porporato domande su padre Ridsdale, la dottoressa Furness si è concentrata proprio sul periodo in cui Pell, da sacerdote, lavorò nell’ufficio del vescovo. In quel periodo molti preti furono trasferiti all’improvviso, a volte quasi di nascosto, perché probabilmente avevano abusato di bambini. Ma Pell ha sempre sostenuto che allora nessuno ipotizzò mai che quei sacerdoti “fossero pedofili e che venissero allontanati per questo motivo”.
Il capo della Commissione, Peter McClellan, ha contestato al cardinale che tutti i consultori del vescovo sapevano che padre Ridsdale fosse pedofilo e che abusasse dei bambini: “È possibile che nessuna di queste persone abbia condiviso con lei ciò che si raccontava sul conto di Ridsdale?”. “Queste informazioni – ha risposto Pell – non vennero affrontate nelle riunioni dei consultori del vescovo”. Il cardinale ha anche sostenuto di essere stato ingannato da monsignor Mulkearns. In realtà, ha affermato Pell, “potevano esserci altre ragioni per spostare un sacerdote: irrequietezza, scarsa propensione ai rapporti umani, disguidi con colleghi. Per quanto riguarda padre Ridsdale nessuno – ha giurato il cardinale – esplicitò le ragioni, ma era chiaro che ci dovevano essere dei motivi di fondo”.
In una delle scene più azzeccate del “Caso Spotlight”, il film sulla pedofilia nel clero americano che ha vinto l’Oscar, il cardinale di Boston convoca il nuovo direttore del locale Globe, ebreo e per questo sospettato di muoversi per pregiudizio religioso, e gli regala un catechismo per adulti. Insomma, lo invita a convertirsi e a non rompere le scatole. Eppure, anziché fare proselitismo in mondo tanto arrogante, sarebbe bastato aprire quel catechismo per ripassare alcuni concetti semplici e chiari: “Non commettere atti impuri” (sesto comandamento) e “Chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina” (Matteo, 18,6). Le regole spesso ci sono già, basta rispettarle. E le regole negli Stati Uniti sono importanti. Da quelle parti barare e mentire sono crimini (da noi decisamente un po’ meno). Forse sarà per questo che lo scandalo della pedofilia dall’altra parte dell’Oceano è una ferita ancora aperta. Una ferita che ha prodotto un film molto bello come questo, scritto da Tom Mc Carthy e Josh Singer, e che ha costretto la Chiesa cattolica a rinnovarsi (e a svenarsi). La vicenda raccontata dal film è venuta fuori nel 2002 ed è stato grazie a un’inchiesta da manuale, di quelle come si facevano sulla carta stampata quando i giornalisti avevano il tempo di lavorare su un caso anche per diverse settimane.
COPERTURE – Il Boston Globe, con un team di “inchiestisti” chiamato appunto “Spootlight”, riesce a inchiodare 90 sacerdoti dell’arcidiocesi e accusa il cardinalBernard Francis Law di aver coperto i preti pedofili. Alla fine Law verrà trasferito a Roma, dove fino al 2011 è stato arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore. Non esattamente una diminutio. Ma si sa, la misericordia è una virtù. Il problema degli abusi sui minori nella Chiesa nord-americana, tuttavia, non riguardava solo il New England. Nel 2004, nel pieno degli scandali sulla pedofilia, la conferenza episcopale Usa affidò uno studio mirato al John Jay College of Criminal Justice della City University of New York per tentare di dare dei contorni più precisi al fenomeno. Ebbene, l’indagine confermò la fondatezza di 6.700 accuse nei confronti di 4.392 preti statunitensi tra il 1950 e il 2002, ovvero circa il 4% del totale. Gran parte dei casi erano stati maneggiati dalle varie diocesi nella massima segretezza, con risarcimenti diretti alle famiglie in cambio del silenzio totale. Ma dopo l’inchiesta del Boston Globe furono in molti a prendere coraggio e a uscire dall’ombra e dalla vergogna.
SBANCATI – Qualche flash. La diocesi di Fairbanks, in Alaska, ha dovuto pagare un risarcimento a 150 vittime, per fatti avvenuto tra il 1950 e gli anni Ottanta, e alla fine ha dichiarato bancarotta. Per gli stessi motivi, ha finito per portare i libri in tribunale anche la diocesi di Milwaukee, nello stato del Wisconsin. Decine di casi sono emersi a Filadelfia, in Pennsylvania, e a Chicago la Chiesa ha patteggiato (o versato su condanna) circa 80 milioni di dollari, per un totale di circa 250 casi di pedofilia. A Los Angeles sono stati scoperti 113 sacerdoti, che nel 2007 sono “costati” alla loro diocesi la cifra-monstre di 660 milioni.
LE SCUSE – Appena vinto l’Oscar, Michael Sugar, produttore de “Il caso Spotlight”, si è rivolto al Vaticano: “Papa Francesco, è ora di proteggere i bambini e di restaurare la fede”. Diciamolo, per la Chiesa di Roma questo film di enorme successo è un pugno nello stomaco perché riaccende i riflettori su uno scandalo planetario e riapre ferite ricucite a fatica e con esborsi di denaro notevoli. In ogni caso, è giusto ricordare che già due papi hanno risposto sulla pedofilia negli Usa. Ad aprile del 2008, Benedetto XVI andò a Washington in visita a George Bush e disse: “Proviamo una profonda vergogna e faremo tutto il possibile perché questi fatti non si ripetano più”. Quanto a Bergoglio, ha fatto cose impensabili fino a qualche anno fa. Lo scorso 27 settembre, a Philadephia, ha voluto incontrare alcune vittime di preti pedofili e poi ha arringato duramente i vescovi: “Sappiate che mi vergogno per questi abusi, Dio piange. E i responsabili dovranno renderne conto”. Poi, certo, l’industria del cinema americano non fa mai sconti al Vaticano, dal Padrino parte terza, ad Angeli e Demoni fino a questo Spotlight da Oscar, passando per i meno noti Philomena di Stephen Frears e il durissimo Dogma di Kevin Smith.
L’ammissione di Pell. In Australia fatti tremendi
di Giorgio Ferrini
Nelle stesse ore in cui “Il Caso Spotlight” conquistava la statuetta dorata dell’Oscar per il miglior film, c’era un cardinale che deponeva proprio in un processo sui casi di pedofilia. Non è stato mediaticamente fortunato George Pell, scelto da Papa Francesco come suo ministro dell’Economia per dare un segnale di rinnovamento e trasparenza nelle segrete stanze vaticane, ma ancora inseguito dall’onda lunga degli scandali sessuali avvenuti quando guidava l’episcopato australiano. Scandali che ovviamente non dispiacciono più di tanto ai suoi avversari tra le Mura leonine (vedi articolo a fianco). Pell, 75 anni a giugno, ha testimoniato in videoconferenza dall’Hotel Quirinale di Roma davanti alla Commissione d’inchiesta australiana sulla risposta delle istituzioni agli abusi sessuali su minori avvenuti negli anni Settanta e Ottanta. Si tratta della prima di quattro deposizioni, che andranno tutte in scena in questi giorni, a partire dalle 22. Subito dopo la seduta di esordio, il porporato si è fatto ricevere da Bergoglio, al quale ha spiegato la propria linea difensiva.
MEA CULPA – Nella prima deposizione Pell non si è nascosto dietro a un dito. “La Chiesa cattolica ha commesso errori tremendi, ma sta lavorando per rimediare. Ha causato gravi danni in molti luoghi e ha deluso i fedeli”, ha ammesso l’ex arcivescovo di Melbourne e poi di Sydney, ora prefetto degli Affari economici del Vaticano. Dopo di che ecco quasi uno slogan: “Non sono qui a difendere l’indifendibile”. In quei giorni la Chiesa era “fortemente propensa” a prendere per buone le smentite degli abusi da parte di chi ne era accusato. L’istinto allora era più di “proteggere dalla vergogna l’istituzione”, ha continuato Pell, che ha tuttavia negato di aver avuto alcuna conoscenza delle malefatte dei preti pedofili che operavano nella diocesi di Ballarat, in cui era viceparroco e assistente del vescovo Ronald Mulkearns.
TRASFERIMENTI – Alla sua prima deposizione hanno assistito 14 vittime di abusi sessuali. Il cardinale ha ammesso che la maniera in cui il prete pedofilo Gerald Ridsdaleè stato trasferito da una parrocchia all’altra, invece di essere denunciato alla polizia, è stata una “catastrofe” che gli ha consentito di continuare ad abusare di ragazzini. Ridsdale oggi è in carcere dopo essere stato condannato per 138 capi d’imputazione ai danni di ben 53 vittime. Che cosa c’entra con lui Pell? Solo una coincidenza: avevano condiviso l’alloggio quando erano giovani sacerdoti appena ordinati. Va detto che la modalità delle deposizioni è stata scelta per via delle condizioni di salute che in questa fase non consentono a Pell di affrontare un lungo viaggio. Ma come ha raccontato Andrea Tornielli su Vatican Insider, il cardinale s’è comunque trovato in compagnia, visto che in albergo c’erano alcuni seminaristi australiani e una delegazione delle vittime che aveva organizzato una colletta per godersi la diretta italiana dell’audizione.
Il ministro dell’Economia è divenuto sacerdote nel 1966 ed è diventato ben presto uno dei consiglieri di Mulkearns, accusato di aver sistematicamente insabbiato le denunce di pedofilia che toccavano alcuni preti della sua diocesi. Non solo, l’ex vescovo avrebbe perfino nascosto dei documenti compromettenti, ovviamnente per il “buon nome” della Chiesa tutta. Va detto che invece a Pell viene solo addebitato di aver ospitato, in una zona dell’arcidiocesi della quale era responsabile, un sacerdote pedofilo. In Australia è però ritenuto da molti uno che “non poteva non sapere”,anche se lui ha sempre negato di essere stato a conoscenza tanto degli abusi quanto dei trasferimenti prudenziali di pedofili.
Incalzato dal giudice McClellan, il cardinale Pell ha sostenuto di essere all’oscuro dei 138 abusi ai danni di 53 vittime commessi dal prete Gerald Ridsale con parole che hanno fatto sobbalzare i giudici: «Una storia triste l’ha definita il prelato – ma che per me non era di grande interesse». Nessuno, ha detto il cardinale, ipotizzò mai che quei sacerdoti «fossero pedofili e che venissero allontanati per questo motivo». Tentare di applicare una giustificazione similare ad alcuni casi italiani, sarebbe tuttavia un autentico funambolismo che sfida il buon senso. Perché nella mappa degli abusi sessuali commessi da religiosi in Italia, non ci sono soltanto i 117 religiosi condannati con sentenza definitiva tra il 2000 e il 2014, e i 67 ancora indagati o in attesa di sentenza. Ma ci sono anche alcuni casi, troppi casi, che sono di certo «storie tristi», e di sicuro interesse per tutti, prelati compresi. Il nostro viaggio parte dalla diocesi di Locri-Gerace, dove nel 2006 approda l’allora 32enne don Francesco Rutigliano. Pugliese di nascita, il giovane è al primo anno di sacerdozio, affidato alle parrocchie di Bivongi e Pazzano. Ma a Riace, provincia di Reggio, qualcosa di brutto accade quasi subito. Perché tra il 2006 e il 2008 don Francesco abusa di una giovane vittima di 14-15 anni, dalla psiche fragile e dal vissuto piuttosto travagliato. I fatti vengono alla luce soltanto nel 2011, quando a sancire la colpevolezza di Rutigliano è il decreto di condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede del 20 giugno 2011.
Secondo quanto si apprende dal documento dell’ex Santo Uffizio, il procedimento canonico nei confronti del sacerdote è cominciato due anni prima, quando «il 12 giugno 2009 venne accusato davanti a questo Tribunale per abuso su minori avvenuto a danno del Sig (omissis) nel periodo fra il 2006 e il 2008». Le accuse, precisa il decreto, «riguardavano ripetute molestie, baci, toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni».Pertanto, conclude il Tribunale ecclesiastico, «il Rev. Rutigliano è dichiarato colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante dell’abuso di dignità o ufficio, commesso nei confronti del Sig… (omissis) nel periodo fra il 2006 e il 2008». Le gravissime responsabilità imputate a don Francesco si traducono in una sospensione temporanea di quattro anni dall’esercizio di qualunque ministero pubblico, che fanno salva possibilità di dire messa in forma privata. Il prete pugliese viene trasferito pertanto presso il Santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi, in provincia di Perugia, dove secondo buon senso dovrebbe rimanere appartato per i successivi 4 anni. Ma come documentato da «l’Abuso», associazione di vittime di preti pedofili, don Francesco è ospite nel 2013 dell’ambasciatore di Spagna in occasione della Cerimonia dell’Omaggio floreale alla Sacra Effige dell’Immacolata, in piazza di Spagna a Roma. E nel febbraio del 2014 partecipa al concistoro dei Vescovi indetto da Papa Francesco in piazza San Pietro. «Il responsabile di abusi sessuali su minori», scrive Rete L’abuso, «andava e veniva alle occasioni importanti in Vaticano, sia con Papa Ratzinger (2013) sia con Papa Francesco (2014)».
Trascorsi i quattro anni di inibizione prescritti dal Sant’Uffizio, arriviamo al luglio del 2015, quando don Rutigliano, incensurato per la magistratura, ma pedofilo per la Chiesa, torna in pista come viceparroco presso la chiesa di San Gordiano Martire di Civitavecchia: proprio nella stessa città dove vive il giovane che lo ha accusato di violenze sessuali anni prima. Ma a questo punto, la Rete l’Abuso pubblica alcuni on line alcuni articoli sulla vicenda che il prete giudica diffamatori chiedendone pertanto la rimozione. Tuttavia la vicenda si trasforma in un boomerang. Il passato di don Rutigliano giunge a conoscenza della comunità di Civitavecchia che vede ruotare attorno alla parrocchia di San Gordiano 260 bambini. Le mamme mostrano grande allarme. Intervistato dai giornalisti de L’abuso, don Francesco si difende e nega le accuse. Ma il 5 dicembre, è costretto a capitolare. Don Francesco, spiega don Ivan Leto, lascia la diocesi «per fare rientro nei prossimi giorni nella sua realtà di provenienza».Per trovare un altro caso emblematico bisogna recarsi a Trapani, in un luogo, Purgatorio, che sembra avere un forte rischiamo simbolico. In questa piccola frazione di Custonaci, nella parrocchia Maria Santissima del Suffragio, dice messa monsignor Angelo Mustazza. Il parroco trapanese, arrestato nel 1998 con l’accusa di violenza sessuale su minore e prostituzione minorile, fu condannato a un anno e dieci mesi di reclusione con il patteggiamento davanti al Gup.
Mons. Little e testimonianze davanti a commissione a Roma
Roma, 2 mar. (askanews) – Il cardinale George Pell ha definito la diocesi di Melbourne – dove è stato vescovo ausiliare (1987-1996) prima di diventare l’arcivescovo – un “mondo di crimini e insabbiamento”, suggerendo in particolare che il suo predecessore, mons. Frank Little, sia stato sollecitato alle dimissioni, nel 1996, per inadempienza verso le accuse emerse contro i preti pedofili della diocesi. Nella terza audizione davanti alla Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (“Commissione reale sulle Risposte istituzionali agli Abusi sessuali sui Minori”), la scorsa notte, in video-collegamento da Roma con l’Australia, l’attuale prefetto per la Segreteria dell’Economia, ha espresso il suo “rammarico” per non aver fatto di più nel caso di un prete pedofilo in un’altra diocesi, Ballarat. Il porporato, che si è detto disponibile a incontrare le vittime di preti abusatori giunti a Roma per assistere alle sue audizioni, verrà ascoltato ancora questa sera, per la quarta e ultima testimonianza. Le vittime, intanto, chiedono di incontrare Papa Francesco. Questa sera quarta e ultima testimonianza. La commissione ha esaminato alcuni casi di preti pedofili a Ballarat e Melbourne, nello Stato australiano di Victoria, relativi agli anni Settanta e Ottanta. Quanto al fratello Edward (Ted) Dawlan, insegnante al St Patrick’s College di Ballarat, il porporato, che all’epoca era vicario episcopale per l’educaizone, ha ammesso che vi erano “voci” circa le sue “attività con i giovani”, precisando però che erano “non specifiche” sugli abusi sessuali e concludendo: “Mi rammarico di non aver fatto di più in quel momento”. La commissaria Gail Furness ha poi passato in rassegna il caso del sacerdote Peter Searson, parroco nella diocesi di Melbourne, poi condannato nel 1997 per abusi sessuali su minore e morto nel 2009. Il sacerdote, oggetto di “una litania di accuse”, minacciava i bambini con armi e uccidendo davanti a loro animali, e lo stesso Pell lo ha definito come “un uomo sconcertante, nei suoi momenti peggiori poteva essere descritto come uno dei preti più sgradevoli che io abbia conosciuto”, ma “non avevamo sufficienti evidenze per rimuoverlo”. L’allora arcivescovo della diocesi, mons. Frank Little, ora defunto, “sembrava – secondo Pell – incapace di affrontare padre Searson, o anche di fornire informazioni adeguate sulla situazione” e ha reagito in modo “assolutamente insoddisfacente” alle preoccupazioni che circolavano sul sacerdote, prese “decisioni sbagliate” e, sebbene si dimise in anticipo sull’età della pensione formalmente per motivi di salute, “non mi sorprenderebbe” se tra le reali cause delle dimissioni ci fosse una richiesta del nunzio dell’epoca in Australia, mons. Franco Brambilla, dovuta alla sua inadeguatezza sui casi di pedofilia. “Ero fortemente critico di come l’arcivescovo Little gestiva i casi contro i preti”, ha detto Pell. Il porporato ha detto peraltro di essere stato ingannato dal Catholic Education Office che non gli ha fornito adeguate informazioni sul caso di questo sacerdote. La commissaria, citando questo fatto, le critiche all’arcivescovo Little, e analoghe accuse rivolte da Pell ieri in merito al vescovo Mulkearrns di Ballarat, ha commentato: “E’ una posizione straordinaria, cardinale”. “Quello – ha ribattuto il porporato – era uno straordinario mondo di crimini e coperture e le persone non volevano che lo status quo venisse disturbato”. Ska Ska MAZ