Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    PEDOFILIA, I FANTASMI DI BERGOGLIO

    Via al processo a don Mauro Inzoli, esponente di spicco di Comunione e liberazione, accusato di violenze su otto bambini. Ma il Vaticano continua a essere poco trasparente

    di Federico Tulli

    Ricordate don Mauro Inzoli? Sebbene a giugno 2014 fosse stato «invitato» dalla Congregazione per la dottrina della fede «a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza» per gli «abusi su minori» affidati alla sua cura, il 17 gennaio 2015 fu immortalato sorridente al convegno organizzato dalla Regione Lombardia per tutelare i valori «della famiglia tradizionale». L’ex parroco di Crema, esponente di spicco di Comunione e liberazione, fondatore del Banco Alimentare e dell’Associazione della fraternità, si godeva lo spettacolo in seconda fila. Davanti a lui sedevano il governatore Roberto Maroni e il predecessore, Roberto Formigoni, di cui, Inzoli, si dice sia stato il confessore. Condannato – si fa per dire – dalla Santa Sede «alla pena medicinale perpetua» per lo Stato italiano era un uomo libero. Il 9 marzo le cose potrebbero cambiare. È la data fissata dal gip di Cremona Letizia Platè per il processo al prete, sotto inchiesta in Italia solo da ottobre 2014 in seguito a due esposti del senatore Sel Franco Bordo. L’accusa è di quelle pesanti: “Violenza sessuale con abuso di autorità e violenza sessuale aggravata per abuso di minori di 12 anni”. A Inzoli sono imputati otto casi, altri 15 sono caduti in prescrizione. Rischia 12 anni di carcere e la pena potrebbe ridursi di un terzo con il rito abbreviato. Ma un eventuale appello allungherebbe i tempi facendo cadere in prescrizione tutti i reati. A dilatare l’iter investigativo ha contribuito la Santa Sede negando alla procura di Cremona gli atti dell’istruttoria e del procedimento canonico perché vincolati dal «segreto pontificio».

    L’avvio del processo penale a don Inzoli coincide con il terzo anniversario del pontificato di Bergoglio. Sin dal 13 marzo 2013, Francesco si è dedicato, almeno a parole, alla lotta contro la pedofilia nel clero cattolico. Ma il gesuita argentino ha poco da festeggiare. I due Oscar vinti da Spotlight di Tom McCarthy (miglior film e miglior sceneggiatura originale) riportano con forza in primo piano l’ineludibile questione della trasparenza come chiave di volta per scardinare il sistema di potere complice dei pedofili in tonaca contro cui lo stesso Bergoglio si è spesso scagliato in nome della «tolleranza zero». Un’idea di trasparenza che si lega a quella di collaborazione con le autorità degli altri Paesi, che evidentemente però non è stata ancora ben assimilata in Vaticano nemmeno dal papa. Lo dicono la rogatoria negata e il “segreto pontificio” sul caso Inzoli. Ma anche, per fare un esempio, la vicenda giudiziaria di Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato nei rispettivi libri – Avarizia (Feltrinelli) e Via crucis (Chiarelettere) – notizie vere documentate da fonti certe. Proprio come fecero nel 2002 i colleghi del team Spotlight del Boston Globe, cui invece la tenace inchiesta che smascherò le sistematiche complicità delle istituzioni ecclesiastiche con i pedofili valse il Pulitzer. Ad aumentare la distanza tra gli annunci di Bergoglio e la realtà dei fatti ci si mette anche la Pontificia commissione per la protezione dei minori da lui creata, sommersa dalle polemiche per l’espulsione di un membro laico, l’avvocato inglese Peter Saunders. Il quale, intervistato dalla Bbc, ha attaccato papa Francesco reo «di non aver fatto nulla per mettere fine agli abusi di matrice clericale sui bambini», e ha definito «oltraggiosa» la nomina del suo amico monsignor Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno in Cile, sospettato di aver protetto padre Karadima condannato per pedofilia nel 2011. La defenestrazione di Saunders va messa in relazione alle sue accuse contro il cardinale George Pell di avere ignorato e coperto per decenni abusi compiuti da oltre 280 sacerdoti. Affermazioni che il superministro dell’Economia di Bergoglio, già arcivescovo di Melbourne e di Sydney, ha sempre respinto, senza però riuscire a evitare di deporre il 28 febbraio scorso di fronte alla Commissione governativa australiana sui crimini pedofili. «Non sono qui per difendere l’indifendibile», ha detto il cardinale, ammettendo che la Chiesa ha commesso «errori enormi» consentendo l’abuso di migliaia e migliaia di bambini. Troppe denunce arrivate da fonti credibili sono state spesso respinte «in scandalose circostanze», ha osservato tentando di smarcarsi. Una linea coerente con la posizione della Pontificia commissione schierata contro i vescovi (Conferenza episcopale italiana compresa) che nelle loro linee guida anti pedofilia non prevedono l’obbligo di denuncia laddove non è imposta dalle leggi “laiche”. «Abbiamo tutti la responsabilità morale ed etica di denunciare gli abusi presunti alle autorità civili», ha ricordato il cardinale O’Malley, capo della commissione.

    Una responsabilità che però di fatto non sfiora la Santa Sede e chi la guida. Va ricordato infatti che tra il 2004 e il 2013 la Chiesa ha espulso 848 sacerdoti responsabili di abusi. Lo dissero con orgoglio i nunzi di papa Francesco a due commissioni Onu (quella per l’infanzia e quella contro la tortura). Bene, anzi, male. Per alcuni di loro la dimissione dallo stato clericale è probabilmente arrivata dopo una condanna penale “laica”. Per altri invece si è espresso solo il Tribunale ecclesiastico. Era il 2014, dove sono oggi questi pedofili ignoti alla giustizia “terrena”? Non si sa. Come si chiamano? Quanti sono? Non si sa. Gli emissari del papa non risposero alle istanze dell’Onu che anche per questo ha accusato la Santa Sede di aver «regolarmente messo al di sopra dell’interesse dei bambini la tutela della reputazione della Chiesa e la protezione dei responsabili». Il monito delle Nazioni Unite ha spinto Bergoglio a imporre un cambio di rotta mediante la segnalazione obbligatoria alle autorità civili? La risposta è sempre no. Come nel caso di don Inzoli, i fatti e la trasparenza stanno a zero.

    LEFT del 5 marzo 2016

  • Pedofilia, prete condannato a 7 anni dal tribunale. Ma nel processo canonico la Chiesa vuole chiedere l’assoluzione

    Pedofilia, prete condannato a 7 anni dal tribunale. Ma nel processo canonico la Chiesa vuole chiedere l’assoluzione

    Il caso di don Luciano Massaferro, conosciuto come don “Lu”, sacerdote di Alassi: fu arrestato nel 2009 con l’accusa di abusi su una minorenne e ha appena finito di scontare la pena resa definitiva dalla Cassazione. Ma nel rito parallelo celebrato dalla Chiesa la curia è intenzionata a chiedere l’assoluzione e farlo diventare cappellano in un convento.

    Il 29 dicembre 2009 don Luciano Massaferro, conosciuto come don “Lu”, parroco della chiesa di San Vincenzo di Alassio, comune in provincia di Savona, fu arrestato con l’accusa di aver compiutoabusi su una minorenne, chierichetta della Chiesa. Dopo essere stato condannato definitivamente a 7 anni e 8 mesi di carcere, il sacerdote avrebbe dovuto lasciare la cella nell’estate del 2017 ma grazie agli sconti per buona condotta è uscito quasi un anno e mezzo prima. In totale ha scontato 3 anni in carcere e 1 anno ai domiciliari dopodiché è stato affidato in prova ai servizi sociali.

    I giudici, fino alla Cassazione, lo hanno riconosciuto colpevole, ma per don Lu i processi non sono finiti: manca l’ultima sentenza, quella del processo canonico. In caso di assoluzione il sacerdote potrà tornare a fare il prete, a tutti gli effetti. Secondo quanto riportato dal Secolo XIX, l’ipotesi più accreditata è proprio quest’ultima: monsignor Guglielmo Borghetti, infatti, ai collaboratori avrebbe detto che “si va verso l’assoluzione“. Il vescovo coadiutore di Albenga, scelto a gennaio dello scorso anno da Papa Francesco dopo i gravi e numerosi scandali all’interno della diocesi ligure, secondo il quotidiano genovese, ha promesso a “don Lu” anche un alloggio e un lavoro in caso di assoluzione. Così presto il sacerdote potrà riprendere la sua vita così com’era prima della condanna. L’intenzione della Curia sarebbe quella di farlo diventare cappellano in un convento.

    Prima della condanna don Lu era stimato e apprezzato da tutti e al momento le prove che sette anni fa lo hanno fatto condannare starebbero vacillando, secondo : secondo il padre di don Luciano, “il perito non ha trovato nessun materiale schifoso nei computer, è stato accertato che quel giorno in canonica c’era il viceparroco…”.

    Poco distante dal comune di don Lu si trova Albenga, dove ha sede la diocesi commissariata da Papa Francesco a causa di una serie di vicende analoghe: preti indagati e condannati per pedofilia, sacerdoti che scappano con la cassetta delle offerte, che posano nudi su Facebook, fanno i barman nei locali notturni. Comportamenti che avevano portato Bergoglio a commissariare la diocesi.

    Tanto più che lo sguardo sulla questione pedofilia nella Chiesa Cattolica si è fatto ancora più attento negli ultimi giorni, dopo l’uscita al cinema del Caso Spotlight, il film premio Oscar che racconta l’inchiesta dei giornalisti del Boston Globe sulla pedofilia nel clero americano fondamentale per spingere il Vaticano ad affrontare il tema. Dopo il mea culpa del cardinale australianoGeorge Pell, prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede, che davanti alla Commissione nazionale d’inchiesta del suo Paese che indaga sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali sui minori avvenute negli ultimi decenni, ha dichiarato che “la Chiesa cattolica ha commesso errori enormi sulla pedofilia”, anchepadre Lombardi ha riconosciuto “gli errori compiuti in molti ambienti ecclesiali”.

    Intanto negli ultimi giorni a Lione il mondo cattolico si sta spaccando di fronte al caso del Cardinale Barbarin, accusato di aver coperto un prete pedofilo non informando la giustizia delle molestie rivelate da alcuni parrocchiani fin dai primi anni Novanta. Tra chi chiede le dimissioni e chi invece si schiera al suo fianco, la Prcura della città francese ha intanto aperto un fascicolo a carico del sacerdote con l’accusa di omessa denuncia e “messa in pericolo della vita altrui”.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/07/pedofilia-prete-condannato-a-7-anni-dal-tribunale-ma-nel-processo-canonico-la-chiesa-vuole-chiedere-lassoluzione/2524921/

  • Bufera sull’arcivescovo di Lione, avrebbe coperto i pedofili

    Bufera sull’arcivescovo di Lione, avrebbe coperto i pedofili

    Tre ex scout hanno deciso di denunciare gli abusi avvenuti tra il 1978 e il 1991, e vogliono le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin.

    LIONE – Si respira un’aria molto “Spotlight” nella cellula costituita a Lione da tre ex scout che dopo una vita hanno trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti da alcuni sacerdoti fra il 1978 e il 1991. La giustizia francese sospetta le gerarchie cattoliche lionesi, e forse anche più in alto, di aver coperto tutto.

    Come nel film premiato agli Oscar, il gruppo, sostenuto da avvocati, psicologi e anche associazioni cattoliche, mira in alto: vuole le dimissioni del cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, primate delle Gallie, accusato di aver coperto il principale colpevole per 7 anni, dal 2007 al 2014.

    Sarebbero già 55 le testimonianze “assolutamente credibili” di adulti che frequentavano tra fine anni Settanta e fine anni Ottanta la diocesi lionese e che si sono imbattuti nei preti pedofili.

    Soprattutto in Bernard Preynat, 71 anni, che il 27 gennaio scorso è finito sotto inchiesta ed ha confessato gli abusi, accusandosi persino di stupri per i quali non era stato chiamato in causa.

    Per uno degli ex scout che è uscito allo scoperto, Bertrand Virieux, 44 anni, diventato cardiologo, padre Preynat “era un vero e proprio predatore, attaccava soprattutto ragazzini fra gli 8 e i 12 anni, biondini e con gli occhi blu. Come me”.

    Il primo a denunciare era stato un suo compagno più giovane, Francois Devaux, 37 anni, che accusa il cardinal Barbarin, il suo capo di gabinetto Pierre Durieux e una serie di altri pezzi grossi della gerarchia cattolica, fra i quali due membri della Curia romana, il cardinal Muller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il suo segretario, il gesuita Luis Ladaria Ferrer.

    Il caso è più che bollente, il primate delle Gallie è uno dei cardinali francesi più importanti, ha la fiducia del Papa e l’episcopato di Francia fa blocco attorno a lui ripetendo che “non era arcivescovo di Lione al momento dei fatti”.

    Ma Barbarin, nonostante le accuse sui preti di Lione piovessero da anni, in particolare da madri di quegli scout vittime di abusi, non rimosse il “predatore” quando, nel 2007, ebbe pubblicamente conoscenza dei fatti. All’epoca – lo giustificano le gerarchie – “era convinto che il prete avesse rotto con il suo passato”. E gli confermò l’incarico in diocesi, con il rischio che continuasse a venire a contatto con bambini. Soltanto nel 2014 arriva la rimozione, dopo che Barbarin ha avuto “la testimonianza diretta di una vittima” ed ha “consultato Roma”.

    Se l’inchiesta andrà fino in fondo, il cardinale Barbarin e i suoi collaboratori rischiano tre anni di carcere e 45’000 euro di multa per omessa denuncia di violenze sessuali su minori. In un comunicato, l’alto prelato fa sapere di voler cooperare “con serenità e fiducia”.

    Sui social network, intanto, dilagano proteste e petizioni contro Barbarin. Una di queste, firmata da molti cattolici, ne chiede apertamente l’immediata rimozione da parte di Papa Francesco.

    http://www.tio.ch/News/Estero/Cronaca/1074343/Bufera-sull-arcivescovo-di-Lione-avrebbe-coperto-i-pedofili

  • Nessuna alternativa: stato laicale per i preti abusatori

    Nessuna alternativa: stato laicale per i preti abusatori

    I preti pedofili “sono un pericolo sociale, dunque la Chiesa non può esimersi dal compiere i passi necessari”. Lo afferma padre Giuseppe Crea, missionario comboniano e psicoterapeuta, in un’intervista al Servizio Informazione Religiosa della Cei. Anche se le nuove norme impongono la riduzione allo stato laicale, ci sono sacerdoti condannati per abusi dai tribunali civili, che chiedono di poter restare preti, come se tale condizione fosse necessaria alla loro salvezza, mentre è vero esattamente il contrario. “Il vescovo – spiega padre Crea – continua a essere capace di discernere quale sia la volonta’ di Dio. Non e’ soltanto questione di mannaia, ma di intravedere il progetto di salvezza per un individuo profondamente malato. Molte volte queste persone si sono rifugiate nella Chiesa. Capire che se ne devono andare, significa rispondere al progetto di Dio”.

    Secondo padre Crea, “la Chiesa continua a essere madre, anche quando decide che non c’è più posto per loro”.

    Autore di numerose pubblicazioni, padre Crea ha recentemente dato alle stampe il volume “Tonache ferite” per le Edizioni Dehoniane: “La Chiesa ha le strutture per garantire la prevenzione e l’accompagnamento delle persone in difficoltà. Le comunità sono luogo eletto di formazione. Non bisogna dimenticarlo, soprattutto quando i confratelli stanno male”.

    Alla domanda del Sir “Quanti sono i consacrati in difficoltà? Qual è l’incidenza rispetto alla popolazione?”, padre Crea ha risposto: “Le percentuali sono minime, la stragrande maggioranza di sacerdoti e religiosi non rientra in queste dinamiche disfunzionali”. Alcune forme di disagio, però, sono caratteristiche della vita religiosa: “Soprattutto quelle a livello relazionale. Gli affetti sbilanciati portano a essere troppo centrati su se stessi o sugli altri. I religiosi possono faticare a riconoscere la propria identità. La capacità di una sana dedizione agli altri – precisa padre Crea -,permette invece di ricaricarsi ed essere equilibrati nella comunità”. D’altra parte, le cattive modalità relazionali verso l’esterno si ripercuotono anche all’interno della comunità: “Talvolta si può cadere in una dipendenza dagli altri membri o in manifestazioni di grande aggressività. Quel che non si trova dentro, lo si va a cercare fuori. E viceversa”.  Questo vale anche per i sacerdoti diocesani, che se sperimentano difficoltà nel presbiterio possono isolarsi e soffrire la vita pastorale.

    Selezione dei seminaristi e direzione spirituale. “Occhi aperti sulle ammissioni nei seminari”, come ha chiesto Papa Francesco denunciando il rischio che la carenza di vocazioni porti ad abbassare il livello di guardia. “Più che di un rischio – sottolinea padre Crea – parlerei di un dato di realtà. La mancanza di persone con cui discernere, alimenta l’incertezza. Se i candidati sono pochi prima di dire no a una persona ci si pensa centinaia di volte”. Talvolta, poi, la cura del malessere psicologico non è affidata a un esperto del settore ma demandata al direttore spirituale: “Quante volte ho sentito dire: ‘Speriamo che Dio intervenga, speriamo che possa stringere i denti e andare avanti…’. Così si rimanda soltanto l’escalation. Le categorie spiritualizzanti fanno parte della malattia e sono talmente insidiose che possono apparire una risorsa salvifica, nascondendo il malessere che invece provocano nell’individuo e nell’istituzione”. Ma per padre Crea, “spiritualizzare il problema significa dilazionarlo nel tempo. Nelle nostre comunità siamo pieni di queste situazioni. La direzione spirituale è fondamentale ma dobbiamo essere vigili perché non diventi l’espediente per spostare l’attenzione altrove”.

  • Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    Il Vaticano tra pedofilia e scandali: nessuna misericordia per i bambini

    di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni

    Papa Francesco, dopo aver indetto il Giubileo straordinario – piombato a tradimento su “una città terremotata”, per dirla alla Bertolaso – sembra poco attento alla misericordia, che si deve innanzitutto ai bambini: a parte, naturalmente, le consuete e generiche frasi “buoniste”. Per i bambini – verrebbe da dire – nessuna misericordia.

    Due vicende a sostegno di questa affermazione.

    La prima vicenda: il Cardinale Pell e i preti pedofili australiani

    Mentre i romani escono commossi dalle sale in cui si proietta Spotlight (storia della coraggiosa battaglia di un gruppo di giornalisti di Boston per smascherare le centinaia di preti pedofili ed il loro protettore, il Cardinale Law), si aggira indisturbato per Roma “l’insabbiatore capo” di una vicenda analoga che ha travolto la Chiesa Cattolica australiana, il Cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e Sydney.

    Dalle deposizioni di Pell dei giorni scorsi alla Royal commission governativa australiana emerge un quadro agghiacciante: centinaia di bambini e bambine molestati e stuprati, marchiati per sempre dall’orrore delle loro storie. E dall’altro lato le risposte di Pell, arroganti o al massimo imbarazzate, come quelle di Eichman raccontate da Hanna Arendt ne “La banalità del male”: da quella minimizzante (“forse avrei dovuto essere più attento”) fino a quella da caserma (i preti che molestano i bambini “sono come i camionisti che molestano le autostoppiste: non sarebbe appropriato che i dirigenti di quella compagnia di trasporti fossero considerati responsabili”).

    Eccolo a Roma, questo individuo indegno, di cui da decenni si conoscono le malefatte. Eppure Papa Francesco, anziché farlo rinchiudere nelle carceri vaticane (i piemontesi hanno tolto allo Stato Pontificio la goduria della pena di morte, ma gli hanno lasciato come contentino le carceri), lo ha nominato prima (il 13 aprile 2013) membro del gruppo di cardinali chiamati a consigliarlo nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di revisione della Curia romana e poi (il 24 febbraio 2014) “primo prefetto della Segreteria per l’economia” (salvo poi a brontolare per le spese pazze cui Pell, forte del suo incarico, si è abbandonato nelle sartorie e nei negozi di antiquariato romani).

    Per chiudere su Pell, ricordo che a Roma sono venuti, in questi giorni, alcuni familiari delle vittime dei preti pedofili “coperti” dall’alto prelato. Uno di loro, Anthony Foster, è il padre di due bambine molestate da un prete (una si suicidò, l’altra è su una sedia a rotelle dopo un incidente causato dall’alcolismo). Mentre scrivo, essi attendono ancora di essere ricevuti dal “Papa della misericordia”.

    La seconda vicenda: Il Cardinale Bertone e il Bambin Gesù

    Tarcisio Bertone è un atletico ultra ottantenne che ha ricoperto numerose alte cariche nella gerarchia vaticana ed è stato “chiacchierato” in altrettanto numerose vicende finanziarie (fra quelle che ricordo, l’eredità Gerini ed i finanziamenti alla Lux Vide di Ettore Bernabei). È stato poi al centro di una feroce polemica sul tema della omosessualità, avendo sostenuto, in merito allo scandalo dei preti pedofili in Irlanda, che degli “studi scientifici” affermano che la pedofilia è collegata alla omosessualità e non ha niente a che vedere con il celibato. Non disse, che io sappia, che l’omosessualità è “contro natura”, come sostengono oggi gli “intellettuali” del centro destra, guidati dal Ministro degli Interni Alfano, ma probabilmente lo pensò.

    Giunto meritoriamente alla pensione, Bertone va ad abitare in un lussuoso appartamento di proprietà del Vaticano, in cui vivono, assieme al Cardinale, tre suore ed una sua segretaria (paura della solitudine ?). L’appartamento ha bisogno di importanti opere di ristrutturazione, per le quali la ditta incaricata chiede circa 600mila euro. Bertone ottiene però “un forte sconto” e ne paga – “con risparmi miei”, precisa – poco più di 300mila (che vuol dire essere esperti di affari!).

    Successivamente, Emiliano Fittipaldi, nel suo libro “Avarizia”, rivela che il Bambin Gesù, tramite il suo manager Giuseppe Profiti, avrebbe contribuito ai lavori di ristrutturazione con 200 mila euro. Lo stesso Profiti ha più volte confermato il finanziamento, spiegando però che si trattava di un “investimento” in quanto la casa dell’ex Segretario di Stato vaticano “sarebbe stata poi utilizzata come sede per iniziative istituzionali e di fund raising per i piccoli dell’ospedale romano”. Totò direbbe: “Ma mi faccia il piacere”.

    Bertone – come a suo tempo il buon Scaiola – cade dalle nuvole, nega a lungo ma alla fine, come gesto di liberalità, dona 150mila euro al Bambin Gesù (perché non 200mila, non è chiaro).
    Intanto la vicenda entra nella inchiesta Vatileaks 2 e la nuova presidente del Bambin Gesù, Mariella Enoc, si barcamena ma non esclude il peggio: “Se effettivamente le carte dicono che qualcosa è stato tolto, certamente noi chiederemo tutti i danni, non soltanto quelli economici, ma anche i danni morali che l’ospedale ha subito”.

    Una esperienza personale sul Bambin Gesù

    Nel 1998 il primo dei miei nipotini, in una clinica privata, nacque con un parto difficile le cui conseguenze stavano portandolo alla morte. Trasportato di corsa al Bambin Gesù, restò per settimane fra la vita e la morte e alla fine ne uscì vivo e vegeto grazie alla professionalità ed alla umanità di tutto il personale dell’ospedale.

    In quel mese di assidua frequentazione (per ragioni professionali, conoscevo bene l’allora Presidente dell’ospedale) mi resi conto, fra l’altro, della estrema fatica con cui questa benemerita istituzione riusciva a tenere in ordine il bilancio e ad acquistare nuove attrezzature mediche.

    Forse perché reso più sensibile da questa ragione personale, non trovo aggettivi sufficientemente pesanti per definire questa storia se – come personalmente ritengo – essa risponde a verità. La riassumo così:

    –    Un ricco Cardinale, per accrescere lo sfarzo della sua abitazione, sottrae ad un ospedale cattolico fondi importanti destinati a curare – e spesso a salvare – migliaia di bambini

    –    Un Papa “moralizzatore” tace (eppure Bertone non è un prete di paese: è stato Segretario di Stato del Vaticano)

    –    Il Presidente della Regione Lazio Zingaretti – che ogni anno versa al Bambin Gesù ingenti somme – non prende alcuna posizione, così come il Ministro della Salute Lorenzin

    –    Nessuna associazione per la tutela dei malati o dei minori (salvo mia ignoranza dei fatti) si rivolge alla Magistratura, che peraltro potrebbe agire d’ufficio dinanzi ad una evidenza di reato

    –    Il 23 febbraio le nostre massime autorità – da Mattarella in giù – sono andate come ogni anno a “festeggiare” l’anniversario dei Patti Lateranensi e del Concordato: cioè di una data funesta per la democrazia e per la laicità dello Stato. Qualcuno, in quella o in altre occasioni, ha chiesto ragione di questo scandalo?

    C’è un giudice a Roma? Un politico “pulito”? Un medico famoso? Una associazione civica che difende i malati?
    O dovremo rassegnarci a vedere anche questa storia passare impunita?

    P.S. – Anche se ovviamente non lo è, una recente dichiarazione del segretario di Stato Vaticano, monsignor Pietro Parolin, suona come una sinistra risposta alla mia domanda finale: “Mi pare che la vicenda del Bambin Gesù si sia risolta positivamente e ringrazio il Signore che da questo momento di difficoltà si sia usciti in maniera costruttiva”. E aggiunge Parolin: “Di fronte alla difficoltà dobbiamo essere forti e pazienti”. Come a dire: “E ora non rompete più i coglioni, tanto con noi è inutile”.

    (7 marzo 2016)

  • FITTIPALDI CHIEDE LA TESTA DEL CARDINALE AUSTRALIANO

    FITTIPALDI CHIEDE LA TESTA DEL CARDINALE AUSTRALIANO

    BERGOGLIO, FAGLI LA PELL! SOTTO PROCESSO IN VATICANO, ORA FITTIPALDI CHIEDE LA TESTA DEL CARDINALE AUSTRALIANO: “BASTA I SILENZI SUI PRETI PEDOFILI: GEORGE PELL SI DIMETTA. E SE NON VUOLE FARE UN PASSO INDIETRO, INTERVENGA IL PAPA: NON CI POSSONO ESSERE TENTENNAMENTI NÉ SALVACONDOTTI PERSONALI”

    “Il caso è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio. Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi”…

    Papa Francesco non può più aspettare. Dopo le audizioni di questi giorni davanti ai giudici della commissione d’inchiesta del governo australiano sulla pedofilia, il cardinale George Pell – che Bergoglio stesso aveva chiamato nella Santa Sede tre anni fa – non può più rimanere sulla sua poltrona.

    Deve dimettersi subito, lasciando ad altri la guida del più importante ministero vaticano, quella Segreteria dell’Economia voluta da Bergoglio per fare trasparenza sui business vaticani. Nel caso non volesse fare un passo indietro, dovrebbe essere il pontefice, capo supremo della curia, a muoversi di conseguenza. Senza aspettare – come suggerisce qualche suo consigliere – che Pell compia 75 anni, età in cui formalmente gli alti prelati devono rimettere il mandato.

    Stavolta il tempo è scaduto prima, ed ulteriori mediazioni metterebbero gravemente a rischio l’immagine del Papa rivoluzionario e inflessibile, nemico giurato dei maniaci che infestano la Chiesa. Il tema della pedofilia, riportato alla ribalta dal caso Pell (di cui “L’Espresso” si è più volte occupato in infelice solitudine) e dell’Oscar a “Spotlight” come miglior film (che narra le gesta dei giornalisti del Boston Globe che nel 2002 scoperchiarono lo scandalo dei sacerdoti pedofili della loro città), è troppo delicato, e non può essere gestito con le solite prudenze vaticane tanto invise a Bergoglio.

    Pell è infatti accusato da decine di sopravvissuti di gravi nefandezze. Su tutte quella di aver protetto preti pedofili, mostri seriali che hanno violentato decine di bambini, non denunciandoli subito e permettendo il loro spostamento in altre diocesi. Il cardinale è stato accusato da una vittima di aver tentato di comprarlo. Da molte altre di aver creato, quando era vescovo a Melbourne, un sistema per difendere le finanze della Chiesa, a danno delle richieste risarcitorie degli abusati. «Un sistema progettato per controllare le vittime, contenere gli abusi e proteggere la Chiesa», ha spiegato la ricercatrice e editorialista Judy Courtin, che insieme a molti altri osservatori considera le azioni dell’australiano volte a «minimizzare i reati, occultare la verità, manipolare, intimidire e sfruttare le vittime».

    Pell è stato definito un «sociopatico» da più di un sopravvissuto, mentre la relazione preliminare dei giudici della Royal Commission pubblicata qualche mese fa ha già spiegato che il cardinale «non si è comportato da buon cristiano». Il prelato ha perfino paragonato un anno fa la Chiesa a un’azienda di autotrasporti, affermando che «non è colpa di una ditta se il camionista molesta le autostoppiste».

    Al netto degli scandali e dei lussi sfrenati che hanno colpito Pell dopo la pubblicazione di alcune inchieste che ho pubblicato sull’Espresso, la sua posizione è indifendibile. Francesco è stato il primo pontefice ad autorizzare l’arresto di un alto prelato per reati sessuali su bambini, monsignor Josef Wesolowski, morto prima dell’inizio del processo. Un appeasement o ulteriori tentennamenti sul caso Pell, suo uomo di fiducia, sarebbe un errore, ancor più grave della nomina del porporato di Ballarat a numero tre del Vaticano. Uno sbaglio che confermerebbe i preconcetti dei critici – soprattutto anglosassoni – che da mesi attaccano il soglio petrino.

    «Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».

    «Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero» ha spiegato due settimane fa Peter Saunders, ex vittima di un prete pedofilo che il papa aveva voluto nella nuova Commissione pontificia per la tutela dei minori, sospeso dall’incarico proprio per le sue critiche a Pell. «La Commissione? È soltanto una questione di pubbliche relazioni, necessaria dopo gli scandali sulla pedofilia nel clero che hanno scosso i fedeli».

    Tra parole e azioni la coerenza è sempre necessaria, soprattutto se gli anatemi vengono da un papa dichiaratamente riformista. Oggi le vittime dei sacerdoti australiani giunte a Roma grazie a una colletta per guardare in faccia il cardinale durante l’udienza in videoconferenza, hanno scritto una lettera al pontefice chiedendo di essere ricevuti, sperando che la Chiesa li «aiuti a sostenere e salvare le tante vittime che ancora non hanno parlato e che invece hanno bisogno di aiuto, per evitare altre morti premature».

    Sarebbe bello se Francesco li ricevesse, e comunicasse loro che anche Pell gli ha consegnato una lettera. Di dimissioni irrevocabili.

    http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/bergoglio-fagli-pell-sotto-processo-vaticano-ora-fittipaldi-chiede-119815.htm

  • Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

    Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

    Con i quattro giorni di testimonianza del cardinale George Pell di fronte a una commissione d’inchiesta governativa australiana, si può dire che lo scandalo degli abusi sui minori nella chiesa sia arrivato a toccare il cuore del sistema. È il ruolo ricoperto dal porporato australiano nella curia romana, e nella nuova governance vaticana voluta da papa Francesco, a dimostrarlo.

    Pell, infatti, dal 2014 è il prefetto della segreteria per l’economia della Santa Sede, il dicastero che coordina buona parte delle finanze vaticane. L’ex arcivescovo di Sydney ha assunto l’incarico con l’obiettivo di rendere trasparenti ed efficienti i bilanci dei dicasteri, di superare le opacità, di applicare princìpi moderni e internazionalmente riconosciuti nella gestione dell’economia. La sua presenza nel C9, il ristretto gruppo di nove cardinali che aiuta Bergoglio nel governo della chiesa universale e nella riforma della curia, non è episodica né casuale.

    D’altro canto, le accuse rivolte a Pell dalle vittime degli abusi e poi da diverse commissioni statali che hanno indagato sullo scandalo pedofilia, sono precedenti alla sua chiamata a Roma. Il cardinale aveva già testimoniato in Australia in merito a diversi episodi del passato, e lo ha fatto di nuovo nei giorni scorsi per quattro giorni da un albergo della capitale italiana.

    Un aspetto che va compreso subito è quello relativo alle responsabilità. Se gli autori degli abusi sono ormai noti, il nodo irrisolto è quello delle coperture, degli insabbiamenti orchestrati dalle gerarchie con la complicità non di rado del clero locale. Il senso di quanto successo a Roma, dunque, è – in primo luogo – quello di ricostruire la catena di comando che ha permesso di nascondere i colpevoli e poi di accertare la verità, anche se non più penalmente rilevante.

    I casi contestati al cardinale durante la deposizione riguardano in particolare il periodo che va dagli anni settanta agli anni ottanta, quando Pell era viceparroco nella cittadina di Ballarat e poi collaboratore del vescovo Ronald Mulkerns. Altri episodi toccano la stagione in cui Pell fu alla guida della diocesi di Melbourne.

    Il cardinale ha ammesso la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti

    La strategia difensiva seguita da Pell in questa occasione non è stata molto diversa da quella già adottata di fronte alla commissione d’indagine dello stato di Victoria, in Australia, nel 2013. Il cardinale ha ammesso varie cose: la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti, il fatto che all’epoca si pensasse prima alla reputazione dell’istituzione che alle vittime, in generale gli enormi errori commessi nell’affrontare il problema. Ha riconosciuto come la gestione del caso del sacerdote predatore seriale Gerald Ridsdale (protetto e spostato da una parrocchia all’altra), sia stata catastrofica e ha detto fin dall’inizio: “Non sono qui per difendere l’indifendibile”. D’altro canto ha però escluso ogni sua responsabilità diretta, anche se alla fine ha detto che almeno in un caso di cui era venuto a conoscenza non agì denunciando il prete coinvolto.

    È stato contraddittorio – in un primo tempo ha affermato che queste storie o voci che circolavano non erano per lui così interessanti, suscitando la rabbia delle vittime – poi ha chiesto scusa, ha riconosciuto di aver fatto poco, di essersi fidato delle persone sbagliate. Quindi ha chiamato in causa altri preti e vescovi come il suo predecessore a Melbourne, scaricando su questi una parte considerevole di responsabilità.

    La consulente legale della commissione, Gail Furness, ha incalzato il cardinale, lo ha messo alle strette con riferimenti puntuali e ha giudicato “non plausibili” le spiegazioni date. È difficile credere, era il senso dell’obiezione, che tutti sapessero tranne lui, considerato tra l’altro che conosceva personalmente almeno alcuni dei colpevoli e che prese parte a riunioni in cui vennero prese decisioni in merito allo scandalo.

    Tradimento e verità

    E tuttavia il fatto forse più significativo è avvenuto alla fine dei quattro giorni, quando alcune delle vittime hanno incontrato il cardinale non tanto per parlare del passato, come ha spiegato uno di loro, ma del futuro, di cosa farà la chiesa per proteggere i bambini. Pell ne è uscito provato, leggendo poche righe di fronte ai giornalisti di tutto il mondo in cui si impegnava a collaborare con quanti erano stati colpiti dagli abusi e facendo riferimento ai troppi suicidi causati dalle violenze.

    È stato un passaggio importante che spiega un elemento: almeno una parte delle vittime non puntava alla vendetta – altra storia sono i risarcimenti materiali che potranno essere stabiliti anche in base alle conclusioni della commissione – ma a una sorta di operazione verità, all’ammissione, fatta da uno dei più alti funzionari della chiesa cattolica, del danno immenso provocato da comportamenti atroci.

    Una scelta che non si comprende se non si tiene presente quanta fiducia queste persone riponessero nella chiesa, quanto fossero profondamente cattoliche; solo partendo da questo si può misurare il senso di smarrimento, di tradimento vissuto, e la ricerca di una redenzione dell’istituzione, oltre che di giustizia.

    In questo senso la testimonianza di Pell va valutata con un minimo di distacco per comprenderne le implicazioni. Se il cardinale ha cercato di salvare se stesso, o quantomeno le apparenze, ha allo stesso tempo tracciato un quadro senza precedenti di responsabilità da parte di vescovi e clero di fronte alle centinaia di casi avvenuti a Ballart.

    Di fatto si tratta di un insieme di dichiarazioni con le quali uno dei principali cardinali alla guida della chiesa ha ammesso che c’era un sistema di coperture dello scandalo e di protezione dei colpevoli per salvaguardare il buon nome dell’istituzione, a scapito delle vittime. Un sistema che però, alla lunga, ha prodotto tragedie personali e portato la credibilità della chiesa a livelli minimi.

    È possibile dire che in futuro, su tutta questa vicenda, ci sarà un prima e un dopo i quattro giorni di interrogatorio-testimonianza a cui è stato sottoposto il cardinale all’hotel Quirinale di Roma. Altro aspetto rilevante è che il tutto sia avvenuto alla presenza di quindici vittime o genitori di vittime, in videoconferenza con l’Australia e con molti dei maggiori mezzi d’informazione di lingua inglese che trasmettevano l’evento in streaming su internet o in diretta tv.

    La frattura tra le due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – si accentua

    La situazione del cardinale australiano resta in bilico: a giungo compie 75 anni, l’età del pensionamento secondo la legge canonica; la sua immagine è macchiata; lo stesso pontefice non esce indenne da questo passaggio. Il rischio evidente è che l’ondata emotiva sulla quale si è retto il pontificato bergogliano rientri, che la spinta si spenga e torni a prevalere l’immagine di un potere che si vuole intoccabile.

    Il papa ha inasprito il codice penale vaticano in merito ai reati di pedopornografia, ha istituito un dicastero per la tutela dei minori e un tribunale ad hoc per affrontare i casi di abuso. Ma di certo le opposizioni interne sono molte, in curia ma anche nelle conferenze episcopali locali dove moltissimi vescovi – si guardi in primis proprio all’Italia – si rifiutano di collaborare con la giustizia civile.

    La frattura tra due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – è emersa sempre di più in questi tre anni, via via che il papa provava a dare corpo a una riforma basata in primo luogo sulla rinuncia ai privilegi, ai simboli del potere, al segreto e sulla scelta in favore di una sobrietà di costumi e comportamenti. Questa frattura ora si accentua.

    Lo scandalo dei preti pedofili, del resto, lungi dal concludersi nella sfera giudiziaria, chiede risposte su temi fondamentali come la sessualità, il celibato obbligatorio, la formazione dei preti, l’emarginazione delle donne e dei laici, il clericalismo di tanti vescovi, l’incapacità di misurarsi con le sensibilità nuove dei fedeli. In fondo questo secondo “caso Spotlight” tra Roma e l’Australia, oltre la cronaca, ci dice soprattutto quanto sia profonda la crisi di una chiesa incapace, finora, di riprendere il cammino cominciato con il concilio Vaticano II.

    http://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2016/03/04/george-pell-pedofilia-chiesa

  • Papa Francesco non incontra le vittime del clero australiano

    Papa Francesco non incontra le vittime del clero australiano

    Il Papa non ha incontrato il gruppo di vittime di abusi sessuali arrivati domenica mattina a Roma dall’Australia per seguire le deposizioni del cardinale George Pell. Stando a quanto ha comunicato padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, la ragione del mancato incontro avrebbe a che vedere con l’inesistenza di una richiesta formalizzata da parte della delegazione della vittime attraverso i canali ufficiali della Santa Sede, quali la Prefettura e la Segreteria di Stato.

    Se da una parte questo mancato iter protocollare non ha permesso fino ad ora a David Ridsdale e ai suoi compagni di incontrare Bergoglio, dall’altra essi sono stati incontrati in questi giorni da padre Hans Zollner, membro della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. A farlo sapere è un comunicato diffuso dall’organismo della Santa Sede istituito nel 2014 da Papa Francesco per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili.

    David Ridsdale, Andrew Collins e Peter Blenkiron sono arrivati domenica a Roma con altre 12 persone rimaste vittime da piccoli di abusi sessuali commessi da religiosi di Melbourne e di Ballarat in occasione delle deposizioni di Pell. E’ stato proprio l’ex arcivescovo di Melbourne a organizzare, dopo esplicita richiesta dei sopravvissuti, l’incontro con uno dei membri della Pontificia Commissione. “Vorremmo discutere le nostre idee riguardo alla guarigione e alla futura tutela dei minori dagli abusi commessi da membri delle istituzioni […] Desideriamo sviluppare rapporti con il vostro gruppo perché si tratta di una questione di ampiezza mondiale”, hanno affermato Ridsdale, Collins e Blenkiran.

    Padre Zollner – si legge nel comunicato – “ha molto apprezzato le preoccupazioni espresse dalle vittime e le loro proposte di misure preventive, e le presenterà agli altri membri della Commissione Pontificia, in modo che tutti i membri possano apprendere dall’esperienza delle vittime per migliorare il lavoro della Commissione riguardo alle attuali forme di guarigione e alla comprensione del modo più efficace di prevenire gli abusi sessuali da parte di persone al servizio della Chiesa, al fine di impedire che si verifichino nuovamente in futuro”.

    Nel corso dell’incontro, padre Zollner “ha spiegato ai suoi interlocutori gli scopi della Commissione e in particolare, in qualità di Presidente del ‘Centro per la Tutela dei Minori’ dell’Istituto di Psicologia della Pontificia Università Gregoriana, ha parlato del suo lavoro e delle iniziative intraprese per prevenire gli abusi all’interno e al di fuori della Chiesa. Le vittime di abusi di Ballarat hanno anche incontrato alcuni degli studenti che frequentano il corso di studi per il Diploma sulla Tutela dei Minori, offerto presso la Pontificia Università Gregoriana”.

    Alessandro Notarnicola

  • Preti pedofili, una vittima al Papa: agisca, ho la vita distrutta.

    Preti pedofili, una vittima al Papa: agisca, ho la vita distrutta.

    Roma, (askanews) – Gli ha distrutto la vita, ha perso il lavoro, oggi prende ancora psicofarmaci e chiede giustizia appellandosi anche a Papa Francesco.

    A parlare così è Diego Esposito, il nome è di fantasia, che da anni ha denunciato di essere stato vittima di abusi da parte di un prete, il suo professore di religione in una scuola di Ponticelli. “Ora, basta siamo nel 2016 e vogliamo una chiesa pulita, i nostri figli quando vanno a scuola devono essere al sicuro e anche lo Stato deve intervenire e controllare questi preti che vengono denunciati perché non possono insegnare nelle scuole statali, sono un pericolo pubblico”.

    A parlare così è Diego Esposito, il nome è di fantasia, che da anni ha denunciato di essere stato vittima di abusi da parte di un prete, un suo professore alle medie in una scuola di Ponticelli e ancora oggi chiede che si faccia giustizia. “Faccio anche un appello a Papa Francesco: risolvete questa piaga, bisogna fare qualcosa subito, il Cardinale Sepe – racconta – mi ha fatto perdere il lavoro perché dopo sei anni di giustizia che non mi è arrivata, scrissi una e-mail alla Curia, minacciando il suicidio con la mia arma, essendo io una guardia giurata, ma ovviamente era una provocazione, non mi volevo uccidere, ma loro presero la palla al balzo e girarono la lettera alla polizia che mi tolse il porto d’armi, quindi così io persi il mio lavoro.

    Per me è stato un dolore atroce”. “Ci sono altre vittime che in questi giorni hanno contattato l’associazione ‘Rete l’Abuso’ – continua Diego – vittime del prete pedofilo don Silverio Mura, che volevano denunciarlo, ma hanno paura di fare la mia stessa fine e perdere il lavoro. Questo non deve accadere, Papa Francesco, a chi denuncia e ha la forza di denunciare come me.

    Io ho perso lavoro, famiglia, armonia, ho un figlio di 9 anni in cura perché sente sempre questi discorsi e che piangeva quando ho fatto lo sciopero della fame, per avere giustizia”. “La mia vita è distrutta – dice Diego – prendo circa 8 pillole al giorno di psicofarmaci e negli ultimi sei anni ho avuto tre svenimenti, sono stato ricoverato in ospedale e tutti mi hanno diagnosticato l’ansia senza sapere la mia storia.

    Questo prete ha distrutto la mia vita e quella della mia famiglia”. “Le conseguenze non sono gravi, sono gravissime”.

    http://www.askanews.it/cronaca/preti-…

  • Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    Il caso Spotlight, un prete confessa: “Avevo la nausea durante il film”

    “Il caso Spotlight” di Tom McCarty ha vinto l’Oscar come miglior film alla 88esima edizione degli Academy Awards. Racconta l’inchiesta svolta da un gruppo di giornalisti del Boston Globe, che ha portato alla luce un vasto scandalo di pedofilia nella Chiesa. E ora questa pellicola sta scuotendo la comunità cattolica mondiale: molti sacerdoti e molti fedeli condannano gli abusi coperti dall’istituzione ecclesiastica. “Un film choccante, ma necessario”, dicono.

    E così padre Amar, sacerdote della diocesi di Versailles, ha confessato: “Sono andato a vedere questo film con l’abito sacerdotale. Ma non mi sentivo affatto a mio agio. Durante il film avevo la nausea perché la Chiesa è la mia famiglia. Ho pianto alla fine, ma la mia sofferenza non è nulla rispetto a quella delle vittime di pedofilia. Sono fatti abominevoli, una vergogna immane per la Chiesa”, ha detto il prete a una radio locale francese.

    Per l’Osservatore Romano non è un film anticattolico – “Non è un film anticattolico”. Così l’Osservatore Romano ha commentato, a firma di Lucetta Scaraffia e con richiamo in prima pagina, l’Oscar assegnato al “Caso Spotlight” sullo scandalo dei preti pedofili scoperchiato nel 2001 dal Boston Globe. “Spotlight, che ha vinto l’Oscar, ha una trama avvincente. E non è un film anticattolico, come anche è stato scritto, perché riesce a dare voce allo sgomento e al dolore profondo dei fedeli davanti alla scoperta di queste orribili realtà. Certo, nel racconto non viene dato spazio alla lotta lunga e tenace che Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e come Papa, ha intrapreso contro la pedofilia nella Chiesa. Ma in un film non si può dire tutto, e le difficoltà che ha incontrato Ratzinger non fanno che confermare la tesi del film, e cioè che troppo spesso l’istituzione ecclesiastica non ha saputo reagire con la necessaria determinazione di fronte a questi crimini”, scrive la storica sul quotidiano della Santa Sede. “Certo, e lo sappiamo tutti, i bambini sono esseri indifesi, e quindi vittime privilegiate di abusi anche nelle famiglie, nei circoli sportivi, nelle scuole laiche. Gli orchi non portano esclusivamente la veste talare. La pedofilia non deriva necessariamente dal voto di castità. Ma ormai è chiaro che nella Chiesa troppi si sono più preoccupati dell’immagine dell’istituzione che non della gravità dell’atto”. Per Scaraffia, “il fatto che dalla cerimonia degli Oscar sia venuto un appello a Papa Francesco perché combatta questo flagello deve essere visto come un segnale positivo: c’è ancora fiducia nell’istituzione, c’è fiducia in un Papa che sta continuando la pulizia iniziata dal suo predecessore già come cardinale. C’è ancora fiducia in una fede che ha al suo cuore la difesa delle vittime, la protezione degli innocenti”.

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