Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Papa Francesco

  • Crolla il muro del silenzio intorno agli abusi sessuali del clero: le tappe

    Crolla il muro del silenzio intorno agli abusi sessuali del clero: le tappe

    Un muro d’omertà che si sgretola poco a poco in tutto il mondo, quello degli abusi su minori commessi da esponenti del clero.

    Nel 2014 è il Comitato dei diritti del bambino dell’Onu a pubblicare un rapporto che accusa il Vaticano di aver sacrificato la verità sull’altare della reputazione della Chiesa.

    Kirsten Sandberg. presidente della Commissione: “La Santa Sede ha adottato politiche e pratiche che hanno portato alla continuazione degli abusi e all’impunità dei colpevoli. Un altro problema è l’omertà che è stata imposta dalla Chiesa sui bambini e il fatto che la segnalazione alle autorità di polizia nazionali non sia mai stata resa obbligatoria”.

    Proprio quel che aveva rivelato lo scandalo di Boston del 2002, quando l’arcivescovo e cardinale Bernard Law aveva dovuto dimettersi. Aveva chiuso gli occhi di fronte ai molti casi di abusi sessuali commessi impunemente da sacerdoti.

    In Irlanda, un caso simile viene portato alla luce nel 2009 dopo nove anni d’indagini. Migliaia di bambini sono stati vittime di abusi sessuali e fisici per decenni in istituti gestiti dalla Chiesa cattolica. Secondo il rapporto stupro e molestie erano “endemici” nei centri in cui erano ospiti i ragazzi. “Quest’inchiesta conferma le testimonianze delle vittime, – ha dichiarato in quell’occasione John Kelly, una delle vittime stesse. – Svela dove i bambini venivano violentati e maltrattati brutalmente, e così le vittime sentiranno che è stata fatta giustizia e questo li conforterà un po’”

    Nel 2010 è la chiesa cattolica tedesca a finire sotto accusa per casi di abusi sessuali risalenti agli anni Settanta in diverse istituzioni educative. Ancora una volta, la gerarchia non ha una gran voglia di risolvere il problema, denunciano le vittime, come Norbert Denef, dell’associazione Netzwerk B: “Avete visto le reazioni dei singoli individui. Nessuno è colpevole: ‘Non mi assumo nessuna responsabilità’, dice il vescovo Ackermann. Ed è lui a rappresentare la Chiesa. Questo significa che i responsabili di questi crimini sono seduti intorno a un tavolo per discutere su come andare avanti”.

    Accuse cui papa Francesco ha teso l’orecchio, perché lo scandalo è duplice: non solo migliaia di bambini vittime di abusi, ma anche decine di vescovi che hanno deciso lucidamente di proteggere gli aggressori. In occasione della messa del 7 luglio 2014 per le vittime dei casi di pedofilia, ha chiesto “perdono per i peccati d’omissione da parte dei leader della Chiesa che non hanno risposto in modo adeguato alla denuncia di abusi presentata dai familiari e dalle vittime stesse”.

    Non solo parole: alle scuse Bergoglio ha fatto seguire la creazione di un tribunale per i vescovi che non hanno dato seguito alle denunce, introducendo il reato canonico di “abuso d’ufficio episcopale”.

  • Parla Diego, un prete abusò di lui: «Mi faranno la perizia ma non sono pazzo»

    Parla Diego, un prete abusò di lui: «Mi faranno la perizia ma non sono pazzo»

    Mentre parla gli trema la voce, inizia a sudare, gli occhi sono smaniosi, cerca una via di fuga. Mentre Diego Esposito rievoca le violenze di 27 anni fa è come se la sagoma del suo aguzzino si materializzasse davanti a lui. L’ultimo avvistamento di don Silverio Mura, che il 40enne di Ponticelli indica come colui che abusò di lui tra i 13 e 18 anni, è a pochi chilometri da casa di Diego.

    «A fine gennaio l’hanno visto girare per San Giuseppe Vesuviano» ricorda ingollando una delle 8 pillole di psicofarmaci che è costretto a prendere per non stare male. Per la Curia l’uomo ora è in una struttura adeguata per il suo recupero spirituale. Tuttavia, quello che Diego invoca a gran voce è «giustizia». Quando l’uomo riuscì a tirar fuori quella ferita terribile grazie a un lavoro incessante dello psicologo, il reato era già prescritto, ma non per lo stato vaticano. La battaglia legale iniziata da Diego insieme all’associazione Rete l’Abuso va avanti tra silenzi, scioperi della fame e lettere da anni. Solo l’intervento due anni fa di Papa Francesco dà la svolta e ordina l’apertura di processo canonico. Da allora tutto tace. Fino alla settimana scorsa, quando Diego riceve la convocazione per «investigatio previa» ovvero un’investigazione tendente alla valutazione dell’imputabilità o meno dell’indiziato e alla ricerca delle circostanze aggravanti o attenuanti.Esposito, finalmente qualcosa di muove e arriva un segnale positivo dalla Curia. «Era ora. Dopo anni di silenzi, mancate comunicazioni e modi arroganti miei confronti, è arrivata la convocazione per una valutazione psichiatrica cui potrà assistere anche lo psicologo Alfonso Rossi, colui che mi ha aiutato a far emergere dalla mia memoria gli abusi e attualmente mi ha in cura. In un primo momento, infatti, volevano facessi perizia psichiatrica solo in presenza di un loro medico».

    Ora si sente più tutelato?
    «Sì, la chiesa fin dall’inizio non mi ha fatto sentire una vittima da tutelare. Anzi, la mia impressione è sempre stata quella che volessero dichiararmi malato di mente, pazzo, rendermi inattendibile. Ma io non sono pazzo. Solo solo un uomo ferito, nel corpo e nell’anima. Ritroverò un po’ di serenità solo quando saprò che don Silverio Mura non sarà più in grado di abusare di altri bambini».
    Lei aveva appena 13 anni quando iniziarono le violenze…
    «La prego, non mi chieda di ricordarle ancora… Le immagini di quegli anni mi passano davanti agli occhi come se avvenissero ora. Provo tanto dolore».
    Un dolore che non l’ha fermata dal denunciare don Silverio Mura.
    «Anche se ho passato momenti terribili, come quello di ricordare e raccontare le violenze sessuali che ho subito per cinque anni della mia adolescenza, sono convinto che denunciare sia stata la scelta giusta. Il mio obiettivo è solo avere giustizia, che don Mura venga riconosciuto come prete pedofilo e sia fermato dal fare del male ad altri».
    È vero che dopo aver raccontato al Mattino la sua triste vicenda a gennaio sono arrivate altre segnalazioni?
    «Sì, purtroppo è accaduto esattamente quello che temevo. Dopo aver letto il giornale, si sono fatte avanti ancora due nuove vittime, anche piuttosto giovani. Hanno contattato la onlus Rete L’Abuso, che segue anche il mio caso, e ora so che lo psicologo Rossi li sta aiutando nel difficile processo di rielaborazione».
    È fiducioso sul suo caso giudiziario?
    «Molto. Aspetto che la verità sia finalmente ristabilita e fatta giustizia. Sono credente, ma credo prima di tutto in una chiesa integra e onesta. Vorrei essere sicuro che alla crescita spirituale dei miei figli si occupassero preti senza perversioni. Riconoscere don Mura colpevole di violenze sessuali a mio carico sarebbe un segno di onestà».

    http://ilmattino.it/napoli/cronaca/perizia_non_sono_pazzo_napoli_denuncia_violenze_prete_napoli-1660452.html

  • Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    Il patriarca libanese difende il sacerdote pedofilo. E porta le carte a papa Francesco

    38502 ROMA-ADISTA. Una «campagna diffamatoria» è in atto contro mons. Mansour Labaki, prete cattolico-maronita libanese di Beirut. Di tanto è convinto il patriarca maronita Béchara el Raïsecondo quanto ha detto rivolgendosi, alla vigilia della Festa di San Giuseppe (18 marzo), a sacerdoti, frati, insegnanti e alunni alla presenza del padre generale dei padri Lazaristi Ziad Haddad. Il sacerdote – fondatore in Francia del “Foyer Notre-Dame – Enfant du Liban” per l’accoglienza di bambini libanesi cristiani e musulmani, e in Libano del “Foyer Notre-Dame du Sourire” (ma per il suodensissimo curriculum) – il 23 aprile del 2012 è stato condannato dal Tribunale ecclesiastico dell’arcivescovato di Parigi in quanto riconosciuto colpevole dei reati di pedofilia e di crimen sollicitationis durante la confessione, perpetrati su almeno tre persone minori d’età all’epoca degli abusi (va detto che è stato denunciato di abusi anche su una ragazza maggiorenne). Varie le pene inflittegli: è stato privato di «tutti gli uffici ecclesiastici», compresi la «facoltà di confessare» e «qualsiasi forma di direzione spirituale»; diffidato dal «celebrare i sacramenti» in pubblico e dal «prendere contatto con i media o con le vittime»; obbligato ad «una vita di preghiera e penitenza in una comunità religiosa o in altro luogo». Le sanzioni sono state confermate dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, quando, nel giugno 2013, la CdF ha rigettato il ricorso di Labaki contro il giudizio del Tribunale ecclesiastico parigino. La non osservanza delle pene, puntualizzava inoltre la CdF, avrebbe comportato per il prete la scomunica (v. Adista Notizie n. 34/13).

    Fatti che non contano, secondo il patriarca libanese, tanto da dichiarare agli astanti: «Io personalmente ho avuto tra le mani il fascicolo» e «l’ho presentato a sua santità papa Francesco» (Raï era a Roma il 29 febbraio). Questa la sua versione: «C’è stata una campagna mirata contro monsignor Labaki con molte accuse false e menzognere e abbiamo tutto tra le mani. I tribunali hanno avuto avvio senza né domande né risposte – ha aggiunto di fatto denigrando il giudizio subìto a Parigi – e il monsignore è stato condannato dalla Chiesa, a volte l’hanno arrestato, a volte l’hanno sospeso a divinis. Ultimamente il tribunale ecclesiastico ha tolto la sospensione a divinis, non l’impedimento a sue apparizioni alla televisione o a partecipazioni a celebrazioni pubbliche». Il patriarca libanese ha anche affermato che «tutti i documenti» consegnati a papa Francesco «mostrano quante menzogne e falsità sono state inventate ai danni di questo uomo e che trovano le vere cause scatenanti non nelle accuse rivolte, ma nella sua risoluzione a consegnare la direzione della casa costruita a Lourdes [Beth Maryam, finanziata all’associazione di Labaki, Lo Tedhal] alle Suore della Croce. Questa sua decisione ha infastidito i primi gestori della casa e da lì è iniziata la campagna accusatoria contro di lui».

    Parla una vittima

    Il discorso del patriarca e la ricostruzione che egli fa della vicenda fanno infuriare le vittime. Una di esse, libanese, di cui per ora è bene tacere il nome, ad Adista racconta assai diversamente i fatti riportati da p. Labaki: «Oltre ad aver stuprato ragazze minorenni fuori dal suo foyer fondato in Francia [chiuso nel 1998], Labaki lo ha fatto anche all’interno di questo foyer [in Libano, chiuso nel 2011] che raccoglieva maschi e femmine orfani. Tra questi, c’erano anche alcune ragazze francesi di famiglie benestanti, non orfane, una delle quali è stata stuprata da lui quando aveva 12 anni. Gli animatori della casa erano soprattutto donne e ragazze francesi. Labaki ha avuto relazioni anche con loro e soprattutto con una ragazza (è stata la prima ad aver reso la sua testimonianza non solo perché all’epoca minorenne, ma in quanto abbindolata da lui e dal suo potere diabolico di sottomettere sessualmente le donne) alla quale lui era molto attaccato per le sue capacità direttive e per il sostegno economico dei suoi genitori e dei loro amici (il sacerdote è stato sempre sostenuto dalla crema della società francese). Quando ha aperto la casa a Lourdes, ha chiesto a questa ragazza la direzione; in quel momento, lei ha cominciato a capire che qualcosa non andava in tutta quella faccenda di sesso e ha deciso di denunciarlo; per punizione, Labaki ha voluto toglierle la direzione della casa di Lourdes». «Ma ecco dove sta la grande bugia: Labaki è riuscito a convincere i suoi sostenitori che tutto il processo è una campagna di diffamazione contro di lui per aver tolto ai francesi la direzione della chiesa per affidarla ai libanesi».

    Furto delle mail e conseguenze

    Labaki, dopo la conferma della condanna da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede a non celebrare né confessare in pubblico, non si è certo dato pace e, patrocinato da uno dei più grandi, rinomati e certamente costosi avvocati a livello mondiale (Antoine Akl, che tra l’altro ha ricoperto la carica presidente dell’Unione Internazionale degli Avvocati), nel maggio 2014 ha citato in giudizio (civile) in Libano per diffamazione sia le vittime, sia i due rappresentanti del Tribunale ecclesiastico che lo aveva condannato (uno dei quali è mons. Luis Ladaria, segretario della Congregazione vaticana), colpevoli a suo dire di aver manipolato le vittime per poter accusare il prete. La documentazione portata in tribunale era però frutto del furto, avvenuto con l’ausilio di esperti hacker, delle circa 2mila e-mail intercorse tra le autorità ecclesiastiche citate e le vittime, con gli indirizzi praticamente di quasi tutte le persone coinvolte, in Francia, in Libano e ovviamente in Vaticano (v. Adista Notizie n. 19/14).

    Il processo, così viziato da un simile reato iniziale, non poteva approdare che nella irricevibilità della denuncia. Due comunque le conseguenze negative: una piccola per p. Labaki, in quanto è stato sospeso a divinis solo per sei mesi per aver accusato gli avvocati ecclesiastici (inoltre, nel novembre successivo, alla radio libanese ha paragonato i tribunali vaticani a quelli della Corea del Nord); l’altra ben più grave per le persone che hanno sporto denuncia: i loro nomi sono ora noti al sacerdote libanese («l’orco», come è stato soprannominato), e questi è persona così potente, beneficiaria di importanti sostegni all’interno della gerarchia maronita, della classe politica e del mondo degli affari, da generare paura, soprattutto in una società, quella libanese, dove la Chiesa maronita ha un’immagine identitaria nazionale forte. Tanto che – la nostra interlocutrice ci fa due esempi – «la nipote di Labaki», anch’essa abusata dallo zio, per aver testimoniato «è stata rigettata e rifiutata» anche dalla famiglia; e un’altra vittima e testimone libanese «è stata dimessa dal suo lavoro di insegnante di lingua francese dalla direttrice di una scuola a Tripoli (nord del Libano), amica di Labaki. Anche il marito ha perso il lavoro». A destare paura c’è in più un motivo di carattere socio-politico: chi fa emergere negatività del Libano e della Chiesa maronita viene additato quale filo-sionista, un “venduto” al più pericoloso nemico del Paese, cioè ad Israele. Labaki, spiega la “nostra” vittima, «ha giocato su questi registri: sono i sionisti che ce l’hanno con la Chiesa del Libano e che la vogliono distruggere tramite queste accuse a un sacerdote rappresentativo della santità della Chiesa; e c’è il progetto subdolo di distruggere la Chiesa per far trionfare le altre religioni». Insomma, ce n’è di che temere per la propria vita.

    Il patriarca non ascolta le vittime

    Il patriarca Raï, ci dice la nostra interlocutrice, «non ha voluto accogliere e ascoltare nessuna vittima», neanche dopo che, precisa, «gli ho scritto perché ricevesse me e la nipote di Labaki». D’altronde egli ritiene le vittime colpevoli di una campagna di menzogna e ipocrisia contro la Chiesa maronita. Che perciò difende con le unghie e con i denti. Ha buon ascolto in Vaticano? Difficile dirlo. Certo è che è la seconda volta che il gerarca cattolico si reca in Vaticano con il dossier Labaki sotto il braccio, chiedendo la revisione-cancellazione della sentenza della Congregazione per la Dottrina della Fede sul sacerdote. Ma è impensabile che la CdF arrivi a contraddire se stessa; e anche il papa nulla potrebbe fare senza riconvocare il Tribunale.

    Dal canto loro, le vittime chiedono alla Santa Sede, dopo che ha fatto formalmente giustizia condannando «l’orco», di essere salvaguardate dallo strapotere di Labaki facendogli terra bruciata all’interno della Chiesa, restituendo loro dignità e stima sociale. E ce ne sarebbe davvero bisogno soprattutto ora per l’impatto che le affermazioni di Rai hanno avuto in Libano: il discorso del patriarca è stato accolto con grande entusiasmo tra giornalisti che sono pro Labaki e che hanno diffuso il video del suo intervento a prova del “trionfo della verità” dell’innocenza di Labaki. «Non mi sorprenderebbe – è il timore della nostra interlocutrice – se nelle omelie di questi giorni alcuni preti riprendessero il discorso del patriarca per confermare l’innocenza del pedofilo e quindi sconfessare le vittime di fronte a quasi tutti i cristiani del Libano; e dico tutti i cristiani perché la fede dei libanesi è tradizionalista e solo i malati gravi non frequentano le chiese in questi giorni». Ci lascia con quest’ultima considerazione sul sacerdote: «Quest’uomo è potente per due motivi: un sacco di soldi in tasca e un sacco di segreti in pectore».

    * Béchara el Raï, in un’immagine di Piotr Rymuza, tratta dal sito Wikimedia Commons, licenza e immagine originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità dalla licenza potranno essere perseguite.

    http://www.adista.it/articolo/56145

  • A don Ruggeri pena ridotta. CDF mostri che non ci sono “figli di papà”

    A don Ruggeri pena ridotta. CDF mostri che non ci sono “figli di papà”

    “Don Giangiacomo Ruggeri è libero”. Titola così il “Corriere Adriatico”, il quotidiano più diffuso nelle Marche, che spiega: “decaduta anche la clausola che lo teneva lontano da Orciano. La Corte D’Appello di Ancona ha accolto il ricorso presentato dall’avvocato Gianluca Sposito, dimezzando la pena inflitta a don Giangiacomo Ruggeri: un anno, undici mesi e dieci giorni e pena sospesa”. “Il parroco – ricorda l’articolo – era stato condannato per atti sessuali su una tredicenne e atti osceni in luogo pubblico. Il pronunciamento emesso dal presidente della Corte Bruno Castagnoli ha accolto integralmente il ricorso riformando la sentenza di primo grado che lo condannava a due anni e sei mesi, disposta dal giudice Maurizio Di Palma di Pesaro nel dicembre 2013″.
    “E’ questa una vittoria della linea difensiva da sempre portata avanti e riconosciuta in appello – ha commentato il legale Sposito – va sottolineato inoltre come la decisione dei giudici dorici appare assolutamente adeguata al caso e ai fatti che hanno coinvolto il mio assistito. Il dispositivo fa decadere anche le altre misure cautelari precedentemente previste. Don Ruggeri è così libero. La sentenza d’appello, fa decadere quindi automaticamente anche la misura cautelare che imponeva al sacerdote il divieto di dimora ad Orciano, residenza originaria del mio assistito e luogo di residenza della minore”.

    Resta da chiedersi se questa sia giustizia. E da sperare che le norme canoniche (che prevedono per questi casi la riduzione allo stato laicale, perché il sacerdozio non serve a salvare l’individuo ma è un servizio agli altri)  siano applicate in modo serio dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che è competente su questi casi. Riportiamo una dichiarazione dell’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente della Corte d’Appello della CDF, che sembra appropriata a questa situazione: nel caso “in cui un processo civile penale ha trovato il chierico colpevole di abusi sessuali su minori o quando le prove sono schiaccianti, la Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare il caso direttamente al Papa con la richiesta che egli emani un decreto ex officio di dimissione dallo stato clericale. Non vi è alcun rimedio canonico contro tale decreto papale”.

    E Papa Francesco il 27 maggio 2014 nell’aereo che lo riportava da Gerusalemme a Roma fu molto chiaro in proposito: “In Argentina, ai privilegiati noi diciamo: ‘Questo è un figlio di papà’. In questo problema non ci saranno figli di papà. In questo momento, ci sono tre vescovi sotto indagine: sotto indagine, tre, e uno è già condannato e si sta valutando la pena da comminare. Non ci sono privilegi. Questo abuso dei minorenni è un reato tanto brutto, tanto… Noi sappiamo che è un problema grave dappertutto, ma a me interessa la Chiesa. Un sacerdote che fa questo, tradisce il Corpo del Signore, perché questo sacerdote deve portare questo bambino, questa bambina, questo ragazzo, questa ragazza alla santità; e questo ragazzo, questa bambina si fida, e questo invece di portarli alla santità, abusa di loro. E questo è gravissimo! E’ proprio come… farò un paragone soltanto: è come fare una Messa nera, per esempio. Tu devi portarlo alla santità e lo porti a un problema che durerà tutta la vita… Prossimamente ci sarà una messa con alcune persone che hanno subito abusi, a Santa Marta, e poi una riunione con loro: io e loro, con il Cardinale O’Malley che è della Commissione. Ma su questo si deve andare avanti, avanti: tolleranza zero”.

    Edoardo Izzo

  • “Abusata dal prete dell’oratorio”, l’accusa di una suora con l’ok del Vaticano

    “Abusata dal prete dell’oratorio”, l’accusa di una suora con l’ok del Vaticano

    Le violenze subite raccontate in un libro choc. “Ero ragazzina, ora la Chiesa mi ha aiutato a dire tutto”. La confessione dopo aver ascoltato in Duomo l’invito a denunciare del vescovo di Boston O’Malley, chiamato da Scola

    di ZITA DAZZI

    La prima volta, lei aveva 14 anni. Lui, il prete dell’oratorio, 30 di più. “Mi ha fatto sdraiare sul suo grande letto. Io mi ci perdevo, ero magrissima ed esile. Lui aveva modi gentili e paterni. Mi ha invitato a slacciarmi i pantaloni e poi mi ha aiutato a sfilarli, ha fatto lo stesso con le mutandine. Io mi vergognavo, ero tesa e non sapevo come comportarmi. Mi ha aperto le gambe lentamente e mi ha detto: ‘Sei fatta bene’”. Inizia così, un racconto choc di una donna oggi diventata suora, dopo esser stata da bambina abusata per anni dal prete della sua chiesa, un sacerdote ormai morto che operava fino a poco tempo fa nella Diocesi ambrosiana.

    La cruda testimonianza delle violenze subite per sette anni dalla ragazzina è in un libro, “Giulia e il Lupo”, curato da Luisa Bove e pubblicato da l’Ancora, casa editrice legata all’ordine dei pavoniani, con la spinta della Curia di Milano e la prefazione di padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, istituita da Papa Francesco per far luce sugli scandali sessuali e la pedofilia dentro alla chiesa. Il “Lupo” del titolo viene appunto dal nome usato da Bergoglio nei suoi discorsi contro i preti pedofili.

    La donna, oggi 40enne, vive in convento e non aveva mai rivelato le violenze subite a casa del sacerdote prima di questo libro che mette alla prova anche il lettore scafato. “Ogni volta le carezze aumentavano e le sue grandi mani raggiungevano i miei piccoli seni – si legge nei primi capitoli – Un pomeriggio, dopo le prime carezze, mi ha detto che voleva vedermi tutta perché ero bella. Ha iniziato a spogliarmi, un minuto dopo ero completamente nuda, mentre il Lupo mi divorava con gli occhi e non smetteva di accarezzarmi e di baciarmi ovunque. Aveva ottenuto quello che voleva, mentre io ero inerme”.

    Un racconto feroce che la vittima ha trovato la forza di tirar fuori l’anno scorso, a 15 anni di distanza dai fatti, dopo aver ascoltato in Duomo a Milano, l’invito a denunciare gli abusi fatto dal vescovo di Boston O’Malley, chiamato a Milano dall’arcivescovo Angelo Scola perché raccontasse la sua battaglia contro i preti pedofili.

    Come tutte le ragazze abusate da adulti, si sentiva “sporca”, incapace di opporsi al “don” dell’oratorio, il suo confessore: “Era la mia guida spirituale. Dovevo fidarmi. Mi aveva chiesto di più, avevo concesso di più. Di fronte a ogni sua richiesta non sapevo dire di no. Subito dopo, mi pentivo. Il Lupo no. Mi trovavo bloccata da quella confusione mortale. Percepivo che qualcosa di me era come morto, perché riusciva a fare di me e con me tutto quello che voleva”. Dopo anni, finalmente, il prete maniaco si allontana. Ma rimane un dolore sordo nella testa della ragazza, la fatica di vivere, la paura di ogni uomo, l’orrore per il proprio corpo. La decisione di prendere i voti, spiegata in mezzo a pagine che documentano il tormento psicologico, la difficoltà di trovare qualcuno disposto ad ascoltarla e a crederle.

    “Ora si trattava di pronunciare, una volta per tutte, il nome del mio carnefice, rivelare la sua identità. Non lo avevo mai detto, illudendomi così di proteggere me stessa, invece proteggevo lui. Non lo pronunciavo perché mi vergognavo di me stessa”, spiega la suora che, da adulta, ha avuto modo di incontrare ancora altre volte il suo persecutore. “Mi ha detto: ‘Io non ho mai dimenticato. Spero che tu mi abbia perdonato’. Ho risposto d’impulso:

    “Certo, tanti anni fa”. E lui: ‘Questo per me è un grande sollievo’”.

    I ragionamenti nel libro si accavallano, ma le conclusioni sono chiare: “Ho scoperto che il perdono non c’era mai stato, perché c’era la consapevolezza che non eravamo stati due amanti, bensì vittima e carnefice. E la nostra relazione era un abuso e una violenza. Com’era possibile allora perdonare? Non l’ho fatto allora, e neppure oggi”.

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2016/03/20/news/_abusata_dal_prete_l_accusa_di_una_suora_di_milano_con_l_ok_del_vaticano-135913749/?refresh_ce

  • Il 63% dei francesi chiede le dimissioni del cardinale Barbarin

    Il 63% dei francesi chiede le dimissioni del cardinale Barbarin

    Barbarin non convince i francesci

    La maggioranza dei francesi dubita della buona fede del cardinale Philippe Barbarin , l’arcivescovo di Lione accusato di aver occultato dei casi di abusi (al momento tre) avvenuti nella sua diocesi tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso.

    Secondo un’indagine/referendum condotta dalla testata francese Le parisienne, il 63% della popolazione francese crede che l’arcivescovo di Lione, sulla cui condotta pesano tre denunce per aver taciuto sui crimini sessuali commessi da alcuni sacerdoti, dovrebbe dimettersi perché sia fatta veramente giustizia.  La testata, inoltre, accusa Barbarin di aver promosso a responsabile di decanato un sacerdote condannato nel 2007 a un anno e mezzo di carcere con la condizionale per aggressioni sessuali a due donne maggiorenni. Attraverso un comunicato, la diocesi di Lione ha risposto alle accuse specificando che “il giudice ha autorizzato questo sacerdote a proseguire le sue attività parrocchiali” e che “la funzione nel decanato è solo amministrativa”. Tuttavia, per rispetto alle vittime, la diocesi di Lione ha chiesto al prete interessato di prendersi un temporaneo periodo di riposo.

    Questo caso che da qualche settimana interessa la Francia intera, sta manifestando in effetti una scarsa fiducia nei confronti del clero cattolico, soprattutto per quanto riguarda il modo con cui sono stati gestiti i casi di abusi sessuali su minori. L’88% del campione preso in esame ritiene che i problemi sono “ignorati dalla gerarchia della Chiesa”, e l’86% denuncia un’insufficienza nel trattamento dei fatti. Tuttavia, anche se generalmente la popolazione ritiene che i problemi di pedofilia sono comuni nella Chiesa (67%), il 64% dei francesi ammette che i casi di pedofilia “sono presenti egualmente in altre strutture non cattoliche, come scuole o centri esterni”.

    L’arcivescovo di Lione Barbarin, uno dei cardinali più stimati del clero francese e della Chiesa cattolica, da qualche tempo si trova suo malgrado al centro di un caso mediatico-giudiziario che lo vedrebbe parte di quella schiera di vescovi che hanno occultato abusi sessuali e molestie, su minori e non, da parte di chierici. Lui, in particolare, è accusato di aver nascosto gli atti commessi da tre preti della sua diocesi. Il porporato è stato formalmente indagato con le accuse di “mancata denuncia, messa in pericolo della vita altrui e istigazione al suicidio”.
    Nelle ultime settimane al cardinale sono arrivati pochissimi messaggi di solidarietà, anzi in molti, come il premier francese Manuel Valls, hanno sottolineato la necessità di un’indagine specifica per comprovare il suo coinvolgimento.

    Barbarin è accusato in primis di aver coperto gli abusi sessuali commessi da padre Preynat negli anni ’80. Quest’ultimo il 27 gennaio è stato accusato per “aggressioni sessuali su minori inferiori ai 15 anni da parte di persona con autorità”. Il caso è stato denunciato da ex scout, oggi 40enni e 50enni, raccolti in un’associazione “La parole liberee”, che sostengono di essere stati abusati tra il 1970 e il 1990 dal sacerdote della parrocchia di Saint Luc, a Sainte-Foy-lès-Lyon. Le denunce contro il sacerdote sono state presentate nell’ottobre del 2015, quando i fatti denunciati erano ormai prescritti (la prescrizione record scatta 20 anni dopo il compimento da parte del denunciante del 18esimo anno di età) e solo dopo la sospensione ecclesiale di padre Preynat decisa da Barbarin il 18 maggio del 2015. Il gruppo delle vittime, inoltre, ha scritto una lettera a Papa Francesco chiedendo maggiore trasparenza nelle indagini e giustizia per quanti hanno sofferto nel corso di questi anni.

    Intervistato da La Croix, Barbarin si è difeso affermando che una persona cresciuta a Sainte-Foy-lès-Lyon nel 2007 gli ha raccontato dei comportamenti anteriori al 1991 di padre Preynat. “Io l’ho convocato – ha confessato l’arcivescovo – e gli ho chiesto se dal 1991 in poi fosse successa anche solo la minima cosa. Lui mi ha rassicurato: “Assolutamente niente”. Io gli ho creduto. Ho verificato se da allora ci fossero state lamentele o denunce, ma non c’era più stato niente» e così «mi sono fidato dei vescovi precedenti», che non l’avevano mai sospeso dopo il 1991”. “Quando nel 2014 – continua Barbarin – ho ricevuto per la prima volta una vittima venuta a raccontarmi dei fatti ormai prescritti, ho scritto a Roma e loro mi hanno consigliato di sospendere le funzioni di padre Preynat nonostante fossero passati 24 anni dai fatti. E io l’ho fatto”. Solo in seguito sono arrivate le denunce alla giustizia. Capisco il dolore e la rabbia delle famiglie, ha aggiunto il cardinale, “ma posso dire che da quando sono vescovo ogni volta che mi è stato segnalato un abuso ho reagito immediatamente”.

    Alessandro Notarnicola

  • Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

    È morto Giorgio Mazzoccato, ex parrocco di Arpi Nova e Castelluccio dei Sauri condannato a 6 anni e mezzo per molestie sessuali (il pm chiese 7 anni, ndr) nei confronti di alcuni ragazzini che all’epoca dei fatti (tra il 1989 e il 1996) avevano dai 7 ai 12 anni. Mazzoccato scontò la condanna in un convento di Deliceto. Domani pomeriggio, 22 marzo 2016, si terranno i funerali nella Cattedrale di Foggia. Negli ultimi mesi la Chiesa ha aperto spiragli interessanti riguardo alle questioni legate allapedofilia.

    Lo dimostra il funerale di Jozef Wesolowski, morto ad agosto 2015, mentre era ancora in corso un processo contro di lui per presunti abusi su minorenni e pedopornografia. Il funerale è avvenuto nella cappella del Governatorato vaticano, con rituale laico, senza omelia ma con un lungo momento di silenzio durato una decina di minuti. Un segno di rispetto per le vittime innocenti. La salma di Wesolowski ha poi lasciato il Vaticano per fare ritorno a Cracovia, città d’origine dell’ex vescovo. “Preghiamo per il nostro fratello Jozef, perché il Signore lo liberi dalle tenebre”, si era limitato a dire il celebrante, monsignor Krajewsi, elemosiniere diPapa Francesco. Ma, come detto, nessuna omelia, solo un silenzio imbarazzato. Che la Chiesa stia tentando un nuovo approccio al tema ce lo conferma anche un sacerdote: “Il funerale non va mai negato, ma serve rispetto verso le vittime”. Discorso simile per i suicidi: “La psicologia ci viene incontro. Nessuno può sapere cosa c’era nella mente di quella persona poco prima di togliersi la vita e i parroci non dovrebbero rifiutarsi di celebrare un funerale a chi decide di farla finita”.

    Cosa combinò Mazzoccato: i fatti

    Mazzoccato, in una recente mappa sui preti pedofili tracciata in Italia, risulta essere uno dei tre sacerdoti condannati in provincia di Foggia. Con lui ci sono don Nicolangelo Rossi (Foggia) e don Manfredi Salvatore (Siponto, Manfredonia), entrambi condannati a circa due anni di reclusione con sentenza definitiva. Il caso più grave, però, è proprio quello con protagonista don Mazzoccato, deceduto nelle ultime ore.

    A tre settimane dall’omicidio di Nadia Roccia, a fine anni ’90 Castelluccio dei Sauri tornò sotto i riflettori per le molestie in confessionale avvenute tra il 1989 e il 1996 ad Arpi Nova. Il parroco disse “facciamo in fretta che ho da celebrare messa”, quando vide la funzionaria e l’ispettrice di polizia davanti alla sua abitazione. Pensò che volessero fargli ancora domande su Nadia e sulle due amiche che la uccisero (Annamaria Botticelli e Mariena Sica), notizia della quale preferiva non parlare, tanto da non concedere nemmeno un’omelia al funerale. Davano fastidio quelle due poliziotte a don Giorgio Mazzoccato, parroco dai lunghi capelli grigi che gli scendevano sulle spalle, l’anello al mignolo e la fiammante moto con la quale si faceva notare in giro.

    Ma le due agenti erano lì per un’altra inchiesta: violenza sessuale su bambini. Il parroco era accusato di aver abusato di una decina di ragazzini che andavano da lui in chiesa, che si inginocchiavano nel confessionale o lo seguivano in sagrestia, o magari andavano entusiasti alle gite che il prete organizzava spesso, come pure le partite di pallone. Al momento dell’arresto si rivolse a uno dei tre ragazzi albanesi che ospitava in casa e si raccomandò: “Ricordati di dar da mangiare alle papere. E non dimenticarti di innaffiare l’orto”. Poi alle agenti disse: “Andiamo pure”:

    Quel giorno fu accompagnato in questura, poi lo portarono in carcere. I fatti avvennero ad Arpinova, borgata vicino Foggia, dove lui fu parroco fino al ’96. Gli inquirenti iniziarono ad indagare quando da una procura della Lombardia, dove era in corso un’ampia indagine su violenze ai danni di minorenni, fu inviato un fascicolo dedicato al sacerdote. Il suo nome era venuto fuori lì. La polizia lavorò senza partire da una denuncia, ma poi di ragazzini che riferirono dei loro rapporti con don Giorgio ne sono venuti fuori dieci, e la testimonianza di ognuno sarebbe andata ad incastrarsi perfettamente con quelle degli altri, fino a mettere insieme un quadro di accuse che gli investigatori definirono molto solido. Il prete approfittò spesso dei bambini che frequentavano la parrocchia di Arpinova. In confessionale li avrebbe spinti a parlare di masturbazione o comunque di sesso, e poi ne avrebbe abusato: in sagrestia, nella sua casa, una volta anche senza uscire dal confessionale.

    “E’ un avvenimento doloroso che turba la nostra comunità cristiana, ma siamo sempre fiduciosi nell’operato della magistratura”. Così parlò l’allora arcivescovo di Foggia e Bovino, monsignor Giuseppe Casale. “Siamo tutti profondamente addolorati. È un sacerdote che ha sempre svolto il suo ministero con zelo e carità, in modo che definirei ineccepibile”.

    Ai giornali dell’epoca, una donna che preferì non rivelare il suo nome, disse che la casa di Mazzoccato eraun viavai di bambini della parrocchia che andavano lì a giocare perchè c’erano flipper e biliardini. Ma quando il tempo era bello, sacerdote e bambini andavano in campagna, per il ritiro spirituale. Un’abitudine che il parroco aveva anche ad Arpinova, dove sarebbero avvenute le violenze sessuali.

    La condanna

    Nel gennaio del 2000 don Giorgio Mazzocato (classe ’37), originario della provincia di Treviso ed ex-parroco di Castelluccio dei Sauri, venne condannato a sei anni e mezzo di reclusione per molestie sessuali nei confronti di alcuni minorenni di sesso maschile che all’epoca dei fatti avevano dai 7 ai 12 anni. Scontò interamente la sua pena in un convento di Deliceto, fino al 2007. Nel sito web della diocesi Foggia-Bovino risulta tuttora incaricato nella Casa del Clero di via De Prospero a Foggia.

    Morto prete pedofilo, funerali nella Cattedrale di Foggia. Abusò di minori e fu condannato a 6 anni e mezzo

  • Sesso col prete in oratorio a 14 anni: la suora fa tremare la Chiesa italiana

    Sesso col prete in oratorio a 14 anni: la suora fa tremare la Chiesa italiana

    Lei oggi ha 40 anni, vive in convento, e quando aveva 14 anni è statamolestata sessualmente in oratorio da un prete che di anni ne aveva 30 in più. Il libro-confessione Giulia e il Lupo rischia di far tremare la Chiesa italiana gettando lo sguardo sui misteri e i torbidi segreti dei religiosi. E, clamorosamente, la spallata arriva dall’interno, visto che il libro, curato da Luisa Bove, è pubblicato da L’Ancora, casa editrice legata all’ordine dei pavoniani, con il supporto della Curia di Milano e la prefazione di padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori voluta da Papa Francesco in persona.

    “Le carezze, poi i baci” – È Repubblica a fornire qualche anticipazione del libro, inquietante spaccato su scandali sessuali e pedofilia dentro la chiesa. “Mi ha fatto sdraiare sul suo grande letto – ricorda la religiosa -. Io mi ci perdevo, ero magrissima ed esile. Lui aveva modi gentili e paterni. Mi ha invitato a slacciarmi i pantaloni e poi mi ha aiutato a sfilarli, ha fatto lo stesso con le mutandine. Io mi vergognavo, ero tesa e non sapevo come comportarmi. Mi ha aperto le gambe lentamente e mi ha detto: Sei fatta bene“. Il prete oggi è morto, la bambina abusata per 7 anni è cresciuta ma le ferite dell’anima restano. Anche per questo ha deciso di rivelare per la prima volta il suo dramma: “Ogni volta le carezze aumentavano e le sue grandi mani raggiungevano i miei piccoli seni – si legge nei primi capitoli -. Un pomeriggio, dopo le prime carezze, mi ha detto che voleva vedermi tutta perché ero bella. Ha iniziato a spogliarmi, un minuto dopo ero completamente nuda, mentre il Lupo mi divorava con gli occhi e non smetteva di accarezzarmi e di baciarmi ovunque. Aveva ottenuto quello che voleva, mentre io ero inerme”.

    Il confronto drammatico – Il don era il suo confessore: “Era la mia guida spirituale. Dovevo fidarmi. Mi aveva chiesto di più, avevo concesso di più. Di fronte a ogni sua richiesta non sapevo dire di no. Subito dopo, mi pentivo. Il Lupo no. Mi trovavo bloccata da quella confusione mortale. Percepivo che qualcosa di me era come morto, perché riusciva a fare di me e con me tutto quello che voleva”. Tutto il resto è dolore, vergogna, senso di colpa e omertà fino alla decisione di uscire allo scoperto. Quando, cresciuta, ha incontrato nuovamente il suo carnefice, il confronto è stato drammatico. “Mi ha detto: Io non ho mai dimenticato. Spero che tu mi abbia perdonato. Ho risposto d’impulso: Certo, tanti anni fa. E lui: Questo per me è un grande sollievo“.

  • Pedofilia, suicida padre Elizondo leader del movimento teologia della Liberazione

    Pedofilia, suicida padre Elizondo leader del movimento teologia della Liberazione

    di

  • Pedofilia, Manuel Valls: “Il cardinale Barbarin si assuma le proprie responsabilità”. Lo scandalo nella diocesi di Lione

    Pedofilia, Manuel Valls: “Il cardinale Barbarin si assuma le proprie responsabilità”. Lo scandalo nella diocesi di Lione

    Sullo scandalo nella diocesi di Lione, dove per anni secondo le accuse della magistratura i prelati coprirono un sacerdote pedofilo, interviene ora il premier francese Manuel Valls: “Il cardinale Philippe Barbarin dovrebbe assumersi le proprie responsabilità”.

    Barbarin, attuale arcivescovo di Lione, è indagato dai giudici dopo che un gruppo di vittime ha denunciato il sacerdote Robert Preynat, sospeso dalle funzioni soltanto nel 2015. Lunedì gli ex scout che dicono di avere subito violenze sessuali hanno scritto a papa Francesco per chiedergli una udienza privata.

    I firmatari vogliono “capire” perché si sia aspettato fino al 2015 per sospendere il parroco, in particolare perché l’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin, non abbia preso provvedimenti già nel 2007, quando gli giunsero le prime informazioni sui comportamenti pedofili del prelato.

    Intervistato su radio RMC, il premier Manuel Valls si è detto “colpito e sconvolto” per le testimonianze delle vittime di “questi atti abominevoli”. Soprattutto si rivolge al cardinale Barbarin, accusato di aver coperto i fatti. “Se questo dibattito riguardasse il preside di una scuola (…) che cosa avremmo detto? Saremmo stati implacabili”, ha affermato il primo ministro della Francia, aggiungendo: “Un uomo di chiesa, cardinale, Primate delle Gallie, che ha un’influenza morale, intellettuale, che esercita una responsabilità maggiore sulla nostra società, deve capire il dolore”. “Il solo messaggio responsabile che posso far passare, senza prendere il suo posto, senza sostituirmi alla Chiesa di Francia, senza prendere il posto dei giudici” è che Barbarin deve “assumersi le proprie responsabilità, parlare e agire”, ha concluso Valls.

    Immediata la risposta di Barbarin: “Mai, mai ho coperto un prete pedofilo”, ha dichiarato, ricevendo il supporto della conferenza episcopale francese.

    Nei giorni scorsi Barbarin ha negato di volersi dimettere e ha spiegato che all’epoca delle violenze pedofile non occupava un posto di rilievo nella diocesi: gli abusi risalgono agli anni Ottanta.

    Nel frattempo una nuova denuncia è stata depositata contro Barbarin, accusato di “omessa denuncia” e “messa in pericolo della vita altrui” da un uomo vittima di molestie da parte di un prete, secondo cui il cardinale pur conoscendo la vicenda “non ha fatto nulla per allontanare questo prete dagli altri bambini”.

    Lo rivela il quotidiano Le Figaro, raccontando la storia di Pierre (nome di fantasia), oggi quarantenne, che afferma di essere stato molestato da adolescente, durante dei pellegrinaggi a Lourdes. L’uomo, dopo anni di silenzio, aveva sporto denuncia a carico del prete pedofilo, padre Billioud, nel 2009, ma il reato era ormai prescritto e il caso era stato archiviato.

    In quell’occasione aveva incontrato l’arcivescovo, che gli aveva detto che conosceva la sua vicenda e che sapeva che il sacerdote aveva già subito una condanna per esibizionismo. Barbarin, racconta Pierre, si era “scusato a nome del prete”, ma non aveva preso nessun altra iniziativa “per proteggere i bambini, lo ha lasciato allo stesso posto”. Per questo, l’uomo ha deciso di attaccare in giustizia il prelato, e ottenuto l’apertura di un’indagine preliminare a suo carico. Monsignor Barbarin ha reagito con un comunicato in cui si dice incredulo,e invita “solennemente ciascuno a lasciar lavorare la giustizia” e a rispettare “la presunzione d’innocenza”. Nel frattempo, l’arcivescovado ha assunto un consulente legale per gestire la spinosa vicenda, l’ex portavoce del ministero della Giustizia ed ex giudice d’istruzione Guillaume Didier.

    Le parole di Valls e la vicenda della diocesi di Lione arrivano in contemporanea con la deposizione del cardinale Pell alla commissione australiana incaricata di fare luce sulle responsabilità della gerarchia ecclesiastica cattolica sugli innumerevoli casi di pedofilia nella diocesi di Melbourne e Ballarat, dagli anni ’60 agli anni ’80. Anche in questo caso a far scoppiare il bubbone è stata una associazione di vittime che nelle scorse settimane ha viaggiato fino a Roma per sentire in viva voce la deposizione di Pell.

    http://www.huffingtonpost.it/2016/03/15/pedofilia-valls-cardinale_n_9467008.html