Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Chiesa e pedofilia: il grande bluff di papa Francesco

    Chiesa e pedofilia: il grande bluff di papa Francesco

    Una 14enne violentata da un prete, vittima rimasta senza verità e senza giustizia da parte della Chiesa cattolica e del suo capo, che ha preferito tacere e non agire.

    Una delle novità del pontificato di Bergoglio più diffusamente riprese dai media italiani e stranieri sono le telefonate che il nuovo papa compie a persone comuni di qualsiasi ceto sociale e condizione, uomini, donne, ragazze e ragazzi, sia che scrivano al capo della chiesa cattolica, sia che non gli si rivolgano, ma siano da lui stesso cercati per le ragioni le più diverse. Questa pratica fa indubbiamente parte dell’ampia gamma di strategie di propaganda e informazione messe in atto dal nuovo pontificato per rispondere alla profondissima crisi del cattolicesimo istituzionale contemporaneo. A questo proposito, non sono neppure da trascurare le conseguenze dell’assunzione presso la Segreteria di Stato come advisor alla comunicazione (già durante il pontificato di Ratzinger) del giornalista americano dell’Opus Dei Greg Burke.

    In quest’ottica, a mio parere, vanno inquadrate iniziative quali la diffusione delle prediche quotidiane tenute da Bergoglio a S. Marta (sull’esempio delle famose “chiacchierate al caminetto” di Roosevelt a partire dagli anni trenta negli Stati Uniti). Oppure l’insistenza su temi come il ritorno all’evangelizzazione degli albori del cristianesimo, immagine che allo stesso tempo rimanda indirettamente alla situazione critica, specialmente in occidente, della religione cattolica. Da questo punto di vista, è possibile paragonare, con tutte le differenze del caso, Bergoglio alla figura di Gorbacëv, ma in un senso diverso da come è stato fatto da parte di molti commentatori: come lo statista sovietico cercò, senza successo, di rinnovare il comunismo tornando alla spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, così Bergoglio tenta di richiamare i fedeli alla “spinta propulsiva” (per rimanere nel linguaggio marxista) dell’invito evangelico di Cristo ai suoi seguaci di annunciare la fede.

    Ovviamente, perché tale paragone funzioni è necessario possedere un’autentica visione storica di questi eventi: Gorbacëv non ebbe alcuna intenzione di abbandonare il comunismo, ma cercò di rinnovarlo e “aggiornarlo” in una situazione di assoluta emergenza del sistema, in preda a una crisi strutturale oramai irreversibile, tornando alle origini leniniste (posizione assai chiara nei suoi discorsi e nelle politiche da lui perseguite). Nell’Europa occidentale la sua azione fu invece letta come una proposta di trasformazione radicale dell’Unione Sovietica, dando così vita al mito del Gorbacëv democratico che ha intenzionalmente prodotto il crollo del comunismo. Così Bergoglio a più riprese ha insistito sulla volontà di rispettare l’attuale struttura istituzionale e clericale della chiesa cattolica, presentandosi come “figlio della Chiesa”, operando solo alcuni minimi cambiamenti, spesso più d’immagine che reali, e promuovendo il ritorno all’evangelizzazione senza mettere in discussione il sistema cattolico, ma agendo totalmente entro di esso. Come del resto è naturale per una persona educata, cresciuta e promossa da tale struttura, membro, egli stesso, del governo della chiesa a livello locale e designato come capo dell’intera chiesa cattolica dai suoi colleghi cardinali.

    Anche in questo caso si è diffuso il mito di un papa “democratico”, nel senso di rivoluzionario o riformatore radicale, innovatore e promotore di un sistema e di una struttura differenti, immagine ampiamente sfruttata sia dalla sfera clericale (ma anche laica) della chiesa, sia da molti commentatori e organi d’informazione laici, a tutto vantaggio e interesse della prima (anche se con declinazioni non sempre coincidenti). Diversi segnali fanno tuttavia ritenere che la conclusione potrebbe essere analoga a quella della vicenda del leader sovietico, seppur non con uguale tempistica: l’implosione del sistema clericale e istituzionale che governa la chiesa cattolica di fronte alle esigenze di libertà, dignità, trasparenza e diritti umani che ovunque emergono in maniera sempre più pressante e insistente. Questa divaricazione tra l’immagine propagandata, quella percepita e l’azione reale di papa Francesco appare evidente proprio se si analizzano attentamente le “telefonate papali”, mezzo efficace di promozione del mito. Infatti, a meno di pensare a fantomatiche “intercettazioni” da parte di giornalisti esterni al Vaticano, quando non sono rivelate dagli stessi protagonisti queste chiamate telefoniche del papa a illustri sconosciuti sono abilmente diffuse dall’interno stesso del governo centrale della chiesa cattolica, con una selezione attenta della tipologia dei destinatari e un significativo silenzio sulle chiamate non fatte, sempre in funzione dell’immagine pubblica da coltivare e proiettare.

    In effetti, questa strategia di propaganda entra in crisi e mostra tutte le proprie debolezze nel momento in cui si dimostra incoerente: quando cioè non viene fatta una telefonata che invece moltissimi cattolici (e non solo) si attendevano che avvenisse, anche in tempi celeri. Crisi tale che richiede il silenzio su questo “non evento”, altrettanto significativo quanto gli altri “eventi”. Mi riferisco alla vicenda di don Pietro Tosi. Come è noto, don Tosi, il prete violentatore di una ragazza di 14 anni, è morto impunito a metà gennaio scorso. Ed è morto da sacerdote perché, a norma del diritto canonico e delle norme specifiche vigenti, non è stato ridotto allo stato laicale. In realtà, è sempre possibile per le autorità religiose cattoliche, volendolo, spretare simili criminali, ma ciò, in questo come in altri casi, non è avvenuto. A quanto risulta dalle notizie diffuse, il funerale è stato concelebrato da circa una ventina di sacerdoti, circostanza certamente non consueta. Durante la cerimonia è stata letta una vergognosa lettera del prete violentatore, in cui don Tosi si rivolgeva al proprio vescovo e si diffondeva in considerazioni sulla funzione consolatoria del suo sacerdozio.

    Lettera quanto mai significativa, perché indirizzata alla gerarchia e imbevuta della consapevolezza di essere membro della casta che lo aveva, di fatto, difeso e protetto nonostante il suo crimine. E anche perché piena della convinzione di dover rendere conto solo ai suoi superiori religiosi e al soprannaturale, non a quella ragazza che aveva violentato, né a suo figlio nato dalla violenza, esseri umani devastati nella loro dignità e offesi in modo permanente senza alcuna riparazione. E neanche a tutti i parrocchiani e i fedeli per anni ingannati da un sacerdote abusatore di una minorenne, lasciata completamente da sola senza alcun aiuto economico ad affrontare una terribile violenza e una maternità all’età di 14 anni. Sempre secondo le cronache, don Andrea Turazzi, celebrante principale del funerale e qualche giorno dopo consacrato vescovo della diocesi di San Marino-Montefeltro, durante l’omelia si è riferito al presunto incontro tra il prete Tosi e dio nel “dolore” e nella “polvere”.

    Tralasciamo il fatto che dolore e polvere sono, se mai esistite, conseguenze della scoperta pubblica del crimine compiuto, non del crimine stesso al momento in cui fu commesso. Ciò che colpisce in queste affermazioni è l’assoluta mancanza di consapevolezza della gravità delle violenze e di tutto quanto ne è seguito. Come anche, in filigrana, la persistente volontà di assolvere i criminali solo perché preti. Prova evidente di ciò è il comunicato emesso dal vescovo di Ferrara in occasione della morte di don Tosi. Negri infatti, pur riferendosi alle enormi sofferenze causate da Tosi, ha ricordato anche le opere di bene compiute dal prete. Affermazione sconcertante, se si tiene conto del fatto che proprio quel presunto bene ha consentito a don Tosi di potersi mascherare da persona onesta, compiere indisturbato il crimine ripugnante della violenza su una minorenne, negarlo proteggendosi dietro quella maschera e l’istituzione che per trent’anni l’ha coperto, rimanere impunito per decenni e fino alla morte, una volta che l’abuso è stato pubblicamente provato. Inoltre, il silenzio e l’omertà delle autorità religiose locali e centrali ha impedito di approfondire altre eventuali circostanze: è stato quello l’unico abuso compiuto da quel prete o, come accade in questi casi quasi sempre, ve ne sono altri? La Santa Sede, governo centrale della chiesa cattolica, è stata informata di questo crimine, come farebbero pensare le ripetute dichiarazioni di alcuni protagonisti della vicenda di aver sempre seguito le istruzioni che provenivano da Roma? E soprattutto, si può parlare di dolore e polvere per un simile criminale che ha sempre negato le proprie responsabilità? Ha senso farlo di fronte al vero dolore delle vittime e alla giustizia loro negata?

    Proviamo a immaginare per un momento quale sarebbe stata la reazione della cosiddetta opinione pubblica di fronte ad affermazioni del genere (ha provocato grandi sofferenze, ma anche procurato molto bene) se, invece di un sacerdote, si fosse di un violentatore laico. Ora, le considerazioni sul significato di questa vicenda e di questa morte da impunito di un prete violentatore sono numerose e tutte rilevanti. La storia di don Tosi dimostra che nella chiesa cattolica (come è accaduto in altri casi quali quello di padre Maciel, il fondatore dei Legionari di Cristo, di padre Murphy e dei religiosi dell’Istituto Provolo di Verona violentatori di bambini e bambine sordi e muti) chi stupra una minorenne può morire rimanendo prete. Il fatto che esistano altri casi in cui alcuni sacerdoti vengono invece ridotti allo stato laicale, spinge ad altre considerazioni.

    Se si analizzano attentamente quei casi, è possibile parlare non solo e non tanto di eccezioni, ma anche di decisioni opportunistiche in relazione al contesto locale o nazionale, alla preoccupazione per lo scandalo pubblico, all’età dei criminali coinvolti (criterio per cui praticamente sempre si cerca di attendere la morte dei sacerdoti già anziani riconosciuti colpevoli, piuttosto che spretarli), al potenziale coinvolgimento di altri personaggi oggettivamente complici delle violenze (in particolare dei vescovi e delle autorità religiose non solo locali). Ossia: i criteri in base ai quali la chiesa cattolica decide della gravità o meno di una violenza sono molto diversi da quelli vigenti nelle società democratiche, per quanto imperfette, incomplete e lacunose possano essere le leggi corrispondenti di queste ultime. Inoltre, vicende come quella di don Tosi costituiscono, nel caso specifico, l’ennesimo esempio della violenza contro le donne (con tutte le sue conseguenze) e sui minori da parte di una struttura patriarcale e maschilista mai messa in discussione, come la chiesa cattolica di fatto è. Non vi è dubbio, infatti, che vi sia una responsabilità istituzionale senza la quale un prete violentatore non sarebbe rimasto impunito così a lungo. E’ proprio grazie alla considerazione, allo status sociale garantito dall’essere sacerdote e dall’istituzione di cui ha fatto parte, all’omertà istituzionale di cui ha goduto che don Tosi ha potuto cavarsela e ricevere l’omaggio di un simile funerale al momento della sua morte.

    Non da ultimo, la grave situazione della chiesa italiana, in cui continuano a emergere casi di abusi su minori compiuti dal clero, nella persistente volontà dei suoi vertici di non procedere ad alcuna denuncia una volta che se ne abbia conoscenza. Per tornare al discorso con cui si è aperto questo articolo, è importante prendere in considerazione un altro aspetto di questa vicenda: il grande silenzio di Bergoglio, direttamente chiamato in causa da Erik Zattoni, il figlio della vittima di don Tosi, e anche dal vescovo Negri, nel tentativo, in realtà maldestro, di allontanare le responsabilità dai vescovi che lo precedettero e di rifugiarsi nell’applicazione rigorosa delle norme canoniche previste in questi casi. Si tratta, a mio parere, di un abituale gioco delle parti tra autorità religiose locali (i vescovi) e autorità suprema (il papa), tipico di una struttura altamente gerarchizzata e priva di qualsiasi riferimento efficace ai diritti umani. Ma anche di una smentita clamorosa dell’immagine che il papa sta cercando di presentare di se stesso e della propria istituzione. Infatti, Bergoglio telefona a preti, suore, seminaristi, laici e laiche, amici, persone comuni che spesso gli presentano i propri problemi e le difficoltà che attraversano, ma non a Erik. Papa Francesco, apparentemente così disponibile verso tutti, non ha trovato il tempo di chiamare personalmente il figlio di una ragazza violentata da un prete all’età di 14 anni che reclamava il proprio diritto a una forma di giustizia, per quanto imperfetta, con la riduzione allo stato laicale di quel sacerdote. Di tempo il papa ne ha avuto, essendo stata resa pubblica la richiesta di Erik diversi mesi prima della morte di don Tosi.

    Eppure, è mancato qualsiasi intervento pubblico del capo di una chiesa che a livello locale, ma anche centrale, ha una chiara responsabilità in vicende come questa, se non altro proprio per la mancanza di un simile intervento. Tuttavia, Bergoglio ha trovato invece il tempo di promuovere uno dei vescovi a pieno titolo responsabili della copertura di don Tosi, cioè Paolo Rabitti, a membro della Congregazione dei vescovi. Quale sarà mai la competenza dimostrata da don Rabitti per meritare questa carica? E soprattutto, quali i criteri che utilizzerà nella scelta, insieme ai suoi colleghi, dei candidati all’episcopato (la principale competenza di questa Congregazione)? Forse la fedeltà istituzionale, ossia l’omertà e il silenzio di fronte ad analoghi crimini? Evidentemente, intervenire pubblicamente sulla vicenda di don Tosi, secondo queste strategie di propaganda, avrebbe significato esporsi oltre ogni limite in una questione così delicata per la chiesa cattolica come gli abusi commessi dai suoi preti e dalle sue suore. Anche solo operare in silenzio la riduzione allo stato laicale di quel prete, sarebbe stata una manifestazione di attenzione “esagerata” e un precedente pericoloso, che magari avrebbe aperto la strada ad altre richieste di giustizia in tanti altri casi. Vengono in mente le parole che De Andrè mise in bocca al ladrone sulla croce accanto a Gesù: «ma forse era stanco, forse troppo occupato e non ascoltò il mio dolore. Ma forse era stanco, forse troppo lontano, davvero lo nominai invano».

    Con una grande differenza: qui non c’è nessun ladrone, nessun dio e nessun cristo crocefisso, ma solo due vittime (una ragazza di 14 anni violentata da un prete rimasto impunito e coperto dai suoi superiori, divenuta madre a causa dello stupro, e suo figlio, rimasto di fatto senza padre per la vigliaccheria, l’arroganza e l’impunità del sacerdote criminale), un colpevole (il prete violentatore) e molti complici (tutti coloro che a diversi livelli lo hanno coperto e protetto). Le vittime sono rimaste senza verità e senza giustizia da parte della chiesa cattolica e del suo capo, il papa, che ha preferito tacere e non agire.

    Tommaso Dell’Era, Fondazione Critica Liberale

  • Onu versus Vaticano: i cattolici devoti all’attacco

    Onu versus Vaticano: i cattolici devoti all’attacco

    Dalle pagine del Foglio parte una controffensiva contro il rapporto delle Nazioni Unite che accusa la Santa Sede di violazione dei diritti dell’infanzia.

    Cecilia M. Calamani

    Sembrava strano il silenzio delle retroguardie cattoliche italiane, quelle costituite dagli intellettuali o sedicenti tali per intenderci, sull’atto di denuncia dell’Onu contro la Santa Sede a proposito dellaviolazione dei diritti dell’infanzia. Sembrava strano che non serrassero le file per un contrattacco. Che per l’appunto è arrivato.
    A lanciarlo, senza dover sforzare troppo la fantasia, è il Foglio diretto da Giuliano Ferrara. Un manipolo di firme della cultura italiana chiede a papa Francesco, in una lettera, di aiutarli «a promuovere una controffensiva di preghiera, di azione pastorale, di idee». Perché la Chiesa cattolica non deve «subire il ricatto delle avanguardie fanatizzate del mondo secolare sulla questione dell’infanzia» da parte di «tribune falsamente universaliste e falsamente umanitarie» che «pretendono di smantellare lo spazio pubblico e privato dell’educazione cristiana a colpi di leggi neogiacobine e di pronunciamenti solenni». Neanche a dirlo, queste «tribune» sarebbero costituite da coloro che «fanno un idolo contemporaneo della contraccezione, del rifiuto della maternità e paternità e dell’eugenetica».

    Chi ha letto il Rapporto sa quanto sia preciso e minuzioso, cosa denunci e quali azioni chieda alla Santa Sede nell’ambito dei diritti dell’infanzia. A iniziare dalla violazione sessuale, che si è consumata sistematicamente per decenni nel silenzio e nell’omertà, per finire al divieto pastorale di accesso alla contraccezione e all’aborto e alla discriminazione dell’omosessualità. Ora, questi sono fatti, non idee. Richieste di rispetto dei diritti basilari, non «ricatti», come li definiscono i firmatari. Il Vaticano ha ratificato la Convenzione Onu sui diritti del fanciullo nel 1990 e non l’ha rispettata, come affermano le Nazioni Unite. Avrebbe potuto non firmare – così come non ha mai aderito alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e alla analoga Convenzione europea – e si sarebbe risparmiato una legittima operazione di controllo sul suo operato. Stare, o far finta di stare, dalla parte dei paesi civili non è solo un’operazione di facciata, ha un prezzo.

    C’è solo da sperare che Bergoglio risponda all’appello di Ferrara e amici per dichiarare ufficialmente da che parte sta. Perché non ci sono molte scelte: o si sta con i diritti o li si negano. Se Città del Vaticano, pur da Stato teocratico, non modifica dottrina e legislazione interna, perde il treno della civiltà. La cultura medioevale che promuove è incompatibile con ogni moderno concetto di diritto, libertà e non discriminazione.

    Cecilia M. Calamani

  • Pedofilia. Arrestato collboratore dell’arcivescovo Jozef Wesolowski., nascosto in Vaticano

    Pedofilia. Arrestato collboratore dell’arcivescovo Jozef Wesolowski., nascosto in Vaticano

    Pedofilia: prete arrestato in Polonia, era in servizio a Santo Domingo.

    (ASCA) – Roma, 17 feb 2014 – La polizia polacca ha arrestato un prete cattolico sospettato di atti di pedofilia compiuti nella Repubblica Dominicana. L’uomo, 36 anni, identificato solo come ”Wojciech G”, prestava servizio presso la capitale dello Stato Caraibico ed era finito nella stessa inchiesta che ha riguardato il 65enne arcivescovo Jozef Wesolowski, ex inviato della Santa Sede a Santo Domingo, sospeso dalle sue funzioni nell’agosto scorso da papa Francesco che lo ha riconvocato in Vaticano. ”Wojciech G”, intervistato dai media polacchi, ha negato qualsiasi responsabilita’, sostenendo di essere stato incastrato da una banda di trafficanti di droga locali. La Chiesa cattolica in Polonia affronta proprio questo mese la prima causa civile per danni dovuta ai casi di pedofilia, con una richieste di risarcimento di 47.500 euro avanzata da un ragazzo di 25 anni, ”Marcin K”, che fu molestato da bambino. (fonte AFP). red-uda/

  • Il vicario difende il prete pedofilo  cacciato dal papa: ira del nuovo parroco

    Il vicario difende il prete pedofilo cacciato dal papa: ira del nuovo parroco

    COMO – A togliere il prefisso «don» all’ex parroco reo confesso di violenze sessuali su cinque ragazzine ci ha pensato papa Francesco. La risposta della Diocesi di Como è stata, nell’ordine, il silenzio del vescovo e una «difesa» del prete pedofilo da parte del vicario episcopale. Troppo, per l’attuale guida della parrocchia, don Roberto Pandolfi, che è uscito allo scoperto attaccando duramente i vertici della Chiesa lariana e chiedendo le dimissioni del braccio destro di monsignor Diego Coletti. Marco Mangiacasale, ex parroco di San Giuliano ed ex economo della diocesi di Como, è stato condannato in primo e secondo grado a 3 anni e mezzo per violenza sessuale su cinque ragazzine minorenni. Attualmente è agli arresti domiciliari in casa della sorella. Prima ancora del terzo grado della giustizia ordinaria, il Papa ha preso una decisione irrevocabile e ha «spretato» l’ex sacerdote.

    Le famiglie delle vittime hanno chiesto a più riprese una parola chiara del vescovo. Nessuna risposta. In compenso, il direttore del Settimanale della Diocesi monsignor Angelo Riva ha pubblicato sul sito ufficiale della curia lariana un intervento in difesa di Mangiacasale. «Non è un pedofilo, non è malato, non è socialmente pericoloso – è uno dei passaggi del testo -. È un peccatore che ha commesso dei crimini per i quali è stato giudicato. È deprecabile che una certa immagine “mostruosa” dell’imputato abbia finito per diventare di pubblica opinione ben al di là della sua reale consistenza».

    Don Roberto PandolfiLa replica dell’attuale parroco di San Giuliano don Roberto Pandolfi, il prete esorcista che ha smascherato gli abusi di Mangiacasale, da sempre vicino alle famiglie delle vittime, è un chiaro atto di accusa contro i vertici della diocesi. «Non so a quale parte della Chiesa di Como si riferisca monsignor Riva – scrive il sacerdote in un intervento pubblicato sul sito della parrocchia -. Forse a quella che frequenta lui, quella dei passi felpati nei sacri palazzi; forse a quella di coloro che pensano che bisogna coprire, nascondere, tacere, che ritengono che lo scandalo non sono gli abusi sessuali di un sacerdote su cinque ragazzine ma l’averli portati alla luce».

    Don Roberto porta invece l’attenzione su un’altra realtà. «C’è un’altra Chiesa di Como. Non sta nelle alte sfere, prega e soffre per Mangiacasale, sa benissimo che un prete fa del bene e fa del male, ma sa chiamare le cose con il suo nome. C’è una Chiesa di Como che si mette in riverente ascolto del Papa. Questa Chiesa è fatta di persone normali, di mamme, papà e nonni che hanno a cuore i loro figli, i loro nipoti, i loro preti e le loro parrocchie. Questa Chiesa rifugge inorridita davanti alle acrobazie dialettiche dei teologi moralisti ed è ben capace di distinguere il bene dal male, senza bisogno di dotte lezioni. C’è una Chiesa di Como che non ha paura della verità».

    E su questa affermazione, il parroco di San Giuliano arriva a chiedere le dimissioni del vicario. Una richiesta che sottintende una condanna altrettanto dura al vescovo di Como. «Aggiungo, da povero prete “badilante”, un consiglio – scrive il sacerdote -. Quando la propria presenza crea disagio e imbarazzo la persona intelligente si tira da parte. Le dimissioni le può dare anche un vicario episcopale, tanto più se occupa quel posto da oltre dieci anni».

    http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/14_febbraio_16/vicario-difende-prete-pedofilo-cacciato-papa-ira-nuovo-parroco-d40b5f76-96f6-11e3-bd07-09f12e62f947.shtml

  • Quel segreto sul prete cacciato: “Il vescovo di Como si deve dimettere”

    Quel segreto sul prete cacciato: “Il vescovo di Como si deve dimettere”

    Con un comunicato stampa la Diocesi ha confermato la notizia della riduzione a stato laicale di don Marco Mangiacasale giustificando il silenzio sulla vicenda come una richiesta di Papa Francesco. Ma le famiglie delle vittime smentiscono: “Era facoltà di Monsignor Coletti decidere se rendere pubblica la sentenza”. E aggiungono: “L’impressione è che abbia confuso il carnefice con le vittime. Alle nostre figlie nemmeno una telefonata”

    COMO – Il vescovo di Como Diego Coletti ha confermato con un comunicato la notizia della riduzione allo stato laicale di Marco Mangiacasale, giustificando il vincolo di segretezza sulla sentenza come un “ossequio alla volontà del Sommo Pontefice”. La dimissione del sacerdote condannato dalla giustizia italiana in primo e secondo grado per abusi su minori è scattata in  Vaticano prima del verdetto finale delle Cassazione ed è stata  accolta da molti come un importante segnale di cambiamento della Chiesa. Ma ha rischiato di passare sotto silenzio.

    Oggi i familiari delle vittime replicano duramente alle parole di Coletti, chiedendone le dimissioni: “La parola ‘segreto’ non è scritta nella sentenza che abbiamo controfirmato, anzi, in conclusione si legge che il Papa dà proprio al vescovo la facoltà di decidere se renderla pubblica per il bene delle famiglie. È stato Coletti a imporre l’obbligo di riservatezza ai presenti e adesso cerca scuse tirando in ballo Papa Francesco”. In effetti in altre sentenze simili di laicizzazione ex officio emesse negli ultimi anni dal Vaticano emerge che la decisione sulla divulgazione spetta sempre ai vescovi. Il Vaticano suggerisce loro di evitare lo scandalo ai fedeli ma gli impone anche di rendere pubblica la sentenza quando possano ancora sussistere pericoli per i minori. In questi documenti non si parla mai di segretezza ma piuttosto di cautela e prudenza.

    La sera del 30 gennaio 2014, dopo la lettura della sentenza su don Marco, i genitori delle vittime hanno chiesto al vescovo di riferire ai fedeli la decisione del Vaticano ritenendo Mangiacasale, oggi agli arresti domiciliari presso la sorella, ancora pericoloso. Ma Coletti si è rifiutato giudicando di dover proteggere dallo scandalo tutte le persone coinvolte pur comprendendo i familiari. “Come può capire il vescovo quello che abbiamo passato?”, lo attacca la madre di una delle vittime. “Come può dire oggi di essere vicino alle famiglie se non si è mai preoccupato di cosa stavamo passando? L’unico di cui si è veramente interessato è stato sempre e solo Mangiacasale. Mentre a noi o alle nostre figlie non ha neppure fatto una telefonata”.

    Le famiglie delle vittime si sentono tradite dall’atteggiamento del loro vescovo che, accusano, ha taciuto le prime segnalazioni su don Marco. “La Chiesa di Como non ha bisogno di un vescovo come Coletti”, spiega con amarezza il familiare di una ragazza, “ma di un uomo che sappia portare avanti la verità”.

    Per due anni questi genitori hanno atteso una sentenza come quella firmata da Bergoglio, che punisse anche il prete, non soltanto l’uomo e che dimostrasse persino ai fedeli più scettici le gravi colpe dell’ex parroco. “Abbiamo avuto l’impressione che il nostro vescovo avesse confuso il carnefice con le vittime. Abbiamo addirittura temuto che si cercasse di dare la responsabilità alle nostre figlie delle colpe di don Marco”. Lo strappo tra Coletti e parte della sua comunità religiosa è profondo. Queste famiglie credono ancora nella Chiesa e hanno rispettato fino all’ultimo il ruolo del loro vescovo. Per lo meno si aspettavano che Coletti, di fronte a una decisione tanto netta da parte del Vaticano su don Marco, cambiasse atteggiamento e capisse la necessità di informare tutti i fedeli della conclusione di questa amara vicenda. “Il vescovo anziché ammettere il proprio errore nella gestione di questa storia, ci ha ordinato il silenzio, ma non possiamo più obbedirgli perché quest’uomo continua a voler imporre solo la sua verità. Ora faccia un passo indietro. Non saremo certo noi”, concludono, “a lasciare la nostra parrocchia, dovrà farlo lui”.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/14/news/famiglie_vittime_vescovo_dimissioni-78551550/

  • DIO PERDONA, BERGOGLIO NO

    DIO PERDONA, BERGOGLIO NO

    DIO PERDONA, BERGOGLIO NO – IL PAPA CASTIGA I PEDOFILI SENZA ASPETTARE I TEMPI DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: RIDOTTO ALLO STATO LAICALE DON MARCO MANGIACASALE ANCORA IN ATTESA DELLA SENTENZA DI CASSAZIONE

    Il sacerdote della diocesi di Como è già stato in appello a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni – E nonostante manchi il sigillo della Cassazione, Bergoglio l’ha buttato fuori dalla Chiesa facendo scazzare il vescovo di Como, Coletti, che s’è sentito “scavalcato” dopo aver difeso a lungo Mangiacasale…

    Marco Ansaldo e Elena Affinito per ‘La Repubblica‘

    Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell’era di Papa Francesco.

    Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant’Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni.

    L’ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti «ridotto allo stato laicale».

    Il provvedimento, giunto dopo l’indagine (Investigatio praevia) del delegato all’inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. «È come una condanna a morte o un ergastolo», dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.

    La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant’Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina delle Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400.

    Commenta la fonte, senza stupirsi: «Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant’Uffizio. Prima da prefetto, e poi da pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista».

    Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio,
    un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia
    ecclesiastica.

    «Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l’educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani». Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione.

    «Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità». La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare.

    Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione «con un’esigenza di trasparenza». Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l’improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

    C’è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote «ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso».

    Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti «come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella». C’è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

    Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall’8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell’era della trasparenza di Papa Francesco.
    (ha collaborato Giorgio Ragnoli)

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dio-perdona-bergoglio-no-il-papa-castiga-i-pedofili-senza-aspettare-i-tempi-della-71785.htm

  • Spretato don Marco Mangiacasale, prete pedofilo, condannato in appello a 3 anni e mezzo, Arrestato nel 2012 su denuncia di 5 minori. Filmati pedoporno con lui protagonista

    Spretato don Marco Mangiacasale, prete pedofilo, condannato in appello a 3 anni e mezzo, Arrestato nel 2012 su denuncia di 5 minori. Filmati pedoporno con lui protagonista

    Vaticano, sentenza lampo per il prete pedofilo Marco Mangiacasale

    Procedura rapida e con esito definitivo: l’ex parroco di Como, don Marco Mangiacasale, ridotto allo stato laicale. E’ il primo caso sotto il pontificato di Francesco

    di MARCO ANSALDO
    CITTA’ DEL VATICANO – Può la giustizia vaticana, su un caso di pedofilia nella Chiesa, arrivare prima di quella italiana con una sentenza definitiva? E apparire così ancora più ferma e inflessibile? Può, nell’èra di Papa Francesco. Lo dimostra un caso risolto di recente dal Sant’Uffizio: quello di don Marco Mangiacasale, il sacerdote della diocesi di Como già condannato nei primi due gradi del processo penale a 3 anni, 5 mesi e 20 giorni di carcere per abusi sessuali su 4 ragazze minorenni. L’ex parroco e poi economo della parrocchia di San Giuliano, con una sentenza firmata dal Papa argentino e dal Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede, monsignor Gerhard Ludwig Mueller, lo scorso 13 dicembre è stato infatti “ridotto allo stato laicale”.

    Il provvedimento, giunto dopo l’indagine (Investigatio praevia) del delegato all’inchiesta, il reverendo Andrea Stabellini come vicario giudiziale, equivale per un sacerdote al massimo della pena applicabile secondo il diritto canonico. “E’ come una condanna a morte o un ergastolo”, dice a Repubblica un attento osservatore di cose vaticane. Ed è una misura che in questo caso la Santa Sede ha preso non attraverso un processo tradizionale, con i testimoni e la difesa. Ma, addirittura, scegliendo la via amministrativa, quella più rapida, visto il grado di certezza del Vaticano.

    La riduzione di don Mangiacasale allo stato laicale è la prima di cui si ha notizia per un sacerdote italiano sotto Francesco. Un altro caso, affrontato lo scorso anno dal Sant’Uffizio, è quello del prete australiano Greg Reynolds. La Congregazione della Dottrina della Fede lavora intensamente: nel biennio 2011-2012 i preti spogliati da Benedetto XVI del loro ministero sacerdotale sono stati circa 400. Commenta la fonte, senza stupirsi: “Questa è la politica, che in un linguaggio laico potrebbe definirsi giustizialista, introdotta da Ratzinger quando da cardinale guidava il Sant’Uffizio. Prima da Prefetto, e poi da Pontefice, pur di reprimere il triste fenomeno ha introdotto una legislazione inflessibile, e in alcuni casi non garantista”.

    Nel documento Papa Francesco e il Prefetto Mueller hanno dato facoltà al vescovo della diocesi di Como, monsignor Diego Coletti, di divulgare la notizia. Il 30 gennaio, un giovedì sera, Coletti ha convocato nel suo ufficio dalle 21 alle 22,30 le famiglie coinvolte. Tutti in piedi, è stata data lettura delle disposizioni della Gerarchia ecclesiastica. “Don Marco Mangiacasale è stato ridotto allo stato laicale, non potrà fare l’educatore nelle scuole cattoliche né partecipare in ogni modo a gruppi o organizzazioni dove siano presenti dei giovani”. Il documento vaticano era già stato sottoscritto da Marco Mangiacasale. I convenuti hanno apposto la loro controfirma. Sedutisi, hanno pregato il vescovo di rendere nota la decisione.

    “Secondo noi, è bene divulgare la notizia. Ci sembra giusto che i fedeli di San Giuliano sappiano come si è concluso il procedimento canonico e che esiste una Chiesa pulita, in cui noi crediamo, capace di rendere giustizia. Ci faccia il regalo, monsignore: sabato 15 febbraio, quando lei verrà in visita in parrocchia, lo dica alla comunità”. La discussione è stata lunga. E piuttosto animata. Ma niente da fare. Coletti ha deciso di mantenere il riserbo sulla vicenda. Persino in un momento in cui, dopo la polemica Onu-Vaticano sulla pedofilia, lo stesso portavoce papale, padre Federico Lombardi, ha ricordato che la Chiesa affronta la questione “con un’esigenza di trasparenza”. Il colpo di scena finale, alla vigilia della visita pastorale del vescovo di Como a San Giuliano, è l’improvvisa comunicazione del monsignore di non poter andare adducendo motivi di salute.

    C’è chi dice che Coletti (il quale contattato da Repubblica attraverso la sua addetta stampa ha preferito non parlare) si sia sentito superato dalla sentenza della Santa Sede. E si possono ricordare le sue parole al momento della condanna di don Marco, quando disse che il sacerdote “ha ammesso i suoi errori e sta seguendo un percorso di riparazione del male commesso”. Forse, dicono in Vaticano, monsignor Coletti, “come fa un padre, puntava ancora a recuperare la propria pecorella”. C’è invece chi dice che il vescovo di Como abbia forse agito a oltranza nella difesa di don Marco, contribuendo per anni a insabbiare il caso prima che venisse scoperto grazie a una dichiarazione di una delle ragazze al nuovo parroco di San Giuliano, don Roberto Pandolfi.

    Marco Mangiacasale, che in attesa della sentenza definitiva della Cassazione ha già scontato dall’8 marzo al 26 maggio 2012 due mesi di isolamento nel carcere del Bassone, a Como, e ora si trova protetto nella casa della sorella, ha risarcito le famiglie, come ha disposto la giustizia civile. Ora, anche quella vaticana è intervenuta. Non ci sono sconti nell’èra della trasparenza di Papa Francesco.
    11 febbraio 2014© Riproduzione riservata

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubbli…icano-78336602/

  • Parla il padre spirituale dei sacerdoti coinvolti nei casi di pedofilia, citato dal medico savonese. “Non avevo capito, adesso vivo nel dolore”.

    Parla il padre spirituale dei sacerdoti coinvolti nei casi di pedofilia, citato dal medico savonese. “Non avevo capito, adesso vivo nel dolore”.

    SAVONA. «Soffro troppo per la nostra chiesa. Per lo scandalo della pedofilia. Porto sulle spalle tutto questo dolore e non ho voglia di parlare. Questa vicenda mi fa ancora oggi troppo male». E un uomo sofferente don Nino Maio, parroco della Villetta, chiamato in causa da Luisa Bonello; il medico savonese che, nell’intervista rilasciata a n-Secolo XIX, ha dichiarato di avere consegnato a Roma, direttamente a Papa Francesco, il dossier sulla pedofilia nella diocesi ligure.

    Don Maio, infatti, è stato padre spirituale di don Nello Giraudo, il prete condannato nel maggio 2012 per abusi, mentre ha accompagnato nel suo inserimento nella parrocchia di Celle don Pietro Pinetto, altro sa-cerdote travolto dalla bufera pedofilia, i cui casi di abuso, sono risultati prescritti. E la Bonello, nel suo-“j’accuse” contro monsignor Vittorio Lupi e contro l’atteggiamento da lei definito omertoso della curia, ha citato proprio don Maio, visto che il vescovo le avrebbe impedito di vederlo e di incontrarlo, nonostante fosse un suo riferimento religioso. “Forse qualcuno temeva che il parroco potesse rivelarmi ulteriori informazioni proprio sulla pedofilia?», la domanda che si era posta il medico savonese, cattolica fervente, presente nell’attività parrocchiale, per diversi anni Ministro dell’Eucarestia, oggi sospesa dal ve-scovo.

    Il giorno dopo lo scalpore suscitato dall’intervento della Bonello, però, il parroco della Villetta fatica a parlare. «Nemmeno sapevo di essere stato citato. Ne avrei fatto a meno», il suo commento. Ma il dolore gli si legge in faccia, pesante come un macigno.

    «Ripeto – dice don Maio, – non ho nulla da aggiungere. Non sto bene, non è facile per chi ama questa Chiesa toccare ancora un argomento di dolore che pesa su tutti noi». Qualche frase per ricordare i giorni in cui aveva seguito Nello Giraudo. «Era impossibile sapere e capire – dice. – Nascondeva perfettamente tutto. Non l’ho frequentato molto. Solo una volta ero andato nella Comuuità di minori che gestiva a Feglino. Avevo sentito nell’aria qualcosa che non mi piaceva. Qualche tempo dopo è scoppiato lo scandalo». Pochi ricordi anche a proposito di don Pinetto. «Il vescovo – dice l’aveva mandato al mio posto alla parrocchia di Celle dove ero parroco e che, per me, era un luogo davvero speciale, dove avevo instaurato un bel rapporto con i fedeli. Lo avevo accompagnato nell’inserimento per un breve periodo, poi l’avevo lasciato e avevo proseguito la mia strada in un’altra parrocchia Non ricordo altro». Parole che don Maio sussurra, quasi non volesse parlare e ricordare. A tormentarlo è la situazione che la città di Savona ha vissuto. «Non posso pensare al dolore delle vittime – dice – senza soffrire anch’io. Per loro quanto per la nostra Chiesa che ha assistito a fatti tanto gravi. Per questo scelgo il silenzio». Ma il dolore è palpabile e l’intervento della dottoressa savonese, che ha consegnato il materiale relativo alla pedofilia savonese a Roma, sembra avere riaperto una pagina dolorosa anche per il sacerdote. Le accuse della Bonello, del resto, risuonano con forza: omertà davanti ai casi di abuso sui minori: episodi noti verso cui non sarebbero stati presi provvedimenti incisivi all’interno della diocesi.

    Tanto da spingere la cattolica savonese a bypassare il vescovo, dopo i numerosi tentativi e le richieste di in-tervento, per co-municare i fatti direttamente a Roma, a un alto prelato e poi a Papa Francesco. Con la garanzia che tutto verrà consegnato alla Commissione pedofilia, istituita dallo stesso pontefice. Una estrema ratio a cui molti cattolici pensavano che mai si sarebbe dovuti arrivare. Don Maio non si esprime e, alla domanda se conosca qualcosa che non è ancora stato detto sulle vicende savonesi, scuote il capo. Poi un sospiro, come a recuperare il fiato e la forza per congedarsi. «Certe drammatiche vicende sono state una pugnalata anche per chi era dentro alla chiesa – il commento. – Non è stato facile capire, scoprire, venire a sapere. Ma, soprattutto, non è facile, forse nemmeno è possibile, accettare quello che è accaduto. Il dolore è immenso. Il pensiero va alle vittime e alla nostra povera Chiesa. Lasciatemi nel silenzio, vi prego».

    Silvia Campese Secolo XIX Savona

  • Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

    Chiesa cattolica e diritti umani: inconciliabili

    Oltre a coprire la pedofilia, la religione nega la sessualità e la libertà di scelta riproduttiva, denuncia l’Onu, mettendone in dubbio la compatibilità con la democrazia.

    Cecilia M. Calamani

    C’è un aspetto importante della replica della Santa Sede al Rapporto Onu sulle numerose violazioni della Convenzione sui diritti del fanciullo da parte della Chiesa. Mentre da un lato il Vaticano ribadisce il suo impegno nella protezione dell’infanzia, facendo ovvio riferimento alle migliaia di casi di pedofilia clericale su cui l’Onu chiede conto, dall’altro mostra stupore e addirittura rincrescimento perché in alcuni punti del Rapporto si intravede «un tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa Cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa».

    Leggendo il Rapporto, non è difficile capire quali siano questi punti: l’Onu chiede una revisione del diritto canonico e dell’insegnamento morale della Chiesa riguardo alla pedofilia, alla confessione (il cui inviolabile segreto, pena la scomunica latae sententiae, ha permesso il proliferare indisturbato degli abusi), alla contraccezione, all’aborto, e alle discriminazioni verso l’omosessualità. Ciò che fa infuriare Oltretevere, in sostanza, non è tanto la richiesta di rimuovere immediatamente e consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze o chi li ha coperti, né di adottare misure più restrittive per individuare i colpevoli. Al Vaticano non va giù la richiesta di modificare la legislazione interna e la dottrina, e giustifica l’irritazione denunciando un presunto tentativo di ingerenza e di violazione della libertà religiosa da parte delle Nazioni Unite.

    Il che porta a farsi un paio di domande. La prima: è possibile che la libertà religiosa di alcuni, un aspetto fondamentale della libertà personale, possa comportare la violazione dei diritti di altri? La risposta è facile: sì. Non serve guardare all’Islam perché, come l’Onu ci fa notare, anche il cattolicesimo non rispetta alcuni diritti umani. La seconda domanda invece è insidiosa: si può istituzionalmente tollerare una religione che promulga la condanna della libera scelta su sessualità e maternità e la discriminazione di intere categorie di persone – i gay ma anche le donne, che non possono accedere agli ordini sacerdotali – contro la legislazione nazionale e tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani?
    Qualsiasi risposta è un autogoal per la democrazia. Se si risponde sì si sta creando una zona franca del diritto, una sfera protetta, quella religiosa appunto, in cui sono lecite la discriminazione e la violazione delle libertà fondamentali. Se si risponde no, invece, si infrange il principio di libertà religiosa, come ci ricorda la replica all’Onu del Vaticano. L’argomento, insomma, è spinoso, perché nell’alveo “religione” può essere compreso tutto e il suo contrario.

    In Italia in particolare siamo in un vicolo cieco, perché riconosciamo l’ordinamento giuridico e morale della Chiesa addirittura nella nostra Carta costituzionale e le permettiamo, in virtù del Concordato, di insegnare ai ragazzi delle scuole pubbliche che l’omosessualità è un inaccettabile «disordine morale», che l’aborto è un peccato tale da portare alla scomunica immediata – anch’essa latae sententiae – della donna e, invece, che l’abuso su un minore è solo un “delitto contro la morale”, come lo definisce il diritto canonico, e non un orrendo crimine su un bambino. E questo per restare nell’ambito delle osservazioni dell’Onu, perché potremmo anche parlare della demonizzazione di altre libertà personali e persino delle distorsioni scientifiche che compromettono la conoscenza e quindi la capacità di scelta, ma lasciamo perdere.
    Ora, che la religione cattolica promuova la discriminazione è un fatto. Perché condanna chiunque scelga in libertà, e contro gli insegnamenti della Chiesa, sulla sua vita. Perché crea un discrimine tra chi è “giusto” e chi non lo è. Perché instilla nelle menti che gli appartenenti alla seconda categoria non possono avere gli stessi diritti degli altri. Perché mischia la morale privata con l’etica pubblica. E a poco valgono esternazioni quali «Chi sono io per giudicare un gay?» di papa Francesco quando a giudicare i gay ci pensano proprio il Catechismo e i documenti della Congregazione della dottrina per la fede. Peraltro il “rivoluzionario” Bergoglio è la stessa persona che non più tardi di un mese fa ha tenuto a precisare che «un bambino battezzato non è lo stesso che un bambino non battezzato».

    Ma torniamo alla seconda domanda, e proviamo a superare l’impasse della risposta con una formulazione diversa: uno Stato democratico che sancisce, giustamente, l’irrinunciabile diritto alla libertà religiosa, può accettare che questa libertà sia lesiva di altri diritti?
    Nel mondo dei sogni una strada per salvare la libertà degli uni e i diritti degli altri c’è. La fede è personale, e come tale rientra nella libertà di opinione garantita da ogni democrazia. L’istituzionalizzazione della fede, invece, se va contro i principi di autodeterminazione e non discriminazione che uno Stato garantisce tramite le sue leggi e la ratifica di convenzioni internazionali, non può essere in alcun modo riconosciuta.
    Ma siamo nel mondo dei sogni, appunto. Al solo immaginare che il parlamento italiano depenni l’articolo 7 della Costituzione e rescinda il Concordato, ci si sveglia.

    Cecilia M. Calamani

  • SAVONA: “Il vescovo sapeva dei preti pedofili”

    SAVONA: “Il vescovo sapeva dei preti pedofili”

    LA COLLABORATRICE DELLA CHIESA ACCUSA: “USATA PER SPIARE LE VITTIME DEGLI ABUSI”

    Di Silvia Campese IL SECOLO XIX 08-02-14

    Nuovo scandalo per la diocesi savonese. A scatenare la bomba, questa volta, un medico piuttosto noto in città, Luisa Bonello, cattolica impegnata, che ha consegnato direttamente in Vaticano, nelle mani di Papa Francesco, il dossier relativo alla vicenda “pedofilia savonese”. Sentenze e documenti della magistratura, lettere a firma dei vescovi, testimonianze delle vittime. Non solo. In un’intervista rilasciata a Il Secolo XIX, la Bonello ha pesantemente criticato l’operato del vescovo Vittorio Lupi arrivando a sostenere di essere stata usata dalla curia per riferire informazioni riferite dalle vittime, alcune in cura da lei come pazienti. Accuse a cui il vescovo Lupi ha risposto con durezza definendo falsità tali affermazioni e parlando di «vendetta personale a seguito della revoca del Ministero dell’Eucarestia». E ha aggiunto: «Non intendo rispondere alle falsità di una persona che, ai miei occhi, non ha il minimo credito», il commento del Monsignore. Ma le affermazioni del medico savonese, riportate nell’intervista pubblicata di seguito, aprono nuove ombre sulla diocesi.

    Dottoressa Bonello, perché è andata in Vaticano e ha voluto consegnare di persona il materiale riguardante la pedofilia nella nostra diocesi?

    Perché ero stufa di vedere la mia Chiesa, la mia Diocesi ridotte così.

    Che cosa è accaduto durante quei giorni?

    Sono stata tre giorni in Vaticano, a Santa Marta, nella residenza di Papa Francesco, e ho incontrato ripetutamente il Papa. Si mangiava insieme, nella stessa stanza. Al tavolo mi è capitato di essere accanto all’ex vescovo di Savona, il cardinale Domenico Calcagno, mentre ho incontrato un alto concittadino, il fratello di don Giuseppe Militello, organista, oggi assunto in Vaticano.

    Quale materiale ha consegnato?

    Tutti i documenti di cui ero in possesso e dove si evince con chiarezza l’omertà dei vari vescovi che si sono succeduti, le responsabilità dei preti pedofili, con i riscontri legali della magistratura e le testimonianze delle vittime. Mi è stato assicurato che tutto il materiale verrà consegnato alla Commissione antipedofilia del Vaticano.

    Vedremo presto i risultati?

    Presto non lo so, perché la Commissione si occupa dei reati di pedofilia compiuti in tutto il mondo. Molti, purtroppo. Spero, però, il prima possibile, anche perché è urgente un intervento per salvare la nostra diocesi.

    Perché ha deciso di parlare proprio ora?

    Perché soltanto di recente ho preso coscienza del fatto che il Vescovo mi usava. Mi usava per sapere che cosa sapevo della vicenda pedofilia. Mi chiedeva di riferirgli tutte le notizie, tutte le informazioni di cui ero venuta a conoscenza dalle vittime. Ma lui sapeva già benissimo tutto. Era omertoso. Pensavo, riferendo a lui, di prestare un servizio alla mia Chiesa al fine di combattere l’orrore della pedofilia. Purtroppo, però, il suo fine non era quello.

    Si è rivolta mai a qualche altro prelato ligure?

    Visto che dal Vescovo non ottenevo riscontri, ho mandato una lettera a Cardinale Bagnasco contenenti le stesse informazioni che avevo già riferito a Lupi. Dicendo che, nella mia diocesi, invece di ricevere un aiuto nella battaglia, ho trovato soltanto omertà. Tali concetti sono stati riferiti al Vescovo Lupi.

    I suoi rapporti con il vescovo sono, di recente, cambiati in modo negativo.

    Da quando ho iniziato a occuparmi in modo approfondito della vicenda pedofilia, Monsignore ha iniziato a colpirmi negli affetti più cari. Prima di tutto mi è stato revocato il ministero della somministrazione dell’Eucarestia. Era una cosa a cui tenevo profondamente portando conforto ai miei pazienti in ospedale, spesso in gravi condizioni di dolore. Ma non è tutto. Mi ha allontanato dal mio padre spirituale, Don Nino Maio, a cui ero legata da una profonda amicizia oltre ad essere il suo medico personale

    Perché il Vescovo avrebbe dovuto agire in questo modo?

    È difficile dirlo. Questo è un pensiero mio non suffragato da nulla, ma che mi sento di riferire. Don Nino Maio è stato molto vicino a due preti responsabili di abusi sui minori. Era padre spirituale di Don Nello Giraudo e ha sostenuto per due anni don Pinetto aiutandolo a inserirsi nella comunità di Celle Ligure dove è parroco.

    Ha motivi di pensare che Don Maio sia a conoscenza di aspetti inediti relativi alla pedofilia nella chiesa savonese?

    Sì, credo di sì. E penso anche che sia questo il motivo per cui il vescovo mi ha allontanato con provvedimenti così severi dal sacerdote.

    Dottoressa, lei ha conosciuto direttamente vittime di pedofilia clericale?

    Sì. Due, in particolare, sono miei pazienti.

    Queste persone hanno le hanno mai riferito di avere denunciato i sacerdoti e di avere cercato di rompere il muro dell’omertà?

    La vittima più adulta, un uomo sessantenne, non ha mai fatto in pubblico il nome del suo abusatore, che peraltro oggi non è più vivo. La sua vita, però, è stata segnata in modo devastante, tanto che ancora oggi entra e esce dalla Psichiatria. Poi c’è un ragazzo giovane, oggi trentacinquenne, che non è mai riuscito è riuscito a ricostruirsi davvero una vita.

    Ha riferito di questo ragazzo al vescovo?

    Si, di questa persona si.

    E il vescovo?

    Mi stava a sentire ma non ha mai fatto niente. Pur sapendo da anni cosa stava succedendo.