Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • NIENTE SCONTI ALLA GIUSTIZIA LA VIA DI UNA CHIESA CREDIBILE

    NIENTE SCONTI ALLA GIUSTIZIA LA VIA DI UNA CHIESA CREDIBILE

    Doveva per forza iniziare da lì il difficile lavoro del nuovo Presidente della Conferenza episcopale italiana e da lì giustamente è iniziato. È lì infatti che ogni altra azione della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo trova oggi il suo criterio di verifica: nel coraggio e nella determinazione con cui viene affrontata la questione degli abusi sessuali del clero cattolico, in particolare sui minori.

    Nella sua prima dichiarazione dopo la nomina papale il cardinale Zuppi ha affermato di sognare una Chiesa che “sta per strada nella Babele del mondo”, bellissimo proposito la cui condizione essenziale è data dalla più trasparente operazione di pulizia in casa propria. La cosa si spiega da sé perché “se la Chiesa non rispetta i diritti umani non può predicare il Vangelo”, come afferma con logica cristallina la lettera pubblica inviata ai vertici della Chiesa italiana (qualche giorno prima della nomina di Zuppi) dal “Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia”, tra cui in primo luogo il “Comitato Vittime e Famiglie”.

    Tale coordinamento ha scelto di chiamarsi all’inglese (ormai sembra inevitabile) #ItalyChurchToo, ovvero “Anche la Chiesa italiana”, laddove la congiunzione “anche” rimanda all’azione intrapresa ormai da tempo dalle Chiese cattoliche di non pochi altri paesi, tra cui in primo luogo Francia e Germania, e invece finora assente in Italia. A questo riguardo Zuppi ha dichiarato: “Sugli abusi abbiamo scelto una strada nuova, una strada italiana”, volendo così distinguere l’approccio della Cei. Il che significa che a differenza degli altri paesi in cui la Chiesa cattolica per l’analisi delle denunce si è totalmente affidata a centri di ricerca indipendenti, la Cei prevede, come dichiara il suo comunicato stampa finale, che l’analisi “verrà condotta in collaborazione con Istituti di ricerca indipendenti, che garantiranno profili scientifici e morali di alto livello”.

    Dire “in collaborazione” è ben altra cosa che affidare totalmente l’analisi delle denunce a istituti indipendenti: significa mantenere nelle mani della Chiesa la regia delle operazioni. Il fatto però che vi sia una collaborazione con istituti indipendenti mette al riparo almeno sulla carta dal fare tutto in casa propria con il rischio quanto mai reale di confondere giudice e imputato, e di preoccuparsi più dei preti abusatori che dei bambini abusati, come finora troppo spesso è avvenuto. È chiaro quindi che la bontà di questa “strada italiana” la si dovrà giudicare vedendola all’opera, verificando anzitutto l’effettiva indipendenza di tali “Istituti” al momento sconosciuti e poi verificando il grado di coinvolgimento delle persone che fanno capo a #ItalyChurchToo, perché è evidente che non vi può essere migliore garanzia del loro benestare alla conduzione delle indagini e ai relativi provvedimenti. Sarà il prossimo futuro insomma a farci capire se la ricetta della nuova Cei di Zuppi produrrà veramente qualcosa di più saggio e di più efficace dal punto di vista umano ed ecclesiale rispetto a quanto compiuto Oltralpe o se invece al contrario tutto si risolverà nell’ennesima soluzione “all’italiana”, come quelle a cui purtroppo siamo abituati in ambito giudiziario con anni e anni di indagini che spesso finiscono nella “notte in cui tutte le vacche sono nere” (per riprendere una delle più celebri frasi della storia della filosofia che costò a Hegel la definitiva rottura dell’amicizia con Schelling).

    Una cosa però è del tutto sicura: una Chiesa che voglia raggiungere il cuore di tutti, come scrive Zuppi, non può che essere per tutti credibile, e per essere credibile non c’è altra via che mettere ordine, pulizia, giustizia e, se è il caso, rigore al proprio interno. Il nuovo presidente della Cei ha detto che intende “ascoltare le domande di tutti, ascoltare davvero e farsi ferire dalle domande”. È una bellissima espressione: farsi “ferire” dalle domande. Ma in che modo ci si fa ferire dalla domanda di un genitore che chiede com’è stato possibile che il suo bambino o la sua bambina sia stato violentato nel modo più turpe e vigliacco da colui al quale l’aveva affidato con fiducia e speranza credendo al suo abito e alla sua missione? Quelle ferite la Chiesa italiana le deve veramente assumere su di sé, impegnandosi senza sconti per la giustizia, come ha stabilito nel 2019 papa Francesco con il motu proprio Vos estis lux mundi che sancisce l’obbligo morale e giuridico di segnalare gli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili.

    Ma c’è un’altra cosa da mettere in luce: quanti sono i preti che si macchiano di questi delitti tradendo nel modo più vergognoso la loro missione? I dati oscillano tra l’1,5 e il 5 percento del totale, ma qualunque sia la loro effettiva entità si tratta in ogni caso di una minoranza (che peraltro commetterebbe all’incirca l’1 percento del totale dei reati di pedofilia in Italia). Il punto però è che questa minoranza discredita ampiamente il lavoro e la missione di tanti onesti sacerdoti, alcuni dei quali sono da considerarsi più che onesti, direi eroici, per non dire santi, come io ho la fortuna e l’onore di conoscere, e di gioire della loro amicizia. Ed è anche per salvaguardare l’onore di questi preti che l’azione della Cei deve essere severa e senza sconti verso i colpevoli.

    Penso insomma che il fronte sia triplice: 1) giudiziario: consistente nel consegnare alla giustizia i colpevoli; 2) terapeutico e riparativo: consistente nel rendere giustizia alle vittime aiutandole il più possibile a riparare le profonde ferite psichiche e spirituali; 3) pedagogico: consistente nell’impostare una formazione e uno stato di vita dei sacerdoti che li metta il più possibile al riparo dal cadere in questi abissi.

    Gli abusi sessuali del clero sono sul punto di costituire la fine della Chiesa cattolica, la caduta libera della sua credibilità di madre e maestra, educatrice per secoli delle giovani generazioni. Perché la Chiesa si salvi e sopravviva a questo gigantesco tzunami di livello mondiale occorre che inizi a considerare se stessa meno importante delle vittime e meno importante della giustizia. Che inizi a considerarsi meno importante in generale, una struttura di servizio e non di potere, finalizzata non al proprio bene ma a un bene più grande che è il bene del mondo. Gli abusi sessuali del clero su bambini innocenti sono il pericolo mortale che la Chiesa sta affrontando, ma, come scriveva il poeta del romanticismo tedesco Friedrich Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. E il cardinal Zuppi, per molti ancora don Matteo, ha le carte in regola per far capire agli altri vescovi e a tutti i preti che cosa è veramente importante.

    l’articolo del prof. #VitoMancuso su #LaStampa di sabato 28 maggio

  • Le vittime di pedofilia chiedono al nuovo capo dei vescovi di cambiare linea

    Le vittime di pedofilia chiedono al nuovo capo dei vescovi di cambiare linea

    Sul tavolo della 76esima assemblea generale della Cei, oggi in chiusura, c’è un dossier che scotta, quello degli abusi nella Chiesa. Sarà proprio questo il nodo gordiano che il neopresidente dei vescovi, il cardinale Matteo Maria Zuppi, salutato come l’emblema del cambiamento, sarà chiamato ad affrontare. Infatti, mentre nel mondo cattolico deflagra lo scandalo della violenza sui bambini e sulle religiose, in Italia dai vescovi ancora non arriva una chiara ammissione di responsabilità, né tantomento la determinazione a fare chiarezza, aprendo gli archivi vaticani e dando il via a una radicale operazione di trasparenza che finalmente renda giustizia alle vittime.

    Stavolta, però, non basteranno le solite generiche dichiarazioni sulla lotta alla pedofilia nelle parrocchie, come ha fatto lo stesso ex presidente Gualtiero Bassetti nel suo discorso introduttivo ai lavori dell’assemblea, quando ha ripetuto che la Cei conferma il suo impegno per la tutela dei minori e la promozione di «una migliore conoscenza del fenomeno degli abusi per valutare e rendere più efficaci le misure di protezione e prevenzione».

    Parole troppo vaghe, sulla linea di quelle pronunciate dallo stesso Bassetti a inizio anno quando, in seguito ai dati drammatici arrivati dalla Francia e dalla Baviera sulla pedofilia nel clero, aveva magnificato il lavoro dei Centri di ascolto diocesani e aveva ammesso la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta sugli abusi, purché interna alla Chiesa. Un’ipotesi che il coordinamento Italy Church Too, la rete di associazioni nata proprio per chiedere che siano dati finalmente ascolto e visibilità ai sopravvissuti alle violenze clericali, rifiuta radicalmente perché non risponde al necessario principio di terzietà, che esclude la possibilità di essere al contempo giudici e imputati.

    Proprio stamattina alle 11 a Roma, nella Sala stampa estera, Italy Church Too tiene una conferenza stampa sulle richieste di giustizia per le vittime dei sacerdoti abusanti, anticipate in una lettera alla Cei diffusa il 23 maggio. I firmatari chiedono «un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes», e che vengano aperti «canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano». Viene rivendicata anche l’applicazione delle norme prescritte da papa Francesco nel motu proprio Vos estis lux mundi, che stabilisce fra l’altro per preti e vescovi l’obbligo di segnalazione degli abusi alle istituzioni ecclesiastiche. Infine, no alla prescrizione per i reati di abuso sessuale e sì all’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, anche per il clero e il volontariato nelle istituzioni ecclesiastiche. La lettera ha registrato un fiume di adesioni: a sottoscriverla sono vittime inascoltate, cittadini indignati, sacerdoti, intellettuali, segno di un desiderio di verità che attraversa il paese. Fra le firme anche quella dello storico Mauro Pesce, del filosofo Augusto Cavadi e del teologo Vito Mancuso.

    Intanto lo scorso 5 maggio, nella giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia, proprio la Cei in qualità di “invitato permanente” è entrata a far parte dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile, istituito presso il Dipartimento per le politiche della famiglia. Sulla spinosa questione degli abusi sui minori, Stato e Chiesa sono andati finora a braccetto: d’amore e d’accordo sulla strada da seguire, che ancora una volta pare essere quella, tutta italiana, di lavare i panni sporchi in famiglia. L’Osservatorio, presieduto dal Capo del Dipartimento, Ilaria Antonini, è per la verità poco più di una stanza vuota senza arredi: istituito nel 2007, non ha funzionato che pochi mesi, senza fornire i dati promessi sulla pedofilia nel nostro paese, e men che meno azioni di prevenzione del fenomeno. Ora viene resuscitato, con un nuovo “Piano nazionale di prevenzione e contrasto dell’abuso e dello sfruttamento sessuale minorile”, un vasto programma di iniziative di sensibilizzazione e formazione che però ancora una volta non contempla il coinvolgimento delle vittime.

    L’assenza dei sopravvissuti agli abusi è il dato più eclatante anche nelle iniziative ecclesiastiche: «La Chiesa si riempie la bocca di solidarietà per le vittime ma non le coinvolge – sottolinea Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso – la stessa commissione d’inchiesta ecclesiastica interna è solo un modo per lavarsi la coscienza; lo stesso vale per gli sportelli diocesani, che i vescovi gestiscono senza rendere conto a nessuno. Quanti sono i casi rilevati? Che cosa succede ai responsabili? Non sappiamo niente».

    All’assemblea nella giornata di mercoledì è giunto un messaggio del cardinale Sean Patrick O’Malley, presidente della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, che ha invitato i vescovi a una «conversione pastorale» sulla questione degli abusi, senza cedere alla tentazione di difendere l’istituzione: vedremo se la Cei saprà rispondere all’appello. Ora la palla passa al nuovo presidente: ottimo comunicatore, attento ai poveri e sensibile alla causa della pace, in passato ha già mostrato attenzione per frange marginalizzate nella Chiesa, come le persone lgbt, ma non si è ancora espresso apertamente sugli abusi nella Chiesa. Don Matteo, il momento è arrivato.

  • MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    MILANO; I fratelli don Lucchina e le pericolose leggerezze dell’arcivescovo Delpini

    Una vicenda che ha dell’incredibile riporta alla luce ancora una volta le leggerezze della diocesi Ambrosiana e le recidività del suo arcivescovo, Mario Delpini, promosso tale da papa Francesco dopo aver insabbiato il caso di don Mauro Galli, oggi nascosto nel seminario di Seveso e già condannato in primo grado e in appello dal tribunale italiano, che con molta probabilità vedrà confermata in Cassazione il prossimo 9 giugno la condanna definitiva.

    Un caso che fece molto clamore soprattutto perché malgrado gli insabbiamenti noti in Vaticano, vide papa Francesco nominare Delpini comunque arcivescovo di Milano.

    Ma Delpini ci ricasca, in sprezzo oltre che alla salute dei minori affidati alle sue parrocchie, anche alle direttive di papa Francesco.

    Tutto accade a Milano dove poche settimane fa, a seguito della condanna in primo grado da parte del tribunale diocesano di uno dei due fratelli Lucchina, in questo caso Alberto, la Rete L’ABUSO che è titolare dei procedimenti avviati nei confronti dei due, pubblica la notizia della condanna di Alberto, riportando le dichiarazioni dello stesso tribunale diocesano che nel condannarlo a 5 anni sottolinea al nostro avvocato che il sacerdote che si era autosospeso, è recluso da un anno in un luogo isolato e quindi dovrà scontare solo più 4 anni dei 5 inflitti.

    Pochi giorni dopo la pubblicazione della notizia, diverse segnalazioni dei parrocchiani giungono alla Rete L’ABUSO,qualcuno addirittura ci accusa di mentire sulla vicenda dicendo che don Alberto Lucchina non è affatto sospeso, fa il sacerdote nel quartiere Isola da un anno, insieme al fratello Maurizio.

    Ma i poveri parrocchiani non sanno che anche il fratello di Alberto, Maurizio è stato denunciato per violenza sessuale, quest’altro però non a danno di minori, ma di una donna maggiorenne, con disabilità.

    Naturalmente nella sede operativa della Rete L’ABUSO a Savona lo sesso Presidente Zanardi è incredulo alle segnalazioni che in poche ore diventano parecchie e non si spiega, soprattutto perché in un periodo dove la CEI che è alla vigilia dell’elezione del nuovo presidente sta vantando l’efficienza degli sportelli diocesani, che qualcuno possa avere azzardato una simile idiozia e ordina al distaccamento operativo di Milano un’immediata verifica delle segnalazioni.

    Passeranno meno di 24 ore per accertare che le segnalazioni sono più che fondate. Immediatamente la sede operativa di Savona informerà sollecitamente la Procura Penale e quella minorile di Milano, continuando a presidiare le due parrocchie e scoprendo un terzo parroco don Aurelio, in realtà il titolare delle due parrocchie dove i Lucchina sono nascosti dalla Diocesi.

    E qui l’ultima delle drammatiche scoperte, lo scorso lunedì in una riunione con i parrocchiani si viene a conoscenza che i due fratelli sacerdoti stanno organizzando l’oratorio estivo, ad uno saranno assegnati i ragazzi delle medie, all’altro i più piccini.

    Zanardi

  • Criminalità minorile: settimana decisiva per i vescovi italiani

    Criminalità minorile: settimana decisiva per i vescovi italiani

    I vescovi italiani, a loro volta, decideranno di avviare un’importante indagine sulla criminalità minorile negli ambienti ecclesiali della penisola?

    La questione si ripropone con nuovo vigore quando i vescovi de La Botte si incontrano nella periferia di Roma per una settimana di plenaria, da lunedì 23 maggio a venerdì 27 maggio. Con l’avvicinarsi dell’incontro, le vittime ei loro sostenitori vogliono aumentare la pressione sui membri della conferenza episcopale italiana

    Questa azione inizia con una lettera aperta di Italy Church Too (anche Chiesa italiana), un coordinamento di associazioni nato a febbraio per dare peso a queste richieste. “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, svolta da professionisti credibili e obiettivi, che faccia luce sugli abusi commessi dal clero in Italia”, si legge nella missiva. “Chiediamo l’apertura e la messa a disposizione degli archivi (…), nonché l’istituzione di efficaci canali di collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano. »

    Un libro dagli archivi
    Per i firmatari, la messa in luce del passato deve essere accompagnata da un impegno di riparazione. “Chiediamo che le vittime e le loro famiglie siano ascoltate, accolte e risarcite”, chiedono, così come “l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali” o che i requisiti relativi ai volontari impegnati con i minori “si estendano al clero e ai laici attivo nella Chiesa”.

    Forse ancor più di questa lettera aperta, si tratta di un libro in uscita giovedì 26 maggio che dovrebbe rafforzare la pressione sui vescovi: intitolato Agnus Dei, Gli abusi sessuali del clero in Italia (“Agnus Dei, Gli abusi sessuali del clero in Italia”), il lavoro è stato sviluppato dagli archivi di Rete L’abuso, una piccola associazione che elenca i vari dati sui casi di pedocriminalità commessi da sacerdoti e sulla gestione da parte dei vescovi. “Emerge un quadro molto inquietante, di fronte al quale la Chiesa sembra non muoversi”, promette la quarta di copertina.

    Oltre ai dati utilizzati, la forza del libro deriva dalla personalità dei suoi autori. In prima fila Lucetta Scaraffia, nota per aver fondato e diretto fino alla fine del 2021 Donne Chiesa Mondo, il supplemento femminile dell’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale vaticano. È stato in particolare sotto la sua guida che il supplemento aveva pubblicato nel gennaio 2020 un articolo straordinario sugli abusi commessi contro le suore.

    La possibilità di un’indagine non indipendente
    Un’altra autrice del libro: Franca Giansoldati. Questo vaticanista italiano lavora per Il Messaggero, il principale quotidiano della città di Roma. Papa Francesco ama ripetere di leggere questo quotidiano, suscitando così indirettamente un particolare interesse per gli scritti del giornalista. Il trio di autori è completato da Anna Foa, docente presso la prestigiosa Università La Sapienza.
    «Non è un libro scandaloso, non è un libro contro la Chiesa», insiste Franca Giansoldati a La Croix. Al contrario, deve servire alla Chiesa per dare uno slancio affinché questi fatti non si ripetano. Chiedendo uno studio indipendente che includa una componente storica – necessaria per “comprendere meglio la realtà per affrontare questa ferita” –, la vaticanista si dice però scettica sulle decisioni a venire. “Temo che i vescovi scelgano di fare un’indagine non indipendente basata solo sui dati degli ultimi anni. »

    La scelta del nuovo presidente della Cei
    Oltre a questo argomento, all’ordine del giorno dell’assemblea c’è la nomina del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, che, secondo il suo profilo, sarà determinante nelle decisioni dell’episcopato. Questo nuovo presidente sarà nominato secondo una procedura propria dell’Italia: i vescovi proporranno tre nomi, tra i quali sceglierà papa Francesco. Il papa, però, ha già redatto il ritratto composito del suo candidato ideale, attirando tutti gli sguardi sul cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e in misura minore sul cardinale Augusto Paolo Lojudice, capo della diocesi di Siena.

    Entrambi conosciuti come figure di “preti di strada”, sembrano corrispondere a priori al profilo di vescovi piuttosto favorevoli a un’indagine sugli abusi sessuali. Ma fino a che punto e secondo quali modalità, questo resta ancora tutto da definire… prima ancora di convincere il resto dell’episcopato a intraprendere questa strada.

    https://www.la-croix.com/Religion/Pedocriminalite-semaine-decisive-eveques-italiens-2022-05-23-1201216536?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NEWSLETTER__CRX_URBI&utm_content=20220523

  • “Una commissione indipendente sugli abusi”: l’appello ai vescovi dal comitato anti-pedofilia. “Aprite gli archivi e aiutate verità e giustizia”

    “Una commissione indipendente sugli abusi”: l’appello ai vescovi dal comitato anti-pedofilia. “Aprite gli archivi e aiutate verità e giustizia”

    “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, condotta da professionisti credibili e super partes, che faccia luce sugli abusi compiuti dal clero in Italia, che veda uniti gli sforzi di diverse e altissime professionalità e che utilizzi contemporaneamente metodi qualitativi, quantitativi e documentali”. È la richiesta rivolta alla Conferenza episcopale italiana (Cei) dal Coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica – ItalyChurchToo, nato a febbraio scorso per chiedere “una Spotlight italiana” a nome delle vittime di abusi, del laicato cattolico, di istanze del dialogo interreligioso, della cittadinanza e di alcuni media sensibili. L’appello è contenuto in una lettera consegnata il 10 maggio scorso al presidente uscente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, a tutto l’episcopato italiano, al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, al prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, al prefetto della Congregazione per il clero, Lazzaro You Heung-sik, e al segretario generale del Sinodo dei vescovi, il cardinale Mario Grech.

    Le esperienze in Europa – Il documento viene reso pubblico nel giorno in cui si apre l’assemblea generale della Cei, chiamata a scegliere il nuovo presidente dell’episcopato italiano. Ma durante i lavori – che come ormai tradizione saranno aperti dal Papa – è prevista anche una comunicazione sulle attività e sulle proposte di contrasto agli abusi promosse dal Servizio nazionale per la tutela dei minori. Da mesi, infatti, la Cei discute sulla possibilità di avviare una commissione indipendente sulla pedofilia del clero anche in Italia, sulla scia delle esperienze analoghe realizzate all’estero. Per esempio la commissione Sauvè in Francia, che a ottobre 2021 ha consegnato un rapporto in cui stima 216mila vittime di abusi da parte di 3.200 sacerdoti a partire dal 1950. O il rapporto tedesco choc sull’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, retta dal papa emerito Benedetto XVI tra il 1977 e il 1981: almeno 497 vittime e 235 abusatori nel periodo 1945-2019. O ancora la commissione governativa che sarà istituita in Spagna dopo la maxi-inchiesta di El Paìs, che da sola ha svelato oltre trecento casi di abusi negli ultimi cinquant’anni. In questo senso da ItalyChurchToo mettono le cose in chiaro: “Rigettiamo anticipatamente qualsiasi ipotesi di lavoro condotto con strumenti e risorse interne alla Chiesa stessa, che non avrebbe le caratteristiche di terzietà necessarie e risulterebbe non credibile, carente e in ultima analisi inutile, se non dannosa”.

    “Fino a un milione di potenziali vittime” – “Una vera commissione indipendente sarebbe rivoluzionaria, ma anche molto scomoda. Perché dimostrerebbe che l’Italia è il Paese col più alto numero di preti pedofili al mondo”, dice al fattoquotidiano.it Francesco Zanardi, 51 anni, sopravvissuto agli abusi di don Nello Giraudo – il parroco savonese condannato per violenze su minori – e presidente della Rete l’Abuso, l’associazione delle vittime del clero italiano. “Basta usare la statistica”, spiega: “In Francia i preti sono 22mila e la commissione ha individuato più di tremila pedofili e più di duecentomila abusi. Poiché in Italia i preti sono 52mila, in base a studi indipendenti è ragionevole pensare che i pedofili potrebbero essere il triplo, nove o diecimila. E gli abusati fino a un milione“. Domenica, sul sito di Rete l’Abuso, Zanardi ha criticato la recente partecipazione della Cei all’Osservatorio ministeriale per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia, definita “un lifting generosamente offerto dal governo italiano al clero”: “La pedofilia ecclesiastica non si può paragonare a quella delle persone comuni, perché è coperta da una gerarchia potente. Per questo l’Osservatorio non basta, ma serve una commissione d’indagine ad hoc composta da esperti qualificati, a cui partecipino anche rappresentanti delle vittime. E che sia seguita da una commissione parlamentare in grado di predisporre strumenti legislativi di prevenzione, ad esempio l’obbligo di denuncia per chiunque assista a un abuso, che già esiste in Francia, Germania e Svizzera”, afferma.

    Aprire gli archivi – Le richieste del Coordinamento ai vescovi italiani sono in totale sette. “Chiediamo che siano aperti e resi disponibili gli archivi di diocesi, conventi, monasteri, parrocchie, centri pastorali, istituzioni scolastiche ed educative cattoliche; che siano posti in essere canali di fattiva collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano perché i colpevoli di crimini contro i minori vengano perseguiti”, si legge nella lettera. “Non siamo disposti ad accogliere sinergie con istituzioni statali che non contemplino una seria indagine sul passato, un coinvolgimento diretto delle vittime e una riparazione proporzionata al danno arrecato. È necessario che le responsabilità personali dirette, così come omissioni e indebite coperture, causa di rivittimizzazione delle vittime, siano accertate e rese note, a tutti i livelli, ai fini di una corretta presa in carico delle conseguenze delle proprie azioni, alle quali tutte e tutti siamo chiamati”.

    L’obbligo di denuncia – E ancora: “Chiediamo che si affronti il nodo critico della mancanza di terzietà dei centri diocesani di ascolto esistenti, elaborando una proposta alternativa che offra figure professionali neutrali e competenti, per rendere meno psicologicamente gravosa e più agevole e rigorosa la raccolta di storie e testimonianze. Chiediamo che le vittime e le loro famiglie siano ascoltate, accolte e risarcite, anche finanziariamente, per i danni biologici, psicologici, morali ed economici subiti, pur nella consapevolezza che nulla potrà mai compensare la sofferenza subita. E che siano contestualmente contemplati percorsi di assunzione di responsabilità degli autori di reato davanti alle vittime, in un’ottica di giustizia riparativa. Chiediamo l’applicazione rigorosa delle norme stabilite da Papa Francesco, in particolare contenute nel motu proprio Vos estis lux mundi, che sancisce in primo luogo l’obbligo, morale e giuridico, di segnalazione degli abusi ai danni di minori e di persone vulnerabili, o contro qualunque persona con violenza, minaccia o abuso di autorità”.

    La prescrizione – Infine, il Comitato chiede ai vescovi di farsi “promotori dell’eliminazione dei termini di prescrizione per gli abusi, come già sta avvenendo in altri Paesi: la maturazione della coscienza dell’abuso richiede alle vittime, come ormai attestato anche in sede scientifica, tempi molto lunghi che fatalmente, oggi, rendono prescritta la maggior parte delle denunce”. Per Zanardi, l’estinzione di questi reati “è in contraddizione con la Convenzione Onu del sui diritti dell’infanzia e l’adolescenza, ratificata dall’Italia: in media le vittime hanno tempi di reazione lunghissimi prima di denunciare, anche venti o trent’anni. Così le gerarchie ecclesiastiche sono incoraggiate a tenere nascosti i casi più a lungo possibile, e quando vengono alla luce i magistrati sono costretti a chiedere l’archiviazione”. Infine, la lettera chiede “di estendere anche al clero e al volontariato attivo nella Chiesa l’obbligatorietà del certificato antipedofilia, previsto dalla Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa e ratificata dal Governo italiano, al fine di restituire maggiore trasparenza alle istituzioni ecclesiastiche”.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/05/23/una-commissione-indipendente-sugli-abusi-lappello-ai-vescovi-dal-comitato-anti-pedofilia-aprite-gli-archivi-e-aiutate-verita-e-giustizia/6600770/
  • Con il fallimento annunciato della CEI in Italia il Governo perde la lotta agli abusi sessuali in Europa, la chiesa nel mondo

    Con il fallimento annunciato della CEI in Italia il Governo perde la lotta agli abusi sessuali in Europa, la chiesa nel mondo

    Un gigante con i piedi di argilla e un fallimento negato solo dai media nostrani che fanno spalla, ma quanto sta accadendo in Italia, il paese che suo malgrado ospita da sempre e finanzia lo Stato della Città del Vaticano, dove la religione cattolica, il numero dei preti e dei fedeli è il più alto nel mondo.

    Come verosimilmente il numero di bambini stuprati nelle parrocchie italiane. Un dato di cui lo Stato non si interroga ma che terrorizza la CEI che per questo oggi più che mai invoca ai media la censura.

    Il paese con il Governo più compiacente da sempre e che malgrado l’indicazione degli altri paesi e dell’UE; i più richiami da parte degli organi sovrannazionali che nella sostanza lo accusano di favorire la pedofilia non solo ecclesiastica nel paese, non adempiendo a quegli interventi (l’Italia è stata nuovamente denunciata all’Onu per inadempienza totale alle raccomandazioni del 2019) che sono non solo il fondamento dei vari concordati, ma necessità strutturali alle quali adeguare le norme per il fine che è l’interesse superiore della salute dei minori.

    Tolto il grande pubblico che apprende quanto riportano i media italiani – che in tutti questi anni non hanno mai fatto una sola inchiesta –  i sopravvissuti sono gli unici oggi a fare da ago della bilancia sui fallimenti della Giustizia e alle dichiarazioni della chiesa, soprattutto sulla veridicità dei fatti dichiarati. Sono quelli che ad essa si sono rivolti e vedendosi sbattere puntualmente la porta in faccia in barba ai proclami mediatici degli ultimi anni, sanno concretamente quanto valgano le iniziative dietro alla campagna di Tolleranza ZERO avviata da papa Francesco, una campagna che come Chiesa italiana ha ottenuto nei confronti dei sopravvissuti una Credibilità ZERO.

    Il fatto che non esista un solo sopravvissuto che ringrazia, credo sia drammaticamente significativo.

    Ma quanto è credibile oggi la CEI che da mesi sta avviando in occasione della nomina del nuovo Presidente, una vera e propria campagna mediatica fatta di proclami non ingenui, ma certosinamente ragionati ed in totale malafede, oltre che ingannevoli e indignitosi per l’informazione pubblica che li riporta senza un doveroso contraddittorio, privando di fatto i sopravvissuti italiani, di qualunque possibilità di parola.

    Denunciamo con forza quanto è accaduto qualche giorno fa nella più violenta forma di censura da parte di Avvenire, SIR, Chiesa Cattolica e Italia Viva, relativamente alla ministra Elena Bonetti.

    Con un comunicato congiunto il Governo ha annunciato di aver lanciato un salvagente alla CEI per uscire dal problema della pedofilia. Diciamo “uscire” in quanto il tutto emerge sotto forma di un LIFTING generosamente offerto ancora una volta dal Governo Italiano al clero, nessun accenno a indennizzi o aiuti ai sopravvissuti o pene per i colpevoli e qui la gravità dell’annuncio, contestato dagli stessi che hanno chiesto il diritto di replica all’infausto comunicato, ricevendo il solito silenzio di chiesa e redazioni giornalistiche.

    Un ottimo inizio in perfetto “stampo italiano” che parte con il preoccupante silenzio, non tanto del clero – classico e a cui noi sopravvissuti siamo abituati – ma delle Istituzioni, la Ministra Bonetti, che spero ci scusi se ci permettiamo di far notare, ma non dovrebbe reggere nella sua funzione la tonaca al clero, ma ai cittadini vittime. Le ricordiamo che non siamo a una festa col clero dove si pasteggia a tarallucci e vino, qui si parla dello stupro di bambini, cittadini della Repubblica Italiana.

    Se non si sente all’altezza da Ministro di fare fronte alla situazione può anche cedere la poltrona perché il Popolo italiano non ha bisogno al momento di rappresentanti del clero al Governo, ma di rappresentanti dello Stato, come quelli che stanno reclamando i diritti dei sopravvissuti nel resto d’Europa.

    Purtroppo in Italia la Rete L’ABUSO è l’unica realtà che in questi 12 anni di sistematica latitanza dello Stato, più volte si è trovata a dover fare anche le sue veci.

    L’unica realtà esistente in Italia che in una questione che la riguarda, viene censurata ed estromessa dagli stessi organi del Governo che sostengono di volerla tutelare.

    Credo una ignoranza di Stato non trascurabile.

    Zanardi

  • La Chiesa cattolica italiana al bivio sulle indagini sugli abusi sessuali

    La Chiesa cattolica italiana al bivio sulle indagini sugli abusi sessuali

    Di  – SAVONA, 19 mag. (Reuters) – Francesco Zanardi ha passato gli ultimi 12 anni a documentare abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici in Italia, colmando un vuoto che secondo lui è causato dal rifiuto della Chiesa del Paese finora di avviare un’indagine importante .

    Quando i vescovi italiani si incontreranno la prossima settimana per eleggere un nuovo presidente, Zanardi spera di vedere l’inizio di una resa dei conti attesa da tempo per la Chiesa, i cui leader discuteranno se commissionare un’indagine indipendente sugli abusi simili a quelli condotti in Francia e Germania. leggi di più

    Dal suo appartamento nel centro di Savona, nel nord Italia, Zanardi, 51 anni, gestisce Rete l’Abuso, che possiede uno dei più grandi archivi digitali sugli abusi sessuali d’ufficio nel Paese.

    Trascorre gran parte del suo tempo a cercare documenti giudiziari, rintracciare dove si trovano i sospetti abusatori, parlare con avvocati che lo aiutano con i casi e controllare i suggerimenti delle vittime.

    “Il filo conduttore che ho trovato tra le vittime è che non vogliono che succeda ad altri perché solo una vittima sa cosa ti fa dentro, anche se fuori sorride e sembra normale”, ha detto Zanardi.

    A febbraio, Zanardi e altri otto gruppi hanno formato un consorzio chiamato “Oltre il grande silenzio” e hanno lanciato l’hashtag #ItalyChurchToo per fare pressione sulla Chiesa italiana affinché accettasse un’indagine imparziale.

    La scelta del suo prossimo presidente per un mandato di cinque anni è cruciale perché i vescovi sono divisi sul fatto che un’eventuale indagine su vasta scala debba essere interna, utilizzando risorse esistenti come i comitati diocesani contro gli abusi, o da un gruppo esterno, potenzialmente composto da accademici , avvocati ed esperti di abusi.

    Sono anche divisi sul fatto che debba essere limitato al recente passato o tornare indietro di decenni.

    Un portavoce della Conferenza episcopale italiana ha detto che discuteranno su come procedere quando si incontreranno.

    La crisi mondiale degli abusi sessuali ha causato alla Chiesa cattolica romana un danno enorme alla sua credibilità ed è costata centinaia di milioni di dollari in insediamenti, con alcune diocesi che hanno dichiarato bancarotta.

    La Chiesa italiana, come gruppo, non ha emesso scuse formali e radicali per gli abusi, sebbene i singoli vescovi lo abbiano fatto.

    GIOVANI IN DIFFICOLTÀ

    I gruppi di vittime affermano che per decenni la Chiesa italiana ha affrontato abusi come la maggior parte delle altre Chiese nazionali, trasportando preti predatori da una parrocchia all’altra, riponendo fiducia in una terapia psicologica di dubbi effetti, screditando la vittima e usando il suo potere con le autorità civili per mettere a tacere le cose.

    In un caso, circa 20 anni fa, un vescovo inviò al Vaticano una lettera e un dossier su Nello Giraudo, allora sacerdote accusato di aver molestato adolescenti in un campo e in una casa per minori in difficoltà. Lui e il suo avvocato hanno negato tutte le accuse contro di lui.

    Nella lettera, vista dalla Reuters insieme ad altra corrispondenza e atti processuali, il vescovo ha detto che cercherà “per quanto possibile” di assicurarsi che il sacerdote non abbia più contatti con bambini e adolescenti.

    Ma circa due mesi dopo, il vescovo nominò Giraudo a dirigere una parrocchia in un’altra zona. Gli furono affidati i compiti di celebrare la Messa, visitare i malati, visitare le famiglie e insegnare la religione agli adulti. Ma la lettera di incarico non menzionava il fatto di stare lontano dai bambini.

    Una nota interna diocesana scritta più o meno nello stesso periodo diceva che c’erano sospetti che Giraudo risalisse a più di due decenni fa.

    Il sacerdote è stato sottoposto a terapia psicologica. Un’altra lettera rivelava di aver confidato le sue “tendenze pedofile” a un confratello. Nonostante tutti gli avvertimenti non è stato svincolato.

    Ha lasciato il sacerdozio nel 2010 e nel 2012 un tribunale lo ha condannato a un anno con la sospensione della pena in un patteggiamento per l’accusa di aver molestato un ragazzo di 17 anni in un campo nel 2005.

    Giraudo ha rifiutato di parlare con un giornalista della Reuters che si è avvicinato a lui fuori dalla sua casa di Savona per discutere le accuse contro di lui.

    Zanardi ha detto di essere stato abusato da Giraudo quando aveva 12 anni e in seguito è caduto in anni di depressione e abuso di droghe.

    MIGLIORI INTENZIONI

    Vittime come Zanardi affermano che ci sono centinaia di casi in cui le autorità della Chiesa non sono intervenute, hanno insabbiato o hanno agito troppo tardi per impedire che gli abusi si ripetessero.

    Dicono che un’indagine completa sarebbe un atto di purificazione per la Chiesa in Italia, che storicamente ha avuto un grande potere sulla vita ed è stata considerata intoccabile.

    Padre Hans Zollner, tedesco che dirige il dipartimento di tutela e prevenzione degli abusi sessuali presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, da anni sollecita la Chiesa italiana ad accettare un rapporto indipendente.

    “Possiamo avere le migliori intenzioni, ma finché lo facciamo internamente nessuno ci crederà”, ha detto Zollner.

    I fautori di un’indagine interna affermano che la Chiesa ha le risorse, rilevando che circa il 62% delle 226 diocesi italiane ha istituito “centri di ascolto” dove le vittime e altri possono registrare denunce di abusi, passati o presenti.

    I vescovi, riuniti per cinque giorni a porte chiuse in un albergo fuori Roma, voteranno tre candidati alla presidenza della conferenza e li proporranno a papa Francesco di sceglierne uno tra di loro.

    Francesco ha espresso vergogna per l’incapacità della Chiesa cattolica mondiale di affrontare casi di abusi sessuali e ha affermato che deve rendersi una “casa sicura per tutti”.

    Il mese scorso, ha chiesto un audit annuale per valutare come le Chiese cattoliche nazionali stessero attuando misure per proteggere i bambini dagli abusi sessuali del clero.

    Nel 2019 Francesco ha emesso una direttiva papale che ordina a ciascuna diocesi del mondo di istituire “sistemi pubblici, stabili e facilmente accessibili per la presentazione” delle denunce di abusi sessuali.

    Alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno stabilito procedure anche prima della direttiva, ma altri sono stati lenti a conformarsi.

    Zanardi dice che non gli importa chi viene eletto presidente della conferenza episcopale “purché faccia un minimo di quanto fatto all’estero”.

    https://www.reuters.com/world/europe/italys-catholic-church-crossroads-over-sexual-abuse-investigation-2022-05-19/

  • Cei, Zuppi e Lojudice favoriti dopo Bassetti: pedofilia primo test

    Cei, Zuppi e Lojudice favoriti dopo Bassetti: pedofilia primo test

    Città del Vaticano, 18 mag. (askanews) – La Conferenza episcopale italiana deciderà il proprio presidente, nel corso dell’assemblea generale in programma a Roma da lunedì a venerdì prossimi, 23-27 maggio, che succederà al cardinale Gualtiero Bassetti e dovrà affrontare, quale primo impegno, la questione di un’indagine storica sugli abusi sessuali su minori avvenuti nella Chiesa italiana.

    A restringere il novero dei candidati più probabili è stato papa Francesco, che in un recente colloquio con il Corriere della sera, ha affermato: ‘Adesso la prossima assemblea dovrà scegliere il nuovo presidente della Cei, io cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire: voglio lavorare con questa persona’.

    Sono solo cinque, attualmente, i cardinali italiani con meno di 75 anni: l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori (75 anni), l’arcivescovo de L’Aquila, Giuseppe Petrocchi (73 anni), il vicario per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis (68 anni), l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi (66 anni), e l’arcivescovo di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, Paolo Lojudice (57 anni).

    Questi ultimi due, in particolare, entrambi ex vescovi ausiliari di Roma, entrambi ‘preti di strada’, molto impegnato nella pastorale con rom e migranti Lojudice, un passato nella comunità di Sant’Egidio e una spiccata sensibilità per i temi della pace, dell’ecumenismo e della giustizia sociale Zuppi, sembrano particolarmente in sintonia con Bergoglio, oltre ad aver dato buona prova di governo nelle loro diocesi.

    Qualità particolarmente indicate per quel ‘rinnovamento della Chiesa italiana’ che, auspicato già da tempo da Francesco, il cardinal Bassetti, evidentemente, non ha realizzato.

    ‘Spesso ho trovato una mentalità preconciliare che si travestiva da conciliare’, ha detto Bergoglio sempre nell’intervista al Corriere. ‘In continenti come l’America latina e l’Africa è stato più facile. In Italia forse è più difficile. Ma ci sono bravi preti, bravi parroci, brave suore, bravi laici. Per esempio una delle cose che tento di fare per rinnovare la Chiesa italiana è non cambiare troppo i vescovi. Il cardinale Gantin diceva che il vescovo è lo sposo della Chiesa, ogni vescovo è lo sposo della Chiesa per tutta la vita. Quando c’è l’abitudine, è bene. Per questo cerco di nominare i preti, come è accaduto a Genova, a Torino, in Calabria. Credo che questo sia il rinnovamento della Chiesa italiana’.

    L’indicazione del papa, peraltro, corregge, almeno parzialmente, la dinamica, avviata dallo stesso Bergoglio, di responsabilizzare i vescovi italiani. Tradizionalmente, infatti, quella italiana era l’unica conferenza episcopale nazionale che non eleggeva il proprio presidente, come avviene in tutti gli altri paesi, perché era il papa, che è anche primate d’Italia, che lo sceglieva. Anni fa Jorge Mario Bergoglio ha chiesto all’episcopato italiano di eleggersi il presidente, ma i vescovi hanno fatto resistenza, e alla fine è stato sancito un compromesso: l’assemblea dei vescovi elegge una terna – ciò che dovrebbe avvenire all’inizio della prossima settimana – e tra i tre nomi prescelti il papa sceglie, liberamente, il presidente.

    Così è avvenuta, cinque anni fa, l’elezione del cardinale Gualtiero Bassetti, verso il quale già nel febbraio 2014 Francesco aveva mostrato una predilizione elevandolo, lui pastore di diocesi secondaria, a dignità cardinalizia: eletto dall’assemblea dei vescovi in una terna, assieme a Franco Giulio Brambilla e al cardinale Francesco Montenegro, fu nominato dal pontefice presidente della Cei il 24 maggio 2017.

    Scelta che rispecchiava un iniziale sintonia tra il vescovo di Roma e l’arcivescovo di Perugia e Città della Pieve. L’elezione dell’arcivescovo di Buenos Aires al Conclave del 2013, di certo, fu percepito da molti vescovi italiani come unadoccia fredda. Per errore, subito corretto, la Cei, peraltro, aveva diramato, pochi minuti dopo la fumata bianca, un messaggio di congratulazioni per l’elezione al soglio pontificio di… Angelo Scola, allora arcivescovo di Milano, un radicato passato in Comunione e liberazione, e candidato ideale di diversi porporati conservatori. L’incontro decennale dei vescovi a Firenze, nel 2015, quando presidente della Cei era ancora il cardinale arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco, ufficializzò una notevole distonia tra il pontefice argentino e l’episcopato italiano: ‘Che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro’, tuonò a Firenze Bergoglio. Su quello sfondo, l’arrivo di Bassetti alla guida della Cei, due anni dopo, si immaginava segnasse una correzione di rotta verso una maggiore sintonia col papa. Cosa effettivamente avvenuta – se si pensa, in particolare, alla distanza dai toni battaglieri dell’era del cardinale Camillo Ruini sui cosiddetti ‘valori non negoziabili’ – ma solo parzialmente.

    Nel corso degli anni, infatti, il rapporto tra Bergoglio e Bassetti si è raffreddato, e non per motivi personali. Più volte, proprio facendo riferimento all’incontro di Firenze, il papa ha lamentato la mancanza di reazioni dell’episcopato italiano alle proprie indicazioni, in particolare a quelle esposte nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium. Il pontefice ha dovuto insistere ripetutamente, privatamente e pubblicamente, perché finalmente la Cei decidesse, come le Chiese di altri paesi, di lanciare un percorso sinodale nazionale.

    Quando è arrivata la pandemia, poi, i toni aspri adottati dalla Conferenza episcopale italiana nei confronti del governo Conte in merito alle restrizioni sanitarie sono state pubblicamente sconfessate dal papa, preoccupato sì di tenere le chiese aprte, ma d’accordo a limitare la partecipazione alle funzioni religiose, e soprattutto attento a non guastare la collaborazione tra Chiesa e Stato.

    L’ultimo incidente è avvenuto nuovamente a Firenze: lungamente preparato, lo scorso febbraio la Cei ha organizzato, insieme al comune di Firenze, un incontro sul Mediterraneo nel nome di Giorgio La Pira. Il papa avrebbe dovuto partecipare, ma ha annullato pochi giorni prima: un male al ginocchio, ha spiegato la sala stampa vaticana. Ma, a quanto si è appreso, c’era anche dell’altro. In particolare, la presenza di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno all’epoca degli accordi con la Libia, criticata anche all’interno della stessa curia fiorentina, avrebbe indotto il pontefice non solo a dare forfait ma a non citare neppure, durante i saluti all’Angelus di quella domenica, il convengo di Firenze. Un’assenza vissuta in Cei come uno schiaffo in faccia.

    Ora il prossimo presidente della Cei dovrà ‘fare un bel cambiamento’, nelle parole di papa Francesco. A partire dalla questione degli abusi sui minori. I vescovi ‘intendono promuovere una migliore conoscenza del fenomeno per valutare e rendere più efficaci le misure di protezione e prevenzione’, recitava il comunicato dell’ultimo consiglio permanente, a marzo, nel quale, peraltro, la Cei rivendicava i servizi diocesani per la tutela dei minori e i 140 centri d’ascolto già costituiti.

    Negli anni passati gli episcopati di diversi paesi (Stati Uniti, Germania, Francia, da ultimo Portogallo, Svizzera e Spagna) hanno commssionato inchieste indipendenti, altrattanto hanno fatto singole diocesi, come Monaco di Baviera, e in altri paesi sono stati i governi (Irlanda, Australia) a svolgerne, per indagare sugli abusi sessuali su minori avvenuti negli ultimi decenni nella Chiesa. Ipotesi che, però, all’interno della Conferenza episcopale italiana trova alcuni a favore, altri contrari. ‘La giustizia non è giustizialismo’, ha avuto a dire il cardinale Bassetti, ‘e non si renderebbe un buon servizio né alla comunità ferita né alla Chiesa se si operasse in maniera sbrigativa, tanto per dare dei numeri’. Ma ‘la gente, come abbiamo visto in tante parti del mondo, non si fida più della giustizia all’interno della Chiesa, non accetta più numeri che sono stati rivisti e ricavati da processi o persone controllate dalla Chiesa perché vogliono sapere da fonti indipendenti e ogettive quello che viene fuori e quindi in questo senso prima o poi questa esigenza arriverà’, ha detto da parte sua padre Hans Zollner, gesuita e psicologo, grande esperto vaticano della materia: ‘O la Chiesa decide di farlo per conto suo e ordinare a persone indipendenti come successo in Germania, in Francia, come adesso anche la Conferenza episcopale portoghese sta facendo oppure a un certo punto sarà costretta perchè lo Stato, o chi per lo Stato, adirà a sè questo tipo di processi’.

    Il nodo sarà capire se un’indagine verrà avviata o meno, chi sarà a svolgerla (se un’istanza terza e indipendente o la stessa Conferenza episcopale) e quale sarà l’oggetto di studio (se i soli abusi avvenuti nell’ambito della Chiesa o la pedofilia nella società più ampia). L’ormai ex segretario della Cei, mons. Stefano Russo, da poco nominato dal papa vescovo di Civitavecchia, ha partecipato all’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pedopornografia minorile che si è svolto a inizio maggio alla presenza della ministra per le pari opportunità e la famiglia, Elena Bonetti.

    Negli ultimi mesi, intanto, è nato un Coordinamento italiano contro gli abusi nella chiesa cattolica, con hastag #ItalyChurchToo, che sta monitorando, in accordo con l’associazione Rete l’abuso, i casi noti in Italia, e fa pressione sulla Cei in vista dell’assemblea della prossima settimana. L’associazione chiederà, in una lettera ai vescovi pubblicata lunedì prossimo, ‘precise misure necessarie e improrogabili nell’ambito della lotta agli abusi nella Chiesa cattolica, che allineino l’operato della Chiesa italiana a quello di altre Conferenze episcopali e dissolvano i dubbi relativi alle reticenze e alle resistenze dell’episcopato italiano riguardo all’emersione della reale portata del fenomeno in Italia’. Per il prossimo presidente, chinunque egli sarà, sarà il primo banco di prova.

    https://www.askanews.it/esteri/2022/05/18/cei-zuppi-e-lojudice-favoriti-dopo-bassetti-pedofilia-primo-test-pn_20220518_00176/

  • Disattese le prescrizioni del papa contro la pedofilia. Con qualche eccezione

    Disattese le prescrizioni del papa contro la pedofilia. Con qualche eccezione

    41075 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Il protocollo per la gestione degli abusi sessuali nella Chiesa, sancito dal motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi a maggio 2019, e stabilito ad experimentum per tre anni, è arrivato al capolinea e il bilancio non sembra positivo. Il protocollo richiede ai metropoliti di tutto il mondo di creare, nelle diocesi o eparchie, singolarmente o insieme, «entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme, uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico». Si applica anche alle «azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso» accusato di abusi, e prescrive l’obbligo, per il prete o il religioso che abbia notizia o fondati motivi» per sospettare di un abuso, di denunciare al vescovo. Quest’ultimo chiede tempestivamente al Dicastero competente l’incarico per avviare l’indagine e il Dicastero, al massimo entro 30 giorni dal ricevimento della segnalazione, provvede a fornire indicazioni su come procedere.

    Mons. Scicluna: “Non abbiamo dati”

    In questi tre anni, però le cose non sono andate proprio così. Lo testimonia, in un’intervista al quotidiano francese La Croix (10/5), il sottosegretario del Dicastero per la Dottrina della Fede, incaricato della lotta alla pedocriminalità, mons. Charles Scicluna. Che mette le mani avanti, cercando di trasmettere una valutazione positiva, ma lasciando trapelare l’inefficacia, almeno relativa, del documento: «Oggi non disponiamo di un’indagine globale o di dati esaurienti. Ma quello che sappiamo è che questa legge di papa Francesco è stata ampiamente applicata, e che molte diocesi e giurisdizioni hanno ora creato uffici dove si possono denunciare casi di abusi sessuali su minori». Se rallentamenti ci sono stati, dice, vanno imputati alla pandemia; «tocca ora ai nunzi, che rappresentano il papa nei Paesi, ricordare ai vescovi gli obblighi derivanti da Vos estis lux mundi, compreso il fatto di creare questo luogo dove le vittime possano essere ascoltate e a cui hanno diritto». Luogo che non è così diffuso: «La creazione di un ufficio per la segnalazione in ogni diocesi è un obbligo non negoziabile che deve essere rispettato. Non dipende dalla volontà personale di ciascun vescovo». E poi, anche i fedeli «si aspettano che la Chiesa si assuma le sue responsabilità a livello locale», e «le stesse comunità si aspettano che le richieste del Papa vengano messe in pratica d’ora in poi». D’ora in poi.

    La realtà è che diversi vescovi non hanno ancora «la consapevolezza dell’importanza di questo argomento», ammette Scicluna: «In ogni caso, i vescovi non hanno scuse per non attuare questo motu proprio. Posso capire che in alcuni Paesi di missione, specialmente quelli che attraversano crisi, carestie, guerre o disastri naturali, questo è difficile. Ma penso che a livello nazionale sia sempre possibile costruire competenze, nell’ambito della Conferenza episcopale. È anche un’area in cui possono aver luogo scambi tra i vescovi di diversi Paesi» (già, ma il problema è che il documento non è stato tradotto in tutte le lingue). Per quanto riguarda il futuro del protocollo, e il rinnovo o meno, dopo i tre anni ad experimentum, «la decisione finale spetta al papa. Da parte mia, spero che sarà così. Sono convinto che queste misure siano irreversibili e soprattutto non dovrebbero esserci segni di arretramento. Diverse sono le opzioni aperte al papa, tra cui quella di un rinnovo dell’esperimento per tre anni, o la sua estensione alle comunità religiose».

    Una serie infinita di colli di bottiglia

    Se Scicluna afferma che un bilancio ancora non è disponibile, un’idea chiara è possibile farsela grazie all’inchiesta condotta da La Croix (9/5) su tutte le Conferenze episcopali del mondo, con una decina di domande rispetto all’applicazione di quanto prescritto dal motu proprio. Che, nella povertà delle risposte – già di per sé un segnale – evidenzia un’interminabile serie di ostacoli e di carenze.

    Infatti, solo 26 Conferenze episcopali hanno accettato di rispondere alle domande, un quinto degli episcopati, tra cui Francia, Polonia, Madagascar, Taiwan, Giappone e Russia. La Germania ha replicato che avrebbero risposto solo alla Santa Sede.

    Cosa emerge dalle risposte? In primo luogo che il documento è stato ampiamente diffuso: oltre che in francese, inglese, italiano e spagnolo, è stato tradotto dalle Conferenze episcopali in russo, ungherese, giapponese, indonesiano, tamil e mandarino. Detto questo, solo la metà degli episcopati che hanno risposto indica che il documento è disponibile sul loro sito web; l’edizione cartacea esiste solo in un Paese su quattro.

    Riguardo all’ufficio dedicato alle segnalazioni di abusi da attivare presso le diocesi entro un anno, dunque entro il 1 giugno 2020, un quarto delle Conferenze episcopali che hanno risposto non l’ha ancora creato. Alcuni Paesi, come la Repubblica Centrafricana o il Guatemala, hanno tuttavia assicurato che questi uffici saranno creati entro la fine dell’anno.

    I fedeli che vogliano contattare questi uffici, devono informarsi su internet, dal momento che raramente si trovano informazioni nelle parrocchie. In due Paesi africani che hanno risposto, «la modalità è a dir poco sorprendente», commenta La Croix: «Chiunque voglia accedere a questo ufficio deve chiedere al proprio parroco i mezzi per contattare l’ente segnalante. Tale provvedimento non sembra poter consentire la libera segnalazione, il che mette in discussione la rilevanza di questi uffici».

    La segnalazione il più delle volte può avvenire telefonicamente o via Internet. In alcuni Paesi, come Austria e Polonia, è prevista anche la possibilità di un incontro di persona, mentre in altri, come Papua Nuova Guinea o Burundi, gli incontri “faccia a faccia” sono l’unica possibilità: anche in questo caso, una modalità che non favorisce la denuncia.

    Riguardo ai dati effettivamente raccolti finora, molte Conferenze episcopali non hanno risposto. «Non abbiamo informazioni su questo argomento perché il sistema opera a livello diocesano», ha spiegato la Conferenza episcopale ungherese. Stessa risposta da parte della CEI: «La Conferenza episcopale non è a conoscenza di questi elementi perché rientrano nella competenza dell’Ordinario diocesano».

    «L’indagine mette così in luce un altro punto cieco nella prevenzione degli abusi: il predominio del vescovo», commenta il quotidiano francese. «Pertanto, gli uffici di segnalazione, le risorse stanziate e il trattamento riservato ai fatti denunciati dipendono in gran parte dal vescovo locale. Egli è così padrone nella sua diocesi del luogo concesso alla prevenzione e alla lotta agli abusi».

    Alcune Conferenze episcopali, tra cui la Francia, dichiarano di non disporre di un dato complessivo per il numero delle vittime identificate. Altri sì, come la Bulgaria, dove non è stato individuato nessun caso. Nella Repubblica Centrafricana e in Guatemala, meno di cinque file sono stati trasmessi al Dicastero per la Dottrina della Fede, mentre in Polonia, tra il 1 luglio 2018 e il 31 dicembre 2020 sono state fatte ben 368 denunce.

    Un altro collo di bottiglia è la risposta da Roma ai casi segnalati. Molti dei Paesi che hanno inviato rapporti dichiarano di non aver ancora ricevuto feedback dalla Santa Sede, o almeno non su tutti i casi; i vescovi polacchi hanno ricevuto una risposta solo per 186 casi su 368. Scarsità di risorse nella seconda sezione del Dicastero della Dottrina della Fede? Se ogni anno arrivassero 500 fascicoli, secondo l’agenzia specializzata I.Media, «i tempi di elaborazione potrebbero durare mesi, in certi casi anche anni».

    https://www.adista.it/articolo/68046

  • Il dossier abusi per il nuovo presidente Cei

    Il dossier abusi per il nuovo presidente Cei

    Ci siamo. La 76.ma Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è alle porte, nell’attesa, quasi messianica, di un nuovo vertice che finalmente si lasci alle spalle l’inazione sul tema degli abusi nella Chiesa della gestione Bassetti e intraprenda azioni efficaci e credibili, prima di tutto con la decisione di aprire cassetti e archivi e vedere cosa c’è dentro. A segnare la strada, per fare l’esempio a noi più vicino, anche se non scevro da farraginosità e lentezza, il percorso avviato dalla Chiesa francese con la Commissione CIASE che, per usare un efficace slogan coniato dai collettivi di vittime d’Oltralpe, molto attivi e partecipi nelle rivendicazioni e molto focalizzati nelle loro richieste, viene riassunto nelle “4R”: Riconoscimento, Responsabilità, Riparazione, Riforme.

    Ad oggi in Italia nulla di tutto questo è lontanamente in vista. Gli accenni di Bassetti alla possibilità di effettuare un’indagine interna (ipotesi già viziata concettualmente da un peccato originale e dunque irricevibile: un “imputato” non può giudicarsi da solo) sono stati rinforzati dalla resistenza di mons. Ghizzoni, presidente del Servizio Tutela Minori della CEI, quando ha detto, in un’intervista a un giornale svizzero, che «La stragrande maggioranza delle Chiese nazionali non ha fatto nulla. Devo dire la verità: il presente e il futuro ci interessano più del passato».

    Insomma, non c’è da aspettarsi molto dalla libera iniziativa della CEI, soprattutto alla luce del suo recente coinvolgimento nell’Osservatorio antipedofilia del Ministero per la Famiglia, nel quale la Chiesa italiana assume addirittura un ruolo di consulente. Un grande aiuto da parte dello Stato a mostrare all’opinione pubblica il suo impegno.

    Del resto, che la Conferenza episcopale italiana non mostri di volersi assumere le proprie responsabilità rispetto alla conoscenza e alla gestione degli abusi perpetrati dal clero è più che evidente nel mancato controllo dell’applicazione dei dispositivi prescritti da papa Francesco nel motu proprio Vos estis lux mundi del 2019, come l’obbligo di denuncia canonica per preti e vescovi, o la creazione di uffici dedicati in ogni diocesi entro il giugno 2020; a tre anni di distanza, in un sondaggio sulla conformità a tali richieste delle Conferenze episcopali condotto dal quotidiano francese La Croix (v. articolo a pag. 3), la CEI comunica candidamente di non essere «a conoscenza di questi elementi perché rientrano nella competenza dell’Ordinario diocesano». Dopo tre anni e con l’assemblea generale alle porte, non è un segnale confortante.

    Oltre all’inerzia dei vescovi poi, in Italia bisogna fare i conti con i gap legislativi e le problematiche giuridiche derivanti dal Concordato, che rappresentano un grave ostacolo alla giustizia. Se il papa, nel motu proprio, “obbliga” i preti a segnalare ai vescovi, e i vescovi a segnalare alla Santa Sede, siamo pur sempre all’interno di un contesto giuridico canonico e dell’istituzione ecclesiale. All’obbligo, invece, di denuncia alle autorità civili, i “dipendenti” della Chiesa continuano a non essere tenuti: in Italia solo i pubblici ufficiali lo sono, a differenza, ad esempio, della Francia, dove tutti i cittadini sono perseguibili qualora non riportino all’autorità civile la notizia di un reato. E il clero non ha le funzioni di pubblico ufficiale: afferma l’art. 4 comma 4 del Concordato: «Gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». I vescovi italiani hanno avuto buon gioco, finora, di ripararsi dietro a questo scudo giuridico; nelle loro Linee guida contro la pedofilia, aggiornate nel 2019, rimarcano che «l’autorità ecclesiastica non ha l’obbligo giuridico di denunciare», pur insistendo sull’«obbligo morale» di procedere all’esposto quando sussista il fumus delicti.

    In Italia, il Coordinamento #ItalyChurchToo – di cui Adista fa parte – sta provando a porre l’episcopato davanti alle sue responsabilità e ai suoi doveri, a dimostrare da che parte sta, se da quella dei perpetratori di abusi o da quella delle vittime. Gli strumenti che la Chiesa finora ha messo in campo e ai quali fa riferimento per mostrare la propria sollecitudine nella lotta agli abusi, come i centri d’ascolto diocesani, non hanno la terzietà e le competenze necessarie per convincere le vittime che vogliono farsi avanti di trovarsi in un luogo sicuro, neutro, qualificato. Se la Chiesa italiana vuole tornare a essere un punto di riferimento, dovrà fare molto più del minimo indispensabile. E cominciare dalla prima delle “4R”: il Riconoscimento delle vittime. Con un’operazione di trasparenza senza sconti e senza scorciatoie. Perché ascolto e giustizia per chi è sopravvissuto all’abuso, in tutta questa vicenda, sono la priorità.

    https://www.adista.it/articolo/68045