Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il prete-giornalista Antonio Pelayo cerca di adescare un collega durante i giorni del Conclave: accusato di violenza sessuale

    Il prete-giornalista Antonio Pelayo cerca di adescare un collega durante i giorni del Conclave: accusato di violenza sessuale

    Nei giorni del Conclave ma anche in quelli successivi, con tutta la stampa impegnata a raccogliere notizie nella sala stampa vaticana, un giornalista e prete spagnolo Antonio Pelayo, 81 anni, ha adescato un suo collega dei media, 40 anni, invitandolo a casa, dove senza successo ha provato ad intrattenere un rapporto intimo. È l’accusa mossa dalla procura al sacerdote, per cui sono state chiuse le indagini con l’accusa di violenza sessuale.

    L’amicizia
    Il giornalista, ritenuto attendibile dal pubblico ministero, ha dovuto lasciare Roma, trasferendosi in un’altra città per lo choc subito e il timore di incontrare di nuovo l’81enne, che per un periodo ha continuato a cercarlo.

    Le carte dell’inchiesta ricostruiscono quanto accaduto a partire dal ricovero di Papa Francesco al policlinico Gemelli, fino alla morte avvenuta il 21 aprile scorso. La città del Vaticano era al centro del mondo, centinaia i giornalisti accreditati. Tra di loro, l’attuale indagato e il giornalista 40enne. Lo spagnolo conosce ogni angolo delle segrete stanze vaticane, avendo per anni lavorato a Roma come corrispondente per la stampa spagnola. Ed è proprio questo a renderlo interessante per il giornalista 40enne che scopre anche di condividere con lui la passione per l’arte. L’amicizia gli sembra sincera, qualche giorno prima della scomparsa di Papa Francesco, il 16 aprile del 2025, lo spagnolo invita il giovane collega per un aperitivo nella sua casa al centro storico. Il 40enne accetta. L’appuntamento si conclude senza sorprese.

    Le molestie
    Nel frattempo passano i giorni, si apre il conclave, i giornalisti lavorano gomito a gomito per avere indiscrezioni, alla fine viene eletto Papa Leone XIV l’8 maggio e il lavoro dei giornalisti si concentra sulle indiscrezioni per scoprire quale sarà il nuovo corso in Vaticano. Lo spagnolo invita di nuovo il collega per un aperitivo. È il 23 maggio di cinque mesi fa. Ma la serata va avanti in maniera molto diversa rispetto alle precedenti. Secondo il racconto del 40enne i due mangiano, il prete gli offre whisky ma lui rifiuta. Lo spagnolo comincia a molestarlo ma il giornalista cerca di sottrarsi, chiede di andare in cucina. È sempre lui a raccontare che a questo punto il prete prova un altro approccio, molto più aggressivo. Il 40enne a questo punto va via ma qualche giorno dopo decide di presentare una denuncia. La procura di Roma verifica la sua testimonianza e chiude le indagini contestando al sacerdote – che si sarebbe successivamente scusato con alcuni messaggi del proprio comportamento – la violenza sessuale.

    https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/25_ottobre_22/il-prete-giornalista-antonio-pelayo-cerca-di-adescare-un-collega-durante-i-giorni-del-conclave-accusato-di-violenza-sessuale-8854d503-e428-43bd-993d-d517f4e77xlk.shtml

  • Papa Leone incontra alcune vittime di violenza e l’associazione Usa per la loro tutela. La Rete L’Abuso: “Non coinvolti gli italiani”

    Papa Leone incontra alcune vittime di violenza e l’associazione Usa per la loro tutela. La Rete L’Abuso: “Non coinvolti gli italiani”

    Primo incontro tra Papa Leone e un gruppo di vittime di abusi da parte di sacerdoti. Il Pontefice ha visto gli attivisti dell’Eca, l’Ending Clergy Abuse, rete attiva soprattutto negli Stati Uniti. La Pontificia Commissione per la tutela dei minori aveva presentato qualche giorno fa il Rapporto annuale rilevando la lentezza con la quale si procede in alcune diocesi nell’affrontare la piaga degli abusi. Tra i casi critici era stato segnalato quello dell’Italia, con la replica della Cei che aveva sottolineato quanto invece fatto in termini di formazione e prevenzione.

    La Commissione, guidata da monsignor Thibault Verny, rilevava nel Rapporto “una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime/sopravvissuti-e e per le loro famiglie parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità”. Inoltre si evidenziava la parziale collaborazione della Chiesa italiana alla ricerca del Vaticano: “Il questionario quinquennale della Commissione sulla tutela ha ricevuto risposta da 81 diocesi delle 226 appartenenti alla Conferenza” episcopale italiana. In serata la risposta della Cei che rivendica il percorso compiuto in termini di formazione e prevenzione.

    L’unica diocesi che ha affrontato i casi di pedofilia in Italia con un’inchiesta indipendente è quella di Bolzano e Bressanone. Nel dossier sono emerse molte criticità sul trattamento dei casi sia in passato, sia nel presente: come quello del sacerdote, prescritto in Cassazione, che era stato nominato in Alta Pusteria. Nomina revocata dopo le proteste dei fedeli.

    Quello di lunedì non è solo il primo incontro tra il pontefice succeduto a Papa Francesco e un gruppo di vittime, ma anche il primo incontro di un Papa con una associazione che si occupa della materia. I predecessori, da Ratzinger e Bergoglio, avevano visto in passato gruppi di vittime ma non reti organizzate nella tutela delle vittime di pedofilia e nelle denunce. In particolare l’Eca ha seguito quasi tutti i viaggi di Papa Francesco con proteste e mobilitazioni soprattutto nei Paesi dove la piaga degli abusi era stata più sentita. Oggi l’associazione ha potuto varcare la soglia del Vaticano.

    “È stata una conversazione profondamente significativa- ha affermato Gemma Hickey, presidente del Board di Eca e sopravvissuta canadese agli abusi del clero – Riflette un impegno condiviso per la giustizia, la guarigione e un vero cambiamento. I sopravvissuti hanno cercato a lungo un posto al tavolo delle trattative e oggi – sottolinea Hickey – ci siamo sentiti ascoltati”. L’Eca parla di “un passo storico e pieno di speranza, verso una maggiore cooperazione”. L’incontro ha fatto seguito a una lettera inviata dall’Eca al neoeletto Papa, il quale ha risposto positivamente. “Siamo venuti non solo per esprimere le nostre preoccupazioni, ma anche per esplorare come potremmo collaborare per garantire la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili in tutto il mondo“, ha affermato Janet Aguti, vicepresidente del consiglio di amministrazione dell’Eca dall’Uganda. “Crediamo che la collaborazione sia possibile e necessaria”.

    Durante l’incontro con il Papa, Eca Global ha condiviso la sua Iniziativa Tolleranza Zero, sottolineando l’importanza di “standard globali coerenti e politiche incentrate sui sopravvissuti”. Tra i presenti all’incontro anche Francesco Zanardi della Rete L’Abuso: “La Commissione pontificia non ha coinvolto le vittime italiane e questo è grave. Noi sono quindici anni che denunciamo e non siamo ascoltati”. Nel maggio scorso l’associazione aveva denunciato che secondo i dati raccolti dall’associazione nel database “Spotlight on Italian Survivors“, il 3,2% dei preti italiani è accusato di abusi sessuali su minori. Questo corrisponde a circa 1.031 sacerdoti, che avrebbero prodotto 4.262 vittime.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/10/20/papa-leone-vittime-abusi-eca-notizie/8167249/

  • Abusi, un gruppo di vittime e attivisti incontra Leone XIV: “Da lui ascolto e sostegno”

    Abusi, un gruppo di vittime e attivisti incontra Leone XIV: “Da lui ascolto e sostegno”

    Tutto è nato da una lettera, divenuta incontro, oggi, nel Palazzo Apostolico. Il primo di Leone XIV dalla sua elezione con un gruppo di vittime di abusi e attivisti che lottano contro quella che gli ultimi Pontefici hanno definito una “piaga” nella Chiesa. Leone XIV ha ricevuto questa mattina sei membri del Consiglio direttivo dell’ECA Global, l’Ending Clergy Abuse, associazione per i diritti umani i cui membri provengono da oltre 30 Paesi di cinque continenti. Tra loro, attivisti e vittime di abusi sessuali da parte di rappresentanti del clero. La rete, attiva soprattutto negli Stati Uniti, dal 2018 anno di fondazione si impegna affinché la Chiesa cattolica segua le raccomandazioni delle Nazioni Unite del 2014 per una politica efficace di “tolleranza zero”. E l’udienza di oggi con Papa Leone – afferma la stessa ECA – segna certamente “un passo storico e pieno di speranza verso una maggiore cooperazione”.

    Parole impresse dall’organizzazione in una dichiarazione e, successivamente, riferite alla stampa in una conferenza a Borgo Pio, zona Vaticano, dai sei partecipanti all’incontro col Pontefice. Ovvero Gemma Hickey (Canada), Timothy Law (USA), Evelyn Korkmaz (Canada, First Nation), Matthias Katsch (Germania), Janet Aguti (Uganda), Sergio Salinas (Argentina). Tutti provenienti da diversi contesti e culture, tutti accomunati dall’obiettivo che gli abusi non si ripetano più e di una più efficace collaborazione con la Chiesa.

    Accoglienza e ascolto

    Tutti e sei i membri di Eca si sono trovati concordi nell’esprimere soddisfazione per l’udienza con Leone XIV, per il suo atteggiamento, per il suo approccio, per la sua capacità di ascolto, come ha affermato Gemma Hickey, vittima di abusi a Newfoundland and Labrador (Canada) da parte di un sacerdote, prima rimosso e poi spostato in due parrocchie. “Papa Leone è stato molto aperto e ognuno di noi ha condiviso alcune riflessioni personali. È stato molto caloroso. Ci ha ascoltato… Ha anche un buon senso dell’umorismo. Davvero umile”. Al Papa hanno letto una loro dichiarazione, così da iniziare l’udienza “con le menti aperte”, e hanno anche presentato il progetto Iniziativa Tolleranza Zero, sottolineando “l’importanza di standard globali coerenti e di politiche incentrate sulle vittime”. Durante l’udienza si è parlato pure del lavoro svolto dalla Pontificia Commissione per la Tutela dei minori che, la scorsa settimana, ha presentato il suo secondo Rapporto annuale. E il Papa ha suggerito un “dialogo” tra i due organismi.

    “È stata una conversazione profondamente significativa. Riflette un impegno condiviso per la giustizia, la guarigione e un vero cambiamento”, ha affermato ancora Hickey. “I sopravvissuti hanno cercato a lungo un posto al tavolo delle trattative e oggi ci siamo sentiti ascoltati”.

    Un dialogo diretto e rispetto

    L’incontro odierno, come accennato, nasce da una lettera che l’ECA aveva inviato al neoeletto Pontefice. Ispirati dalle parole di Robert Francis Prevost dalla Loggia delle Benedizioni, i membri dell’organismo si sono presentati “come costruttori di ponti, pronti a camminare insieme verso la verità, la giustizia e la guarigione”. E in questi tempi così “polarizzati”, hanno scritto, “l’atto più radicale che possiamo fare in questo momento è sederci e parlare”. Alla missiva il Papa ha risposto “positivamente” e, con “un gesto di apertura”, ha accolto l’opportunità di “un dialogo diretto e rispettoso sulla strada da seguire”. Da qui l’appuntamento privato nel Palazzo Apostolico, durato circa un’ora ma denso di testimonianze e proposte.

    “Siamo venuti non solo per esprimere le nostre preoccupazioni, ma anche per valutare come potremmo collaborare per garantire la protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili in tutto il mondo”, ha affermato Janet Aguti dell’Uganda, vicepresidente del consiglio di amministrazione di ECA. Nessuna “rabbia”, ha chiarito ancora Gemma, ma solo “speranza” di responsabilità e cambiamento duraturo: “Crediamo nella dignità intrinseca di ogni bambino e adulto vulnerabile, nel coraggio di ogni sopravvissuto e nella responsabilità morale della Chiesa di guidare con trasparenza e compassione. La nostra missione è sostenere coloro che hanno subito danni nel promuovere riforme che proteggano i più deboli. E contribuire a ripristinare la fiducia e l’integrità nell’istituzione che sappiamo avere la capacità di fare grandi cose”.

    Volontà di lavorare insieme

    L’obiettivo, ha fatto eco Tim Law, co-fondatore e membro del cda di ECA Usa, “non è il confronto, ma piuttosto la responsabilità, la trasparenza e la volontà di lavorare insieme per trovare soluzioni”. Non è poco per persone che spesso – come raccontano – hanno chiesto aiuto e si sono trovate davanti un muro. “Come sopravvissuta a una scuola residenziale, porto il peso del trauma intergenerazionale causato da istituzioni che avrebbero dovuto proteggerci. L’incontro di oggi è un altro passo verso la verità e la riconciliazione”, ha sottolineato la canadese Evelyn Korkmaz.

    Mentre Matthias Katsch, dalla Germania, ha spiegato che al Pontefice è stato chiesto di offrire “speranza”, intesa come “giustizia”, “risarcimenti” e “migliori tutele per bambini e adulti vulnerabili”. Oggi, ha aggiunto, “non è più sufficiente che i sopravvissuti parlino” ma “è necessario che la società ascolti”: “Non è solo la Chiesa, è tutta la società che deve essere disposta ad ascoltare e a trarre le conseguenze da ciò che le è stato detto dai sopravvissuti”. Alla conferenza è intervenuto anche Francesco Zanardi, membro di ECA e dell’associazione Rete L’Abuso (non presente all’udienza con il Papa), il quale ha annunciato un rapporto sui casi di abusi e pedofilia del clero in Italia.

    L’organizzazione ha ribadito “l’urgente necessità di un dialogo continuo, di compassione e collaborazione per costruire un futuro in cui la sicurezza, la responsabilità e la dignità non siano solo difese, ma in cui le voci dei sopravvissuti siano d’esempio”.

    In dono due libri

    All’incontro in Vaticano stamattina era presente anche il giornalista peruviano Pedro Salinas che ha consegnato il suo libro “La verdad nos hizo libres”, sulla vicenda del movimento religioso Sodalicio sorto in Perù negli anni ’70, ramificatosi in tutta l’America Latina e soppresso a inizio anno da Papa Francesco. Vittima lui stesso di abusi all’interno del movimento, Salinas insieme alla collega Paola Ugaz ha scoperchiato con un libro-inchiesta l’intera vicenda abusi all’interno di Sodalicio. Una vicenda ben conosciuta da Papa Leone, avvenuta in quel Perù dove è stato per oltre vent’anni prima missionario agostiniano e poi vescovo.

    Un libro lo ha consegnato pure Matthias Katsch, ovvero il volume di cui è autore dal titolo “Damit es aufhört” (Affinché finisca), che descrive lo scandalo degli abusi e gli sviluppi successivi a partire dal 2010 in Germania, intrecciato con la sua storia personale. A margine della conferenza, rispondendo alle domande di Stefanie Stahlhofen della redazione tedesca di Radio Vaticana – Vatican News, Katsch ha spiegato che “non è stato solo il primo incontro con Papa Leone, è stato il primo incontro in assoluto con un Papa, non con singole vittime di abusi, ma con un’organizzazione di vittime. Si tratta di un salto di qualità”.

    https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2025-10/abusi-papa-leone-xiv-incontro-vittime-attivisti-eca-vaticano.html

  • Un comitato vaticano afferma che la Chiesa è ancora troppo lenta nell’affrontare gli abusi sessuali

    Un comitato vaticano afferma che la Chiesa è ancora troppo lenta nell’affrontare gli abusi sessuali

    Una commissione vaticana istituita per affrontare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero ha affermato giovedì che la Chiesa cattolica romana è ancora troppo lenta nell’affrontare un problema che la affligge da decenni.

    La commissione ha invitato i leader della Chiesa ad agire con maggiore rapidità e trasparenza e ha raccomandato alla Chiesa di ascoltare e coinvolgere i sopravvissuti mentre si impegna a ricostruire la fiducia dopo decenni di scandali .

    “Molte volte mi sono posto la stessa domanda: perché così lenti?”, ha dichiarato Mons. Luis Manuel Alí Herrera, segretario della commissione, in una conferenza stampa per presentare l’ ultimo rapporto sui progressi della Chiesa nella lotta agli abusi. “A volte ammetto di essermi scoraggiato perché avrei voluto che il cambiamento fosse più evidente, più radicale”.

    Ma, ha aggiunto, molti vescovi in ​​tutto il mondo stanno ora collaborando attivamente con la commissione, un netto cambiamento rispetto al modello adottato quando fu istituita 11 anni fa.

    L’ultimo rapporto arriva a pochi mesi dall’inizio del pontificato di Leone XIV e sottolinea le sfide che dovrà affrontare. Copre il periodo del 2024, prima che Leone diventasse papa. Leone XIV ha incontrato i membri della commissione quattro volte.

    I gruppi di difesa dei sopravvissuti agli abusi clericali hanno affermato che il rapporto ha nuovamente messo in luce le carenze della Chiesa nell’affrontare il problema.

    Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, ha rilasciato una dichiarazione in cui elogia la commissione “per aver illustrato gli scarsi progressi compiuti dalla Chiesa nel porre fine agli abusi e alle insabbiamenti”. Ha affermato che il rapporto dovrebbe “servire da campanello d’allarme per Papa Leone”.

    Ha aggiunto che, sebbene il rapporto fosse costruttivo, era anche “inadeguato e vago, a dimostrazione del potere e delle competenze limitate della commissione stessa”. Il comitato non si è occupato di casi specifici, ad esempio, il che significa che non ha potuto stabilire se i trasgressori fossero stati rimossi dal ministero, il che, secondo i critici, è fondamentale per fermare il ciclo di abusi.

    L’obiettivo del rapporto di quest’anno, il secondo della commissione, era quello di sollecitare maggiori risarcimenti, oltre ai pagamenti finanziari attualmente erogati ad alcune vittime.

    Il rapporto affermava che “il bisogno primario” delle sopravvissute era “il riconoscimento del danno, delle scuse sincere e un’azione significativa per prevenire futuri abusi”. Molte sopravvissute si erano lamentate con la commissione del fatto che la chiesa aveva spesso risposto con “accordi vuoti, gesti performativi e un persistente rifiuto di impegnarsi” con loro “in buona fede”.

    Ma Matthias Katsch, un sopravvissuto residente in Germania che è stato consultato per il rapporto, ha affermato che è necessario un maggiore sostegno finanziario per aiutare le vittime che spesso “soffrono di limitazioni per tutta la vita, anche in termini di attività professionali e reddito”.

    Molte vittime intervistate per il rapporto hanno affermato che le loro denunce di abusi sono state ignorate e che la chiesa spesso non ha fornito accesso alle informazioni sui loro casi.

    Una persona frustrata, rimasta anonima, ha dichiarato: “Vuoi sapere, e non ti dicono niente. È come essere mandati in purgatorio”.

    Il gruppo, la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori , è stato istituito nel 2014 per consigliare Papa Francesco su come proteggere i minori e gli adulti vulnerabili dai predatori sessuali tra il clero. Tra i suoi membri figurano sacerdoti, vittime di abusi e personalità esterne indipendenti, tra cui alcuni con esperienza nelle forze dell’ordine.

    Fin dall’inizio, i critici hanno lamentato l’assenza di poteri esecutivi della Commissione. I rapporti inviati dai singoli Paesi si basano ancora principalmente sulle auto-segnalazioni dei gruppi episcopali. E il rispetto dei questionari volti a valutare la gestione dei casi non è stato uniforme, ha affermato la Commissione.

    In Italia, ad esempio, solo 81 delle 226 diocesi hanno risposto al questionario della commissione, come si legge nel rapporto, mentre in Corea del Sud tutte le 15 diocesi vi hanno aderito.

    I risultati complessivi suggeriscono che, a più di due decenni dall’esplosione della crisi degli abusi clericali nella sfera pubblica, la risposta della Chiesa rimane contrastante, nonostante gli sforzi di Papa Benedetto XVI e di Papa Francesco per codificare una risposta attraverso nuove leggi ecclesiastiche. Sebbene siano stati compiuti alcuni progressi, le associazioni di vittime hanno affermato che il Vaticano ha fatto troppo poco per garantire che le accuse fossero adeguatamente indagate, che i predatori fossero rimossi dai loro incarichi e che coloro che avevano insabbiato gli abusi fossero ritenuti responsabili.

    Il rapporto ha rilevato che in diversi Paesi, tra cui Italia, Slovacchia e alcuni Paesi africani, la “resistenza culturale” ostacolava ancora la denuncia degli abusi. E Maud de Boer-Buquicchio, autrice principale del rapporto, ha affermato che la Chiesa non aveva stanziato fondi sufficienti per istituire centri per la gestione dei casi di abuso.

    Dopo la pubblicazione del primo rapporto, avvenuta lo scorso anno, i critici hanno respinto le conclusioni fornite dai singoli Paesi, sottolineando che non erano state verificate da osservatori indipendenti. Il secondo rapporto ha cercato di porre rimedio a tale situazione presentando note su ciascun Paese redatte dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia , nonché osservazioni degli ambasciatori vaticani in ciascun Paese e commenti del personale sul campo.

    La commissione ha inoltre affermato di aver parlato con le vittime per consentire loro di esprimere le loro “reazioni e prospettive sull’accuratezza e la pertinenza delle conclusioni della commissione”.

    Ma almeno nel caso dell’Italia, la commissione non si è rivolta a Rete l’Abuso, la principale associazione nazionale per la difesa dei sopravvissuti agli abusi sessuali, ha affermato Francesco Zanardi, fondatore e presidente del gruppo.

    https://www.nytimes.com/2025/10/16/world/europe/vatican-sexual-abuse-report.html

  • Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

    Alla Chiesa italiana va la maglia nera per la lotta contro gli abusi. Qualche passo in avanti per punire i preti pedofili e tutelare le vittime i vescovi italiani lo hanno pure fatto, ma nel complesso il giudizio della Commissione vaticana sugli abusi resta negativo specie se comparato a quello che hanno fatto e stanno facendo altre conferenze episcopali. Il fatto è che in Italia il tema pedofilia resta un tabù perenne, pura nitroglicerina, una materia da affrontare con il solito metodo della polvere da nascondere sotto il tappeto.

    La parte dedicata all’Italia occupa uno dei primi corposi capitoli dell’annuale report dell’organismo voluto dal Papa che si occupa di prevenzione a tempo pieno, girando il mondo per istruire e sensibilizzare sacerdoti, comunità e vescovi. A fare le pulci all’Italia sono stati giuristi, sociologi, sacerdoti, psicologi di dicerse nazionalità che hanno esaminato la documentazione a disposizione, inviato sondaggi e questionari articolati (ai quali hanno risposto solo 81 diocesi su 226, e già questo dice tutto).

    Tanto per cominciare la Cei ancora non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni, denunce e analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce. Inoltre la Commissione vaticano ha rilevato «una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità». Non solo.

    Pur riconoscendo sforzi tesi a sviluppare strumenti e politiche, sono affiorate nelle diocesi italiane defaillance varie, tra cui il mancato accesso agli archivi diocesani vecchi, antecedenti agli anni duemila, ancora sotto chiave e non oggetto di alcuno studio («La Commissione riconosce l’importanza di proseguire in Italia lo studio di casi specifici, passati e presenti, a mezzo di un approccio consistente») e di sviluppare il dialogo con le vittime anche sugli aspetti riparativi, ovvero i risarcimenti, altra tematica sulla quale i vescovi italiani hanno innalzato un muro.

    Ancora oggi ci sono diocesi (non vengono però menzionate nominalmente) che non solo non hanno risposto a nessun questionario ma non hanno nemmeno richiesto incontri con la Commissione che gira il mondo invitata dalle varie conferenze episcopali per fare formazione e per sensibilizzare.

    Senza una totale trasparenza sul tema degli abusi la reputazione e l’immagine della Chiesa ne risentiranno fortemente in futuro. Una ulteriore raccomandazione ha a che fare con la collaborazione con polizia e magistrati: «I protocolli locali dovrebbero garantire che le vittime/sopravvissuti-e siano informati del fatto di poter presentare denuncia alle autorità civili e che la Chiesa locale è disposta a facilitare tale denuncia. È buona norma includere una nota di conferma di tale comunicazione nella documentazione relativa alla denuncia».

    Tra le regioni più problematiche, in base alle raccomandazioni raccolte, la maglia nera va alla Sicilia. All’elenco delle ombre, vengono tuttavia sottolineate anche le luci, ovvero i passi in avanti finora fatti. «La Commissione riconosce il lavoro dedicato dalla Cei alla creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di coordinamento, formazione e supervisione che supporta le Chiese locali fornendo loro personale professionale e ben formato, con l’esistenza di 16 Servizi per la Tutela regionali, 226 Servizi per la Tutela diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto» si legge nel report.

    Attualmente il numero di persone formate in materia di tutela nella Chiesa in Italia va aumentando, passando da 7.706 nel 2020 a 22.755 nel 2024. Inoltre dal 2021 è stata istituita la Giornata nazionale di Preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Infine una nota di demerito alle suore italiane. Se gli ordini maschili hanno sottoscritto le linee guida nazionali,  l’Unione Superiore Maggiori d’Italia non l’ha ancora fatto. «Ciononostante, la Commissione prende atto della buona volontà espressa dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia nel perseguireuna futura collaborazione».

    CONTESTAZIONE

    Poche ore dopo la Cei è scesa in campo furente per contestare il rapporto della Pontificia Commissione Vaticana sostenendo, in buona sostanza, di essere un faro esemplare nella lotta agli abusi, quando invece i vescovi italiani anche in passato sono stati oggetto già di altre rampogne vaticane. In una nota la Cei definisce i dati esibiti dall’organismo vaticano «parziali» poichè frutto di «incontri facoltativi» e di conseguenza non affatto esaustivi. Il cardinale Zuppi, a nome di tutti i vescovi, ribatte che 184 diocesi (il 94,2% del totale) si sono dotate di un Servizio per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito. «Di tutto questo lavoro il Rapporto non rende conto».

    Tra le collaborazioni avviate a livello nazionale viene citata poi la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia così come la partecipazione a tavoli presso le istituzioni civili (non ben precisati). Il tema della denuncia alle autorità civili – polizia e procure – resta naturalmente un tabù e nemmeno viene menzionata da Zuppi, così come viene eluso il grande tema della giustizia riparativa, ovvero i risarcimenti economici che la Chiesa dovrebbe alle vittime. Papa Francesco, l’anno scorso, tornando dal Belgio aveva quantificato almeno 50 mila euro per ogni vittima. Infine resta terreno totalmente minato degli archivi diocesani (totalmente top secret) per gli anni anteriori al duemila. Il loro studio  permettererebbe una analisi articolata e completa sulla pedofilia tra il clero, proprio come hanno già fatto quasi tutte le conferenze episcopali europee, mentre la Cei si è trincerata dietro un muro di gomma e si ostina a volersi concentrare solo sugli ultimi 20 anni benchè gli stessi esperti (anche all’interno della Pontificia Commissione sugli Abusi) ripetono che per fare una ricerca completa occorre un periodo non inferiore ai 50 anni.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_italia_chiesa_pedofilia_minori_risarcimenti_cei_vescovi_preti_cei_leone_xiv-9130649.html

  • Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire

    Un rapporto del Vaticano afferma che le vittime di abusi sessuali da parte del clero hanno bisogno di riparazioni e sanzioni concrete per guarire

    Giovedì (16 ottobre) il Consiglio per la tutela dei minori del Vaticano ha affermato che la Chiesa cattolica ha l’obbligo morale di aiutare le vittime di abusi sessuali da parte del clero a guarire e ha individuato come rimedi essenziali risarcimenti finanziari e sanzioni adeguate per gli abusatori e i loro complici.

    La Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori si è concentrata sulla questione delle riparazioni nel suo secondo rapporto annuale. Si tratta di un argomento spesso delicato per la Chiesa, date le implicazioni finanziarie, reputazionali e legali che impone alla gerarchia.

    Il rapporto era significativo: una pubblicazione ufficiale del Vaticano, preparata con il contributo di 40 vittime di abusi provenienti da tutto il mondo, che dava voce alle loro lamentele sulla pessima gestione dei loro casi da parte della Chiesa e alle loro richieste su ciò di cui avevano bisogno per guarire. Conteneva la sconvolgente rivelazione che l’ufficio vaticano responsabile di un terzo delle diocesi cattoliche del mondo aveva ricevuto solo un “piccolo numero di casi” e solo due segnalazioni di vescovi che avevano insabbiato reati sessuali su minori.

    Papa Leone segnala l’impegno alla commissione
    Il rapporto copre il 2024, un periodo precedente all’elezione di Papa Leone XIV. Il primo papa americano della storia ha riconosciuto che lo scandalo degli abusi, che ha gravemente offuscato la credibilità della gerarchia cattolica negli Stati Uniti, in alcune parti d’Europa e in America Latina, rimane una “crisi” per la Chiesa.

    Leo ha manifestato il suo impegno nei confronti della commissione, creata da Papa Francesco nel 2014 per consigliare la Chiesa sulle migliori pratiche per prevenire gli abusi.

    Il rapporto afferma che gli accordi monetari erano necessari per fornire alle vittime la terapia necessaria e altre forme di assistenza per aiutarle a riprendersi dal trauma degli abusi subiti.

    Ma il rapporto afferma che la Chiesa ha un debito ben più grande nei confronti delle vittime, della comunità ecclesiale in senso più ampio e di Dio. La gerarchia deve ascoltare le vittime e fornire loro assistenza spirituale e pastorale. I leader della Chiesa devono scusarsi per il danno arrecato, informare le vittime su cosa stanno facendo per punire coloro che le hanno danneggiate e quali misure stanno adottando per prevenire futuri abusi.

    “La Chiesa ha l’obbligo morale e spirituale di guarire le profonde ferite inflitte dalla violenza sessuale perpetrata, favorita, mal gestita o nascosta da chiunque ricopra una posizione di autorità nella Chiesa”, ha affermato.

    Il rapporto è stato preparato con le vittime in un focus group, che ha elencato le priorità per la loro guarigione. Sono state individuate la necessità di responsabilizzare i leader della Chiesa, di fornire informazioni sui loro casi, di una vera riforma delle strutture ecclesiastiche per punire adeguatamente gli abusatori e i loro complici, e di strategie di prevenzione efficaci.

    “La commissione si impegna a dire alle vittime e ai sopravvissuti: ‘Vogliamo essere al vostro fianco’”, ha dichiarato il nuovo presidente della commissione, il vescovo francese Thibault Verny, in una conferenza stampa in Vaticano.

    Un processo legale che è di per sé ritraumatizzante

    È significativo che il rapporto del 2024 abbia affermato che il modo in cui la chiesa gestisce i casi di abuso e il suo “modello decennale di cattiva gestione delle denunce, tra cui l’abbandono, l’ignoranza, la vergogna, la colpa e la stigmatizzazione” delle vittime, erano di per sé traumatizzanti per loro.

    Si trattava di un riferimento al disfunzionale processo interno della chiesa e al codice canonico interno, in cui possono volerci anni per elaborare un caso e la punizione più severa inflitta a un prete stupratore seriale equivale al licenziamento.

    Il processo è avvolto nel segreto, tanto che le vittime non hanno alcun diritto a ricevere informazioni sul loro caso, se non quello di conoscerne l’esito. Le vittime non hanno altra possibilità se non quella di rendere pubblica la loro storia, il che può essere traumatizzante.

    Il rapporto chiedeva sanzioni “tangibili e commisurate alla gravità del reato”. Sebbene la riduzione allo stato laicale sia una possibile conseguenza per i sacerdoti che violentano minori, la Chiesa è spesso riluttante a rimuovere completamente i sacerdoti. Spesso prevede sanzioni meno severe, come un periodo di ritiro dal ministero attivo, anche per i casi più gravi di abuso.

    Anche quando un vescovo viene rimosso per errori commessi, al pubblico viene comunicato solo che si è ritirato. Il rapporto chiede alla Chiesa di “comunicare chiaramente le ragioni delle dimissioni o della rimozione”.

    https://www.ncronline.org/vatican/vatican-report-says-clergy-sex-abuse-victims-need-reparations-and-tangible-sanctions-heal

  • La Chiesa cattolica sta deludendo le vittime di abusi, afferma un comitato vaticano

    La Chiesa cattolica sta deludendo le vittime di abusi, afferma un comitato vaticano

    In un rapporto interno insolitamente critico sulla questione, la Commissione vaticana per la protezione dell’infanzia ha accusato i principali leader cattolici di essere troppo lenti nell’aiutare le vittime di abusi sessuali da parte del clero e nell’attuare nuovi sforzi di tutela.

    Per decenni, la Chiesa, che conta 1,4 miliardi di fedeli, è stata scossa da scandali in tutto il mondo che hanno coinvolto abusi e insabbiamenti, danneggiandone la credibilità e costandole centinaia di milioni di dollari in risarcimenti.

    Il nuovo rapporto, solo il secondo redatto da una commissione fondata oltre un decennio fa, ha criticato i leader della Chiesa per non aver fornito informazioni alle vittime su come venivano gestite le loro segnalazioni di abusi o se i vescovi negligenti erano stati sanzionati.

    Ha inoltre affermato che le richieste di informazioni della commissione stessa sui protocolli di salvaguardia non hanno sempre ricevuto risposta e che la Chiesa italiana non ha fornito dettagli completi.

    “In molti casi … le vittime/sopravvissute riferiscono che la Chiesa ha risposto con accordi vuoti, gesti performativi e un persistente rifiuto di impegnarsi in buona fede con le vittime/sopravvissute”, si legge nel rapporto.

    Un’attivista di lunga data che si occupa dei diritti delle vittime ha elogiato il nuovo documento. “Questo rapporto dovrebbe servire da campanello d’allarme per Papa Leone”, ha affermato Anne Barrett Doyle del gruppo Bishop Accountability, che monitora gli abusi del clero cattolico da decenni.

    Commissione critica nei confronti dei leader della Chiesa
    La commissione vaticana, creata dal defunto Papa Francesco nel 2014, era stata turbata nel corso degli anni dalle dimissioni di diversi suoi membri e ha pubblicato il suo primo rapporto annuale solo l’anno scorso.

    Il nuovo rapporto, lungo 103 pagine, è il testo più corposo finora redatto dalla commissione e spesso critica la leadership della Chiesa, senza però fare nomi.

    Il suo argomento principale è la questione del risarcimento per le vittime di abusi, ma valuta anche gli sforzi di tutela della Chiesa in 22 Paesi e in un importante dipartimento del Vaticano.

    Il dipartimento preso in esame è il Dicastero per l’Evangelizzazione, un’organizzazione di vasta portata responsabile della supervisione delle attività della Chiesa nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo.

    Il rapporto afferma che il dicastero ha un solo funzionario incaricato di gestire le questioni di tutela. Afferma inoltre che la mancanza di chiarezza nella distribuzione del lavoro sui casi di abuso tra gli altri dipartimenti vaticani “può creare confusione e ritardi nell’avvio delle indagini e nella gestione dei reclami”.

    Maud de Boer-Buquicchio, autrice principale del rapporto, ha affermato che il Vaticano non ha dedicato risorse sufficienti alle sue iniziative di salvaguardia.

    “Le risorse sono un problema importante”, ha dichiarato de Boer-Buquicchio, giurista olandese e membro della commissione, in una conferenza stampa. “È una questione di disponibilità di finanziamenti e la scarsità di finanziamenti è una realtà ovunque”.

    I vescovi italiani non hanno collaborato pienamente con il panel

    Tra i paesi presi in esame dal nuovo rapporto c’è l’Italia, da tempo roccaforte cattolica, che è stata lenta nell’affrontare gli abusi da parte del clero.

    Il rapporto critica i vescovi del Paese per non aver collaborato strettamente con la commissione vaticana, affermando che un questionario sulle pratiche di salvaguardia inviato dal gruppo a tutte le 226 diocesi cattoliche italiane ha ricevuto risposta solo da 81 di esse.

    La Corea del Sud, un altro paese valutato, ha avuto una partecipazione del 100%.

    Il portavoce della Conferenza episcopale italiana ha affermato che avrebbe rilasciato una dichiarazione completa più tardi nel corso della giornata, ma che alcuni vescovi avevano già comunicato con il Vaticano prima che le richieste fossero ricevute.

    Cita la mancanza di trasparenza sulle rimozioni dei vescovi

    La commissione anti-abusi è la prima del suo genere nella Chiesa cattolica. Francesco, scomparso ad aprile, ha fatto della lotta agli abusi da parte del clero una priorità dei suoi 12 anni di pontificato, con risultati alterni.

    Papa Leone, eletto a maggio per sostituire Francesco, ha incontrato più volte i membri della commissione e ha nominato un nuovo presidente per il gruppo, un arcivescovo francese, a luglio. Il portavoce vaticano non ha risposto immediatamente alla richiesta di un commento sull’eventualità che il nuovo rapporto avrebbe modificato l’approccio di Papa Leone sulla questione .

    Mentre Francesco ha creato un sistema globale per consentire ai cattolici di segnalare sospetti di abusi o insabbiamenti da parte dei vescovi, i sopravvissuti agli abusi e i loro sostenitori hanno chiesto una politica globale di tolleranza zero per i sacerdoti accusati di abusi.

    “La mancanza di responsabilità dei leader della Chiesa è stata una questione spesso sollevata dalle vittime/sopravvissuti”, afferma il rapporto, che ha anche criticato il Vaticano per non aver chiarito quando i vescovi vengono rimossi dall’incarico per questioni legate ad abusi o insabbiamenti.

    “La Commissione sottolinea l’importanza di comunicare pubblicamente le ragioni delle dimissioni e/o della rimozione, quando la decisione è legata a casi di abuso o negligenza.”

    – Reuters

  • Il caso Rupnik è il simbolo della Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi

    Il caso Rupnik è il simbolo della Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi

    AGI – Il caso Rupnik rappresenta una delle vicende più complesse e dolorose per la Chiesa cattolica contemporanea perchè intreccia la dimensione spirituale e artistica con accuse di gravità estrema riguardo a presunti abusi sessuali, spirituali e di potere ai danni di persone sottoposte all’autorità del loro abusatore.

    A essere accusato di questi crimini è un ex gesuita sloveno, Marko Ivan Rupnik, noto per i suoi mosaici presenti in numerosi santuari e chiese nel mondo e per la sua influenza nel campo dell’arte sacra. È stato accusato da diverse religiose di abusi psicologici, spirituali e sessuali avvenuti tra gli anni Novanta e Duemila in contesti comunitari legati al Centro Aletti da lui fondato a Roma.

    Il caso ha suscitato grande scalpore perchè Rupnik per anni è stato una figura di riferimento per la riflessione teologica e per la pastorale artistica tanto che le sue opere erano considerate espressione di una profonda spiritualità orientale ispirata alla tradizione bizantina.

    La denuncia delle vittime è emersa solo dopo molti anni di silenzio e di sofferenza quando alcune di loro hanno trovato il coraggio di raccontare le manipolazioni e le violenze subite in un clima di sudditanza psicologica alimentato dal carisma e dall’autorità spirituale del sacerdote.

    In un primo momento padre Rupnik ricevette una scomunica dal Dicastero della Dottrina della Fede, ma il Vicariato si oppose e fu tolta in poche settimane. Il procedimento canonico continuò nella Compagnia di Gesù che ha espulso padre Rupnik, oggi sacerdote della diocesi di Capodistria. La Dottrina della Fede fu poi autorizzata da Papa Francesco a celebrare un nuovo processo che sta ora iniziando.

    Ritardi e contraddizioni
    Il caso ha evidenziato dunque ritardi e contraddizioni nei meccanismi interni della Compagnia di Gesù e del Dicastero per la Dottrina della Fede che inizialmente avevano chiuso il procedimento salvo poi riaprirlo alla luce delle nuove testimonianze e delle forti reazioni dell’opinione pubblica. Il Centro Aletti da lui fondato, ha continuato a difenderlo sostenendo la sua innocenza e denunciando una campagna mediatica distorsiva. Tale posizione ha ulteriormente diviso il mondo ecclesiale tra chi ritiene indispensabile ascoltare le vittime e riconoscere la gravità del male compiuto e chi teme il nuovo processo cancelli anche l’eredità artistica di un autore che ha dato molto all’arte sacra contemporanea. Per ora alcuni vescovi hanno fatto coprire o rimuovere le opere di Rupnik per rispetto delle vittime, come avvenuto a Lourdes. Nel Palazzo Apostolico è firmata da Rupnik la cappella Redemptoris Mater che è ancora in uso ma viene poco frequententata.

    La Chiesa che fatica a confrontarsi con gli abusi
    Oggi il caso Rupnik resta simbolo di una Chiesa che fatica a confrontarsi fino in fondo con gli abusi di potere e di coscienza ma anche di una nuova consapevolezza che si fa strada tra i fedeli e le comunità religiose: quella secondo cui nessuna autorità spirituale può essere esente dal giudizio morale e nessuna opera artistica può oscurare il grido di chi ha sofferto.

    L’esperienza delle vittime e la necessità di verità e giustizia chiedono ora una riflessione più ampia sul rapporto tra carisma e controllo sulle dinamiche di potere spirituale e sull’urgenza di una riforma che metta al centro la dignità delle persone e la trasparenza della Chiesa.

    https://www.agi.it/cronaca/news/2025-10-13/caso-rupnik-simbolo-chiesa-che-fatica-a-confrontarsi-con-abusi-33647639/

  • Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Papa Leone, ci dica: per caso il processo a Rupnik non s’ha da fare?

    Il processo ecclesiastico a Marko Rupnik può attendere. Le indiscrezioni che davano per oggi, 13 ottobre, la sua apertura al Dicastero per la dottrina della fede, non hanno trovato conferma e il sacerdote sloveno, accusato di abusi sessuali e spirituali nei confronti di almeno trenta suore – il dato lo ha fornito il generale dei gesuiti, Arturo Sosa Abascàl – per ora può continuare a vivere relativamente tranquillo nel convento di Montefiolo, un tempo casa delle suore benedettine di Priscilla e oggi quartier generale di Rupnik e dei suoi fedelissimi, o nella Casa Maria Consolatrice a Santa Severa, dove il Centro Aletti tiene regolarmente gli esercizi spirituali.

    Dopo lunga e laboriosa ricerca, i giudici sono stati trovati – lo ha detto il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede Victor “Tucho” Fernandez già qualche mese fa – l’inchiesta è già stata fatta nel 2021, le vittime hanno testimoniato: praticamente le carte sono tutte sul tavolo eppure, ancora una volta, non succede niente.

    Non è la prima volta, infatti, che si indaga sugli abusi dell’ex gesuita nella Comunità Loyola: il Dicastero ci aveva già provato, quando era prefetto il cardinale Luis Ladaria Ferrer, ma nell’ottobre 2022 il procedimento si era fermato per la volontà di papa Francesco di non processare Rupnik e sulla denuncia delle suore era calata la mannaia della prescrizione. Nell’ottobre del 2023 Bergoglio è stato poi obbligato dalla pressione delle vittime e dei media – e dalla rissa dietro le quinte del Sinodo sulla sinodalità con Sean O’Malley, fino al luglio 2025 presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori – a togliere la prescrizione. È da allora, esattamente da due anni, che si attende che questo processo venga celebrato.

    Francesco non ha mai avuto la volontà di processare Rupnik. Lo ha sempre protetto – in modo anche smaccato, come quando nel 2020 gli ha fatto togliere la scomunica che il prefetto Ladaria Ferrer gli aveva appena impartito – e fino all’ultimo ha tenuto nella sua stanza a Santa Marta la riproduzione di un’opera dell’ex gesuita, proprio mentre nella chiesa infuriava la discussione se i mosaici dell’abusatore andassero distinti dal suo autore o distrutti perché offensivi.

    Francesco proteggeva gli amici, è cosa nota, ma Leone? Per quanto se ne sa, Prevost non ha mai nemmeno incontrato Rupnik ma con il pontificato ha ereditato anche questo processo e si trova alle prese con una gigantesca patata bollente. Da un lato le vittime non hanno intenzione di accettare l’oblio su quanto hanno subito e chiedono giustizia e risarcimenti; dall’altro Rupnik, che negli ambienti della giustizia vaticana gode della reputazione di uomo vendicativo e tutt’altro che collaborativo, ha intessuto negli anni reti di complicità, presumibilmente corroborate dalla grande quantità di denaro accumulata vendendo mosaici alle chiese di tutto il mondo, e questo contribuisce a rendere difficile per il Vaticano un soluzione limpida a questa oscura vicenda.

    Sono passati oltre cinque mesi dall’elezione di Leone XIV e ancora nulla si muove per un processo che praticamente è fatto, basterebbe fissare una data. Chi vive dentro la curia ha capito che il papa non se ne vuole occupare direttamente e lascia al prefetto Fernandez (l’uomo che negli ultimi anni ha protetto Rupnik per ordine di Francesco) il compito di sbrogliare l’intricata matassa. Qualcuno parla di tempi tecnici, qualcun altro pensa che semplicemente questo processo non s’ha da fare, almeno fino a quando il papa non avrà deciso se per la sua parossistica prudenza sia più pericoloso per la Chiesa l’insabbiamento perpetuo o un verdetto di colpevolezza per decine di abusi sessuali per l’ex gesuita Marko Rupnik, il protetto di Bergoglio.

    https://federicatourn.substack.com/p/papa-leone-ci-dica-per-caso-il-processo

  • Lettera al Presidente del Cile: un altro colpo a una ferita aperta

    Lettera al Presidente del Cile: un altro colpo a una ferita aperta

    In tutto il Cile, 11 ottobre 2025

    Signore: Carattere Gabriel Boric

    Presidente della Repubblica del Cile
    Presente
    La sua prossima visita in Vaticano è di dominio pubblico: incontrerà Papa Leone XIV, leader del Paese e capo della Chiesa cattolica mondiale. Si dice che la sua delegazione sia ampia e trasversale e che, con l’obiettivo di approfondire le opportunità di cooperazione tra il Cile e la Santa Sede, terrà anche un incontro bilaterale con il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano.
    L’agenda bilaterale comprende discussioni sui diritti umani, un’ottima occasione per esigere il rispetto di alcune questioni fondamentali nei rapporti tra due Stati sovrani:
    1. Che il Vaticano metta a disposizione del sistema giudiziario del nostro Paese gli archivi esistenti, sia in Cile che presso la Santa Sede e altrove nel mondo, relativi ai crimini di abuso e violenza sessuale, coscienziosa, psicologica, fisica e socioeconomica perpetrati da religiosi e religiose, laici impegnati e altri agenti della Chiesa contro bambini e persone vulnerabili, indipendentemente da quando siano avvenuti, 100, 50, 10 o 1 anno fa.

    Nel 2018, su sollecitazione del Vaticano, la Chiesa ha soppiantato la magistratura cilena indagando e preparando il “rapporto Scicluna-Bertomeu”, che è stato fatto uscire di nascosto dal Paese in una valigia diplomatica e il cui contenuto rimane segreto. L’accesso a queste informazioni è il minimo di dignità che il Cile merita.

    1. Che si impegni formalmente a denunciare alla giustizia cilena i crimini menzionati nel punto precedente, che a tutt’oggi rimangono nascosti sotto l’egida del diritto canonico, il che non costituisce una scusa, in territorio cileno, per esimersi dal nasconderli a pubblici ministeri e tribunali. L’inadempimento dei propri doveri civici in questo senso è un privilegio illegale, sancito dallo stesso Vaticano.

    2. Istruire tutti i membri del clero e le autorità negli spazi cattolici, compresi i laici, a collaborare con la giustizia cilena e a denunciare tempestivamente i crimini di abuso sui minori in tutti gli ambienti ecclesiastici (educativi, comunitari e assistenziali), dato che non lo fanno e, quando accusati di insabbiare il crimine, si nascondono dietro l’istruzione superiore del Vaticano.

    3. Che impegni esplicitamente la Chiesa cattolica in Cile, a nome delle vittime e dei sopravvissuti, a non proteggere né nascondere più i suoi presunti funzionari abusanti e a creare in modo trasparente un fondo per risarcire le vittime.

    Grazie alle denunce e alle informazioni di base a disposizione del sistema giudiziario cileno, possiamo chiedere al governo del nostro Paese di rispettare il corrispondente Controllo di Convenzionalità affinché queste violazioni dei diritti umani siano trattate come tali. Perché l’abuso di minori e adulti vulnerabili all’interno di istituti è tortura, come definito dalle Nazioni Unite.

    Nel 1996, il nostro Paese ha ratificato la Convenzione interamericana per la prevenzione, la repressione e l’eliminazione della violenza contro le donne (Convenzione di Belém do Pará). Questa Convenzione stabilisce che i crimini contro l’umanità non sono commessi solo da agenti statali. L’assenza o la negligenza dello Stato costituisce lo stesso reato. 

    Il principio del superiore interesse del bambino deve sempre prevalere sulla reputazione istituzionale, che non deve essere utilizzata per nascondere crimini contro i diritti umani.

    L’entità delle violazioni e degli abusi commessi contro bambini, adolescenti e adulti vulnerabili all’interno della Chiesa cattolica costituisce una ferita aperta nella storia e nel presente del nostro Paese e del mondo. Per questo motivo, nel 2022, il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha esortato il Cile, su nostra richiesta, a “istituire una commissione per la verità indipendente, imparziale e adeguatamente finanziata per esaminare tutti i casi di abusi sui minori in contesti istituzionali, compresi quelli all’interno della Chiesa cattolica e nei centri residenziali”. Non avete incluso enti ecclesiastici nella Commissione da voi annunciata nel dicembre 2024 e, a tutt’oggi, il vostro governo non ci ha risposto in merito alle ragioni di tale discriminazione.

    Il comunicato ufficiale afferma inoltre che l’agenda include una visita alla tomba di Papa Francesco, per rendere omaggio alla sua eredità. Ancora una volta, siamo costretti a ricordarvi che il defunto monarca è stato uno dei più grandi insabbiamenti al mondo di pedofilia clericale. Questo gesto del Capo di Stato cileno è estremamente doloroso per le vittime cilene di questo insabbiamento. Questa Rete di Sopravvissuti fa parte di quelle migliaia di vittime senza risposte.

    La sua visita alla Santa Sede, nel tono che ha descritto prima del viaggio, ci addolora profondamente. È un altro colpo a una ferita aperta che aveva promesso di curare. L’ha lasciato scritto nel suo Programma di Governo. Un governo che si dichiara femminista e a favore dell’infanzia ha l’obbligo di esigere questi impegni fondamentali, in particolare nel 2025, quando il Cile celebrerà il 35° anniversario della firma della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Ci auguriamo che i punti sollevati in questa lettera possano essere affrontati nell’incontro con il Papa e il Segretario di Stato vaticano. E ci auguriamo che al suo ritorno in Cile ci riceva, come le abbiamo chiesto fin dall’inizio del suo mandato.

    Sinceramente,

    Rete dei sopravvissuti cileni.