Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Suore abusate, la Chiesa è sorda al #metoo. “Ho denunciato violenze, non è servito a nulla”

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21 – «Ero una giovane suora, lui era il responsabile provinciale della mia congregazione. Una sera ha insistito per darmi un passaggio: appena un po’ fuori dal centro abitato ha allungato le mani; mi sono buttata fuori dall’auto e ho visto che si masturbava». Nadia (nome di fantasia) è stata suora per più di trent’anni in Italia, salvo una breve parentesi in una missione africana. Aveva raggiunto un ruolo di rilievo in un importante ente religioso ma, a dispetto di una forte vocazione, ha deciso di lasciare l’abito a causa delle sofferenze patite. Con questa intervista, per la prima volta esce dal silenzio: la sua è una storia di fatica e di sfruttamento, di abusi e di una strenua resistenza a un ambiente corrotto. «Il padre provinciale ha provato moltissime volte a violentarmi – continua – in tante venivamo molestate, bastava rimanere da sola in una stanza e te lo trovavi addosso. Ho detto tutto al suo superiore ma non è servito a niente».

    Non è stato l’unico: «Nella mia vita avrei dovuto denunciarne almeno quattro – specifica Nadia – Una volta, in missione in Africa, un prete di un’altra congregazione si infilò in camera mia durante la notte e mi violentò. Oggi è parroco in Belgio». In Italia, mentre frequenta un’università religiosa grazie a una borsa di studio, Nadia viene molestata dal rettore: «Mi ha chiamata nel suo ufficio con la scusa di un documento da fotocopiare – ricorda –  e, dopo aver chiuso la porta alle mie spalle, mi ha preso la mano destra e l’ha appoggiata sui genitali per farmi sentire l’erezione». Fa una pausa, si sente il disgusto, tenace attraverso gli anni. «Mi viene una rabbia perché questo prete era cappellano e confessore spirituale di un convento: se ha osato provarci con me, che ero una conosciuta e italiana, cosa avrà fatto con le giovani provenienti da altri paesi, sole e vulnerabili?».

    «Che cosa potevo fare? – prosegue Nadia – Era amico intimo di Buttiglione, del cardinale Angelini e di Andreotti: chi mi avrebbe dato retta?». Anni dopo, però, quando ormai non è più suora, Nadia incontra un altro prete, confratello del rettore, e gli racconta che ha studiato alla loro università ma che si è trovata male a causa di quel sacerdote. «“Lo sappiamo” mi ha risposto lui, senza esitazioni – ricorda oggi Nadia – Aveva capito immediatamente a che cosa mi riferivo. Sapevano tutto e non lo hanno fermato».

    La storia di Nadia è tutt’altro che un caso isolato e parla di una realtà molto diffusa, che tuttavia fatica ad emergere. Se il dramma della pedofilia nella chiesa è ormai davanti agli occhi di tutti, con tanto di mea culpa ecclesiastici e (alcuni) processi eccellenti, gli abusi sulle suore da parte dei preti restano un buco nero da cui è quasi impossibile far emergere verità, dati e testimonianze, figuriamoci intravedere un percorso di giustizia. Soprattutto in Italia, dove su tutto incombe lo Stato Pontificio. Infatti, se in Francia il tema degli abusi sulle suore è stato trattato dal documentario choc di Eric Quintin e Marie-Pierre Raimbault Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église, trasmesso da Arte, nel nostro paese i tentativi di fare breccia nell’omertà del clero vengono ripagati duramente. Lo sa bene Lucetta Scaraffia, ex direttrice del mensile Donne Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano: proprio un suo articolo, nel febbraio 2019, ha scatenato la reazione delle gerarchie, portandola alle dimissioni. «Mi fu fatto capire che non dovevamo parlare di abusi sul giornale – racconta oggi – Quando il direttore dell’Osservatore cominciò a voler controllare le bozze, realizzai che la mia libertà d’azione era finita». Prima di andarsene, però, decide di sferrare il colpo e pubblica l’articolo sulle religiose abusate: «Abbiamo ricevuto tantissimi messaggi da parte delle suore, ci lasciavano fiori e bigliettini in redazione per ringraziarci di aver parlato delle loro sofferenze, una cosa commovente», ricorda. Il suo articolo, linkato ovunque al momento della pubblicazione, oggi è irreperibile sul web, quasi non fosse mai stato scritto.

    Le donne consacrate non hanno potere decisionale e la loro parola non conta nulla in un ambiente già segnato da una profonda disuguaglianza di genere: «Le suore vivono una grave mancanza di considerazione nella chiesa: il loro lavoro è gratuito o poco pagato e spesso vengono trattate come serve dei preti», conferma Scaraffia. Inoltre la rigida gerarchia interna alle congregazioni mortifica in molti casi le vocazioni personali e costringe le suore a chiedere il permesso alla madre superiora per ogni minima cosa, dai soldi per la biancheria alla possibilità di studiare. Non sono rare le punizioni, soprattutto per le novizie: «Una ex suora ci ha raccontato di essere stata tenuta in ginocchio per ore sulle pietre per non aver eseguito un’incombenza e, in generale, le vessazioni psicologiche sono molto diffuse – racconta la psicologa Lorita Tinelli, del Centro studi sugli abusi psicologici di Bari – Sappiamo di alcuni casi in cui ancora viene utilizzato il cilicio per i pensieri peccaminosi. Le ragazze che prendono il velo devono rinunciare completamente al mondo esterno e levigare il carattere fino ad aderire completamente alle regole della comunità».

    Una vita che per molte, anche senza arrivare alla violenza sessuale, è un’esperienza sfiancante di solitudine e sfruttamento. Forse anche per questo sono sempre di meno a prendere i voti: secondo l’ultimo Annuario Statistico della Chiesa, le religiose professe nel 2018 nel mondo erano 648.910, rispetto alle 722mila del 2010. Da notare che il numero delle religiose supera di molto quello dei religiosi professi (non sacerdoti), che nel 2018 erano meno di 51mila, e restano la maggioranza anche se a questi si aggiungono i preti (414.582). Per l’Italia, difficile avere dati: secondo una ricerca del periodico Testimoni, nel 2014 le suore erano 89mila, di cui il 46% ultrasettantenni, a fronte delle 154mila del 1971.

    Le suore e le monache, bisogna ricordarlo, non possono celebrare la messa né amministrare i sacramenti e questo apre le porte di conventi e monasteri ai sacerdoti, che le avvicinano in veste di confessori e padri spirituali: «È proprio nelle relazioni pastorali, a causa della grande differenza di potere fra prete e suora, che si crea quello spazio ambiguo in cui attecchisce l’abuso», spiega suor Mary Lembo. Originaria del Togo, suor Mary nel 2019 ha ottenuto il dottorato in psicologia alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sulle violenze commesse dai preti sulle religiose in Africa, il primo studio scientifico sull’argomento. «Facevo formazione sulla maturità affettiva e sessuale a novizie e seminaristi e in molte venivano a raccontarmi di avere avuto rapporti sessuali indesiderati – racconta – Le suore sono intrappolate in rapporti asimmetrici: molte sono ragazze svantaggiate che dipendono dal sostegno, anche economico, del prete, altre sono soggiogate dal suo carisma spirituale». Il sacerdote abusante sa bene come manipolarle, prima conquistando  la loro fiducia e poi facendo leva sulla devozione e sul voto di obbedienza per ottenere favori sessuali: «I preti spesso spacciano le loro azioni per volontà divina – aggiunge suor Mary – una suora violentata da un missionario mi raccontò che il suo stupratore mentre la toccava le diceva che era “la mano di Dio”». Non è un problema solo africano: «Come consulente, qui in Italia ho ascoltato tante testimonianze di religiose abusate», sottolinea suor Mary.

    Ma quante sono le suore che subiscono violenza? Non c’è modo di avere dati certi. L’unica ricerca realizzata finora riguarda gli Stati Uniti e risale al 1998, quando John Chibnall, Paul Duckro e Ann Wolf dell’Università di Saint Louis in Missouri pubblicano un’inchiesta condotta su 1164 religiose, da cui emerge che il 12,5% delle suore (all’epoca 89mila nel paese) ha subito una qualche forma di violenza sessuale. Una su otto: decisamente un problema che non riguarda soltanto i paesi in via di sviluppo.

    Le suore, però, non parlano. Alle poche che trovano il coraggio di rompere il silenzio viene rinfacciato di voler “rovinare un prete” o di “distruggere la chiesa”. Le stesse madri superiore raramente le supportano, quando addirittura non diventano complici dei molestatori, accettando di mandare suore “in missione” dai preti che ne fanno richiesta. «Le religiose non possono competere con la buona fama del confessore che abusa di loro», conferma suor Tiziana Merletti, della comunità delle Francescane dei Poveri. «Allora tacciono, soprattutto se straniere, perché temono di essere rispedite al paese di provenienza. Perché questo è quello che succede: non fermano lui, ma al massimo allontanano lei». In ogni caso, la religiosa viene mandata via subito se rimane incinta: «È capitato che il sacerdote sostenesse economicamente l’ex suora e il bambino – dice suor Tiziana – ma il più delle volte le ragazze vengono semplicemente abbandonate al loro destino».

    I preti, dal canto loro, sono certi dell’impunità e si sentono intoccabili: «Molti interpretano la promessa di castità come vogliono – chiosa suor Mary – in seminario dichiaravano apertamente che nessuno praticava davvero l’astinenza sessuale: il voto di celibato significa che non ti puoi sposare, mi dicevano, non che non puoi fare sesso».

    Dalle gerarchie, poi, è più facile aspettarsi ritorsioni che ascolto: «So di religiose che hanno subìto azioni ingiuste – conferma suor Mary – Le suore denunciano per evitare che altre subiscano la stessa sorte ma poi si rendono conto che a parlare si sono soltanto complicate la vita, mentre chi ha fatto del male non viene toccato». Oggi, la lotta di suor Mary è rendere le suore il più possibile forti e consapevoli di sé stesse, capaci di difendersi da sole. La religiosa togolese è molto chiara: «Non manderò mai una suora dal vescovo a denunciare una violenza, perché il vescovo sempre proteggerà il suo prete».

    Eppure, quel che succede in certe sacrestie, nel silenzio dell’ufficio del parroco o nel confessionale della chiesa di quartiere, non è né un mistero né una novità, per il Vaticano. Già nel 1994 una suora irlandese missionaria in Africa, Maura O’Donohue, invia un rapporto confidenziale a Roma in cui denuncia la prassi di molti preti e vescovi di stuprare le suore – invece delle donne locali – per tutelarsi dall’epidemia di Aids in corso nel continente. Nel documento si menzionano 23 paesi (fra cui l’Italia) in cui si rintracciano episodi di violenza da parte del clero ai danni di religiose: nel 1988 in Malawi 29 suore rimangono incinte dopo essere state abusate dai preti della diocesi; in un altro caso, un sacerdote costringe una suora ad abortire: lei muore durante l’intervento e lui ne celebra impassibile il funerale. Quattro anni dopo, un nuovo rapporto di un’altra religiosa, Marie McDonald, conferma l’entità del dramma e sottolinea che sono particolarmente vulnerabili le giovani suore straniere mandate a studiare a Roma, a cui spesso vengono richiesti favori sessuali in cambio di un aiuto con la lingua.

    I rapporti diventano pubblici soltanto nel 2001, grazie a uno scoop del National Catholic Reporter: a quel punto la chiesa è costretta ad ammettere che la faccenda è da tempo nota a San Pietro. Persino Strasburgo si allarma e in una Risoluzione del Parlamento europeo del 5 aprile rende noto che sono stati trasmessi al Vaticano almeno cinque rapporti su questo tema, secondo i quali molte religiose stuprate sono state anche costrette a dimettersi, ad abortire e, in certi casi, sono state infettate dall’Hiv. Nel 2002 scoppia lo scandalo degli abusi sui minori grazie alla nota inchiesta del Boston Globe, raccontata poi nel film Spotlight; sembra un motivo in più per andare alle radici di ogni forma di violenza nella chiesa cattolica ma non è così: lo choc per i bambini oscura tutto il resto. Le suore vengono dimenticate.

    In Italia, a fine 2018, qualcosa si muove. Il primo sasso nello stagno lo lancia il 23 novembre la Uisg, l’Unione internazionale delle superiori generali, con un appello in cui esorta le donne consacrate a denunciare. Poche settimane dopo, su twitter compare l’hashtag #NunsToo e, dopo la pubblicazione dell’articolo di Scaraffia, finalmente anche il papa prende posizione: il 5 febbraio 2019,di ritorno da Abu Dhabi, ammette per la prima volta la realtà degli abusi mentre parla con i giornalisti e, tre mesi dopo, ripete le stesse cose alle madri superiori della Uisg riunite nell’assemblea plenaria. Appena tre giorni prima aveva diffuso il Motu proprio “Vos Estis Lux Mundi” in cui sottolineava la condanna di ogni atto sessuale perpetrato con «violenza, minaccia o mediante abuso di autorità». Vengono disposti nuovi strumenti per tutelare le vittime: sportelli per le denunce in ogni diocesi, supervisori, commissioni miste (con laici): un sistema capillare, almeno nelle intenzioni, che va ad aggiungersi alla Commissione Pontificia e al Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nell’attività di prevenzione e formazione nelle chiese. Nelle “Linee guida” del giugno 2019, infine, si chiarisce la direzione presa con il Motu proprio, incoraggiando la segnalazione alle autorità dello Stato degli abusi commessi in ambito ecclesiale. Denunciare rimane però un obbligo morale, non giuridico: una questione di coscienza, insomma, non un dovere sancito dalla legge. Niente è innovato rispetto al Concordato: quel che accade in ambito ecclesiastico è disciplinato dal diritto canonico e resta blindato all’interno di San Pietro.

    Se si prova a capire quante sono le inchieste (e gli esiti) dei processi nei tribunali ecclesiastici, infatti, ci si ritrova ancora di fronte a una porta chiusa. Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, che si occupa della supervisione delle comunità religiose, ha rifiutato di farsi intervistare da FQ MillenniuM e la stessa Uisg non è in grado di valutare l’impatto dell’appello lanciato ormai più di due anni fa. «Sulle congregazioni non abbiamo competenza –  spiega suor Patricia Murray, segretaria esecutiva dell’Unione delle Superiore generali – A noi direttamente sono arrivati pochi casi, che abbiamo girato alle autorità competenti: non conosciamo però l’esito delle segnalazioni».

    Le denunce finite davanti a un tribunale penale si contano finora sulle dita di una mano: la prima risale al 2006, quando un frate francescano, padre Fedele Bisceglia, viene accusato di stupro da una suora. È condannato in primo e secondo grado a nove anni e tre mesi ma la Cassazione rinvia il giudizio a un nuovo processo d’appello, che lo scagiona completamente: dalle intercettazioni emerge sì “una personalità del frate, anche dal punto di vista sessuale, molto sopra le righe, ma mai una una condotta violenta”, si legge nelle motivazioni dell’appello bis, poi confermate dalla Cassazione, nelle quali la suora non è ritenuta credibile sui fatti denunciati. Le francescane guidate da suor Tiziana Merletti, all’epoca superiora generale, ne escono deluse: «Esprimiamo rammarico per questa pagina di storia che oggi si è scritta per la nostra suora e per tutte le donne», scrivono in un comunicato uscito dopo la sentenza definitiva di assoluzione. Nel 2018, nuovo caso, nuovo buco nell’acqua: padre Giovanni Salonia, sacerdote e terapeuta, viene querelato da una suora sua ex paziente, ma la giudice stabilisce il non luogo a procedere perché la denuncia è arrivata oltre il tempo massimo.

    Tutto, alla fine, sembra rientrare nei ranghi: i sacerdoti di nuovo sul pulpito, le suore nel silenzio del convento o estromesse dalla vita consacrata, le commissioni ecclesiastiche e i tribunali pontifici al lavoro ma senza l’obbligo di rendere conto allo Stato, nonostante l’invito alla trasparenza arrivato a più riprese anche dall’interno della chiesa. Suor Patricia Murray insiste sul lavoro di formazione nelle congregazioni ma, ammette, occoreranno anni prima di vedere i risultati.

    Nel frattempo, come avere la certezza che gli abusi vengano puniti? Ancora una volta, a quanto pare, è tutta una questione di fede.

    Federica Tourn MILLENNIUM Il FattoQ 13-2-21

  • Proposta, aiuto e risarcimento per le vittime di violenza sessuale nella chiesa!

    Proposta, aiuto e risarcimento per le vittime di violenza sessuale nella chiesa!

    Il trattamento dei crimini di violenza sessuale da parte di sacerdoti contro bambini e giovani non deve più essere lasciato ai responsabili nella Chiesa cattolica.

    Come persone colpite, ci impegniamo per la rivalutazione, l’assistenza e il risarcimento da oltre dieci anni. Ora tocca al Parlamento! Abbiamo bisogno di aiuto, nonostante i successi degli ultimi anni.

    Ecco le nostre richieste:

    – Chiediamo l’istituzione di una commissione per la verità e la giustizia da parte del Parlamento, che accompagni il processo di venire a patti con il fallimento istituzionale sistematico decennale nelle chiese. Le istituzioni devono riferire sui loro progressi in loco e le persone interessate devono essere ascoltate.
    La Chiesa non può farlo da sola. Lo ha dimostrato abbastanza negli ultimi anni. Venire a patti con esso non è un “affare di chiesa interna”, ma una sfida per la società nel suo insieme.
    E: senza rivalutazione, la prevenzione non può avere successo. Solo chi chiarisce, svela e cerca un risarcimento per i crimini e le omissioni del passato farà ciò che è necessario per proteggere meglio i bambini oggi.

    – Il rafforzamento, il collegamento in rete e la consulenza delle persone colpite devono infine essere sostenuti anche finanziariamente. L’auto-aiuto ha bisogno di una struttura che superi le possibilità del volontariato. C’è un forte bisogno di scambio senza doverti spiegare. Le vittime sono rimaste sole con la loro storia per troppo tempo.

    – Deve essere creato un punto di contatto indipendente insieme alle persone interessate. I centri di consulenza specialistica esistenti in loco possono aiutare se hanno familiarizzato con le specifiche delle vittime che hanno socializzato in chiesa. Devono essere incluse tutte le vittime di violenza sessuale nella chiesa, non solo quelle accettabili per l’organizzazione dei perpetratori.

    – Per il sostegno delle circa 5000 vittime viventi che hanno denunciato finora, chiediamo la creazione di una “organizzazione per il recupero delle vittime”, che è sostenuta finanziariamente dalle chiese, ma opera in modo indipendente e le persone colpite sono coinvolte.

    – Le vittime dei crimini di abuso e l’occultamento da parte dei leader della chiesa e degli ufficiali del personale devono finalmente essere adeguatamente risarciti. Il miglioramento del riconoscimento che la chiesa vuole finalmente concedere mostra che la pressione pubblica ha funzionato. Il Parlamento dovrebbe chiarire come dovrebbe essere una compensazione adeguata. Per l’EKD, deve essere applicata una chiara assunzione di responsabilità istituzionale invece di “servizi individuali” non trasparenti. A una commissione incaricata dal Parlamento dovrebbe essere conferito un mandato chiaro e limitato nel tempo per elaborare una soluzione che rifletta non solo gli interessi dell’istituzione ma anche quelli delle persone interessate.

    Perché è così importante?

    Solo coloro che vengono a patti con i crimini e l’abbandono del passato faranno ciò che è necessario per proteggere meglio i bambini oggi. Come può essere garantita questa elaborazione completa dei crimini per lo più prescritti dalla legge contro i bambini e i giovani nel contesto della Chiesa cattolica, ma anche di altre chiese e istituzioni, come viene reso disponibile l’aiuto alle migliaia di vittime e come il risarcimento per le istituzioni Il fallimento dei ministri nella chiesa si fa però, non è stato ancora chiarito. Una commissione per la giustizia e la verità basata sulla legge sarebbe un percorso che altri stati hanno già intrapreso.

    Dopo la scoperta del cosiddetto scandalo degli abusi nel 2010, i politici hanno organizzato una tavola rotonda sugli abusi sessuali sui minori, ma poi sono passati ai margini. Nonostante l’istituzione della posizione di responsabile degli abusi, una commissione di elaborazione sub-statutaria dal 2016 e un’indagine scientifica (studio MHG 2018), le responsabilità per le migliaia di crimini di abuso contro bambini e adolescenti non sono state realmente chiarite fino ad oggi. Non esiste una base giuridica per l’accesso ai fascicoli, l’audizione di testimoni, la pubblicazione dei risultati, ecc., Che spesso porta a conflitti sulla protezione dei dati e sui diritti personali dell’imputato in tali progetti di trattamento.

    Soprattutto, però, da dieci anni le vittime attendono un adeguato risarcimento non solo per i crimini di abuso commessi contro di loro, ma per l’oscuramento sistematico di questi crimini e per la protezione degli autori. I bambini sono stati spesso messi a rischio per negligenza perché gli autori sono stati solo trasferiti. Le vittime sono state lasciate sole a far fronte alle conseguenze degli abusi sessuali subiti, perché i crimini non sono stati denunciati dai superiori degli autori, ma piuttosto coperti e occultati. Ciò ha reso difficile per le vittime trovare aiuto e cure terapeutiche per il loro trauma.

    Molte delle persone colpite non sono aiutate con pagamenti simbolici di riconoscimento poiché la chiesa offre ripetutamente. Un adeguato risarcimento dovrebbe essere basato sulle raccomandazioni del settembre 2019 redatte da un gruppo di lavoro indipendente con la partecipazione di esperti, compresi gli interessati, a nome della Conferenza episcopale tedesca.

    Non deve esserci alcun nuovo fardello traumatizzante per le vittime e nessuna umiliazione attraverso importi simbolici decretati unilateralmente. Il Parlamento dovrebbe stare dalla parte delle persone colpite e cercare un equilibrio come “mediatore onesto”. Gli interessati hanno diritto all’informazione e al risarcimento. Avrai anche bisogno di aiuto, consigli e supporto in futuro. Un “lavoro di recupero delle vittime” che dia un contributo duraturo al recupero delle vittime potrebbe essere un esempio per trattare con altri gruppi di vittime nella nostra società.

    https://weact.campact.de/petitions/helfen-sie-uns-aufarbeitung-hilfe-und-entschadigung-fur-die-opfer-sexueller-gewalt-in-der-kirche?share=d95de98c-d606-42eb-8791-20acef508d06&source=facebook-share-email-button&time=1613724043&utm_medium=recommendation&utm_source=rec-fb&fbclid=IwAR0nqfLwOJ6gNcap99y5L5VZ_xbUQ75LKAmY426jX11UUGZvJDB9DdGpcd8

  • Pedofilia “Caso Italia” – ECA Global in sostegno della Rete L’ABUSO, chiederemo all’ONU una sezione speciale

    Pedofilia “Caso Italia” – ECA Global in sostegno della Rete L’ABUSO, chiederemo all’ONU una sezione speciale

    Una sezione “speciale” che attenzioni il paese membro Italia. E’ la proposta formulata da Alberto Athie al termine del webinar di sabato 20 e votata da tutti i presenti, per la quale la stessa Sara Oviedo Fierro – ex vice presidente del Comitato Onu per i diritti dell’infanzia – si è personalmente impegnata. Una richiesta alle Nazioni Unite molto forte perché ad appoggiare la Rete L’ABUSO questa volta sarà ECA Global, che rappresenta attualmente 42 paesi in quattro continenti.

    L’esposizione di Francesco Zanardi (Rete L’ABUSO) ha disegnato il drammatico quadro italiano di una classe dirigente amorale e totalmente connivente con il clero. Un problema che parte proprio dalle negligenze dei piani più bassi che di fatto antepongono il clero ai bambini e del problema non vogliono neppure parlare, come del resto lo stesso parlamento italiano, di fatto rendendo il paese privo di prevenzione in materia di tutela dei minori, nei fatti rappresentati anche politicamente oltre che socialmente, da nessuno.

    È seguito l’intervento dell’avvocato della Rete, Mario Caligiuri che ha formulato una proposta di legge di semplicissima attuazione, che non tocca patti lateranensi o altro, ma attuabile attraverso una banalissima modifica dell’articolo 364 c.p., tutto starà però alla volontà del Parlamento.

    Il giornalista Federico Tulli – autore di tre libri sulla materia – ha relazionato la situazione storica del nostro paese e le problematiche relative all’informazione in Italia, paese fanalino di coda, al 77° posto per la libertà di informazione.

    Una sezione speciale divenuta indispensabile visto la drammaticità della situazione che vede l’Italia e Vaticano, non solo unite nel favorire la pedofilia, ma latitanti alle molteplici richieste dell’Associazione Rete L’ABUSO di mettere mano all’ormai dilagante problema, malgrado le stesse siano state ripetute dalle Nazioni unite nel febbraio 2019, nel febbraio 2021 non sono solo ancora inevase, ma l’Italia non ha ancora neppure calendarizzato la discussione. Il tutto mentre alla sola richiesta delle vittime tedesche di una commissione di inchiesta , subito veicolata dai mezzi d’informazione, ha fatto si che il parlamento tedesco ci stia già lavorando.

    Francesco Zanardi

  • Abusi sessuali dei preti, le vittime chiedono al Parlamento tedesco una commissione di inchiesta

    Abusi sessuali dei preti, le vittime chiedono al Parlamento tedesco una commissione di inchiesta

    Città del Vaticano – In Germania le vittime dei preti pedofli hanno chiesto al Bundstag, la Camera bassa, di aprire una inchiesta parlamentare per capire a fondo il fenomeno, arrivare alle radici e mettere a fuoco l’estensione del fallimento delle Chiese. In pratica la richiesta che inizialmente si era rivolta alle istituzioni religiose di fare luce al proprio interno sta prendendo una piega diversa, coinvolgendo la politica.

    A farsi portavoce di questa sorta di class action sono stati Patrick Bauer e Karl Haucke, già membri del comitato consultivo delle vittime dell’arcidiocesi di Colonia ma che per protesta si sono dimessi assieme a Matthias Katsch, il portavoce dell’associazione delle vittime “Eckiger Tisch”. In una lettera aperta pubblicata sul Die Zeit hanno lanciato un appello bipartisan alle forze che siedono in Parlamento per istituire una commissione di inchiesta capace di «affrontare il sistematico fallimento istituzionale nelle Chiese nel corso di questi ultimi decenni».

    Hanno anche aggiunto che la Chiesa è praticamente incapace di avviare un percorso di verità e trasparenza: «non può farlo da sola». Hanno anche proposto la creazione di un «organismo che si faccia carico del recupero delle vittime» finanziato dalle chiese ma dotato di una gestione operativa totalmente autonoma e indipendente. Infine hanno toccato il tema spinoso dei risarcimenti che dovrebbero essere «adeguati».

    Secondo diverse associazioni di vittime finora la risposta fornita dalla politica è stata insufficiente: i politici avrebbero finora dato l’impressione di mantenere un ruolo neutrale perché la Chiesa e lo Stato sono partner in molti settori. «Di conseguenza l’argomento addotto della separazione tra Chiesa e Stato potrebbe essere diventato un pretesto».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_sessuali_preti_pedofili_germania_inchiesta_papa_francesco_ultima_ora_19_febbraio_2021-5777364.html

  • Pre webinar sat 13/2 Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO Italia

    Pre webinar sat 13/2 Francesco Zanardi – Rete L’ABUSO Italia

    Buongiorno a tutti

    Introduco qui il webinar di sabato prossimo sul “Caso Italia”, perchè qui viviamo una situazione davvero preoccupante e che va oltre i preti pedofili e purtroppo, a differenza dei vostri paesi qui coinvolge politica, magistratura e le stesse Istituzioni italiane. Un problema a monte dei preti pedofili perché nei fatti in Italia come vedrete il Vaticano spadroneggia di fronte allo Stato che gli lascia fare quello che vuole.

    Il nostro è una sorta di HELP too ITALY in quanto la situazione italiana è davvero è disastrosa e vede non solo le vittime da più di 10 anni ignorate completamente dallo Stato italiano che non si è mai voluto fare onere del problema producendo altre vittime. L’unico impegno che ha portato avanti in questi 10 anni il Governo italiano, è stato quello di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia.

    Persino il legislatore ha applicato in Italia trattati e Convenzioni come quella per i diritti dell’infanzia o di Lanzarote in modo così criminale da screditare le stesse, di fatto applicate in modo tale da non creare danno alla chiesa, ma dall’altro lato inutili nelle loro finalità che sono state abilmente aggirate.

    Faccio un esempio pratico in modo che la mia affermazione non diventi una semplice illazione. La Convenzione di Lanzarote, ratificata dall’Italia nell’ottobre 2012, introduceva tra le altre cose il così detto “certificato anti pedofilia”, indubbiamente uno strumento importantissimo in quanto parliamo in questo caso di prevenzione. Strumento che in Italia ha lasciato fuori dall’esibizione non solo l’intero clero, ma anche la categoria alla quale il clero appartiene, il mondo del volontariato. Quell’ambiente che da sempre è il terreno di caccia favorito dai pedofili. Una applicazione del certificato che paradossalmente, anziché fare prevenzione, indica al pedofilo il terreno di caccia più sicuro !!!

    L’immunità dal carcere per chi si macchia di questi crimini, sia per i pedofili laici che per i preti con la differenza che i laici finiscono ai domiciliari e la detenzione è costantemente controllata dalla polizia. I preti invece vengono affidati dalla stessa giustizia a una delle 23 strutture per “sacerdoti in difficoltà”  dove di fatto, sono sotto la totale responsabilità della chiesa e dove la polizia non controlla. Un vero e proprio escamotage che da ai cittadini l’idea di una giusta condanna, mentre invece è una sorta di villeggiatura per i preti, che fa sorridere perché paradossalmente in termini democratici discrimina i pedofili laici…

    Questa è l’Italia di oggi ! Quell’Italia che per far stare zitta l’Onu, ha realizzato l’osservatorio nazionale per il contrasto alla pedofilia e alla pornografia minorile, con un decreto “di ferragosto” ha visto il Ministro Maria Elena Boschi dimettere un Funzionario (Maurizio Palma del Ministero Pari Opportunità) per inserire come consulente un prete.

    Un’Italia che tranne l’onorevole Maurizio Turco che nel 2010 tentò la proposta di una commissione di inchiesta, immediatamente affossata dal governo – ma qui vedremo meglio sabato 20 – oggi, in Italia non esiste una sola forza politica che voglia fare da interlocutore in questa causa. Lo stesso Governo non risponde alle vittime, quasi peggio del Vaticano, che qualche volta almeno risponde. Il Governo ha invece chiuso qualunque possibilità per cittadini e associazioni di poter interloquire. Non risponde neppure alle diffide degli avvocati delle vittime, alle raccomandazioni delle Nazioni Unite, impolverate dal febbraio 2019 su qualche scaffale dei palazzi, una sorta di regime assoluto fatto di accrediti per i diritti umani, che però nessuno ha mai applicato in quanto non graditi alla chiesa.

    Poi noi a differenza vostra abbiamo al centro di Roma il Vaticano, un autentico parassita che non stupra solo i figli degli italiani, ma costa all’Italia 7 miliardi l’anno. Per non parlare delle ingerenze che ha nel Parlamento Europeo, al quale riesce ad arrivare grazie ai politici italiani.

    Ultimo e forse maggiore dei problemi l’informazione italiana, dopo alcuni paesi del terzo mondo al 77° per posto per la libertà di informazione.

    E si vede!

    Dal deserto italiano creato intorno alle vittime, normalmente sostenute dall’opinione pubblica, in Italia quando sono fortunate ignorate, quando va male attaccate dalla stessa comunità cattolica che si fa forza sul bigottismo creato dal vuoto dell’informazione e dal suo monopolio. Un’informazione che ci ha nauseati con tutte le cose buone che secondo la stampa avrebbe fatto papa Francesco, con il pericolo del default Vaticano, con il caso McCarricK, quello Viganò. Una stampa che ci ha parlato degli archivi recentemente aperti in Spagna e dei 120 casi emersi, ma omette il contraddittorio e l’obbiettività dimenticando di dire che anche in Spagna, la posizione del governo ha spinto la chiesa a muoversi, come in Germania, Irlanda, Svizzera ecc., magari facendo notare non solo che in Italia ci sono più di 300 casi, almeno quelli noti, ma a differenza della Spagna che ha contato 120 preti dal 1927 al 2020, i 300 italiani, li contiamo solo negli ultimi 15 anni…

    Non perché si voglia avere a tutti i costi il merito di essere lo stato più pedofilo al mondo, certo ci si domanda come mai il Governo italiano abbia introdotto per esempio l’uso obbligatorio del seggiolino intelligente per auto a fronte di 8 morti in 20 anni, ma non si è accorto dei 300 casi italiani con un potenziale di vittime tra i più alti al mondo, secondo le proiezioni un milione di vittime solo in Italia.

    Conto molto nel webinar di sabato sulla possibilità di un intervento dell’Onu, unico interlocutore rimasto il quale in virtù della Convenzione per i diritti dell’infanzia, pur consapevole che l’Ufficio non possa avere un potere coercitivo sullo Stato Membro, quanto meno, pressi il Governo italiano affinché, almeno per quanto riguarda le ratifiche già fatte dall’Italia, pretenda la loro corretta applicazione, che qualora fosse fatta, costituirebbe un buon punto di partenza per affrontare il problema di un paese industrializzato, che nella sua compiacenza verso il Vaticano e ai danni dei propri figli, ha reso la penisola italiana una “free zone”, potenziale ricettacolo per preti che nei vostri paesi rischiano con la giustizia e che in Italia trovano l’impunità del bel paese.

    A voi colleghi l’invito a far assistere nei vostri rispettivi paesi la stampa, in modo di poter accendere un faro sull’Italia. Help too Italy !

    Grazie per la vostra attenzione

    Zanardi

  • Gli ordini religiosi ammettono già 126 casi di abuso in Spagna

    Gli ordini religiosi ammettono già 126 casi di abuso in Spagna

    Gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica in Spagna continuano a venire lentamente alla luce e, dopo il passo dei gesuiti due settimane fa, riconoscono 81 vittime di 65 religiosi dal 1927 e la loro intenzione di risarcirle, altre congregazioni stanno già seguendo lo stesso percorso. EL PAÍS ha consultato 10 dei più grandi e sette rivelano di aver anche svolto indagini sul passato o sono in corso, e accettano anche di risarcire le vittime. Sono semplici revisioni di file, non studi rigorosi, che non hanno reso pubblico e sono lontani dal riflettere la realtà degli abusi in Spagna se confrontati con quelli di riferimento in altri paesi. D’altra parte, di queste dieci entità, i Fratelli Maristi, La Salle e gli Agostiniani continuano a rifiutarsi di rivedere il loro passato. Il resto ammette al momento 61 casi di pedofili religiosi, 42 dei quali fino ad ora sconosciuti. Se queste cifre si aggiungono a quelle dei gesuiti – 65 casi, 54 dei quali nuovi secondo le stime di questo giornale -, gli ordini ammettono 126 casi, 96 di loro sconosciuti fino ad ora. Questi numeri sparano alle statistiche totali e aumentano le vittime di abusi nella Chiesa in Spagna a più di 500, secondo la contabilità tenuta da EL PAÍS con informazioni su condanne, media e proprie indagini, in assenza di dati ecclesiastici e ufficiali .

    Fino a questo mese erano noti 125 casi dal 1986, ma in un colpo solo dobbiamo aggiungerne altri 96. In totale, 221 con almeno mezzo migliaio di vittime dal 1927. Cioè, in poche settimane si sono conosciuti quasi gli stessi casi di 35 anni. E nell’ottobre 2018, quando questo giornale ha iniziato a indagare sugli abusi e ha aperto un’e-mail di denuncia , sono stati contati solo 34 casi. Successivamente, questo giornale ha ricevuto più di 200 messaggi e ha pubblicato una trentina di casi. Il numero è salito alle stelle con numerose segnalazioni di vittime nei media.

    Scolopi, clarettiani, corazonisti e legionari di Cristo hanno già svolto indagini interne. Sono marianisti e salesiani, che danno dati provvisori, 28 in quest’ultimo caso, i più alti dopo i gesuiti. L’Opus Dei completa il suo studio interno. Queste indagini sono solo un primo e minimo passo verso la verità. Le ordinanze affermano che in passato non è mai stato denunciato, nella maggior parte dei casi solo l’accusato è stato trasferito, espulso o lasciato dalla congregazione, con la quale poteva continuare a commettere abusi in altri luoghi e l’istituzione l’ha ignorato. È solo un primo approccio a quanto accaduto. Un’altra iniziativa è stata quella di aprire le e-mail per ricevere reclami, un modo attraverso il quale sono emersi alcuni di questi crimini. In altri casi l’istituzione religiosa si limita a informarsi sulla stampa. Ernesto Gasco, che ha rivelato di essere stato vittima di abusi in un’intervista due mesi fa.

    Gli scolopi della provincia centrale dell’ordine in Spagna hanno potuto tracciare solo le tracce di uno dei suoi membri, accusato nel 1972, che ha lasciato l’ordine ed è finito negli Stati Uniti. Dicono di aver assunto un detective per scoprirlo. Gli abusi che sono riusciti a determinare sono avvenuti a Madrid, Salamanca, Toro e nella diocesi di Cadice-Ceuta. Affermano che gli altri non hanno potuto saperne di più o dove sono avvenuti.

    Le indagini sugli ordini non erano note e ora vengono alla luce solo le domande di questo giornale. I suoi risultati sono molto limitati e non sono stati realizzati da estranei, tranne che nella provincia catalana dei clarettiani. Non offrono dettagli – nomi, luogo e data degli eventi – che se divulgati potrebbero portare a più vittime. Grattano solo la superficie, ma sono ancora un’avanzata nella Chiesa spagnola, che fino al 2018 taceva. E, soprattutto, rende ancora più evidente la posizione della Conferenza episcopale spagnola (CEE), caso praticamente unico nei grandi paesi cattolici: si rifiuta di indagare sul passato e di considerare un risarcimento per queste vittime .

    Si sono incontrati due anni del vertice in Vaticano sugli abusi sui minori tenutosi nel febbraio 2019 e la Chiesa spagnola ha appena preso provvedimenti. Gli uffici di assistenza alle vittime sono stati aperti solo in ogni diocesi, per ordine del Papa. Nell’ottobre 2018 ha creato una commissione contro la pedofilia per aggiornare i protocolli anacronistici in vigore dal 2010, ma più di due anni dopo non si sa nulla del suo lavoro. I vecchi continuano ad apparire sul suo sito web . La Cee ha scelto di non rispondere alle domande di questo giornale e fa riferimento a note e conferenze stampa del 2020. A novembre il portavoce dei vescovi, Luis Argüello, ha solo dichiarato che le denunce ricevute erano “zero o pochissime”.

    GRAF7172. ROMA, 19/09/2020.- El secretario general de la Conferencia Episcopal Española, el obispo auxiliar de Valladolid, Luis Argüello (i), el presidente de la CEE, cardenal arzobispo de Barcelona, Juan José Omella (c), y el vicepresidente, cardenal arzobispo de Madrid, Carlos Osoro (d), que han sido recibidos en audiencia por el papa Francisco, han pedido este sábado que los responsables políticos españoles muestren mayor unidad en la gestión de la pandemia del coronavirus para responder a los problemas que enfrenta la gente, como la pérdida de empleos. EFE/Laura Serrano-Conde

    Quanto alle indagini, la parola d’ordine è che ogni vescovo faccia ciò che vuole, a differenza delle conferenze episcopali di Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi o Francia, che hanno condotto ampie indagini nei loro paesi. In Germania, i vescovi hanno commissionato un audit esterno . Ci sono voluti quattro anni e nel 2018 è stato reso pubblico: dal 1946 3.677 minori hanno subito abusi per mano di 1.670 religiosi. La stessa Santa Sede ha pubblicato due mesi fa il devastante rapporto McCarrick , che sottolineava come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avessero ignorato le accuse di abusi.

    La risposta delle 70 diocesi spagnole è stata lenta e poco trasparente. Tranne alcuni casi, a Cartagena, Madrid, Barcellona e Bilbao, i vescovati sono riluttanti a rendere pubblico il numero di casi che arrivano nei loro uffici. La stragrande maggioranza si rifiuta di indagare sui propri registri e di risarcire le vittime. La verità è che in tutti i paesi la realtà degli abusi del passato è venuta alla luce solo con autentiche commissioni per la verità – dei governi, della Chiesa o di entrambe – che hanno dato sufficiente seria fiducia alle vittime per fare il passo di raccontare il loro caso. In caso contrario, rimangono nascosti.

    “L’equilibrio è molto scarso”, dice Juan Ignacio Cortés, autore di uno dei pochi libri sull’argomento pubblicati in Spagna, Lupi con pelle di pastore (San Pablo). “Un protocollo molto famigerato è ancora in vigore, hanno aperto uffici nelle diocesi, ma è stato fatto molto poco. In Spagna nessuno fa nulla, non è nell’interesse né della Chiesa né dello Stato, che in passato doveva vigilare perché molte istituzioni, dagli internati agli orfanotrofi, facevano parte del sistema di welfare statale. Anche adesso, nei pochi casi che arrivano in tribunale, le vittime non smettono di picchiarle, come nel caso Gaztelueta , dove la Corte suprema ha ridotto la penada 11 anni di carcere a due. C’è una totale mancanza di sensibilità da parte di tutti. Tutti dicono: che oltraggioso. Ma poi guardano dall’altra parte ”.

    Stolen Childhood, la prima associazione nazionale delle vittime, ritiene che, nonostante gli ordini espliciti del Papa, alcune Conferenze episcopali “abbiano fatto pochissimi progressi e altre, come la Cee, niente”. Dubita dell’efficacia degli uffici diocesani e li definisce “una strategia di marketing ” per lavare via il passato della Chiesa. Al momento, avvertono, nessuno ha contattato le vittime giunte in associazione negli ultimi due anni, quasi un centinaio. “Dicono di aiutare le vittime, ma non hanno ancora rilasciato alcun rapporto. Non ci hanno nemmeno contattato ”, sottolinea Juan Cuatrecasas, presidente dell’associazione e padre della vittima del caso Gaztelueta . “Ripetiamo ancora che ci apriamo a collaborare con la Chiesa come intermediari”, dice.

    Gemma Varona, criminologa dell’Università dei Paesi Baschi e che ha svolto uno studio pionieristico nel 2015 sui casi registrati in Spagna, elogia la decisione degli ordini di indagine, ma a fronte dell’unico rapporto noto, quello dei gesuiti, lei è molto critica. Egli ritiene che la sintesi che hanno rilasciato “sia incompleta e metodologicamente molto dubbia”. “Non spiegano come l’hanno fatto né rendono pubblico lo studio completo”, dice. Soprattutto, come hanno sottolineato le vittime, ritiene “ridicolo” il numero di casi che sta registrando. “Non è credibile, è di più, è incredibile che abbiano il coraggio di dirlo, qualche anno fa, come inizio, potrebbe essere accettato, ma siamo indietro da tempo”, dice.

    L’indagine dei gesuiti indica che l’1% dei suoi membri dal 1927 ha commesso abusi. Gli studi più rigorosi che sono stati presentati, ad esempio negli Stati Uniti, Germania, Francia o Irlanda, concordano sul fatto che la cifra media è compresa tra il 4% e il 5% del clero. Dall’altra, rapporti come quello della Pennsylvania nel 2018 (300 sacerdoti accusati, 1.000 vittime) o quello più recente in Francia (1.500 sacerdoti, 3.000 vittime)mostrano che un molestatore abusa spesso di più di un minore. Varona ritiene che “le denunce devono essere per le vittime, che sono quelle che ne hanno bisogno, e quindi devono essere trasparenti e ben fatte. “Devi rispondere a queste domande: perché le vittime non denunciano? Perché non ti permetti? Ecco perché è dovuto un numero così basso ”. Questa specialista ha lavorato negli ultimi anni ad un altro studio sulle vittime, che presenterà quest’anno, e su tutti coloro che ha intervistato “la vittimizzazione secondaria è molto chiara”: si riferisce alla nuova sofferenza che denuncia e non viene ascoltata e anche mezzi maltrattati per la chiesa.

    “Mi hanno rubato altri nove anni”

    Il caso di Javier Paz, vittima di abusi a Salamanca, e uno dei primi a comparire in televisione nel 2014 , raccontando il suo caso, è significativo: “Mi hanno derubato di altri nove anni, da quando ho denunciato nel 2011, perché ho si sono fidati di loro, denunciando in sede vescovile, ma il processo canonico che hanno fatto è stato un teatro per farmi ingannare e in silenzio, finché non mi hanno accusato di volere solo soldi, mi hanno umiliato e ho deciso di apparire in tv. Ti schiacciano ancora e la ferita non si chiude ”. Aggiunge, in ogni caso, per sottolineare che un’altra parte della Chiesa fa bene il suo lavoro, che nell’attuale vescovo di Barbastro-Monzón (Huesca), Ángel Pérez Pueyo, ha trovato tutto il sostegno. La sua ultima battuta d’arresto: ha chiesto al Vaticano la documentazione del suo processo canonico e loro l’hanno negato.

    Diversi ordini hanno pagato un risarcimento o sono disposti a farlo se il caso si presenta ma, a parte il risarcimento finanziario, Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna e specializzato in vittimologia, valuta i processi di giustizia riparativa: ” tra le parti coinvolte, e hanno un senso perché molti sono reati prescritti, non possono rivolgersi alla giustizia penale, ed è quasi più soddisfacente per le vittime ”. Gli Scolopi catalani, che hanno ricevuto consigli dalla Fondazione Vicki Bernadet, hanno fatto ricorso in alcuni casi alla mediazione del difensore civico, il Síndic de Greuges. “Era una vittima che abbiamo individuato e non voleva sapere niente di noi, e grazie alla mediazione abbiamo parlato con lui. È stato molto positivo, molti fantasmi sono caduti. Suppongo che pensasse di trovare la scuola degli anni Cinquanta e quando ci ha trattati ha cambiato la sua percezione. A Natale mi ha chiamato per congratularsi con me per le vacanze ”, dice il provinciale di quest’ordine in Catalogna, Eduardo Pini. “Se il Parlamento fa una commissione d’inchiesta, contino su di noi, la Chiesa deve affrontarlo e indagare”.

    “Per le vittime è molto importante che ci sia un’istituzione laica e indipendente, perché non si fidano di loro”, spiega una portavoce. del Síndic. “Nelle adunanze c’è stato un importante ascolto attivo, che qualcuno le ascolti è già un passo, e poi si sono svolti compiti di mediazione con le congregazioni”. I Salesiani, ad esempio, non provvedono al risarcimento e si sono concentrati su un progetto di giustizia riparativa in cui, attraverso un team di lavoro esterno all’ordine, offrono terapie a lungo termine, della durata di circa 20 mesi. Hanno già avviato nove di questi processi dove, sottolineano, cercano “oltre a migliorare la salute delle vittime, di farsi riconoscere per i danni subiti.

    Ma l’indignazione delle vittime non è solo con la Chiesa: “È un peccato che il Governo non faccia nulla. È un argomento molto delicato e nessuno vuole affrontarlo. Tutto ciò di cui hai bisogno è un gruppo di esperti, una dotazione e aprire un’e-mail, indagare. Non costa niente e noi cambieremmo la situazione ”, lamenta Manuel Barbero, presidente di Mans Petits e padre di una vittima. È l’associazione che ha aperto una causa contro i maristi a Barcellona e ha ottenuto un risarcimento di 400.000 euro per 21 famiglie. “Manca il coinvolgimento delle istituzioni, che avrebbero dovuto assumere il ruolo guida, come in altri Paesi. Nel 2010 in Belgio è intervenuto il Parlamento ed è stato creato uno speciale organismo di riparazione in collaborazione con la Chiesa ”, ricorda Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna ed esperto di vittime.Era uno dei membri della commissione formata dal Síndic de Greuges, il difensore civico catalano, per indagare sul fenomeno in Catalogna. Il difensore civico catalano è una delle poche istituzioni che è intervenuta sul problema: nel 2019 ha creato questa squadra per ascoltare le vittime e ha presentato un rapporto lo scorso anno al Parlamento . Ha chiesto una commissione d’inchiesta sui casi prescritti. Anche il governo della Navarra è stato sensibile alle vittime nella comunità provinciale: sono state invitate al parlamento regionale, organizzato un congresso sul problema e finanziato terapie psicologiche. Nel resto della Spagna silenzio.

    Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce, scrivici con il tuo reclamo a abusos@elpais.es

    La Conferenza episcopale spagnola (CEE) e i vescovi non sono gli unici a non muoversi nella lotta contro gli abusi sui minori nella Chiesa, né lo fa lo Stato. Il ministero della Giustizia, quando era in carica Dolores Delgado (nella foto), ha fatto una prima mossa nel febbraio 2019, come reazione all’allarme sociale in un momento in cui stavano venendo alla luce decine di casi. Ha chiesto alla Cee di informarlo dei casi di cui era a conoscenza, gesto che lo ha fatto stare male nella gerarchia ecclesiastica. Tanto che non gli hanno nemmeno risposto. La cosa successiva che la giustizia ha fatto è stata richiedere un rapporto dall’ufficio del procuratore generale dello Stato sul problema. Quel rapporto è arrivato nel giugno 2019 ed è stato anche controverso, perché indicava l ‘”opacità” della Chiesa. Tuttavia, non aveva dati, perché le statistiche della Procura raccolgono i reati non lo status o la professione dell’imputato. In ogni caso, il rapporto sollecitava le autorità ad agire perché “le prospettive sono scarse” e “in questo tipo di comportamenti erano necessari meccanismi di persecuzione e riparazione”. Inoltre, ha indicato l’impegno della Procura a “collaborare e farsi coinvolgere nelle iniziative che si potrebbero sviluppare nel nostro Paese per ottenere una conoscenza storica” ​​del problema. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco.

    Il sistema statistico rimane lo stesso e non fornisce alcuna informazione. Un portavoce dell’Ufficio del Procuratore ammette che “questa difficoltà nella raccolta dei dati persiste”, a causa delle applicazioni informatiche stabilite, e che non dipende dall’Ufficio del Procuratore. L’unità specializzata per minori ha mantenuto contatti con la Conferenza Episcopale e altre istituzioni religiose, per rafforzare l’individuazione precoce del crimine e la protezione della vittima. Hanno anche aperto un file per raccogliere tutte le azioni in quest’area, ma riconoscono che con la pandemia tutto si è fermato. “Questo problema è di grande preoccupazione per la Procura e lo prendiamo molto sul serio, ma all’interno del nostro campo di azione e degli strumenti di cui disponiamo, il nostro ambito di azione è l’indagine procedurale”. Il problema è che la stragrande maggioranza dei casi in passato ha prescritto. In Cile,

    I portavoce della giustizia riconoscono inoltre che in seguito non è stato fatto nulla. In parte perché il cambio di governo nel gennaio 2020 ha portato al trasferimento della giurisdizione degli Affari religiosi alla Prima Vice Presidenza, di Carmen Calvo, e lì non hanno affrontato la questione. L’unico anticipo è stato la bozza della legge per la tutela dei minori, che proroga il termine di prescrizione. È una delle principali pretese delle vittime, ma d’altro canto criticano che il testo non faccia alcun riferimento specifico al problema specifico dell’abuso sui minori nella Chiesa. La legge, in ogni caso, è ancora in attesa di elaborazione parlamentare.

    https://elpais.com/sociedad/2021-01-31/las-ordenes-religiosas-admiten-ya-126-casos-de-abusos-en-espana.html

     

  • L’Irlanda svela l’orrore degli istituti religiosi per madri sole: vi morirono 9mila bambini

    L’Irlanda svela l’orrore degli istituti religiosi per madri sole: vi morirono 9mila bambini

    Strage di bambini – In totale si calcola che in 18 istituti circa 9mila bambini o neonati siano morti nel periodo che va dal 1922 al 1998, anno della chiusura dell’ultima struttura del genere, con un tasso di mortalità doppio rispetto a quelli generali dell’epoca sull’isola. In molti casi i piccoli morivano perché abbandonati a se stessi, malnutriti o per malattie che non venivano curate. Molti dei loro corpicini sono stati ritrovati in delle fosse comuni. L’inchiesta, i cui dettagli sono stati anticipati dall’Irish Independent, ha portato alla luce una realtà scioccante e un cinismo spietato da parte di questi istituti che avrebbero dovuto essere caritatevoli, che fungevano anche da orfanotrofi e agenzie di adozione, e che invece finivano spesso per essere luoghi di punizione per donne ritenute peccatrici, donne costrette a dare i propri figli in adozione. Anche il cinema ha contribuito a diffondere la consapevolezza sull’orrore di quanto accadeva in questi istituti. Il film del 2013 Philomena racconta la storia vera di una di queste donne che lottò per ritrovare il figlio a cui era stata costretta a rinunciare negli anni ’50, nel 2002 Magdalene vinse il Leone d’oro a Venerzia raccontando la terribile storia di tre giovani cresciute in questi istituti.

  • La Chiesa cattolica tedesca fornirà un risarcimento fino a 50.000 euro alle vittime di abusi sessuali

    La Chiesa cattolica tedesca fornirà un risarcimento fino a 50.000 euro alle vittime di abusi sessuali

    Le associazioni per la difesa delle vittime denunciano che il risarcimento è “simbolico” e “non le aiuta”, e annunciano il lancio di una petizione per organizzare un dibattito sulla questione al Parlamento tedesco, sperando di fare finalmente luce su questi casi .

    Giovedì i vescovi cattolici tedeschi hanno concordato di concedere un risarcimento fino a 50.000 euro (circa 58.000 dollari) alle vittime di abusi sessuali da parte di membri del clero, importo considerato “simbolico” dalle associazioni delle vittime che vogliono che ci sia un dibattito in Parlamento. .

    L’importo per ogni vittima sarà fissato da una commissione indipendente. Le richieste possono essere presentate da gennaio 2021, anche da chi ha già ricevuto in passato un compenso economico. Finora, nessuno ha superato i 5.000 euro ($ 5.800).

    “Questo è un processo rivolto alle vittime … un grande passo avanti”, ha detto Georg Bätzing, presidente della conferenza episcopale autunnale a Fulda, in Germania. Bätzing ha anche ricordato che la Chiesa ha anche coperto le spese di terapia.

    Le associazioni per la difesa delle vittime denunciano che il risarcimento è “simbolico” e “non le aiuta”, e annunciano il lancio di una petizione per organizzare un dibattito sulla questione al Parlamento tedesco, sperando di fare finalmente luce su questi casi .

    “Le vittime hanno aspettato per 10 anni”, quando sono stati scoperti i primi casi di abuso sessuale, “un equo risarcimento, non solo per i crimini commessi in passato, ma anche per il sistematico insabbiamento di questi atti e la protezione fornita a loro autori “, secondo il testo della domanda pubblicato dall’associazione Eckiger Tisch.

    Due anni fa, uno studio condotto da ricercatori indipendenti, ma commissionato dalla Chiesa, ha stabilito che 3.677 minori erano stati vittime di abusi sessuali da parte di oltre 1.000 membri del clero dal 1946.

    Gli autori dello studio, che non avevano accesso a tutti gli archivi della Chiesa, ritenevano che il numero delle vittime fosse probabilmente più alto.

    La Chiesa cattolica, che, nonostante la crisi di fiducia che sta attraversando, è ancora la più importante della Germania, con quasi 23 milioni di fedeli, si è ufficialmente scusata e ha promesso di aumentare i risarcimenti.

    https://www.elmostrador.cl/dia/2020/09/24/iglesia-catolica-alemana-entregara-indemnizaciones-de-hasta-50-000-euros-a-victimas-de-abuso-sexual/

  • Don Isakowicz-Zaleski pubblica due lettere che espongono pedofilia e omosessualità tra il clero polacco e mette alle strette il Cardinale Dziwisz

    Don Isakowicz-Zaleski pubblica due lettere che espongono pedofilia e omosessualità tra il clero polacco e mette alle strette il Cardinale Dziwisz

    Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski [*], dopo i suoi libri, ora ha pubblicato sulla sua pagina Facebook due lettere scioccanti, che oltre a svelare casi di preti polacchi pedofili e smascherare anche una dozzina di altri eminenti ecclesiastici omosessuali, maltrattatori e collaboratori del SB (il Servizio di sicurezza, la polizia segreta della Repubblica Popolare di Polonia fino alla fine del regime comunista nel 1989), dimostra l’insabbiamento nell’Arcidiocesi di Cracovia. Anche se non si conoscono i nomi di preti e parrocchie omessi nella pubblicazione (tranne quelli già ampiamente noti), il fatto rappresenta un vero libro nero.

    Raccontando alla Radio Wnet della lettera che ha scritto al Cardinale Stanisław Dziwisz, sostenendo la necessità di cambiare la mentalità del clero e la necessità che sacerdoti e laici agiscano insieme, Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski ha detto: “In materia di pedofilia, la Chiesa polacca ignora le linee guida di tre papi successivi”. Parlando dei collegamenti di alcuni sacerdoti polacchi con il Servizio di sicurezza comunista ha dichiarato: “Mi sono impegnato a fornire al Cardinale tutti i documenti dell’Istituto della Memoria Nazionale e il materiale dei lettori. Sfortunatamente, questo non ha reagito, quindi ho deciso di rendere pubblica la lettera. Ovviamente ho omesso tutti i nomi”. Aggiunge che l’ex Arcivescovo metropolita di Cracovia gli ha detto di aver perso la lettera. Poi gli ha chiesto di non inserire informazioni sulle relazioni omosessuali tra il clero nel libro “Sacerdoti contro il Servizio di sicurezza”: “Uno dei sacerdoti della Curia di Cracovia mi ha chiesto di gettare questi materiali nella fornace, perché non servono a nessuno”, ha detto.
    Don Isakowicz-Zaleski racconta anche del processo avvenuto in Vaticano per le accuse a sacerdoti colpevoli di pedofilia. Indica le connessioni tra pedofilia, omosessualità e cooperazione con lo SB.

    Ospite nel programma “Corriere a mezzogiorno” su Wnet ricorda che da anni fa appello per l’autolustrazione della Chiesa Cattolica Romana in Polonia: “Sfortunatamente, questi problemi hanno ancora dei singhiozzi. Non puoi aspettare qualcosa da storici e giornalisti, soprattutto da quelli di estrazione laica”. Rispondendo al giornalista, Adrian Kowarzyek, che è necessario cambiare la mentalità del clero polacco, Don Isakowicz-Zaleski sottolinea che la Chiesa in Polonia non tiene conto delle linee guida di tre papi successivi: “In molti casi si può vedere che gli autori si sono sentiti impuniti e hanno compiuto i loro atti atroci nelle parrocchie successive”. Don Tadeusz Isakowicz critica il punto di vista secondo cui stigmatizzare i peccati del clero è una lotta contro la Chiesa: “È come dire che i medici sono oppositori dei pazienti”. L’ospite del “Corriere a mezzogiorno” avverte che un ulteriore disprezzo per i crimini tra il clero in Polonia porterà a uno scenario irlandese: “C’è bisogno di un’azione comune da parte di coloro che sono al centro della Chiesa e un po’ alla periferia” e assicura di aver sperimentato così tanto nella sua vita da non temere le conseguenze della lotta per rivelare la verità sulla situazione della Chiesa Cattolica Romana in Polonia.

    La prima lettera Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski aveva indirizzata nel 2012 al Cardinale Stanisław Dziwisz, allora Arcivescovo metropolita di Cracovia. La domanda oggi è: il cardinale metropolita ha investigato e fino a quando non ha investigato. Ora il Cardinale Dziwisz non è più nella condizione di poter scegliere di tacere e nemmeno la Curia arcivescovile di Cracovia lo può fare. Tutte le questioni sollevate da Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski dovranno essere chiarite fino in fondo. Cosa si sapeva, da quando, cosa si faceva e cosa non si faceva, chi ne era responsabile. Se l’Arcivescovo metropolita di Cracovia Mons. Marek Jędraszewski vuole davvero essere credibile nella sua lotta contro i vari fenomeni sociali, deve affrontare la questione della pedofilia e omosessualità tra il suo clero. Restare in silenzio, fingere che non ci sia argomento e attaccare chi ha il coraggio di parlare del problema è un modo semplice per screditare. E non solo il Cardinale Dziwisz, ma anche tante altre persone e, infine, la stessa Chiesa Cattolica Romana in Polonia e sotto scrutinio. Le vittime hanno diritto alla verità, le persone che hanno combattuto per la giustizia hanno diritto alla verità. Vale la pena ricordarlo. Nel frattempo non è da escludere che il Papa interverrà con la sostituzione di una decina di vescovi polacchi… e del Nunzio Apostolico a Warsavia, l’Arcivescovo Salvatore Pennacchio.

    La lettera al Cardinale Stanisław Dziwisz ora resa pubblica, era in relazione al caso del Parroco di Międzybrodzie Bialskie già noto. Don Jan Wodniak, Parroco di lunga data, ha abusato centinaia di volte di Janusz Szymik. Nel 2008, Don Isakowicz-Zaleski ne informò il Cardinale Dziwisz. Dopo le pubblicazioni di Onet.pl, il Cardinale Dziwisz affermò che accusarlo di inattività circa a pedofilia nella Chiesa in Polonia era un’azione ispirata da Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski.

    “Nel pubblicare questa lettera oggi, ho omesso i nomi dei sacerdoti e dei laici, nonché i nomi delle parrocchie. Ad eccezione della questione descritta al punto 1, perché è ampiamente conosciuta dai media. Naturalmente, non c’erano omissis nell’originale, anche con allegati di più pagine. Tuttavia, [il Cardinale Dziwisz] non è intervenuto”, scrive Don Isakowicz-Zaleski. Afferma di aver consegnato personalmente la lettera al Cardinale Dziwisz nel 2012.

    Il 15 settembre 2020 il Cardinale Dziwisz ha dichiarato di deplorare “l’enorme danno che è stato fatto a Janusz Szymik”, ha espresso la sua “sincera solidarietà” e che ha intenzione di “spiegare onestamente la situazione”.

    Segue la traduzione italiana di lavoro della lettera di Don Isakowicz-Zaleski al Cardinale Dziwisz.

    Eminenza,
    Onorevole Cardinale!

    Con riferimento alle questioni discusse nell’ultimo Consiglio dei Sacerdoti, presento alcune questioni che mi sono giunte dopo la pubblicazione dei libri precedenti e dell’attuale intervista-fiume. Tuttavia, queste non sono tutte le questioni, poiché altre, per quanto difficili, richiedono ulteriori studi.

    1. Quattro anni fa, mi ha scritto il Signor Janusz Szymik, ex chierichetto e conferenziere di Międzybrodzie Bialskie, che nella lettera allegata descrive le molestie sessuali che ha subito negli anni 1986-1989 da Don Jan Wodniak, allora sacerdote dell’Arcidiocesi di Cracovia ed ex cappellano del precedente metropolita di Cracovia. Vedi: allegato n. 1.
    Ho parlato personalmente con l’autore della lettera alla presenza della moglie e dello zio, che hanno confermato i fatti. Purtroppo il Vescovo di Bielsko-Żywiec, S.E. Mons. Tadeusz Rakoczy, a cui la famiglia si è rivolta, non ha risolto questo problema. Allo stato attuale, può essere accusato di aver nascosto i rapporti omosessuali da parte delle autorità ecclesiastiche, che il sacerdote a loro subordinato (quando era ancora parroco in carica) aveva con un minore.
    Ho citato questo caso nell’ultima pubblicazione a pagina 116, ma non ho fornito alcun dato personale. Ho fatto una cosa simile nel libro “Sacerdoti contro il Servizio di sicurezza”, anche se nell’Istituto di Memoria Nazionale ci sono documenti affidabili su Don Wodniak, che per diversi anni è stato registrato come collaboratore segreto dell’agente “Janek”.
    A proposito, attraverso il sito ho avuto molte altre informazioni sull’”eccessivo interesse” di Don Wodniak per altri giovani ragazzi.

    2. Un altro caso, descritto anche a p. 116, riguarda Don Dr. (omissis). Sebbene questo prete fosse candidato a collaboratore segreto dell’agente “Rettore” non ha collaborato, ma il suo grosso fascicolo è conservato anche negli archivi dell’Istituto della Memoria Nazionale. Questo file contiene descrizioni sia della sua relazione con la comunità omosessuale di Cracovia sia di alcuni atti osceni. Adempiendo alla richiesta di Vostra Eminenza di non descrivere questioni omosessuali, ho omesso questo argomento nel libro “Sacerdoti contro il Servizio di sicurezza”. Oggi, però, me ne rammarico, perché questo sacerdote, sentendosi completamente impunito (sottolinea pubblicamente la sua amicizia con Sua Eminenza), ha commesso altre cose indegne.
    Ciò può essere confermato da una coppia sposata (omissis) il cui figlio adolescente è stato molestato da questo sacerdote. Hanno deferito la questione a Mons. Jan Szkodoń, ma la questione non è stata risolta adeguatamente, e Don (omissis) dopo alcuni mesi di interruzione, è stato riconfermato parroco, questa volta in (omissis). Questi sposi sono persone affidabili e rette, fortemente impegnate nella vita della Chiesa. Pertanto, nonostante siano feriti da questa faccenda, sono pronti a incontrare Vostra Eminenza di persona. Fornisco il loro indirizzo: (omissi) telefono (omissis).
    La condotta del suddetto parroco può essere testimoniata anche da Suor (omissis), che ha lavorato in questa parrocchia per molti anni.

    3. Nell’Istituto di Memoria Nazionale ho trovato molti altri fascicoli riguardanti sacerdoti omosessuali, inclusi alcuni della nostra Arcidiocesi. Ho anche trovato i file dell’operazione “Sadzawka”, che riguardava la penetrazione della comunità omosessuale concentrata intorno al bagno romano di via San Sebastiano a Cracovia. Un discorso a parte è il fascicolo dell’operazione “Hyacinth”, che, a causa dei primi casi di AIDS in Polonia, ha coinvolto omosessuali attivi negli anni ’80. Anche giornalisti e storici laici hanno accesso a questi file.
    Il caso più lampante è il caso di Don (omissis) delle cui tendenze ho informato oralmente Sua Eminenza due volte. Il parroco, dopo aver rivelato i suoi contatti omosessuali con ragazzi del Corpo Volontario del Lavoro, è stato registrato dal SB come collaboratore segreto dell’agente “Junak”. Sebbene all’inizio abbia interrotto la collaborazione, i materiali su di lui erano ancora raccolti dai servizi di sicurezza. Sia durante il soggiorno a Cracovia che a Roma. Questi materiali includono, tra altra le testimonianze dei suoi partner sessuali.
    Tramite uno dei circoli della “Gazeta Polska”, ho ricevuto anche una lettera di uno dei sacerdoti, che si presentava per nome e cognome, e che descriveva la condotta di Don (omissis) in anni recenti. In questa lettera l’autore esprime la sua sorpresa che una persona con un simile passato sia stata nominata capo della Commissione storica per la beatificazione di Giovanni Paolo II, e ora anche postulatore nel processo di beatificazione di Don (omissis).
    Per quanto riguarda le pratiche dei sacerdoti omosessuali, questo vale anche per Don (omissis), che Sua Eminenza ha recentemente nominato Cappellano della Scuola Primaria con Pensione per Bambini (omissis).

    4. Qualche anno fa, Sua Eminenza mi ha chiesto due volte se Don (omissis) è omosessuale. Oggi il sacerdote è morto. Tuttavia, in quei giorni mi scriveva un suo collega. Quoto: “Mi rivolgo a te per quanto riguarda il decesso di Don (omissis), mio collega, il cui corpo è stato trovato in (omissis). Aveva solo (omissis) anni. Era “diverso”, ma era il parroco di (omissis), Direttore di (omissis), soprannominato ‘Playboy’ (omissis). Don (omissis) è partito per (omissis) perché ne era stufo. Ma lui voleva tornare. È morto in circostanze strane. Il necrologio diceva ‘è morto improvvisamente’”.
    Quanto al comportamento di Don Direttore (omissis), queste cose sono talmente note che da parte mia non necessitano di ulteriori informazioni. Sicuramente tutto questo prima o poi “scoppierà” come un’ulcera gonfia.

    5. Sono stato contattato anche da una delle famiglie di Cracovia, che ha fornito ulteriori informazioni sul decesso di Don (omissis). Si tratta dei suoi eccessi omosessuali e delle frodi finanziarie e del loro insabbiamento da parte delle cosiddette lobby gay. Al momento non posso fornire ulteriori dettagli a Vostra Eminenza.

    6. Un’altra questione, sebbene non direttamente collegata alla nostra Arcidiocesi, è una serie di suicidi di sacerdoti avvenuti nella vicina Diocesi di Tarnów, che fa parte della Metropolia di Cracovia. Vedi: allegati n. 2 e 3. Ho ricevuto pochi giorni fa una nuova lettera che informava del prossimo, ottavo suicidio. Vedi: allegato n. 4.
    Ho un contatto diretto con gli autori di queste lettere che, accusando Vostra Eminenza Metropolita di Cracovia e il Nunzio Apostolico di omissione di azioni adeguate, hanno presentato questi materiali alla Gazeta Polska. Ne ho già scritto nella mia rubrica intitolata “Non spazzare sotto il tappeto”, pubblicato l’8 novembre 2011. Ho intenzione di scriverne anche nelle prossime colonne e nella prossima pubblicazione del nuovo libro.

    7. Un altro caso riguarda il deplorevole comportamento dei sacerdoti (omissis). Vedi: allegato n. 5, che è una copia della lettera inviata a Vostra Eminenza. Inoltre, ho ricevuto lettere da altre otto persone che si sentono offese dai monaci di (omissis). Il caso avrà sicuramente un seguito, perché le parti lese sono molto determinate.
    Vostra Eminenza, Onorevole Cardinale, come ho detto all’inizio, questa è solo una parte delle questioni che riguardano l’Arcidiocesi di Cracovia. Preparerò il resto in un secondo momento.
    A loro volta, le questioni che riguardano altre diocesi o ordini saranno trasmesse al Nunzio Apostolico a Varsavia e al Presidente della Conferenza Episcopale Polacca. Ce ne sono così tanti che ho chiesto a uno degli studi legali di mia fiducia di catalogarli e compilarli.

    Con cordiali saluti e rispetto
    Che Dio vi benedica!

    Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski

    – Cinque allegati

    Ieri, 17 settembre 2020 Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski ha pubblicato sulla sua pagina Facebook un’altra lettera sulla pedofilia tra il clero polacco, questa volta inviato alla Santa Sede nel 2013, con le seguente introduzione: “A causa dell’inattività del Cardinale Stanisław Dziwisz, riguardo alle questioni descritte nella lettera del 24 aprile 2012, consegnatagli personalmente, il 24 ottobre 2013, ho scritto una lettera alla Congregazione per la Dottrina della Fede in Vaticano, tradotta in italiano da uno dei professori che mi hanno assistito in questa materia.
    Solo dopo questa lettera, il Tribunale metropolitano di Cracovia ha avviato un processo nel caso descritto al punto 2 della lettera. Sono stato ascoltato in questo processo su espressa richiesta di Mons. Robert Oliver. Sono stati intervistati anche i genitori del ragazzo. Non conosco il risultato di questo processo. Non so nemmeno se siano stati interrogati anche gli altri testimoni che ho indicato.
    Tuttavia, durante l’interrogatorio, e io ho testimoniato sotto giuramento, nessuno ha negato il fatto che il Cardinale ha ricevuto da me la suddetta lettera, che ha accolto o negli ultimi giorni di aprile o nei primi di maggio 2012. La data esatta della mia udienza è sicuramente riportata nei documenti conservati dalla segretaria.
    Aggiungo che Mons. Robert Oliver è venuto dal Vaticano a Cracovia pochi mesi dopo, nel giugno 2014“.

    Radwanowice, 24 ottobre 2013
    Mons. Robert Oliver
    Promotore di Giustizia
    Congregazione per la Dottrina della Fede
    Palazzo del Sant’Uffizio
    00120 Città del Vaticano
    VATICANO

    Reverendissimo Padre Prelato!
    Il mio nome è Tadeusz Isakowicz-Zaleski. Sono sacerdote dell’Arcidiocesi di Cracovia, Parroco della parrocchia armena cattolica della Santissima Trinità a Gliwice e Presidente del Consiglio nazionale della Fondazione Il fratello di Albert, che gestisce 30 strutture per disabili in tutta la Polonia.
    Sono stato autorizzato a scrivere questa lettera da (omissis) della parrocchia di (omissis), che sono miei buoni amici. È una coppia che da molti anni è coinvolta nella vita della Chiesa. Il loro figlio, (omissis), come chierichetto è stato qualche anno fa molestato sessualmente dall’allora parroco a (omissis). Il nome del sacerdote è Don (omissis) ed è sacerdote dell’Arcidiocesi di Cracovia.
    (Omissis) hanno segnalato questo fatto a uno dei vescovi ausiliari dell’Arcidiocesi di Cracovia. Di conseguenza, Don (omissis) è stato dimesso dalla funzione di parroco in (omissis) e mandato in ferie, ma dopo pochi mesi è tornato a essere parroco nella parrocchia di (omissis), anch’essa nell’Arcidiocesi di Cracovia. Attualmente vive lì come pensionato.
    Ho descritto il caso nel 2012 nel mio libro “Mi occupo solo della verità”, ma non ho menzionato il nome della vittima, l’autore e il nome della parrocchia. Perché speravo che la Curia metropolitana di Cracovia si sarebbe preso cura di questo scandalo morale e del dramma di un ragazzo minorenne ferito. Nel maggio 2012 ho trasmesso personalmente la mia lettera all’Arcivescovo di Cracovia, nella quale ho descritto il caso in dettaglio. Ho anche dato il nome e l’indirizzo di (omissis) che erano pronti a testimoniare.
    Purtroppo fino ad oggi nessuno della Curia metropolitana li ha contattati. (Omissis) ne hanno un grande rimpianto. (Omissis) inoltre non riescono a capire come sia possibile che il sacerdote pedofilo che ha ferito il figlio abbia continuato a lavorare come parroco.
    Vorrei aggiungere che nel 2005-2006 ho ricercato negli archivi dell’Istituto della Memoria Nazionale di Cracovia, che contengono numerose informazioni, che in passato questo sacerdote era un omosessuale attivo e aveva contatti sessuali con giovani uomini. Questi file sono stati preparati dal Servizio di sicurezza comunista, che fino al 1990 aveva sotto sorveglianza, tra gli altri, la comunità omosessuale a Cracovia. Ho anche informato l’Arcivescovo di Cracovia di questi file. Nonostante ciò, Don (omissis) fino al suo pensionamento nel 2012 non è stato escluso dal lavoro con bambini e giovani. Attualmente è responsabile di (omissis).
    So che, secondo il documento “Delicta graviora” del 2001, tutti i casi di abusi sessuali su minori di 18 anni da parte di sacerdoti cattolici sono trattati dalla Sezione Disciplinare della Congregazione per la Dottrina della Fede. Chiedo cortesemente a Lei, Padre Prelato, di risolvere questa dolorosa vicenda secondo le procedure stabilite negli ultimi anni dalla Santa Sede. Se la Congregazione intraprende un’azione appropriata, allora (omissis) tramite me, forniranno il loro indirizzo e si incontreranno con un rappresentante o un funzionario della Congregazione per fornire spiegazioni pertinenti. Tuttavia, non si fidano delle autorità dell’Arcidiocesi di Cracovia.
    Distinti saluti. Che Dio vi benedica!

    Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski

    [*] Don Tadeusz Isakowicz-Zaleski, nato il 7 settembre 1956 a Cracovia, è armeno polacco, sacerdote cattolico del rito armeno e latino, attivista sociale, storico della Chiesa, partecipante di lunga data all’opposizione anticomunista nella Repubblica popolare di Polonia, poeta.
    Durante gli studi liceali, è stato coinvolto nel movimento delle Oasi e, dopo il diploma di scuola superiore, è entrato nel seminario teologico di Cracovia. Nel 1975, come seminarista, è stato chiamato al servizio militare. Alla fine degli anni ’70, mentre era in seminario, ha co-curato la rivista clandestina “Krzyż Nowohucki” (Incrocio Nowa Huta) ed è stato attivo nel Comitato di Solidarietà Studentesca. Nel 1977 ha debuttato come poeta in Tygodnik Powszechny. Dal 1980 è stato coinvolto nelle attività del Sindacato autonomo dei lavoratori “Solidarność”. Ha frequentato un seminario guidato dallo storico della Chiesa, Don Prof. Bolesław Kumor, e sotto la sua supervisione ha scritto la sua tesi di master.
    Durante gli anni ’80 è stato perseguitato dal Servizio di sicurezza. Nel 1985 fu duramente picchiato due volte dagli ufficiali dello SB. Per la prima volta, il Sabato Santo. La seconda volta è stato aggredito il 4 dicembre nel convento delle Suore della Divina Misericordia da ufficiali dello SB vestiti da paramedici dell’ambulanza.
    La sua persecuzione da parte del Servizio di sicurezza è diventata la base per il film di Maciej Gawlikowski “Intimidate un sacerdote” (2006).
    Nel 1988 ha partecipato come cappellano operaio allo sciopero di Nowa Huta ed è stato scelto per studiare presso il Pontificio Collegio Armeno a Roma. Tuttavia, per tre volte non ha ricevuto il passaporto a causa della sua collaborazione con l’attività clandestina di “Solidarność”. È stato coinvolto con Don Kazimierz Jancarz, nella la Pastorale per i lavoratori della Parrocchia di San Maximilian Maria Kolbe di Mistrzejowice a Nowa Huta. Ha preso parte alle Messe del giovedì per la patria, celebrate da Don Kazimierz Jancarz,. Negli anni 1994-2006 ha collaborato con Radio Maryja e Telewizja Trwam.
    Nel 2001 ha studiato presso il Pontificio Collegio Armeno a Roma ed è stato nominato dall’allora Ordinario di rito armeno, il Cardinale Józef Glemp, Cappellano Armeno dell’Arcidiocesi di Cracovia. Negli anni 2002-2009 è stato Cappellano armeno della Polonia meridionale. Nel 2009–2017, è stato parroco della parrocchia cattolica armena meridionale di San Grzegorz Oświeciciel, presso la chiesa della Santissima Trinità a Gliwice.

    Don Isakowicz-Zaleski è un attivista attivo nella comunità armena, promotore della conoscenza della storia e della cultura degli armeni, in particolare della Chiesa cattolica armena. È iniziatore del riavvicinamento tra la cosiddetta vecchia e nuova emigrazione armena e promotore della commemorazione delle vittime del genocidio armeno. Ha più volte preso parte a trasmissioni radiofoniche e televisive in cui ha presentato la storia della nazione e della Chiesa armena nonché i problemi degli armeni polacchi. È il pronipote del fratello del penultimo arcivescovo cattolico armeno di Lviv, il predicatore e filantropo eccezionale Mons, Izaak Mikołaj Isakowicz. Negli anni 2009–2014 è stato rappresentante della minoranza armena nella Commissione mista del governo per le minoranze nazionali ed etniche.
    È co-fondatore e Presidente del Consiglio nazionale della Fondazione Il fratello di Albert. È stato nominato canonico onorario dell’Arcidiocesi di Cracovia nel 1997 dal Cardinale Franciszek Macharski per il suo lavoro con i disabili e si è dimesso nel 2006 per protesta contro la calunnia nei suoi confronti. Nel 2009 ha condotto su TVP Info, insieme ad Anna Dymna, il programma “Essere necessario”, dedicato ai problemi dei disabili.
    È partecipante e organizzatore di molti convogli umanitari ai paesi dell’ex Jugoslavia, Cecenia, Albania, Ucraina, anche in cooperazione con l’Azione umanitaria polacca di Janina Ochojska.
    Nel febbraio 2006 ha chiesto di rivelare i nominativi degli informatori dello SB tra il clero dell’Arcidiocesi di Cracovia. Lui stesso ha esaminato i documenti del Servizio di sicurezza, che ha ricevuto dall’Istituto della memoria nazionale come vittima. Le sue attività hanno provocato molte discussioni sul tema del controllo nella Chiesa polacca e hanno incontrato l’ostilità di alcuni circoli ecclesiastici. Ha ripetutamente chiesto senza successo alla Curia metropolitana di Cracovia un incarico e assistenza nella preparazione dei documenti. Il Cardinale Stanisław Dziwisz, allora Arcivescovo metropolita di Cracovia, dopo una lunga attesa, ha deciso di istituire la commissione “Memoria e cura”, che doveva occuparsi del problema della sorveglianza del clero di Cracovia durante la Repubblica popolare polacca comunista.
    In qualità di sostenitore della divulgazione dei nominativi di collaboratori segreti del Servizio di sicurezza tra il clero di Cracovia, di fronte alla continua passività delle autorità ecclesiastiche e della nuova commissione “Memoria e cura”, ha presentato i risultati del suo lavoro di ricerca in una conferenza stampa tenutasi il 31 maggio 2006. Dopo il divieto di trattare la questione della cooperazione del clero con lo SB, emanato dalla Curia metropolitana di Cracovia (nei suoi confronti furono applicate misure punitive dalla sezione delle sanzioni ecclesiastiche secondo il Canone 1339), si dimise da questa intenzione, dicendo: “Accetto questa decisione nello spirito di obbedienza al Metropolita per il quale ho sempre avuto e rispetto”.
    Il 22 giugno 2006, ha incontrato il Cardinale Dziwisz, dopo di che l’Arcivescovo di Cracovia l’ha assicurato che avrebbe potuto continuare le sue ricerche. Tuttavia, pochi mesi dopo, l’Arcivescovo ha nuovamente disciplinato il sacerdote. Il 17 ottobre 2006, è stato intimato dall’Arcivescovo di astenersi da dichiarazioni pubbliche sui contatti e sulla cooperazione di alcuni sacerdoti con il Servizio di sicurezza. Secondo la Curia metropolitana di Cracovia, Don Isakowicz-Zaleski “ha gravemente abusato della fiducia” e le sue attività “hanno stravolto l’immagine del sacerdote”. Lo stesso sacerdote ha annunciato la sua disponibilità a sottomettersi alla decisione della Curia. Allo stesso tempo, la decisione delle autorità dell’Arcidiocesi ha causato molte polemiche tra osservatori e commentatori della vita della Chiesa cattolica in Polonia.
    Il risultato della ricerca condotta da Don Isakowicz-Zaleski sulla base dei documenti raccolti dall’Istituto della Memoria Nazionale è il libro “Sacerdoti contro il Servizio di sicurezza” sull’esempio dell’Arcidiocesi di Cracovia, pubblicato il 28 febbraio 2007 dalla casa editrice Znak. In questo libro, oltre ai casi documentati di collaborazione tra i sacerdoti dell’Arcidiocesi di Cracovia e l’apparato repressivo della Repubblica Popolare di Polonia comunista, ha presentato casi di eroica resistenza e non sottomissione alle pressioni dello SB, ha anche descritto i casi di rottura della collaborazione con lo SB e sostegno all’opposizione da parte del clero cattolico polacco. Per questo lavoro, nel novembre 2007, Don Isakowicz-Zaleski ha ricevuto il Premio letterario di Józef Mackiewicz.

    Le attività di Don Isakowicz-Zaleski suscitano grandi emozioni all’interno del clero polacco. In risposta alla sua lotta per purificare la Chiesa Cattolica Romana in Polonia, il Primate Józef Glemp ha detto che “se qualcuno dice cose incoerenti, annusa alla ricerca di sensazioni e segue i sacerdoti in tutta la Polonia per includerli nel suo libro, e i media collaborano con lui, probabilmente qualcosa non va”, per cui in seguito si è scusato. Lo stesso Don Isakowicz-Zaleski ritiene che ci sia una lobby ostile contro la lustrazione nella Chiesa e nelle autorità secolari.
    È apparso come uno degli esperti nel film “Tylko nie mów nikomu” (Non dirlo a nessuno) del regista e giornalista Tomasz Sekielski del 2019 diffuso via YouTube, che solleva il crimine della pedofilia nella Chiesa Cattolica Romana in Polonia. Alla fine di maggio dello stesso anno ha rilasciato un’intervista per il portale online del settimanale cattolico Niedziela, in cui ha espresso la sua posizione critica nei confronti della reazione di alcuni vescovi e sacerdoti cattolici romani a casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti denunciati. Questo testo, però, a poche ore dalla sua pubblicazione per decisione del Direttore della rivista, Don Jarosław Grabowski è scomparso.
    Alla fine di giugno 2020 è stato nominato candidato della Coalizione e Confederazione Polacca alla commissione sulla pedofilia nominata dal parlamento. Durante la votazione del 15 luglio, la sua candidatura non è stata accettata dalla maggioranza del Sejm. I parlamentari del PiS (al governo) e la maggioranza dei membri della Coalizione Civica e della Sinistra (all’opposizione) hanno votato contro la sua candidatura. Come lui stesso ha ammesso, è stato spinto da qualche gerarchia della Chiesa cattolica e da alcuni ecclesiastici a considerare la possibilità di dimettersi dalla corsa per sedere nel comitato. Alla fine, nessuno dei gerarchi della Chiesa Cattolica Romana in Polonia ha dato un segnale chiaro su questo argomento. Tuttavia, uno dei politici del PiS ha diffuso l’informazione che Don Isakowicz-Zaleski si era candidato contro la volontà dei suoi superiori.
    Don Isakowicz-Zaleski ha ripetutamente criticato il Cardinale Stanisław Dziwisz per aver apertamente, a suo avviso, sostenuto la Coalizione civica quando era Arcivescovo metropolita di Cracovia. Ha anche ripetutamente parlato negativamente del sostegno più o meno aperto dell’attuale Arcivescovo metropolita Marek Jędraszewski al PiS. In diverse interviste ai media, ha anche espresso opinioni negative sulla decisione della gerarchia cattolica romana di consentire il secondo matrimonio in chiesa di Jacek Olgierd Kurski (un politico del PiS e giornalista, Presidente dell’emittente pubblica polacca TVP; in precedenza membro del Sejm, membro del Parlamento europeo e Sottosegretario di Stato per il Ministero della cultura e del patrimonio nazionale) in un luogo speciale come il Santuario della Divina Misericordia a Cracovia-Łagiewniki.
    Don Isakowicz-Zaleski è diventato membro del Comitato per il sostegno sociale di Cracovia di Jaroslaw Kaczynski alle elezioni presidenziali anticipate del 2010.
    È membro del Capitolo della Medaglia “Saldi nella Parola”.

    Don Isakowicz-Zaleski pubblica due lettere che espongono pedofilia e omosessualità tra il clero polacco e mette alle strette il Cardinale Dziwisz

  • Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

    Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa

    Il parere controcorrente della commissione legislativa dell’Australia Occidentale. E le ragioni che hanno convinto i suoi membri a concludere che «è meglio non toccare il sigillo sacramentale»

    Giovedì scorso la commissione legislativa della Camera alta dello Stato dell’Australia Occidentale (Western Australia) ha concluso a maggioranza che non è una buona idea obbligare per legge i sacerdoti a denunciare i casi di pedofilia appresi durante la confessione, imponendo loro in tal modo di violare il sigillo sacramentale. Improbabile che questa presa di posizione basti a mettere fine allo scontro in atto sul tema tra la Chiesa cattolica e le autorità dello Stato in Australia, battaglia di cui Tempi si è occupato a più riprese. Tuttavia il parere della commissione resta una notizia in forte controtendenza, in un clima in cui l’approvazione di leggi di questo tipo appare ormai quasi scontata in tutti gli Stati del paese.

    Per l’esattezza, riporta un articolo della Catholic News Agency, la commissione in questione ritiene giusto che «i ministri del culto siano esentati dalla responsabilità penale [in relazione all’obbligo di denuncia] soltanto quando la loro convinzione si basi esclusivamente su informazioni rivelate loro durante la confessione religiosa». E invita il legislatore a dialogare con i rappresentanti religiosi al fine di trovare vie diverse dalle disposizioni di legge per agevolare in qualche modo l’utilizzo di tali informazioni.

    Come detto, la presa di posizione appare sorprendente, se si considera il contesto. In Australia Occidentale l’obbligo per i preti di violare il segreto del confessionale in caso di presunte “notizie” di abusi su minori è una misura contenuta in un progetto di legge (il cosiddetto Children and Community Services Amendment Bill) presentato nel novembre dell’anno scorso e giunto ormai in fase avanzata nell’iter di approvazione. Non a caso la commissione legislativa del parlamento ha approvato il parere in difesa del sigillo sacramentale a maggioranza risicata: 3 voti contro 2. Favorevoli i rappresentanti del centrodestra (Liberal Party) e l’indipendente (National Party), contrari quelli del centrosinistra (Labour Party).

    E non c’è solo l’Australia. L’offensiva contro il segreto confessionale è in corso, con risultati diversi, anche altrove nel mondo (vedi California, Cile, Costa Rica), tanto che l’estate scorsa la Penitenzieria apostolica si è convinta a pubblicare, con l’approvazione di papa Francesco, una importante “Nota sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del sigillo sacramentale”, un documento da tenere presente. Tuttavia è in Australia che la campagna contro il sigillo sacramentale si è scatenata con maggiore furia. Diversi stati e territori del paese hanno già approvato leggi che impongono ai sacerdoti di denunciare i casi di pedofilia uditi in confessionale: in particolare gli stati di Victoria, Tasmania, Australia Meridionale, Queensland e il Territorio della Capitale, mentre nel Nuovo Galles del Sud l’operazione è fallita.

    Di una legge analoga a quella attualmente in discussione presso il parlamento dell’Australia Meridionale si è parlato anche a livello federale. L’impulso iniziale è sempre lo stesso: le famose raccomandazioni della “Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse”, la Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori che a suo tempo interrogò anche il cardinale George Pell e il cui lavoro da qualche anno detta la linea nella lotta alla pedofilia in Australia. Tra queste raccomandazioni, infatti, c’è anche quella di abolire il segreto confessionale. La scorsa settimana la Conferenza dei vescovi australiani ha fatto pervenire al governo di Canberra una lettera della Santa Sede datata 26 febbraio 2020 in cui il Vaticano, ribadendo il proprio impegno contro gli abusi del clero, risponde puntualmente a tutte le critiche mosse alla Chiesa cattolica dalla Royal Commission australiana.

    Fin qui il contesto battagliero in cui si inserisce il sorprendente parere della commissione parlamentare dell’Australia Occidentale contro l’obbligo per i confessori di denunciare i presunti abusi. Più che per la notizia in sé, comunque, l’articolo della Catholic News Agency segnalato sopra è interessante per gli argomenti che raccoglie in difesa del sacro sigillo. Vi si apprende, tanto per dare un’idea, che la Commissione legislativa ha ricevuto 606 interventi in merito, di cui «oltre il 90 per cento contrari alla violazione del segreto confessionale».

    Uno di questi, informa la Cna, è firmato da Mark Baumbgarten, sacerdote dell’arcidiocesi di Perth. Facendo notare l’inapplicabilità di una legge del genere, anche per via dell’anonimato di molte confessioni, il prete australiano ha scritto:

    «Sospetto che uno dei risultati di questo tipo di leggi sarà che molte parrocchie probabilmente escluderanno le confessioni faccia a faccia per proteggere i propri preti. Per di più queste leggi sono inapplicabili. A meno di non piazzare microspie nei confessionali, l’unico modo per beccare un prete sarebbe quello di provare a incastrarlo con finti penitenti armati di registratori: un metodo che apparirebbe particolarmente disonesto».

    Così si conclude la missiva del sacerdote:

    «Noi sacerdoti ci assumiamo impegni solenni davanti a Dio, e io sono molto più preoccupato di come mi giudicherà Dio che non di come sono visto dai potentati di questo mondo. Andrei assolutamente in prigione o affronterei qualunque altra punizione civile piuttosto che rompere il sigillo sacramentale, e sospetto che tutti i preti – a prescindere dal loro orientamento ideologico – direbbero lo stesso. In effetti ci sono stati nel corso dei secoli alcuni preti santi che hanno subìto il martirio a causa del loro rifiuto di violare il segreto confessionale. Ciò detto, io non ho alcun desiderio di diventare un martire – né in senso figurato né in qualunque altro modo – e prego affinché in questa materia prevalga la ragione, permettendo ai leader civili e della Chiesa di collaborare per garantire la sicurezza dei giovani e dei più vulnerabili all’interno della nostra comunità».

    Il 6 agosto scorso, invece, davanti alla commissione si sono presentati l’arcivescovo di Perth, Timothy Costelloe, e il sacerdote ortodosso Abram Abdelmalek, entrambi decisi, secondo la sintesi della commissione stessa, a «sostenere l’introduzione dell’obbligo di denuncia per i ministri del culto, con l’eccezione della confessione».

    Questi alcuni passaggi dell’intervento di monsignor Costelloe, riportati dalla Cna:

    «La legge proposta renderebbe i preti che rimangono fedeli agli obblighi assunti al tempo della loro ordinazione… perseguibili e condannabili in quanto criminali per essere rimasti fedeli ai propri impegni. Rendere illegale il libero esercizio di una parte essenziale della fede cattolica mi sembra una cosa che le moderne società laiche hanno sempre inteso esorbitare i limiti della loro autorità».

    Qualora un sacerdote durante una confessione apprendesse di un caso di pedofilia, secondo l’arcivescovo di Perth,

    «sarebbe responsabilità del prete fare del suo meglio per convincere il colpevole che deve fermarsi e che l’unico modo possibile per fermarsi è consegnarsi alle autorità, e assicurare a questa persona che egli la aiuterà a fare tutto questo. È chiarissimo, nella maniera più assoluta, che il sacerdote ha la fondamentale responsabilità di fare tutto quel che può senza violare il sigillo della confessione per assicurarsi, nel limite del possibile, che gli abusi si interrompano».

    Domanda: i preti cattolici si sottometterebbero a una legge che imponga loro la violazione del sigillo sacramentale? Risposta di Costelloe:

    «Ogni sacerdote conosce quali sono i propri obblighi e conosce quali sono le condanne per la mancata fedeltà a tali obblighi; sa anche quali sono i fondamenti di quegli obblighi, e i fondamenti di quegli obblighi dal punto di vista della Chiesa sono la legge divina. Di certo non ho intenzione di dire ai miei sacerdoti di violare la legge divina. Non dirò loro di farlo; non posso dire loro di farlo. Ho abbastanza fiducia nei preti dell’arcidiocesi di Perth per ritenere che essi sapranno esattamente come devono rispondere in ogni situazione particolare e quali sono i loro obblighi, e che gli obblighi sono in conflitto. Sono in conflitto l’obbligo verso la legge civile e l’obbligo verso la legge di Dio. Non ho dubbio su quale decisione prenderei se mi trovassi davanti a una simile sfida e non ho dubbi so cosa deciderebbero altri preti».

    Secondo il prelato, infine, una norma del genere, oltre che fuori dalla portata del potere politico, rischierebbe di essere controproducente rispetto allo scopo che si prepone, la lotta pedofilia. Non solo perché tanti predatori di minori, sapendo di rischiare di essere automaticamente denunciati, probabilmente inizierebbero a evitare di confessare le proprie colpe. Ma c’è un altro motivo:

    «Se si tratta di qualcuno che vuole rivelare di essere stato abusato, confidando sul fatto che il confessionale è un posto sicuro dove parlarne, confidando che quanto detto resterà segreto, anche questi rinuncerà a venire, e forse non riuscirà a fare i conti con quanto è successo. Per questo io temo davvero che il risultato di tale cambiamento potrebbe ben essere per i bambini e per i giovani una sicurezza minore, non maggiore».

    Pedofilia. Abolire il segreto confessionale? In Australia qualcuno ci ripensa