Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ/ “Vi racconto il castello degli orrori”

    FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ/ “Vi racconto il castello degli orrori”

    Il castello degli orrori: così viene chiamato “Il Forteto”. A parlarne oggi a La Vita in Diretta una vittima: Sergio Pietracito a 18 anni è entrato nella cooperativa per lavorare all’interno dell’azienda agricola. «Tutti i giorni erano uguali. Si lavorava dalla mattina alla sera. C’era una netta separazione tra uomini e donne, non ci si poteva guardare. E i rapporti dovevano essere solo omosessuali». E i proventi del lavoro andavano alla cooperativa. C’è poi un aspetto molto delicato, quello degli affidi. Il Tribunale dei minori li affidava all’azienda agricola. E su questo c’è una commissione d’inchiesta parlamentare. «Al Forteto sono entrati molti minori, circa 86, e alcuni anche dopo la condanna a Rodolfo Fiesoli». Sul “profeta” dice con rammarico: «È libero grazie ad un cavillo in attesa della Cassazione». Sergio Pietracito, presidente dell’associazione Vittime di Forteto, parla anche di famiglie che vendevano i propri figli inventando reati. Le violenze non venivano risparmiate a nessuno: «Ribellarsi voleva dire scappare, come ho fatto io». (agg. di Silvana Palazzo)

    FORTETO, VIOLENZE E ABUSI NELLA COMUNITÀ

    Per circa un trentennio all’interno della cooperativa “Il Forteto” furono commessi abusi psicologici e sessuali nei confronti di minori e disabili. Quelle persone che il Tribunale dei minori aveva affidato alla comunità, associata ad un’azienda agricola, sono diventate vittime di un caso che oggi torna d’attualità. Una commissione parlamentare dovrà capire perché quella comunità sia stata accreditata come interlocutore istituzionale, nonostante provvedimenti giudiziari per abusi sessuali commessi al suo interno. «So che non renderemo mai l’infanzia alle vittime del Forteto, ma lo Stato chiede scusa, anche se dopo 40 anni, e farà tutto il possibile perché si faccia giustizia», aveva dichiarato il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede annunciando la svolta in conferenza stampa. Lo stesso Guardasigilli ha affrontato personalmente la questione: appena entrato in parlamento presentò una mozione, poi respinta dal governo nel 2015. Ma non è questo l’aspetto più incredibile di questa vicenda. E lo sa bene Bonafede: «Quello che è incredibile nella vicenda del Forteto è che era il tribunale che accompagnava le vittime al Forteto».

    COMMISSIONE PARLAMENTARE SU ABUSI FORTETO

    Un aspetto che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede spiega con una metafora: «Lo Stato accompagnava le vittime sulla soglia del cancello dell’inferno e le faceva entrare. Posso dire che le porte di quell’inferno sono state chiuse». Per il Guardasigilli però c’è ancora molto da fare per fare piena luce sulla vicenda. A lavoro il commissario della struttura, l’avvocato Jacopo Marzetti, e la commissione d’inchiesta. Fondata negli anni ’70, la cooperativa “Il Forteto” era una delle principali comunità di recupero per minori provenienti da famiglie disagiate. Con gli anni è finita al centro di vicende giudiziarie, anche con condanne. Nonostante ciò ha proseguito la sua attività. Dopo una prima condanna del fondatore Rodolfo Fiesoli nel 1985, l’attività continuò e sulla vicenda si divise anche la magistratura. La “protezione” di Fiesoli cadde nel 2011 quando fu arrestato di nuovo per violenza sessuale su minori. La Procura di Firenze riprese a scavare negli orrori della comunità, del resto erano coinvolti anche collaboratori. Ma a seguito di una sentenza della Cassazione del 5 luglio scorso ci fu la scarcerazione di Rodolfo Fiesoli. Ora le vittime tornano a chiedere nuovamente giustizia.

    https://www.ilsussidiario.net/news/forteto-violenze-e-abusi-nella-comunita-vittime-continuano-a-chiedere-giustizia/1888081/?fbclid=IwAR0lQ-gJg0666cB7avL_C4Kb3yfr6sawHu4BrdxtSNKDC0_BSlgRT6v2FYo

  • Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna

    Tensioni dopo il documentario “Non dirlo a nessuno” sui casi di pedofilia del clero (21 milioni di visualizzazioni su YouTube). I vescovi: vergogna, chiediamo perdono alle vittime. Ma c’è chi parla di operazioni strumentali. Il 13 giugno l’ex pm vaticano presiederà una giornata sulla protezione dei minori durante la plenaria della Conferenza episcopale

    SALVATORE CERNUZIO
    CITTÀ DEL VATICANO

    «Non ci sono parole». È un profondo e doloroso mea culpa quello dei vescovi polacchi per non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi di sacerdoti e religiosi su minori. Riunita a Varsavia ieri per il Consiglio permanente, la Conferenza episcopale ha ribadito tutta la «vergogna» per gli abusi e le violenze di cui sono stati protagonisti ecclesiastici. Parole certamente non di circostanza in un momento in cui la Chiesa in Polonia, seguendo una sorte simile a quella di Cile, Australia e Stati Uniti, viene travolta dagli scandali di pedofilia nel clero.

    “Non dirlo a nessuno”, il docufilm da 21 milioni di visualizzazioni

    A riaccendere la miccia, o meglio, a far scoppiare la bomba – considerando l’enorme copertura mediatica di questi giorni nel Paese -, è stato un documentario presentato sabato 12 maggio. “Tylko nie mów nikomu” (in italiano,“Non dirlo a nessuno”) è il titolo del film ribattezzato da alcuni come lo “Spotlight” polacco, in riferimento alla pellicola premio Oscar del 2016 che racconta delle inchieste del Boston Globe sui preti pedofili. In questo caso non si tratta di un lavoro giornalistico, ma di un’opera di indagine e ricerca svolta da due fratelli, Tomasz e Marek Siekielscy, nei ruoli di regista e di produttore, che attraverso testimonianze dirette o riprese con telecamere nascoste hanno voluto accendere i riflettori su vecchi e nuovi casi di abusi.

    La produzione è nata “dal basso” visto che il documentario – disponibile dal pomeriggio di sabato su YouTube con sottotitoli inglesi – è stato finanziato con la raccolta di fondi pubblici attraverso il portale Patronite.pl: circa 2500 persone avrebbero pagato un totale di 100mila euro per finanziare il film che dal suo lancio ad oggi ha registrato oltre 21 milioni di visualizzazioni.

    La Chiesa polacca divisa in due

    Dalla sua uscita l’atmosfera nel Paese è elettrica, per quanto a Roma ne sia giunta solo una flebile eco. La vicenda ha scosso il PiS, il partito nazionalista conservatore che governa da quattro anni la Polonia e che si è sempre presentato come strenuo difensore dei valori cristiani, ma soprattutto ha spaccato in due la Chiesa polacca.

    Tra i vescovi e non solo c’è chi attacca il documentario come iniziativa «violenta» e «anticlericale». Almeno in questi termini l’ha bollato Tadeusz Rydzyk, influente sacerdote redentorista, conduttore e direttore di Radio Maryja (in passato al centro di polemiche per dichiarazioni antisemite e per il sostegno al  “Rosario alle frontiere”). L’arcivescovo di Danzica, Sławoj Leszek Głódź, ha invece spiegato alla stampa di non aver visto il documentario «perché non guardo qualsiasi cosa», mentre l’arcivescovo di Cracovia, Marek Jedraszewski, ha affermato che tutto il film è un modo per «fare politica miserabile, basandosi sulle menzogne».

    Mea culpa della Conferenza episcopale: «Chiediamo perdono alle vittime»

    Di contro, il film ha ricevuto buona accoglienza da parte dei vertici della Conferenza episcopale, che hanno ringraziato il regista per il suo lavoro di ricerca della verità. Il primate della Polonia, Wojciech Polak, delegato episcopale per la protezione dei minori, si è detto «profondamente commosso da ciò che ho visto»: «L’enorme sofferenza delle persone ferite causa dolore e vergogna», ha affermato, «ringrazio tutti coloro che hanno il coraggio di raccontare il loro dolore. Chiedo perdono per ogni ferita causata dalla gente della Chiesa». «Tutte le questioni devono essere chiarite – ha assicurato Polak -. Nessuno nella Chiesa può sottrarsi alla responsabilità. Dobbiamo proteggere i bambini e i giovani. Non c’è altra via per la Chiesa».

    Parole ribadite dal presidente dei vescovi, Stanisław Gądecki, il quale dopo la sessione di ieri ha assicurato che l’episcopato farà di tutto per «evitare qualsiasi negligenza» con «una sensibilità ancora maggiore per aiutare le vittime». Già all’uscita della pellicola il prelato affermava: «A nome dell’intera Conferenza episcopale polacca, vorrei chiedere perdono a tutte le vittime. Mi rendo conto che nulla può compensare loro le ferite subite. Certamente questo film contribuirà anche a una condanna ancora più severa della pedofilia, per la quale non ci può essere posto nella Chiesa».

    Il 13 giugno la visita di monsignor Scicluna, ex pm vaticano per i casi di abusi

    In un clima così fortemente diviso si inserisce la visita del 13 giugno prossimo in Polonia dell’arcivescovo maltese Charles Scicluna, l’ex pm vaticano per i casi di abusi, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inviato dal Pontefice per due volte nel 2018 in Cile per indagare sui casi di abusi. Qualcuno, tra i media, ha lasciato intendere che Scicluna sia stato inviato dal Papa in Polonia a compiere una simile missione e “commissariare” la Chiesa del Paese est-europeo. Tesi avvalorata dalle recenti dichiarazioni della vicepresidente Joanna Scheurnig-Wielgus che affermava che Scicluna «non verrà qui a trascorrere il fine settimana, ma a sistemare tutti questi vescovi».

    La Conferenza episcopale polacca racconta, invece, un’altra storia, e cioè che Scicluna era stato invitato già nel 2018 per presiedere una giornata di studio sul tema della protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili durante la Plenaria che si terrà a metà giugno a Swidnica. «I vescovi sono grati che l’arcivescovo Scicluna abbia accettato l’invito inviatogli un anno fa», affermano in una nota. «Che la visita avvenga dopo la diffusione del documentario è pura coincidenza», spiegano fonti dell’episcopato a Vatican Insider.

    La Santa Sede, pur non emanato alcun comunicato ufficiale a riguardo ma ha confermato la stessa versione della Conferenza episcopale – come pure lo stesso Scicluna sul suo account Twitter – sull’edizione inglese del portale ufficiale Vatican News, in cui si sottolinea un collegamento tra la visita dell’arcivescovo e l’atmosfera di indignazione e commozione suscitata dal documentario.

    I casi del cappellano di Wałęsa e del suo confessore Cybula

    Due i casi riportati nelle due ore e mezzo di filmato che hanno sconvolto in particolare l’opinione pubblica. In primis la confessione del cappellano dell’ex presidente Lech Wałęsa, padre Henryk Jankowski (la cui statua a Danzica è stata abbattuta in senso di protesta) e il suo confessore di lunga data, Franciszek Cybula, morto il 21 febbraio 2019, per anni tra i sacerdoti più importanti e conosciuti della Polonia. Lo stesso Wałęsa, sconcertato dalle rivelazioni, ha dichiarato: «Non ho mai avuto alcun sospetto nei confronti di Cybula, per le persone della mia generazione era quasi un santo, oltre ogni sospetto».

    Gli abusi del marianista, costruttore del Santuario di Licheń

    Il secondo caso è quello di padre Eugeniusz Makulski, marianista, storico costruttore del Santuario di Nostra Signora a Licheń. La sua vicenda viene ripercorsa attraverso la voce di un ragazzo divenuto poi sacerdote che, restando anonimo, racconta le violenze subite. I Marianisti della basilica di Licheń hanno subito preso le distanze dopo la pubblicazione del documentario, ribadendo il dolore per tutte le vittime – «Niente è in grado di risarcire loro per questo danno» – e spiegando che «i casi segnalati sono stati inoltrati alla Santa Sede, secondo le norme vigenti della legge della Chiesa». Intanto, «don Makulski si sottomette alle decisioni della Santa Sede, e per decisione dei superiori religiosi viene escluso da ogni attività pastorale».

    Il sacerdote arrestato per pedofilia che partecipa a ritiri con i bambini

    Più intricata la storia, riportata nel docufilm, di don Dariusz Olejniczak, sacerdote di Varsavia: condannato a due anni mezzo di carcere per pedofilia, aveva ricevuto un’ordinanza del tribunale che gli vietava qualsiasi contatto con minorenni. Nonostante ciò ha continuato a partecipare ad attività con bambini e adolescenti, tra cui ritiri spirituali. I due registi – si vede nel docufilm – con una telecamera nascosta hanno preso parte ad una messa celebrata da Olejniczak in una parrocchia Malbork nel dicembre 2018. Durante la funzione il prete invita i bambini all’altare e distribuisce loro la comunione. Dopo la pubblicazione del film padre Dariusz, consultatosi con il cardinale arcivescovo Kazimierz Nycz, ha presentato al Papa le sue dimissioni per essere ridotto allo stato laicale. Lo rende noto l’Arcidiocesi di Varsavia in un comunicato: «Padre Olejniczak ha motivato la richiesta con la violazione di un’ordinanza del tribunale», l’aver cioè «intrapreso attività legate al lavoro con i bambini e i giovani, nascondendo questo fatto al curatore nominato dalle autorità ecclesiastiche». Il sacerdote ha «espresso il suo pentimento» e ha assicurato «piena collaborazione con le autorità statali». In accordo con il cardinale «ha lasciato il suo precedente luogo di soggiorno», il seminario Redemptoris Mater di Varsavia.

    A febbraio l’incontro di una vittima polacca con il Papa, quel report definito una «operazione strumentale»

    In Vaticano, intanto, la situazione in Polonia viene monitorata costantemente. Tuttavia, spiegano fonti curiali, si fa attenzione a distinguere quelle che sono «operazioni strumentali» miranti ad «un ritorno d’immagine politico». Secondo alcuni osservatori e giornalisti, un gesto del genere è stato quello del 20 febbraio scorso di Marek Lisiński, vittima di un prete a 13 anni, che al termine di un’udienza generale consegnava al Papa il rapporto sulle violazioni della legge da parte dei vescovi nei casi di abusi. Il report era stato stilato dai rappresentanti della Fondazione polacca “Non abbiate paura” che fornisce aiuto legale e psicologico alle vittime, aiutandole anche ad ottenere risarcimenti da parte della Chiesa cattolica.

    Ad accompagnare Lisiński c’erano l’onorevole Joanna Scheuring-Wielgus, membro del partito liberale “Adesso!”, in lizza per il Parlamento europeo e per il Parlamento polacco in autunno, e Agata Diduszko-Zyglewska, femminista, legata all’estrema sinistra radicale. In tanti hanno letto in questo gesto una operazione costruita ad hoc per ottenere consenso politico in piena campagna elettorale, mentre i membri della Fondazione affermano che la presenza dell’onorevole era utile solo a far ottenere un posto a Lisiński all’udienza per riuscire in un intento in cui finora era sempre stato «ostacolato». Quello di parlare con il Papa che, al termine dell’incontro, gli aveva anche baciato le mani.

  • Il documentario di cui si parla un sacco in Polonia

    Il documentario di cui si parla un sacco in Polonia

    Negli ultimi giorni in Polonia si è parlato moltissimo di un documentario sugli abusi di minori all’interno della Chiesa cattolica locale. Il film, Tell No One (“non dirlo a nessuno”) è stato realizzato da due fratelli, Tomasz e Marek Sekielski: parla di casi di pedofilia che avvenivano nel completo silenzio delle gerarchie, che come in altri paesi nel mondo preferivano spostare di parrocchia in parrocchia il sacerdote accusato piuttosto che affrontare il problema o denunciarlo alle autorità. Sabato è stato pubblicato su YouTube e martedì era stato visto già più di 11 milioni di volte. È un numero enorme per un paese di 38 milioni di abitanti, la maggior parte dei quali è di religione cattolica.

    Da tempo la Polonia è considerata uno dei paesi più cattolici d’Europa: oltre il 40 per cento della popolazione partecipa alla messa ogni domenica. La Chiesa cattolica ha avuto un ruolo decisivo nel plasmare l’identità nazionale del paese e durante il comunismo è stato uno dei primi bastioni di resistenza contro il dominio straniero. Papa Giovanni Paolo II, il primo papa polacco, diventato santo nel 2014, è venerato sia come autorità morale sia per la sua opposizione al comunismo. In Polonia non avviene nessuna cerimonia pubblica a cui non sia presente almeno un membro del clero. Chiesa e potere civile sono strettamente legati in Polonia, e il partito di governo Diritto e Giustizia (PiS), di destra radicale, usa molto la propria alleanza con la chiesa per legittimare il suo potere.

    Come molti altri paesi, la Polonia ha già dovuto fare i conti con le rivelazioni degli abusi del clero sui minori. A marzo, le autorità ecclesiastiche polacche avevano dichiarato di essere a conoscenza di 382 sacerdoti che dagli anni Novanta ad oggi hanno abusato di 625 minori. Il documentario sugli abusi dei preti ha riaperto il dibattito. «Perché i preti commettono tali crimini? Perché i vescovi non hanno reagito come dovuto? Perché, per anni, ha prevalso una congiura del silenzio tra il clero?» si è chiesto sul sito Onet il giornalista Andrzej Gajcy, ponendosi alcune domande che vengono spontanee dopo aver visto il film.

    Nella scena iniziale una donna con addosso una telecamera affronta il suo molestatore, un sacerdote che aveva abusato di lei quando aveva sette anni, costringendola a masturbarlo e a farsi toccare. Un’altra donna racconta di quando era stata stuprata a 13 anni da un sacerdote che le aveva ordinato di non raccontare a nessuno quello che era successo, nemmeno in confessionale a un altro sacerdote (da qui il titolo Tell No One).

    Tra i preti accusati di pedofilia dai fratelli Sekielski c’è anche don Franciszek Cybula, ormai morto, che tra il 1980 e il 1985 fu il parroco della parrocchia di Lech Walesa, l’operaio e sindacalista che per anni ha guidato il movimento Solidarność ed è stato il primo presidente della Polonia dopo la caduta del comunismo. «Sono così sorpreso che non so cosa dire», ha detto Walesa al New York Times: «Se io, come cattolico, avessi saputo, non avrei mai permesso una cosa del genere».

    Dopo la visione del video il primate di Polonia, Wojciech Polak, arcivescovo di Gniezno, ha ringraziato i due fratelli che hanno realizzato il documentario per il loro lavoro e si è scusato «per ogni ferita inflitta dalla Chiesa». Anche il nunzio apostolico vaticano in Polonia, monsignor Salvatore Pennacchio, ha portato le sue scuse e quelle di Papa Francesco ai sopravvissuti.

    Non sempre le reazioni all’interno della Chiesa sono state di comprensione: Leszek Slawoj Glodz, l’arcivescovo di Danzica, una delle diocesi più importanti della Polonia, ha detto che aveva di meglio da fare che guardare un film e riaprire storie vecchie. Glodz è stato accusato nel documentario di aver insabbiato un caso di pedofilia all’interno della sua diocesi.

    Anche il mondo politico ha reagito duramente: il procuratore generale ha detto che aprirà delle indagini per verificare i fatti raccontati nel documentario, mentre PiS ha detto che il governo adotterà un approccio più severo per affrontare e fermare i casi di abusi sessuali su minori.

    I partiti di opposizione hanno chiesto che venga nominata una commissione governativa per indagare sugli abusi all’interno della Chiesa, ma nonostante PiS si sia impegnato a perseguire i reati sessuali, finora è stato molto attento a non disturbare eccessivamente la Chiesa. Domenica Jarosław Kaczyński, presidente e fondatore di PiS, ha promesso che la pena per gli abusi sessuali su minori aumenterà da 15 a 30 anni di prigione, così come l’età per il consenso per avere un rapporto sessuale passerà da 15 a 18. Il ministro dell’Interno, Joachim Brudziński, lunedì ha detto che in futuro ci sarà «tolleranza zero» per i pedofili.

    Ma la posizione di PiS in questo momento è molto scomoda: per guadagnare il potere e ottenere l’appoggio della popolazione i leader di Diritto e Giustizia hanno stretto una forte alleanza con la maggior parte dei vescovi polacchi. Come racconta Politico, molti sacerdoti polacchi, soprattutto in campagna, sostengono apertamente il partito. «Chi alza una mano contro la Chiesa, per distruggerla, alza una mano contro la Polonia», aveva detto durante un comizio elettorale all’inizio di questo mese Kaczyński, aggiungendo che non può esistere la Polonia senza la Chiesa.

    Il documentario è uscito appena due settimane prima delle elezioni europee del 26 maggio, e potrebbe polarizzare il discorso elettorale a sfavore di PiS: soprattutto nelle città, dove gli elettori tendono ad essere più liberali e laici rispetto alle campagne, dove vivono i sostenitori del partito (già accusato da alcuni anni di aver trasformato la Polonia in uno stato semi-autoritario).

    Le europee saranno un po’ il banco di prova per le elezioni generali che ci saranno in autunno e PiS inizia a sentire la pressione: «Il risultato delle elezioni è in pericolo», ha detto durante un’intervista radiofonica Adam Bielan, vice presidente del Senato e candidato al Parlamento europeo, «non siamo certi della vittoria». L’affluenza alle europee in Polonia non è mai molto alta: nel 2014 solo il 23,8 per cento degli elettori andò a votare, ma un nuovo sondaggio del giornale Rzeczpospolita dice che questa volta almeno il 55 per cento degli aventi diritto ha intenzione di partecipare. In realtà secondo gli ultimi sondaggi PiS ha ancora quattro punti di vantaggio sulla Coalizione Europea, il raggruppamento dei principali partiti di opposizione.

    https://www.ilpost.it/2019/05/16/documentario-preti-pedofili-polonia/

  • Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

    Pedofilia, al governo dovrebbero leggere con attenzione il decreto di Papa Francesco

    di Marco Politi

    Matteo Salvini e Luigi Di Maio farebbero bene a leggere attentamente l’ultimo decreto di papa Francesco sugli abusi. E sarebbe utilissimo che lo leggesse anche il premier Conte, che ha un legame particolare con padre Pio e dunque dovrebbe interessarsi alla sorte degli umili.

    Il documento papale mette finalmente la Chiesa sui binari giusti. L’Avvenire, il giornale dei vescovi, ha titolato efficacemente: “Uno sportello in ogni diocesi”. E’ quello che per quasi dieci anni la Conferenza episcopale italiana (come il 90 per cento delle diocesi del mondo) si è rifiutata di fare. Soltanto l’anno scorso, sotto la guida del cardinale Gualtieri Bassetti, la Cei ha istituito un Servizio nazionale di prevenzione e in questi mesi sta organizzando la rete dei servizi regionali. Vedremo se saranno messi in piedi questi sportelli perché senza strutture permanenti e visibili di ascolto le vittime non saranno incoraggiate a denunciare i criminali, che hanno abusato di loro.

    Il decreto di Francesco è fondamentale perché obbliga le conferenze episcopali di tutto il mondo a mettersi in regola entro dodici mesi. I cardini della svolta sono molteplici. L’obbligo di denuncia al vescovo di qualsiasi abuso attuato ai danni di minori e “persone vulnerabili”. Vale anche per ogni costrizione che tramite violenza, minaccia o abuso di autorità, porti qualsiasi individuo a “compiere o subire atti sessuali”. Quindi per essere precisi: è delitto anche spingere adulti ad atti sessuali servendosi del potere clericale sulle coscienze. E’ quello, per intenderci che hanno fatto alcuni cardinali come Mc Carrick in America oppure O’Brien in Scozia (entrambi espulsi dal collegio cardinalizio da Francesco), quando si sono portati a letto seminaristi o preti maggiorenni. Ed è quello che hanno fatto centinaia, se non migliaia, di preti e vescovi ai danni di suore in varie parti del mondo.

    E’ un colpo preciso all’atteggiamento di omertà largamente diffuso nel mondo ecclesiastico. Il decreto – ed è altrettanto importante – sottolinea che al denunciante “non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto” della denuncia. Una rivoluzione copernicana rispetto all’obbligo del silenzio imposto solennemente in passato.

    Altro elemento cruciale è quello di avere stabilito procedure precise anche nei confronti di qualsiasi vescovo e patriarca (i cardinali sono tutti vescovi) colpevole di abusi o di insabbiamenti. E’ stato anche stabilito che il denunciante ha diritto di essere informato dell’esito del processo.

    Ci sarà da tornare su tutta la materia perché molto resta ancora da fare per rendere organica la repressione degli abusi e la loro individuazione all’interno della Chiesa. Ma per Conte, Di Maio e Salvini è di diretta rilevanza l’articolo finale del decreto: l’articolo 19. E’ intitolato “Osservanza delle leggi statali”. E recita: “Le presenti norme si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti eventuali obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”.

    Le associazioni internazionali delle vittime hanno fatto notare che il Vaticano dovrebbe imporre in tutto il mondo cattolico la regola che i crimini si denunciano alla polizia e alla magistratura. In Vaticano, ufficiosamente, fanno notare che ci sono paesi corrotti e non democratici in cui denunce anche false potrebbero portare ad eliminare dalla scena preti o vescovi scomodi. E’ un’osservazione su cui riflettere. Ma non può essere in nessun caso un alibi per non applicare negli Stati democratici la regola ferrea che i vescovi informati debbano denunciare alle autorità civili gli abusi compiuti dal clero. Esistono norme in tal senso negli Stati Uniti e in Francia.

    Non c’è nessun motivo perché governo e Parlamento italiano non si dotino di una identica legge, che menzioni esplicitamente la responsabilità dell’autorità ecclesiastica. Salvini, che ci tiene tanto alla sovranità italiana, batta un colpo. Di Maio, che tanto parla di trasparenza, proponga questa norma di elementare civiltà. E il premier Conte, così legato a padre Pio anche per ragioni familiari, porti in Consiglio dei ministri un decreto a protezione degli umili abusati.

    Certo, sarebbe un segno di risveglio se il Partito radicale, ispirandosi al coraggio di Pannella, e le comunità di base cristiane, che tante volte hanno preso la parola per denunciare il prepotere clericale, portassero in Parlamento una legge di iniziativa popolare per attuare in Italia la regola dell’obbligo di denuncia sui crimini dei preti predatori.

    Gli uomini di governo e i parlamentari distratti possono andare a leggersi il Fatto Quotidiano di domenica scorsa. Parla del prete Giovanni Trotta, che fu processato e condannato dal Sant’Uffizio per abusi e spretato. Ma il Vaticano suggerì al vescovo locale di non dire nulla per non turbare i fedeli. Con il risultato che Trotta ha continuato a portare la tonaca e ad allenare una squadra di calcio di ragazzi. Risultato: altri dieci bambini abusati (e una condanna in appello a Bari a 20 anni di carcere).

    Ci fosse stata una norma, che obblighi i vescovi alla denuncia, non sarebbe successo. Perciò non ci sono più alibi. Tocca all’Italia darsi le giuste leggi.
    https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/13/pedofilia-al-governo-dovrebbero-leggere-con-attenzione-il-decreto-di-papa-francesco/5175664/
  • Secondo il motu proprio sugli abusi Delpini dovrebbe indagare sé stesso

    Secondo il motu proprio sugli abusi Delpini dovrebbe indagare sé stesso

    Nel 2011 sorvolò sulle molestie di un prete. Oggi avrebbe l’obbligo di autoaccusarsi

    di Giorgio Gandola

    Più che Vos estis lux mundi, il motu proprio di Papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa avrebbe dovuto intitolarsi più prosaicamente Repetita iuvant. Perché dogmi, indicazioni e regole dell’ultima lettera vaticana in realtà non sono altro che la riproposizione con differenti termini (e qualche invito operativo in più) del motu proprio precedente sul tema, quel Come una madre amorevole del luglio 2016 che avrebbe dovuto porre argine al dilagare del peccato in tonaca. Se fossimo in Parlamento, li chiameremmo i decreti attuativi di principi tante volte ripetuti e altrettante volte calpestati.

    “Voi siete la luce del mondo”, scriveva Matteo nel suo vangelo. E la luce dovrebbe illuminare la verità nei drammi personali di minorenni abusati da preti, troppo spesso messi in un angolo dalle diocesi di riferimento in attesa che entrino nel dimenticatoio. La luce di un percorso virtuoso determinato – come sottolinea quest’ultima lettera apostolica – dall’obbligo di denuncia dei presunti abusi da parte di sacerdoti e chierici alle autorità religiose. Ma tre anni fa il pontefice sottolineava con insolito vigore: “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico per cause gravi; ciò riguarda anche i vescovi diocesani, gli eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto. Fra le cause gravi è compresa la negligenza dei vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare nei casi di abusi sessuali compiuti su minori e adulti vulnerabili”. Morale: chi insabbia, chi intorbida le acque, sarà punito. L’obbligo di segnalazione era esplicito anche nel 2016. Cosa che non si è quasi mai verificata.

    A fare realmente la differenza in difesa delle vittime di violenze sessuali da parte dei preti sarebbe una frase che il Papa non firmerà mai: “I sacerdoti a conoscenza di abusi sui minori dovranno denunciare i fatti contestualmente all’autorità religiosa locale e a quella giudiziaria”. Fino a quel giorno nessun passo in avanti potrà essere considerato tale. E non si tratta di pretese originali, perché in numerosi Paesi del mondo l’ordinamento giudiziario prevede l’obbligo di denuncia per i prelati. Per introdurlo in Italia si dovrebbero rivedere i Patti Lateranensi.

    Nel motu proprio di Papa Francesco la vera novità è l’identificazione di un coordinatore delle indagini, l’arcivescovo metropolita che riceve dalla Santa Sede il mandato ad investigare nel caso del coinvolgimento di un vescovo per comportamenti omissivi, per coperture indebite, per non avere voluto perseguire l’abuso di cui era venuto a conoscenza. Molti giornali, nell’esemplificare il ruolo centrale in questo tipo di indagine, hanno fatto l’esempio dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini. E è giusto perché nel caso in cui avvenisse un abuso coperto da un suo sottoposto sarebbe proprio lui a dover raccogliere gli indizi e “trasmettere alla Santa Sede un’informativa sullo stato delle indagini entro 30 giorni”.

    Tutto ciò ha un aspetto singolare perché proprio Delpini,  nel caso dell’abuso su un ragazzo di 15 anni da parte di don Mauro Galli (condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi), in qualità di vicario episcopale spostò il prete da Rozzano a Legnano senza approfondire la vicenda e senza aprire l’obbligatoria indagine previa. A tal punto da venire criticato dall’allora arcivescovo Angelo Scola. L’abuso, risalente al 2011, venne alla luce sono quattro anni dopo, quando la vittima lo denunciò ai carabinieri.

    Secondo il motu proprio del Papa, oggi monsignor Delpini dovrebbe indagare sé stesso. Qualche volta la luce del mondo passa dalle fessure più inattese.

    (trascrizione da La Verità del 11 maggio 2019)

  • Siracusa. Sei vittima di pedofilia? Rete l’Abuso ti tende la mano e ti protegge

    Siracusa. Sei vittima di pedofilia? Rete l’Abuso ti tende la mano e ti protegge

    Cara mamma che leggi, ti auguriamo che mai e poi mai il tuo bambino sia abusato da un prete. Ma se dovesse accadergli una cosa così orrenda, sai a chi rivolgerti per avere un aiuto serio e competente?

    Ebbene, questo articolo è dedicato a te, per metterti in guardia, per imparare a notare eventuali strani e improvvisi cambiamenti d’umore del tuo bambino, paure e brutti sogni a causa di un terribile segreto che nasconde nel suo piccolo cuore spaurito perché teme che ciò che gli sta succedendo è colpa sua…

    E allora sappi che in Italia abbiamo un’associazione molto speciale che si chiama Rete l’Abuso, fondata da un sopravvissuto agli abusi subiti da ragazzino da un depravato prete, uno dei tanti che devastano la vita di bambini innocenti e che poi a volte, da grandi, questa invivibile vita gli innocenti se la tolgono …

    Si chiama Francesco Zanardi e lui la sua vita ha deciso di dedicarla ai bambini abusati circondandosi di centinaia di volontari che lavorano al suo fianco per aiutare le vittime a superare il trauma profondo con i suoi tanti psicologi e a difenderle nei processi con i suoi tanti avvocati che hanno abbracciato questa splendida Causa. Per non parlare della risonanza mediatica con cui noi giornalisti/e affettuosamente la sostieniamo con articoli, inchieste, interviste e perfino dei libri (come lo scrittore Federico Tulli).

    E’ l’unica associazione del genere esistente nel nostro paese e, al contrario degli impuniti carnefici stupratori di bambini che conducono una vita agiata e godono della protezione dei vescovi, la Rete l’Abuso vive di tesseramenti e piccole donazioni ma riesce a fare cose straordinarie. Qualche esempio.

    Soltanto nei pochi mesi di quest’anno ha fatto e ottenuto quanto segue:

    Gennaio: per merito suo, a Ginevra, nei giorni 22 e 23, l’Italia è stata interrogata dall’Onu sul tema della pedofilia clericale, i(e successivamente indagata e condannata per complicità con la Chiesa cattolica)n seguito alla presentazione di report sul fenomeno da parte di Rete L’Abuso. Presenti il presidente Zanardi, gli avvocati Mario Caligiuri e Simone Padovani. L’Onu ha emesso raccomandazioni.

    Febbraio: a Roma March To Zero, ritrovo di vittime e attivisti da tutto il mondo, durante il summit indetto da Papa Francesco. Numerosissimi gli articoli per questo evento senza precedenti storici. Praticamente per la prima volta la stampa di tutto il mondo ha preso atto che le vittime sono rappresentate da numerose associazioni riunite sotto l’egida dall’Eca della quale fa parte anche la Rete l’Abuso.

    Febbraio: a Roma conferenza stampa presso il Parlamento italiano. Presente anche il presidente della Rete L’Abuso, Francesco Zanardi.

    Marzo: Il cardinale Gualtiero Bassetti scrive alla Rete L’Abuso, in risposta alle numerose missive inviategli dal 20 dicembre 2018

    Marzo: Rete L’Abuso propone un Protocollo di garanzia per le vittime che si rivolgono ai Consultori Diocesani

    Marzo: Il presidente Francesco Zanardi è invitato al TV 7 dell’1 marzo

    Marzo: Savona, giorno 15. Presso la Libreria Ubik ha luogo l’evento culturale “Vittime e carnefici. L’omertà delle gerarchie negli scandali di pedofilia”. Presente il Presidente Zanardi.

    Ecc….

    L’anno scorso si è costituito anche un gruppo di Mamme e vittime che opera attraverso il mutuo auto-aiuto, riconoscendo che solo chi ci è passato può capire fino in fondo cosa significa essere vittima di stupro o essere familiare di una vittima. Ricordiamo che Rete L’Abuso è presente anche su Facebook con una pagina e due gruppi attraverso i quali è possibile mettersi in contatto, inviare segnalazioni, condividere le informazioni e collaborare a creare e diffondere una cultura di consapevolezza.  L’Associazione è composta da vittime, familiari e attivisti che condividono la causa; non ha una connotazione politica e non si configura nemmeno come entità anticlericale, tant’è che molti sacerdoti collaborano “silenziosamente” fornendo segnalazioni e incoraggiamenti.

    di Raffaella Mauceri
  • Il ministro Bonafede al Forteto «Lo Stato chiede scusa alle vittime»

    Il ministro Bonafede al Forteto «Lo Stato chiede scusa alle vittime»

    Il guardasigilli in visita alla cooperativa commissariata dal governo e legata alla comunità per minori che per anni è stata teatro di violenze psicologiche e sessuali: «Lo Stato accompagnava le vittime al cancello dell’inferno e le faceva entrare: mai più»

    «So che non renderemo mai l’infanzia alle vittime del Forteto, ma lo Stato chiede scusa, anche se dopo 40 anni, e farà tutto il possibile perché si faccia giustizia». Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede dà così il senso della sua visita al Forteto, la cooperativa agricola commissariata dal governo legata alla comunità per minori teatro di atroci violenze sessuali e psicologiche.

    «Sto vivendo uno dei momenti più emozionanti da quando sono ministro della Giustizia — ha aggiunto Bonafede — È una vicenda che ho conosciuto sei anni fa al momento del mio ingresso in Parlamento». Bonafede ha ripercorso le tappe del suo impegno sulla vicenda quando presentò una mozione, poi respinta, dal governo nel 2015. «La cosa bella — ha continuato — è che quella mozione non era firmata soltanto dal M5S ma da tutte le forze politiche esclusa quella che, al momento, governava. Una mozione senza colori politici perché su questa vicenda che riguarda abusi fisici e mentali su bambini che venivano accompagnati dallo Stato dentro il Forteto, non ci può essere colore politico». Quando la mozione venne respinta «ho scoperto in tutta la sua mostruosità quanto può essere cinica la politica quando decide di proteggere quanto non può essere protetto secondo un comune senso di umanità».

    «Quello che è incredibile nella vicenda del Forteto è che era il tribunale che accompagnava le vittime al Forteto — ha continuato Bonafede — Lo Stato accompagnava le vittime al cancello dell’inferno e le faceva entrare. Posso dire che le porte di quell’inferno sono state chiuse, il mio impegno è perché cose come queste non avvengano più». Bonafede ha poi ricordato la recente istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Forteto: «C’è ancora da lavorare per fare piena luce».

    https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/19_aprile_01/ministro-bonafede-forteto-lo-stato-chiede-scusa-vittime-2c58e196-549b-11e9-9655-924d4f9553a6.shtml

  • 8 marzo, Mattarella: “La condizione delle donne attesta il grado di civiltà di un Paese” Lettera aperta del Presidente della Rete L’ABUSO al Presidente della Repubblica Italiana.

    8 marzo, Mattarella: “La condizione delle donne attesta il grado di civiltà di un Paese” Lettera aperta del Presidente della Rete L’ABUSO al Presidente della Repubblica Italiana.

    Signor Presidente, nell’apprezzare il Suo lodevole impegno Istituzionale nella ricorrenza dell’8 marzo, in qualità di cittadino italiano vittima del clero, oggi Presidente della Rete L’ABUSO, l’unica realtà che in Italia documenta, denuncia e sostiene le vittime della pedofilia clericale, sulla base della non negoziabilità dei diritti, mi rivolgo a Lei.

    Da anni portiamo avanti una battaglia per il riconoscimento, su basi Costituzionali, dei diritti delle vittime italiane.

    Mi rivolgo a Lei, signor Presidente, proprio in quanto garante della Costituzione Italiana, oltre che Presidente di questa Repubblica, il cui Parlamento, il 27-11-2017, attraverso un’interrogazione parlamentare a risposta scritta indirizzata al Presidente del Consiglio dei ministri, al Ministro dell’interno, al Ministro della giustizia, al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, informava le Istituzioni competenti, di gravi e peculiari problematiche a danno di cittadini italiani, nella particolare specie minori abusati da membri del clero cattolico.

    Il 19 febbraio 2018, per conto della Rete L’ABUSO, l’avvocato Mario Caligiuri, con una Diffida ad adempiere, diffidava: la Presidenza della Repubblica, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Centro Regionale di informazione delle Nazioni Unite, la Presidenza della 12° Commissione affari sociali.

    Il 18 ottobre 2018, sempre per conto della rete l’ABUSO, l’avvocato Mario Caligiuri denunciava, all’attenzione del Procuratore capo della Procura della Repubblica di Savona, il Governo, con l’accusa di essere inadempiente: le Istituzioni italiane non hanno mai dato doverosa risposta alle precedenti istanze dell’associazione. Inoltre, a diverse notizie di reato, si aggiungevano fondate motivazioni su un favoreggiamento, da parte dello Stato italiano, in favore del clero e in danno ai propri cittadini. In tempi rapidissimi (26-10-2018) il fascicolo, sottoscritto tra le altre cose dai membri fondatori dell’associazione internazionale ECA Global, veniva archiviato. La stessa Procura della Repubblica non si è fatta onere di trasferire per competenza almeno le notizie di reato procedibili d’ufficio, malgrado queste fossero anche sottoscritte dalle parti.

    Il 7 febbraio 2019, anche l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite di Ginevra, si pronunciava sul problema italiano dei preti pedofili, individuando nell’Autorità Giudiziaria e anche nelle Istituzioni, gravi inadempienze e chiedeva immediati interventi.

    Signor Presidente, mi chiedo se anche la condizione dei minori attesti il grado di civiltà di un Paese, non potendo non notare che la Sua ultima pronuncia in materia risale al 2016 e, in questo caso, mi domando come sia possibile che un Paese come il nostro, pieno di diritti per tutti, ma che non garantisce neppure a coloro che, in quanto fanciulli, sono i cittadini più deboli, che grado di civiltà possa avere.

    Fanciulle e fanciulli che un domani saranno la forza di questo paese, ma che vedo privi di reali garanzie, a loro danno e in favore di uno Stato estero.

    Signor Presidente, mi chiedo ancora se il nostro è davvero un Paese civile, o se lo è solo sulla carta.

    Con ossequio.
    Francesco Zanardi
    Presidente Rete L’ABUSO

  • Vittime di abusi: la legge italiana aiuta i vescovi a schivare le indagini

    Vittime di abusi: la legge italiana aiuta i vescovi a schivare le indagini

    I sostenitori statunitensi e italiani delle vittime di preti pedofili stanno facendo pressione affinché l’Italia riveda una legislazione che permette ai vescovi di schivare la responsabilità per il clero abusatore, nel paese prevalentemente cattolico romano, dove la chiesa esercita un’influenza politica considerevole.

    Un legislatore degli Stati Uniti si è unito a un parlamentare italiano e vittime americane e italiane del clero pedofilo, al Parlamento italiano, giovedì, per mettere in luce ciò che hanno descritto come lacune significative nel modo in cui il sistema giudiziario italiano gestisce il problema.

    Francesco Zanardi, che dirige un gruppo di difesa dei sopravvissuti italiani, ha detto che l’Italia deve rivedere il trattato del 1929 con la Santa Sede. Ha notato che con questo accordo, i vescovi possono rifiutarsi di rispondere ai magistrati che indagano sui loro presunti ruoli nel nascondere i crimini di pedofilia da parte dei sacerdoti.

    Quindi, finché non vengono indagati personalmente per abuso, i vescovi “hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande della magistratura”, ha detto Zanardi in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, la camera bassa del Parlamento.

    Lo stesso trattato, ha osservato, richiede anche ai magistrati di informare la gerarchia ecclesiastica che hanno iniziato le indagini sui sacerdoti, dando effettivamente ai vescovi più tempo per scoraggiare eventualmente i testimoni o le vittime dal farsi avanti.

    La legge italiana non obbliga i vescovi a denunciare i casi di abuso da parte del clero, ha detto Zanardi.

    “C’è un vuoto legislativo”, ha detto.

    La chiesa cattolica occupa un posto privilegiato nella società italiana e esercita un’influenza significativa in politica. Le parrocchie nelle piccole città e nelle grandi città gestiscono programmi di ricreazione post-scolastici e di fine settimana per i giovani, dato che le scuole pubbliche non li offrono. Questo dà ai preti un facile accesso ai minori.

    Un avvocato americano per la responsabilità dei preti pedofili ha osservato che la chiesa cattolica americana è stata costretta a “essere più trasparente” dopo che le vittime si sono fatte avanti da adulti quando diversi Stati hanno aperto finestre sulle leggi per i limiti della prescrizione. Questo ha spinto i vescovi americani ad adottare una politica di “tolleranza zero” nei confronti dei preti abusatori.

    Ma la Chiesa italiana si lascia ancora guidare dalla legge canonica, che “dà al sacerdote una seconda possibilità” e “lascia a discrezione del vescovo” se un prete debba essere punito o rimosso dai bambini, ha detto Anne Barrett Doyle, co-direttore di BishopAccountability.org.

    All’inizio di questo mese, l’Italia è stata presa in carico dal Comitato ONU per i diritti dell’infanzia per la sua incapacità di controllare adeguatamente la chiesa cattolica. Il Comitato ha chiesto un’inchiesta indipendente su ciò, poiché ha notato il numero anormalmente basso di indagini e azioni penali relative agli abusi sessuali su minori commessi dai sacerdoti.

    Con i sacerdoti considerati figure rispettabili nella società italiana, le parole del repubblicano della Pennsylvania Mark Rozzi suonavano insolitamente schiette quando raccontava di essere stato stuprato da un prete quando aveva 13 anni, e come ogni volta che fa la doccia, rabbrividisce ancora a quel ricordo.

    Come ha fatto una campagna nel suo stato di origine, Rozzi ha esortato i legislatori italiani ad aprire finestre di opportunità in termini di prescrizione, in modo che gli adulti possano denunciare gli abusi subiti da bambini.

    Rozzi si basava sulla sua esperienza quando si chiedeva ad alta voce se un tredicenne potesse sapere cosa si intende per prescrizione.

    Zanardi ha detto che solo un prete pedofilo è in prigione, su 144 condanne negli ultimi 10 anni. I giudici italiani tendono a far scontare la pena, al clero condannato, agli arresti domiciliari, ha detto.

    A differenza degli Stati Uniti, “in Italia, gli scandali non hanno fatto nulla”, ha detto Zanardi.

    Lui e Rozzi si abbracciarono in un simbolico incontro di forze per cambiare tutto ciò.

    (traduzione con Google)

  • Le vittime di abusi denunciano che la legge italiana aiuta i vescovi a schivare la responsabilità

    Le vittime di abusi denunciano che la legge italiana aiuta i vescovi a schivare la responsabilità

    I sostenitori statunitensi e italiani delle vittime di preti pedofili stanno premendo affinché l’Italia riveda la legislazione che consente ai vescovi di eludere la responsabilità per il clero predatore nel paese prevalentemente cattolico romano dove la chiesa esercita una notevole influenza politica.

    Un legislatore statale degli Stati Uniti si è unito a un parlamentare italiano e alle vittime americane e italiane del clero pedofilo giovedì al parlamento italiano per mettere sotto i riflettori quelle che hanno descritto come lacune significative nel modo in cui il sistema giudiziario italiano gestisce il problema.

    Francesco Zanardi, a capo di un gruppo italiano di difesa dei sopravvissuti, ha detto che l’Italia deve rivedere il suo Trattato Lateranense del 1929 con la Santa Sede. Ha osservato che in base a tale accordo, i vescovi possono rifiutarsi di rispondere ai magistrati che indagano sui loro presunti ruoli nel nascondere i crimini di pedofilia commessi dai sacerdoti.

    Così, finché non sono personalmente indagati per abusi, i vescovi “hanno il diritto di rifiutarsi di rispondere alle domande della magistratura”, ha detto Zanardi in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati, la Camera del Parlamento.

    Lo stesso trattato, ha osservato, richiede anche che i magistrati informino la gerarchia ecclesiastica di aver avviato indagini sui sacerdoti, dando effettivamente ai vescovi più tempo per scoraggiare eventualmente testimoni o vittime dal farsi avanti.

    La legge italiana non richiede ai vescovi di denunciare i casi di abuso da parte del clero, ha detto Zanardi.

    “C’è un vuoto legislativo”, ha detto.

    La chiesa cattolica occupa un posto privilegiato nella società italiana e esercita un’influenza significativa nella politica. Le parrocchie nelle piccole città e nelle grandi città organizzano allo stesso modo programmi ricreativi dopo la scuola e nel fine settimana per i giovani, poiché le scuole pubbliche non li offrono. Ciò offre ai sacerdoti un facile accesso ai minori.

    Un sostenitore statunitense della responsabilità per i preti pedofili ha osservato che la chiesa cattolica americana è stata costretta a “essere più trasparente” dopo che le vittime si sono fatte avanti da adulte quando diversi stati hanno aperto finestre sulle prescrizioni. Ciò ha spinto i vescovi statunitensi ad adottare una politica di “tolleranza zero” nei confronti dei preti abusatori.

    Ma la Chiesa italiana si lascia ancora ingannare dal diritto canonico, che “dà al sacerdote una seconda possibilità” e “lascia alla discrezione del vescovo” se un prete debba essere punito o rimosso dai bambini, ha detto Anne Barrett Doyle, co- direttore di BishopAccountability.org.

    All’inizio di questo mese, l’Italia è stata presa in carico dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia per la sua incapacità di controllare adeguatamente la chiesa cattolica. La commissione ha chiesto un’indagine indipendente su ciò che si dice fosse il numero anormalmente basso di indagini e procedimenti penali per abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti.

    Con i sacerdoti considerati figure rispettate nella società italiana, le parole del deputato dello stato della Pennsylvania Mark Rozzi sono suonate insolitamente schiette quando ha raccontato di essere stato violentato da un prete quando aveva 13 anni, e ogni volta che fa la doccia, rabbrividisce ancora a quel ricordo.

    Mentre ha condotto una campagna nel suo stato d’origine, Rozzi ha esortato i legislatori italiani ad aprire finestre di opportunità negli statuti di prescrizione in modo che gli adulti possano denunciare gli abusi subiti da bambini.

    Rozzi ha attinto alla propria esperienza quando si è chiesto ad alta voce se un tredicenne sapesse cosa si intende per prescrizione.

    Zanardi ha detto che solo un prete pedofilo è ora in prigione, su 144 condanne negli ultimi 10 anni. I giudici italiani tendono a far scontare condanne agli arresti domiciliari il clero condannato, ha detto.

    A differenza degli Stati Uniti, “in Italia gli scandali non hanno fatto niente”, ha detto Zanardi.

    Lui e Rozzi si sono abbracciati in una simbolica unione di forze per cambiare la situazione.