“Lui non è uno che va facendo sta roba con tutti quanti. Ha fatto un’esperienza del genere, ha vissuto questa storia impropria con te. Non è un criminale”. Così il vescovo di Larino, Gianfranco De Luca a Giada Vitale, nel 2014, giustificava la condotta del sacerdote don Marino Genova, in seguito condannato per violenza sessuale a danno della ragazza, proprio in relazione a quei fatti. Le parole del vescovo sono state riportate nella memoria allegata all’atto di interrogazione e depositata ieri, in parlamento, dall’onorevole Stefania Ascari, (altro…)
Tag: parlamento
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Sostieni la Jamaica – abusi sessuali; lo Stato vuole limitare a soli 12 mesi la prescrizione, firma per dire NO
La legge sulle molestie sessuali darà alle vittime solo 12 mesi per sporgere denuncia, anche se esistono prove. Chiediamo ai legislatori di ripensare questo limite.
La lettera aperta di seguito spiega perché questa riforma è importante (vedere il PDF completo qui ) e andrà ai legislatori che stanno attualmente rivedendo il progetto di legge. Abbiamo bisogno del tuo supporto. Per avere un impatto, aggiungi la tua firma. Di ‘al Parlamento di fare la cosa giusta.
UNA LETTERA APERTA
RIMUOVI IL PERIODO DEL LIMITE PROPOSTO DI 12 MESI SULLE DENUNCE DELLE VITTIME DI molestie sessuali
A: la commissione parlamentare mista congiunta che esamina il disegno di legge sulle molestie sessuali
Olivia Grange – Presidente, Delroy Chuck, Franklin Witter, Marisa Dalrymple-Philibert, Ann Marie Vaz, Dr. Angela Brown Burke, Natalie Neita-Headley, Horace Dalley, Kavan Gayle, Dr. Saphire Longmore, Kerensia Morrison, Donna Scott Mottley, Sophia Frazer Binns
I sottoscritti sottoscriviamo per esprimere serie preoccupazioni riguardo al proposto limite di 12 mesi sulla disponibilità di giustizia perseguibile dalle vittime di molestie sessuali e vi chiediamo di modificare la disposizione prima che diventi legge.
Il disegno di legge sulle molestie sessuali mira a delineare i tipi di condotta che costituiscono molestie sessuali, vietare determinate condotte correlate e fornire alle vittime una strada legalmente obbligatoria affinché le loro denunce vengano ascoltate nel tentativo di ottenere un risarcimento. Regola il modo in cui gestire i casi di molestie sessuali e impone numerosi obblighi legali a società, scuole, ospedali e altre istituzioni per adottare determinate misure, azioni e misure relative alla questione delle molestie sessuali.
La sezione 25 della proposta di legge afferma che è possibile presentare un reclamo al Tribunale per le molestie sessuali sostenendo che una persona o un’organizzazione ha violato alcune disposizioni delineate nella legge.
La sezione 25 (2) va oltre prevedendo che tale reclamo debba essere presentato entro un termine di dodici (12) mesi dalla data del presunto atto affinché possa essere considerato legittimo. Ciò significa che i reclami non possono essere presentati dopo 12 mesi, anche se esistono prove credibili.
Questa limitazione di 12 mesi limita irragionevolmente l’accesso alla giustizia per le vittime e riteniamo che sia incompatibile con lo scopo della legge proposta, che è quella di fornire protezione alle vittime di molestie sessuali.
Di conseguenza, WE delineato cinque motivi per cui questa disposizione deve cambiare.
1. La giustizia non ha una data di scadenza. Una persona che molesta sessualmente un altro, che sia uno studente, un paziente o un dipendente, dopo 12 mesi è altrettanto responsabile di quanto lo fosse nei primi 12 mesi. Se esistono prove, le vittime dovrebbero essere in grado di garantire giustizia attraverso il Tribunale sulle molestie sessuali.
Nell’illustrare l’inadeguatezza di questa proposta, come può una persona che danneggia un veicolo o viola un contratto avere fino a 6 anni per portare la questione davanti a un tribunale ma vittima di molestie sessuali, solo 12 mesi? Perché dovremmo imporre uno standard diverso e tutt’altro che ideale su questioni relative alle molestie sessuali?
2. Gli enti non dovrebbero perdere i propri doveri legali per agire a causa di un intervallo di tempo. Una scuola o un ospedale dovrebbero comunque essere costretti a rimuovere un insegnante o un medico predatore indipendentemente da quando la vittima si è lamentata. Se questa disposizione viene confermata, alcuni importanti casi nazionali, come l’ondata denunciata di molestie sessuali all’Edna Manley College of the Visual and Performing Arts, non potrebbero essere esaminati dal Tribunale.
3. Le vittime non sono sempre in grado di denunciare rapidamente le cose. Le vittime di molestie sessuali, in particolare quelle in posizioni di vulnerabilità come uno studente, un paziente malato in un reparto, una persona anziana in una casa di cura o un bambino in una struttura di assistenza residenziale potrebbero non essere in grado di denunciare in tempo, anche dove ci sono prove a causa del potere normalmente esercitato su di loro da persone in posizioni di autorità. Alcune vittime in tali circostanze potrebbero aspettare di denunciare un incontro fino a quando non saranno più confinate da tali, mentre altre potrebbero aspettare perché, in quel momento, ritengono che il sistema non sia in grado di garantire loro la giustizia.
12 mesi semplicemente non sono sufficienti, specialmente in situazioni in cui uno studente, ad esempio, potrebbe dover aspettare fino al prossimo anno scolastico dopo la laurea, oppure un dipendente potrebbe dover aspettare fino a quando non avrà cambiato dipartimento.
4. L’accesso alla giustizia è un diritto umano fondamentale. Una restrizione di 12 mesi è arbitraria e non ha un’apparente giustificazione convincente per quel periodo di tempo specifico. Potrebbe tagliare le vittime da un mezzo di ricorso praticabile senza una chiara ragione e manderebbe un messaggio contrario allo scopo stesso della legge.
5. I perpetratori e le istituzioni abbandonate saranno ora in grado di aspettare le loro vittime. In base a questa disposizione, gli autori o le istituzioni possono attendere, intimidire o minacciare le vittime per 12 mesi per evitare qualsiasi forma di responsabilità. Ancora peggio, un autore potrebbe ora avere una difesa legale contro gli sforzi per sanzionarli puramente a causa del lasso di tempo.
Mentre accogliamo con favore l’emanazione / creazione di un atto legislativo così critico, siamo di fronte alla sfida che la legge proposta è contraria allo spirito e allo scopo dello statuto minando il diritto della vittima di accedere efficacemente alla giustizia e ignorando alcune delle i più evidenti problemi di fondo associati alle molestie sessuali.
Pertanto, chiediamo a voi, i nostri legislatori di riformare la Sezione 25 del disegno di legge sulle molestie sessuali eliminando la limitazione proposta o laddove ciò sia ritenuto assolutamente necessario, creare un limite che consenta il tempo più lungo ragionevole per il reclamo da presentare che è coerenti con i limiti già esistenti per altre rivendicazioni civili.
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Biografia di FRANCESCO ZANARDI – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Video
Non perché gli stimoli non ci fossero, ma ho impiegato dieci anni prima di scrivere questa biografia, che oggi, diversamente da allora ha un contributo decisamente maggiore nei suoi contenuti, un po’ come accade per le cose che con la stagionatura acquistano maggiore qualità.
Il ritardo in realtà è dovuto al fatto che non volevo scrivere di me, volevo che fosse qualcun altro a scrivere ciò che vedeva di me e l’attesa ha portato a mio avviso un ulteriore valore aggiunto, perché a scrivere la biografia di un ateo che combatte da dieci anni la pedofilia nel clero, è una donna cattolica, madre di una vittima.
Il libro infatti è scritto a quattro mani, da Cristina Balestrini (già autrice del libro “Chiesa: perché mi fai male?”) che racconta molte delle tappe e delle difficoltà che la mia vita ha avuto dopo le violenze sessuali, anche alla luce della sua consapevolezza che, purtroppo, con l’esperienza del figlio, pur restando cattolica, ha toccato concretamente prendendo atto di quella che ancora oggi è la triste realtà.
Più tecniche le parti che io ho editato, frutto non solo della decennale esperienza in materia, ma mi permetto di vantarne le più di 900 vittime, passate in questi dieci anni per l’associazione che ho fondato, l’unica in Italia, la Rete L’ABUSO, che in qualche modo mi hanno aiutato a farmi un’idea molto precisa, purtroppo, di come sia, al di la dei proclami del Pontefice di turno, la reale posizione del Vaticano rispetto alle sue vittime e ai suoi criminali, che preferisce ancora oggi chiamare peccatori.
La prefazione è di Federico Tulli, caro amico col quale da anni collaboro e che nella sua umiltà si dichiara un giornalista, ma a mio avviso non gli rende onore in quanto ritengo uno dei rari giornalisti di inchiesta sopravvissuti nel nostro paese.Agli albori del mio impegno civile in questa battaglia, Federico usciva col suo primo libro in materia, “Chiesa e pedofilia”, pochi anni dopo con un altro testo, più specifico del nostro paese, “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” e nel 2019, con la giornalista Emanuela Provera, già autrice del testo “Dentro l’Opus dei”, questa volta anche con una mia testimonianza diretta, partendo proprio dal bagaglio documentale maturato negli anni, con il libro edito da Chiarelettere “Giustizia divina”.
L’importanza di questo testo, per me, non è quella di raccontare il triste destino di chi ha la sfortuna di subire degli abusi, quello è un dato di fatto, in questo caso vissuto anche nel personale che ho voluto rendere pubblico, non solo per sensibilizzare l’opinione pubblica su questo grande problema sociale, ma per fare comprendere al tempo stesso, quelle che sono e sono state le gravi responsabilità, anche dei Governi, che in Italia si sono succeduti dal 2000.
L’atteggiamento della chiesa, nel nostro paese, trova la sponda di uno Stato, che a differenza degli altri, in venti anni non ha preso ancora oggi una posizione forte in tutela dei cittadini minorenni e la chiesa si è semplicemente adeguata.
Mentre nel mondo vediamo i vari Governi prendere provvedimenti in tutela dei propri cittadini, in Italia ricordiamo un unico intervento delle Istituzioni, nel 2010, quando la massima carica istituzionale, Giorgio Napolitano, all’epoca Presidente della Repubblica, a suo seguito il Parlamento, di fronte allo scandalo che proprio nel 2010 investiva l’Europa, diedero sostegno all’allora papa, Joseph Ratzinger, accusando di “complotto ai danni del papa” la stampa, al tempo stesso, senza fare alcun cenno ai cittadini vittime di cui erano responsabili.

Un lavoro immenso in tutela dei minori che trova conferma dalla pesantissima ammonizione del Comitato per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, al quale la Rete L’ABUSO nel gennaio del 2019 – dopo una serie di diffide al Governo – denunciò le gravi inadempienze del Governo con un report , il “Report Giustizia sul “Caso Italia“, al quale le Nazioni Unite, il 28 febbraio del 2019, rispondevano (punto 21 del documento) confermando in toto le inadempienze contestate al Governo che tutt’ora resta latitante.
In ultimo, come da dieci anni cerco di fare, vorrei che questa storia sia un valore per tutte quelle vittime che oggi vivono e subiscono ancora nell’ombra, la scintilla per fare sì che escano come tanti in questi anni, dal ruolo di vittime e inizino per quanto possibile, a ricostruire come ho fatto io, una loro vita.
Francesco Zanardi

https://test.retelabuso.org/wp-content/uploads/2025/09/il-documentario-sugli-abusi-nelle-chiese-di-new-orleans-basato-su-un-reportage-del-guardian-vince-il-premio-piu-importante.webpwp-content/uploads/2025/12/3-3-di-preti-pedofili-grazie-alla-complicita-dello-stato-italiano-che-non-interviene-da-decenni-non-solo-sul-clero-video-integrale-della-conferenza-alla-stampa-estera.webpwp-content/uploads/2026/05/la-coppia-che-si-suicida-come-la-figlia-molestata-da-bambina-da-un-parente-lultima-intervista-al-papa-quelluomo-un-assassino.webpwp-content/uploads/2025/12/parte-da-savona-sabato-24-la-panchina-viola-liniziativa-italiana-di-sensibilizzazione-contro-gli-abusi-su-minori-e-persone-vulnerabili.webpwp-content/uploads/2026/01/il-vescovo-di-bilbao-riconosce-il-lavoro-di-el-pais-per-indagare-sulla-pedofilia-e-gli-sforzi-delle-vittime-per-denunciare.webp2020/05/22/la-prefazione-di-federico-tulli-francesco-zanardi-parole-opere-e-omissioni-di-un-dramma-tutto-italiano/ -

Australia, “Il cardinale Pell sapeva degli abusi su minori”
Nuovo guaio per porporato assolto: diffuso report di 100 pagine
Roma, 7 mag. (askanews) – Nuova tegola sul cardinale George Pell, ex ministro delle finanze vaticane. Il porporato australiano, assolto dalle accuse di pedofilia il 7 aprile dall’Alta Corte australiana, sarebbe stato a conoscenza da anni degli abusi sui bambini nell’Arcidiocesi di Ballarat dove lavorava il prete pedofilo Gerald Ridsdale. L’accusa è contenuta nel rapporto della Commissione Reale Australiana sugli abusi su minori, diffusa dal Guardian.
Nel report si evidenzia che non sarebbe plausibile che altre figure apicali della chiesa non abbiamo detto a Pell di quello che stava accadendo.
Oltre 100 pagine di relazione sono state presentante al Parlamento australiano. Il report finale sull’inchiesta di cinque anni sugli abusi era già stata presentata a dicembre 2017 ma non era stata diffusa a causa del processo contro Pell, per il timore che le conclusioni avrebbero pregiudicato il giudizio.
Pell ha sempre negato di essere a conoscenza dei fatti, ma secondo la commissione reale “nel 1973 padre Pell cambiò idea sui campi notturni per bambini” organizzati da Ridsdale, e il “motivo più plausibile è che Pell sapesse, e la possibilità che i preti fossero da soli con un bambino avrebbe potuto portare a un abuso o provocare pettegolezzi su questa prospettiva”.
Secondo le indagini Gerald Ridsdale ha commesso oltre 130 reati di abusi su minori tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Attualmente è in carcere. Nel suo primo processo Pell sostenne l’innocenza di Ridsdale.
http://www.askanews.it/video/2020/05/07/australia-il-cardinale-pell-sapeva-degli-abusi-su-minori-20200507_video_10543236/
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Forteto, bufera sulla Commissione: le vittime contro la Presidente
La Commissione d’inchiesta parlamentare sul caso Forteto parte col piede sbagliato. A criticare la scelta del Presidente, Angela Piarulli del Movimento 5 Stelle, è l’Associazione Vittime del Forteto con il suo Presidente Sergio Pietracito.
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I Testimoni di Geova hanno tentato di bloccare la pubblicazione di un rapporto governativo sugli abusi sessuali
Secondo quanto afferma il quotidiano online Dutchnews, un rapporto dei ricercatori dell’Università di Utrecht sugli abusi sessuali all’interno della comunità dei Testimoni di Geova nei Paesi Bassi evidenzia che la maggior parte delle vittime non è contenta del modo in cui le loro denunce interne sono state trattate dall’organizzazione religiosa. I ricercatori hanno esaminato 751 segnalazioni di abusi, che vanno dall’incesto allo stupro, di cui 292 sono state fatte dalle stesse vittime.
Solo il 25% delle vittime ha dichiarato di essere soddisfatto del modo in cui erano state gestite le denunce dalla congregazione e solo il 27% dei casi è stato trasmesso alla polizia o ad altri funzionari.
La maggior parte delle segnalazioni riguardava abusi commessi in passato, 32 di questi negli ultimi 10 anni.
Sempre secondo Dutchnews, la filiale olandese dei Testimoni di Geova si sarebbe rivolta al tribunale per tentare di interrompere la pubblicazione del rapporto, ma giovedì i giudici olandesi hanno stabilito che dovrebbe essere pubblicato nell’interesse pubblico. I ricercatori sono stati incaricati di scrivere un rapporto a nome del ministero della giustizia olandese, a seguito delle affermazioni secondo cui le segnalazioni fatte all’organizzazione relativamente agli abusi sessuali vengono messe a tacere, e affermano che le vittime non hanno ricevuto alcun aiuto.
Dopo che le prime rivelazioni sono state pubblicate da Trouw nel 2017, centinaia di persone appartenenti all’organizzazione si sono fatte avanti per riferire le proprie storie di abusi.
Il ministro della giustizia Sander Dekker in precedenza aveva chiesto all’organizzazione dei Testimoni di Geova di avviare una propria indagine indipendente, ma la loro organizzazione si è rifiutata di farlo, temendo di essere esposta ad una campagna mediatica denigratoria.
Il ministro avrebbe quindi commissionato il suo rapporto all’Università di Utrecht, la prima indagine del suo genere mai condotta in una comunità religiosa nei Paesi Bassi.
Il ministro si sarebbe poi lamentato, dicendo che i funzionari dell’organizzazione religiosa negano tuttora di avere la responsabilità di agire.
Il consiglio di amministrazione ha reso pubbliche le principali conclusioni dello scorso dicembre. “Invece di essere aperta e riconoscere ciò che è successo, la comunità ha cercato di interrompere la pubblicazione”, avrebbe detto Dekker in un briefing ai parlamentari.
Ha aggiunto:“Il fatto che così tante vittime indifese si sentano sole e non possano trovare la strada per un aiuto ufficiale, mi colpisce profondamente.”“Ora desidero tenere un ultimo, urgente incontro con il consiglio di amministrazione per chiedere loro di trarre le conclusioni del rapporto”, ha affermato. Nelle loro conclusioni, i ricercatori di Utrecht avrebbero anche esortato il parlamento a redigere una nuova legislazione che richiederebbe alle comunità religiose di informare la polizia quando viene loro informato di casi di abuso. Dekker non ha menzionato questa opzione nel suo briefing.
Ricordiamo che anche la Royal Commission Australiana, (link al sito governativo Australiano, in lingua inglese) nell’ambito dell’inchiesta sui casi di pedofilia “insabbiata” nelle varie organizzazioni religiose, aveva ammonito qualche anno fa l’organizzazione dei Testimoni di Geova.
https://www.lavocedeltrentino.it/2020/01/25/i-testimoni-di-geova-avrebbero-tentato-di-bloccare-la-pubblicazione-di-un-rapporto-governativo-sugli-abusi-sessuali/
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Pedofilia, via il segreto sui processi: ma in Italia per i vescovi non c’è obbligo di denuncia
CITTÀ DEL VATICANO Trasparenza e collaborazione: sono le due chiavi per capire il nucleo della decisione storica del Papa. Si tratta di una mossa che va a modificare l’ordinamento canonico sul segreto pontificio per rendere più efficace la lotta alla pedofilia e alla violenza. Il che significa che se la legge civile di uno Stato prevede l’obbligo di denuncia da parte del vescovo, nessuno potrà trincerarsi più dietro il segreto pontificio e non potrà più insabbiare i casi negando a chi la chiede la lettura di documenti contenuti negli archivi necessari a fare luce sul caso di molestie.
PROSPETTIVA
È come se il Papa avesse predisposto una sorta di cinghia di trasmissione tra le autorità civili e quelle ecclesiastiche per abbattere i muri di gomma del passato, facendo salvo solo il segreto della confessione, che resta inalterato. I canonisti spiegano che il Papa ha voluto sostituire l’atteggiamento di diffidenza e di difesa nei confronti degli ordinamenti statali con un atteggiamento nuovo, di sana collaborazione. Ma riguardo a queste inchieste cosa accade oggi in Italia? Se in tanti Paesi esiste l’obbligo di denuncia da parte dei vescovi degli abusi commessi da ecclesiastici, in Italia i vescovi sono solo moralmente impegnati a collaborare.
Ancora nel 2012 la Cei in un vecchio documento intitolato «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici» affermava di essere esonerata dall’obbligo di deporre in un tribunale italiano o di esibire agli inquirenti italiani documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero, e di non avere l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria le notizie ottenute in confessionale in merito ad abusi sessuali da parte del clero. La questione da un punto di vista strettamente giuridico si basa sul quarto comma dell’articolo 4 del Concordato del 1984, e sugli articoli 200, 25 e 331 del Codice di Procedura Penale italiano: di fatto ogni vescovo può rifiutarsi di testimoniare in un processo penale così come ogni sacerdote può farlo appellandosi al segreto derivante dal proprio ministero. Sul tema della pedofilia, a parte rari interventi da parte del mondo politico, nessun partito si è mai fatto seriamente carico di cambiare le disposizioni in materia e avviare un percorso in grado di portare ad una revisione pattizia dell’articolo 4. In Italia, due anni fa, il deputato grillino Matteo Mantero aveva presentato in Parlamento una interrogazione per sapere quali fossero gli elementi statistici «sui procedimenti, definiti e ancora pendenti, nelle procure della Repubblica per reati sessuali contro minori, che vedono indagati o imputati ministri di culto».PATTI LATERANENSI
Inoltre chiedeva quali iniziative intendesse assumere il Governo dell’epoca «nell’ambito dei rapporti bilaterali con la Santa Sede, per promuovere il rafforzamento dello scambio di informazioni ovvero per introdurre strumenti di cooperazione finalizzati alla prevenzione e repressione dei reati di molestie e abusi sessuali perpetrati da ministri di culto in Italia». La Cei, che tra tutte le conferenze episcopali italiane in materia di lotta agli abusi è sempre stata il fanalino di coda dell’Europa, non ha mai pubblicato nessuna statistica e, ancora oggi, alle conferenze stampa, ai giornalisti risponde infastidita che i numeri sono bassi, i più bassi d’Europa. Quanto siano bassi, però, non è dato sapere, così come è impossibile conoscere che fine abbiano fatto i preti pedofili processati dai tribunali ecclesiastici. A questo si aggiunge che ci sono diocesi come Milano, Napoli, Genova, Lecce, Savona sulle quali pendono pesanti sospetti di insabbiamenti e gestioni poco trasparenti di casi di abusi.https://www.ilmessaggero.it/vaticano/pedofilia_papa_francesco_preti_pedofili_segreto_processi_abolito_vaticano_news-4933088.html
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«È un primo passo. Ora serve l’obbligo di denuncia»
“il manifesto” – Luca Kocci
«Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».
È il commento alla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia di Francesco Zanardi, presidente della rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole ma diversi reati sono caduti in prescrizione, grazie alle complici omissioni del proprio vescovo che lo ha protetto per anni.
«Quando a maggio uscì l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, il motu proprio “Vos estis lux mundi” – spiega al manifesto Zanardi –, io fui molto critico nei confronti di papa Francesco, perché si faceva ancora riferimento al segreto pontificio, e quindi nessun documento poteva essere trasmesso ai magistrati che lo richiedevano».
Ed ora?
«Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Del resto l’abolizione del segreto pontificio è una delle cose che avevamo chiesto espressamente alla Santa sede, insieme alle altre associazioni internazionali delle vittime».
Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…
«È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. E questa è una grave lacuna».
Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?
«Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alla magistratura. Ovvero che un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, non lo protegga, ma sia obbligato a denunciarlo immediatamente. E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».
Cosa significa prendersi cura delle vittime?
«Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psico-somatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».
Si tratta tuttavia di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…
«È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, non dei reati».
https://ilmanifesto.it/e-un-primo-passo-ora-serve-lobbligo-di-denuncia/


