Come può un uomo con svariate condanne per violenza sessuale essere ancora in libertà e capace di compiere nuovi reati? È questa la domanda che scuote l’opinione pubblica dopo la violenza di Mestre, dove Massimiliano Mulas, 45 anni, ha aggredito una ragazzina di 11 anni nell’androne della sua abitazione. Nonostante un passato criminale segnato da numerose condanne per violenze sessuali, Mulas era tornato in libertà già dal 2021, come conferma al Corriere della Sera il suo avvocato difensore Ignazio Ballai, che sottolinea come il suo assistito non sia mai stato dichiarato «socialmente pericoloso».
Cosa dice la legge
La legge italiana, infatti, consente di applicare misure di sicurezza preventive solo se un individuo viene dichiarato socialmente pericoloso.
Tali misure possono includere la libertà vigilata, l’assegnazione a una casa di lavoro o a una struttura sanitaria in casi di infermità psichica. In assenza di questa dichiarazione formale, nessuna misura può essere adottata dopo che il condannato ha terminato di scontare la sua pena, anche se, come nel caso di Mulas, i precedenti sono gravi e ripetuti.
I precedenti
Massimiliano Mulas, 45 anni, originario di Tempio Pausania (Sassari), ha una lunga lista di precedenti, e non solo per violenze sessuali. Il suo primo episodio noto risale addirittura al 1998 a Nuoro, quando decapitò un cane e ne inviò la testa in un contenitore di detersivo a una ragazza per minacciarla. Nel 2006, a Padova, tentò di violentare due studentesse sotto la minaccia di un coltello: per questi fatti venne condannato a otto anni e tre mesi di carcere. Prima ancora, nel 2002, era stato arrestato a Cavalese per un tentato stupro di una turista, sempre con minacce e violenza fisica. Recentemente, era stato coinvolto in una presunta aggressione sessuale ai danni di una minorenne a Perugia, accuse poi cadute. Dopo ogni condanna, tornato in libertà, Mulas è sempre tornato a colpire.
Salvini: «Castrazione chimica»
Durissima la reazione politica, con Matteo Salvini che torna a proporre con forza la castrazione chimica per stupratori e pedofili: «È una soluzione già adottata in altri Paesi europei, e risolverebbe definitivamente il problema», afferma il leader della Lega. Anche il governatore veneto Luca Zaia e il patriarca di Venezia Francesco Moraglia intervengono indignati: «Come è possibile che un individuo con tali precedenti resti libero di commettere crimini così efferati?».
È stata secretata l’audizione di Nicola Cavaliere davanti alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sul mistero della scomparsa di Emanuela Orlandi. A chiedere la secretazione è stato l’ex poliziotto che dirigeva la squadra omicidi di Roma, negli anni della sparizione della ragazza.
L’audizione
“Vi ringrazio della possibilità di venire a riferire su cose vissute – ha detto in una breve introduzione Cavaliere prima che la seduta fosse secretata -. Venni a Roma come capo della sezione omicidi e lo rimasi fino all’85, dopo divenni vice dirigente della squadra mobile di Roma con attività anti sequestro e nel ’90 capo della squadra mobile. Successivamente, sono stato questore a Imperia, Perugia, Torino poi di nuovo Roma nel 2000″. “Mi sono occupato della vicenda Orlandi anche dopo la omicidi – ha precisato Cavaliere -, sia nel periodo dell’anti-sequestro sia nel periodo della dirigenza della squadra mobile. E anche nel breve periodo in cui sono stato nella Criminalpol. Nel corso dell’incarico, non sono mai stato aggregato a un magistrato ma sono sempre stato un funzionario della questura di Roma che di volta in volta veniva incaricato di indagini oppure, se io lo ritenevo, effettuavo indagini”.
Nicola Cavaliere e l’audio delle torture
Cavaliere, insieme agli agenti dei servizi segreti, fu tra i primi a cercare Emanuela Orlandi, trovando prove che oggi sono ancora tra i pochi ma fondamentali pezzi dell’impenetrabile mosaico. Uno di questi è la nota cassetta delle torture. Il nastro fu fatto ritrovare a un cronista dell’Ansa il 17 luglio 1983, in via della Dataria 4, a pochi passi da lì, sulla scalinata che porta al Quirinale. Sul Lato A c’è una voce maschile con accento straniero che legge un proclama. Sul Lato B c’è la voce di una ragazza che sta subendo delle molestie a intensità crescente. Il nastro arriva a Cavaliere la sera stessa del ritrovamento e, subito il poliziotto convoca il padre di Emanuela, Ercole Orlandi, per ascoltarlo insieme. Il messo papale dice che quella è la voce di sua figlia. Come sottofondo alle torture si sentono anche delle voci maschili ma nei verbali ufficiali non sono mai stati registrati dettagli su queste voci, un fatto che potrebbe indicare che siano state eliminate durante la trascrizione. Pietro Orlandi ha sempre sostenuto che il nastro originale fosse stato analizzato dal Sismi, il servizio segreto militare italiano, e che fosse stato accertato che la voce fosse quella di sua sorella. Tuttavia, all’epoca, le autorità rassicurarono la famiglia Orlandi dicendo che in realtà il nastro conteneva l’audio di un film porno. Ancora oggi, Pietro cerca la copia originale di quel nastro di cui si sono perse le tracce: ne resta solo un riversamento tagliato.
La commissione parlamentare
Intanto è di oggi la notizia di un nuovo consulente nella Commissione di inchiesta bicamerale che indaga sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi: si tratta dell’ex magistrato Franco Ionta, esperto di terrorismo, dal 2008 al 2012 direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Al nuovo consulente è stato rivolto a nome della Commissione, il saluto di benvenuto da parte del Presidente, il senatore Andrea De Priamo, all’inizio dei lavori della seduta. Intanto il vice presidente della commissione Roberto Morassut è intervenuto sulla scomparsa di Sabrina Minardi, la donna legata al criminale romano Enrico de Pedische secondo i magistrati ha avuto un ruolo fondamentale nel sequestro della ragazza. Le parole del deputato: “La sua morte fa mancare una figura che avrebbe potuto essere importante per il lavoro della Commissione d’inchiesta sui casi Orlandi e Gregori, vere o meno che fossero state le sue rivelazioni di anni fa. In ogni caso noi andremo avanti con scrupolo e serietà. Personalmente trovo curioso che alla vigilia di importanti decisioni che la Commissione dovrà assumere siano riprese presunte rivelazioni di ogni tipo che riguardano la sorte di Emanuela. Credo che esista ancora oggi un’attività di depistaggio artigianale che sembra voler ancora condizionare la ricerca della verità”.
Perugia, 8 marzo 2025 – È stato condannato a un anno e sei mesi di reclusione l’exsacerdote, oggi 76enne, accusato di prostituzioneminorile e pedopornografia. Nello specifico, è accusato di aver convinto a trascorrere una notte con lui due minorenni in cambio di regali e soldi per prestazioni sessuali. L’ex parroco, già sospeso a divinis e con una precedente condanna per episodi del tutto analoghi a quelli contestati, avrebbe continuato a indossare l’abito religioso e, come segnalato ai carabinieri da alcuni genitori residenti a Ponte San Giovanni, era stato visto passeggiare mano nella mano con i due ragazzi.
E, sempre secondo le segnalazioni dei genitori, che erano state anche oggetto di un tam tam sulle chat di scuola con tanto di foto diffusa e invito a prestare attenzione, l’uomo in abito religioso era stato visto frequentemente in luoghi frequentati da ragazzini.
L’allarme si era presto diffuso, non rimanendo, però, solo una preoccupazione delle famiglie, ma diventando una formale comunicazione alle forze dell’ordine. Dalla segnalazione erano state avviate le indagini da parte dei militari dell’Arma, per ricostruire proprio l’episodio legato alla notte trascorsa insieme, nel corso della quale, secondo quanto i due minori hanno raccontato agli inquirenti con l’aiuto di uno psicologo, l’uomo si sarebbe anche spogliato completamente nudo davanti a loro. Nella casa dell’ex parroco, nel corso di una perquisizione, i militari avevano sequestrato computer e telefoni in cui c’erano video con atti sessuali compiuti da minorenni.
Anche la Curia arcivescovile di Perugia-Città della Pieve si era mossa, spiegando in una nota essere venuta “a conoscenza della condotta di quest’uomo che indossa abiti religiosi” e di aver subito informato “le competenti autorità di pubblica sicurezza“, invitando “sacerdoti e fedeli a segnalare anch’essi alle suddette autorità, oltre che alle autorità religiose, qualsiasi comportamento messo in atto da quest’uomo“. Ieri il processo a carico dell’ex sacerdote, difeso dall’avvocato Luca Gentili, si è concluso con la sua condanna che accoglie la tesi accusatoria, ma ha stabilito una pena inferiore rispetto ai due anni e tre mesi chiesti dalla Procura, avendo riqualificato all’ipotesi di adescamento di minorenni la contestazione rivolta all’imputato in relazione al più piccolo dei due, presunte vittime dell’ex parroco. calcedonio di maggio
L’ex prete finito sotto inchiesta con l’accusa di aver offerto soldi e regali in cambio di sesso a due giovani nega tutto. Lo ha fatto questa mattina nel corso del processo in cui è imputato di prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico. Massimo riserbo sul contenuto delle sue dichiarazioni considerato che l’istruttoria si svolge a porte chiuse davanti al tribunale collegiale di Perugia.
Nel corso della precedente udienza erano stati sentiti durante un’audizione protetta i due ragazzini minorenni presunte vittime delle attenzioni del 76enne, e i loro genitori. L’uomo era stato segnalato alle forze dell’ordine da alcuni genitori di Ponte San Giovanni, i quali si erano accorti che camminava mano nella mano per il quartiere insieme ai due ragazzi.
Nonostante l’ex prete avesse lasciato gli abiti talari in seguito a una sospensione a divinis continuava a girare per strada con abbigliamento religioso. Successivamente i due giovani avrebbero raccontato agli investigatori che l’uomo – 71enne all’epoca dei fatti, difeso dall’avvocato Luca Gentili – si era mostrato loro completamente nudo.
Nella casa, durante la perquisizione, erano anche stati sequestrati computer e telefoni contenenti video «raffiguranti giovanissimi in età adolescenziale intenti a consumare rapporti sessuali». Sentenza a marzo.
Dopo aver trascorso oltre un mese in carcere, padre Andrea Melis, il sacerdote appartenente all’ordine degli Scolopi arrestato con l’accusa di violenza sessuale su un dodicenne, ha ottenuto nuovamente gli arresti domiciliari.
Consigliato dai suoi legali, Raffaele Caruso e Graziella Delfino, ha chiesto e ottenuto la custodia cautelare in una comunità terapeutica ecclesiastica che si occupa del recupero dei sacerdoti accusati o condannati per abusi sessuali a Perugia in Umbria. Si tratta di una delle 24 comunità di questo tipo in Italia.
Arrestato il 2 agosto Melis era stato collocato ai domiciliari nell’Istituto dei Padri Scolopi di Chiavari. Una sistemazione ritenuta inadeguata dai carabiniericoordinati da Michele Lastella, che avevano fatto una segnalazione al tribunale di Genova e poi a quello di Savona a cui l’inchiesta è passata per competenza territoriale. La collocazione era stata ritenuta non idonea per la vicinanza con una scuola. Così il sacerdote era stato arrestato ed era finito nel carcere di Pontedecimo.
Domani intanto potrebbe essere deciso dal gip di Savona di ascoltare le due vittime dei presunti abusi in incidente probatorio. Poi per padre Melis potrebbe essere chiesto il rinvio a giudizio.
Melis, lo ricordiamo, è accusato di avere ripetutamente abusato di un ex chierichetto dodicenne di Finale ligurie approfittando del suo ruolo e dell’influenza avuta come figura di riferimento nella vita del ragazzino.
La gip genovese aveva sottolineato la pericolosità di Melis puntando sulle modalità con cui aveva agito: “Approfittando della sua qualità di sacerdote, tale da ingenerare fiducia nei minori e indurli a mentire ai genitori – aveva scritto – ha attirato i minori nei suoi appartamenti, tutti adiacenti a luoghi di culto e quindi ritenuti sicuri dai ragazzini; li ha letteralmente ricoperti di regali, facendoli accedere a tutto ciò che un adulto proibisce ai minori e cioè fumo e alcool, cominciando pian piano a sondare una loro eventuale disponibilità sessuale attraverso abbracci, bacetti sulle guance o sul collo”.
Pericolosità, secondo la giudice, “non connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.
Ora la nuova collocazione ai domiciliari sembra garantire non solo l’assenza di contatti con possibili giovani vittime ma anche un vero e proprio percorso di recupero che potrebbe essere utilia anche al momento del processo.
Domani gli avvocati di Melis saranno in Procura a Savona. Probabile che per sentire le due presunte vittime di Melis il gip scelga di ricorrere all’incidente probatorio.
Don Giacomo Ruggeri era stato arrestato il 12 luglio 2012 dalla polizia mentre molestava una ragazzina di 12 anni su una spiaggia di Torrette di Fano. A denunciare gli abusi un bagnino, la polizia aveva ripreso i suoi comportamenti ed era scattata la misura cautelare. Il sacerdote, già portavoce del precedente vescovo di Fano e direttore dell’Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali, era stato condannato a 2 anni e sei mesi, scontati in appello a un anno, undici mesi e dieci giorni.
Ora il prete, come racconta il Quotidiano Nazionale, tornerà nella sua diocesi a lavorare. Una scelta incomprensibile per la famiglia della vittima. “È una cosa che ci preoccupa e ci fa soffrire. Per questo, ho deciso di dire pubblicamente che così ci fanno ripiombare nel dramma che da 12 anni a questa parte cerchiamo, con fatica, di allontanare. La trovo una enorme ingiustizia. Con tutte le diocesi che ci sono in Italia è necessario farlo venire nella nostra? Se vuol continuare a fare il sacerdote non è meglio, per tutti, che lo faccia da un’altra parte?”.
La vittima frequentava con famiglia la sua parrocchia e la incontrava al lido delle Torrette dove gli investigatori avevano piazzato le telecamere che avevano ripreso gli abusi. Dopo essere stato a Perugia e Pordenone è tornata a “casa” dove il vescovo Andrea Andreozzi lo destinerà a un ruolo. Ad informare la famiglia della scelta di reintegrare Don Ruggeri, è stato proprio il prelato, decisione presa in base al principio cristiano del perdono.
“Lì per lì siamo rimasti allibiti, poi gli abbiamo detto cosa provavamo e che non potevamo accettarlo – ha raccontato il padre della vittima – .Ma abbiamo capito che difficilmente cambieranno idea. Così ho preso la decisione di dire a tutti che questa cosa per noi è devastante e spero di cuore che la gente comprenda il nostro stato d’animo e condivida ciò che pensiamo. Vivere con l’ansia perenne di poterlo incontrare o che, peggio ancora, possa incontrarlo mia figlia, equivale a una condanna, che certo non meritiamo”. La giovane vittima ora è una donna che ha apparentemente superato, dopo un lungo percorso anche con gli psicoterapeuti, il trauma e ha una vita piena d’amore. “Con la gioia della maternità e l’amore della sua famiglia sembra aver riacquistato fiducia e una certa serenità e io non posso accettare che la nuova situazione che si sta prospettando rischi di mandare tutto in frantumi”.
Federica Tourn – Crescono i casi di pedofilia in Bolivia
La Compagnia di Gesù in Bolivia ha negato la presunta responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia commessi da alcuni sacerdoti e per i quali martedì alcune vittime hanno sporto denuncia contro il superiore dell’ordine del paese.
“I crimini che alcuni gesuiti potrebbero aver commesso sono interamente di loro responsabilità e la Compagnia di Gesù in Bolivia sarà la prima a prevedere le sanzioni che meritano (…) e non vede alcun senso nella causa presentata”, si legge nell’ordinanza.
Gli ex alunni del collegio Juan XXIII, della città di Cochabamba, hanno presentato una denuncia contro il superiore provinciale dei gesuiti, Bernardo Mercado, ritenendo che la congregazione cattolica avesse una responsabilità “istituzionale” nel caso dei nove gesuiti accusati di pedofilia.
Ci sono anche otto ex provinciali che, secondo i denuncianti, erano a conoscenza degli abusi commessi dai gesuiti e che devono rispondere come “complici”.
La denuncia si basa sul fatto che i membri dell’organizzazione religiosa hanno commesso “violazioni sistematiche” nei confronti di una popolazione specifica e sono considerati “contro l’umanità”, quindi non si prescrivono.
A questo proposito, la Compagnia di Gesù ha sottolineato che i delitti denunciati “sono di carattere personale” e che tali responsabilità individuali “devono essere punite, determinate e sanzionate dalla giustizia”.
I casi di pedofilia nella Compagnia di Gesù sono venuti alla luce lo scorso maggio quando il media spagnolo El País ha pubblicato in un’inchiesta il contenuto del diario del gesuita spagnolo Alfonso Pedrajas, in cui racconta i presunti abusi da lui commessi contro minori in Bolivia.
In quel testo, il religioso, morto nel 2009, fa riferimento ai presunti abusi da lui perpetrati su decine di bambini quando era responsabile della scuola Juan XXIII di Cochabamba, dal 1971.
Nel 2019, è emerso il caso del sacerdote Luis Roma, ora deceduto, attraverso la denuncia di un ex membro della Compagnia di Gesù, che ha chiesto l’anonimato, e che ha basato le accuse su trenta fotografie esplicite in cui affermava di riconoscere l’aggressore di numerosi minori tra i 6 ed i 12 anni.
In seguito a questi avvenimenti, la Procura boliviana ha avviato un’indagine in diversi dipartimenti del Paese per denunce di pedofilia che coinvolgono soprattutto preti cattolici.
Lo scorso maggio, il governo del presidente Luis Arce ha presentato un disegno di legge affinché i reati sessuali contro i minori non siano prescritti, progetto respinto dal Parlamento pochi giorni fa tra le proteste di diversi settori che difendono l’infanzia e l’adolescenza.
Fonte: EFE/La Vanguardia
Francesco Zanardi – Comunicato stampa dell’Ufficio di Presidenza in riferimento alle affermazioni diffuse dal blog “Silere non possum” il 3 ottobre scorso
Il 3 ottobre scorso, sulla pagina Facebook del blog “Silere non possum”, un post recitava testualmente quanto segue, in riferimento al report sulle omissioni al motu proprio della CEI elaborato da Rete L’Abuso, :
“La Conferenza Episcopale Italiana non ha recepito dossier da parte di associazionuncole idiote perché non hanno alcun fondamento scientifico e probatorio.
Questo per chiarezza.”
Non avendo alcun interesse a entrare nel merito dell’affermazione, Rete l’Abuso, associazione italiana che dal 2010 opera in rappresentanza e a sostegno delle vittime della pedofilia clericale, non può esimersi in questa sede da un commento politico sulla triste espressione utilizzata da “Silere non possum” che offende nella dignità una fascia debole, di entità non irrilevante nel nostro Paese e a oggi discriminata, in attesa di una giustizia che ovunque viene ottenuta, tranne che nella nostra penisola, dove il problema, che pure ha radici antiche e costituisce una grave realtà, pare invisibile, persino inesistente.
L’associazione intende rimarcare come le espressioni utilizzate dal blog (peraltro non nuovo all’uso di offendere pubblicamente anche giornalisti professionisti, per controbattere a posizioni differenti) esprimano, secondo lo schema più classico della rivittimizzazione in ambito clericale, l’intento di far tacere, screditandolo, chi è già vittima di un abuso.
Un sussidio dedicato all’abuso spirituale è stato presentato il 26 settembre scorso dalla Conferenza episcopale tedesca. Il documento, intitolato “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”, elaborato sotto la guida del vescovo di Dresda, del gruppo di lavoro su abusi e violenza, è stato discusso all’assemblea della scorsa primavera e ha l’intento di mettere a punto gestione e prevenzione del fenomeno. «siamo solo all’inizio dello studio», spiega nella prefazione il vescovo, che appartiene al Movimento dei Focolari, a sua volta non esente da problemi di abusi. Rispetto al versante degli abusi, qui non si risponde a una pressione esterna: «Purtroppo c’era e c’è ancora troppo poco interesse pubblico» per questo versante, spiega il vescovo. Con il sussidio di 47 pagine, ora i vescovi tedeschi intendono fare un ulteriore salto di qualità, definendo il fenomeno dell’abuso spirituale in modo più preciso nelle sue diverse dimensioni e nel suo essere spesso il primo anello di una catena che sfocia nella violenza sessuale, con conseguenze che possono essere psicologiche e fisiche. Le persone colpite, afferma il dossier, devono poter rivolgersi a consulenti indipendenti presso punti di contatto ad hoc per ottenere aiuto, e gli autori dei reati essere ritenuti responsabili.
Uno dei motivi infatti per il quale l’abuso spirituale è stato finora poco affrontato è che non è stato ancora definito come un crimine né dal diritto canonico né dal diritto penale. Ed è dunque difficile che si avviino procedimenti giudiziari se non si accompagna all’abuso sessuale. Non esiste inoltre alcun obbligo di denuncia ai sensi del diritto canonico; «Le vittime di abusi spirituali continuano ad avere difficoltà a far sentire la loro voce».
La novità, secondo la teologa Barbara Haslbeck, intervistata da katholisch.de, «è che finalmente ci sono norme chiare da parte della Conferenza episcopale. Il problema degli abusi spirituali è diventato una “massima priorità”. Ma l’argomento non è nuovo. Le persone denunciano da tempo come sono state manipolate, svalutate e rese dipendenti nelle relazioni pastorali e nelle comunità religiose».
Uno degli aspetti positivi del sussidio, afferma la teologa, è che si basa sulle esperienze delle persone colpite, che indicando i “segnali” degli abusi spirituali, hanno consentito di redigere una lista di domande che aiutano a identificare e classificare il problema. Ma il fatto che l’abuso spirituale non sia descritto né nel diritto canonico né nel diritto statale è problematico: «Laddove i vertici di una comunità o diocesi non classificano un evento come abusivo, non esistono strumenti per imporre sanzioni. I requisiti per la prevenzione e l’intervento sugli abusi spirituali menzionati nel sussidio sono molto pragmatici, ma diventa presto chiaro alle persone colpite e al loro sistema di supporto quanto poco possono ottenere perché non esistono norme giuridiche e i relativi diritti».
Alessio Di Florio – Commissione Orlandi-Gregori, un altro rinvio
Rinviato tutto alla settimana prossima, agonia infinita. Le prime parole affidate ai social da Pietro Orlandi riassumono quanto sta accadendo intorno all’istituzione della commissione d’inchiesta sulla “scomparsa” della sorella Emanuela e di Mirella Gregori. La discussione in aula al Senato era prevista per martedì 10. Rinviata ad altra data, da fissare, per l’informativa del ministro degli esteri Tajani e il voto sulle mozioni parlamentari sulla guerra tra Israele e Hamas.
I disegni di legge istitutivi delle Commissioni parlamentari di inchiesta sull’emergenza SARS-CoV-2 e sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, già previsti all’ordine del giorno della seduta odierna, sono rinviati ad altra data. Restano confermati gli altri argomenti previsti in calendario. È la comunicazione del rinvio pubblicata su facebook da Pietro Orlandi. Rinviate queste due discussioni, non c’era tempo. Che c’era invece per “gli altri argomenti”.
La discussione poteva durare anche solo un’ora, ha sottolineato Pietro Orlandi. Un’ora che “non si trova”. E si dovrà nuovamente riunire la conferenza dei capigruppo per stabilire una nuova calendarizzazione. A quando? Quando finirà questa sconcertante agonia, questo rinvio continuo? Per una commissione che fino alla primavera aveva a favore un’ampia maggioranza trasversale. Aveva, ora? Dopo le parole di Diddi, dopo l’intervento di Mattarella nei mesi scorsi, qualcuno ha cambiato posizione? Almeno lo dica esplicitamente, abbia il coraggio delle proprie posizioni, senza nascondersi dietro continui rinvii…
Federico Tulli – Non è un Paese per bambini
«Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».
Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può violentare e /o uccidere tranquillamente.
Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia e della protezione riservata ai preti pedofili dai loro superiori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono propagandati anche nel mondo laico, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia che come è tristemente noto, diversamente da tutti i più grandi Paesi a tradizione cattolica, non ha mai realizzato una indagine sulla pedofilia nella Chiesa. Ma non ha mai nemmeno risposto, per quanto riguarda il governo, alla diffida di Rete L’Abuso, in cui si contesta di non aver mai adottato le misure necessarie per contrastare le violenze su minori di matrice ecclesiastica sul territorio italiano. Violando così la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e la Convenzione di Lanzarote.
Pierelisa Rizzo – Escort ricatta frate
“Riguardo la vicenda che ha coinvolto un religioso dell’Ordine dei Frati Minori, lo stesso Ordine, per mio tramite precisa che il confratello appare rivestire la qualifica di persona offesa e, comunque, verranno svolti tutti i necessari accertamenti e verifiche “. Così l’avvocato Luca Gentili prova a spiegare fatti che però sembrerebbero raccontare altro, suscitando almeno qualche dubbio . Siamo a Perugia , protagonisti di questa storia, un trentenne albanese, un escort che vive di incontri a luci rosse, e un religioso di Assisi . Il frate avrebbe incontrato l’escort e usufruito delle sue prestazioni sessuali prima che il giovane albanese mettesse tutto in chiaro. ”O mi dai altro denaro o diffondo questo video e lo vedranno tutti” avrebbe minacciato l’escort. Così il frate, ob torto collo, è andato dai carabinieri di Assisi a denunciare il tentativo di estorsione che stava subendo. Una scelta non facile per il religioso, l’escort è stato arrestato . Naturalmente sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo da parte di inquirenti ed investigatori . Ma, secondo indiscrezioni, il rapporto sessuale tra il frate e l’escort si sarebbe consumato tra fine agosto e i primi di settembre di quest’anno. I due si contattano sul web e dopo il loro incontro il giovane escort albanese chiede centinaia di euro al frate, sostenendo di avere filmato il loro appuntamento con un telefono nascosto. Un tentativo di ricatto bello e buono, proprio per evitare che quelle immagini vengano diffuse. Così la denuncia del frate che, su indicazioni dei carabinieri, organizza un secondo incontro, sempre a Perugia. Ed è a questo punto che l’escort viene arrestato in flagranza . L’interrogatorio di garanzia si è svolto, nei giorni scorsi, al carcere di Capanne. L’arresto è stato convalidato ma il trentenne albanese è stato rimesso in libertà con obbligo di firma.
Sarà processato con l’accusa di prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico l’ex prete, oggi settantaquattrenne, che era stato denunciato tre anni fa dopo aver trascorso una notte in casa con due minorenni di origini romene, di diciassette e tredici anni, ai quali aveva offerto soldi e regali in cambio di prestazioni sessuali.
A segnalare l’ex parroco ai carabinieri erano stati alcuni genitori residenti a Ponte San Giovanni, che avevano notato l’uomo, in passato già condannato per reati simili compiuti in Sicilia, camminare mano nella mano per strada con i due ragazzi.
Ai militari l’ex parroco aveva spiegato che i ragazzi avevano trascorso la notte in casa sua per aiutarlo nei movimenti in casa in assenza del suo badante, ma sentiti con l’aiuto di uno psicologo i ragazzini avevano raccontato quanto avvenuto nella casa dell’uomo, dove l’allora settantunenne si era anche spogliato mostrandosi nudo.
Nella casa dell’ex parroco, nel corso di una perquisizione, i militari avevano sequestrato computer e telefoni in cu erano stati video con atti sessuali compiuti da minorenni. La presenza dell’ex-parroco a Perugia e a Ponte San Giovanni, che nonostante avesse lasciato gli abiti talari dopo una sospensione a divinis continuava a girare per strada con abbigliamento religioso, aveva destato preoccupazione fra i genitori che avevano persino fatto circolare sue foto nelle chat scolastiche e in quelle del catechismo.
Al punto che la Curia arcivescovile di Perugia-Città della Pieve aveva diramato una nota ufficiale spiegando di essere venuta “a conoscenza della condotta di quest’uomo che indossa abiti religiosi” e di aver subito informato “le competenti autorità di pubblica sicurezza”, invitando “sacerdoti e fedeli a segnalare anch’essi alle suddette autorità, oltre che alle autorità religiose, qualsiasi comportamento messo in atto da quest’uomo”.
Il processo a carico del settantaquattrenne si aprirà il prossimo 17 novembre. Calcedonio Di Maggio
La terza sezione della Corte di appello ha confermato la precedente sentenza del tribunale di Termini Imerese che aveva inflitto 5 anni al sacerdote Vincenzo Esposito, 64 anni originario di Caltavuturo con l’accusa di induzione alla prostituzione minorile. La sentenza, come riporta il Giornale di Sicilia, riforma in parte la decisione emessa il 22 giugno 2020 dal tribunale, appellata dall’imputato ma anche dalle parti civili. Il prete dovrà anche risarcire un’altra persona offesa che era stata esclusa nel primo giudizio e dovrà anche pagare le spese processuali.
Intercettato dai Carabinieri
Al momento don Esposito domiciliari a Termini Imerese. I legali Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana hanno già preannunciato il ricorso alla Corte di Cassazione contro il reato contestato all’assistito. I carabinieri della compagnia di Termini Imerese lo hanno intercettato mentre effettuava delle video chiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postepay. Sotto inchiesta finì anche la madre di uno dei ragazzini: secondo l’accusa sapeva cosa stava accadendo e avrebbe indotto il figlio a prostituirsi con il sacerdote. I versamenti di denaro, da parte del prete in favore dei giovani erano di piccolo taglio, dieci, venti o trenta euro per vedere in chat immagini a sfondo sessuale.
L’indagine nata per caso
Don Vincenzo Esposito era stato arrestato dai carabinieri nel mese di agosto del 2021, insieme alla madre di una delle presunte vittime. Una inchiesta nata per caso, quando i militari avevano captato alcune telefonate nell’ambito di un’altra indagine. Esposito, quando venne arrestato esercitava il ministero in provincia di Perugia, ma in passato era stato non solo a Termini Imerese, ma anche al Buccheri La Ferla.
I legali andranno in Cassazione
Le vittime assistite in primo e secondo grado dagli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile, sarebbero state tutte in una condizione di grave disagio economico e avrebbero utilizzato il denaro per spese frivole come tagliarsi i capelli o andare a mangiare una pizza. “Ci sono a nostro avviso – dichiarano gli avvocati difensori Di Trapani e Vazzana – i presupposti per produrre ricorso in Cassazione e ribaltare la sentenza della Corte di appello”.
Due anni fa la sua foto aveva fatto il giro delle chat di classe delle scuole di Perugia. Le mamme e i papà erano fortemente allarmati dalla presenza a Ponte San Giovanni di quell’ex religioso, allontanato dalla Chiesa dopo una condanna per abuso su minori, che vestiva ancora l’abito talare e avvicinava i ragazzini fuori dalle scuole. E proprio quando una donna lo vide passeggiare con due ragazzi tenuti per mano scattò l’inchiesta della Procura di Perugia che adesso fa registrare l’avviso di conclusione delle indagini. Per l’ex religioso, accusato di prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico, il pm, Massimo Casucci, titolare del fascicolo d’inchiesta procederà alla richiesta di rinvio a giudizio.
Quel giorno di febbraio 2020, furono i carabinieri di Ponte San Giovanni a intervenire portando in caserma sia i minorenni che il sedicente religioso. “L’ho visto che per strada camminava per mano con due ragazzini – aveva spiegato la donna che aveva chiamato i carabinieri-. Noi mamme siamo in apprensione per la sua presenza già da giorni. Sappiamo chi è e cosa ha fatto in passato. Per questo ho deciso di fermarmi e chiamare i carabinieri. Lui mi ha quasi aggredito quando gli ho detto cosa faceva in giro con quei ragazzini. Mi ha detto che erano i figli del suo badante e che, mentre lui era andato a fare spesa, lui badava ai suoi figli”. Anche la Curia poi era intervenuta con una nota ufficiale in cui spiegava che “avevano segnalato alle forze dell’ordine la presenza di un ex religioso, che ancora veste l’abito talare”, e che “cerca di avvicinare soprattutto ragazzi con la scusa di esercitare il suo ministero sacerdotale”. “Si tratta – aveva spiegato la Curia – di un ex religioso, che a seguito di gravi vicende giudiziarie è stato raggiunto, già nel 2006, da un procedimento di sospensione cautelativa da ogni pubblica attività e funzione sacerdotale”. Il 70enne, assistito dall’avvocato Luca Gentili, aveva lasciato Perugia a ridosso di quei fatti.
Adesso si trova in una comunità e per lui si aprirà l’ennesimo processo in cui è accusato di prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico. In particolare, è accusato di aver offerto soldi e regali ai ragazzini in cambio di rapporti “mostrandosi anche completamente nudo nella propria abitazione in cui aveva fatto dormire i due minori con la scusa di aiutarlo per l’assistenza nei movimenti durante la notte”. Mentre per l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico, per la Procura, aveva video “raffiguranti giovanissimi intenti a consumare rapporti sessuali, verosimilmente reperiti tramite il suo account Facebook (ancora attivo, ndr) con cui partecipava a chat di gruppo preordinate alla diffusione dei contenuti pedopornografici”. Calcedonio Di Maggio