Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: preti pedofili

  • Reati sessuali su minori, per il sacerdote doppio processo canonico e statale

    Reati sessuali su minori, per il sacerdote doppio processo canonico e statale

    Il sacerdote processato da un tribunale canonico per reati sessuali su minore, può essere giudicato per lo stesso fatto anche da un Tribunale italiano, senza che ci sia violazione del ne bis in idem. La Corte di cassazione, con la sentenza 34576, respinge il ricorso di un parroco, condannato dal vescovo in via extragiudiziale con un processo penale amministrativo. Un procedimento canonico, con un iter più rapido, che si era concluso con il divieto perpetuo di esercitare il ministero con minorenni, unito all’ obbligo di dimora per cinque anni nella residenza “Oasi di Elim”, una struttura dedicata alla cura dei preti pedofili. Pene afflittive dunque – anche se, ad avviso delle parti civili, non paragonabili a quelle previste dall’ordinamento italiano – in base alle quali il ricorrente aveva eccepito la violazione del ne bis in idem, dopo la condanna della Corte d’Appello dell’Aquila che aveva confermato i tre anni e otto mesi di carcere, stabiliti dal Tribunale per atti sessuali compiuti con un minore di 16 anni. Secondo la tesi della difesa il principio del ne bis in idem sarebbe valido anche nei rapporti tra Italia e Santa sede, per la reciproca fiducia che contraddistingue i rapporti, in virtù di principi costituzionali di parità e anche per l’obbligo imposto allo Stato dall’articolo 10 della Carta, di conformarsi alle norme di diritto riconosciute a livello internazionale.

    Il carattere territoriale del ne bis in idem

    Ma la lettura è frutto di un errore giuridico, che la Cassazione sottolinea. Il ne bis in idem, non rientra nella sfera dei diritti umani inviolabili e non ha natura di principio di diritto internazionale in grado di prevalere su quello di territorialità. Può semmai essere applicato in presenza di convenzioni ratificate e rese esecutive tra Stati, vincolanti solo per i contraenti e nei limiti dell’accordo raggiunto. In generale lo Stato italiano, come la maggior parte degli Stati moderni, si ispira al principio della territorialità e della obbligatorietà generale della legge penale. Questo con la chiara giustificazione di assicurare una giustizia che tenga conto delle diverse valutazioni sociali e politiche delle condotte umane. E soprattutto in campo penale dove il peso attribuito ad alcuni reati è diverso anche nella coscienza popolare.

    L’assenza di accordi o convenzioni con la Santa Sede

    Né il principio del ne bis in idem si può ritenere applicabile per effetto di accordi tra Santa sede e Italia o di Convenzioni alle quali entrambe abbiano aderito. La Santa Sede è rimasta fuori dalla “Convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen” avendo siglato solo la “Convenzione moneraria europea”. Nessun effetto, nel senso auspicato dalla difesa, può derivare neppure dal Trattato del ’29, che si è limitato a consentire la libera circolazione di merci verso lo Stato Vaticano o istituzioni o uffici della Santa Sede. Va escluso anche che la Santa Sede abbia aderito all’Unione europea, avendo solo una stabile rappresentanza a Bruxelles, ed essendo ininfluente, in assenza di una formale adesione, il fatto che il Vaticano sia una “enclave” dell’Italia. Per finire la Santa sede non è membro dell’Organizzazione delle Nazioni unite, dove ha il solo status di “Osservatore permanente”.

    Il Trattato e il Concordato del ’29

    Sbagliata la conclusione del ricorrente anche per quanto riguarda l’applicabilità dell’articolo 23 del Trattato tra Santa Sede e Italia del ’29, secondo il quale per l’esecuzione delle sentenze emanate dai tribunali della città del Vaticano si applicano le norme di diritto internazionale. La previsione riguarda, infatti, le sentenze dei Tribunali dello Stato del Vaticano e non delle autorità ecclesiastiche della Santa Sede, come nel caso esaminato. Neppure il tema del riconoscimento, affrontato sempre dall’articolo 23 secondo comma, può essere considerato equivalente al divieto di ne bis in idem. È utile piuttosto ad affermare che la sentenza, agli effetti civili, per quanto riguarda lo status non di chierico ma di cittadino, possa avere piena efficacia anche in Italia. Un riconoscimento non incompatibile con il nuovo giudizio e che non incide sull’autonomia delle due giurisdizioni.

    Le Linee guida della Conferenza episcopale e il Motu proprio

    A conferma della legittima concorrenza tra la due giurisdizioni ci sono le Linee guida della Conferenza episcopale italiana, aggiornate a giugno 2019, con le quali si ribadisce l’autonomia delle due vie e l’importanza della cooperazione tra vescovo e autorità civili.

    La Cassazione cita anche il Motu proprio “Ai nostri Tempi” di Papa Francesco del 2013 che, in materia penale, ha affiancato alla giurisdizione canonica la concorrente giurisdizione del Tribunale del Vaticano per i delitti più gravi, come quello esaminato, se commessi da pubblici ufficiali della Santa Sede. Condotte punibili sia come reati sia come “delicta graviora”, senza rischio di incorrere in una duplicazione dei giudizi. Una cosa sono, infatti, le sanzioni previste dalle leggi penali vaticane, derivanti nel caso specifico da trattati internazionali, e altro le sanzioni «attribuite iure nativo alla competenza della Congregazione per la dottrina della fede nei confronti dei chierici». Per le prime c’è «la giurisdizione dello Stato; per le seconde opera la giurisdizione sullo status».

    Nell’elenco delle fonti dalle quali trarre la conclusione raggiunta, ci sono anche il Protocollo addizionale al Concordato dell’84, nel quale si prevede che l’autorità giudiziaria italiana avvisi l’Ordinario della diocesi dell’imputato, dell’inizio di un procedimento penale nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso di culto cattolico.

    Mentre nello stesso Concordato del ’29 si prevedeva che, nel caso di condanna di un ecclesiastico o di un religioso, la pena fosse scontata in locali separati rispetto ad un laico.

    https://www.ilsole24ore.com/art/reati-sessuali-minori-il-sacerdote-doppio-processo-canonico-e-statale-AEUK5bj?refresh_ce=1

  • Minori vittime di preti pedofili: 298 i procedimenti aperti in Italia, in 144 accertata la colpevolezza

    Minori vittime di preti pedofili: 298 i procedimenti aperti in Italia, in 144 accertata la colpevolezza

    Manca un mese per l’inizio dei lavori del Sinodo dei Vescovi, voluto da Papa Francesco, ed è  uscito il documento preparatorio della XVI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

    Si legge nel testo del documento: “Non possiamo nasconderci che la Chiesa stessa deve affrontare la mancanza di fede e la corruzione anche al suo interno. In particolare non possiamo dimenticare la sofferenza vissuta da minori e persone vulnerabili a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate”.

    Nel 2002, grazie al quotidiano “The Boston Globe”,è emerso lo scandalo che ha travolto l’arcidiocesi di Boston, città simbolo del cattolicesimo americano, con l’accusa di pedofilia nei confronti di 78 preti, oltre al Cardinale Bernard Law che li ha protetti. Il caso è diventato un film nel 2015 “Il caso Spotlight”. Meritatamente il Globe conquistò il Premio Pulizer di pubblico servizio nel 2003 e aprì a numerose indagini sui casi di pedofilia all’interno della Chiesa cattolica.

    In Italia negli ultimi quindici anni tra condanne passate in giudicato e procedimenti ancora aperti il numero è 298. Di questi 144 sono quelli che hanno già confessato o sono stati già giudicati colpevoli nei tribunali.

    A denunciarlo è Francesco Zanardi, fondatore e presidente della Rete Abuso che, attraverso un blog seguitissimo, denuncia gli abusi compiuti dai sacerdoti.

    Su oltre 50.000 prelati italiani, il numero dei pedofili varierebbe tra i 1000 ai 4000.

    Spesso i reati subiti dai minori, vengono denunciati a grande distanza di tempo dalla loro consumazione, e per questo, secondo la legge Italiana, cadono in prescrizione.

    Ciò significa che i Tribunali possono riconoscere colpevoli i preti pedofili; le violenze possono essere provate in sede processuale, così come possono essere provati i danni psichici causati dai continui abusi.

    Tuttavia i rei non sconteranno nemmeno un giorno della loro pena, proprio per l’istituto della prescrizione che estingue il reato: in pratica l’illecito non può più essere punito perchè è trascorso un certo periodo di tempo, previsto dalla legge, per cui lo Stato esaurisce la propria pretesa a perseguirlo.

    Uno su tutti il caso messo in luce da Fanpage nel 2017, sugli abusi cui sono stati sottoposti alcuni bambini sordi ex allievi dell’Istituto Provolo di Verona, una struttura religiosa per sordomuti.

    Nel 2009 tutti gli abusati, ormai adulti, hanno sporto denuncia  per violenze e molestie sessuali perpetrate dai preti quando erano bambini.

    La magistratura italiana ha considerato tutti i reati come prescritti e non ha mai aperto un’inchiesta, mentre oggi, oramai adulti, “quei bambini” raccontano delle brutali violenze cui venivano sottoposti all’età di 6 anni, quando la loro disabilità impediva anche di raccontare. “Non ho mai urlato” dice un ragazzo, “essendo sordo non riuscivo neanche a parlare” . E’ grazie ad apparecchi acustici di ultima generazione che oggi possono raccontare.

    Ingestibile lo sgomento che si prova ascoltando la confessione di uno degli autori delle brutali molestie, che intervistato ammette: “abusavamo dei bambini sordi, eravamo almeno in dieci”.

    E’ ormai risaputo, scientificamente accertato che un bambino abusato  dovrà affrontare conseguenze devastanti, uno shock psicologico tremendo tanto più perchè incapace di comprendere ciò che sta accadendo. Dall’altra parte, nelle confessioni del carnefice, non un minimo di  rammarico, di ravvedimento, di assunzione di responsabilità per le atrocità commesse.

    E’ questo uno di quei casi in cui viene spontaneo chiedersi… esiste davvero la giustizia?

    https://picchionews.it/varie/minori-vittime-di-preti-pedofili-298-i-procedimenti-aperti-in-italia-in-144-accertata-la-colpevolezza

  • “La Chiesa viene presentata come un’Associazione a delinquere…. “ – Monsignor Valentino Di Cerbo

    “La Chiesa viene presentata come un’Associazione a delinquere…. “ – Monsignor Valentino Di Cerbo

    Queste non sono parole nostre ma la critica alla sana informazione della Rete delle vittime italiane, ovvero di chi è vittima sopravvissuta agli abusi sessuali del clero italiano e che mons. Valentino Di Cerbo vescovo emerito della diocesi di Alife-Caiazzo affida ad un  commento sulla pagina ufficiale della Rete L’ABUSO.

    Un post dove l’associazione italiana dei sopravvissuti diffida dall’uso dell’immagine e dal rappresentarla, gli organi di informazione vaticani e italiani.

    Tutto ciò a seguito della disinformazione che la stampa italiana divulga dalla nomina di Bergoglio e che già nel 2018 spinse la Stampa Estera in Italia a convocarci, per capire i fatti sulla pedofilia dei preti censurati dagli italiani. Unico paese tra i più industrializzati a non aver mai sollevato il pandemico problema stimato solo in Italia, con un milione di vittime e come censura la stampa italiana, ma non quella estera, persino il Washington Post riporta che Roma oggi è meta turistica anche per i preti pedofili.

    Quasi divertente il lapsus freudiano del vescovo che scrive “associazione a delinquere” con la A maiuscola, forse in segno di rispetto tra popoli e culture, forse in virtù dell’ecumenismo di cui lo stesso parla.

    Certo impossibile non apprezzare il fatto che Di Cerbo abbia espresso il proprio pensiero sulla pagina ufficiale dei sopravvissuti, di certo indice che a differenza di Bergoglio, almeno il vescovo emerito provi un tentativo di dialogo, se pur così goffo e sconnesso nelle affermazioni in quanto basterebbe vedere il servizio di Pablo Trincia (LE IENE) dove la chiesa ufficiale deride i cronisti che chiedono proprio durante il conclave che ha eletto Bergoglio, cosa ne pensano dei preti pedofili e dell’insabbiatore, cardinale Domenico Calcagno, ex vescovo di Savona.

    E quì, viene quasi da dare ragione a alcune affermazioni del monsignore emerito…

    Ma eccellenza, la colpa non è delle vittime sopravvissute o della Rete L’ABUSO, se i suoi colleghi non si sono neppure vergognati di sfottere di fronte alle telecamere di Mediaset i sopravvissuti.

    Nemmeno sono nostre dichiarazioni, tutto al più noi le abbiamo subite dolorosamente come un secondo stupro, ma stia sereno,  ci siamo vergognati noi per voi tutti, ai quali ancora sfugge molto di più, la civiltà ed e la parola di Dio che vorreste professare nella più aberrante ipocrisia.

    Quel breve scritto eccellenza, dimostra l’arretratezza della chiesa e la sua più totale mancanza di coscienza cristiana. Una carenza grave che grida da se che la chiesa, anche volesse, è ad un livello giurassico che dista anni luce dalla civiltà e dallo stesso cristianesimo che professa. Sembra quasi colpa nostra se in Italia ci sono così tanti preti pedofili, guardi noi siamo solo le loro vittime.

    Una chiesa che non è proprio nulla culturalmente all’altezza di porre rimedio agli abusi dei preti, dal momento stesso in cui non riesce neppure a rinsavire se stessa. Sopravvive oramai grazie alla complicità di Stato e stampa italiani; uno che la lascia fare, l’altra, che censura la voce delle vittime, così evita che qualcuno contraddica il papa.

    Non si può non notare il piedistallo sul quale crede di ereggersi appollaiato il vescovo emerito di Alife-Caiazzo, che non spende una sola parola (come i suoi colleghi) per tutti coloro che sono stati vittima dell’omicidio psichico (papa Francesco anni dopo Federico Tulli) di chi ha subito abusi durante l’infanzia, e ci accusa persino di avere noi !!! dei pregiudizi contro la chiesa.

    Nel calderone poi tenta squallidamente di diluire l’endemico problema della pedofilia nella chiesa, facendo notare che la pedofilia esiste anche altrove. E certo, anche se non con 8% del personale pedofilo e comunque noi siamo un’associazione di vittime dei preti e sarebbe responsabile se la chiesa pensasse ai suoi crimini e non quelli commessi da altri.

    Questo conferma l’ottima scelta della Rete, quella di diffidare dall’uso della nostra immagine certa stampa legata al Vaticano, che al momento, può essere accreditato solo da una stampa che disonora se stessa e i principi Costituzionali e che offende chi è sopravvissuto a questi crimini.

    Ma non siamo soli, ci sono persone come l’ex Procuratore Michele Del Gaudio, che se pur non credente come me, racconta di parla tutti i giorni con Gesù…

    Zanardi

  • Belve senza embargo – Una cultura criminale che padre Hans Zollner ribattezza

    Belve senza embargo – Una cultura criminale che padre Hans Zollner ribattezza

    Di Francesco Zanardi – Nelle dichiarazioni rilasciate a “The Tablet” padre Hans Zollner – Presidente del Centro per la protezione dell’infanzia del Vaticano – sottolinea la necessità di assistere i preti pedofili, fino a recluderli a vita, ma sottolinea anche “volontariamente e in case gestite dalla chiesa”.

    Gesuita come il suo padrone fa una astuta e ingannevole dichiarazione, in quanto 1): quelle strutture già esistono, sono le carceri di cui ogni Stato è fornito, 2): perché mai limitarle ai preti e non a tutti i criminali pedofili ? Con il colletto da prete o meno sono comunque pedofili, o sbaglio?

    Ma quindi, perché mai la necessità di tali strutture per le quali la chiesa, magari, chiede anche sostegno economico allo Stato? Chieda piuttosto allo Stato di occuparsi del problema, anche sotto l’aspetto del monitoraggio medico e terapeutico del paziente pedofilo – prete o meno – d’altra parte se l’interesse vero sono i bambini, perché questa differenza?

    Certo, non serviva l’acutezza di padre Zollner per scoprire, nel 2021, che i pedofili sono ad altissimo rischio di reiterazione. Questo, soprattutto la chiesa dovrebbe saperlo bene, date le direttive (segrete fino al 2001) che già nel 1962 aveva attuato, informandone nuovamente nel 2001 i vescovi “La direttiva è tutt’ora in vigore”. Zollner su questo pecca di ignoranza! Sta a vedere che non sa neppure che il papa emerito fu incriminato in Texas per aver ricordato ai vescovi la direttiva, intralciando la giustizia. Si salvò dal processo solo perchè papa: chiese l’immunità.

    Lo stesso Zollner che imbarazza persino la prestigiosa università di Harvard, dove tiene un simposio per le vittime ma senza vittime presenti.

    Rivelazioni pari alla scoperta dell’acqua calda fatte ai media e subito riportate con clamore, come quella di papa Francesco «La violenza su un bambino è un omicidio psicologico». Da anni ne parlano psicologi e riviste serie come LEFT. Qui il loro ultimo articolo, a cura di Federico Tulli, antecedente alle ovvietà vecchie di vent’anni dette da Bergoglio, che non è improbabile abbia preso spunto proprio da LEFT.

    Tuttavia, restando nel concreto, ora che finalmente il papa ha capito il problema: perché allora lo dice solo ai media e non si rivolge a tutti i lacchè che ha nella politica italiana? Potrebbe risolvere davvero il problema delle vittime di cui il Vaticano non si vuole fare carico.

    A una sua richiesta farebbero immediatamente a gara srotolandosi come zerbini ed almeno, anche in Italia, potremmo assistere le vittime, oggi abbandonate dallo Stato, e non solo i criminali pedofili sostenuti dallo Stato per amicarsi il Vaticano.

    Una volta tanto potremo persino evitare a Bergoglio la solita straziante frustrazione di ringraziarsi per auto acclamazione.

    Giuro! lo faremmo noi e sarebbe persino sincero e autentico!

    Tornando alle strutture per i preti criminali, e si, c’è un tacito accordo tra lo Stato italiano e il Vaticano che già dal 2010 fornisce di fatto l’impunità ai preti criminali.

    Come facciamo a saperlo?

    Ce lo segnalarono per primi i sacerdoti di Perugia, da quanto traspare nella missiva, il problema non erano tanto per i bambini ma, come sempre, la loro onorabilità qualora qualcuno restasse stuprato e per disgrazia la cosa diventasse pubblica… Meglio che niente, individuammo almeno la prima struttura, Villa Sacro Cuore.

    Un tema poi approfondito e, come racconta l’inchiesta giornalistica edita in “Giustizia divina” – Ecco dove sono nascosti i preti e le suore che imbarazzano il Vaticano – ha portato all’individuazione di ben 23 strutture sul solo suolo italiano e al censimento, da parte degli autori del libro che, interrogate le 192 carceri italiane, come risposta hanno ottenuto: al momento abbiamo 5 sacerdoti in carcere, dei quali 1 condannato per pedofilia.

    Non serve un genio a capire dove siano finiti i più di 300 preti che la Rete L’ABUSO ha censito sulla mappa italiana, se non sono in carcere e non sono morti…

    Zollner non è il primo a lanciare campagne di inciviltà come questa, che ha come unico scopo quello di salvare il prete e non le sue vittime. Marco Ermes Luparia, diacono e psicoterapeuta proprio in una di queste strutture, anche lui invoca l’impunità al fine del recupero. Anche lui non parla delle vittime, ma solo di salvare i criminali che le hanno ridotte tali.

    A “The Tablet”, quasi scocciato Zollner afferma; “Ogni volta che la Chiesa ha sottolineato che aveva anche il dovere di prendersi cura dei colpevoli, la gente l’ha subito accusata di pensare ancora una volta più ai colpevoli che alle vittime, ha detto Zollner. Ma non era questa l’intenzione qui. Si trattava di impedire a più minori di diventare vittime.”

    Stride molto la presunta affermazione di Zollner – tutta da dimostrare – che si tratterebbe di non voler produrre altre vittime e non di salvare il prete, quando puntualmente vediamo preti come don Rugolo denunciati alla chiesa, che immediatamente vengono trasferiti. Altri che, dopo il carcere, tornano in parrocchia come don Massaferro ecc.

    Sembra più della serie “se ci beccano abbiamo il paracadute per il prete”. Anche perchè, nei fatti, quale vittima è stata mai aiutata o indennizzata dalla chiesa? Gli unici indennizzi alle vittime li ha dati la giustizia dello Stato, non certo il Vaticano, che più di venti anni gira intorno al problema senza risolverlo.

    Una mancanza di responsabilità e civiltà tipica di tutte le culture criminali, come quella vaticana, che mettono in primo piano non la persona ma l’istituzione; la propria onorabilità; i possibili danni e, solo poi la persona (vittima), ma rea di aver creato il problema reclamando un suo diritto.

    2021 anni di esperienza non solo pedocriminale, ma comunque riconosciuta senza pari in ogni angolo del mondo dove il Vaticano è arrivato, tanto da meritare lo slogan “dove c’è un prete pedofilo, c’è una chiesa che lo protegge”.

    Zanardi

  • Carcere a vita, o ALTERNATIVA al carcere?

    Carcere a vita, o ALTERNATIVA al carcere?

    Non è chiaro.

    Leggendo l’articolo di Padre Hans Zollner “Detenzione nelle case della chiesa proposta per preti abusatori” Emergono subito alcune questioni che non ci sentiamo, in coscienza, di tacere.

    Il riferimento a questi “luoghi” – una sorta di “carcere a vita” per i preti pedofili – risulterebbe una sorta di “obbligo”?

    Il presupposto dal quale parte l’autore di questa proposta, che è il Presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana (CCP), da poco trasformato in Istituto di Antropologia, studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili (IADC), è il fatto che il pedofilo ripete il reato, non si ferma. Ma di quale pedofilo si sta parlando?

    Quello “presunto”, ovvero quello per il quale non vi è ancora stata una condanna da parte dello Stato, quello che non è ancora stato denunciato o non lo sarà mai perché la vittima non riesce a denunciare? Oppure quello che “solo la chiesa” conosce perché la vittima si è rivolta ad un organismo ecclesiastico che mette tutto a tacere? Di quale categoria di prete pedofilo parliamo?

    Se non è ancora stato condannato e non ha scontato la sua pena in carcere si pongono almeno tre problemi:

    • Questi luoghi sono dunque una alternativa al carcere perché i preti hanno una sorta di privilegio rispetto agli altri cittadini che commettono lo stesso reato? (oppure sarebbero un “dopo-pena”?)
    • E chi stabilisce la loro colpevolezza se non subiscono un giusto processo? E se fossero, per assurdo, innocenti?
    • “Carcere a vita”, ovvero senza fine pena. E se i preti volessero andarsene? In base a quale norma/obbligo/motivo sarebbero costretti a rimanervi per sempre? Non sarebbe una sorta di abuso nei loro confronti? E i preti dimessi dallo stato clericale? Loro sarebbero “liberi”?

    Inoltre viene elegantemente glissato il tema delle vittime. Padre Zollner, con un doppio salto mortale, sposta l’attenzione sulla prevenzione: “Ogni volta che la Chiesa ha sottolineato che aveva anche il dovere di prendersi cura dei colpevoli, la gente l’ha subito accusata di pensare ancora una volta più ai colpevoli che alle vittime – ha detto Zollner – ma non era questa l’intenzione qui. Si trattava di impedire che più minori diventassero vittime”.

    Evita così di ricordare che le vittime reali esistono. Le vittime reali sono persone che hanno subìto dei danni che li accompagneranno per tutta la vita: il disturbo post-traumatico non si cura con l’Aspirina o un antibiotico per 10 giorni. Quanti non riescono ad affrontare un malessere così atroce e si suicidano? Ogni vittima ha provato almeno una volta a farla finita, ed è una tentazione sempre in agguato.

    Il danno subìto richiede un indennizzo. Padre Zollner ha abilmente scelto di non vedere l’altra faccia della medaglia, quella scomoda, quella fastidiosa, quella che mette il dito nella piaga di questa Chiesa che continua a far finta di affrontare seriamente il problema.

    Unico merito di questa proposta? Riconoscere, da parte di un organismo ecclesiastico, quale l’ “Istituto di Antropologia, studi interdisciplinari sulla dignità umana e sulla cura delle persone vulnerabili (IADC)”che il prete pedofilo non smette di essere tale, e che la chiesa ha il dovere di occuparsene a vita (ovvero non basta ridurlo allo stato laicale e lavarsene le mani!).

    Come Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO non ci accontentiamo di queste proposte che, ancora una volta, sembrano un goffo tentativo per illudere l’opinione pubblica.

    Quando la Chiesa si metterà davvero a fianco delle vittime?

    Cristina Balestrini

    Comitato Vittime & Famiglie della Rete L’ABUSO

  • Detenzione nelle case della chiesa proposta per preti abusatori

    Detenzione nelle case della chiesa proposta per preti abusatori

    Secondo p. Hans Zollner SJ, presidente del Centro per la protezione dell’infanzia (PCC) presso l’Università Gregoriana, la detenzione volontaria a vita nelle case gestite dalla chiesa potrebbe essere il modo migliore per trattare con i preti abusatori.

    Era importantissimo controllare e guidare gli abusatori sessuali e “definire esattamente cosa possono e non possono fare, chi possono e non possono incontrare e come usano Internet”, ha spiegato Zollner in un’intervista a  ORF religion , il religioso programma degli affari dell’emittente statale austriaca del 31 luglio.

    La Chiesa dovrebbe quindi offrire tali case ai sacerdoti abusatori su base globale. “Questo tipo di stabilimento dovrebbe essere particolarmente applicabile nelle società occidentali altamente specializzate. In altre parti del mondo, dove la responsabilità comunitaria è più importante, le comunità parrocchiali o spirituali potrebbero trovare un modo per controllare i preti abusatori e rendere loro impossibile abusare di nuovo”, ha detto Zollner.

    Gli Stati Uniti hanno avuto esperienze promettenti con tali case di detenzione per autori di abusi sessuali per decenni, ha ricordato Zollner. I trasgressori avevano la possibilità di recarsi in tali centri che sono stati descritti come “qualcosa come una prigione”, si trovavano in regioni remote e dove i “prigionieri” dovevano attenersi a un rigido regime con coprifuoco e restrizioni di contatto, ha affermato.

    “Sappiamo dai sondaggi che un’alta percentuale di abusatori sessuali rischia di avere ricadute, cioè di abusare di nuovo, anche se hanno scontato una pena detentiva, hanno avuto una terapia e hanno soddisfatto altre condizioni. Dopodiché, nessuno li controlla più, né la società né la Chiesa».

    Una volta che un prigioniero è stato rilasciato, la responsabilità della Chiesa di fatto è cessata, ha detto Zollner. “Il vescovo o il provinciale non possono più controllare o supervisionare l’autore e questo è un dilemma con cui dobbiamo convivere”.

    La grande domanda, ai suoi occhi, era sempre fino a che punto i perpetratori erano preparati a riconoscere la propria colpa e preparati a lavorare per cercare di evitare di abusare di nuovo. “Questo è qualcosa che non puoi imporre. Sfortunatamente, ci sono autori che non accetteranno di aver distrutto la vita di bambini e adolescenti. Si vedono come le vittime”, ha spiegato.

    Ogni volta che la Chiesa ha sottolineato che aveva anche il dovere di prendersi cura dei colpevoli, la gente l’ha subito accusata di pensare ancora una volta più ai colpevoli che alle vittime, ha detto Zollner. Ma non era questa l’intenzione qui. Si trattava di impedire che più minori diventassero vittime, ha detto.

    Il suggerimento di Zollner è stato accolto dal teologo e psicoterapeuta tedesco Wunibald Müller. Istituendo centri simili a carceri per preti pedofili, la Chiesa potrebbe proteggere sia il pubblico che i preti abusatori “e quindi dimostrare che sta davvero cercando di affrontare il problema”, ha detto Müller a  katholisch.de .

    Anche lui ha citato come esempio gli Stati Uniti, dove tali centri esistevano da 30 anni, ha detto. Lui stesso aveva visitato il Vianney Renewal Center nel Missouri per motivi di studio qualche anno fa. “La celebrazione dell’Eucaristia è al centro della scena ed essere in grado di mantenere una routine spirituale è importantissimo per il processo di autoguarigione dei sacerdoti abusatori. Può essere garantito solo nei centri gestiti dalla chiesa”, ha spiegato Müller.

  • Ogni quattro sospettati di pedofilia in Polonia uno è un prete, lo rivela la commissione statale

    Ogni quattro sospettati di pedofilia in Polonia uno è un prete, lo rivela la commissione statale

    Quasi il 30% di tutti i reati sessuali contro i minori in Polonia sono legati ai rappresentanti del clero, lo rivela la Commissione statale sulla pedofilia nel suo primo rapporto.

    La commissione, che è stata istituita dal governo nel 2019, ha condiviso i risultati del suo lavoro il Lunedi in 250 pagine di carta .

    Gli esperti hanno esaminato 349 casi di pedofilia durante questo periodo, con sacerdoti sospettati in circa 100 dei casi. Più di 50 di questi casi sono stati inoltrati alla Procura, afferma il rapporto.

    La commissione ha anche criticato la Chiesa cattolica polacca per la sua riluttanza a collaborare con il governo sulla controversa questione.

    “In paesi come l’Australia e gli Stati Uniti, i leader della chiesa hanno capito da tempo che affrontare la pedofilia e lavorare insieme alle autorità in questo settore è una questione di credibilità elementare delle loro istituzioni”, ma non è stato così in Polonia, il giornale dichiarato.

    I materiali contenuti nel rapporto erano “spaventosi”, ma hanno solo dimostrato che la lotta contro questi “crimini efferati” deve continuare, ha affermato Blazej Kmieciak, presidente della commissione.

    Ma non solo sacerdoti e sconosciuti sono stati accusati di molestie sui bambini, con alcuni reati attribuiti a familiari, genitori compresi, nel 35% dei casi, si legge nel rapporto. La maggioranza erano uomini (94%), ha aggiunto.

    La maggior parte delle vittime aveva un’età compresa tra gli 11 ei 15 anni, ma erano molte anche tra i 3 ei 10 anni. Il bambino più piccolo a subire abusi sessuali tra i casi esaminati dalla commissione aveva appena un anno.

    Il rapporto ha sottolineato il grave trauma psicologico subito dai bambini abusati sessualmente. Ha esortato a dare la priorità ai casi contro i pedofili da parte dei pubblici ministeri e ha raccomandato l’introduzione di una posizione speciale di “avvocato dei minori” per occuparsene.

    La Polonia è un paese prevalentemente cattolico e la chiesa è tormentata da anni da accuse di abusi sessuali su minori. Nel 2019, la pressione pubblica l’ha costretta a pubblicare un rapporto che affermava di aver registrato quasi 400 casi di preti che hanno molestato 625 bambini dal 1990. Tuttavia, i nomi dei colpevoli sono rimasti segreti. Un documentario uscito lo stesso anno affermava che i preti pedofili non furono mai puniti per i loro peccati, ma furono solo trasferiti in un’altra parrocchia dove avrebbero potuto continuare il loro comportamento criminale.

    https://www.rt.com/news/530345-poland-priest-pedophilia-church/

  • LETTERA APERTA A MONSIGNOR MARIO DELPINI  ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO   del 19 luglio 2021

    LETTERA APERTA A MONSIGNOR MARIO DELPINI ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO del 19 luglio 2021

    Egregio mons. Mario Delpini,

    siamo la famiglia della vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli condannato recentemente anche in appello a 5 anni e 6 mesi di carcere.

    La preghiamo gentilmente di non scrivere più che Lei e la diocesi “esprimete ancora una volta la vostra vicinanza alla vittima e alla sua famiglia” come puntualmente vi siete precipitati a scrivere sul sito chiesadimilano, il giorno della conferma della condanna introducendo per altro la nota con la frase: “La Corte di Appello ha riformato parzialmente la sentenza riducendo la pena…” lasciando intendere che il reato è stato ridimensionato.

    Vi siete guardati bene dallo spiegare invece che il reato è stato integralmente confermato cristallizzando l’abominevole abuso, la riduzione di alcuni mesi è relativa all’attenuante generica riconosciuta per legge per aver pagato i danni e le spese per 150.000 euro prima del processo  (art. 62.6 codice di procedura penale), al fine di far ritirare la costituzione di parte civile che riguardava in solido anche la Parrocchia e la Diocesi di Milano appunto.

    Ricorderà perfettamente del pagamento di tale importo, ricorderà che ha negoziato con la Procura il suo interrogatorio rilasciato alla polizia e dunque acquisito agli atti del processo, per evitare di comparire in tribunale come richiesto dal PM, interrogatorio da lei sottoscritto dove si assumeva tutta la responsabilità di avere spostato don Galli a Legnano ancora con i minori nonostante l’allora parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, le avesse segnalato l’abuso due giorni dopo il fatto come lei stesso ha riferito alla Polizia di Stato su esplicita domanda.

    Qualche mese fa, il giorno 17 gennaio 2021, dopo la nostra pressante insistenza ci ha concesso di poterla incontrare in occasione della visita pastorale a Rozzano.

    Ci ha concesso in tutta riservatezza ben 8 minuti e 50 secondi del suo tempo in presenza del suo portavoce don Walter Magni.

    Dopo dieci anni dall’abuso, dieci anni di assoluto silenzio, ci a concesso 8 minuti per non dirci nulla, ha aperto bocca solo per dire che non sapeva cosa dirci, che non aveva nulla da dirci e il suo portavoce concludeva che non c’era tempo…

    In dieci anni è mancato il tempo per dimostrare la vicinanza alla vittima e ai familiari, magari banalmente per chiedere scusa per aver protetto il pedofilo, per non aver avviato le indagini preliminari (dette indagini previe) obbligatorie per il diritto canonico, per aver consigliato a don Mauro di stare attentissimo perché sotto indagine, come si è appreso dalle carte del tribunale… “DOBBIAMO STARE ATTENTISSIMI”.

    Questa è la vicinanza sua e della diocesi di Milano a nostro figlio e alla nostra famiglia?

    La preghiamo dunque di non scrivere più falsità, non è e non è mai stato vicino a noi, la preghiamo di avere almeno il coraggio di rispettare il silenzio, non ha nulla da dire, allora non dica nulla e non faccia scrivere ai suoi portavoce cose diverse dal suo nulla.

    Se proprio devono scrivere qualcosa, allora raccontino la sua vicinanza ai preti pedofili, la sua difesa e disponibilità nei confronti di don Mauro, le risorse messe a disposizione, la difesa da parte dello studio Zanchetti da lei allertato durante le indagini preliminari come scoperto dalla polizia ed emerso durante il processo.

    Questa la vera vicinanza, non quella descritta dalla vostra laconica nota.

    Nel più recente caso che riguarda don Emanuele Tempesta oltre alla rinnovata vicinanza, ribadite l’impegno per garantire la migliore tutela dei minori (difficile in questo caso spostare il prete ancora con i minori una volta arrestato), ricordate i servizi della diocesi messi a  disposizione dal 2019 per i minori abusati, il referente diocesano… esiste ora la commissione diocesana per la tutela dei minori!

    Anche in questo caso omettete però di dire che proprio lei mons. Delpini nel febbraio 2019 quando ha costituito la commissione per la tutela dei minori, ha inserito nei suoi membri proprio l’avvocato Zanchetti che si vanta in tribunale di assistere i preti pedofili da oltre 20 anni collaborando con la diocesi, come ribadito con fervore nell’ultima “arringa”, ultimo tentativo estremo di difesa durato quasi un’ora in difesa di don Mauro Galli nel processo d’appello, ora concluso appunto con la conferma della condanna, introducendo anche in quell’occasione nuove falsità come la descrizione di nostro figlio che, a suo dire alla terna dei giudici e in presenza del procuratore generale, sarebbe stato ricoverato in psichiatria fin da piccolo ben prima dell’abuso, circostanza assolutamente falsa.

    Vedremo cosa inventerà nel caso di don Tempesta essendo ancora una volta incaricato della difesa del prete nonostante sia contemporaneamente membro della commissione diocesana per la tutela dei minori.

    Ci vediamo quindi costretti a tutela delle vittime di segnalare di non cadere nella trappola della diocesi che invita a confidare le proprie angosce, mostrando le fragilità proprio a coloro che si ritroveranno poi contro in tribunale, lo stesso avvocato o studio che poi difenderà il prete e la gerarchia ecclesiastica che farà di tutto, anche carte false come nel nostro caso, nel tentativo di screditare la vittima a protezione sia del prete di turno che dei suoi clienti.

    Occorre denunciare immediatamente i reati alla Procura della Repubblica o ai carabinieri e consigliamo di rivolgersi ad associazioni di vittime e familiari come la “Rete l’abuso”, unica in Italia per il sostegno alle vittime dei preti pedofili, non commettendo i medesimi errori che abbiamo commesso noi confidando inizialmente unicamente nella chiesa di Milano.

    I familiari della vittima

  • LOMBARDIA – Preti pedofili: 47 casi in 15 anni. Ma le vittime accusano: “Troppi i silenzi”

    LOMBARDIA – Preti pedofili: 47 casi in 15 anni. Ma le vittime accusano: “Troppi i silenzi”

    Milano – «Se serve una comunità per crescere un bambino, serve una comunità per abusarne”. Queste parole non suoneranno nuove a chi ha visto “Il caso Spotlight”, il film premio Oscar nel 2016 che racconta la storia, vera, dei preti pedofili nell’arcidiocesi di Boston e dell’incredibile rete di connivenze per coprire i loro abusi. “La situazione nel nostro Paese è ben peggiore – denuncia Francesco Zanardi fondatore e presidente della Rete Abuso che attraverso un blog seguitissimo denuncia gli abusi compiuti dai sacerdoti – la storia raccontata ne “Il caso Spotlight” si basa su una rete di 78 preti pedofili, in Italia negli ultimi quindici anni tra condanne passate in giudicato e procedimenti ancora aperti siamo arrivati a quota 320″. La Lombardia, dove nello stesso periodo si è raggiunta quota 47, non è esente dall’ombra di quello che Papa Francesco lo scorso 15 maggio ha definito “una sorta di omicidio psicologico e in tanti casi una cancellazione dell’infanzia”, ricevendo in Vaticano l’Associazione Meter di don Fortunato Di Noto impegnata a contrastare la piaga della pedofilia nella Chiesa. Don Emanuele Tempesta, vicario a Busto Garolfo ai domiciliari dopo essere stato arrestato mentre era in vacanza con l’oratorio a Bardonecchia, è solo l’ultimo religioso finito nei guai nella diocesi di Milano.

    «Ci sono almeno altri quattro casi oltre a quello di don Tempesta. C’è il parroco di Inzago don Alberto Lucchina che dopo essere stato accusato di abusi si è autosospeso e ha lasciato il paese mentre l’arcidiocesi ha avviato un’indagine. Poi c’è don Mauro Galli, ex vicario della parrocchia di San Pietro a Legnano, condannato anche in appello a 5 anni e mezzo per aver abusato di un ragazzo all’epoca dei fatti quindicenne. Naturalmente i protagonisti di questa rete di violenza non sono solo i sacerdoti, all’oratorio di Cuggiono è stato allontanato un ex-seminarista di 26 anni perché accusato di pesanti molestie nei confronti di una ragazzina di 15 anni. Direi che l’arcivescovo Delpini ha un serio problema”. Eppure la Chiesa attraverso il Papa si è espressa nel segno della tolleranza zero verso la pedofilia.

    «Belle parole, ma servono i fatti. La Conferenza episcopale italiana non obbliga alla denuncia dei pedofili, concede solo la facoltà di farlo. Sarà per questo che in Italia nessun vescovo a mai denunciato un prete-orco”. Così proprio come ne “Il caso Spotlight” quando i sacerdoti vengono smascherati, anziché essere isolati e soprattutto allontanati dai minori, spesso vengono solo spostati. «Per questo sul nostro sito pubblichiamo le loro fotografie, per dare modo alle persone di ricoscerli e difendersi. Abbiamo avuto il caso di preti pedofili con condanne in giudicato che vent’anni dopo sono tornati ad accuparsi di parrocchie, ma erano irriconoscibili perché nel frattempo avevano anche cambiato il nome e il cognome. Purtroppo la pedofilia è un distrurbo della sfera comportamentale da cui non si guarisce e spesso e volentieri chi viene abusato da bambino finisce per farlo a sua volta. Io stesso, come molti dei nostri associati, sono stato abusato da un sacerdote per cinque anni e ci ho messo quasi vent’anni per elaborare ciò che ho subito”.

    Un elemento determinante il fattore tempo per chi decide di denunciare gli abusi subiti. “La legge dice che ci sono cinque anni di tempo non da quando si subisce la violenza, ma da quando si ha la consapevolezza di essere stato abusato. Per questo consigliamo a chi chiede il nostro aiuto di denunciare e promuovere una causa civile, sempre da preferire al processo canonico perché le curie che direttamente o indirettamente sono parti in causa spesso prendono tempo e insabbiano i procedimenti”. Così è capitato che chi ha scelto la via del processo canonico e ci ha ripensato si sia visto eccepire, dopo essersi rivolto alla giustizia civile, che ormai il reato era prescritto perchè i cinque anni ormai erano trascorsi. “Si calcola che in Italia le vittime di abusi da parte di religiosi siano un milione e che l’8% dei preti sono pedofili. In Francia lo stato ha reso obbligatoria la denuncia in tutti i casi in cui una persona, religiosi compresi, venga a sapere di un abuso compiuto nei confronti di un minore. Da noi il Corcordato prevede che in caso di indagini su un religioso il vescovo deve essere avvertito. Per questo tanti magistrati sono costretti a scrivere nel loro fascicolo il nome del prete solo all’ultimo momento. Se l’abuso lo compie il prete, la rete che lo protegge è molto più estesa”.
  • Il Vaticano punisce vescovo polacco per aver coperto abusi, lui si candida a sindaco e viene eletto

    Il Vaticano punisce vescovo polacco per aver coperto abusi, lui si candida a sindaco e viene eletto

    Città del Vaticano – Mentre si sta avviando a conclusione l’indagine affidata dal Papa al cardinale Angelo Bagnasco per fare luce sulle supposte coperture ai preti pedofili del cardinale Dziwisz, nella cattolicissima Polonia, patria di San Giovanni Paolo II, un altro incredibile caso è spuntato fuori, dando altro filo da torcere a Roma. Si tratta dell’ex arcivescovo di Danzica, monsignor Leszek Slavoj Glodz già messo sotto indagine l’anno scorso dal Vaticano per sospette negligenze riguardo denunce di abusi fino alla richiesta di dimissioni con l’ammonizione a risiedere fuori del territorio della diocesi di Danzica e non partecipare più ad alcuna celebrazione liturgica in pubblico. 

    L’arcivescovo – che ha sempre negato con forza ogni addebito – per tutta risposta aveva presentato in obbedienza le dimissioni al Papa (subito accettate), trasferendosi subito in una altra provincia dove si è candidato a sindaco vincendo le elezioni a Piaski, un piccolo paesino situato nel nord-est della Polonia.

    Danzica, la storia di monsignor Leszek Slavoj Glodz

    Il prelato due settimane fa è stato eletto a maggioranza in barba al Codice di diritto canonico che vieta assolutamente ai vescovi di ricoprire cariche pubbliche statali che implicano la partecipazione all’esercizio del potere secolare. Una carica di fatto incompatibile con il suo status ecclesiale che apre di fatto un altro contenzioso con Roma. Le limitazioni all’attività del clero nella vita pubblica possono essere considerate solo sulla base del diritto canonico mentre per l’ordinamento polacco il clero gode degli stessi diritti e doveri dei cittadini laici, quindi può di fatto prendere parte attiva e passiva alla vita politica. Limitare i loro diritti, in pratica, sarebbe una violazione della Costituzione della Repubblica di Polonia e degli accordi internazionali ratificati. Insomma una bella grana.

    La Nunziatura in Polonia il 29 marzo scorso aveva diffuso un comunicato che annunciava di aver completato la indagine canonica sulle vicende dell’arcivescovo Głódź, agendo secondo le disposizioni del Codice e del motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi”. Ovviamente nessuno avrebbe mai immaginato un epilogo del genere. L’arcivescovo punito dal Vaticano per negligenze in fatto di abusi ora si ritrova sulla poltrona di primo cittadino. 

    Il caso di Glodz fa tornare alla mente la scomunica comminata a suo tempo – 2008 – ad un altro vescovo, Fernando Lugo che in Paragyay si mise alla guida di una coalizione di centro-sinistra e venne eletto presidente sbaragliando la blindatissima candidata del partito Colorado (di centro-destra). L’ex vescovo – nel frattempo sospeso a divinis dal Vaticano – aveva ottenuto il 40,82% mentre Blanca Ovelar si era fermata al 30,72%.  

    La Congregazione dei Vescovi all’epoca era guidata dal cardinale Re dovette intervenire subito con la sospensione “a divinis”. Nella lettera ufficiale inviata al vescovo si leggeva: «Considerando la sua intenzione a non rinunciare all’incarico espressa il giorno di Natale, con sincero dolore compio il mio dovere infliggendo a Sua eccellenza, la pena della sospensione ‘a divinis’, proibendole anche di esercitare tutte le funzioni inerenti all’ufficio episcopale».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_vescovo_abusi_sindaco_polonia_chi_e_cosa_e_successo_oggi_27_giugno_2021-6047902.html